Wanda Osiris racconta...

Wanda-Osiris

Epoca-Wanda-Osiris

Prima parte - Al suono di queste parole la “Wandissima" apparve per la prima volta sulla scena quando, eludendo la sorveglianza materna, debuttò sedicenne all'Eden di Milano con Carlo Rota.

«Ehi, Menzio! La osservo da un'ora. Si può sapere che cosa sta guardando di tanto interessante fuori dalla finestra?» Il cavaliere capo ufficio era un cerbero, soprattutto (e in questo forse non aveva poi torto) con le impiegate più giovani. Guai se ne sorprendeva due a ridere durante il lavoro, guai se coglieva un attimo di distrazione. La piccola Anna Menzio, invece, era sempre distratta. Magari, richiamata alla realtà, si buttava a capofitto a schedare polizze e a registrare versamenti se non meglio di un’altra almeno con la medesima velocità e diligenza. Ma ogni tanto si incantava a fissare il vuoto e la sua fantasia d’adolescente si metteva a galoppare dietro a mille stramberie.

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Wanda quando era a balia; non sapeva scendere le scale e si vestiva principalmente di fasce "jacquard".

L’ho conosciuta bene, quella ragazzina dagli occhi sognanti e dal cervellino balzano, e non potrò mai dimenticarla. Perché la piccola Anna Menzio, impiegatina della società di assicurazioni «L’Abeille» e pecora nera del cavaliere capo ufficio, ero io. Anna Menzio, sicuro. Niente Wanda e niente Osiris. Quelli sono venuti dopo. Allora non c'era che Anna. Annetta, come mi chiamava la mia buona mamma, quando non la facevo arrabbiare. Purtroppo, però, nonostante tutto il bene che le volevo, la facevo arrabbiare spesso. Non per nulla, ma per via dei miei sogni. Volevo fare l’artista, figurarsi. La «tosa» della «sciura» Menzio, conosciuta da mezza via Cusani, fare l'artista. Intendiamoci, non voglio affatto spacciare la mia cara manimetta per un’aristocratica e nemmeno per una signora dell’alta o media borghesia. Non era nulla di più che una brava e modesta donnetta, ma da buona ambrosiana all’antica non riusciva a concepire che sua figlia potesse nutrire altri ideali che non quelli di un discreto impiego per il momento e magari di un buon marito per l’avvenire.

A dire la verità, non so nemmeno io per quale misterioso istinto sognassi con tanta intensità l’arte. Se devo, anzi, essere del tutto sincera, non credo proprio che a quel tempo io sapessi con assoluta precisione che cosa significasse «fare dell'arte». Sapevo soprattutto che nella nostra via Cusani, allora, c’era la mostra di un fotografo specializzato nel ritrarre gli artisti in generale e le artiste in particolare. E sapevo che quelle belle creature rutilanti di gemme, onuste di piume, dai sorrisi abbaglianti e dalle pose suggestive, mi avevano sin da piccola piccola fatto molta impressione. Lì vicino, in piazza Cairoli, c’erano i teatri Olimpia, Dal Verme e Eden; un po' più in là, all’inizio del Corso Garibaldi, c’era il Fossati; e su tutti quei manifesti trionfavano a caratteri cubitali i nomi delle artiste più famose dell'epoca: Nella Regini, Vera Vergarli, Ines Lidelba, Paola Borboni, Isa Bluette, Dina Galli, Emma Gramatica... Per me erano tutte uguali: canto prosa danza commedia rivista operetta... Era l’arte. E io volevo diventare una artista. Per vedere di calmare in parte quella mia specie di rosolia artistica, la mamma acconsentì a farmi prendere lezioni di violino. Lei come lei avrebbe preferito il pianoforte, perché il giorno che avessi conseguito il relativo diploma, avrei potuto guadagnare più di quanto potasse una maestra di violino. Ma per studiare il piano bisogna possederne uno; e, sotto un tal punto di vista, era più conveniente il violino. La musica mi piaceva, sì; ma non soddisfaceva la mia sete. Anche ammesso che fossi diventata una concertista... Sempre lì, con il violino sotto il mento... Senza una piuma, senza una paillette... Sempre zitta... non era quello che volevo. Il teatro, quello sì. Ah, il teatro!

E la sera, quando tornavo dall’ufficio e la mamma si recava dalla sua amica del piano di sotto a fare la quotidiana partitina a scopa, io, prima d'andare a letto, mi involtavo nella coperta di Monza della tavola da pranzo, mi adornavo dello striminzito boa di struzzo di mia madre, magari mi mettevo ih testa il paralume a perline del salotto e, davanti allo specchio dell’armadio, tentavo di riprodurre gli atteggiamenti fascinosi delle belle «artiste» ritratte dal vicino fotografo. Poi, così mascherata, cercavo di ridire qualcuna delie battute ascoltate in una «diurna» domenicale o di cantarellare qualcuno dei motivi musicali uditi dal loggione durante una «popolare». Accadeva spesso che sul più bello di questi miei sfoghi filarmonici e filodrammatici, la mamma rientrasse, vedesse boa di struzzo, coperta e paralume a perline, e piovessero scapaccioni.

Un bel musino

Un giorno, una mia amichetta, che faceva la cassiera in un ristorante molto frequentato dagli artisti, dopo aver ascoltato il racconto dei miei dispiaceri, mi disse: «Ma tu vuoi fare l'artista proprio sul serio? E allora, senti: nel ristorante dove lavoro io, viene sempre Carlo Rota, sai, quel comico dell’Eden. È un bonaccione, tanto simpatico, e mi dice sempre che sono un bel musino e che dovrei andare a lavorare nella sua compagnia. Ieri mi ha detto persino: “Be’, se tu non vuoi, ma se hai qualche amica carina come te, mandamela pure, che la scritturo subito”. Un bel musino ce l'hai anche tu. Vuoi che stasera ti porti sul palcoscenico a farti vedere dal Rota?».

«Come faccio a uscire di sera?» obiettai, contristata. «Lo sai che la mamma non mi lascia fare un passo senza di lei, se non per andare all'ufficio.» «E tu» consigliò la tentatrice «dille che hai da fare del lavoro straordinario... Giusto siamo alla fine del trimestre: la scusa può cader buona .» La scusa cadde buona. E la sera, alle otto e tre quarti, quando la mamma scese al piano di sotto per la sua partitina a scopa, io corsi al ristorante dove lavorava la mia amica. Dieci minuti dopo bussavamo alla porta del camerino di Carlo Rota, sul palcoscenico del teatro Eden. «Avanti.»

Rota sedeva dinanzi a uno specchio e si stava tingendo di rosso il naso. Era un barilotto d’uomo, tondo e lucido, con largo faccione malizioso e la voce roca di chi fa tardi la notte, fumando e forse bevendo più del dovuto. Parlava volentieri il dialetto ambrosiano. «Oh, ciao scigulin» disse, vedendo la mia amica.

Il primo costume

Quella, un po’ confusamente, mi presentò e spiegò il motivo della mia presenza. Rota volse pigramente i suoi occhietti arguti verso di me. Io diventai rossa come un pomodoro. Lo sguardo indagatore del comico mi vagliò da capo a piedi, in silenzio. «El faccin l’è minga mal» commentò. Mi feci coraggio e sbottai tutto d’un fiato: «Ho tanta voglia di fare l'artista, se sapesse, signor Rota». Sorrise. Sorrisi anch'io. E cominciò l’interrogatorio di rito.

«Mai stata sulle scene?» Scossi il capo. «Te set recitare?» Idem come sopra. «Cantare ?» Niente. «Ballare?» Nulla. Rota fece una smorfia. Ero molto avvilita. «Però el faccin l'è minga mal» ripetè l'attore, come fra sé.

Mi parve di avere un lampo di genio. «Mi accontenterei di qualunque paga» mormorai ansiosa. Rota si mise a ridere di cuore. Il tondo pancione sobbalzava negli scoppi di risa. Rideva tanto che gli si inumidirono gli occhi. «Questa sì che l’è bella!» ansimò, quando ebbe ripreso fiato; «Za sa fà nagotta e la parla già di paga!» Mi sentii più avvilita che mai. Ma l'attore riprese, bonariamente brusco: «Comunque, in teatro c’è sempre posto per un faccino mica male. Perciò se te voetiret regni diman de sira, adesso ti porto dalla sarta e puoi provare il costume. Ma paga, per ora, nisba. Vedarem quel che te set bone de fà».

«Domani sera...?» balbettai sgomenta. «Ma io... io...» La mia amica mi dette una gomitata che mi tolse il respiro. Rota mi prese per mano, mi fece traversare il palcoscenico, scendere per una scaletta buia, entrare in uno stanzino dove c’erano una vecchia con i capelli tinti e tanti vestiti. «Falle provare un angioletto» disse Rota alla vecchia. E se ne andò fuori.

Provai «l'angioletto». Per essere l’abito di una creatura celeste, non aveva di celeste che il colore. E ancora non era molto visibile perché la stoffa era ben poca. Ma a me non importava. Era un costume di artista. Mi bastava. «Va?» chiese Rota, di là della porta. «Va» affermò la vecchia. Il comico socchiuse la porta e mise dentro la testa. Mi strizzò l'occhio, palesemente soddisfatto. «Va là che vai bene, bel faccino. Se vedom diman de siret. Alle otto e mezzo.» L’indomani sera altro lavoro straordinario. Ormai il dado era tratto: avrei fatto l'artista. Rota mi accolse con un ennesimo «bel faccin», e mi spiegò in che cosa sarebbe consistita per il momento la mia «arte».

finale del primo atto, quando tutta la compagnia era alla ribalta, avrei dovuto entrare in scena dalla prima quinta di destra, mentre un altro angioletto, che però era vestito di rosa. Spuntava dal lato opposto e insieme Avremmo dovuto fingere di accompagnare il sipario che si chiudeva. Tutto lì. Facile, vero? E invece, no, non era poi così facile perché al momento entrare in scena non mi ricordo più se Rota mi aveva detto di partire col piede destro o col sinistro. Nell’incertezza guardai l’angioletto mio dirimpettaio, per fare come avrebbe fatto lui. Sennonché Rota a lei, come più esperta, aveva detto di regolarsi su di me, per evitare pasticci; e allora quella non si muoveva, aspettando che mi muovessi io. La situazione si sarebbe probabilmente prolungata all'infinito, se qualcuno non mi avesse dato un energico spintone nella schiena, accompagnato da una irosa esortazione: «Moeuves, tripé!» (muoviti, treppiedi!)

Presa alla sprovvista, sbalestrata e spaurita, feci la mia apparizione sulla scena a passi così' malsicuri, squilibrati e aritmici che mi venne piangere per la rabbia e l'umiliazione. Ohi, bel faccin» mi disse Rota, finito l’atto «guarda che questa è una rivista, l'è no un fumeral. Bisogna sorridere.» «È stato quel malnato lì che mi ha dato uno spintone!» mi ribellai, indicando il qualcuno che mi aveva buttata allo sbaraglio, insolentendomi per soprammercato. Rota scoppiò in un’altra delle sue terremotesche risate.

«Per una debuttante, cominci bene» esclamò. «Non entri in scena al momento giusto, ti presenti al pubblico camminando come un’anitra artistica, piangi invece di sorridere e dai del malnato all’autore!».

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L'abbondante parrucca settecentesca non riesce a celare l'infantilità del volto della damina; è Wanda sedicenne quando apparve per la prima volta in rivista.

Grandinata di scapaccioni

Il qualcuno che mi aveva così bruscamente spiato in scena era infatti Mazzucato, autore della rivista che si stava rappresentando. Argutissimo scrittore, geniale uomo di teatro, amabilissima persona che, oltre a diventare col tempo uno degli amici a cui sono stata più affezionata, doveva per molti versi dare il primo impulso alla mia carriera.

La sera dopo, comunque, pur facendo uno sforzo tremendo, riuscii anche a sorridere. E sorrisi per tutte le dodici repliche della rivista. Gratis, naturalmente, se si eccettuano le caramelle a titolo di risarcimento. Dodici repliche, dodici serate di lavoro straordinario. Dài e dài, la mia manimetta, che non era una sciocca, finì per insospettirsi. La dodicesima sera, avendo terminato la sua partitina prima del solito, decise di venirmi incontro, verso gli uffici de «L’Abeille», che distavano un centinaio di passi da casa nostra. Trovò il portone chiuso; rincasando, trovò me che mi spogliavo per andare a letto. Non disse nulla. Ma l’indomani andò a informarsi presso «L’Abeille». Lavoro straordinario? Mai fatto.

Sono passati parecchi anni, ormai. Ma il tempo non potrà mai cancellare il ricordo della ingente quantità di scapaccioni che la mia mammetta mi somministrò. E naturalmente, poiché, dopo quella specie di «terzo grado», non seppi tacere della mia avventura teatrale, da quel giorno non uscii un pezzo di casa se non debitamente accompagnata. Invano protestai che avevo preso un impegno col signor Rota e che non potevo assolutamente...

«Se non la pianti» minacciò mia madre «vado io a parlare con questo signor Rota e gl'insegno io a montar la testa a ragazzine tue pari!» La prospettiva mi atterrì e chinai il capo, vinta. Oggi, però, ripensando a quella terribile minaccia, mi viene quasi da ridere. Un incontro fra mammà e Rota: quello, si, sarebbe stato uno spettacolo! In ogni modo, fu durante quelle dodici repliche, fu durante la prima «performance» di artista che conobbi il mio primo amore. Era un brunetto magro magro, coi capelli ondulati che faceva il suonatore di clarino nell'orchestra del teatro Eden e si chiamava molto romanticamente Gastone.

Invitanti sorrisi

Fin dalla seconda replica cominciò a dedicarmi larghi sorrisi invitanti e dopo la quarta mi aspettò all’uscita e si offerse di accompagnarmi a casa. Era tanto giovane anche lui; studiava al Conservatorio e pagava gli studi suonando la sere nelle orchestrine. Era timido e il tragitto dal teatro Eden a casa mia, in via Cusani, era troppo breve per permettere a due timidi di espandersi in eccessive conversazioni sentimentali. Mi sorrideva, gli sorridevo, mi stringeva la mano a pompa aspirante e premente e mi chiamava «Occhibelli». Forse, se le repliche fossero continuate o se la mia mamma avesse avuto meno fiuto poliziesco, un bacetto ci sarebbe scappato. Diamine, sedici anni io. venti lui... Ne avremmo avuto il diritto, no? Ma le repliche cessarono, io mi ritirai forzatamente dalle scene e non rividi più Gastone per un pezzo. Passò tutta l’estate. Non negherò che allora, oltre al rimpianto dell’Arte e dei suoi fasti, ci fosse nel mio cuore un po’ di nostalgia per quell’esile giovanottino, inappuntabilmente vestito in smoking, che mi diceva delle cose carine sotto il chiare di luna. Fu dunque con gioia che un bel giorno - ai primi d’autunno, per essere precisi - l’amichetta che m’aveva presentata a Rota mi fece scivolare in mano un bigliettino del languido Gastone. Be’, a mammà avevo promesso di non mettere più piede sul palcoscenico; ma di Gastone non s'era parlato. Eppoi, visto che la mia mamma teneva tanto alla mia carriera di violinista, non poteva dispiacersi se frequentavo un allievo del Conservatorio. Gli fissai un appuntamento al Parco, sull’imbrunire. Gastone non lo seppe mai, come si vedrà. E anche se lo sa adesso, è, ahinoi. troppo tardi. Ma quella sera, rivedendolo, ero disposta a fare una pazzia. Egli rappresentava per me il teatro, l’arte, due attrattive alle quali non sapevo resistere. E mi recai cosi a quell’appuntamento quasi decisa a far sì che fosse... decisivo.

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Chi non riconoscerebbe in questa «tosanna» piuttosto impacciata la divissima di gran lusso, arbitra indiscussa dell'eleganza nei superspettacoii d'oggigiorno.

E invece... Invece avevo sempre visto il mio Gastoncino in smoking e senza cappello. Quella sera, disgraziatamente per lui (e, chissà, forse anche per me) era insaccato in un soprabito troppo largo c troppo lungo e sui bei capelli ondulati aveva calzato una bombetta che se non c’erano le orecchie a fermarla gli avrebbe inghiottito la testa. A Milano, la sera, d’ottobre, fa fresco, d’accordo, e ognuno ha diritto di coprirsi. Ma andate a far intendere la ragione al cuore e al cervello d’una ragazzina di sedici anni? Il suo aspetto mi fece irresistibilmente ridere. Mi corse incontro con la mano sul cuore, mi belò «Occhibelli»... Niente. Quella bombetta spropositata, quel pastrano a scafandro spaziale erano troppo comici. Io, il mio primo amore, lo volevo in smoking, coi capelli ondulati smossi dalla brezza vespertina. Lo lasciai lì a bocca aperta e scappai via, ridendo come una matta. Non l’ho più rivisto.


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Seconda parte - La famosa “soubrette” ad appena diciassette anni entrò nella compagnia di Enrico Dezan: per colpa di un corteggiatore respinto perse il posto, poi per merito di Michele Galdieri cominciò a scendere le scale.

La strettissima sorveglianza cui m’aveva sottoposta la mamma dopo la mia prima presa di contatto col teatro nella compagnia di riviste diretta da Carlo Rota non accennava a diminuire. Ora non andavo nemmeno più all’ufficio e dovevo dedicare le mie giornate al violino. In casa, Dio solo sa perché, si erano messi in mente che a quelle corde stava appeso il mio avvenire. Io, invece, sognavo più che mai il palcoscenico. L’amica che m'era stata complice nella mia scappata teatrale tornò a tentarmi.

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Wanda "prima maniera", una maschetta come tante.

«C’è una compagnia d’operette che cerca delle comprimarie giovani e graziose» mi sussurrò un giorno. «Potrebbe essere la tua fortuna.» Una comprimaria, nel gergo scenico d’allora, corrispondeva a quello che oggi è una cosiddetta subrettina: vale a dire una che, pur avendo l’obbligo di apparire insieme agli altri nei quadri «pieni», ha però diritto di recitare qualche battuta e cantare da sola un ritornello. Figurarsi se l’occasione non mi parve tentante! Di nascosto ai miei, andai a parlare col capocomico: si trattava della compagnia I.S.A.P.L.I.O., di cui era direttore Enrico Dezan, ma della quale ancora oggi non so-nb riuscita a capire la complicatissima sigla. Il mio aspettò non parve dispiacere e non si trovò molto a ridire neppure sulle mie capacità vocali, sebbene, in confidenza, fossi lungi dal rivaleggiare con Adelina Patti. Si era d’accordo su tutto, quando alla firma del contratto saltò fuori una difficoltà.

«Scusi, signorina... Ma lei quanti anni ha?» «Diciassette compiuti da poco» risposi con legittima fierezza. «In questo caso, il contratto va firmato da uno dei suoi genitori, naturalmente.» Naturalmente un bel nulla. E chi glielo faceva firmare a papà o a mammà? Tutte le mie speranze sfumarono di colpo. Ero molto avvilita. Andai a cercare un po' di conforto dalla mia amichetta. «Che disdetta! Era tutto combinato, tutto stabilito. Si doveva andare in scena con Dame viennesi e io avrei fatto una delle ragazze dell’orchestrina, quella che suona il violino...»

La mia amica fece un balzo. «Il violino, hai detto? Ma i tuoi non ti fanno studiare il violino? E allora tutto non è perduto. Bisogna però che ci dia una mano anche Dezan. Vuol dire che a lui farò parlare dal mio fidanzato.» Due giorni dopo il buon Dezan si presentò serio serio da mia madre.

«Signora, mi manda il direttore del conservatorio musicale. Il professore di violino di sua figlia gli ha parlato della signorina in modo altamente elogiativo. Pare che la sua figliola abbia molta disposizione per la musica. Ebbene, io con la mia compagnia vorrei mettere in scena un lavoro musicale Dame Viennesi, nel quale c’è bisogno di una giovane e avvenente attrice che sappia suonare bene il violino. Il direttore del conservatorio mi ha fatto il nome di sua figlia. Potrebbe essere un’occasione per esibire in pubblico le sue preclare doti di violinista.»

Papà non c'era. E anche se ci fosse stato, in certe cose chi comandava era la mamma. La quale mamma, povera donnetta, lì per lì, al cospetto di quel signore distinto che parlava con tanta serietà, rimase sconcertata. L’idea che la sua Anna desse un pubblico saggio delle sue virtù di musicista le sorrise. Sì, va bene, anche quello, in fondo, era teatro; ma poteva essere un bel lancio per una futura concertista di violino... Insomma, tentennò. Le mie moine e l'imperturbabile gravità di Dezan fecero il resto. Il contratto venne firmato. La compagnia si sarebbe riunita a Verona. La mamma non poteva seguirmi, sennò chi avrebbe badato alla casa? Abbracci, raccomandazioni, prediche, lagrimucce e partenza !

Quando si fu al dunque, la compagnia I S.A.P.L.I.O. non debuttò affatto con Dame Viennesi, ma con La danza delle Libellule e io non suonai affatto il violino, bensì finsi di pattinare sul ghiaccio. Ma a Milano la mamma seguitò a credere che io emulassi Paganini. Non posso dire che i miei successi in operetta fossero clamorosi. La sincerità, anzi, mi impone di confessare che passai del tutto inosservata. Ma con la beata incoscienza dei giovani che hanno raggiunto il loro ideale, io mi illudevo che una parte degli applausi tributati ogni sera ai bravi attori della compagnia fossero dedicati anche a me e questo, tutto sommato, mi bastava. Rammento due episodi di quel periodo. A Venezia, una sera, un giovane giornalista che mi faceva con insistenza la corte, mi portò a cenare, dopo lo spettacolo, in un ristorante frequentato assiduamente da tutti gli artisti di passaggio per la città. A un tavolo sedevano Armando Falconi, Paola Borboni - allora sua prima attrice - e un noto commediografo loro amico, Enrico Serretta, che avevo conosciuto a Milano. A un altro tavolo sedeva la soubrette stella della compagnia d’operette di cui facevo parte. Il giornalista che mi accompagnava salutò di lontano Armando Falconi e il suo gruppo. Serretta mi riconobbe e mi sorrise. Sentii la Borboni chiedergli a mezza voce:

«Chi è quel bel donnino?» Serretta glielo spiegò in due parole. Armando Falconi, con la sua aria di gattone gioviale, s’incastrò il monocolo nell’orbita e mi squadrò con interesse. Poi, volto al mio compagno, gl’intimò: «Qua, qua, al nostro tavolo! I bei musetti mi fanno allegria». Molto confusa mi sedetti al suo fianco. Ero assai intimidita di stare accanto ad un così celebre artista. Paola Borboni, probabilmente in omaggio al suo capocomico, fu gentilissima con me, chiedendomi delle mie aspirazioni, della mia vita e della mia carriera. In quanto a Falconi, tutti sanno come sapesse mostrarsi amabile con le donne che non gli dispiacevano. Dopo cinque minuti ogni mia confusione s’era dissipata e mi sentivo al settimo cielo, tanto più che la stella della nostra compagnia, dal suo tavolò, non mi levava lo sguardo di dosso.

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Maria Donati, indiavolata "soubrette" di Carlo Rota.

In articolo ironico

«Questa serata» pensai , non potrà mancare di valorizzarmi agli occhi dei miei capocomici. Chissà che belle parti mi daranno, d'ora in poi!» Questa mia convinzione si rafforzò quando, nell’uscire dal ristorante, udii il grande Armando che diceva alle mie spalle: «Eppure quella figliola è un tipo».

Dopo un giudizio simile, le belle parti dovevano fioccare, non c’era verso. Invece non fioccarono. Anzi, la sola che avessi di qualche rilievo (non più di quattro battute e mezzo ritornello) mi fu inopinatamente tolta. «È lei» mi spiegò il buon Dezan, stringendosi nelle spalle «che lo ha voluto. Ha detto che sei troppo giovane.» «Lei» era la soubrette-stella, quella che aveva assistito ai complimenti e udito i giudizi espressi su di me da un grande artista. Cominciai a capire che in teatro e in arte non erano tutte rose. E lo compresi anche meglio dopo il secondo episodio. Mi capitò a Genova. Un giovanotto fece fuoco e fiamme per conoscermi. Era, così mi disse, redattore d'un giornale teatrale edito a Milano che si occupava particolarmente di «piccola lirica» e si espresse nei miei riguardi in modo così lusinghiero ed entusiasta che, francamente, rimasi scossa. Fu per due o tre giorni assiduo in platea e in palcoscenico, insistendo per farmi da cavaliere ovunque andassi. Non era brutto, parlava bene, aveva maniere signorili... Insomma, mi era molto simpatico. Una sera si offri di farmi pubblicare una fotografia sul suo giornale: mezza pagina, tutta per me. Mi venne quasi da piangere per la felicità. Sennonché, quando a cena finita m’accompagnò a casa, mi chiese - come dire? -d’essere molto, molto gentile con lui. E siccome anche la più gentile delle gentilezze aveva, secondo me, dei limiti che non mi sentivo di oltrepassare, lui cambiò improvvisamente tono, disse ch’ero una stupida e che se credevo di pigliarlo in giro, me ne sarei pentita. Poi se ne andò, in malo modo.

Una settimana dopo, la compagnia debuttava a Milano. Ormai io era ridotta a far semplice parte del coro, tanto ero involontariamente incorsa nelle ire della nostra stella-, per di più quel tale giornaletto. di cui era redattore il mio spasimante genovese, pubblicò un articolo sulla compagnia I.S.A.P.L.I.O. lodandone i principali esponenti. ma deprecando con pesante ironia che fossero state chiamate a farne parte alcune novizie affatto inesperte e del tutto sprovviste di qualità artistiche, «maschiette tutt’al più piacenti» specificava l’articolo «ma atte a interessare soltanto quegli spettatori che badano più agli arti che alle arti».

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Ecco la seconda maniera di Wanda Osiris, l'attrice ha trovato il suo «tipo» accentuando abilmente la sua personalità: è diventata la «Wandissima». E incominciò a scendere le scale.

Primo successo

L'articolo era firmato dal mio adoratore di Genova, il quale aveva spinto la propria cavalleria sino a porre il mio nome quale capolista delle deprecate «maschiette». Come se non bastasse, una copia di quell’amabile giornaletto fu spedita a casa mia, debitamente sottolineata col lapis blu.

Questo particolare, unito alla circostanza che durante la stagione milanese di Dame Viennesi e di relativi violini non si parlò neppure, fece si che un nuovo «veto» materno si abbattesse sulle mie aspirazioni teatrali e allo scadere dei sei mesi previsti dal contratto io fui di nuovo ritirata a vita privata.

Passarono altri mesi grigi. Un giorno incontrai per via Piero Mazzuccato, l'autore della rivista in cui avevo debuttato all'Eden. Era lui che, vistami presa dal panico all'atto di comparire alla ribalta, mi aveva letteralmente scaraventato in scena.

«Sempre matta per il teatro?» mi chiese ridendo. E quando gli ebbi narrato, desolata, le mie disavventure, scosse bonariamente il capo. «Sicché non te la sentiresti di ritentare?» insistè. «Sto combinando uno spetta-colino tipo Maschere Russe al Trianon. Avrei modo di sistemarti benino.» Mi strinsi malinconicamente nelle spalle. «Io, per me, verrei volando» sospirai «ma la mamma...» «Ah, già. Tu sei minorenne» borbottò Mazzuccato. «Peccato. Se tu avessi già diciott'anni...»

M’illuminai d’immenso, come direbbe il poeta Ungaretti.

«Ma li ho diciott'anni!» gridai. «Li ho compiuti una settimana fa!» E fu così che, non prima d'una grossa litigata in casa al grido di «Dopo tutto ho diciott’anni!», io presi parte come stellina allo spettacolo di Mazzuccato che, tra parentesi, segnò oltre che un ennesimo successo dell'autore, un primo autentico seppur modesto successo mio. Sul manifesto del teatro Trianon (oggi Mediolanum) si lesse allora per la prima volta il nome di Wanda Osiris. L’origine di questo pseudonimo fu press’a poco la seguente. In famiglia, la mia’ alzata di scudi era stata tollerata, sì, ma a gran malincuore. Almeno, dissero, che io adottassi un nome d’arte e non trascinassi alla ribalta il mio nome vero. Ne discutemmo sul palcoscenico del Trianon.

«Hai un tipo un po’ slavo» commentò il maestro concertatore. «Ti dovresti chiamare Sonia, Fedora, Marussia, Wanda...» Mi piacque Wanda. Aveva un suono armonioso e conteneva le prime lettere del mio nome autentico, Anna. Per di più la coreografa mi assicurò che un «doppio vu» sul manifesto fa sempre effetto. «Però» obiettò il tenore «con quegli occhi a mandorla e quel nasetto felino hai qualche cosa d'orientale. Di egiziano, direi,»

Duplice rimpianto

Venne proposto Wanda Iside, ma fu subito scartato perché l’amministratore aveva una vecchia zia di provincia che si chiamava, appunto, Iside. Da Iside, allora si passò a Osiride. Fra l’altro, venne fatto osservare, Osiride presso gli antichi Egizi era il sole. «Sì» sorrise Mazzuccato «ma era maschio.»

La sarta asserì che prima di tutto questo non lo sapeva nessuno e in secondo luogo la mia figuretta acerba aveva qualcosa d'efebico e d’androginico. «Passi per Osiride» disse l'amministratore, persuaso. «In ogni caso» corresse la coreografa «io metterei Osiris. Fa più straniero.» E Wanda Osiris fu.

E dal quel momento Wanda Osiris iniziò veramente la sua carriera di attrice. Allo spettacolo di Mazzuccato, seguì una parte non primaria ma di qualche rilievo in un'altra produzione, Al Piccolo Caffè, che s’era ispirata al recente successone di Al Wunder Bar. Ne erano protagonisti Totò e Lina Gennari: io figuravo una frequentatrice del «Piccolo Caffè» alla quale il direttore del locale chiedeva di cantare un paio di canzoni. Al Piccolo Caffè piacque e io avrei potuto seguirlo nelle sue peregrinazioni attraverso la penisola; sennonché... l’arte propone e l'amore dispone. E per me l'amore, a quel tempo, era domiciliato a Milano. Cosicché non seguii la compagnia. Ebbi torto. Ma non sono usa a rimpiangere gli errori del mio cuore. Eppoi un cuore di diciannove anni ha quasi il dovere di sbagliare. Questo non toglie che alcuni mesi più tardi io non provassi un duplice rimpianto: uno per l'amore finito e l’altro per l'occasione teatrale perduta.

In tale stato d'animo mi trovò un giorno Maria Donati. La cara, brava e simpaticissima Maria era l'applaudita e procace soubrette della compagnia diretta da Rota, al tempo del mio debutto milanese. Ora, unitasi all'eccellente «comico» Armando Fineschi. costituiva la coppia protagonista di una apprezzata formazione rivistaiola. Ma la buona Maria, nei tre anni che erano passati, aveva aumentato le curve un tempo provocanti della sua paffuta figuretta e si dedicava perciò più alla comicità che al lusso e all’eleganza.

I migliori amici

La compagnia aveva perciò bisogno d'una donnina graziosa e fresca che potesse rappresentare la divetta cantante e danzante. Maria e Armando avevano pensato a me. Grata e commossa, tenni tuttavia a far loro presente la mia assoluta inesperienza, recentemente affermatasi anche nel campo sentimentale. Con la sua adorabile bonarietà, Maria mi disse: «Nun te n’incaricà. A te ce pensamo noi».

E cosi avvenne. Rimasi ben cinque anni con loro e li considero ancor oggi i migliori amici che io abbia trovato fra i miei compagni. Non risparmiarono con me preziosi consigli d'arte e di vita e seguirono con gioia affettuosa le mie piccole affermazioni. Il successo del nostro trio si rinsaldò anche grazie alla collaborazione geniale di Michele Galdieri, autore di riviste già ben noto e che ci scrisse la maggior parte del repertorio. Non si trattò d'una formazione in grande stile; ma i nostri spettacoli erano tutti agili, divertenti e originali. I suggerimenti di Maria, donna piena di buon senso e dotata d'un sicuro istinto teatrale, mi furono utilissimi. Compresi come fosse importante per un’attrice del mio genere crearsi una personalità e, a poco a poco, cercai di formarmi un mio «stile», magari discutibile, magari eccessivo, ma mio. Esasperai la mia biondezza sino alla platinatura; accentuai il più possibile la... mandorlatura dei miei occhi; memore di quel tanto di faraonico ch’era legato al mio nome posticcio, mi presentai a! pubblico il viso e il colpo patinati d’ocra... Forse dapprima la gente sorrise. «La Osiris? Ah, si. Quella color mattone...» Ma intanto si ricordava di me. E io cominciai a scendere le scale. Non so se fu una trovata mia o un’occasione fortuita. So che mi resi conto che nulla valorizzava di più un bel vestito e una figura piacente quanto il discendere lentamente da alcuni gradini. Era come apparire su un palcoscenico in uh palcoscenico. Era come raddoppiare l’effetto del normale riflettore. Era, insomma, imporre ad ogni costo la mia presenza in scena. Fatto sta che il trucco riuscì. E per me l’ascesa verso la notorietà si risolse in una molteplice discesa di scale.


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Terza parte - In quest’ultima puntata dei suoi ricordi Wanda Osiris rievoca la nascita di sua figlia Cicci, gli anni trascorsi con Macario, la notte in cui riuscì a sfuggire ai banditi e l’amore furibondo che suscitò nel rapinatore “Mariolino”. 

I cinque anni passati con Maria Donati e Armando Fineschi - tra i più lieti e sereni dei miei ricordi d’attrice - volsero alla fine. Purtroppo anche il tempo felice deve pur terminare prima o poi. Ma, nel caso specifico, non posso deprecare la ragione che fece cessare un periodo tanto simpaticamente proficuo della mia attività perché essa porta il nome della mia figliola. Fu infatti la nascita della mia Cicci che; mi obbligò a un lungo periodo di riposo. E poiché venne a colmare dolcissimamente un grande vuoto della mia vita, fu con vera gioia che l’accolsi. E in sulle prime, tutta presa da quella mia nuova felicità, pensai perfino di abbandonare le scene per non dedicarmi più che alla mia bella bambina. Erano però i Pensieri romantici della sentimentalona che sono. La realtà s'impose subito e mi accorsi che allora più che mai avrei dovuto guadagnare per poter allevare la mia creatura se non nel lusso, almeno negli agi. Il guaio era che avevo troncato sul più bello la mia piccola ascesa, prima di avere consolidato sia il mio nome la mia personalità. Dopo il forzato e non breve riposo, si sarebbero ancora ricordati di me?

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Wanda Osiris mentre sta provando una danza acrobatica assieme al noto ballerino Harry Feist. C’è da faticare per percorrere la via del successo.

A questo interrogativo rispose un altro mio buon compagno, del quale pure conservo ancor oggi una cordialissima memoria: Erminio Ma-cario. «Maca», che dalle rivistine con la Bluette, la Milly e la Titina aveva voluto pasare a formazioni di cui fosse lui stesso il principale esponente, principiava a conseguire i suoi primi successi, sebbene su palcoscenici minori. Ora tentava il gran passo e-si cimentava in una grossa compagnia da lui diretta e guidata. Gli mancava la soubrette. D comico - e che comico! - c’era, ma senza un elemento femminile che riuscisse gradito al pubblico, una formazione di riviste era anche allora come un uscio a cui mancasse un battente. Per avere fiducia in una novellina qual ero io, ci voleva del coraggio. Macario lo ebbe. Ed io non lo dimenticherò mai. Devo anche aggiungere che sotto un’apparenza scanzonata e quasi svogliata, «Maca» nascondeva notevoli doti direttoriali e senza farlo mai pesare, ma anzi spesso ridendoci su egli sapeva con molta abilità valorizzare al massimo i propri collaboratori. Accanto al suo clamoroso successo, principiò cosi a delinearsi il mio. Lui, in scena, si divertiva a pigliarmi in giro, rifacendomi il verso e fingendo di burlarmi; ma era in fondo fiero della simpatia che il pubblico mi dimostrava e non soltanto perché ciò gli provava di non essersi sbagliato, non soltanto perché in fin dei conti tale simpatia giovava di riflesso anche alla compagnia, ma proprio perché gli faceva piacere di vedere una collega conquistarsi a poco a poco quel favore delle platee di cui egli conosceva tanto bene il segreto.

Rimasi con Macario quasi cinque anni. Si era già al terzo anno della formazione e dovevamo debuttare a Torino con una nuova rivista nella quale per la prima volta la mia parte aveva notevole sviluppo, La sera della prova generale - erano già le undici e si stava preparando la messa in scena del secondo tempo -mi viene recapitato un telegramma urgente di mia madre da Milano. «Cicci gravissima.» Allibita lo mostro a Macario. L’indomani sera si doveva debuttare e c’era ancor da provare mezza rivista. Ma Cicci era la mia figliola, era tutto quel che di bello e di buono m’avesse dato sin’allora la vita. Non capivo nulla. Ero come inebetita. Guardavo Macario, guardavo il telegramma e seguitavo a ripetere macchinalmente: «Che cosa faccio? Come faccio?».

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Macario mi allungò una carezza, e non esitò un attimo. «Parti subito» mi disse laconicamente. «Prendi la mia macchina. Appena sei a Milano e hai visto la piccola, telefonami in albergo. Poi vedremo.»

Lo abbracciai senza rispondere. Due ore dopo ero a casa di mia madre. Cicci delirava. Febbre a quaranta. Difterite. Il medico era stato li sino alle nove della sera prima e non sarebbe tornato che alle dieci della mattina. Telefonai a Macario.

«Pazienza» mi disse il mio compagno. «Cerca di stare calma e speriamo in bene.» Gli spiegai che alle dieci sarebbe dovuto venire il dottore e farle un’iniezione. Se, in seguito a ciò, la febbre fosse calata, Cicci avrebbe potuto dirsi fuori pericolo. Altrimenti...

«Senti» disse con molta fermezza il buon «Maca» «ieri sera abbiamo provato tutta la rivista, anche senza di te. Lo spettacolo va bene. Se te la senti, se la piccola migliora, riparti e siamo a posto. Di te mi fido, anche se non l’hai provata per intero. Nel caso invece che tu non ti sentissi di ripartire, in qualche modo rimedieremo. Ma voglio che tu sia calma.»

Alle dieci venne il dottore e praticò la famosa iniezione. Alle dodici la febbre era scesa. Ma Cicci non parlava e aveva gli occhi chiusi. Non potevo lasciarla così. Il dottore tornò alle quattro. La febbre non era aumentata. Ma Cicci non si riaveva. Soltanto alle sei di sera riaprì i begli occhioni, sussurrò «mamma» e sorrise. Il pericolo era cessato. Mezz’ora dopo salivo in macchina e volavo verso Torino. C’era una nebbia da tagliarsi col coltello. Poco dopo Novara, un carretto ci taglia la strada e andiamo a sbattere contro un palo telegrafico. La macchina, all’infuori d’una schiacciata al radiatore, non si fa nulla e neppure l’autista. Io, chissà come, mi fratturo un polso. Al pronto soccorso di Novara mi fasciano alla meglio e ripartiamo a tutto gas. Arriviamo al teatro che stavano dando i segnali per l’alzarsi del sipario. «Maca» sotto il cerone era pallido.

«Tutto bene» ansimai e corsi in camerino a vestirmi. Il polso mi faceva terribilmente male, ma ero decisa a recitare ugualmente. Le cose procedettero abbastanza li-scie. Soltanto, dopo una danza acrobatica del secondo atto, il male al polso si fece così intenso che svenni. La rivista ebbe lietissimo successo. Ma l’indomani su un giornale si lesse che la Osiris, promossa da Macario a «stella» dello spettacolo, era parsa molto incerta e senza eccessivo brio. Avrei voluto vedere il brio del signore che aveva scritto l’articolo se avesse passato quarantotto ore insonni, sofferto le ansie che avevano torturato me e si fosse fratturato un polso!

Comunque i cinque anni che rimasi con Macario, anche se segnarono definitivamente il mio cosiddetto «lancio», furono anni di lavoro duro. Pur essendo riuscita, bene o male, ad acquistare quello che spero mi si permetterà di chiamare «il mio stile», avevo da perfezionare il puro e semplice mestiere. Nel canto me la cavavo abbastanza benino, per quanto fossi lungi dall’avere un'ugola d'oro. D’altra parte, col canto c’è poco da fare e uno la voce, se non l’ha, non se la può inventare. Ma c’era la danza e quella, con l’applicazione e lo studio, si può migliorarla. E io, così, che non avevo fatto ginnastica quand’ero giovinetta, mi dovetti sobbarcare lunghi e faticosi esercizi fisici, sforzandomi di rimanere «in forma» quasi come un’atleta. So che molte donne pensano a me e a molte attrici come me con invidia. «Ah, che bella vita! Gli applausi del pubblico, le belle toilettes, le luci, la musica...» Ebbene se sapessero quanto costano quegli applausi, quanta stanchezza, quale logorio di nervi. E che noia spossante provare e riprovare quelle belle toilettes quando magari si avrebbe voglia di buttarsi sul letto a riposare; e che rabbia quando l’errore d’una sarta sciupa l’effetto di una piega, ingolfando la linea d’un modello meticolosamente studiato. E da quanti anni non conosco il piacere prosaico, se si vuole, ma tanto amabile di sedermi a tavola e di ordinare senza tema d’ingrassare o di non digerire la succulenta pietanza il cui odorino m’ha stuzzicato l’appetito. Sognavo il teatro, volevo il teatro. Eccolo, il teatro. Sacrifici, nomadismo e nervi a fior di pelle.

Oh, non mi lagno. Avrei davvero torto. Il pubblico mi vuol bene, molto bene. A parte, s’intende, la faccenda del «chissà quanti anni avrà». So benissimo che la maggioranza dei miei spettatori, magari anche provando per me qualche stima e forse persino della simpatia, mi attribuisce un’età alla quale non dispero di giungere un giorno ma che per ora è assai lontana dalla mia vera. I ragionamenti per mezzo dei quali si arriva ad affibbiarmi almeno una quindicina d'anni più di quelli che ho sono sempre gli stessi. «Aspetta, te lo dico io con certezza quanti anni deve avere la Wanda. L’ho sentita io per la prima volta al Medio-lanum allora Trianon una trentina d’anni or sono e lei era già un fior di donnina che avrà avuto quando poco venticinque o ventisei anni, dunque...» E tutto andrebbe bene, se invece d’essere passati trent’anni non ne fossero passati in realtà ventisei e se io, a quel tempo, non avessi compiuto da poco i diciotto.

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Allegra cena dopo la recita: alla stessa tavola d’una pizzeria romana sono Wanda Osiris, Macario, De Sica e nel fondo Raul Radice

Conti sbagliati

Ci sono poi quelli che, per la mania d’essere precisi, s’immergono in una morta gora di riferimenti cronologici facendo un formidabile pasticcio di tutto. «Io la vidi per la prima volta quando mia moglie si fece operare d’appendicite, che siccome era ricoverata in clinica, io la sera non sapevo dove andare. Ora mia moglie si fece operare lo stesso anno in cui mia sorella si fidanzò, che anzi rimandarono la festa di fidanzamento perché mia moglie non era ancora tornata a casa. D’altra parte mia sorella si fidanzò l’anno dopo d’aver preso la laurea: dunque, entrò al ginnasio a otto anni, più altri otto fra ginnasio e liceo, più quattro d’università, siamo già a vent’anni. Oggi mia sorella ne ha trentasette, dunque...» Dunque, niente, perché all’atto pratico quella tale sorella entrò in prima ginnasiale con un anno di ritardo a cagione d’una febbre tifoidea, ripetè la terza e la quinta ginnasiale e la seconda liceale, esitò un anno prima d’iscriversi alla facoltà di legge, conseguì la laurea con due anni di ritardo, non si fidanzò che dopo due anni e infine adesso non ne ha trentasette ma è appena entrata nel trentaseiesimo. Totale: c’è un errore di calcolo d’almeno otto anni. Con questo non voglio minimamente sostenere d’essere ancora una giovinetta, ma non vorrei neppure che si esagerasse nel senso opposto.

Terminato questo piccolo sfogo affatto personale, del quale spero mi si vorrà perdonare, riprendiamo a sgranare il rosario dei ricordi. La fine della mia unione con Macario ci porta a un tempo quanto mai burrascoso. La guerra è lì lì per scoppiare. Perplessità, dubbi, ansie. Rimasi qualche tempo incerta, senza decidermi ad affrontare un lavoro. Mi pareva che il mio genere, il nostro genere, di noi della rivista, fosse tanto lontano dai problemi e dalle catastrofi che angustiavano la gente. E invece la gente voleva divertirsi, sembrava addirittura che non volesse altro. A mio modo, dunque, avrei potuto essere utile io pure al prossimo. Ed ecco che mi si presentò il problema inverso a quello che s'era dovuto prospettare Macario qualche anno prima. Lui, comico, aveva sentito allora la necessità di trovare una soubrette e oggi io, soubrette, provavo il bisogno d’un comico. E poiché la situazione, in fondo, era la medesima, pensai di risolverla allo stesso modo, concedendo, cioè, la mia completa fiducia a un principiante: Carletto Dapporto. In verità egli si era già fatto notare in formazioni non di primissimo ordine. Gli ci voleva un’occasione per affermarsi del tutto. Fui lieta di fornirgli io quell’occasione e ancor più lieta fui nell’accorgermi di non aver sbagliato.

Avventura sulla Futa

Ero nel frattempo fortunosamente tornata in Alta Italia, giacché i tragici avvenimenti di quel triste periodo mi avevano colto a Roma e io, preoccupata per la sorte della mia Cicci e della mia mamma, non sapevo rassegnarmi alla lontananza. Si trattava, però, di fare un viaggio quanto mai rischioso. C’erano mezzi di comunicazione interrotti, posti di sbarramento da traversare, pericoli di banditi su pei passi montani... Una vera avventura. Poco prima di Firenze, dove fummo costretti a pernottare per un guasto al motore, un gruppo di SS tedesche ci sequestrò la macchina. Trovammo una camionetta che acconsentì a portarci fino a Bologna. Era un vecchio trabiccolo ridotto a carbonella e pareva doversi sfasciare ad ogni ciottolo. Tre volte in salita si fermò e dovemmo scendere con tutti i bagagli per alleggerirne il peso.

Arrivammo sulla Futa che annottava; all’inizio della discesa un pugno di uomini mascherati, con le armi spianate, ci ordina di scendere. Banditi! Quello che pareva il loro capo ci impone di lasciare a loro il veicolo e di consegnare tutto ciò che abbiamo di prezioso nelle valigie e indosso. Un disastro. Mi faccio coraggio e cerco di rabbonirlo: «Ci lasci stare» lo implorai. «Non siamo dei ricchi signori. Io sono un’artista. Quel poco che ho m’è costato fatica.» «Dicono tutti così» sghignazzò quello «perché sperano di farci fessi.» «Ma io sono davvero una attrice» insistei. «Forse il mio nome lei lo conosce : sono Wanda Osiris.» «Quella della rivista?» fece lui. «Quella che era con Macario? L'ho vista a teatro tante volte. Si lasci vedere bene.»

Mi inondò il viso con la luce della sua torcia elettrica. Ero pallida, spettinata, disfatta. «Ma è proprio lei?» borbottò interdetto. «Sulla scena è tutta diversa. Non è mica lei.»

Mi balenò un’idea assurda. «In quale rivista m’ha veduto?» gli chiesi, ansiosa. «E chi se lo ricorda il titolo! C’erano lei, Macario e un altro che cantavano una canzoncina della pioggia..» Era un successo di qualche anno prima: «Camminando sotto la pioggia». Con me viaggiava il maestro concertatore dell'ultimo spettacolo rimasto a mezzo. Portava con sé il suo strumento preferito; il violino. Non ebbi bisogno dargli tante spiegazioni: gli cacciai in mano il violino e gli feci un cenno del capo. Un minuto dopo, su uno stradone delle montagne pistoiesi, io eseguivo, dinanzi ad un pubblico composto di briganti mascherati, «Camminando sotto la pioggia». Il bello è che si mise a piovigginare sul serio. E io, impavida, cercando di metterci tutto il mio brio, seguitavo: «Le gocce cadono, ma che fa - se ci bagnamo un po’...»

Finii che ero inzuppata come un pulcino. I nostri assalitori batterono entusiasticamente le mani. E ci lasciarono andare... in nome dell'arte!

Pare d'altronde che io esercitassi una curiosa attrazione sui banditi. Nell’immediato dopoguerra, quando imperversava la banda del famigerato «Mariolino», io ero letteralmente ossessionata dalle telefonate del terribile capobanda che si diceva pazzo di me e continuava a fissarmi appuntamenti, minacciandomi delle più orrende rappresaglie se io ne avessi fatta parola con la polizia. A quel tempo era nella mia compagnia Enrico Viarisio, uomo mite, educato e ordinato quanti altri mai, il quale viveva nell’orgasmo di vedersi affrontato per via da «Mariolino» con la scusa di consentirgli un messaggio per me.

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Wanda e la figlia, che oggi è la moglie di Maner Lualdi

Il telefono bianco

Una sera trovai in camerino Questo biglietto: «Ero qui. Avrei potuto portar via tutto. Ma per Wanda Osiris voglio essere un gentiluomo». Era firmato, naturalmente, col nome del notissimo rapitore. Non so dire la preoccupatone di Viarisio! Finalmente si seppe che l’avevano arrestato. Proprio quel giorno davo la mia serata d'onore; alla fine del prim’atto, fra i fiori e i doni tradizionali, mi vidi recapitare un pacco malamente avvolto in carta da giornale. Lo apro e ci trovo un telefono bianco, col filo evidentemente strappato. E accluso c'era ancora un biglietto: «M’hanno preso. Ma questo telefono ti dirà che io ti ricordo sempre». Quel mezzo matto d’un Mariolino mi aveva mandato l'apparecchio telefonico da lui asportato nell’ultimo appartamento svaligiato.

E adesso credo proprio che la mia storia sia terminata. La mia Cicci è ormai una mammina. E meno male che la sua creaturina non va ancora a teatro, altrimenti si farebbe un ben curioso concetto della nonna; invece, siccome mi vede di rado, sono l’unica della famiglia che riesce ad avere un briciolo di ascendente su quel demonietto adorabile. Posso dire, senza vantarmi, di aver ottenuto qualche successo. Ma la mia cara mamma seguita a rimpiangere che io non abbia portato a termine lo studio del violino. «Sì, va bene, sarai anche brava» brontola, senza eccessiva convinzione «ma vuoi mettere che soddisfazione se tu fossi diventata una grande violinista?»

Chi lo sa, invece? Chissà se una farfalla sarebbe più felice qualora diventasse un’aquila? In fondo, io sono un po’ come quei grossi farfalloni che svolazzano intorno alle lampade, le sere d’estate, felici che la luce si rifranga sulle loro ali di raso. E se un giorno quella stessa luce brucerà loro le ali, che cosa importa? Non sono che farfalle.

Wanda Osiris, «Epoca», anno IV, n.121,122,123, 31 gennaio, 7 e 14 febbraio 1953


Epoca
Wanda Osiris, «Epoca», anno IV, n.121,122,123, 31 gennaio, 7 e 14 febbraio 1953