Vittorio De Sica il regista più discusso

Totò Malattia

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* PRIMA PARTE *

De Sica recitò la prima volta nella filodrammatica del 1° granatieri. Fu un successone: lo chiamarono venti volte alla ribalta. Ma, finito lo spettacolo, fu condotto in cella a passarvi dieci giorni, reo di aver pulito male il fucile

L'idea di scrivere qualcosa sulla vita di Vittorio De Sica, che fosse il più possibile somigliante all’originale, m’é venuta dalle molte sciocchezze che ho visto stampare in questi giorni sul regista di «Miracolo a Milano». Pare impossibile, ma nella nostra Italia 1951, democratica, vespizzata e semisocializzata, se si vuol denigrare un uomo, per ragioni che esorbitano da una valutazione obbiettiva della sua opera, si dice che è napoletano e canzonettista; cioè qualcosa di meno di un coloniale o di un «chansonnier» di Parigi. Tanto è ancora l’araldico disprezzo, ma al tempo stesso l’oscura suggestione, che certi professionisti della cultura, posseduti dal complesso del Colosseo, provano verso le arti del cinema e del teatro. Ebbene, si tranquillizzino: De Sica è assai più romano che napoletano, e, in certa misura, fiorentino e ciociaro; e non è mai stato canzonettista se non per beneficenza tra i letti degli ospedali militari, e per giuoco sui palcoscenici Za Bum. Non ha il crisma fatale dei figli d'arte ma è un piccolo borghese col suo bravo diploma di ragioniere. Con la differenza, rispetto agli innumerevoli piccoli borghesi travestiti da romani antichi o da proletari moderni, che egli Io è fino in fondo, tranquillamente e senza infingimenti, con il gusto preciso del lavoro, del progresso e dei buoni sentimenti, tipico di quella grande riserva, troppo spesso ed ingiustamente maltrattata dai retori di destra e di sinistra, che è la nostra piccola borghesia.

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Vittorio De Sica granatiere a Roma nel 1922. Era nella stessa compagnia del Principe Umberto. Nessuno lo conosceva come attore: aveva il solo diploma di ragioniere ma era già viva in lui la passione per il teatro.

Vittorio De Sica è nato a Sora, in Ciociaria, il 7 luglio 1901 da Umberto e da Teresa Manfredi, terzo di quattro figli, due femmine e due maschi. Suo padre, napoletano, era funzionario della Banca d’Italia; sua madre, romana, viveva nella costalgia della sua città; e pateticamente la giustificava col fatto che, essendovi a Roma le catacombe, non v'era perìcolo di terremoti. Anch'io, nei primissimi anni della mia vita, sentivo ripetere dai miei qualcosa di simile, non so per quale pregiudizio o superstizione; finché venne il terremoto del 15 a stabilire che la terra trema anche sotto i piedi dei romani.

I primi ricordi di scuola di De Sica hanno per tema il freddo, le maestre che chiedono stufe per gli scolari intirizziti; a Napoli, dove la famiglia si trasferì di lì a poco, ai ricordi delle nevicate ciociare si sostituisce la densa malinconia del quartiere povero in cui i De Sica sono andati ad abitare. Alcune impressioni sono incancellabili come il sinistro rumore dei secondini che strisciano la chiave sulle inferriate del carcere di San Francesco; o come le urla del vicolo per una tragedia passionale: una donna sfregiata dall'amante. Distratto e sentimentale il piccolo Vittorio passava le ore al balcone a contemplare lo spettacolo di codesta umanità eccitata, sempre alle prese col problema del pane quotidiano: pane solo, pane e fichi. Finche venne il colera dell’ll e le autorità proibirono i fichi come veicolo di infezione; ma i napoletani poveri mangiavano i fichi di nascosto e stabilivano vedette per le guardie, e all’allarme fuggivano.

"GLI È UN ASSASSINO!"

A scuola il maestro aveva adocchiato quel ragazzetto contemplativo, dal l’espressione spesso perduta a rimeditare cose viste; e se lo covava con affetto. Al padre che chiedeva notizie del figliolo rispondeva: «E' ’nu genio!». «Gli è un assassino!», gridava invece il maestro di Firenze dove il «padre era stato trasferito, e dove appena arrivato lo avevano alleggerito del portafogli per dimostrargli che l’Italia è una e che non soltanto a Napoli esistono i mariuoli. Ciononostante il piccolo Vittorio che non dimenticherà quel giorno memorabile e il sapore dei panini al burro, unico pasto perchè il portafogli conteneva tutto il tesoro della famiglia, subiva fino alla paura il fascino di Firenze culla dell’arte. A scuola si impappinava, usciva in pessime figure; e il maestro a gridare: «Gli è un assassino!». Da Firenze, per appagare i desideri della moglie che non cessava di parlare della sua città Umberto De Sica, dimissionario dalla banca, si trasferì a Roma impiegato alle assicurazioni. Vittorio restò ancora un poco a Firenze con la nonna e non gli pareva vero d'esser solo e libero di girare per le strade per quella sua contemplativa passione di veder vivere gli altri. Finché, all’età di 11 anni raggiunse la famiglia a Roma, dove ha continuato a vivere fino ad oggi. Fu iscritto alla scuola tecnica perché era il ramo di studi che prometteva un più rapido impiego; e non brillò nemmeno qui per audacia di carattere. Forse il desiderio di compiacere gli altri aiutava a tradirlo. Insegnava allora materie letterarie il professor Egidi. E un giorno stava interrogando De Sica sul suicidio. «Eroe o vigliacco?» domandava l’Egidi a proposito del suicida. A naso il giovinetto si sentiva propendere per l’eroe; e stava per rispondere in questo senso allorché entrò in aula il preside, noto esponente socialista. «Eroe o vigliacco?» incalzò il preside fissandolo con occhi severi. Intimidito. De Sica credette scorgere in quello sguardo una intimazione moralistica; si rimangiò pertanto la risposta spontanea che gli era salita alle labbra, assunse un atteggiamento d’occasione e declamò con rispettoso conformismo: «E' un vile». «Lei è un bel cretino!» sbottò senza cerimonie il preside socialista; e lo spedì mortificato al suo banco.

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 A Sora 1904: Vittorio ha tre anni. Posa con le due sorelle per la sua prima fotografia. Suo padre era un funzionario della Banca d'ltalia e la madre, romana, viveva nella nostalgia della sua città.  Vittorio tredicenne nella sua prima foto coi pantaloni lunghi. Aveva già recitato in una saletta parrocchiale, ma nessuno nella sua famiglia aveva scoperto in lui la vera vocazione: quella del teatro.

Frattanto, dopo il terremoto che non aveva rispettato le catacombe e aveva raso al suolo la natia Sora, imperversava la guerra. E dal tracollo finanziario che l’accompagnava non erano immuni gli affari delle assicurazioni; le cose cominciarono a mettersi male per i De Sica: le due sorelle maggiori si impiegarono, anche Vittorio si impiegò durante le vacanze estive alla segreteria della Banca d’Italia: novanta lire al mese per tre mesi, il necessario per pagare durante l’anno le tasse scolastiche. E fin qui, siamo verso i quindici anni, niente teatro: o per lo meno neanche l’ombra di un destino fatale! di una vocazione precoce, come si legge nelle biografie degli artisti. E' vero che nell’album di famiglia troviamo De Sica giovinetto in toga e coturni; ma si tratta soltanto di una interpretazione di San Tarcisio per il teatrino della chiesa di San Camillo, una di quelle esperienze familiari per le quali più o meno tutti i ragazzi sono passati; un'altra volta lo vediamo in costume da angioletto volgere timidamente le spalle a un allampanato Mefisto. Sempre per il teatrino della congregazione. Ha anche una bella voce e canta con sentimento accompagnato al pianoforte dal padre. Ma non pensa nemmeno a sfruttare per le scene questo naturale talento: canta negli ospedali militari per i soldati feriti; ma quando, in seguito al successo di una di codeste audizioni, l'impresario del «Margherita» gli propone di scritturarlo con un regolare contratto, non prende la proposta in considerazione. Per ora ha da terminare gli studi.

E difatti un bel giorno si trovò in possesso dell’ambito diploma di ragioniere, col suo bravo fregio di donne polpute rappresentanti le principali arti e virtù. La guerra era finita, si iscrisse all'Istituto Superiore di Commercio e cominciò a frequentarne le lezioni. Ma gli affari di casa peggioravano; piantò gli studi e andò a fare il soldato per togliersi l’obbligo del servizio militare e cercarsi un impiego.

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 Nell'album di famiglia di De Sica spicca questo gruppetto: Vittorio è con il fratello minore e le due sorelle. De Sica è nato a Sora il 7 luglio 1901. Vittorio alunno dell'Istituto tecnico di Roma. Suo padre da poco si era dimesso dalla Banca d’Italia per impiegarsi in un Istituto di Assicurazioni. 

Fu destinato al I granatieri, nella medesima compagnia del principe Umberto; il quale dopo un mese ebbe i gradi di caporale, dopo un altro mese quelli di sergente. I commilitoni gli offrirono un vermouth d’onore nel gavettino e il principe poco pratico dell’arnese, vi mise le labbra di traverso e si versò tutto il vermouth sull’uniforme. (Più tardi, ormai generale d’armata, il principe incontrò De Sica, ormai noto attore, in un vagone letto a Berlino. Lo riconobbe e ricordarono assieme i tempi di caserma a Santa Croce in Gerusalemme. Con loro, a tenergli compagnia, c’era una ragazza, e passarono tutta la notte a cantare). Anche in caserma c’era, come accade, una filodrammatica reggimentale e De Sica ne faceva parte con discreto successo. Il che non lo esentava per nulla dagli obblighi e dai rigori del servizio. Una domenica mattina ripassava a mente la parte lucidando pazientemente il suo novantuno, allorché entrò in camerata il terribile colonnello Dina per passare in rivista le armi. De Sica, sull’attenti, presentò la canna del fucile secondo le prescrizioni regolamentari; il colonnello, coi guanti candidi, infilò un dito nella canna e lo ritrasse sporco di grasso; gli diede cinque di semplice e cinque di rigore. Intervenne il capitano della compagnia a perorare la causa dell’attore impegnato per la recita pomeridiana. «Reciti — ordinò il colonnello. — Poi passi alla prigione».

Nel teatrino, stivato di militari e delle loro famiglie, De Sica colse quel giorno il suo primo grande, personale successo. Non finivano più di volerlo alla ribalta. Alla ventesima chiamata, eccitato, emozionato, ormai dimentico della prigione, dopo aver ringraziato ancora una volta, fece, soddisfatto, per andarsi a cambiare. Ma in quinta, invece del pompiere di servizio, trovò, rigido, ad aspettarlo, il sergente di ispezione. «Via i lacci delle scarpe!» gli intimò il sergente come s’usa con chi deve entrare in cella. Così si concluse il primo successo teatrale del nostro attore.

DRAMMI D’AMORE

Proprio in quei mesi venne a Roma Wilson, reduce dal trattato di Versatila. I romani, assiepati al passaggio della carrozza presidenziale gridavano: «Aridacce la lupa!». Infatti il Comune aveva offerto al Presidente Wilson, prima che si recasse a Versaglia, una lupa di bronzo; ed ora, per le ingiustizie del trattato, di cui lo ritenevano responsabile, i romani la rivolevano indietro.

Per la visita di Wilson al Papa il Governo aveva disposto un imponente servizio d’ordine, affidato al I Granatieri destinato in Piazza San Pietro. De Sica era allora innamorato e non per la prima volta; già da ragazzo un compagno di scuola lo aveva colpito con un temperino per gelosia di una fanciulla che sembrava preferirgli il nostro Vittorio; pentito poi del suo gesto, alla vista di qualche goccia di sangue, s’era gettato tra le braccia del rivale sacrificando l'amore all’amicizia. Ora De Sica aveva un’innamorata di lusso; una ragazza d’ottima famiglia, molto mondana, elegante, sempre profumata. Al reggimento i commilitoni lo invidiavano; ed anche ora, sotto gli elmetti che ardono per il sole a picco, riverberato senza pietà dai selci infocati, i granatieri all’apparire della ragazza, non sanno trattenere un mormorio di ammirazione. De Sica ne è fiero, dimentica per un istante la stanchezza e con aria da gran signore comincia a mangiare i sandwiches che la ragazza gli ha portato. Ahimè, i forti profumi che la fanciulla si sparge addosso senza risparmio, sono penetrati dovunque, hanno impregnato i sandwiches, che teneva nella borsetta, e il granatiere mangia senza batter ciglio pane sale e profumo, sorridendo da perfetto uomo di mondo.

Ma appena la ragazza ha voltato i tacchi è colto da nausee e da una sete delirante; finché, come Dio vuole arriva una fila di camion per riportare il reggimento in caserma. Vengon raccolte per prime le vittime del caldo, quindi, plotone per plotone, i reparti. De Sica aspetta con ansia il suo turno, allorché gli viene comunicato un ordine del colonnello secondo il quale gli scritturali (De Sica, da buon romano, ha un posticino in fureria) debbono andare a piedi. Passo dietro passo, da San Pietro a Santa Croce, con la lingua impastata di sete e di profumo. A via Quattro Fontane gli girò la testa e cadde per terra.

Fu, nonostante tutto, il periodo più felice della sua vita. De Sica lo ricorda con nostalgia. Poi venne il congedo e con il congedo la necessità urgente di trovare un impiego. Le sorti della famiglia hanno continuato a peggiorare; dall’appartamento di Via delle Finanze i De Sica han dovuto trasferirsi in due stanzucce a Via Balbo; ma senza drammi. De Sica padre, che per tirare avanti fa il correttore di bozze alla «Tribuna», è uno di quegli uomini che non disarmano di fronte alle avversità. E’ napoletano pertanto filosofo; non se la prende, rivolta tutto in allegria. L’ingresso nelle stanzucce di Via Balbo, lungi dall'avere l’aspetto di una capitolazione, si risolve in una complicata corsa di padre e figli sotto i letti della nuova abitazione.

28 LIRE AL GIORNO

Dunque un posto: bancario o statale? E’ una domenica e il ragionier De Sica, a passeggio solitario per Corso Umberto, sta valutando le ragioni che militano a favore di un impiego in un istituto di credito o in un ministero, allorché s’imbatte in un amico, Gino Sabbatini, laureando in legge, dilettante di violoncello come il nostro di canto. Alla domanda di De Sica se ha finalmente preso la laurea, l’altro risponde d’aver piantato studi e violoncello e d’essere scritturato nella compagnia di Tatiana Pavlova. De Sica vede aprirglisi un orizzonte: non ha mai pensato seriamente al teatro ma ora l’esempio é contagioso; e la decisione è immediata. Chiede d’essere presentato alla Pavlova, si offre per un lavoro qualsiasi: viene sommariamente valutato e scritturato come generico «o per quelle parti che il direttore crederà opportuno affidargli». Torna a casa un po’ preoccupato: è uscito la mattina aspirante funzionario, torna la sera con una scrittura da generico a 28 lire il giorno. Come la prenderanno in famiglia? Ma il padre, che è un uomo di mente aperta, accoglie la notizia con soddisfazione. Forse ha intuito più chiaramente del figlio la sua reale vocazione. E: «Non potevi fare diversamente» gli dice. Fu così che De Sica calcò per la prima volta le tavole di un palcoscenico regolare, nei panni di un cameriere, in «Sogno d’amore» di Kossorotoff. Erano in compagnia, con la Pavlova, il Capozzi, la Lattanzi, il Sabbatini ed il Geri. Si respirava atmosfera da teatro d’arte, si sacrificava alla religione del personaggio?, si veneravano i grandi maestri della regìa, da Stanislawski a Nemorovich Dancenko. Dopo «Sogno d’amore» De Sica fu secondo brillante in «Miss Hobbs» di Jerome K. Jerome. Un paio di mesi ed era già salito a ruoli importanti.


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* SECONDA PARTE *

"Non mi faccia più vedere quel De Sica" gridò Stefano Pittaluga a chi gli portò un provino delL'attore proposto per una porticina: "Con quel naso, come vuole che possa reggere sullo schermo?"

«Il est un petit homme tout habillé de gris» cantava Gastone nella «Signora dalle Camelie», versione Pavlova, accompagnandosi alla spinetta. Gastone, in un lontano inverno del 1924 era Vittorio De Sica. Ormai il battesimo dell’arte lo aveva avuto; recensendo «Ashanta» Simoni gli aveva dedicato metà dell’articolo, mezza colonna di «Corriere». Ma la fame, passaggio d’obbligo della vita artistica (rovina lo stomaco ma irrobustisce la vocazione), non aveva tardato a visitarlo per tenergli una lunga compagnia. Tutti i magri guadagni s’erano volatilizzati nell’acquisto del guardaroba, frack, tight, smoking, il repertorio d’obbligo dell’attore, il segno di una signorilità esteriore che nasconde spesso qualcosa di più della povertà. De Sica si difendeva dal freddo umido dell’inverno ferrarese passando le ore libere a letto e mangiando quando poteva e come poteva. Gli attribuiscono il motto di Maria Antonietta allorché le fu comunicato che i parigini non avevano pane. «S’il n’y a de pain, qu’ils mangent des brioches! 0187 De Sica me lo smentisce con sicurezza: «No, non è possibile. Le brioches erano troppo fredde. Mangiavo. Mangiavo castagnaccio; era caldo e costava molto meno». Il fatto è che talvolta non c’era nemmeno il castagnaccio; e così avvenne che a metà della «bergerette» della «Signora dalle Camelie», Gastone si afflosciò sulla spinetta mezzo svenuto. Scoppiarono applausi, i soliti equivoci del verismo. Dissero che faceva l’ubriaco alla perfezione. Invece era fame.

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1935: Vittorio De Sica e Sergio Tofano in « Lohengrin » di Aldo De Benedetti. De Sica rimase per qualche anno nella compagnia Tofano Rissone Almirante, nella quale esordi come primo attor giovane nei «Giochi al castello» di Molnar. Ebbe successo. Il pubblico trovò simpatico quel giovanotto alto e allampanato, piuttosto timido, dalle lunghe gambe ciondolanti.

Con la Pavlova De Sica restò un anno e ancora oggi ricorda con gratitudine gli insegnamenti di quella scuola, che gli istillò l’amore del rilievo psicologico, la cura minuziosa dei particolari, delle atmosfere. Ma un attore come lui, formatosi, anzi improvvisatosi da sé stesso, a volte si trovava a salire erte scoscese senza gli strumenti del mestiere. Doveva perfezionare la dizione ancora grezza e inquinata da riflessioni dialettali, imparare il linguaggio spicciolo del mestiere, i trucchi, le piccole risorse che liberano definitivamente l’attore dalla preoccupazione della ribalta e del pubblico. Accettò pertanto un’offerta della Compagnia Italia Almirante con Sergio Tofano e Luigi Almirante, straordinario direttore a lampade spente, maestro di ogni segreto dell’arte. Ma in quanto al repertorio, commerciale e leggero, fu un anno di disorientamento.

BEL GIOVANE SUO MALGRADO

Dal misticismo artistico della Pavlova, una sorta di religione laica del teatro, si passava, con un brusco cambiamento di rotta, a formule correnti, che certo non potevano soddisfare le aspirazioni di chi considerava il teatro non come una forma di banale divertimento e di esibizionismo personale, ma come una forma d’arte non inferiore alle altre. In questa aspirazione, che sarà poi deformata per un certo tempo da necessità pratiche, c'è già tutto il carattere di De Sica; il quale si trovò inaspettatamente e suo malgrado a sostenere un ruolo di bel giovane e di idolo delle donne, il più lontano dai suoi gusti e dal suo temperamento. Lungi dal sollecitare parti di seduttore egli si sentiva infatti a suo agio quando poteva trincerarsi dietro una truccatura che alterasse i suoi lineamenti e Io distaccasse completamente da se stesso.

Le sue migliori caratterizzazioni erano figure di vecchi, con baffi e magari anche barba, che il giovanissimo attore sosteneva con patetica e precisa naturalezza. Dietro tutto ciò s’annidava una certa nativa timidezza e uno strano complesso di inferiorità fisica, che a volte suole riscontrarsi anche in uomini fisicamente dotati. Dicono che non ne sia esente, ed è tutto dire, Gerard Philippe, interprete di «Diable au corps»; figuriamoci nell’altro dopoguerra allorché il clichè del bel giovane, saturo di cascami romantici, scettico e voluttuoso, decadènte anche nell’eroismo e nell’avventura, era agli antipodi dal carattere mite, dall’educazione piccolo borghese, dallo spirito pacifista di Vittorio De Sica, che, come suole accadere ai timidi, pur disprezzando nel profondo codesto tipo di seduttore, ne subiva il fascino che deriva dal successo e dalle posizioni consolidate.

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 De Sica, la Rissone e Tofano nell'«Amore che passa» del fratelli Quintero. Il sorriso schietto di De Sica cominciò a piacere alla stampa e al pubblico. 1936, con Sarah Ferrati e Umberto Melnati in «Fric frac». In quegli anni De Sica diventò il divo nazionale, l’idolo delle signore e delle dattilografe, il destinatario di migliaia e migliaia di lettere sentimentali e infiammate. 

Per cui, quando nella compagnia Tofano Rissone Almirante in cui era entrato con soddisfazione come secondo brillante, lo si interpellò, essendosi ammalato il primo attor giovane, per sostituirlo (fu Tofano, per la storia, a proporre la sostituzione De Sica protestò smarrito, e anche altri membri della compagnia protestarono, «Con quel naso!». «Con questo naso!» implorava De Sica mostrando a tutti i suoi compagni, di faccia e di profilo, quel naso che si sentiva pesare (con qualche esagerazione) da quando era ragazzo, per cui pregava Iddio di invecchiare presto per non aver più di codeste preoccupazioni.

Con quel naso, dunque, cercando di nasconderlo il più possibile agli occhi indiscreti del pùbblico, esordì come primo attor giovane nel «Giuochi al castello» di Molnar. E finì per abituarcisi anche perchè la stampa gli aveva scoperto in cambio un sorrìso schietto, affettuoso che accendeva la simpatia del pubblico per quel giovanotto magro, alto, un po’ allampanato, dalle lunghe gambe ciondolanti, piuttosto timido, apparentemente disarmato, sempre con la aria di farsi perdonare qualche cosa in virtù della sua sconsiderata giovinezza. E come primo attor giovane, ormai maturatosi al fuoco della ribalta, entrò nella compagnia Tofano Rissone Melnati, diretta da Guido Salvini, con intenti di una serietà artistica di cui esistevano allora rarissimi esempi. Si arrivò persino, per raggiungere il massimo di naturalezza nel dialogo, ad abolire il suggeritore; il che costringeva gli attori ad un lavoro che solo un immenso amore per l’arte poteva giustificare. I riconoscimenti della crìtica furono unanimi. Ma il pubblico, non ancora abituato a tanto rigore, non ancora smaliziato e reso più esigente dalla perfezione della messa in scena cinematografica, non mostrò per codesta compagnia di giovani l’interesse che essa meritava. E ricominciò, come ogni volta che ci si avvicinava all’arte, il supplizio della fame. Cento volte, scoraggiati, i attori avevano deciso di smetterla. £ ogni volta era l’articolo favorevole di un critico, il giudizio di un esperto che li spingeva a continuare. E in quella alternativa di speranze e di delusioni, in quella specie di doccia scozzese tra lo scoraggiamento della sera per il teatro deserto e il sollievo della mattina dopo per un articolo molto elogiativo, i nervi si logoravano, la fame illanguidiva ogni riserva. Finché una sera, a Genova, avvenne il patatrac. Era l’ultimo dell’anno, e gli attori, dato fondo agli spiccioli, non avevano un soldo per mangiare dopo lo spettacolo. Si rappresentava, davanti a una trentina di persone, «Alla prova» di Lonsdale e gli attori interpretavano la parte di Lords inglesi, con castelli in Scozia, frack inappuntabili, aria estremamente distinta. E, fosse la fame che conferiva loro una aristocratica magrezza, o la malinconia che ne isteriliva i gesti rendendoli estremamente compassati e discreti, mai personaggi inglesi erano stati impersonati con maggiore verosimiglianza da attori italiani. Al termine del primo atto i trenta spettatori, all’inizio distratti dal pensiero della prossima veglia di Capodanno, si assieparono sotto la ribalta ad applaudire con frenesia. Come non trarre da tutto questo amari pensieri sull’irreparabile ingiustizia del mondo, che condannava la bravura a spegnersi per mancanza di ossigeno? Come non riflettere sull’abisso che divide la realtà e la finzione?

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 1926, nella compagnia Pavlova. Pativa la fame il giovane De Sica in quegli anni. Mangiava castagnacci e sveniva in palcoscenico mentre stava recitando Dumas.  1930, nella «Vecchia signora» di Amleto Palermi, il primo film al quale Vittorio De Sica prese parte. Nella foto: sono con lui Arturo Falconi e Sacripante.
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 1935, con la Rissone e Tofano nella «Bisbetica domata» di De Benedetti-Bonelli. De Sica fece conoscere il miglior repertorio comico sentimentale di autori italiani. 1942, ancora con la Rissone e Tofano, nell'«Ex alunno» di Mosca. A quei tempi De Sica aveva già cominciato la sua fortunata carriera di regista cinematografico. 

In questo stato d’animo De Sica era rientrato alla fine dell’atto nel suo camerino, a meditare sugli inganni del mondo. Si affacciò alla finestra; e, come ad aver conferma dell’infinita vanità del tutto, vide a cento metri di distanza, oltre una finestra della camera mortuaria dello ospedale, un corpo coperto da un lenzuolo. Non fece in tempo a realizzare la lugubre visione, che un altro corpo, stavolta nudo, venne portato da due infermieri e gettato su un tavolo di marmo con un rumore secco, come un corpo di marionetta. Questo fu il segnale del tracollo: De Sica si abbattè sulla seggiola e scoppiò in singhiozzi disperati. Frattanto era trascorso l’intervallo, il direttore di scena bussava alle porte dei camerini. Sentì in quello di e De Sica uno strano silenzio e forzò la porta. L’attore, sèmpre abbattuto sulla seggiola si nascondeva il volto per coprire i singhiozzi. Come potè parlare disse di sentirsi male, ma che era poca cosa, non si preoccupassero. Invece tutti gli furono intorno a prodigarsi, a chiedergli se avesse bisogno di qualcosa, se voleva un cognac. Lui percepì appena la parola e con uno sforzo immenso sorrise e disse di no. Sapeva che era un pensiero gentile ma platonico perchè dove non c’erano i soldi per mangiare figuriamoci quelli per il cognac.

Questo nel primo intervallo; nel secondo notò invece tra i camerini un movimento febbrile, un andirivieni concitato. Era successo che un tal Bianchi di Genova offriva ventimila lire di anticipo, una sull’altra, se la compagnia si impegnava a recitare una sua commedia. Con un filo di voce, a rischio di disgustare il mecenate, gli atteri chiesero, prima di impegnarsi, di leggere il copione. Era, in circostanze disperate, l’estrema difesa dell’arte. Poi capitolarono. Quella notte, con duemila lire in tasca,

De Sica girò da un locale all’altro bevendo per tutto il tempo che non aveva assaggiato il vino. Lo riportarono all’albergo talmente ubbriaco che la sera dopo stentava a recitare: La commedia del Mecenate, come era prevedibile, fu un fiasco. De Sica vi rappresentava la parte di un soldato friulano con una tale misticanza di linguaggio da uscirne una specie d’esperanto.

Quelli furono gli ultimi tratti della compagnia; a Milano, dove aveva rappresentato «Week end» di Coward con qualche successo, Mario Mattòli si offrì di rilevarla per metterla sotto la insegna di Za Bum, nella forma di spettacolo musicale da lui lanciata. E quello che non avevano potuto fare delle buone commedie, recitate alla perfezione, fecero le riviste e le canzonate: il pubblico si riversava a torrenti a sentire «Lodovico» e «Dura minga», per la ragione, oltretutto che non aveva mai visto spettacoli di rivista recitati con tale gusto. Da allora ha inizio la popolarità di De Sica, che diventa il divo nazionale, l’idolo delle signore e delle dattilografe, il destinatario di migliaia di lettere che finiscono per togliergli la pace e persino le materiali soddisfazioni del successo. Per un uomo dei suoi gusti, ora che abbiamo imparato a conoscerlo meglio, era troppo. Difatti, un giorno che si vide attorno alla prova una dozzina di girls, ingaggiate per rendere lo spettacolo sempre più attraènte, si ribellò e troncò ogni rapporto con la compagnia. Mise su una formazione De Sica Rissone Tofano e poi una De Sica Rissone Melnati, che fecero conoscere al pubblico il miglior repertorio comico-sentimentale degli autori italiani, da Gherardi a De Benedetti; poi, pian piano De Sica cominciò ad allontanarsi dal teatro, per lo meno da un’attività teatrale continuativa.

Era entrato di mezzo il cinema; in realtà la conoscenza col cinema, in qualità di attore, De Sica l’aveva fatta a dieci anni recitando una particina ne «L’affaire Clemenceau», regia di Bevilacqua, con Francesca Bertini e Gustavo Serena. De Sica vi rappresentava Clemenceau piccolo, cioè Serena, per una vaghissima somiglianza con l’attore. Ma quando, ormai giovinotto e già in arte, presentano un suo provino a Stefano Pittaluga, ecco rispuntar fuori l’eterna questione del naso. «Non mi faccia più vedere quel De Sica!» grida infuriato Pittaluga a chi gli propone per qualche particina il giovane attore. «Con quel naso, come vuole che possa reggere sullo schermo?» Finché Palermi si decise, anni dopo, ad affidare a De Sica una particina ne «La vecchia signora»: un tipo di bulletto romano che sfotte un vetturino con la canzonetta divenuta famosa: «Zaganè, zaganè...».

LE DONNE LO ASSALTANO

Finalmente Camerini, che ha già pronta la sceneggiatura di «Gli uomini che mascalzoni!» ed è alla ricerca del protagonista, mette gli occhi su De Sica: ma come far digerire alla produzione la questione del naso? Un primo provino è rifiutato, un secondo anche. Il guaio è che quel benedetto naso sta sopra due guance allampanate che lo fanno sembrare ancora più lungo. Terzo provino: Camerini ha avuto una trovata, metterà dell’ovatta nelle guance dell’attore per farle sembrare più grasse. E difatti all’apparenza l’attore sembra reduce da una cura ricostituente. Ma quando tenta di dire la battuta gli escono dalla bocca suoni inarticolati, soffi gutturali misti a filamenti di ovatta, per cui Camerini decide senz’altro di togliergli la ovatta di bocca e dargli la parte.

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1942, in «Liolà» di Pirandello. De Sica alternava ancora l'attività teatrale con il cinema. Fu il protagonista di "Gli uomini, che mascalzoni!».

«Gli uomini che mascalzoni!» sembrò dare un nuovo indirizzo al cinema italiano: un indirizzo umano, realistico, con un protagonista di estrazione diversa da quella del solito borghesuccio reduce da un’avventura galante. Purtroppo i tempi non erano maturi; il film servì soltanto a dare un grande successo a Camerini e a moltiplicare la già grande popolarità di De Sica. Era ormai il numero uno del cinema italiano; non si parlava più del naso lungo, ma del sorriso schietto, simpatico, il sorriso alla De Sica. E con la popolarità del cinema di nuovo le donne all’assalto, stavolta un esercito innumerevole, aggressivo. De Sica, invece, qualche anno dopo si sposava con Giuditta Rissone, che aveva condiviso gli anni di miseria e di amore per il teatro. Li si vedeva sempre insieme, una coppia che avrebbe scoraggiato la più ostinata delle spasimanti: c’era tuttavia chi osava, nonostante tutto. Una sera, a Livorno, De Sica e la Rissone rientrano in albergo e trovano l’anticamera gremita di corridori automobilistici per la Coppa Ciano. Alcuni si son portati dietro la moglie o l’amante. La Rissone va all’ascensore, De Sica si trattiene al bureau a ritirare la posta, poi si accinge a salire anche lui nell’ascensore, che nel frattempo, deposta la Rissone al terzo piano, è tornato giù. Distratto De Sica ha aperto la porta della cabina e fa per entrarvi, allorché una donna, staccatasi dal gruppo dei corridori, gli si affila dietro. L’ascensore parte. De Sica: «A che piano?». Signora: «Dove vuole» (Pausa, poi guardandolo fissamente negli occhi) «Lo sa che lei è il tormento delle mie notti insonni?» De Sica: (compito, discorsivo) «Lei è di Livorno?» Signora: «Perchè mi tormenta?» Frattanto l’ascensore sta per arrivare al terzo piano, dove la Rissone aspetta sul pianerottolo che il marito la raggiunga. Nella cabina, invece, la signora minaccia di passare a vie di fatto. Per evitare incontri spiacevoli* De Sica ferma l’ascensore e spinge il bottone del pianterreno. Signora:

«Non giù, c’è il mio amante». De Sica rimanda in su. Voce della Rissone dal pianerottolo: «Insomma, ti decidi o non ti decidi a salire?» Nella cabina. De Sica (indicando nella direzione della voce) «Mia moglie». Stavolta è la signora a spingere il bottone del pianterreno, e il folle andirivieni non cessa finché De Sica non si arrende e concede un appuntamento. Che poi, naturalmente, andò in bianco.


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* TERZA PARTE *

In De Sica regista si accoppiano la furberia ciociara, il buonsenso romano e la prudenza napoletana. Nei docili personaggi dei suoi film si riflette il suo animo mite, perennemente alla ricerca di una autentica serenità

Il lettore che ha seguito queste note biografiche di Vittorio De Sica, è in grado di comprendere da se stesso per quale strada l’attore di teatro sia arrivato alla regia cinematografica. Il punto di partenza, come s’è detto, fu il film «Gli uomini che mascalzoni», diretto da Camerini, che fece di De Sica 'l’attore più popolare del cinema italiano. Gli fu perdonato il naso, quel naso antifotogenico che fino a quel momento con molta esagerazione lo aveva tenuto lontano dal cinema italiano. Chi dimostrò di avere un buon naso fu Camerini puntando con ostinazione sul suo protagonista; e anche De Sica dimostrò di avere in realtà un naso eccellente, allorché sentì che era ormai il momento di camminare da solo e di assumere la direzione di se stesso e dei suoi collaboratori. Frattanto, proprio alla vigilia di iniziare le riprese di «Uomini che mascalzoni», gli era morto il padre, il caro Umberto De Sica, l’amico e fratello più che padre, il sostegno delle ore difficili, il cordiale filosofo della vita. Era stato lui a vincere certa riluttanza ed esitazione di Vittorio di fronte al cinema, ancora considerato il fratello bastardo del teatro; e quando andò in proiezione il film «Una vecchia signora», fu il primo in cui De Sica interpretò una parte di qualche rilievo, si poteva vedere ogni giorno tra i ragazzini e le donnette che aspettavano l’inizio del primo spettacolo al cinema Barberini, un vecchio e distinto signore, con un’aria da ufficiale in pensione, che faceva pazientemente la fila per non perdere un solo fotogramma del film. Quando finalmente lo ebbe tutto nella mente, immagine per immagine, cronometrò i tempi delle apparizioni del suo ragazzo e rientrava in sala soltanto per vedere lui. Non perse una proiezione. Questi buoni ricordi della vita col padre influirono non poco sullo sviluppo della psicologia di De Sica.

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De Sica durante la lavorazione di «Miracolo a Milano» il suo ultimo, discusso, film. Dal giorno in cui il popolarissimo attore s’è dedicato alla regia ha firmato quattro film: non per pigrizia ma per coscienza. E' un lavoratore sodo; gli piacciono le cose precise sino ai minimi particolari.

In possesso dunque, dopo una serie di interpretazioni, non ancora dell’esperienza tecnica ma certamente della sensibilità necessaria per giudicare le qualità di un copione e le sue possibilità di realizzazione, De Sica fece il gran passo verso la regìa. Lo sollecitava il paragone con alcuni registi che aveva visto al lavoro o già covava nell’animo un più alto disegno? Era il protagonista di «Uomini che mascalzoni» o il fine dicitore, l’idolo delle donne, che si accingeva a dirigere gli altri? Tutto lascia presumere che De Sica, sia pure istintivamente seguisse un piano, tendesse verso una precisa direzione; ma oltre al gradualismo Che è tipico di tutte le nature come la sua, la furberia ciociara, il buon senso romano e la prudenza napoletana, che per nascita ed eredità fanno parte del suo carattere, lo consigliarono di andar piano, farsi le ossa, crearsi una firma commerciale per affermarsi con autorità nel campo della finanza cinematografica prima di liberarsi da ogni pastoia ed essere interamente se stesso. Cominciò dunque con lo scegliere, come soggetto del suo primo film, una commedia assai fortunata e popolare, «Due dozzine di rose scarlatte», di Aldo De Benedetti, e con l’appoggiarsi per la parte tecnica ad uno dei più esperti routiniere dello schermo, il simpatico e pittoresco Peppino Amato, firmando assieme a lui la prima regia.

"I BAMBINI CI GUARDANO"

Il successo commerciale non si fece attendere, e consentì la De Sica di dirigere da solo «Maddalena zero in condotta» nel quale rivelò una mano leggera e un singolare intuito nella scelta di nuovi attori; nel film fanno infatti la loro prima apparizione Carla del Poggio e Irasema Dilian, due attrici che poi hanno continuato con successo la loro carriera. Nel film successivo, «Teresa Venerdì», debuttò Adriana Benetti, un’altra principiante. La mano del regista si era affinata e scaltrita il suo occhio aveva scoperto il linguaggio degli oggetti attraverso l’obbiettivo: un effetto di luce, una strada deserta, un qualsiasi oggetto della vita familiare, rivelava attraverso lo obbiettivo, come attraverso un magico filtro, la propria anima, la propria carica di poesia. Questa scoperta concluse il primo periodo della sua attività di regista e aprì il secondo che si inaugura con «Un garibaldino al convento» nel quale la grana delle immagini, l’atmosfera di certi esterni cominciano a rivelare una natura particolare e riconoscibile, in altri termini uno stile. «Un garibaldino al convento» contiene le ultime concessioni del regista al gusto commerciale. Ormai, essendo nelle buone grazie dei mercanti di pellicola, De Sica si sentiva in grado di affrontare un tema di suo totale gradimento; e in «I bambini ci guardano», tratto dal romanzo, «Pricò» di C. ' G. Viola, ecco apparire due temi fondamentali della sua gamma poetica: l’infanzia e la socialità.

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Durante una pausa della lavorazione di «Ladri di biciclette». De Sica si diverte con il piccolo protagonista del suo film. Da anni sognava di poter girare questo film. Si dedicò anima e corpo alla sua realizzazione.

Per modestia e per convinzione De Sica sostiene di essere un regista nato dall’esperienza e non dalla sollecitazione di un particolare messaggio da recare agli uomini in attesa. Ciò è vero solo nel senso che egli non ha un messaggio astratto, intellettualistico, prefabbricato, da sbandierare con pedanterìa. Chè in un altro senso ogni uomo che per poco sollevi la testa al di sopra delle preoccupazioni della vita quotidiana, porta con sè il suo messaggio: e cioè il suo temperamento e le sue convinzioni, un certo modo di dare una spiegazione delle cose, di interpretare la gioia, il dolore, i sentimenti fondamentali dell’uomo. E De Sica si portava dietro codesto fardello, fin da quando recalcitrava di fronte al ruolo di amoroso, o rifletteva sullo spettacolo della morte, sopratutto la morte squallida e solitaria dei poveri, o sulle sofferenze dei feriti negli ospedali militari, o sul brulichio umano dei bassi di Napoli. Un curioso destino lo portava alla popolarità per tutt'altra strada da quella che egli aveva la vocazione di percorrere. Ed egli pian piano se ne era liberato, con coraggio ma anche con furberia e con tempestività. E ne «I bambini ci guardano». che ancor oggi, a un decennio di distanza, corre con successo la Francia, malamente tradotto «La faute d’une mère», De Sica muove il suo primo attacco all’ottusità borghese in nome di un principio che ricorrerà poi in tutti i suoi film: «Maxima debetur puero reverenda». Ma al pubblico elegante della Quirinetta, dove il film fu dato in prima visionè, a quella società in cerca di narcotici per distrarsi dall’incubo di una guerra che ormai s’annunziava perduta, quel richiamo alla coscienza non andò a genio. Molti produttori e noleggiatori, che fino allora si erano disputata la firma di De Sica, storsero la bocca. Era inaudito che il regista montato dalla pubblicità come il primo violino del genere comico sentimentale si scoprisse ad un tratto come un uomo pensieroso, turbato dallo spettacolo del dolore più assurdo e indicibile: il dolore infantile.

Ma non si fece in tempo a impiantare sul film una discussione di più ampio respiro, perchè frattanto le cose erano andate a precipizio. E De Sica si trovò nella condizione di tutti coloro, che aspettavano con angoscia l’ordine di trasferirsi al nord, con incarichi della repubblica sociale italiana. L’ordine difatti ci fu, ma per la verità, almeno da parte delle gerarchie responsabili, non andò più in là di una cortese sollecitazione. Ci fu soltanto un piccolo burocrate zelante, che ogni giorno, appena scoccata l’ora del coprifuoco, telefonava al regista per rammentargli le richieste governative. Più grave e pericoloso fu invece un invito del dottor Goebbels di girare un film a Praga. Pacifico e pacifista De Sica cominciò sul serio a riflettere alla eventualità di una sua avventura di ribelle, allorché gli venne incontro la provvidenza sotto le specie di un invito di Salvo d’Angelo a dirigere un film per il Centro Cattolico cinematografico. Nacque così «La porta del cielo», ispirato a un viaggio del treno bianco al santuario di Loreto, e girato tra difficoltà d ogni sorta, dal materiale, ai mezzi di trasporto, ai pericoli di cui allora era seminata la strada. Non potendo per ' ragioni militari girare il film a Loreto, si scelse per sostituire il santuario la basilica di San Paolo con opportuni accorgimenti scenografici. E De Sica a raccomandarsi alle duemila comparse che rappresentavano la massa dei fedeli, di rispettare il luogo sacro secondo i precisi impegni che egli personalmente aveva preso col vescovo. Ma le comparse del cinema, è risaputo, sono peggio delle cavallette. La chiesa fu purtroppo teatro di scene poco edificanti, finché un giorno, impaurita da un passaggio di aerei che sganciarono qualche bomba nella zona industriale, la massa delle .comparse si abbandonò a tale sconcio disordine, che il vescovo intimò al regista di abbandonare seduta stante la chiesa. Per tutte queste ragioni la lavorazione del film andò per le lunghe, oltre i termini previsti.

NASCITA DI "SCIUSCIÀ"

«Vatican» diceva il regista allargando le braccia ai funzionari tedeschi che venivano a rammentargli l'offerta di Goebbels. Assicurava che appena finito quel lavoro per il Vaticano sarebbe stato onoratissimo di accettare Piovilo tedesco. E intanto «La porta del cielo» era diventata come la fabbrica di San Pietro: piò ci si lavorava più c’era da lavorarci; e i tedeschi avevano allora troppe grane per preoccuparsene. Quanto a De Sica, la speranza e la possibilità di restare al Sud valeva assai piò dell'unica messa di Enrico IV per conquistare Parigi. Era talmente impegnato in codesto duello diplomatico a base di espressioni desolate con gli agenti nazi per il ritardo del film che gli impediva di seguirli a Praga («Vatican», «Vatican» ripeteva allargando le braccia), che fece appena in tempo ad accorgersi che a Roma erano entrati gli americani: e che il posto lasciato vuoto dal terrore nazi era stato prontamente riempito dal complesso della disfatta, con il tuo disorientamento morale, i suoi squilibri, la sua angoscia penetrante.

Ancora una volta gli occhi di De Sica incontrarono per la strada occhi di bambini, sciamanti come resti di greggi senza pastore, piccole bande di miserabili, con giacche da uomo fino alle caviglie e bustine militari dalle cocche pendenti sulle guance smunte. Curvi sugli stivali dei liberatori, davano di spazzola e di saliva, lesti ad afferrare a volo, con la mano spiccia, una cicca di americana. «Sciuscià!» gridavano appostati in piccole batterie ai passaggi obbligati dei «Resi center» e dei «N.A.A.F.I.E.F.I.» dove presentarsi con le scarpe lucide era d'obbligo più che mai. «Shoc shine!» gridava il piccolo lustrascarpe incontralo da Emilio Cecchi a un crocicchio di Nuova York. E la sua vocina di scoiattolo tremava nella tramontana gelata. Non un oceano ma appena un angolo di strada divideva i nostri da quell'altro piccolo lustrascarpe, cui non giovava l'inconsapevole vantaggio di gridare il suo articolo in lingua originale. I nostri si consolavano con la compagnia. Da questo soffio di universale pietà per l'infanzia nacque nella stagione critica del dopoguerra italiano «Sciuscià» di De Sica. Schivato dalle platee italiane avide di film commerciali americani, arrivò in America ed ebbe l’Oscar. Cosi si ristabiliva il commercio estero dell’intelligenza.

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Fazzoletto in testa per difendersi dai raggi del cocente sole romano, De Sica dirige una scena di «Ladri di biciclette» tra le bancarelle di Piazza Vittorio. Per questo film David O. Selznick aveva proposto Cary Grant ma De Sica non lo trovava adatto al ruolo: voleva Henry Fonda; ma tutto andò a monte e il regista finì col preferire Lamberto Maggiorani. A Londra De Sica raccontò, invano, la trama del film a centinaia di possibili finanziatori.

Un anno di documentazione fotografica era costata a De Sica la preparazione di «Sciuscià»; espose un saggio di codesta documentazione in «Film d’oggi» una rivista progressiva di cui era uno dei direttori. Intendeva collaborare a un’opera di ri' costruzione e di pace e invece la rivista cominciò col proporre la fucilazione per una attrice nordista. Poi fu la volta di Jenny Hugo proposta anche lei per il plotone di esecuzione. De Sica si dimise, ebbe uno scambio di lettere con la direzione che premeva perchè restasse. Finalmente le dimissioni furono accettate.

«Sciuscià» scontentò la produzione e il noleggio, tolse a De Sica il credito di cui fino allora aveva goduto. Per mettere in cantiere «Ladri di biciclette», un'altra storia di un bambino che lavora e guarda con occhi spalancati i gesti dei grandi, De Sica dovette aspettare due anni, durante i quali girava come un commesso viaggiatore per piazzare l'articolo. Fu invitato anche a Londra per studiare la possibilità di una collaborazione italo inglese. E il produttore inglese che l’aveva invitato, temendo che il regista si incontrasse con gruppi rivali, lo chiuse in una sua fattoria fuori Londra e lo assediò, per intrattenerlo, con un sequenziario di visite da parte di eventuali compartecipi nell’affare. Ogni colloquio era un «drink» e un nuovo racconto della vicenda; alla sera, con la testa che gli ronzava per i fumi dell’alcool, inebetito dall'ossessione del soggetto che aveva raccontalo per la millesima volta, il regista era riaccompagnato nel suo albergo, in condizioni tali da non aver più la forza nè la voglia di parlare con altri. Cadeva dentro il letto e di nuovo veniva prelevato la mattina dopo e ricondotto alla fattoria.

In che lingua poi avvenissero codeste conversazioni non è facile stabilire. Quando il suo vocabolario inglese e francese veniva meno, De Sica si faceva forza ricorrendo allo esempio di Peppino Amato, che raccontò in francese all'inglese Rabbinovich il soggetto della napoletana «Assunta Spina» cominciando dal titolo: «Assunte Spina» e via di seguito, finché «ecoppe Naples avec son fraglier» (scoppia Napoli col suo fragore). Il fragore e tutto il resto della colonna sonora, comprese importanti canzoni partenopee, era interpretato da De Sica, man mano che Peppino Amato procedeva negli sviluppi della vicenda. Così, a Londra, un drink dopo l'altro, De Sica raccontava agli inglesi nella fattoria di campagna «Ladri di biciclette», recitando la parte del padre, del figlio e della bicicletta, intercalando dove occorreva il liet motiv del film, piangendo con lacrime vere, imitando i rumori della strada, e il fruscio dei razzi della bicicletta. Usciva un gruppo. entrava un altro gruppo e di nuovo lacrime, musica, canto, onomatopee. La sera crollava. Non riuscì a vedere Rank nè ad incontrarsi con Laurence Olivier.

La storia arrivò alle orecchie di Selznick. che lesse le dieci paginette del soggetto e propose l’interpretazione di Cary Grant, come il box office numero uno per il noleggio. De Sica, con tutto il rispetto e l’ammirazione per Cary Grant non lo riteneva idoneo alla parte dei protagonista; voleva Fonda. Ma il box office di Fonda non valeva quello di Grani. Fu cosi che andò a monte un affare di parecchi milioni di dollari. La storia di «Un miracolo a Milano» è di questi giorni. Interesserà sapere, a questo proposito, che il tanto discusso finale del film è stato girato in tre varianti, di cui s’è scelta l’ultima per la migliore qualità dei trucchi. In un altra versione i poveri, appena hanno decollato sulle scope, invece di mettere la prua in alto, il che può far presumere che il paese dove «buongiorno significa veramente buongiorno» sia il cielo, (cioè che i poveri non abbiano altro scampo che la morte) si portavano a filo di un litorale e poi prendevano il largo, sempre diretti verso il «regno» dove buongiorno ecc. ecc. Il quale «regno» non può essere l'Unione delle Repubbliche Sovietiche, giacché è per lo meno dubbio che in un paese dove la ragion di stato istituisce la normalità della menzogna, buongiorno significhi veramente buongiorno.

C'è una terza versione, secondo la quale i poveri volano per tornare su) campo delle baracche dove il capitalista sta tenendo un discorso. Dirottano verso un altro campo che sembra libero ma scorgono un cartello su cui è scritto «proprietà privata». E’ allora che spariscono verso l'orizzonte.

Questo racconto è il frutto di una serie di colloqui che ho avuto con De Sica, tra un viaggio e l’altro del regista alla ricerca dei personaggi di «Umberto D.», il nuovo film in preparazione, soggetto e sceneggiatura di Zavatiini. E’ la storia di un piccolo borghese, ed è dedicato alla memoria di De Sica padre, Umberto De Sica, sebbene non vi sia alcun intenzionale riferimento tra i due nomi. Sarà il quarto film in nove anni: non è pigrizia, è coscienza. De Sica è un lavoratore sodo, gli piacciono le cose precise fino alle minuzie. Per certi effetti di luce in «Miracolo a Milano» s’è alzato per giorni e giorni prima dell’alba per cogliere l’attimo propizio da fissare nell’obbiettivo. Se si vuol trovarlo a casa bisogna telefonargli prima delle otto. Allora è sempre personalmente lui a venire al telefono. Poi sparisce e, salvo appuntamento, chi riesce a pescarlo è bravo.

Giorgio Prosperi, «La Settimana Incom Illustrata», 1951


La_Settimana_Incom_Illustrata Giorgio Prosperi, «La Settimana Incom Illustrata», 1951