La caduta trionfale di Wanda Osiris

1953 Silvana Pampanini 1000

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Quello della così popolare soubrette è un mito semplice che conviene a Milano e alla sua larga zona d'influenza: nei giorni scorsi se ne è avuta la prova.

Gli intellettuali milanesi che la mattina di giovedì 27 ottobre finsero di divertirsi molto alla notizia del capitombolo di Wanda Osiris dalla passerella del Lirico furono una macchia trascurabile nello stato d’animo della città, un’isoletta sperduta nel mare della commozione. Milano «dal grande cuore», come scrivono le cronache a Natale, Milano «delle barricate», come diceva Greppi, o «del panettone», come si dice volentieri a Roma; Milano, insomma, di Toscanità, del Corriere della Sera, della Wandissima, la Milano compatta dal gusti monocolori, dagli entusiasmi elementari comuni a ricchi e poveri, senza differenze d’opinione tra un ambiente e l’altro, tra centro e periferia; questa Milano quel giorno si commosse, a giudicare dai discorsi che si sentivano al Biffi-Scala e alle fermate dei pullman usciti per sostituire i tram in sciopero; o, anche, a giudicare dai titoli dei quotidiani pomeridiani, per i quali la Osiris era «caduta dalla passerella come una regina dal trono» (Corriere Lombardo). Raramente ebbe accoglienze così patetiche una notizia' che per fortuna non aveva nulla di tragico. Per dichiarare questa volta Humpty Dumpty «fuori pericolo» non era nemmeno necessario scomodare tutti gli uomini del re, bastarono quattro punti al cuoio capelluto dell’idolo.

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MILANO. La struttura di stoffa e metallo che sosteneva il costume di Wanda Osiris la sera della caduta: peso complessivo, diciannove chili e ottocento grammi.

La sera prima, al Lirico, non c’erano stati né dramma né pathos al momento in cui la signora Osiris vestita di rosso scomparve nella fossa dell’orchestra. Non ci fu un grido, nessuno si alzò in piedi nella grande platea illuminata per il finale, silenziosa perché l’orchestra s’era fermata e le voci di quelli che venivano dalle quinte di corsa per inginocchiarsi alla ribalta non arrivavano alle poltronissime. Quando alle riviste capita che una ragazza precipiti dalla passerella fra le braccia degli ammiratori in piedi, il pubblico di solito ride senza tener conto del rischio di fratture effettivamente affrontato dalla ragazza seminuda. Ma quando cadde la signora Osiris l'unica sensazione in teatro fu di imbarazzo. Dai palchi e dalla galleria la si vedeva svenuta su una specie di lettuccio metallico, che era il vibrafono, schiacciata dal costume rosso che, per la precisione, non pesa otto chili come si è detto, ma diciannove e ottocento grammi Wanda Osiris è una donna di non comune resistenza fisica. L’ipotesi che quella sera fosse un po’ stanca, più stanca del solito, e che ripetendo per la terza volta il passaggio sull’esile ponticello di legno fosse stata colta da un momento di incertezza, per la prima volta in tanti decenni di passerella, è romantica e suggestiva; ma non è vera. Wanda Osiris sa dove mettere i piedi su passerelle, praticabili e scale di ogni tipo e dimensione; è la sua specialità, la sua poetica; il suo passo non è mai improvvisato, è sempre calcolato, così come è calcolato il gesto ieratico delle braccia che le serve per equilibrare il peso del corpo e del costume su un piede solo, prima di spostarlo sull’altro piede. L’agilità necessaria per questo esercizio la possiede, e la vita tranquilla e metodica che in genere si preoccupa di condurre (casa, parrucchiere, teatro, casa) le permette di conservarla come se avesse qualche anno di meno. È in grado anche di sopportare fatiche sceniche notevoli, come quella dell'enorme strascico azzurro da trainare per tutta la profondità del palcoscenico nella sua «presentazione» in questa rivista; il che è anche peggio dei diciannove chili e ottocento grammi dell’abito rosso di cui parliamo.

La verità è che si verificò quella sera una circostanza imprevista, per cui qualunque ragazza di vent’anni, con quel monumento di costume addosso, sarebbe caduta e, probabilmente, svenuta nello stesso modo: l’orlo inferiore della grande gonna andò a incastrarsi in una fessura tra la piccola passerella aggiunta a forma di esse e il palcoscenico, nel momento in cui la Osiris stava spostando il proprio peso dal piede a valle sul piede a monte. Inchiodata all’orlo, la gonna si tese tra la passerella e la donna, funzionò come l’elastico di una fionda; e la donna, tirata indietro per la cintola, cadde. Il pubblico uscì dal teatro in silenzio.

La commozione pubblica ci fu il giorno dopo, quando nella fantasia di chi non c'era l’incidente diventò epico come in realtà non era stato, la modestia dei particolari tecnici perse importanza, e tutta Milano parlò di quell'episodio copie se vi avesse assistito. «Hai sentito della Wanda?». «Ma pensa!». E chiunque, pensandoci, vedeva la famosa soubrette, maestosa e lontana in un abito sfavillante, alta sul grande teatro, salutare con le braccia alzate il pubblico di Milano, a piena orchestra, e all’improvviso precipitare con un grido sommerso dal rullo dei tamburi. Fu una caduta trionfale, per chi se là immaginò; fu, in questo senso, un successo personale maggiore di quello che la stessa Wandissima aveva avuto tre sere prima, al debutto, quando si era «riconfermata in tutto il suo charme» (come scrisse il Corriere della Sera), «in un clima da festa nazionale» (come scrisse il Corriere d’informazione).

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MILANO. Una ballerina della compagnia Osiris-Bllll-Riva ricostruisce la scena dell'incidente, indossando l'abito di Wanda Osiris. La soubrette cadde perché l’orlo della gonna s'impigliò tra la passerella e il palcoscenico, come si vede in basso a destra, in questa fotografìa.

Wanda Osiris è oggi, certamente, la soubrette italiana che ha davanti a sé il maggiore avvenire. Lo ha confermato questo episodio, che è stato la prova del nove della necessità di miti semplici come quello della Wandissima in una città senza dubbi come Milano e, probabilmente, anche nel resto d'Italia. Quel «vitellone» che nel film di Fellini tornò in provincia a vantarsi con gli amici di avere finalmente «visto la Wanda Osiris» è probabilmente disposto a considerare ancora per molti anni il vertice del bello e del nuovo imo spettacolo nel quale la signora Anna Menzio, nata nella villa Savoia a Roma poco tempo dopo il regicidio di Monza, appaia indossando pesantissimi vestiti multicolori. Si comprende sempre più come mai le madri alle mattinate le portino fin sotto la passerella le bambine da baciare e perché pochi anni fa la sala del Lirico tremò per le urla del pubblico ( «Vergognatevi! La Wanda non si tocca!»), quando una rivisti che appunto per questo cadde alla prima, osò presentare una caricatura di Wanda Osiris in un quadro intitolato «Viale del tramonto», insieme con quelle di altri personaggi non molto meno illustri della cronaca internazionale. Se questo sarà anche negli anni futuri il pubblico della rivista, nessuna soubrette potrà nemmeno nei prossimi anni sostituire nel cuore e nel cervello di questo pubblico la sua Wanda Osiris. E costei, pur manifestando ogni anno il proposito di abbandonare le scene, potrà serenamente invecchiare in passerella. Anche perché di una seconda Wanda Osiris nessuno sente il bisogno, ne basta una.

Assediata dalle visite, dalle telefonate interurbani, dai fiori, nella stanza 136 del Policlinico di via Dezza come nel suo camerino a teatro, in un'atmosfera impregnata per metà di Arpège e per metà di alcool denaturato, Wanda Osiris a letto con una cuffia bianca e il viso senza trucco e pallido («Ma senza rughe, hai visto?» diceva qualche amica uscendo) ebbe la settimana scorsa le maggiori testimonianze d’affetto e di deferenza della sua carriera. I fiori di Paone, ex-impresario, accanto a quelli di Trinca, impresario attuale; visite, telefonate, lettere, telegrammi di colleghi famosi e oscuri, di chi è stato con la Osiris e di chi spera di esserci un giorno; di chi tra una carezza e un «carissima» le rivelava quali parti della rivista sarebbe stato meglio, a suo giudizio, tagliare; di chi le chiedeva denaro o le comunicava, da Macerata, di avere scoperto in sé la vocazione della ballerina o del boy. Intanto, il teatro chiuso e la compagnia ferma costavano milioni, e, nel caso di una degenza prolungata della Osiris, avrebbero dovuto il Lirico cercarsi un altro spettacolo, Trinca forse pensare a scioglier la compagnia. Mai come quest'anno Wanda Osiris è insostituibile, perché La Granduchessa e i camerieri è un’operetta a trama. In America uno spettacolo del genere non debutta senza che ci sia scritturato in compagnia, per ognuno dei principali interpreti, un sostituto che conosca perfettamente la parte, in modo che né un raffreddore né una disgrazia possano costare all’impresario migliaia di dollari. Ma via Larga (dov'è il Lirico) non è Broadway che di nome, il teatro di rivista italiano con tutte le sue ambizioni industriali non è da qualche punto di vista che .buon artigianato; e se una soubrette considerata capace di sostituire la Osiris ci fosse, sarebbe già «primadonna» di un’altra compagnia.

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MILANO. Wanda Osiris con la figlia Cicci, nella stanza della clinica dove è rimasta ricoverata dalla sera di mercoledì 26 ottobre al pomeriggio di sabato 29. Lunedì 31 i giornali annunciarono: «Lirico: spettacolo eccezionale con il ritorno di Wanda Osiris».

Nessuno si stupì, perciò, quando Wanda Osiris, sabato pomeriggio, solo tre giorni dopo l’incidente, lasciò la clinica: e tirarono un respiro di sollievo le molte persone con le quali la Osiris non è avara, le sarte, i poveri, gli ex-dipendenti (c’è un ex autista che la Osiris mantiene a sue spese in un albergo di lusso), per i quali un lungo periodo di disoccupazione della loro cliente o benefattrice sarebbe spiacevole. Prima di riapparire sul palcoscenico del Lirico tra Billi e Riva, Wanda Osiris si recò a portare un cera e un’offerta ad un altare della Madonna nella chiesa di San Bernardino alle Ossa. La regina della rivista italiana, come tutti sanno, è molto devota, e la sua fotografia preferita non è una di quelle che il pubblico conosce; è una fotografia in cui appare vestita di nero, con in capo un ampio velo pure nero; fu eseguita in occasione di una visita al Santo Padre ed è appesa, in una bella cornice, in casa della figlia Cicci e del genero Maner Lualdi, in una stanza accanto a quella dove dormiva la piccola Fiorenza la sera in cui la nonna cadde dalla passerella.

Giuseppe Trevisani, «L'Europeo», anno XI, n.45, 6 novembre 1955


L-Europeo
Giuseppe Trevisani, «L'Europeo», anno XI, n.45, 6 novembre 1955