L'America compra De Sica

Vittorio De Sica


1946 06 16 L Europeo Vittorio De Sica intro

"Sciuscià" è stato acquistato per l’America dalla Metro Goldwyn Mayer. E' il primo film di De Sica che entra, a bandiere spiegate, negli Stati Uniti e gli occhi di De Sica in questi giorni brillano di gioia. Poche volte io lo vidi contento come in questo maggio burrascoso che ha per lui i colori di una ridente primavera. Perchè De Sica, nonostante le molte fortune, è di natura piuttosto malinconica e chiusa. Almeno cosi a me pare. Proviamo dunque a fargli un ritratto a modo mio» Lo conosco da più di vent’anni. L’ho visto sotto il cielo di quasi tutte le città italiane, d’estate e d’inverno, d’autunno e di primavera, in maniche di camicia e in abito da sera, in automobile e in bicicletta, calmo e con un diavolo per capello. Un ritratto di lui dovrebbe per ciò riuscirmi facile. Invece sento che mi sarà difficilissimo costringere in tre o quattro cartelle un ritratto che non sia convenzionale o troppo sbrigativo.

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Come tutti gli uomini noti, De Sica ha ormai un suo «clichè». Il pubblico lo vede un po' come i fotografi i quali, con pochissimi ritocchi, gli hanno dato un volto sorridente e simpatico, di giovane attore, di eterno «amoroso». Confesso che non riesco mai a ritrovare in quel volto, diffuso a migliaia e migliaia di copie, il mio De Sica. Nè lo ritrovo nei giudizi che di luì dà la gente. I quali mi paiono, volta volta, o troppo indulgenti o troppo severi, infirmati comunque dalla simpatia o dall'invidia. De Sica sconta nel bene e nel male la sua notorietà e la sua fortuna. Due cose che non è facile farsi perdonare.

E pure, ripeto, quest'uomo fortunato non è felice, quest'attore applaudito non è soddisfatto. Eccolo li, vicino a me, sotto il quieto lume della cena. E’ stanco, con una mano si regge la testa, con l’altra manovra distrattamente e lentamente il cucchiaio della minestra. Assomiglia cosi poco a De Sica che vedete sorridere, con i trentadue denti cavallini, nelle fotografie. E tanto meno al De Sica che le ragazze sognano o sognavano una volta. «Siete il tormento delle mie notti insonni», gli disse a Livorno una ragazza che lo aveva seguito nell’ascensore dell'albergo.

E De Sica il quale è un timido, imbarazzatissimo, le domandò: «Lei è di Livorno?»). Ha le tempie grigie, una piega amara sull'angolo della bocca. Non sorride che quando sua figlia canta e, come per giuoco, gli vellica una mano con le dita minuscole. Torna dal lavoro: dieci, dodici ore filate, senza un attimo d’armistizio e d’abbandono, a fare intendere a un attore che quella tale frase dev'essere detta sotto voce e senza enfasi,,, a persuadere un’attrice che no quel suo gesto non è spontaneo che il teatro è una cosa e il cinema un'altra, a imprecare contro gli operatori, il montatore, gli elettricisti.

Scontento di sè, dei suoi diretti collaboratori, del produttore, irritato dalla faciloneria degli italiani. «Ci sarebbe tutto da rifare, ma non è possibile, non c'è tempo. Il film fa acqua da tutte le parti, vedrai. Non ne posso più». Un attimo di scoramento. Passerà. De Sica è climaterico come un giorno dì marzo che «nu poco chiove e n’ato poco stracqua» canta il suo Di Giacomo. Bisogna lasciarlo sfogare. Il sereno tornerà improvvisamente. (Soprattutto se ci si mette la piccola Emi).

Del resto, in quei momenti di malumore gli vengono dette le parole più sostanziose, gli si illuminano i ricordi più dolenti e affettuosi: gli anni del suo povero impiego in una banca e i conti che non gli tornavano mai; l’infanzia trascorsa a Firenze con quel contrito scenario di piazzette deserte e di viuzze sonnacchiose; le passeggiate domenicali con la famiglia e lui rasente i muri, un poco discosto dalla mamma, scontroso e chiuso. (Il meglio della sua arte ha lì i suoi germi: in quella vita di bambino povero e un po' triste). Ma ecco un ricordo lieto, accompagnato da un sorriso lieto. A Firenze, molti anni dopo, giuocò tre numeri al lotto. (Come tutti i meridionali De Sica ha una passionaccia per il giuoco del Lotto). I numeri uscirono puntualmente e vinse qualche migliaio di lire che gli servirono a rimpannucciarsi un po’. Vede ancora il cielo di quel giorno, l’ombra lieve della sera che si allunga per via Ricasoli, il botteghino all’angolo di piazza del Duomo col beccuccio del gas acceso e l'ometto che in quella luce favolosa gli conta ì pochi biglietti da mille... Darebbe metà della sua fama e gran parte (ma questo non lo giurerei) dei soldi che ha guadagnato perchè la scena si ripetesse magari nello stesso luogo, con quel colore che egli oggi nostalgicamente ci mette, di tempo perduto...

Ho detto che De Sica ama il Lotto. Aggiungerò che è superstizioso. (Quando cade il giorno 17 specie se combina col venerdì meglio stargli lontani. E voi signore guardatevi bene dal comparirgli davanti con un abito viola; sarebbe capace, lui di solito garbatissimo, di farvi una spostatura). Per il resto, non date retta alle leggende. E sopra tutto scartate l’idea dell'attore romanzesco, dell’attore dio ci liberi dalla «vita inimitabile».

De Sica è un uomo semplice dai gusti semplicissimi. Senza pose nè impennacchiature. Gli piacciono gli umili e i modesti, i cibi casalinghi, i vini nostrani, le osterie fuori porta, legge Gide ma almeno per ora si tiene soddisfatto a De Amicis. Ha una bella raccolta di pittori contemporanei ma a caso del suo letto splende una vedutina di Edimburgo, firmata da Telemaco Signorini. E’ un borghese con tutti i pregiudizi e le ristrettezze che al borghese si attribuiscono. Ma, lungi dal vergognarsene, se ne vanta.

Il ritratto vi pare un po’ troppo lusinghiero? Potrei rispondervi, con Joubert, che «quando ho un amico orbo, io lo guardo di profilo».

Se non che gli occhi di De Sica, come tutti possono verificare, sono dirittissimi.

Adolfo Pratici, «L'Europeo», anno II, n.24, 16 giugno 1946


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Adolfo Pratici, «L'Europeo», anno II, n.24, 16 giugno 1946