Welles Orson (Orson George)

Orson Welles

George Orson Welles (Kenosha, 6 maggio 1915 – Los Angeles, 10 ottobre 1985) è stato un attore, regista, sceneggiatore, scrittore, drammaturgo e produttore cinematografico statunitense.

È considerato uno degli artisti più versatili e innovativi del Novecento in ambito teatrale, radiofonico e cinematografico. Conquistò il successo all'età di ventitré anni grazie allo spettacolo radiofonico La guerra dei mondi, trasmissione che, leggenda narra[3], scatenò il panico in buona parte degli Stati Uniti, facendo credere alla popolazione di essere sotto attacco da parte dei marziani. Questo insolito debutto gli diede la celebrità e gli fece ottenere un contratto per un film all'anno con la casa di produzione cinematografica RKO, da realizzare con assoluta libertà artistica Nonostante questa vantaggiosa clausola, solo uno dei progetti previsti poté vedere la luce: Quarto potere (1941), il più grande successo cinematografico di Welles, unanimemente considerato ancora oggi uno dei migliori film della storia del cinema.

La carriera successiva di Welles fu ostacolata da una lunga serie di difficoltà e inconvenienti che non gli permise di continuare a lavorare a Hollywood e che lo costrinse a trasferirsi in Europa, dove continuò a cercare di realizzare le proprie opere finanziandosi soprattutto con apparizioni in film altrui. Fra i suoi molti progetti, Welles riuscì a realizzare e dirigere film come: Macbeth (1948), Otello (1952), L'infernale Quinlan (1958), Il processo (1962), F come falso (1975) ed altri.

La sua fama è aumentata dopo la sua morte, avvenuta nel 1985, ed è considerato uno dei maggiori registi cinematografici e teatrali del XX secolo[8][9]. Palma d'oro a Cannes nel 1952 (all'epoca Gran Prix du Festival), ricevette, tra gli altri riconoscimenti, l'Oscar alla carriera nel 1971. Nel 2002 è stato votato dal British Film Institute come il miglior regista di tutti i tempi. L'American Film Institute ha inserito Welles al sedicesimo posto tra le più grandi star della storia del cinema[10].

Maggiori dettagli


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

Ritratto di Orson Welles, settimanale «Epoca», dicembre 1950


Orson Welles farà seguire al rito civile, con il quale si unì in Inghilterra a Paola Mori, il matrimonio religioso cattolico. Si stabilirà in Toscana o in Sicilia, ma senza ripudiare l’America.

Roma, gennaio

Dal giorno in cui Orson Welles venne in Italia la prima volta sono passati dieci anni esatti: lasciava dietro di sé una Hollywood ancora scossa dai suoi film polemici, dalle sue idee rivoluzionarie, dalle sue geniali trovate. In Europa rimase sette anni facendo film in Italia, Francia, Austria, Irlanda e Inghilterra, alcuni di successo, altri no, ma tutti ugualmente vivi, originali. L'Europa gli permise di dimenticare l’insuccesso della sua rivista musicale Giro del mondo in ottanta giorni con la quale aveva perduto nel 1946 a Broadway quattrocentomila dollari. Due anni fa, felicemente sposato a Paola Mori, era rientrato negli Stati Uniti accolto come un figliol prodigo. Ma Orson non era cambiato, ed ancora lasciò perdere offerte televisive di due milioni di dollari della Columbia per mettere in scena Shakespeare secondo originalissime concezioni.

1958 01 19 Epoca Orson Welles f1Orson Welles e Paola Mori alle prese con gli spaghetti, un piatto di cui tutta la famiglia Welles, con in testa la piccola Beatrice, è particolarmente ghiotta. Orson appare disteso e ringiovanito, nonostante le tempie grigie, rispetto a tre anni or sono, quando partì per sposarsi in Inghilterra e stabilirsi poi in America

Con il Re Lear debutto a Broadway nel 1956 : si ruppe una gamba durante le prove e si ruppe l’altra, cadendo una seconda volta, la sera della prima, ma pretese di non arrendersi e recitò seduto su una sedia a rotelle, suscitando discussioni e polemiche a non finire. Che la polemica lo attiri lo confermano tutte le sue opere: anche l’ultimo film Badge of Evil, scritto, diretto e interpretato da lui accanto a Janet Leigh, Marlene Dietrich, Joseph Cotten, Charlton Heston e Mercedes MacCambridge, è una severa inchiesta sugli abusi di potere della polizia al confine tra gli Stati Uniti ed il Messico a tutto vantaggio della polizia messicana. Confrontando questo film con i romanzi di Graham Greene, Welles sostiene che, se lo scrittore inglese difende l’integrità dell’anima, lui vuol difendere quella dei cittadini. «L’aumentata potenza della polizia mi preoccupa seriamente: non dobbiamo dimenticare che il suo mestiere è quello di rafforzare la legge, non quello di scriverla.»

Orson Welles appare ora più posato, direi più sornione, e, come il buon vino, la stagionatura e l’esperienza lo hanno indubbiamente migliorato. Talvolta ha l’aspetto ed i modi di un gatto soriano: apparentemente tranquillo, addormentato, bonario, ma pronto ad accendere gli occhi e a scattare appena ci sia qualcosa di particolarmente interessante. Non ha perduto la vecchia abitudine del cappellone a larghe falde, da cow-boy in città, e del masto-
dontico sigaro tra i denti, come non ha perduto il gusto della battaglia, il piacere per le novità e il suo senso innato di curiosità per il mondo. È diffìcile, direi quasi impossibile, avere da lui un paio di frasi che non nascondano un più profondo significato, che non rappresentino una precisa presa di posizione.

1958 01 19 Epoca Orson Welles f2Welles con in braccio Colombino, per amore della quale ha rinunciato al viaggio a bordo del Libertè. Il Governo francese aveva proibito l'ingresso in Francia di qualsiasi animale per un'epidemia di rabbia. Per non separarsi dalla cagnetta, suo dono alla moglie nell’anniversario del matrimonio, non volle partire.

Durante il suo soggiorno in America ha fatto altri due film, per altre case di produzione: ed impiega un paio di minuti solo per ricordarne i titoli (Pay the devil con Jeff Chandler e Long Hot Summer di Faulkner con Tony Franciosa, Joan Woodward, Lee Remick e Angela Lansbury) ma ha appena terminato di nominarli che già gli occhi gli brillano divertiti, c’è un argomento che si presta chiaramente alle sue frecciate e non sa resistere dal parlarmene: il problema degli Actor’s studio.

Ora è noto che in America il regista Kazan ha fondato, partendo dal metodo Stanislavsky. una scuola di recitazione che ha dato attori come Marion Brando, James Dean, Paul New-man, Joan Woodward, Susan Strasberg, Tony Franciosa e, praticamente, l’ottanta per cento della nuova generazione artistica americana. Orson Welles ha lavorato con loro in teatro ed ed in cinema, ne stima alcuni, ne guarda incuriosito e divertito altri, ma di tutti ha un concetto chiaro. «Nella Mitteleuropa», dice, «la professione dell’attore è sempre stata considerata alla stregua di una carriera universitaria o scientifica. Nei Paesi di lingua anglo-sassone il mestiere dell’attore è considerato poco importante, frivolo, quasi mondano. L’Ac-tor’s studio dà ai suoi allievi la possibilità di sentirsi importanti, il che non fa male a nessuno, tranne naturalmente a quelli che ci devono lavorare insieme.» Orson ride fragorosamente togliendo il sigaro di bocca, richiamando l’attenzione di qualche signora che prende il tè in fondo alla hall dell’albergo. «C’era un attore giovane», riprende, «che nelle pause di lavorazione di Long Hot Summer, praticava lo yogi e se ne stava per intere mezze ore a testa in giù e gambe in aria. Un giorno mi confessò che forse, vivendomi accanto per un ragionevole periodo di tempo, gli sarei anche diventato simpatico.» Questa volta sghignazza, divertito. «Sono egocentrici», dice, «e possono essere considerati corrotti discendenti di Freud. Gli Actor’s studio permettono di conoscere il carattere ma non il significato del dramma e non è vero che aiutino a recitare: si sentono orgogliosi e importanti. E basta.»

1958 01 19 Epoca Orson Welles f3Paola Mori dopo il suo arrivo o Genova con la fida Colombina. Il clamoroso rifiuto di Orson di imbarcarsi senza la cagnetta aveva avuto un seguito polemico ed il Governo francese aveva pochi giorni dopo revocato il veto sull'ingresso degli animali, che era stato la causa della protesta del «ribelle di Hollywood»

È chiaro che l'argomento mostra troppi lati curiosi perché Orson Welles perda l’occasione di criticarli, spesso servendosi di una mimica divertentissima. «Stanislavsky», riprende, «era un genio, ma era un dilettante ed era ricco: due elementi da tener presenti. Impiegava mesi per imparare una parte quando gli altri attori l’imparavano in poche ore: così ha dovuto inventare un sistema per rallentare l’azione. Il dramma è che il sistema Stanislavsky, fatto per rendere più facile il lavoro del regista, ormai lo complica soltanto. Voi dite ad un attore della scuola di Kazati: prendi questo oggetto e portalo da qui a lì. Vi sentirete rispondere che egli deve.prima porsi il problema “se" senta realmente che questo oggetto debba essere portato da qui fino lì. Ora tutto questo forse va bene per certe caratterizzazioni, ma non può essere usato per opere universali come quelle di Shakespeare. E presto o tardi avremo in questo campo una naturale reazione.»

Improvvisamente lo chiamano al telefono, da New York, e rimango a chiacchierare con Paola. «Non si può mai prevedere» ella dice, «quello che Orson potrà fare tra qualche minuto: mi piace anche per questo e andiamo molto d'accordo. A volte vorrebbe avermi al suo fianco anche nei suoi spettacoli, nei suoi scherzi, nei suoi divertissements, ma ormai preferisco il mestiere di moglie, mi sentirei a disagio come vicino ad una carica di dinamite. Un anno fa, per esempio, siamo stati a Las Vegas: Orson aveva ideato un numero di prestidigitazione, di sketches e di parodie: era una specie di recital della durata di un’ora che ebbe uno strepitoso successo, e il primo a divertirsi era proprio Orson. La sera del debutto voleva fare con me il numero della donna segata a metà, ma all’ultimo momento uscii dalla cassa e andò in scena senza donna. Non si scoraggiò per questo e trovò anzi motivo per scherzare col pubblico sulle mogli che, all'ultimo momento, tagliano la corda.»

A tavola Orson Welles mi appare più buongustaio di molti italiani: conosce a perfezione le specialità di ogni regione ed i vini appropriati. Gli piace la buona conversazione, ma è l’unico momento in cui non sopporta di essere fotografato: dice che gli’ toglie il sapore dei cibi. Per il resto ha, per la stampa in genere, una curiosa allergia: cerca di evitarla perché lo affascina. Richard Mahey, uno dei più famosi press-agent d’America, racconta che una volta la rivista Life chiese ad Orson Welles di eseguire un servizio fotografico su un suo lavoro teatrale: il regista rispose che non aveva o da perdere con i fotografi e domandò all'impresario se volesse andare in scena puntualmente o far fare il «servizio». Alla fine accettò controvoglia di posare per una ,mezz’ora di fotografie». In mezz’ora il fotografo di Life non sarebbe nemmeno riuscito a puzzare le lampade. Ma la rivista accettò ugualmente. Il fotografo era Eliot Elisofon e Welles rimase tanto affascinato dal suo modo di lavorare che non solo dimenticò di aver concesso una mezz’ora soltanto, ma tenne la compagnia in teatro per tutta la notte, improvvisò per il fotografo delle nuove scene, divenne suo unico personale, gli propose di abbandonare subito Life per mettersi a lavorare con lui.

Non che sia accaduto qualcosa del genere anche con i giornalisti, i fotografi ed i radiocronisti italiani a Genova, ma è un fatto che, dopo aver scòsso severamente la testa, Orson Welles ha poi accettato di buon grado di posare o chiacchierare con gli uni e con gli altri, perdendo il rapido e partendo per Firenze in macchina quando cominciava ad imbrunire. Era ormai tanto tardi che dovettero fermarsi a Rapallo, incolpandosi l’un l’altro del ritardo, mentre la piccola Beatrice piangeva per un improvviso mal di stomaco e la vecchia nurse inglese provvedeva a disdire telefonicamente gli alberghi già prenotati a Firenze e a Roma. Rinunciato così anche alla romantica parentesi fiorentina, non rimaneva ormai che puntare su Roma con il primo rapido del mattino, a costo di alzarsi di buon’ora e di viaggiare più scomodamente che a bordo della capace auto americana presa in affitto.

Mentre il treno correva lungo la costa tirrenica, sotto un sole davvero primaverile, si concluse «in bellezza» una delle più interessanti chiacchierate che mi sia capitato di fare in moiti anni. Il discorso cadde sulla Callas: e Orson si diverti moltissimo al racconto dello «scandalo dell’Opera». Naturalmente, egli fu feroce e caustico, prese subito le difese della cantante, sostenendo che se una città è contro un artista, lui difende subito l’artista. Poi calcò la mano e sostenne che le cose andrebbero meglio se più spesso qualche Capo di Stato si vedesse interrotto al primo atto lo spettacolo cui è intervenuto. «Per Eisenhower», aggiunse «bisognerebbe interrompere lo spettacolo addirittura dopo la prima scena.» Sorrise divertito, polemico, mercuria!, come lo hanno definito qualche volta gli americani. Alternava l'inglese all’italiano - che parla discretamente - sicché di tanto in tanto qualcuno dei viaggiatori della carrozza ristorante e gli stessi camerieri si giravano per guardarlo ora con curiosità ora in tono di sfida, tentati dall'idea di contraddirlo.

1958 01 19 Epoca Orson Welles f4I coniugi Welles con la loro piccola Beatrice. Orson è attaccatissimo alla bambina. «Dicono che mi assomigli» afferma con orgoglio. «Ma spero» aggiunge «che perda presto questo somiglianza, poverina.»

«Non sono d’accordo», confessò subito dopo, «che si debba avere troppo riguardo per gli amici: se non troviamo di tanto in tanto il modo di scuotere un po’ gli uomini, ci accorgeremo troppo tardi che la loro attenzione ci sfugge. Oggi non si riesce più a stupire i borghesi, ma possiamo scuotere i nostri simili: se li lasciamo cullare beati li troveremo serenamente addormentati come gattini.» Era un Po' la sua dottrina ed era, in fondo, la giusti-reazione artistica di Maria Callas.

La piccola Beatrice, dal tavolo accanto, allungò una mano con un gridolino: «Daddy». Orson le sorrise amorevolmente, scherzò un po' eon lei, tornando un sobrio papà. «Dicono che tti assomigli», disse. E poiché io assentivo, continuò, cercando di frenare il suo orgoglio: «Ma spero che perda questa somiglianza: poverina, non è una cosa simpatica assomigliare a me». Paola sorrise. «A volte siedono l’uno di fronte all'altra», aggiunse, «guardandosi senza parlare: son convinta che si capiscano lo stesso e facciano dei lunghissimi discorsi con gli occhi.»

Il fatto che i coniugi Welles abbiano deciso di stabilirsi in Italia, in una tranquilla villa della Toscana o della Sicilia orientale, non significa che essi abbiano ripudiato l'America. Desiderano abitare in Italia e andare in America una volta ogni tanto, per lavoro o per vacanze, alla maniera di molti americani. Se glielo chiedete ammetterà di sentirsi europeo, ma perché l’intera America è popolata da europei. «Dicono che siamo giovani noi americani», aggiunge, «ma non è vero: noi siamo più vecchi degli europei: abbiamo il loro passato ed in più il nostro. Ma abbiamo abbandonato un gran numero di tradizioni, di pregiudizi e di ricchezze, ritenendole piuttosto un peso che un vantaggio. Considero tutto ciò un segno di una grande civiltà.»

Niente guerra o polemica con l’America, quindi, ma solo un naturale entusiasmo per un Paese che offre a tutti grandi possibilità di lavoro e uno sviscerato amore per un altro Paese che offre forse il più piacevole modo di vivere. «Vivrò e lavorerò in Italia», dice Orson, «senza divenirne parte integrante: mi piace restare in ogni Paese uno straniero per poterlo guardare, gustare ed amare di più. Spero che gli italiani capiscano il mio stato d’animo e la mia sincerità.» Ha una pausa, questa volta sorride imbarazzato, senza malizia. «Che mi piaccia l’Italia non dovrebbero esserci dubbi, dal momento che ho sposato una italiana e sono molto felice. Ecco, mi piace l’Italia anche perché è raro sentir dire che una ragazza ha lasciato improvvisamente l’uomo che la accompagna per andare dal suo psicanalista. In Italia c’è sempre da qualche parte una vecchia zia Rosalia, alla quale ogni ragazza può raccontare tutti i suoi dispiaceri. Negli Stati Uniti tutto questo è impossibile: perché le zie Rosalie abitano sempre troppo lontano, sono assorbite dai loro clubs, dai loro affari, dalle loro manie, dai loro psicanalisti. È la compatezza della famiglia italiana che mi affascina e mi convince e mi conquista. Anzi, mi ha già conquistato da tempo.»

Anche se non lo dice a nessuno, infatti, Orson è tornato in Italia per far seguire al rito civile col quale si uni alla moglie tre anni fa in Inghilterra il matrimonio religioso cattolico che le aveva promesso.

Giorgio Salvioni, «Epoca», anno IX, n.381, 19 gennaio 1958 (Fotografie di Carlo Bavagnoli)


1958 Tempo Orson Welles 1958

Orson Welles ha 43 anni. E' nato nel Wisconsin da un inventore e da una concertista di pianoforte. Ha iniziato la sua carriera come attore e regista teatrale, ma ha acquistato fama nel cinematografo anche come soggettista e come produttore. E’ tornato in Italia in questi giorni, assieme alla moglie Paola Mori, dopo dieci anni di assenza. Negli ultimi tempi, in America, la sua attività è stata soprattutto teatrale.

1958 Tempo Orson Welles f1Domanda - Signor Welles, ecco la prima cosa che vorrei sapere da lei: esiste un sentimento che gli americani non comprendono oppure che rifiutano di comprendere nei confronti dell’Italia?

Risposta - Il cinismo di un popolo antico.

D. - Capovolgendo ora la stessa domanda le chiedo: c’è qualcosa che gli italiani non comprendono negli americani?

R. - L’America ha uno dei più vecchi sistemi di governo che esistano. Gli italiani lo dimenticano e continuano a considerare l’America un Paese giovane.

D. - Non credo di sbagliare dicendo che l’Italia esercita su di lei una particolare attrattiva: vorrei sapere per quale motivo, di carattere psicologico, lei finisce sempre col ritornarvi.

R. - E' una questione di gusto, non un motivo.

D. - Qualunque uomo che abbia ottenuto successo (come lei) nella vita ha diritto a porre la sua candidatura alla gloria. In ogni caso rinunzierebbe lei al primo pur di ottenere la seconda?

R. - Gloria a successo sono entrambi ambizioni volgari, ma la gloria è più volgare del successo.

D. - Chi è, a suo giudizio, il più infelice dei suoi contemporanei?

R. - Il comunista sincero.

D. - Secondo l’opinione comune, l’americano è un popolo di persone felici;- lo si definisce anzi per antonomasia il popolo felice. A suo giudizio, che cosa manca agli americani per essere completamente felici?

R. - Credo che gli americani sarebbero felici se essi non fossero tanto interessati alla felicità stessa. Personalmente non credo che la felicità costituisca lo scopo principale della vita di un uomo, ma temo che su questo punto la maggioranza dei miei compatrioti non sia d’accordo con me.

D. - E che cosa manca allora, sempre in tema di felicità, agli italiani?

R. - Medesima risposta.

D. - Qual è, a suo giudizio, la differenza tra il pubblico italiano e quello americano?

R. - Conosco certi artisti europei che odiano gli americani ma ammirano il pubblico americano. Al contrario è molto difficile trovare qualcuno che non sia un ammiratore del popolo italiano ma forse, in quelli stessi che lo ammirano, non si riscontra il medesimo univoco entusiasmo per il pubblico del vostro Paese. La ragione sta nel fatto che gli italiani sono latini e quindi troppo individualisti per costituire il pubblico ideale; pubblico infatti vuol dire massa.

D. - Che cosa intende lei con l’espressione "uomo moderno”?

R. - Il conformista.

D. - Dovendo condurre un italiano in giro, attraverso l’America del Nord, vuol suggerirmi l’itinerario migliore, affinchè questi, al suo ritorno, possa dire veramente di aver "veduto l’America”?

R. - Dovrebbe arrivare direttamente a Chicago, proseguire poi per Detroit, Denver, Seattle, San Francisco, Los Angeles. Quindi: Las Vegas, Dallas, Houston, Nuova Orleans, attraversando gli Stati del Sud; risalire infine la costa atlantica fino a Nuova York.

D. - Lei è uno dei pochi uomini cui sia toccata la ventura in vita di venire considerato da più parti, un genio. Non ne ha mai dubitato? Ha accettato questo riconoscimento come naturale? In ogni caso, ha mai cercato di scoprire i motivi che hanno spinto i suoi contemporanei a definirla così?

R. - Non vi ho mai pensato; non ho mai preso questo argomento sul serio.

D. - Ritiene la Televisione un’arte? In caso contrario, per quale motivo lei vi si è attivamente dedicato in questi ultimi anni?

R. - La Televisione è un mezzo di comunicazione capace di trasmettere molte cose, arte compresa, ma non si deve sopravalutare l’importanza morale e culturale della TV nella società moderna.

D. - Saprebbe dirmi una frase capace di trovare tutti gli uomini d’accordo?

R. - «II mondo non se la sente di rischiare un’altra guerra».

D. - Dovendo organizzare un pranzo destinato a riunire cinque attrici famose, su chi cadrebbe la sua scelta onde non creare una situazione imbarazzante?

R. - Magnani, Paxinou, Garbo, Inga Tigblat, Edith Evans. Sono tutte grandi attrici e non soltanto famose. Le grandi attrici sono raramente imbarazzate da altre grandi attrici.

D. - Nella vita, qual è la cosa che l’appassiona di più?

R. - La dignità umana e il coraggio.

D. - Di un uomo di cui si vuol fare l’elogio si è soliti ripetere: ecco una persona che non è mai scesa a compromessi verso se stesso. Vi è mai stato costretto lei? Se sì, in quali occasioni?

R. - Troppo spesso per poterle elencare tutte qui.

D. - Chi dei suoi contemporanei, qualora ne avesse la possibilità, vorrebbe trasformare in statua?

R. - Chi lascerà abbastanza denaro per costruire un parco pubblico.

D. - Esiste una piccola azione da lei compiuta che abbia suscitato in lei uno sproporzionato rimorso?

R. - Sono troppe e troppo gravi le azioni da me compiute di cui mi dispiaccio, per potermi ricordare anche delle piccole.

D. - Una delle caratteristiche del nostro tempo è la devozione che si professa in tutto il mondo, e in America in special modo, verso le statistiche. In quale conto lei le tiene?

R. - In nessun conto. Le statistiche sono delle eresie, tra le più grandi eresie del nostro tempo.

D. - Ritiene che anche la propaganda sia un fenomeno tipico del nostro tempo o che si tratti invece di qualcosa di vecchio, di antico addirittura corno il mondo? In tale caso a quale epoca lei pensa ai possa far risalire il suo atto di nascita?

R. - La propaganda è sempre esistita; la propaganda è antica quanto lo è la politica. La sola differenza sta nel fatto che in questa epoca essa non è più come un tempo uno strumento, un mezzo di cui servirsi per raggiungere determinati scopi, ma piuttosto un surrogato delle funzioni politiche, quando non è la politica stessa.

D. - Che cosa intende lei con l’espressione "progresso umano”?

R. - Ciò che generalmente si designa con l’espressione ”progresso umano’’ non è che una formula piuttosto insignificante tenuta in grande considerazione e che, come tutte le formule inutili, ha fatto negli ultimi due secoli una quantità di malanni.

D. - Qual è il lato più americano del suo carattere?

R. - La fiducia nel prossimo.

D. - Qual è la sua eroina nella vita reale?

R. - Ellen Keller.

D. - Tutte le personalità americane che furono da me in precedenza invitate a rispondere a queste domande hanno in genere dimostrato una certa riluttanza a sottoporvisi; in ogni caso, il più delle volte si sono limitate a rispondere molto brevemente, talvolta addirittura a sproposito, quasi che sfuggisse loro lo scopo con cui la domanda era stata rivolta. Vuole aiutarmi lei a darmi una spiegazione delle constatazioni da me fatte?

R. - Lei fa troppe domande sulla felicità.

D. - Diceva il cardinale di Richelieu: «Dite la verità e non sarete mai creduti». Qual è la sua opinione su questa massima?

R. - Le dirò invéce ùna mia opinione sul cardinale: non mi pare che Richelieu fosse un’autorità in materia di discriminazione tra vero e falso.

D. - Potendolo, ricomincerebbe la sua vita daccapo?

R. - Si.

D. - Qualcuno ha detto che il fascino di una donna risiede principalmente nella sua volgarità. Qual è la sua opinione in proposito?

R. - La volgarità può dare talvolta l’impressione di sex-appeal, ma mai di fascino.

D. - Qual è, secondo lei, la principale differenza tra le donne americane e quelle italiane?

R. - Le donne americane cercano di competere con gli uomini, le italiane li conquistano.

D. - Qual è, secondo lei, il più grande equivoco della letteratura americana?

R. - Il sentimentalismo.

D. - Qual è, secondo lei, la più importante modificazione che l'ultima guerra abbia prodotto nell’uomo-individuo?

R. - La domanda non mi sembra giusta. La guerra non ha cambiato l’individuo; sono le sue cause che hanno raggiunto questo risultato.

D. - Lei ha molto viaggiato. E’ anche lei fra coloro che trovano che il mondo sia troppo piccolo per loro?

R. - Io lo trovo comodo.

D. - Verso quale categoria di individui lei sente di essere più spietato?

R. - Le spie.

D. - Esiste una forma d’arte che lei disprezza?

R. - Tutto ciò che è fatto senza amore.

D. - Mi rivolga lei l’ultima domanda.

R. - Perchè i giornalisti non censurano di più la censura?

Ad un certo punto dell’intervista ho chiesto ad Orson Welles di venirmi in aiuto nello spiegarmi le ragioni per cui la maggior parte dei suoi connazionali rispondono di malavoglia a queste domande. Welles risponde dicendo che essi sono probabilmente infastiditi da «tutte quelle domande sulla felicità». La risposta è chiara e non richiede ulteriori spiegazioni perchè del rapporto tra la psicologia americana e il concetto di felicità egli aveva già discorso in precedenza a proposito di un altro quesito che gli avevo rivolto. Tuttavia, io avevo chiesto l’aiuto di Orson Welles perchè riuscisse a spiegarmi non solo la riottosità dei suoi connazionali a lasciarsi intervistare ma anche il motivo della brevità e spesso incertezza delle loro risposte. Welles su questo punto non ha detto nulla, forse non di proposito, nè io ho ritenuto opportuno di insistere. Quello che mi preme di dire in ogni modo (e di qui il motivo di tutto il mio discorso) è che nel loro complesso, le risposte di Orson Welles rappresentano di per se stesse una smentita ai miei dubbi ed un annullamento, se così si può dire, della domanda stessa. Vero è che alcune delle risposte di Welles sono brevissime e ad un certo punto anche lui si limita ad usare un semplice monosillabo, ma questa considerazione deve essere circoscritta all’ultima parte dell’intervista, ossia lai dove egli aveva incominciato a stancarsi della mia insistenza. Quello che conta è che non solo le risposte di Welles sono esaurienti ma anche adeguate allo spirito della domanda. Nessuna differenza, dunque, con quelle che avrei potuto avere da un italiano o da un francese.

Enrico Roda, «Tempo», 1958



Radio

Prime opere

Les Miserables (1937 in diverse puntate)
The Mercury Theater on the Air (1938)
Dracula (11 luglio)
L'isola del tesoro (18 luglio)
A Tale of Two Cities (25 luglio)
The 39 Steps (1º agosto)
I'm a Fool/The Open Window/My Little Boy (8 agosto)
Abraham Lincoln (15 agosto)
The Affairs of Anatole (22 agosto)
Il conte di Montecristo (29 agosto)
The Man Who Was Thursday (5 settembre)
Giulio Cesare (11 settembre)
Jane Eyre (18 settembre)
Sherlock Holmes (25 settembre)
Oliver Twist (2 ottobre)
Hell On Ice (9 ottobre)
Seventeen (16 ottobre)
Il giro del mondo in 80 giorni (23 ottobre)
La guerra dei mondi (30 ottobre)
Heart of Darkness/Life With Father/Gift of the Magi (6 novembre)
A Passenger to Bali (13 novembre)
The Pickwick Papers (20 novembre)
Clarence (27 novembre)
The Bridge at San Luis Rey (4 dicembre)
The Campbell Playhouse (1938-40)
Rebecca (9 dicembre 1938)
A Christmas Carol (23 dicembre 1938)
Counselor-at-Law (6 gennaio 1939)
L'ammutinamento del Bounty (13 gennaio 1939)
I Lost My Girlish Laughter (27 gennaio 1939)
Arrowsmith (3 febbraio 1939)
The Green Goddess (10 febbraio 1939)
The Glass Key (10 marzo 1939)
Beau Geste (17 marzo 1939)
Showboat (31 marzo 1939)
The Patriot (14 aprile 1939)
Private Lives (21 aprile 1939)
Wickford Point (5 maggio 1939)
Our Town (12 maggio 1939)
The Bad Man (19 maggio 1939)
Things We Have (26 maggio 1939)
Victoria Regina (2 giugno 1939)
Peter Ibbetson (10 settembre 1939)
Ah, Wilderness (17 settembre 1939)
What Every Woman Knows (24 settembre 1939)
il Conte di Montecristo (1º ottobre 1939)
Algeri (8 ottobre 1939)
Escape (15 ottobre 1939)
Liliom (22 ottobre 1939)
L'orgoglio degli Amberson (29 ottobre 1939)
The Hurricane (5 novembre 1939)
The Murder of Roger Ackroyd (12 novembre 1939)
The Garden of Allah (19 novembre 1939)
Dodsworth (26 novembre 1939)
Lost Horizon (3 dicembre 1939)
Venessa (10 dicembre 1939)
There's Always a Woman (17 dicembre 1939)
A Christmas Carol (24 dicembre 1939)
Vanity Fair (7 gennaio 1940)
Theodora Goes Wild (14 gennaio 1940)
The Citadel (21 gennaio 1940)
It Happened One Night (28 gennaio 1940)
Mr. Deeds Goes to Town (11 febbraio 1940)
Dinner at Eight (18 febbraio 1940)
Only Angels Have Wings (25 febbraio 1940)
Rabble in Arms (3 marzo 1940)
Craig's Wife (10 marzo 1940)
Huckleberry Finn (17 marzo 1940)
June Moon (24 marzo 1940)

Teatrografia

Opere di cui Welles firma solo la regia;[171]

Date di apertura

Gate Theatre di Dublino (1931-1934)
The Lady from the sea, di Henrik Ibsen,
Le tre sorelle, di Anton Cechov,
Alice in the wonderland USA
Tood School, Woodstock (1934-1936)
Trilby, di Gerald Du Maurier,
The drunkard, di Mr. Smith di Boston,
Amleto, di William Shakespeare,
Czar Paul, di Dimitri Merejewskij,
Pre-Mercury Theatre (1936-37)
William Shakespeare, Macbeth - 14 aprile, 1936, Lafayette Theatre, New York
Horse Eats Hat da Eugène Labiche, Un chapeau de paille d'Italie - 26 settembre, 1936, Maxine Elliott Theatre, New York
Christopher Marlowe, Doctor Faustus - 8 gennaio, 1937, Maxine Elliott Theatre, New York
Aaron Copland, The Second Hurricane (opera lirica) - 21 aprile, 1937, Henry Street Playhouse, New York
Marc Blitzstein, The Cradle Will Rock (musical) - 16 giugno, 1937, Venice Theatre, New York
Mercury Theatre (1937-41)
Giulio Cesare - 11 novembre, 1937, Mercury Theatre, New York
The Shoemaker's Holiday - 1º gennaio, 1938, Mercury Theatre, New York
Heartbreak House - 29 aprile, 1938, Mercury Theatre, New York
Too Much Johnson - 16 agosto, 1938, Stony Creek Summer Theatre, Connecticut
Danton's Death - 5 novembre, 1938, Mercury Theatre, New York
Five Kings - 27 febbraio, 1939, Colonial Theatre, Boston, Massachusetts
The Green Goddess - luglio 1939, Palace Theatre, Chicago, Illinois
Native Son - 24 marzo, 1941, St. James Theatre, New York
Dopo la seconda guerra mondiale (1942-60)
The Mercury Wonder Show - 3 agosto, 1943, Mercury Wonder Show Tent, Los Angeles, California
Il giro del mondo in 80 giorni - 27 aprile, 1946, Boston Opera House, Boston, Massachusetts
Macbeth - 28 maggio, 1947, University Theatre, Salt Lake City, Utah
The Blessed and the Damned - 15 giugno, 1950, Théâtre-Edouard VII, Parigi, Francia
Otello - 1º ottobre, 1951, Theatre Royal, Newcastle upon Tyne, Inghilterra
The Lady in the Ice - 7 settembre, 1953, Stoll Theatre, Londra
Moby Dick: Rehearsed - 16 giugno, 1955, Duke of York's Theatre, Londra
Re Lear - 12 agosto, 1956, City Center, New York
Falstaff - 13 febbraio, 1960, Grand Opera House, Belfast
Rhinoceros - 28 aprile, 1960, Royal Court Theatre, Londra

Filmografia

Lungometraggi diretti da lui (esclusi i film co-diretti e quelli incompiuti):

Quarto potere (Citizen Kane) (1941)
L'orgoglio degli Amberson (The Magnificent Ambersons) (1942)
Lo straniero (The Stranger) (1946)
La signora di Shanghai (The Lady from Shanghai) (1948)
Macbeth (Macbeth) (1948)
Otello (Othello) (1952)
L'uomo, la bestia e la virtù, regia di Steno (1953)
Rapporto confidenziale (Mr. Arkadin) (1955)
L'infernale Quinlan (Touch of Evil) (1958)
Il processo (Le procès) (1962)
Falstaff (Campanadas a medianoche) (1965)
Storia immortale (The Immortal Story) (1968)
F come falso (F for Fake) (1973)

Premi e riconoscimenti

Oscar

1942: Miglior Film — Quarto potere (nomination)
1942: Miglior Regista — Quarto potere (nomination)
1942: Miglior Attore — Quarto potere (nomination)
1942: Miglior sceneggiatura originale — Quarto potere (vinto)
1943: Miglior Film — L'orgoglio degli Amberson (nomination)
1970: Oscar alla carriera

BAFTA Awards

1968: Miglior attore straniero — Falstaff (nomination)

Cannes Film Festival

1952: Palma d'oro — Othello

Premio Golden Globe

1982: Miglior attore di supporto — Butterfly (nomination)

Festival del cinema di Venezia

1947: Leone d'oro — Lo straniero (nomination)
1970: Leone d'oro alla carriera

Grammy Awards

1982: Best Spoken Word Recording — Donovan's Brain

Premio alla carriera dell'American Film Institute 1975

Doppiatori italiani

Nelle versioni in italiano dei suoi film, Orson Welles è stato doppiato da:

Emilio Cigoli in Quarto potere, L'orgoglio degli Amberson, Terrore sul Mar Nero, La porta proibita, Conta solo l'avvenire, Lo straniero, La signora di Shanghai, Cagliostro, Il terzo uomo, Il principe delle volpi, La rosa nera, Il tiranno di Glen, Il processo, Storia immortale
Corrado Gaipa in Falstaff, Il castello di carte, Tepepa, Lettera al Kremlino, Dieci incredibili giorni, L'orgoglio degli Amberson (ridoppiaggio)
Gino Cervi in Macbeth, Otello, David e Golia, Il re dei re
Giorgio Capecchi in La lunga estate calda, L'infernale Quinlan, Le radici del cielo, Frenesia del delitto
Renato Turi in Rapporto confidenziale, Moby Dick, I tartari
Carlo Romano in International Hotel, James Bond 007 - Casino Royale
Aldo Silvani in Duello al sole
Mario Besesti in L'uomo, la bestia e la virtù
Giorgio Bassani in Ro.Go.Pa.G.
Mario Bardella in Una su 13
Roberto Villa in Terrore sul Mar Nero (ridoppiaggio)
Carlo Baccarini in L'infernale Quinlan (director's cut)


Riferimenti e bibliografie:

  • Giorgio Salvioni, «Epoca», anno IX, n.381, 19 gennaio 1958 (Fotografie di Carlo Bavagnoli)