E così sono diventato Walter Chiari

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Questa è la prima puntata di un racconto divertente, che avevamo chiesto a Walter Chiari e che Walter Chiari, per modestia, non ha voluto scrivere. La stesura è stata affidata ad Oriana Fallaci, che ha lasciato il racconto in prima persona e non ha mutato le parole raccolte dalla viva voce dell’attore. Non si tratta perciò di una autobiografia secondo il senso consueto ma piuttosto di una serie di episodi, a volte comici a volte sentimentali, raccolti e riferiti fedelmente.

Prima di tutto non mi piace il mio ciuffo. Il mio vero nome è Annicchiarico, lo sapete. Non andavo volentieri a scuola. A fare la boxe, sì. Ero amico dei Barboni e dei Barbacci. Timido, ma proprio timido con le donne.

Non piace parlare di me. C’è una specie di timidezza, o di pudore, che di solito mi trattiene dal farlo. Per quale ragione, chiedo, gli attori devono rendere conto agli altri della loro vita? A questa domanda alcuni oppongono una risposta che ritengono definitiva. Gli attori, dicono, appartengono al pubblico, la loro esistenza si svolge su un palcoscenico anche quando non recitano, la curiosità più esasperata è nei loro riguardi legittima: chiunque esca dall'ananimo ha il dovere di accettare l’interesse e il giudizio degli altri. Se ciò è vero questa è una ragione per cui non mi piace nemmeno essere attore e non mi piacciono gli attori in genere. Mi sembra una cosa importante da dire dal momento che devo parlare di me. C’è troppa casualità, fortuna o favore nel fatto di diventare un attore perché sia lecito sentirsi privilegiati di esserlo. Inoltre gli attori non riescono quasi mai a salvare la loro personalità, sono schiavi del pubblico e dei loro personaggi, raramente mostrano la loro vera faccia. Anche questa è una cosa da dire. Noi attori abbiamo due facce: la nostra e quella che mostriamo agli altri. La nostra ce la teniamo quando nessuno ci vede, o dormiamo, o ci facciamo la barba, tutt'al più quando siamo innamorati.

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VERONA. Walter Chiari a sei anni posa insieme agli altri bambini di prima elementare ed al maestro sulla scalinata del municipio di Verona. Walter Chiari è quello in prima fila, indicato con l’asterisco. L’uomo in primo piano sotto, col cappello nero e l'ombrello, è Omero Annicchiarico, padre dell’attore. Anche da piccolo Chiari era turbolento.
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L’altra la tiriamo fuori quando si esce di casa, si va in automobile (le nostre automobili hanno quasi sempre colori insopportabili e fanno un rumore eccessivo), ci presentiamo davanti ad una platea o ad una macchina da presa o, semplicemente, quando si entra in un ristorante. La gente allora ci guarda e noi siamo portati, irresistibilmente, ad apparire quali non siamo. Ecco un esempio. Da anni io porto un ciuffo spettinato sulla fronte. Quel ciuffo è tra le cose che detesto di più. Lo porto perché il pubblico lo esige: è abituato a vedermelo e resterebbe male se lo togliessi. Però, la prima cosa che faccio entrando in casa mia è di tirar fuori un pettine e di ravviarmi. Quando dormo o nessuno mi vede sono pettinatissimo.

Ora dovrei raccontare la mia vita. A me sembra un po’ presto dal momento che ho solo trentun anni, e un po’ buffo dal momento che non ho scoperto la penicillina né qualcosa che serva a guarire dalle conseguenze della penicillina. Faccio solo ridere quando parlo e questo non mi sembra un titolo di merito sufficiente. Ma, mi si obietta, la vita di un attore interessa oggigiorno più della vita di uno scienziato. Chi la pensa in modo diverso, sia indulgente. Prima di cominciare il discorso mi sono pettinato il ciuffo all’indietro.

Sono nato a Verona, l’8 marzo 1924. Il mio vero cognome è Annicchiarico e le origini della mia famiglia sono modeste. Il babbo e la mamma, entrambi meridionali, erano contadini, sia pure di quelli possidenti. Debbo parlare di loro perché non si tratta di tipi qualsiasi. In un certo senso assomigliano ai personaggi di un racconto pionieristico, spesso mi vien fatto di paradugiavo a sognare cosa ci fosse dietro finché decisi che c'era un giardino di streghe, con gli alberi rossi), un tombino dentro il quale si vedevano strani riflessi e si potevano immaginare i casi più misteriosi, un muro sul quale era cresciuto un albero portato dal vento, una grondaia rotta che nei giorni di pioggia provocava sul selciato un piccolo lago nel quale si poteva vedere orridi abissi e il mondo a capo all’ingiù. A me sembrava una piazza immensa e quando l’avevo attraversata due volte mi sentivo morto di stanchezza. Poi, da grande, ci sono tornato e ho scoperto che era piccolissima, in due salti si attraversa. Non dovremmo mai tornare nei luoghi incantati della nostra fanciullezza. Si sciupano i ricordi ed è come se rubassimo qualcosa al passato.

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ALTAMURA. Enza Annicchiarico, la madre di Walter Chiari. I genitori del comico sono entrambi meridionali. La signora Annicchiarico è maestra elementare ed ha insegnato per molti anni. Walter la paragona al personaggio di Melania, la dolce eroina di «Via col vento».

ERO UN BAMBINO RIBELLE E SOGNAVO DI FARE IL GIORNALISTA

Avevo sette anni quando lasciammo Verona, e fu una cosa straziante. Ricordo ancora il giorno in cui la mamma mi disse: «Sai, il babbo è trasferito, andiamo a Milano». Fu peggio di uno schiaffo. «Cos’è Milano?» chiesi con la voce strozzata, soffocando la voglia di piangere. «Scemo», rispose Osvaldo, «Milano è una grande città». «Non mi piacciono le grandi città», urlai scappando. Non avrei più visto i miei piccoli amici, non sarei più andato con loro lungo gli argini del fiume a pescare i lombrichi e a guardare i barconi, e questo mi sconvolgeva. Mi sembrava che tutto fosse finito, perché ero convinto che il mondo cominciasse e si esaurisse a Verona e il resto fosse vuoto e buio, come una cantina. Per il dolore mi rifugiai in soffitta e singhiozzai finché mi venne una gran fame. Allora presi un barattolo di ciliege sotto spirito e, pur di non andare a tavola, le mangiai tutte, ubriacandomi. Fu quella l’unica sbronza della mia vita perché non mi è mai piaciuto bere alcoolici, preferisco il latte. Arrivai a Milano che ero ancora brillo e la città mi parve orribile: non avrei mai immaginato di amarla tanto, un giorno. Orribile mi parve anche la casa in cui andammo ad abitare e il suo solo pregio consisteva nell’essere vicino al Naviglio; con un po’ di fantasia potevo illudermi che fosse l'Adige più piccolo e sudicio. La fantasia mi ha sempre aiutato regalandomi tutte le cose che non potevo avere.

A Milano mi toccò anche andare a scuola. Non mi è mai piaciuto andare a scuola: non perché detesti imparare (tutto quello che so l’ho imparato da me), ma perché sono sempre stato insofferente di ogni discliplina. Odiavo la matematica e tutto ciò che richiedeva applicazione. Ero bravo solo in italiano, in mezz’ora ero capace di fare il mio componimento e altri due per i miei compagni. Anche allora mi piaceva scrivere, dicevo sempre che un giorno avrei fatto lo scrittore e il giornalista e avrei girato il mondo raccontando fatti meravigliosi. Il maestro si torturava per me, pensando che avrei potuto essere il primo della classe. Il maestro era uno strano giovanotto con la barba rossa e a me ricordava quei quadri dove si vede Gesù Cristo col cuore in mano. Per riuscirci gradito fischiettava le canzonette in voga, era difficile fargli dispetto, per dargli meno noia possibile avevo scelto un posto nell'ultimo banco a destra, vicino alla porta. Ma ero molto alto e quando facevo il buffone mi vedeva lo stesso. Allora diceva con voce lamentosa: «Annicchiaaaricooo...». Io capivo, mi alzavo ed uscivo. Non sono molto cambiato da grande. Quando giro un film mi diverto ancora a far arrabbiare il regista, come se fosse un maestro di scuola, e quando entro in un luogo affollato vado sempre a sedermi vicino agli usci, cosi se combino qualcosa di grosso faccio prima a scappare.

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VERONA. Da sinistra a destra: Ada, Benedetto, Walter, Il bambino in seconda fila è Osvaldo, il primogenito. La fotografia fu scattata nel 1930 quando la famiglia Annicchiarico era ancora a Verona, ma stava per trasferirsi a Milano per seguire nei suoi spostamenti li padre, impiegato della questura. A Milano la famiglia si stabili poi definitivamente.

Non ero, neanche allora, un modello di correttezza. Quando le lezioni erano finite passavo da casa, buttavo i libri sul balcone (abitavo al primo piano) perché mia madre credesse che ero in camera mia e poi andavo per strada a giocare. Oh, non ci volle molto a scoprire che anche Milano poteva essere una meravigliosa città. La lettura di Tom Sawyer mi aveva istruito sul modo di formare le bande e presto ne misi insieme una che si chiamava c la Domenichino» dal nome della strada nella quale abitavano quasi tutti i suoi componenti. Avevamo cambiato casa ed ora vivevamo in corso Vercelli, lontano dalla mia banda, ma ero ugualmente il capo. I miei fedeli si chiamavano Gemelli Nasoni (si chiamavano davvero così), i Sette Golia (tutti fratelli, magri e piccolissimi) e Bracioline. Non mi sono mai annoiato con loro, del resto non ricordo di essermi mai annoiato in vita mia. Giocavamo al calcio e rubare la frutta era la nostra specialità. Insieme al Bomba, un ragazzo che mi faceva da segretario, avevo fatto una carta topografica di San Siro e vi aveva disegnato tutti gli orti da saccheggiare. Ogni orto aveva un colore. Giallo voleva dire orto di pesche; arancione, orto di albicocche; rosso, orto di ciliegie; verde, orto di fichi. Non c’era pericolo di sbagliare e quando il signor Paolo lo seppe volle congratularsi con me.

Il signor Paolo fu il più grande amico della mia adolescenza. Era un vecchio bellissimo, con la barba e le ciglia candide, sembrava Mosè, o il capitano Nemo. Aveva viaggiato per tutto il mondo, parlava inglese e in un certo senso assomigliava a Mirto Soldati vecchio. Questo naturalmente l'ho scoperto più tardi, quando ho conosciuto Soldati. Dirò anzi che mi sono affezionato subito a Soldati perché assomigliava al signor Paolo; e questo Soldati non lo sa; spero non se ne offenda, se lo legge. Egli parlava sempre tenendo in bocca un ramoscello fresco di mortella, e quando l’aveva masticato tutto ne cercava un altro e ricominciava da capo. Non riesco a ricordare il signor Paolo senza quelle foglioline verdi che gli pendevano dalle labbra pallide, quasi dovessero rinfrescare l’antichità del suo volto. Era uno psicologo straordinario. Mi diceva: «Si vede che sei nato a Verona, hai la fantasia di un Salgari. Però Giulietta e Romeo ti hanno stregato». Aveva capito che ero un sentimentale e che di nascosto scrivevo poesie: una cosa che nessuno sospettava dal momento che mi piaceva tanto tirare i cazzotti. Al signor Paolo piaceva che fossi cosi sudicio e disordinato, che andassi sulle biciclette senza freni bloccando la ruota anteriore col piede, che stessi lunghe ore disteso su un muricciolo a guardare il cielo. «Sei un incosciente», diceva, «e questo, socialmente, è un difetto. Potrebbe servirti solo se tu facessi l’attore. Chissà che tu non diventi attore, un giorno». Io rispondevo con una spallata. Non ricordo di avere mai pensato di fare l'attore, come non ricordo di essermi mai posto nella vita un programma preciso. Il futuro è sempre stato nebuloso per me e lo è ancora. Mi fa fatica pensare a quello che succederà domani. Meglio lasciar fare al caso e aspettare, tanto in un modo o nell’altro le cose si aggiustano.

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RICCIONE. Walter Chiari a quindici anni. È il secondo da sinistra. La ragazza alla sua destra è Ada, la sorella morta diciottenne. Alla sua sinistra stanno il padre, la madre, il fratello minore. Benedetto, e il fratello maggiore, Osvaldo. A quindici anni Walter Chiari aveva già incominciato a fare la boxe e lavorava all'Isotta Fraschini come impiegato.

IL PRIMO AMORE ARRIVÒ PEDALANDO IN BICICLETTA

Per questo adoravo i Barboni. E spesso li andavo a trovare nelle luride baracche al di là del Naviglio. Mi piaceva il loro modo di vivere ai margini della società, il loro gusto d’essere sudici e liberi. Li paragonavo ai rondoni: brutti, pesanti, ma capaci di volare altissimi. Ci fu un Natale in cui rubai per loro tutto lo champagne e i panettoni di casa e fu forse il più bel Natale della mia vita. Se un giorno farò il regista, che è il sogno di tutti gli attori, metterò nel mio film la scena del brindisi. Bevemmo tutti dentro la stessa scatoletta di latta e quando toccò a me il Barbone più vecchio, in segno di rispetto, pulì l’orlo con la manica della sua giacchetta untuosa. Cari Barboni: crescendo mi sentivo più vicino a loro che non ai ragazzi della mia età che già fischiavano dietro alle ragazze e la sera andavano a far l’amore dentro le porte. Io non avevo flirt. Sono sempre stato timido (ancora oggi lo sono) e la mia timidezza si manifestava soprattutto con le donne. Mi facevano paura. Intuivo, anche da ragazzo, che esse costituivano un pericolo per me. Infatti sono capace di fare a pugni con cinque marinai ubriachi contemporaneamente, posso spaccare un albero con pochi colpi, affrontare una platea ostile senza tremare, ma di fronte ad una donna graziosa, o gentile, o spiritosa crollo come uno scemo, mi sento debolissimo e perdo l'appetito. Per questo le ho scansate per tanto tempo e le ho conosciute, nel senso più completo de. termine, quando ero ormai un uomo. Va da sé che la prima volta in cui mi sono innamorato avevo solo quindici anni.

Lei si chiamava Nora, aveva un anno meno di me ed era bionda, minuscola e fragile. Assomigliava a Loretta Young e aveva gli occhi con le pagliuzze dorate. (Questa faccenda delle pagliuzze dorate l’ho ritrovata dopo nei libri, ma a quel tempo, giuro, non la sapevo e l’ho scoperta da me). Abitava in via Dome-nichino, suo padre era un uomo di lettere, sua madre una bella signora austriaca; e quando giocavo con la banda la vedevo sempre alla finestra, altera e irraggiungibile. Il nostro primo incontro fu comico. Io ero andato dall’ortolano di fronte per comprare le mele e non le avevo trovate. Attraversando la strada, irritato, m'accorsi che lei mi chiamava. Mi avvicinai col cuore in tumulto. Sorrideva, «Cercavi le mele?» chiese. E io: «Già». «Se ne vuoi una te la do io». Scompare un attimo e riappare subito con una mela: di quelle grosse, sugose, che vengono da Bolzano. Senza scendere di bicicletta, appoggio un piede sul muro, agguanto la mela e mi metto a mangiarla, a grossi morsi, e intanto scruto lei, sottecchi. Anche Nora mi guarda e, miracolo, sorride con dolcezza. Poi sospira. «Sei proprio un selvaggio», dice. «Non mi hai detto nemmeno grazie». «Grazie», balbetto io. E lei, subito autoritaria: «Va’ a cambiarti la camicia. Guarda come sei sudicio».

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MILANO. Walter Chiari col padre in una fotografia scattata recentemente nella loro casa di Milano, in piazza Tricolore 1. Omero Annicchiarico è un padre molto severo. Non voleva che Walter facesse il boxeur e non vedeva di buon occhio neppure il fatto che recitasse. Gli sarebbe piaciuto che il figlio fosse andato all'università.

Da allora ci vedemmo spesso. In bicicletta ci recavamo verso l’Olona e pedalavamo a lungo, incantati, senza parlare. Fu durante una di queste passeggiate che ci scambiammo il primo bacio. Una catastrofe. In seguito mi sono chiesto spesso come abbiamo fatto. Per quel che mi riguarda, certo non riproverei. Andavamo molto vicini e d’un tratto io tolsi le mani dal manubrio della mia bicicletta e le misi sul manubrio della sua. Poi mi chinai sul suo viso, chiusi gli occhi, anche lei chiuse gli occhi e la baciai. Ci trovammo a terra, legati come fiocchi tra le biciclette impigliate. Dio, che vergogna. Non avevamo il coraggio di rialzarci, né di guardarci in faccia; quando infine ci riuscimmo eravamo torvi, paonazzi e ci odiavamo. «Ti sei fatta male?». «Io no, e tu?». Sibilammo queste parole in fretta, tornammo a casa senza parlare, sulla porta ci dicemmo addio, decisi a non rivederci mai più. Invece ci rivedemmo e la nostra storia durò tre anni. Fu la più tenera e casta delle storie d’amore. Non sapevamo neppure come si facesse a baciarsi, eravamo dolcemente buffi. Lei perdonava tutte le mie bizzarrie. Mi perdonò perfino il sogno di diventare boxeur.

COME BOXEUR LE PRESI DA MIO PADRE. COSÌ DIVENNI BOXEUR E SCIUPAI IL MIO BEL NASO

La boxe fu il mio secondo amore. Sono stato sempre appassionato di sport e questa è la ragione per cui sono così robusto e sto bene in salute, non fumo e non faccio stravizi. Cominciai col nuoto iscrivendomi alla Rari Nantes di Milano, poi affrontai le corse del quattrocento metri ad ostacoli (questo mi permette ancora di fare salti considerevoli sul palcoscenico), poi il giavellotto e infine la boxe. Il mio interesse per la boxe era vagamente letterario. Dopo Mark Twain mi ero messo a leggere Jack London e le avventure dei pionieri che fanno a pugni per nulla mi avevano affascinato. Soprattutto mi aveva sedotto La valle della luna, che è la sagra dei pugni. Ma la suggestione definitiva me la offri Bernard Shaw col suo libro su Gene Tunney, La professione di Cashel Byron. È nota l’ammirazione che Shaw aveva per quel pugile (che aveva battuto Jack Dempsey) ed io mi dicevo: se un intellettuale come Shaw ammira i pugili vuol dire che la boxe è una cosa seria. Così ogni pomeriggio mi recavo a prendere lezione e presto fui in grado di sostenere i primi combattimenti. Il mio allenatore era Cecchi, che ora fa il manager al pugile D’Agata. «Potresti diventare un campione», diceva Cecchi, e per un certo periodo io lo sperai. Salire sul ring mi dava alla testa e mi sentivo fortissimo. In compenso non mi piaceva picchiare, avevo sempre paura di far male e gli avversari dicevano di me: «El vinc, ma el fa minga mal». Mi chiamavano «lo Smilzo» perché a sedici anni ero alto come ora, un metro e ottantatré, e pesavo solo cinquantasei chili. Mi chiamavano anche «l’Old Brown dell’Isotta Fraschini», alludendo ad un pugile negro, lungo lungo e secco secco, che a quel tempo era molto popolare, e al fatto che io lavoravo all’Isotta Fraschini.

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FREGENE. Walter Chiari insieme a Elsa Martinelli nella sua villa a Fregene. La cameriera alle loro spalle è Maria, che è anche la cameriera di Lucia Bosé. Questa fotografia è stata fatta la scorsa estate quando ebbe inizio l'amicizia di Chiari con la Martinelli, da poco tornata dall'America. Di lei l'attore parlerà nella terza puntata della sua biografia.

In quel periodo vinsi il Campionato lombardo novizi. Fu la più rocambolesca delle vittorie. Mio padre si opponeva, io ci andavo di nascosto e tutto sarebbe stato facile se la Gazzetta dello Sport non avesse parlato di me. Un giorno papà tornò a casa col giornale spiegato e tremando di rabbia mi mostrò il titolo che diceva: «Walter Annicchiarico vince il terzo turno. Stasera incontro finale alla Cesare Battisti». Povero babbo. Era pallido, tremava. «Tu non andrai, capito?» mi urlò negli orecchi e poi si mise a guardia dell’uscio, per sorvegliare che non uscissi. Inutilmente piansi, mi raccomandai. Fu irremovibile. L’incontro si svolgeva alle nove di sera, dieci minuti alle nove il babbo era ancora lì, a fare il piantone. Poi si stancò ed uscì, sicuro che avessi fatto ormai tardi. Subito mi gettai ai piedi della mamma, supplicandola. La mamma si commosse e dopo avermi soffiato il naso disse: «Su. va. Ma fa presto», come se si fosse trattato di andare a comprare un gelato. «Cinque minuti e torno», gridai precipitandomi per le scale. Raggiunsi col cuore in gola l'arena, salii come una funa sul ring. «Sei tutto sudato», diceva Cecchi, «non puoi combattere così». «Non importa», dicevo io guardando l’orologio, «ho fretta». Fu un combattimento furioso, disperato. L’ossessione di far presto mi rendeva veloce e bravissimo, non mandavo a vuoto un colpo. Alla fine della prima ripresa avevo vinto, praticamente, il campionato. «Bravo Annicchiarico!» gridava la folla. «Viva lo Smilzo!». Ma io non li sentivo, sapevo solo che dovevo rincasare subito, altrimenti il babbo mi avrebbe picchiato. Quando tutto fu finito, superai con un balzo le corde, raggiunsi il camerino, mi infilai i calzoni sulle mutandine da pugile e corsi a casa seguito da Cecchi.

Sul portone, le braccia conserte e gli occhi inesorabili, mi stava aspettando papà. Mi sentii "piegare le ginocchia. Avrei preferito affrontare Gene Tunney in persona. «Ti saluto», disse Cecchi saltando coraggiosamente su un tassì. Ero solo col più pericoloso avversario della mia carriera, e non sapevo che pesci pigliare. Per guadagnare tempo tentai il tono disinvolto. «Ciao», dissi raschiandomi la gola. Silenzio. «Ho fatto un giro». Silenzio. «Be’, è meglio dirti la verità: ho vinto». Silenzio. «Domani sarò sui giornali». Silenzio. Allora mi avvicinai per passare e in quello stesso momento il babbo mi afferrò. Aveva la faccia grigia, sembrava proprio Rhett Butler. Dio che paura. Con la forza della disperazione riuscii a svincolarmi ed a correre su per le scale. La porta era aperta, mi infilai dentro e mi rifugiai nel gabinetto, chiudendomi a chiave. li babbo era furioso. «Apri, mascalzone», urlava forzando la maniglia. E io zitto. Dopo un poco tentò la maniera dolce. «Apri, via che ho bisogno del gabinetto». «Non è vero, mi vuoi picchiare». «Ti dico che ho bisogno. Dove vado?». Allora conclusi un armistizio: lui sarebbe andato in camera sua, si sarebbe chiuso dentro ed io sarei uscito, per rifugiarmi nella mia. Il babbo acconsentì. Sapevo che non avrebbe rispettato i patti ma sapevo anche che le camere distavano dal gabinetto una decina di metri: contavo dunque di farcela. Bisognava puntare sulla velocità. Così, quando udii il rumore di una maniglia che si apriva e si richiudeva, schizzai fuori dal gabinetto. Ma il babbo fu più svelto di me. Sulla mia faccia intatta calarono i pugni. E fu così che, essendo uscito dal ring senza una contusione, l’indomani andai a lavorare col naso gonfio e un occhio nero.

Non furono, comunque, le sole botte che presi. Ogni tanto un avversario mi faceva male e c’era un tale. Bruno Morigia, che per la rabbia di perdere se la prendeva col mio naso. Io, essendo cresciuto tanto in fretta, avevo ossa fragili, poco calcificate, e così, dopo trentasette combattimenti, mi trovai col naso torto e spiaccicato. Fu un evento triste, per qualche tempo ne soffrii. Ora invece mi chiedo se quel setto nasale deviato dalle botte e il profilo tutt’altro che greco non abbiano fatto la mia fortuna. Chissà se Walter Annicchiarico, col suo nasetto bello diritto, sarebbe diventato Walter Chiari. A me il naso che ho non piace ma è andato a finire che. vedilo oggi, vedilo domani, mi ci sono affezionato. Ora lo porto in giro volentieri, me lo guardo senza vergogna e non lo cambierei per nulla al mondo. Devo aggiungere che la boxe mi ha lasciato un altro segno: un pollice quasi fracassato. Me lo ritrovai dopo aver restituito le botte che meritava a quel tale Morigia che mi aveva cambiato i connotati.

FREQUENTAVO I LADRI E FACEVO PER LORO IL BUFFONE

FU A causa dei miei genitori che abbandonai la carriera del pugile. Il babbo voleva che andassi all’università, la mamma mi sognava impiegato di banca. Ed io, terminate le scuole di avviamento e lasciata l’Isotta Fraschini, per farla contenta mi impiegai al Credito Italiano. Il mio lavoro non richiedeva un eccessivo sforzo cerebrale: si trattava di smistare la corrispondenza. Tuttavia lo facevo male, sono sempre stato un pessimo impiegato, e ricorrevo agli strattagemmi più sfacciati pur di stare in ozio. Il mio compagno di ufficio era tonto e, tutte le volte che andava al gabinetto, io gli rubavo le lettere già smistate aggiungendole al mio mucchio. Il direttore. passando, mi faceva gli elogi. «Vedi Annicchiarico quant’è svelto!» diceva; ma un giorno mi sorprese ritto sul tavolo a fare la parodia di Hitler e dopo poche settimane ero licenziato. Allora entrai in un'azienda industriale. Il mio lavoro si svolgeva in una baracca di legno con una stufa e un tavolo e consisteva nel ritirare i cartoncini delle presenze agli operai. Il mio compagno di baracca si chiamava Bordoni; era un ottimo imitatore e mi insegnò a fare lo scimmione. Cominciavo a trovar gusto nel recitare. Spesso andavo in Galleria e facevo il deficiente, contorcendomi in boccacce e gesti allucinati. La gente credeva che fossi deficiente per davvero. Si fermava a guardarmi con occhi carichi di pietà e le donne mormoravano: «Poer fioeu, insci giovin, varda come l’è consciaa». Non pensavo davvero a sfruttare questa mia abilità per fare quattrini. I miei espedienti erano diversi. Insieme a Bordoni raccoglievo nel cortile dell'azienda il metallo di scarto, ci facevo lunghe collane che nascondevo fra la camicia e i calzoni e poi le andavo a vendere. Erano collane pesantissime, ci facevano camminare a fatica e il portiere vedendoci così depressi ci incitava a lavorare meno. In questo periodo io frequentavo i ladri. Nessuno può immaginare quanto fossero simpatici i miei amici ladri.

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MILANO. Walter Chiari incita i giocatori durante una partita Milan-lnter. L'uomo in primo piano è Masseroni, ex-presidente dell’Inter. Chiari è un acceso milanista. È anche molto sportivo. È stato campione di nuoto, di atletica leggera e di boxe. A sedici anni deteneva il titolo di campione lombardo dei novizi.

Il loro mondo mi affascinava. Vi si parlava un linguaggio particolare, fatto di parole che nessun altro capiva e che sarebbe piaciuto a Damond Runyon. Quando ho letto i suoi libri sulla malavita di Brooklyn ho pensato con invidia che mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa del genere sui «Barbacci di piazza Piemonte», così si chiamavano. Anche loro andarono subito d'accordo con me; ci incontrammo sul piano della violenza e della forza fisica, era gente a cui piaceva fare a cazzotti, come a me. All’infuori di questo non c’era nessun'altra cosa in comune fra noi: io leggevo e loro no, io abitavo in una casa decente e loro no. Soprattutto io non rubavo biciclette. Tuttavia mi piaceva essere stimato e amato da loro che non avevano paura di nulla e tenevo accuratamente nascosto il fatto di appartenere ad un ambiente diverso. Purtroppo lo vennero a sapere, un giorno, e fu quando, tornato a casa, non ritrovai la mia bicicletta: era stata rubata. Ci rimasi male, la bicicletta era molto per me, tuttavia non dissi niente a mio padre e mi recai in piazza Piemonte. I Barbacci erano lì; intorno al loro capo, un giovanotto intelligente e coraggioso al quale ero molto affezionato e che morì a San Vittore, nel conflitto con la polizia, durante la rivolta organizzata da Barbieri. Il nostro colloquio resta memorabile.

«Oè», mi fa il capo, «te set giò de cera».
«M’han fregà la spicciola».
«L’era sù de vernis?»
«L’era noeva. L’era ’na Wolsit».
«In dove te stett de cà?»
«In Cors Vercelli al sett».
«O Cristo». Due minuti di silenzio. E poi: «La ga-veva la pompa bianca?»
«Sì».
«Te podevet dimmel che te stavet lì de cà»

Riebbi la mia bicicletta, ma con i Barbacci non fu più la medesima cosa. Sapevano ormai che ero un signorino e mi guardavano con malcelata diffidenza. Solo quando facevo il buffone per loro mi sentivo in certo senso riscattato. «Dovresti fare l’attore», dicevano loro dandomi grossi colpi sulle spalle. Spesso mi chiedo se hanno mai saputo che sono diventato un attore. I Barbacci non leggono mai il giornale, non ascoltano la radio. Mi conoscevano come Annicchiarico e non Chiari. Se è loro capitato si vedermi al cinematografo hanno certo pensato che si trattava di un sosia.

Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno XI, n.43, 23 ottobre 1955


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Non sono un Casanova, non corro dietro alle donne, amo troppo la lealtà dello sport per giocare coi sentimenti. Le ho voluto un gran bene, le rimprovero una cosa sola.

Questa è la seconda puntata del racconto della vita di Walter Chiari raccolto dalla viva voce dell’attore e compilato da Oriana Fallaci

Avevo appena perso l’amicizia dei Barbarci quando venni richiamato alle armi e questo coincise col mio debutto in palcoscenico. Siccome mi piaceva nuotare mi sembrò opportuno scegliere la marina. Non partecipai a nessuna battaglia, feci la guerra restando per quattro mesi ancorato nel porto della Spezia, dove passavo le giornate facendo gli sketches. Forse per questo la vita militare mi piacque ed anche perché era la prima volta che avvicinavo uomini consapevoli, con un problema. Passavamo lunghe ore a discutere e forse mi sarei fatto onore insieme a loro se un giorno, facendo la boxe, non fossi caduto all’indietro rompendomi una vertebra. Così fui mandato in licenza e in questa occasione ebbi la mia prima scrittura. La compagnia era piccola e senza importanza, con qualche cantante della radio, un corpo di ballo e alcuni dilettanti fra i quali c’ero io. Accettai perché non avevo nulla da fare e l’idea di apparire in pubblico non mi faceva paura. Ci avevo già provato facendo la boxe e quello era più difficile. Si sale sul quadrato sapendo di andare a buscarne, si sale sul palcoscenico tutt’al più col timore di ricevere fischi. E poi il teatro mi piace, perché è un gioco onesto, come la boxe. Da una parte ci sei tu, e dall’altra c’è il pubblico che ti giudica. Tanta gente insieme che ti guarda induce al coraggio e i momenti di paura sono quelli in cui vivi più intensamente.

Gli sketches coi quali debuttai erano quelli che poi divennero celebri: il burino che scende in città e si reca per la prima volta allo stadio dove ventidue matti in mutande si affannano a leticarsi un pallone; il seminarista che racconta il peccato di Sara; l’ubriaco. Fu allora che scelsi il nome d’arte di Walter Chiari: Annicchiarico essendo troppo lungo pei manifesti. Quello fu anche il mio periodo migliore. Come comico non sono stato più cosi bravo. Si capisce perché. Uno compie tutto lo sforzo al principio, per raggiungere il successo, e quando il successo è raggiunto, la carica vitale è esaurita. La gente non se ne accorge, crede che quello sia più bravo perché è ormai famoso, solo lui sa che non è vero. A quel tempo ero anche allegro, mi divertivo a fare il buffone per la strada. Lo faccio ancora, qualche volta, ma con meno slancio perché potrei sembrare esibizionista. Uno non può fare il suo comodo quando è diventato famoso. Per questo non ci ho mai tenuto a diventarlo e sono felice quando la gente non mi riconosce.

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MILANO. Walter Chiari con Marisa Maresca. L'attore la conobbe nel 1946 quando recitava nell’avanspettacolo. A quel tempo la Maresca era già una soubrette famosa e lo aiutò ad avere successo in teatro. Insieme recitarono in quattro riviste di grande successo. Ora la Maresca si è sposata e si è ritirata dalle scene.

Nel «Quarto d'ora del dilettante» io lavoravo con Sergio Renda, il suo vero nome è Sergio Merenda, ma lui se ne vergogna e si fa chiamare Sergio Renda). Eravamo molto affiatati, tanto è vero che possedevamo un paio di scarpe nere in due e sulla scena le calzavamo a turno. Si trattava di un’operazione brevissima. Lui metteva le scarpe e andava alla ribalta a cantare. Quando aveva finito gliele sfilavo e, mentre il presentatore diceva «Un ciuffo sulla fronte intelligente, due occhi vivaci, ecco Walter Chiari», io le infilavo a mia volta e mi preparavo ad uscire. La cosa andò liscia fino al giorno in cui, a Parma, il pubblico pretese da Sergio Renda un bis. Un avvenimento del genere .non si era mai verificato, ci colse di sorpresa. Sergio era già scalzo ed io con le sue scarpe calde ai piedi mi apprestavo ad entrare in scena. «Un ciuffo sulla fronte intelligente, due occhi vivaci...» ripeteva smarrito il presentatore. Ma il pubblico voleva Merenda, reclamava il bis. «Come faccio», ripeteva Sergio con la faccia bianca, «come faccio»; e inutilmente ringraziava affacciandosi col busto dal sipario. Era la prima volta che gli chiedevano un bis e dovervi rifiutare lo faceva quasi piangere. A un certo punto mi tolsi le scarpe e lo costrinsi a infilarle. Lui non voleva. «No, no, tocca a te», ripeteva e, togliendole ancora, me le porgeva con voce implorante. «Ho detto di no.Tocca a te». «No, a te».

Il pubblico rumoreggiava. Vedeva qualcosa agitarsi dietro il sipario e non capiva quel che stava succedendo. «Ti prego», insistevo io. «Io prego te», correggeva Merenda. Il sipario ondeggiava, quasi mosso dal vento. * Fuori», gridò una voce dal loggione. Allora io presi Sergio per mano e, ambedue senza scarpe, uscimmo sul palcoscenico. Ci fu un momento di interminabile, esterrefatto silenzio. Poi io alzai un piede, l’altro piede, indicai i calzini rossi di Sergio e spiegai la ragione del ritardo. Scoppiò un applauso entusiasta. In piedi, contorcendosi di risate fino alle lacrime, il pubblico ci batteva le mani. Alla fine dello spettacolo trovammo nel camerino i biglietti da visita di cinque calzolai, i quali ci invitavano a recarci nei loro negozi per ricevere in dono un paio di scarpe ciascuno. Non ho mai avuto tante scarpe come nell’inverno del 1944.

Poi la guerra finì e giunse il momento di decidere quel che avrei fatto nella vita. La mamma insisteva per l’impiego in banca, il babbo voleva che dessi l’esame di maturità al liceo scientifico, io volevo fare il giornalista: che era sempre stato il mio unico sogno. Scrivevo bene e corretto, ero veloce, mi piaceva viaggiare. Ero sicuro di riuscirci. Mario Ferretti, col quale avevo lavorato nella rubrica «Radio-Fante», prometteva di aiutarmi. Mi vedevo già nella redazione di un giornale a scrivere articoli importanti e ad intervistare gente famosa quando successe qualcosa che sconvolse i miei piani. La sera del 5 settembre 1946 fu dato al Lirico di Milano un grande spettacolo. Vi partecipavano i nomi più illustri della rivista, della prosa e dell’opera: Laura Adani, Ernesto Calindri, Vittorio Gassman, Carlo Dapporto. Wanda Osiris, Alberto Rabagliati, Nuto Navarrini, Vera Roll, Renzo Ricci, Tancredi Pasero; e tutti avevano un numero molto breve, che durava 5-10 minuti. Lo spettacolo era stato organizzato per beneficenza e costituiva l'avvenimento della stagione. C’era, come si suol dire, tutta Milano. Io aiutavo Rudy Bauer, che faceva il direttore di scena; e, via via che iì tempo passava, pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto presentarmi alla ribalta a fare una chiacchierata. L’atmosfera di mondanità, lo spettacolo delle signore scollate e degli uomini vestiti di blu mi aveva dato alla testa; mi sentivo in forma. Aita fine mi feci coraggio e chiesi a Bauer se mi faceva uscire. Bauer mi squadrò con sdegno. «Sei matto», rispose. L’ultimo numero era quello di Tancredi Pasero, sarebbe stata una follia inserire lo sketch di un comico dilettante. Io non riuscivo a darmi pace. Ballonzolavo intorno al mio amico e lo supplicavo. A un certo punto Bauer, esasperato, capitolò. «E va bene». gridò, «va fuori, racconta una scemenza e presenta Pasero. Ma guai a te se resti più di quattro minuti». Piombai sulla scena come un proiettile, mi accolse una lunga risata. Ridevano ancora quando attaccai.

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LA SPEZIA. 1944. Sopra, Walter Chiari quando era in marina. È fotografato con due compagni d’arme. In questo periodo egli cominciò a recitare alcuni sketches negli spettacoli per i militari. Imparò allora a «fare lo scimmione» e a non aver paura del palcoscenico. ROMA. Sotto, Walter Chiari nella prima rivista che fece da solo, dopo essersi diviso dalla Maresca. La rivista si chiamava Gildo. Chiari era ormai un attore noto e si presentava alla ribalta con lo smoking e la camicia senza cravatta. Alcuni critici glielo rinfacciarono.
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Un attore sente subito quando il pubblico è con lui: è una impressione che non fallisce mai. Quella sera, lo avvertii immediatamente: il pubblico era con me. Attaccai dunque con lo sketch del campagnolo, poi con quello del deficiente, poi con quello del seminarista, poi feci della satira politica. I minuti passavano, dieci, quindici, venti, mentre Bauer si mordeva le mani e Pasero si spazientiva. Dopo mezz’ora il cantante, offeso, minacciò di andarsene. Bauer. furibondo, mi chiuse in faccia il sipario. Fu come togliere un giocattolo a un bambino. Tutto il teatro si alzò in piedi a protestare. Fu giocoforza riaprire il sipario e lasciarmi continuare. Rimasi sulla scena quanto non vi era rimasto nessuno: quaranta-cinque minuti. Tancredi Posero, naturalmente, non cantò. Ho ancora negli orecchi il rumore degli applausi. Rudy Bauer, dimenticata la sua indignazione, mi abbracciò con le lacrime agli occhi.

«Hai fatto la tua fortuna», ripeteva, «ormai sei laureato». Io non l’ascoltavo. Pensavo a Pasero e mi vergognavo come un ladro. Mi chiedevo se avrei mai avuto il coraggio di guardarlo in faccia. Supplicavo i santi di non dover affrontare una simile prova. I santi mi hanno ascoltato per quasi nove anni. Infatti ho rivisto Pasero solo pochi mesi fa, ad una partita di caccia nella riserva dei Crespi. Fu un incontro imbarazzante, io facevo un passo avanti e due indietro, avrei dato chissà cosa per non essere lì. Fu lui a venirmi incontro. Credevo che mi avrebbe trattato male. Invece fu così amabile che dimenticai perfino di chiedergli scusa.

UN INNOCENTE IDILLIO CON SILVANA

Al Lirico, quella sera, c’era anche la madre di Marisa Maresca. Marisa cercava un comico per una compagnia di cui sarebbe stata la prima soubrette. La madre le parlò di me. Marisa aveva appena finito Oi là Iti dove aveva recitato a fianco di Vera Roll. Era già molto nota, ed esser lanciati da lei voleva dire sicuro successo. Parlammo di una eventuale collaborazione, ma non combinammo nulla. Lei firmò un contratto con Macario ed io accettai di lavorare in uno spettacolo di varietà che si svolgeva al cinema Alcione. Nello spettacolo c'era no anche Silvana Fioresi ed Ernesto Bonino. Silvana Fioresi si chiamava in realtà Silvana De Rosa, suo padre era un apprezzato violinista. Era sudamericana, colta e graziosa. Cantava con grazia. Assomigliava in un certo senso a Nora e andammo subito d’accordo. Il nostro idillio durò qualche mese; ma fu, come con Nora, una storia dolce e innocente. Le donne non avevano ancora un posto importante nella mia vita. In questo senso il bello (o il brutto) doveva ancora venire.

Era l’inverno del 1946 quando Marisa Maresca venne a vedermi, insieme al capocomico Sirri, all’Alcione. La Liberazione era avvenuta da poco; quasi tutti gii attori, bloccati dalla Linea gotica, era no rimasti a Roma, c’era ancora bisogno di un comico. La rivista attraversava un periodo di crisi, Rascel lavorava nell'avanspettacolo, i soli che avessero successo erano Totò e Macario. «Mica male», disse la Maresca dopo avermi sentito chiacchierare; e mi offrì di partecipare con lei alla rivista E il cielo si coprì di stelle, con Gandusio, Lilla Brignone, Roberto Villa, Elena Giusti. Dissi di sì. Era una grande compagnia ed una splendida occasione per me. La competizione deii partiti era ricominciata da poco, la satira politica aveva successo, le mie chiacchiere cadevano a puntino. Purtroppo lo spettacolo ebbe vita brevissima, durò appena un mese e mezzo, nondimeno mi fu estremamente utile. Dai colleghi già celebri, in assoluta dimestichezza col teatro, imparai molte cose. Marisa mi aiutò ad impormi. Mi insegnò certi trucchi e molte altre cose; per esempio a parlare con la gente, a sorridere, a rispondere ai complimenti senza alzar le spalle, è difficile spiegare quello che Marisa è stata per me: amica, maestra, chaperon Aveva appena due anni di più, ma nei suoi confronti io ero come un bambino, ignoravo tutto. Per esempio: io non sapevo vestire (non ho mai avuto simpatia per gli uomini eccessivamente eleganti, ancor oggi mi vesto come mi fa comodo, con un paio di calzoni e una maglia, i vestiti nuovi finiscono sempre in un armadio, in attesa di esser regalati a mio padre o ai miei fratelli). Uso poco il cappotto. Il primo cappotto me lo ha fatto fare Sirri quattro anni fa ed è intatto tra la naftalina.

MARISA NON RIUSCÌ AD IMPORMI LA CRAVATTA

Marisa mi spiegò che il vestito «Principe di Galles» si porta a certe ore del giorno e il vestito blu in determinate occasioni. In capo a due mesi ero vestito in modo quasi decente. Una cosa sola non riuscì ad insegnarmi: a portare la cravatta sul palcoscenico. Infatti io non sopporto la cravatta; quando recito con la cravatta il collo mi si gonfia, divento rosso come un tacchino e mi sembra di soffocare. Non sopporto neppure lo smoking, non ho mai capito perché un comico debba portare lo smoking; comunque vada per lo smoking, ma la cravatta no. Marisa rimediò anche a questo. Riuscì ad imporre al pubblico un comico senza cravatta; sebbene il critico Ramperti, scandalìzzato dalla innovazione, pubblicasse parole molto dure contro di me.

Non c’è nulla di male, credo, a confessare di esser stato molto innamorato di lei e di esserle ancora legato da immensa stima e da una cordiale amicizia. Era impossibile non innamorarsi di lei, n’erano tutti un po’ innamorati. Anzitutto si trattava di una soubrette incomparabile: i suoi genitori venivano dal teatro, si può dire che fosse nata sul palcoscenico, aveva debuttato appena quindicenne. Poi era una donna bellissima, bruna, con un volto perfetto e un corpo da statua greca; la chiamavano «le più belle gambe del teatro italiano». Infine era uno strano miscuglio di esperienza e di candore e la creatura più soignée che abbia mai conosciuto. Impazziva per i profumi e i bei vestiti, trascorreva le ore di ozio dal parrucchiere o nella vasca da bagno, possedeva una raffinatezza esasperata: mai un colore sbagliato, mai un abito eccentrico, mai un capello fuori posto. Ad un ragazzo che fin’allora aveva visto il mondo coi candidi occhi di sua madre e aveva passato il tempo a chiacchierare coi Barboni, i bambini e i ladri di biciclette, una simile donna non poteva riuscire indifferente. Il mio amore per lei esplose come una carica a lungo repressa e fu. come si usa dire, travolgente. Lei rimase commossa da questa specie di selvaggio imbevuto di letteratura e rispose con una generosa amicizia. Rinunciò a proposte allettanti, lavorò quattro anni al mio fianco e fu una partner incomparabile. Non mi scoraggiò mai, neppure quando vivevamo di brioches, e caffellatte e, mentre le ballerine si facevano accompagnare dagli amici con l’automobile, noi andavamo a teatro in bicicletta. Avevamo una bicicletta in due, io pedalavo e lei stava sulla canna. A notte alta, quando lo spettacolo era finito, ci allontanavamo da teatro così. Nessuno ci riconosceva: non era certo un mezzo di locomozione adatto a un attore e una soubrette. Eran tempi pazzi e dolcissimi. Io leggevo Flaubert e Maupassant, sognavo di redimere il mondo e mi sentivo fortissimo. Scrivevo poesie dense di saggezza: «Ogni giorno il destino / curvo sul tavolo del tempo / scrive il diario / del nostro domani. / E nessuno / alle sue spalle, / che possa correggere gli errori / ch’egli commette scrivendo / e che noi domani / dovremo vivere fino in fondo».

Oltre alla Maresca, fu con me anche il capocomico Sirri, col quale lavoro ancora. (Sono molto affezionato a Sirri. Egli è stato il primo a credere in me e a capire che avrei combinato qualcosa di buono. Mi ha incoraggiato, mi ha sorretto, per finanziare i miei spettacoli arrivò a vendere, un certo anno, perfino i mobili della casa. Rimase col letto e il fornello del gas. Quand’ero raffreddato, si alzava alle due di notte per venirmi a portare il vin brulé. Non si dimenticano certe cose. Per questo non l’ho mai voluto lasciare, neppure quando altri impresari mi offrivano il doppio di lui; e dissi di no perfino a Paone, che è certo il più generoso ed entusiasta di tutti i capocomici). Insieme io e Sirri facemmo quattro buone riviste: Se mi bacia Lola, Simpatico, Allegro e Burlesco. Quando ripenso a quel periodo mi stupisco ricordando come tutto sia stato facile per me e come abbia fatto presto ad impormi. Se c'era una cosa alla quale non avevo mai pensato, questa era la carriera di attore, io avevo sempre nel capo l'idea di fare il giornalista. Naturalmente, col teatro, dovetti rinunciare a quest'idea. Solo qualche anno dopo tentai l’avventura della carta stampata e fu quando mi misi a collaborare al Corriere Lombardo scrivendo pezzi di cronaca, articoli di costume e di politica; ma in capo a due mesi fui costretto a rinunciare. Non si possono fare due mestieri contemporaneamente; e scrivere sui giornali è un lavoro che impegna troppo a fondo, come fare l'attore. Del resto il palcoscenico mi sedusse, un po' per volta, in modo definitivo. Le luci della ribalta, le mille facce del pubblico intento a guardarmi, quella atmosfera di circo che c’è intorno ad ogni spettacolo, anche il più serio, gli applausi, i fischi, ebbero subito un fascino per me. Anche i fischi. Quando arrivano mi vien voglia di menare la lingua, divento guascone. Ricordo le prime sere che recitai al «San Carlo» di Napoli: c’erano sempre tre comunisti a fischiarmi dal loggione. Erano stizziti perché prendevo in giro Togliatti. Una sera gridarono: «Pagato, venduto». Io chiesi silenzio e domandai agli sconosciuti di ripetere l’accusa. E loro: «Pagato, venduto». La lingua mi prudeva. «Venduto, no», risposi. «Pagato, sì. Per divertire. La differenza fra me e voi è questa: che io vi diverto e prendo per questo dei soldi. Voi divertite, perché siete ridicoli, e non prendete per questo una lira. Ne esco meglio io».

NON HO VOLUTO METTERMI UNA MASCHERA

IL battibecco mi piace, la polemica a voce è assai più attraente della polemica scritta perché presuppone prontezza, velocità, coraggio: questo è l’unico punto di vantaggio che il teatro ha sul giornalismo. Al teatro c’è un'onestà del momento, come nella boxe; vorrei che i critici lo capissero. I critici non sono mai stati molto giusti con me. Quando non hanno potuto dire altro, hanno attribuito il mio successo al fatto che posseggo un bel fisico. Ora, a parte il fatto che la mia faccia, come esempio di bellezza, è assai discutibile, a cosa devo il fatto di essere sano e robusto? Per anni ho fatto dello sport, sacrificandovi molte cose, e anche questo non si chiama forse costruire la propria fortuna? Poi l’aspetto esteriore non c’entra, c’entra quello che faccio. Il mio lavoro non è frutto del caso, ma il risultato di studio, di fantasia, di ricerca.

Io ho Ietto moltissimo, per anni ho passato le notti e ogni intervallo di riposo sui libri. È forse un male imparare e servirsi delle proprie nozioni? Certo non ho inventato nulla, nessuno inventa mai nulla, ma ho portato in teatro osservazioni nuove; e questo perché mi piaceva osservare la gente quando gli altri si torturavano a estrarre le radici quadrate e a risolvere gli assurdi problemi che facevano ridere Claudine a Montigny. Mi è garbato parlare coi bambini e la gente più intelligente di me, ho evitato le compagnie inutili e stupide, ho goduto di passare il tempo in mezzo ai campi o disteso sui marciapiedi, ma non sono mai stato in casa a fissare il soffitto o le screpolature nei muri. Sono stato fuori a vedere gli alberi, le nuvole, le tragedie e le comicità quotidiane. Questo non si chiama forse costruire il proprio successo?

Quando sono entrato in teatro mi han detto: «Walter, fatti una maschera». Chi voleva farmi mettere una giacca lunga, chi voleva farmi uscire con un fiocco al collo. Ho preferito invece tenere gli abiti e la faccia di tutti i giorni che vanno bene per tutti i personaggi. Di maschere fisse è piena la storia del teatro: da Plauto a Goldoni. Invece ciascuno di noi è un personaggio e ciascuno di noi può essere osservato e imitato in chiave ironica. Basta un luogo comune a far ridere, ed è quello che ho fatto. Come risultato, i critici mi hanno accusato di mancanza di personalità. Mi chiedo se non sia mancanza di personalità fare il contrario. Io non imparo mai a memoria gli sketches, li penso e poi li racconto improvvisando, sempre in modo diverso. Non mi interesso solo della recitazione ma anche di musica, di regia, di coreografia. Spesso scrivo insieme agli autori il testo delle mie riviste e scrivo anche qualche canzonetta. «Beautiful dream» e «Napoletani a Milano» sono mie. Non ho studiato musica ma posseggo un pianoforte e mi diverto a suonarlo. Sui tasti ho segnato le note: cosi, quando mi capita di imbroccare un motivo, posso trascriverlo senza fatica. Qualcuno provvede poi a tradurlo e arrangiarlo. Lavorare mi diverte. non mi fa fatica. Va da sé che sono soggetto anch’io a periodi di maggiore o minore entusiasmo. Quando ero all'inizio della mia carriera e credevo di più nella vita tutto era più semplice. Poi sono sopravvenute le delusioni, il disincanto; e il lavoro si è complicato. Ci furono giorni, qualche mese fa. in cui gli spettatori delle prime file si accorgevano benissimo di quale sforzo facessi.

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SESTRIERE, 1950. Sopra Walter Chiari legge le «Avventure di Topolino» a Lucia Bosé, per divertirla. I due attori si sono conosciuti da poco e sono diventati amici. Ancora però non si parla di fidanzamento. ROMA, 1951. Sotto, Walter Chiari insieme a Lucia Bosé. Nel 1951 si comincia a parlare del loro fidanzamento. In questo periodo Lucia Bosé era molto malata e Walter Chiari cercava di aiutarla tenendola di buonumore. Tutti credevano che si sarebbero sposati.
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LUCIA NON ERA LA MIA MEZZA ARANCIA

A questo punto mi si chiede di parlare di Lucia. Preferirei non farlo. Tutti conoscono la mia storia con la Bosé. Si tratta d’un capitolo chiuso della mia vita, sul quale mi fa male tornare. È il problema delle faccende intime d’un attore.

Io son sempre stato contrario a buttare in faccia al prossimo le mie gioie personali e i miei dolori. Ho tanti amici giornalisti ai quali sono assai affezionato. Ebbene, nemmeno con loro ho mai parlato di Lucia, oppure ne ho parlato con la stessa ritrosia con cui i bambini mostrano ai grandi un giocattolo che adorano: da lontano, perché quelli non lo possano afferrare. Tutto quel che è stato scritto su di noi due era frutto delle loro indagini personali. A volte sono arrivato a dire loro: «Scrivete quel che vi pare ma non attribuite dichiarazioni a me». Ho voluto bene a Lucia, Lucia ha voluto bene a me. Siamo stati fidanzati quattro anni, poi ci siamo accorti che non eravamo fatti l’uno per l’altra e ci siamo detti addio. Questo è tutto. È la leggenda della mezza arancia. Budda taglia delle arance a metà e poi le butta nel mondo. Va a sapere qual è la mia mezza arancia. Ogni tanto ci illudiamo di averla trovata e indirizziamo tutta la nostra vita in quel senso; poi viene il giorno in cui ci s’accorge che era uno sbaglio e tutto ricomincia da capo. Certo, poiché la separazione da Lucia doveva accadere, è stato bene che succedesse prima. Sarebbe stato terribile se fosse avvenuta quand’eravamo ormai sposati, con figli. Né io né lei l’avremmo sopportato, perché crediamo nel matrimonio. Certo, quando penso ai quattro anni spesi accanto a Lucia, mi vien fatto di pensare a qualcosa di perduto. Essi mi hanno come svuotato: non si regalano invano i propri sentimenti. È lo stesso che rinunciare un po’ per volta ad una parte della propria anima finché ti accorgi d’essere rimasto senza anima.

Contrariamente a quel che molti credono, io non sono un Casanova, non amo le piccole avventure; il personaggio del seduttore non mi va. Sono troppo sportivo, amo troppo la lealtà che è nello sport per giocare con l’amore. Non corro dietro alle donne (è più esatto dire che qualche volta sono loro a correre dietro me, per il fatto che sono un attore), ma esse occupano un posto importante nella mia vita. Nei riguardi delle donne ho lo stesso atteggiamento di tenerezza e di smarrimento che ho verso i bambini. Posso fare a pugni con dieci marinai ubriachi, posso abbattere un albero con pochi colpi, ma dinanzi a una donna che sia graziosa, o intelligente, o sensibile, divento debolissimo, e dinanzi ad una che soffre perdo addirittura la testa. Cosi mi accadde per Lucia. Non me ne innamorai subito, e tantomeno lei di me. La conobbi, come tutti sanno, al Sestriere, quando giravamo il film È l’amor che mi rovina. Lì per li diventammo amici e niente di più. Io lavoravo a Milano con la rivista Gildo, ero indaffaratissimo e non mi sentivo in vena di romanticherie. Ma quando seppi che la Bosé s’era ammalata e stava in clinica, andai subito a trovarla. Era pallida, intristita dal male; ed io sapevo che non si trattava solo di un male fisico ma anche morale per via di un grosso dolore che lei si portava dentro. «Ciao», dissi entrando, «ho saputo che stavi male e...». «Sei venuto a farmi visita», concluse lei con voce stanca e distratta. Sembrava che nulla la interessasse, era in uno stato di completa abulia.

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ROMA, 1953. Walter Chiari e Lucia Bosé nell’appartamento di lei, in via Igea 9. Per essere più vicini i due attori, ormai fidanzati, avevano acquistato due appartamenti nello stesso stabile. Anche ora che la Bosé è divenuta moglie di Dominguin i loro rapporti sono rimasti cordiali e amichevoli.

Per tirarla su mi misi a fare il buffone, a raccontarle storie ridicole; e siccome m’accorsi che riuscivo a farla ridere, tornai spesso a trovarla. Da quel giorno fui per lei amico, fratello, padre. Per un anno e mezzo non parlammo neppure di fidanzamento, sebbene i giornali alludessero già alle nozze imminenti. Poi l’amicizia e la tenerezza che provavo per lei si trasformò in qualcosa di diverso. Ci fu un Natale in cui decidemmo perfino di sposarci e comprammo qualcosa per la nostra futura casa; una collezione di bicchieri. Poi pensammo di aspettare. Non eravamo sicuri, c’era qualcosa che non andava fra noi. Temevamo di sbagliare. Forse era la differenza eccessiva di carattere. Lei appariva così scontenta e insensìbile a tutto, io così entusiasta e pieno di vita. Malgrado ciò le dedicavo tutto il mio tempo, tutti i miei pensieri, in una parola me stesso. È difficile spiegare queste cose, anche il lavoro mi era diventato pesante in quegli anni. Era come se trasferissi in lei la mia anima. Ad un certo punto, per esserle più vicino, cambiai casa. Comprammo due appartamenti a Roma, nello stesso stabile, in via Igea 9, verso Monte Mario. Prendemmo anche una cameriera a metà, ci scambiammo le chiavi delle case, avevamo perfino la ghiacciaia in comune. È inesatto dire che vivevamo insieme nel senso che di solito s’usa dare a quest'espressione, ma passavamo insieme il maggior numero di ore. Spesso, tornando a casa, trovavo i mobili spostati da Lucia, o qualche nuovo quadro comprato da lei, o una ochetta rossa di plastica dentro la vasca da bagno, o due angeli barocchi sul cassettone, o una mattonella piena di massime («Sorridi nella monotonia del dovere quotidiano. / Taci quando ti accorgi che qualcuno ha sbagliato. / Elogia il fratello che ha operato il bene. / Stringi la mano al fratello che è nella tristezza. / Riconosci umilmente la tua debolezza») e tutto ciò era tenero e bello. Lei era la padrona e io controllavo il suo respiro, l’assecondavo in ogni pretesa, facevo sempre il suo gioco, anche se spesso mi portava dolore. L’amavo molto, non l’ho mai tradita, era come se avessi due paraocchi che mi permettevano di vedere soltanto lei. Quando accadde l’episodio Ava Gardner, ci eravamo lasciati; ma Lucia tornò e tutto riprese come prima sebbene non fosse più la stessa cosa. Sentivamo infatti che qualcosa si stava sciupando, ch’eravamo ormai lontani. Poi Lucia ebbe la proposta di girare un film in Spagna e partì. «Stai attenta a Dominguin», le dissi accompagnandola all’aeroporto e non scherzavo affatto. Il torero non mi perdonava d’avergli portato via Ava Gardner, la stessa Lucia che prima di allora non aveva mai avuto occasione di essere gelosa, era rimasta scottata dall’episodio. La situazione si prestava troppo ad un giuoco di piccole vendette ed io me ne rendevo perfettamente conto. Inoltre conoscevo Dominguin, e sapevo che Lucia ne sarebbe rimasta affascinata. Tutto ciò ch’è sofisticato, elegante o intellettualistico la seduce; e ripensandoci, io non ero niente di tutto questo.

Dalla Spagna lei mi scriveva spesso, ma non mi scrisse mai di Dominguin. Se ne vergognava, come ebbe a dirmi poi. Però io lo sapevo e un giorno volli chiarire le cose perché ci eravamo lasciali all’aeroporto in buona armonia e le telefonai. Fu una conversazione molto fredda e breve. Lei rispose che era vero, che era innamorata. Non parlò di sposarsi Le feci gli auguri, pregandola di tenermi sempre informato. Infatti quando decise di sposarsi e venne in Italia, subito mi telefonò. Io la raggiunsi da Torino, assolutamente falso che litigassimo, come qualcuno ha detto. Io non ho mai litigato con Lucia. Prendemmo la macchina ed andammo a mangiare a Como. Lei era come impazzita, tanto appariva felice. Mi disse che sapeva che anch’io mi sarei sposato, con una ragazza della buona società milanese, e inutilmente io la smentii. Fu Lucia a mettere in giro la storia di Emanuela Castelbarco e fu il suo unico sbaglio, la sola cosa che rimprovero a Lucia. Io ed Emanuela siamo stati sempre amici ed io credo che fra le persone moderne e civili l’amicizia sia possibile anche se uno è uomo e l'altra è donna.

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FREGENE, 1952. Walter Chiari con Anna Maria Ferrero (a sinistra) e un’amica sulla spiaggia. Walter Chiari dice di essere molto timido con le donne e aggiunge di non essere un Casanova. Durante gli anni di amicizia e poi di fidanzamento con la Bosé non gli si conobbe nessuna specie di avventure.

Il fatto mi dispiacque molto, tuttavia io e Lucia ci lasciammo nel migliore dei modi. Lei ha ancora la sua casa in via Igea e ogni tanto, quando viene a Roma, la vedo. Mi capita perfino di incontrare per le scale suo marito. Maria è ancora la nostra cameriera a metà, quando offro agli amici il whisky Maria prende il ghiaccio in casa Rosé, i fornitori sbagliano e scrivono sui fagotti diretti a me:

«Signora Bosé», al polso porto ancora l’orologio d’oro che essa mi regalò, facendovi incidere la data e il suo nome, nel Natale del 1952. Son felice di sapere che lei è felice e anche se non posso dimenticare quegli anni perduti sono contento di aver fatto qualcosa per lei; se tornassi indietro tornerei a farlo.

Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno XI, n.44, 30 ottobre 1955


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E vero che sposerò Elsa Martinelli? Per ora, no. Domani, vedremo. Il mio sogno è quello di scrivere un libro.

Questa è la terza e ultima puntata del racconto della vita di Walter Chiari raccolto dalla viva voce dell'attore e compilato da Oriana Fallaci.

Nel 1950 accaddero molte altre cose. Fu l’anno in cui misi su, per la prima volta, una rivista soltanto mia, e la data di nascita della mia passione per le automobili. Fu il mio amministratore, Sirri, a comunicarmela; e il modo in cui questo avvenne è abbastanza comico. L’amico Meris Mariglio disponeva di una millecento vecchio modello e una sera, a Roma, Sirri mi tenne una piccola lezione di guida. Il fatto di lasciar andare la frizione e spingere l’acceleratore mi stregò. Non riuscivo a staccarmi da quegli ordigni, li trovavo affascinanti. Andò a finire che, prova e prova, ci dimenticammo di mangiare e tornammo in albergo all’una di notte. Sirri era stanchissimo, si gettò subito sul letto posando le chiavi sul comodino. Io ero sveglio ed eccitato. Aspettai che dormisse e poi rubai le chiavi, come fanno i poliziotti privati nei film gialli. La macchina mi aspettava dinanzi all’albergo. bella lucida sotto un lampione. Mi sembrò un giocattolo meraviglioso, qualcosa di magico, come un tappeto volante. Salii, accesi il motore, partii con un rombo.

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ROMA, 1955. Walter Chiari insieme a Margaret Truman che egli ha conosciuto questa estate in occasione di un cocktail. La figlia dell'ex-presidente degli Stati Uniti ha definito Chiari come l'uomo più divertente d'Italia. Durante una cena data in onore dell'ospite, Chiari improvvisò molti sketches e molte barzellette in inglese e disse a Margaret che suo padre Harry gli era simpatico perché assomigliava, come carattere, a suo padre, Omero Annicchiarico. Poi le fece ballare il charleston e le fece complimenti in romanesco.

Sapevo guidare. Male, ma sapevo guidare. Correvo come un matto, per le strade deserte, ignaro dei controsensi e di ogni regola. Alle curve giravo su due ruote, lo stridio delle gomme sull’asfalto mi accarezzava gli orecchi, ero felice come un bambino che ha il suo primo trenino elettrico e la musica mi ballava in cuore mentre mi perdevo nella notte. Rincasai tardissimo e alle sette ero già in piedi. Sirri dormiva. Ripresi le chiavi e mi recai a Ostia. Poco dopo Sirri si alzò e quando seppe che ero andato a Ostia per poco non svenne. «Ma se non sa guidare!» ripeteva disperato al portiere. E questi, gelido: «Non sa fare marcia indietro: tant’è vero che l’abbiamo dovuto spingere. Ma in avanti ci va bene. È partito che sembrava un missile diretto sulla Luna». A Sirri non restò altro che prendere un’automobile a noleggio e venire a raggiungermi. Per strada si lamentava, era sicuro che fossi morto, ad ogni capannello di persone si fermava inorridito, temendo che ci fossi io sotto le ferraglie fumanti. Meris Mariglio era preoccupato per la macchina.

«Oh, la mia macchina!» diceva. Ma siccome il tempo passava senza che scorgessero il mio cadavere, arrivarono fino ad Ostia e qui, vivo, beato e in mutandine, trovarono me a prendere il sole. Nacque allora la voce che io sapessi guidare anche prima. Invece non è vero, lo giuro: imparai a guidare proprio la notte in cui la musica mi ballava in cuore. In seguito mi comprai la macchina: prima una millecento, poi una millequattro, poi una Aprilia, poi una Lancia 2000: sempre più veloci, perché adoro correre e sono sicuro che, se avessi fatto il corridore automobilista, sarei diventato un campione o giù di lì. Presto divenni amico anche di loro, che consideravo creature splendide e irraggiungibili. Fu al Sestriere, nel 1951, che conobbi Ascari. Caro Ciccio. Non facevo che sfidarlo incoscientemente a competere. Una volta dovevamo andare a Cortina, lui per affari, io per trovare Lucia, che stava ancora male. «Vuoi scommettere», gli dissi, «che arrivo prima k>?». Ciccio scoteva le spalle. «Vai, vai», diceva «Arrivo un’ora prima e ti prenoto la camera». Invece arrivai prima io, venti minuti di anticipo, e prenotai la camera a lui. Ci rimase malissimo. Diceva che lo avevo imbrogliato e che quando scommettevo ero già a Cortina, quell'altro era un sosia, come nella favola della tartaruga.

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ROMA, 1954. Walter Chiari fotografato con Ava Gardner nel momento stesso in cui la conobbe, durante una conferenza-stampa dell'attrice. Il romanzo sentimentale di Chiari e della Gardner durò qualche mese e si svolse durante una interruzione del fidanzamento dell'attore con Lucia Bosé. In quel periodo sembrava che la Gardner stesse per sposare il torero Dominguln: invece lo lasciò non appena incontrato l’attore italiano. Secondo alcuni, Dominguin si vendicò dello scacco corteggiando e sposando la Bosé.

La mia prima rivista fu, come ho detto, Gildo. Nel 1949 Marisa Maresca s’era sposata ritirandosi dal teatro e dovevo ormai fare da me. L'anno dopo feci Sogno di un Walter e in quella occasione lavorai per la prima volta con Carlo Campanini. Il testo era di Silva e Terzoli; ma non tutto, perché io collaboro sempre alla stesura delle mie riviste e, a parte il fatto che scrivo da me gli sketches che dovrò recitare, non posso fare a meno di mettere il naso nel copione, nella regia, nelle scene e nei costumi. Fu una buona rivista e presentai allora le parodie dei tre film: quello francese, quello russo e quello americano. Nel 1952 misi su Tutto fa Broadway con Lucy D’Albert e Carmen De Lirio, la spagnola. Il testo era di Metz e Marchesi. Il successo fu strepitoso. Le prime sere, a Roma, incassammo due milioni e quattrocentomila lire per volta. Avremmo potuto tenere il cartellone per un anno se non mi fosse scoppiato il tifo. Ero andato a mangiare i tartufi con Lucia, che a quel tempo girava La signora senza camelie; e siccome oltre ai miei avevo mangiato anche quelli di Lucia, mi avevano fatto male. La sera del debutto mi sentivo malissimo: avevo la febbre a 38. La seconda sera mi sentivo peggio: la febbre era salita a 39. La terza sera credevo di non farcela, ma recitai ugualmente. Alla fine del primo tempo credevo di morire: il termometro segnava 41,2. Sirri era disperato. Fece chiedere se in teatro c’era un medico. C'era Spallone, medico personale di Togliatti. (È anche amico di Campanini, sebbene lui sia comunista e Campanini democristiano. Quando sono insieme non fanno che litigare per convincersi reciprocamente alle proprie teorie. Ma secondo me è più facile che Spallone si faccia frate anziché Campanini diventi comunista). Egli venne subito, diagnosticò il tifo e la rivista si dovette interrompere.

L’anno dopo fu movimentato. Tentai un nuovo genere di rivista, Controcorrente, e conobbi Ava Gardner. La mia amicizia con Ava è nota e ne posso parlare perché lei è una donna coraggiosa e indipendente, affronta la vita come un uomo e non le importa il giudizio degli altri. Ava era a Roma per fare il film La contessa scalza ed aveva dato un cocktail per la stampa. Io ero solo a Roma, Lucia era andata a Milano dopo un'ennesima decisione di rompere il fidanzamento, e mi lasciai convincere ad andarci. Ava era splendida, quella sera, e quando mi presentarono mi sentii terribilmente emozionato. Per vincere l’imbarazzo inventai una barzelletta e gliela raccontai in inglese. (Parlo abbastanza corretta-mente l’inglese anche se non lo capisco altrettanto bene. Così quando devo rivolgermi a qualche inglese gli dico sempre, in inglese, che per favore mi risponda in italiano). Ava, che è timida come me, si senti liberata da ogni impaccio e ridendo per il sollievo e la gratitudine mi invitò a casa sua. A questo punto devo dire qualcosa. Non è vero, come è stato scritto, che il nostro romanzo cominciasse subito quella sera e che io fossi immediatamente sedotto da lei. A quel tempo io pensavo ancora a Lucia, sebbene ci fossimo lasciati, ed Ava era innamorata di Dominguin, che veniva a trovarla di nascosto, avvolto in iperbolici mantelli da torero, foderati di rosa e di azzurro, con gli speroni d'oro sopra gli scarpini ricamati. Mi recavo spesso a trovarla per. ché era triste; ma con me diventava quasi allegra: cantava, pretendeva di insegnarmi l'inglese. Per due settimane ci comportammo come liceali: la portavo in giro per Roma, camminavamo a lungo, tenendoci per mano e mangiando le caldarroste. Lei era sempre vestita allo stesso modo: gonna di lana, golf, scarpe basse. Sembrava una bambina, la gente non la riconosceva neppure. Non potevo pensare a lei se non come ad una amica. Tutto cambiò quando mi accorsi invece che poteva essere anche una donna dolcissima e che era profondamente buona.

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ROMA, 1953. Da sinistra a destra: Raf Vallone, Mario Soldati, Carla Del Poggio e Walter Chiari. Il regista e scrittore Soldati è uno degli amici ai quali l'attore è più affezionato. Chiari racconta che le persone alle quali è legato da maggiore stima e simpatia come Soldati, Luchino Visconti e Anna Magnani le ha incontrate lavorando nel cinema.

Accadde cosi. Io lavoravo in Controcorrente al Sistina e alle due, finito lo spettacolo, arrivava lei: con una pelliccia buttata sulla camicia da notte, spettinata e senza trucco, ancora imbambolata per il sonno interrotto. Veniva a portare il caffelatte e i panini per me e per la troupe. Si sedeva in un angolo ed aspettava, quieta quieta, che avessimo mangiato. Fu così che mi conquistò quella «mangiatrice di uomini». (Del resto non è delle bellissime che mi innamoro: lei mi ap parve bella solo quando la vidi senza rossetto sulle labbra e il cesto dei panini sottobraccio). Il resto è noto. Un giorno Dominguin venne a Roma e mi trovò a casa di Ava. Non ci fu bisogno di spiegazioni: capì da sé e ripartì subito. Ormai io e Ava non facevamo nulla per nascondere la reciproca simpatia e la notizia arrivò ai giornali, che la pubblicarono. Lucia era a Milano. La lesse, cadde in uno stato di profondo abbattimento. Non mangiava più, non parlava più, s’eia ridotta, come faceva lei quando aveva un dolore, in uno stato di completa abulia. Quando una carissima amica mi telefonò raccontandomi quel che le stava succedendo io chiamai subito Lucia. Credevo che tutto fosse finito fra noi e glielo dissi, ma lei rispose il contrario; e il pasticcio, anziché preoccuparmi, mi rese felice. Dissi a Lucia di tornare subito a Roma e poi mi spiegai con Ava. Ava capì, si comportò da vera signora. Per questo le sono affezionato e provo per lei una vera amicizia.

Come ho detto, anche sul piano professionale, il 1953 fu un anno da non dimenticare. Volevo fare qualcosa di nuovo e mi trovai d’accordo con Metz e Marchesi che sono come me impazienti, antiretorici e «antiteatrali» come tradizione. L’idea era di fare uno spettacolo la cui formula fosse quella di una rivista da camera: meno ballerine, meno canzoncine sceme, non più sketches aridi ma osservazioni sottili, satira, possibilità per gli attori di lavorare liberamente. Naturalmente tutto ciò andava fatto senza .sofisticheria; al pubblico la danza e le canzonette piacciono, non si possono abolire del tutto. Pensammo perciò di prendere una sola ballerina e prendemmo la migliore: Alba Arnova. Poi scritturammo Bice Valori, Franco Scandurra e Modugno, che avevo conosciuto in Sicilia e che lanciai come chitarrista. Io invece di fare i soliti sketches lunghi, feci molte scenette di cose viste che vivevano vita breve ma intensa. (Una di queste era la scenetta dei due che si salutano alla partenza del treno: né quello che parte né quello che resta sanno cosa dire, fanno una quantità di osservazioni sciocche, si raccomandano di non prendere freddo, guardando l'orologio per l’impazienza che questa attesa finisca, e quando finalmente il treno parte si ricordano di tutte le cose importanti da dire e inutilmente se le gridano, uno sporgendosi dal finestrino e l’altro correndo lungo il marciapiede. Si trattava di una osservazione che avevo fatto da tempo e piacque molto).

Controcorrente ebbe successo e l’anno dopo io mi sentii incoraggiato a ripetere l’esperimento con I saltimbanchi. Erano con me Aroldo Tieri, Scandurra e Julie Robinson, lanciata a quel tempo come «la fidanzata di Marion Brando». Questa volta la rivista ebbe un successo contrastato. A Roma io feci un battibecco col pubblico e fui fischiato. Qualche giornale mi dedicò recensioni ingiuste. Qualche altro me ne dedicò più d’una, come Il Paese esaltando quello che aveva prima acerbamente criticato. Fu un peccato: lo spettacolo era buono, intelligente, e meritava d'essere apprezzato.

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MILANO, 1954. Walter Chiari insieme al padre. Ora Omero Annicchiarico è molto contento del successo del figlio e gli perdona volentieri di avere intrapreso la carriera di attore. Tuttavia non gli dispiacerebbe se egli si mettesse veramente a scrivere libri.

Nella mia Milano fui compreso di più. Con questo non voglio sostenere che anche a Milano riesca sempre a farmi capire. Per esempio proprio quell'anno fui protagonista di un grosso malinteso che vorrei in questa occasione chiarire. Gli amici della Associazione lombarda dei giornalisti mi chiesero, a bruciapelo, di tenere una conferenza sul tema: «Perché a Milano non ci sono scrittori». Io, sia pure con imbarazzo, accettai e dissi il mio parere. Sostenni cioè che a Milano non ci sono scrittori perché Milano non offre sufficiente materiale «poetico», non ha il folclore di Napoli. È troppo inquadrata, troppo disciplinata, vista dal di fuori appare solo come una grossa caserma dove la gente prende il tranvai alla stessa ora, si fa ingoiare dagli uffici alla stessa ora, va a divertirsi alla stessa ora.

I milanesi non hanno tempo di mostrare il loro vero volto, i milanesi sono anonimi, i loro momenti di gioia o di libertà non hanno una evidenza colorita. Come può tutto questa ispirare un romanzo? Può ispirare la cronaca questo si, ma per romanzo non si intende la cronaca, che lo sappia. Questo dissi o, almeno, volevo dire. Fatto sta che venni frainteso e che il giorno dopo, leggendo i giornali, mi sentii accusare di aver detto che gli scrittori milanesi non possono scrivere perché non hanno tempo. Ora spero che l'equivoco sia chiarito. Comunque resta un fatto: che come oratore il mio debutto non fu felice. Tanto è vero che non ho più ritentato. Quanto alla mia carriera cinematografica, essa si è sviluppata di pari passo con quella teatrale, ma sarebbe sciocco affermare che mi ha dato più soddisfazioni.

Il cinema mi piace meno del teatro e l’attività dell’attore cinematografico è, quasi sempre, troppo marginale per accontentarmi. Il primo film fu Vanità e il debutto non fu facile. Non che mi intimorisse la macchina da presa (non ne ho mai avuto paura, è molto peggio affrontare una sala gremita di pubblico), ma il contatto con un ambiente che non conoscevo mi turbò e per una settimana mi sentii tristissimo, incapace perfino di fare il buffone. Inoltre in quel film sostenevo (per centocinquantamila lire) il mio primo ruolo drammatico e una simile prova mi angosciava. Sembra che me la cavassi abbastanza bene perché con quella interpretazione mi guadagnai il «Nastro d’argento» e da allora ho interpretato più di trenta film. Pochissimi di questi erano buoni, molti preferisco dimenticarli, forse i migliori erano proprio quelli drammatici (io preferisco i ruoli drammatici e li trovo molto più facili di quelli comici), ma neppure questi contribuirono a mutare il mio atteggiamento nei riguardi del cinema, nel quale un uomo come me trova troppo poco carni» libero per l’invenzione. In compenso il cinema mi ha dato modo di lavorare con persone che stimo moltissimo e di stringere amicizie di cui vado immensamente orgoglioso. Le persone alle quali voglio più bene: Soldati, Visconti Fabrizi, Anna Magnani, Delannoy, le no trovate nel cinema.

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FREGENE, 1955. Walter Chiari con Elsa Martinelli. Molti sono sicuri che i due si sposeranno sebbene, per ora, l'attore smentisca la notizia. Chiari e la Martinelli si conobbero quando lui era fidanzato con Lucia Bosé e lei faceva l'indossatrice. Si ritrovarono al ritorno di lei dall'America. Sebbene non ufficialmente fidanzati sono sempre insieme.

Soldati lo conobbi quando girai Ok Nerone, di cui egli era regista. Mi piacque subito perché lo vidi così inquieto e insofferente, allo stesso tempo pieno di self-control. Nelle ore che stagnano fra una ripresa e l’altra io inventavo per lui ogni genere di scherzetti e lui me n’era grato, Un giorno, per farlo arrabbiare, gli dissi « Un regista sensibile deve saper girare una scena a occhi chiusi, come se fosse prigioniero dentro un armadio». Soldati sapeva che io scherzavo, tuttavia stette al gioco e andò davvero a dirigere chiuso dentro un armadio. Un giorno si arrabbiò col produttore Theodoli. Era bianco e tremava. Per calmarlo mi misi a fare lo scimmione: saltavo gridando e gli cercavo le pulci in testa. Lui seguitava imperterrito a litigare. «Il regista sono io», ripeteva, come se non mi vedesse. Alla fine esclamò: «Basta, andiamo a bere», e mi prese per mano conducendomi al bar. Poi sorrise, mi guardò con gratitudine: «E la scimmia cosa prende?». Naturalmente aveva visto tutto. Soldati mi piace perché è preparato psicologicamente con gli uomini e del tutto indifeso di fronte alle donne, come me. Poi perché è un uomo superiore al cinema, anzi una delle pochissime persone che il cinema non è riuscito a piegare e può restarne completamente staccato, pur lavorandovi, come vorrei fare io e come non riesco a fare. Non è come gli altri scrittori che considerano il cinema solo una povera cosa e non si rendono conto che è Invece una cosa importante, anzi pericolosa, capace di stroncare una creatura. Quanto a lui, credo che sia altrettanto affezionato a questo ragazzino che ha studiato e scrive poesie (mi ha promesso la prefazione al mio futuro libro) e che spesso riesce a calmarlo e a fargli fare quel che vuole..

Una volta, durante la lavorazione di Ok Nerone, si mise a litigare con una signora. Litigava in mezzo a un prato, sotto il cielo rosso, agitando le braccia scarne, sembrava il personaggio di una tragedia greca. Allora mi avvicinai danzando e, dopo avergli tolto la paglietta, gli posai sulla testa una corona di alloro. Credevo di vederlo scattare, interrompere il litigio, ma lui continuò la sua scenata, con la corona in testa, sotto il cielo rosso, e quand’ebbe finito riprese la paglietta e restituì la corona a me. I suoi rapporti con me sono i medesimi che potrebbero esserci fra un padre piccolissimo di statura (che sarebbe lui) ed un bambino alto tre metri (che sarei io). Un giorno, quando giravamo Segno di Zorro, con Gassman, lo convinsi a dare una prova di forza fisica. «Sei troppo intellettuale», gli dissi, E lui, sempre fingendo di prendermi sul serio: «Cosa dovrei fare?». «Dovresti scendere dall'altura portandomi sulle spalle fino allo spiazzo dove stanno i macchinisti». «E che diranno?». «Diranno: "An vedi er dottore quant’è forte”». E lui ubbidì. Mi caricò sulle spalle e scese col pesante fardello fino al traguardo, senza mollare. «An vedi er dottore quant’è forte!» dicevano i macchinisti. Lui stringeva i denti e andava avanti, felice.

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MILANO, 1955. Walter Chiari con la madre. Enza Annicchiarico è tuttora insegnante elementare. Tuttavia pensa che la vita sarebbe stata più facile per Walter se egli avesse fatto l'impiegato di banca, e se si fosse già sposato, come i suoi altri figli.

Un altro uomo eccezionale che ho trovato nel cinema è Luchino Visconti. C’è una via limpida fra me e lui, fatta di stima e di amicizia pura, ed io ne vado orgoglioso perché essere amici di Luchino è un titolo di merito e mi piace che egli mi consideri tale anche se artisticamente non ho combinato nulla di buono. Sono impressionato dalla sua cultura, dalla sua saggezza: egli vive come se avesse già vissuto duemila anni. E lui è affezionato a me nello stesso modo in cui io sono affezionato ai bambini.

(Un giorno d’inverno ero a casa di Luchino, a Roma, con Anna Magnani e altri amici. E ho molto triste per via di Lucia ammalata e me ne stavo in disparte senza parlare, nemmeno le barzellette di Nannarella riuscivano a farmi sorridere. Vicino al caminetto che ogni tanto tornava ad attizzare, Luchino mi lanciava sguardi preoccupati. D’un tratto prese un legno e con gesto solennemente scherzoso fece l’atto di gettarlo nel fuoco. Nello stesso momento il tappeto gli scivolò sotto i piedi e egli cadde a gambe in aria. Cadde proprio in modo ridicolo e non potei fare a meno di ridere. Seguì un silenzio imbarazzato. Tutti mi guardavano scandalizzati e sorpresi: ridere di Luchino che cade! Lui, invece, fu l’unico a non mostrare meraviglia o indignazione. Era così felice di essere riuscito a farmi rìdere che per sette volte ruzzolò apposta in terra e ad ogni mia risata sembrava più compiaciuto e soddisfatto). Per questo mi ha riempito di gioia scoprire che venti anni fa frequentavamo il medesimo circo, l’«Arena Azzurra», vicino alla stazione di Milano, dove parte il trenino detto «Gamba de legno». C’erano due pagliacci, in quel circo: Ballabiou e Caramadonna; e oggi egli mi chiama così: Ballabiou o Caramadonna. Malgrado questo vago incontro che risale ai tempi della mia infanzia, ho conosciuto Luchino solo pochi anni fa, in un negozio di Roma dove stavamo entrambi comprando certi calzini con gli stemmi delle varie città italiane. (Erano calzini divertentissimi che solo un raffinato come lui ed un incosciente come me potevano comprare). Gli fui presentato. Lui mi salutò; con espressione severa e disse subito:

«Perché fa il comico? Lei ha una faccia drammatica, non una faccia da comico». Un anno dopo lo rividi e fu quando mi chiamò per un ruolo nel film Bellissima con Anna Magnani. Si trattava di un personaggio difficile, senza gloria cinematografica, perché non aveva niente di estremamente turpe o di estremamente eroico, era ambiguo, come i giovani d’oggi, e soprattutto completamente diverso da me. Eppure riuscii ad esprimerlo e recitai con piacere: lavorare con Visconti è facile quando lo si capisce. Lui non insegna i gestì, racconta l’anima del personaggio; è un gioco di intelligenza.

Questo è tutto. Cos’altro può raccontare, del resto, uno che ha appena trentun anni? I fatti più recenti della mia vita, i film, le avventure che mi vengono così spesso attribuite appartengono ad un diario che non mi interessa. Il fatto d’essere amico di persone famose o influenti, di dare del tu a qualche principe (ma io do del tu a tutti) non lo ritengo degno di considerazione. Un certo successo e la notorietà non mi hanno cambiato. Mi piace ancora vestirmi male, fare molto sport stare coi bambini e coi poveri. (Tutti sanno quanto sia difficile per me sfuggire alla gente che mi chiede denari. Ho decine di clienti affezionati che riescono a pedinarmi come poliziotti: giro l’occhio e me li trovo accanto. Chi è orfano, chi ha la madre ammalata, chi si deve sposare, chi ha dieci figlioli; una volta mi capitò un simpatico filibustiere che era tutte queste cose insieme e riuscì a convincermi che gli era morta la bambina, ma il giorno dopo la stessa bambina era resuscitata e aveva bisogno dì medicine. Raramente io rifiuto un aiuto, del resto più sono bugiardi e più mi divertono. (Il denaro non conta per me. Lo spendo e lo regalo con la stessa facilità con cui lo guadagno e questo mi sembra saggio e giusto). I giornali hanno già stampato le mie fotografie con Elsa Martinelli, qualcuno ha detto che ci saremmo sposati. Si tratta di notizie avventate. Elsa è una cara, adorabile ragazza. La conobbi due anni fa in casa di Lucia, dove si era recata insieme ad altre indossatrici; e provai per lei una immediata simpatia; tanto è vero che, quando mi disse di giocare al tennis, le regalai subito un pacco di palle inglesi che avevo portato da Londra e alle quali tenevo moltissimo.

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MILANO, 1955. Walter Chiari nella redazione dell'Europeo con Oriana Fallaci che ha raccolto e trascritto il racconto della sua vita.

L’ho rivista questa estate quando è tornata dagli Stati Uniti e, ricordando questo episodio, la nostra amicizia è nata fulminea. Elsa mi piace perché mi assomiglia. Anzitutto viene da un ambiente semplice, come me, poi è un po’ matta e svitata, come me, ama le cose non complicate, non dà importanza al modo di vestirsi o di pettinarsi, non le importa della gente e del giudizio degli altri, è spontanea, sincera, il successo non le ha dato alla testa. Io le dico sempre: «A sentirti parlare non si direbbe nemmeno che sei stata In America e che Kirk Douglas tl ha lanciato come una Greta Garbo». Posso dire di più: che le voglio bene q che sono capace di volare da Roma a Milano o viceversa per passare poche ore con lei. ( Infatti i nostri impegni di lavoro ci tengono continuamente divisi e dobbiamo faticare molto per incontrarci). Ma non pensiamo a sposarci, per ora. Il matrimonio è una cosa molto seria. Lei è brava, farà carriera, sono sicuro che la attende una grande popolarità. Io sono troppo legato, ancora, al palcoscenico e al cinema. Quando deciderò di sposarmi vorrà dire che qualcosa di tutto questo sarà cambiato. Ho già accennato al fatto che essere attore non mi interessa. Certo mi piacerebbe fare un film buono, ma può anche darsi che il massimo della mia capacità e della mia simpatia io l’abbia già dato e in questo caso non ci sarebbe niente di male: ci sono molte persone che hanno avuto le lapidi sui muri senza fare i film e le riviste (e con questo non intendo certo dire che ambisco avere una lapide su qualche muro). Non mi piace fare progetti, ma c’è una cosa che farò prima o poi e alla quale non vorrò in alcun modo rinunciare. È scrivere. Sarò completamente felice solo il giorno in cui vedrò il mio nome, anziché sullo schermo o su un manifesto, sulla copertina di un libro.

Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno XI, n.45, 6 novembre 1955


L-Europeo
Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno XI, n.43, 44, 45, ottobre-novembre 1955