Questa è la vita di Walter Chiari

Walter-Chiari


1962 11 11 Epoca Walter Chiari intro

Ora per ora in un turbine pazzesco.

Lavora, tutte le notti, dalle nove di sera alle sei del mattino. Quando ha finito, mentre la grande città si sta svegliando, sale sull’auto degli amici e va a cacciare nelle riserve o a pescare lungo i laghi. Per ogni persona che incontra ha in serbo un sorriso, una battuta, uno scherzo. Non dorme mai. Non si ferma mai. Dimentica gli appuntamenti. Il suo sogno è quello di aprire la finestra della casa in cui abita, che non è sua ma di un amico, di vedere la nebbia che si addensa per le strade di Milano e di telefonare ad un’agenzia di viaggi: «Pronto, sapete se a Bangkok c'è il sole? C’è? Benissimo, prenotatemi un posto su un aereo diretto là». È fatto così. Cosa dice di lui la gente? Gli amici affermano: «È adorabile. Un pezzo di pane». Un’attrice spiega: «È un compagno simpaticissimo, ma quando sei con lui lo vedi così intento a salutare tutti che finisci per sentirti trascurata». Un impresario dice: «Potrebbe essere uno degli attori cinematografici più quotati, ma non pensa neppure per un minuto al film che sta girando. Manca persino di quel minimo di professionismo, d’impegno, di attenzione, che occorre anche allo scrivano per copiare una lettera del principale». Questo personaggio sconcertante è Walter Chiari.

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«Vuole descrivere una giornata di Walter?», ci avevano detto, un po’ spaventati, i suoi amici.

«È difficile. Nessuno, e lui meno degli altri, si rende esattamente conto di come si svolgano le sue i giornate. È talmente imprevedibile in ogni suo movimento, tallente mutevole...» Non restava che viverla, questa giornata, seguire il vulcano nelle sue eruzioni inattese. E, dato che la giornata di Walter Chiari, per lo meno in questo periodo in cui sta girando un film ambientato di notte, comincia regolarmente dopo il tramonto, era quello il momento più indicato per fare la conoscenza del personaggio.

Sono le nove di sera, in un piccolo cinema della periferia di Milano. Fa freddo e una spruzzata di pioggia rende luccicante il marciapiede davanti all'ingresso ravvivato dalla modesta insegna al neon. Nell’atrio si sta girando il film cui partecipa Walter Chiari. L’attore ha approfittato di un fomento di attesa per rifugiarsi nella sala a vedere il finale di un
western. Esce soddisfatto. Ha il berretto tirato fin sopra gli occhi, l'abito blu a righine, la sciarpa grigia avvolta con cura sotto la giacca, i capelli lunghi sul collo. Viene circondato da un gruppo d'uomini e di giovanotti che se lo contendono sferrandogli robuste manate sulle spalle. «Quello», spiega uno di essi, indicando l’uomo che il comico ha abbracciato, «è il suo grande amico di Desenzano. Non si vedevano da un pezzo.» «Quando hai finito, Walter», gridano. «vieni con noi al Bersagliere. Abbiamo un fiasco di rosso...» «Ma io non ci ho mica tempo», ribatte il comico, in milanese. «Portatelo qua, il vino!»

Ma chi sono gli amici? «Sono», spiega Chiari, «i compagni del tempo in cui praticavo la boxe, qui a Milano, nella palestra dell'Isotta Fraschini. Siamo stati ragazzi insieme, di notte andavamo a fare il bagno al Lido di Milano, e ci divertivamo a portar via i galleggianti. Eravamo un po' teppisti, ma in senso buono: scatenati, senza però fare torto a nessuno. Quando c’erano degli incontri importanti, vendevamo panini in sala per poter vedere lo spettacolo. Io, per conservare l’ascendente sui compagni, dovevo tacere il fatto ch’ero figlio di un ufficiale di polizia e di una maestra. Ci ritroviamo tutte le volte che vengo a Milano, e la domenica andiamo a pescare insieme. Sono le più belle ore della mia vita, perché, nel nostro gruppo, si ignorano l’ironia e il pettegolezzo.» S’è avvicinato il regista del film. «Stai dettando la storia della tua vita?», domanda. «Vede?», commenta Chiari. «Questa è ironia. Per questo, quando vado a pescare con gli amici, mi trovo così bene. Essi, l'ironia non solo non la praticano, ma neppure sanno cosa sia.»

«Walter», ci aveva raccontato una sua amica, «ha un’ambizione suprema: vuole riuscire simpatico a tutti, conquistare cento persone in un colpo solo. È la sua caratteristica, ed è ispirata da una profonda insicurezza. Non crede in se stesso, perciò ha bisogno che gli altri, ad ogni momento, lo applaudano e gli dicano: quanto sei simpatico.» Vediamo se è vero. Mentre stiamo parlando, l’attore si volge agli amici e indica un ometto grigio che percorre la strada spingendo davanti a sé una vecchia bicicletta. «Quel signore», dice Chiari, ed il viso gli si anima di un guizzo incredibile, «non ha mai imparato ad andare in bicicletta, eppure la porta sempre con sé perché pensa che, un giorno o l’altro, imparerà, una volta, portava con sé : automobile, sempre sospingendola a mano, ma si è stancato e l’ha venduta.» Nel dire così, strabuzza gli occhi e spia ansiosamente, sui volti, l'effetto che ha avuto il raccontino. Adesso deve cominciare a recitare. In una scena, il copione prevede che egli esca dalla destra. Ma Chiari insiste nell’uscire dalla sinistra. Il regista lo richiama. Lui, allora, improvvisa uno sketch. Si gira, fìssa irrequieto la direzione da prendere, finge di sbagliare, si corregge, sbuffa. Tutti ridono. Questo lo mette a proprio agio. Appena ha un momento di riposo. corre fuori dal cinema ad osservare la pioggia che picchietta sul selciato. Gli piace «scoprire» le cose, comunicare con esse. A volte, quasi senza accorgersene, si sorprende a fissare su un pezzo di carta impressioni come questa: «Aprendo una finestra a Detroit Uno di quei tristi mattini - quando le rondini - sembrano gridare di dolore - crocifisse - sulle loro ali».

“Deve" vedere il mare ogni giorno

È gaio e malinconico. Semplice e complicato. Lo entusiasma- immergersi fra la gente e ha un desiderio inappagato di solitudine totale. Ama gli opposti: la folla nelle città e le spiagge deserte. Ma allora chi è, questo Walter Chiari? La lavorazione del film segna una pausa. Sono quasi le cinque del mattino e lui non mostra la minima stanchezza. «Che bello!», dice. «Fra un’ora abbiamo finito, e io potrò andare a caccia.» Intorno, ci sono solo facce assonnate: gente che sorseggia avidamente caffè e un cognac e che non vede l’ora andare a letto. Lui, no: in quel fantastico viso di adolescente quarantenne, c’è tutta la gioia di poter sguazzare fra un’ora, dopo la notte insonne, nell’acquitrino, con il fucile saldo fra le mani.

«Insomma: che tipo è lei, Walter Chiari?» Ha promesso di spiegarcelo : in dieci minuti, perché gli brucia la terra sotto i piedi. Si volge verso la segretaria di produzione. «Portami i libri», dice. La donna è stupita. «Quali libri?» «Ma si», incalza lui, paziente. «Quelli che ti ho prestati l’altro giorno. I libri di Kafka, di Kierkegaard, di quegli autori che. nel nome, hanno tante kappa da diventare automaticamente importanti. Ecco, hai rovinato tutto. So bene che non te li ho prestati, ma dovevi dire di si lo stesso. Mi avresti fatto fare una figura eccellente.» La scenetta è stata divertente. Ma è possibile che, a trentotto anni, Chiari sia sempre cosi inguaribilmente fanciullo? È reduce da un’esperienza americana non molto soddisfacente, deve ritrovare il suo pubblico, è ad una svolta delicata della sua carriera. Lo sa? È contento, è scontento? Fiducioso o preoccupato? Si sente solo? Lo provochiamo perché risponda a queste domande, e allora, come un fiume che abbia travolto gli argini, decine. centinaia di parole escono dalle sue labbra, si inseguono, si accavallano, si coloriscono delle sfumature più incredibili. «Non conosco periodi che si chiudono e periodi che si aprono», dice. «La mia vita è come un'ellisse. ha una continuità perfetta. Le ore nuove sono sempre figlie legittime delle ore vecchie. Per la gente, forse, io rappresento un prisma colorato, con tutti gli angoli ben smussati, che ti dà un senso di armonia e ti aiuta a vivere l’esistenza come una favola.

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In me, la maggior parte delle persone vede il lato cretino, la cinetica, il dinamismo, il movimento un po' esagerato. Ed è vero che io sono anche cosi... ma non solo cosi. La ragione dell'equivoco. fra me e la gente, è che tutti pensano ch’io giuochi senza misura. Ma cosa vuol dire misura? L'unità di questa misura è la mia o quella degli altri? Gli altri ridono per un quarto d’ora al giorno, e poi basta: ci si deve ricomporre, si rientra nella normalità. Ci si diverte dalle... alle... Al loro divertimento. alla fantasia, hanno imposto un orario. Io, invece, non ho orari. La differenza sta qui. Io vivo a mio modo e quando sono stufo salgo su un aereo e mi rifugio in un'isola deserta. Il segreto dell'esistenza, per me, consiste nel sentirsi a proprio agio in qualsiasi parte del mondo. A Bangkok. Kuala Lumpur, Los Angeles: dappertutto essere come a casa propria. Ma per ottenere questo risultato, bisogna imparare ad amare quelle cose che sono uguali dovunque ma hanno un colore diverso nei diversi luoghi. Il mare, ad esempio. Io ho la malattia del mare.

Devo vederlo ogni giorno: per un minuto, per un'ora, ma ogni giorno... Perciò, quando ho letto i grandi scrittori del mare. Conrad, Melville, non ne sono rimasto folgorato, perché io tutte quelle cose me le sentivo già dentro. È un richiamo profondo. Quando si sente il richiamo di una cosa, bisogna farla. Sempre. A me. in realtà, preme di guadagnare solo perché ciò mi consente, in un mattino in cui lo desideri, di salire su un jet e volare a Johannesburg per giocare a tennis con un amico. Io non compro molti vestiti né butto via i soldi al night-club. Non sono neppure capace di ballare. Al night-club vado una volta all'anno, e in quell’occasione scattano tante fotografie che sembra ci vada tutte le sere. Quello che spendo, lo spendo in viaggi. Per il piacere di atterrare in un posto e scoprire che tutti hanno gli occhi così (si allunga con le dita le palpebre ed imita lo sguardo a mandorla dei cinesi). E le scritte dei negozi, cosi diverse dalle nostre. Di colpo, ti senti un provinciale. Sentirsi provinciale è tutto. Significa avere una disponibilità. una capacità di sentire, di capire, di vivere. Cosi mi capita, al ritorno, di essere più giovane di quando sono partito. Perché io, girando il mondo, ho vissuto più degli altri, ma gli altri sono rimasti seduti ad aspettarmi. E sono invecchiati. Mentre io non ho tempo per invecchiare. Bisogna muoversi, per restare giovani.»

Una voce grida, fuori campo: c Signor Chiari, per oggi lei ha finito.» Guarda l'orologio. «Le cinque! Magnifico. C'è persino il tempo di dormire un'ora.» Domandiamo perplessi : «Ma lei vive cosi ogni giorno?» Gli occhi, ridivenuti improvvisamente seri, hanno un'espressione di quieta, lancinante malinconia infantile. «Non ogni giorno, ma quasi. Io dormo pochissimo. Ho sempre dormito pochissimo. Non riesco a dormire. Al massimo, sto a letto quattro ore. Il mio unico modo di riposare è quello di andare a caccia o a pesca. Mi distende. E alla sera, c'è il lavoro. Ma non lo chiamerei lavoro, perché mi diverte. Piuttosto, tensione: ecco, una più accentuata tensione nervosa.»

Dispensa appuntamenti che non manterrà

Usciamo. Corriamo in auto verso la casa, dove Chiari vive le sue incredibili giornate milanesi. «Bisogna imboccare i sensi vietati», dice, mentre percorriamo la città addormentata, «perché a quest’ora tutti li percorrono, e chi segue le vie legittime è destinato ad essere investito.» È evidente che il paradosso lo allieta, esalta la sua disordinata e prodigiosa volontà di vivere. Forse lo diverte pensare alla sua stessa esistenza come ad un fantastico senso vietato, da percorrere continuamente per non essere investito.

Sul portone, saluta calorosamente. «Ci vediamo, alle due del pomeriggio.» È divertente tutto ciò: sappiamo bene che non lo vedremo, quel pomeriggio, né noi né le dieci altre persone alle quali egli avrà fissato lo stesso appuntamento. Eravamo stati avvisati. «Walter è meraviglioso», ci aveva detto una sua amica. «Non sa dire di no alla gente. Accetta qualsiasi cosa gli si proponga: un appuntamento. un invito a pranzo, la partecipazione a un cortometraggio, o anche ad un film, il cui soggetto lo disgusta. Sempre per quella ragione: che vuole riuscire simpatico a tutti, che non vuole deludere nessuno. Alla fine, si trova carico di impegni e non ne rispetta alcuno. Quando il cerchio si stringe da tutte le parti, è capace di accettare un'offerta di lavoro negli Stati Uniti. Per sfuggire a tutti, e forse, chissà, anche a se stesso.»

Quel giorno, come tutti gli altri. Walter Chiari non andò ad alcun appuntamento. Si aggirò felice nella brughiera, reggendo il fucile, in mezzo agli amici della sua infanzia, dimentico di tutto. Tornò i Milano a sera inoltrata. «Hi fatto sempre cosi», ci racconta uno degli amici che lo seguono a caccia. «Quando recitava in teatro, era la storia di ogni sera. Mancava poco all'inizio dello spettacolo, e noi si correva in auto, ancora lontani da Milano o da Torino, con il pericolo di non arrivare in tempo perché c’era la nebbia. Arrivava trafelato e correva in scena senza essersi neppure cambiato.»

E le belle donne, per le quali si è sempre detto che l’attore è capace di ogni stravaganza? «Riguardo a questo, si è esagerato molto», afferma lo stesso Chiari. «Sembra che io abbia fatto il giro del mondo soltanto per seguire Ava Gardner. In realtà, io ho nutrito interesse per questa o quella donna, come accade a tutti, e tali episodi sono stati dilatati oltre ogni immaginazione. Forse è colpa del mio carattere, tanto estroso che tutto ciò che faccio viene giudicato eccessivo. Io stesso sono consapevole di eccedere, in molte mie manifestazioni. Ma le mie bizzarrie non sono certo dei delitti. E allora, perché non me le perdonano? È così grave essere allegri?»

E ride. Ride e scherza, il giovinetto quarantenne che non vuole crescere e che vuol piacere sempre a tutti. «Non dica questo». ci spiega un'attrice. «ma forse le donne si stancano di lui. che pure è simpaticissimo, perché sentono di non poterlo mai avere tutto per sé.»

Il telefono suonò a lungo, invano, quel pomeriggio, nella casa di Chiari. Tutti lo cercavano. Lui era lontano, come sempre. A caccia nella brughiera, a pesca sui laghi, a giocare a tennis in Australia. sulla luna con una bella donna. Una coltre di nebbia, il broncio di una fredda mattina d’autunno riescono a difenderlo dal mondo, a far sì che egli si senta libero anche senza dover saltare sul primo aereo per la Malesia Alla sera, poi, la grande recita riprende. Deve ridere, giocare, fingersi (od essere) il simbolo dell’eterna giovinezza, il Peter Pan della favola, per piacere agli altri, e forse a se stesso. Ha ragione lui di essere così o han ragione gli altri di vedere la tristezza dietro la sua risata? Qual è l'unità di misura giusta? Non lo sappiamo. Ci rimane solo l'immagine di lui sorridente, il berretto calato fin sugli occhi, mentre dispensa generosamente appuntamenti che non manterrà. Questo è l'incomprensibile Walter Chiari.

Un uomo che si trova a suo agio solo quando un aereo lo scarica giù dalle nuvole per depositarlo, piccolo provinciale smarrito, in un paese dove c’è quel mare che, per tutti gli anni della sua giovinezza, egli ha cercato affannosamente in tutti gli angoli di Milano, senza mai riuscire a trovarlo.

Guido Cerosa, «Epoca», anno XIII, n.633, 11 novembre 1962


Epoca
Guido Cerosa, «Epoca», anno XIII, n.633, 11 novembre 1962