De Sica il buono

Vittorio De Sica


1949 12 31 Tempo Vittorio De Sica intro

Il grande regista è triste perchè non riesce a trovare un fanciullo bello e felice che possa volare nel suo prossimo film “Totò II buono”.

Roma, dicembre

Ho visto De Sica a Cinecittà, circondato da ragazzi aspiranti ad interpretare il suo nuovo film: Totò il buono, dal libro di Zavattini. Totò è un fanciullo lieto e fantastico che dice buongiorno ai passanti e vorrebbe tutti felici E’ stato allevato da una vecchina che l'ha scoperto sotto un cavolo e l’ha tenuto lontano dalle malvagità e tristezze di questo mondo. Quando la vecchietta muore, Totò si. trova solo nella grande città ed allora va a vivere tra i mendicanti della periferia. Il buon Totò pensa subito di dare a questi paria una casa e una patria. Costruisce per loro un villaggio e tutti sarebbero contenti se nel terreno prescelto non venisse scoperto il petrolio. . Il proprietario, il cattivo Mobic, vuole sloggiare i mendicanti dal loro villaggio, ed ecco che il cielo viene in aiuto a Totò e gli concede il potere di fare miracoli.

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Facile sarebbe ora a Totò sbaragliare gli avversari, ma egli non sa adoperare la sua potenza che per fare del bene e, dopo alterne vicende, si vede costretto ad involarsi da questa malvagia terra a cavallo di una scopa, seguito, per le vie dell'aria, da una folla urlante. Come si vede, la storia di Totò il buono non è soltanto una favola, ha anche una sua tesi sociale. La tesi, che De Sica metterà in rilievo e che potrebbe anche essere il sottotitolo del film, è questa: i poveri disturbano. Questo film, afferma De Sica, è una grossa impresa.

Si tratta di creare una nuova maschera del cinema, un personaggio della statura di Charlot: «Se sbaglio, sbaglio grosso», aggiunge. De Sica è inquieto anche perchè la riuscita dell’impresa non dipende soltanto da lui. Gran parte è affidata al trucchista, che dovrà realizzare miracoli tecnici, come finora non sono stati tentati. A questo scopo ha chiamato da Hollywood Nedmann, il più abile del mondo.

Più preoccupante ancora è la ricerca dell’interprete. Dev’essere un fanciullo bello e felice, anche nella vita; trasognato, ma non patetico o romantico e così pieno d'allegria da poterla trasmettere agli altri.

Ad uno a uno passavano gli aspiranti davanti la macchina da presa per il provino. Chiedeva loro De Sica: «Sei allegro di natura? Ridi volentieri?» I ragazzi dicevano di sì. Allora De Sica indicava loro un operatore in maglione e barba di due giorni : «Immagina che sia un bambino triste e malato.

«Tu non vuoi che sia triste, vero?». I ragazzi guardavano l’operatore e rispondevano di no.

«Allora dagli la tua gioia». Poi, rivolto all’operatore: «Salta, ridi, corri», diceva De Sica battendo le mani e pieno d’allegria: «Salta, ridi, corri», ripetevano i ragazzi ma se l’operatore fosse stato davvero un bambino triste e malato, a sentirli, certo si sarebbe messo a piangere. Difficile è esprimere gioia, per i giovani di questi tempi. Dopo giorni di fatiche, De Sica non è riuscito a trovare Totò il buono. Ha scoperto invece un altro personaggio del film, Edvige, una servetta perseguitata dai padroni, della quale Totò è innamorato. L’interprete sarà Flora Cambi, allieva della Filodrammatica di Roma. Flora Cambi ha ventidue anni ed è già madre, ma il suo viso innocente sembra quello di ima fanciulla quindicenne. Finora ignota, sta per diventare una stella del cinema.

Ho chiesto a De Sica: quali le conseguenze nella vita dì questi giovani, della loro straordinaria avventura cinematografica?

«E’ un problema importante e che mi fa pensare», ha risposto. «Qualcuno trova nel cinema la sua via e la fortuna, come Nello Mele, il piccolo sciuscià; dopo il primo ha avuto parti in altri tre film e contratti di doppiaggio. Altri, pur continuando a lavorare nel cinema e nel teatro, a contatto di certi ambienti minacciano di guastarsi moralmente, com’è il caso dell’interprete di uno dei miei film. Ce n’è che si adattano con facilità a rientrare nella vita normale, alla scuola o al lavoro, ma uno, il Giuseppe di Sciuscià, non riesce a dimenticare di essere stato un divo del cinema ed è molto infelice».

De Sica non teme, rendendo pubblici questi diversi e sovente scoraggianti destini dei suoi giovani attori, che aumentino per lui le difficoltà a trovarne dei nuovi: «Niente li arresta di fronte alla possibilità di fare del cinema. li muove anzitutto la vanità, la vanità della fotografia. Dopo questa prima spinta, subentra il fatto artistico e, ultimo anche se non pare, il guadagno».

Piace a De Sica lavorare con i ragazzi. Pensa sia più facile che con gli adulti e, perfino, gli attori veri. Il bambino è più istintivo, non recita, ma sente la parte. Anche se, sul piano artistico, ha dei difetti. De Sica glieli lascia, anzi li sottolinea, in modo da creare una personalità: «In un film, l’interprete non mette che il 30 per cento, il resto è opera del regista. Tutto è possibile al regista, anche far recitare i cani, com'è già stato dimostrato. Quando ero attore ed avevo dei successi, dicevo sempre agli ammiratori : la colpa non è mia».

De Sica, come si sa, è giunto alla regia dopo una lunga esperienza di attore. Al passo l'ha indotto un segreto sogno giovanile: essere direttore d’orchestra. Essendo tuttavia negato ai complicati disegni delle partiture, le ha sostituite con i copioni. Al posto dei professori con tromboni, violini, fagotti si è messo a dirigere esseri umani con passioni, gioie, sofferenze. Altri due vecchi e insoddisfatti desideri ha così compiuto: dipingere e far poesie. Dirigendo un film, dipinge caratteri e crea poemi sui vari aspetti del dramma umano.

Vittorio De Sica ha 48 anni. I suoi capelli sono più bianchi che neri e, ora che non li costringe più come un tempo a star lustri e tirati, sembrano più folti : sovente, mentre lavora, ciocche gli scendono stilla fronte creando un effetto di matura scapigliatura, piuttosto simpatica a vedersi. Il suo sguardo esprime serenità e perfino una infantile innocenza, che gli deriva forse dal vivere in mezzo ai giovani. Racconta volentieri, con voce tranquilla. Sembra soddisfatto della sua vita.

La sua vita è cominciata a Sora, in Ciociaria. Il padre era ispettore d’assicurazioni, la madre pittrice. Vittorio studiava ragioneria e, durante le vacanze. lavorava alla Banca d'Italia. Pensava di diventare primo cassiere. Quando ebbe il diploma, si accorse che non avrebbe mai potuto essere primo cassiere. Voleva essere artista, non sapeva bene in quale arte: musica, pittura, poesia? Il padre amava la musica e suonava il pianoforte ad orecchio. Vittorio diceva le parole delle canzoni che il padre eseguiva. Gli piaceva interpretare le parole, non cantare. Quando venne la guerra, andò ad interpretare parole di canzoni negli ospedaletti da campo. Un giorno, finita la | guerra. De Sica passeggia per corso Umberto a Roma. Incontra l'amico Sabbatini: «Dove vai?», chiede De Sica. «Vado a fare l’attore», risponde Sabbatini. «Vengo anch’io», decide Vittorio. Sabbatini aveva un appuntamento con Tatiana Pavlova, all’appuntamento si sono presentati in due. Così De Sica è diventato attore.

Al cinema l’ha accostato, nel '25, Amleto Palermi: «Non credevo nel cinema», racconta. Era l’epoca degli attori belli. Io ero brutto». Malgrado questo, ha interpretato una trentina di film, poi, con Rose Scarlatte, ha iniziato la carriera di regista. Il suo nome era celebre e gli era facile trovare produttori. Quando dalla commedia è passato al dramma sociale, difficile è diventata la vita di De Sica e piena di preoccupazioni. Ad ogni. nuovo film, deve girare l'Europa a cercare finanziamenti, mille volte è costretto a recitarlo davanti a produttori e registi. Produttori e registi si commuovono alle dolorose storie dei suoi personaggi e insieme, soprattutto quelli stranieri, si preoccupano dei grandi successi ottenuti da questo rivoluzionario del cinema. «Se continua così, finiremo per essere costretti tutti a fare film sociali, con attori della strada. Allora, dove metteremo i nostri divi?», dicono. Produttori e registi, pur commuovendosi, non danno un soldo a De Sica. De Sica, pieno di tristezza, commenta: «E’ proprio vero che i milioni sono più importanti delle lacrime e dei pensieri».

Laura Bergagna, «Tempo», anno XI, n. 52, 31 dicembre 1949


Tempo
Laura Bergagna, «Tempo», anno XI, n. 52, 31 dicembre 1949