Zampa Luigi

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 (Roma, 2 gennaio 1905 – Roma, 14 agosto 1991) è stato un regista e sceneggiatore italiano.

Biografia

Figlio di un operaio, dopo aver frequentato la scuola di recitazione di Santa Cecilia, Luigi Zampa si iscrisse al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1932, dove rimase per più di cinque anni.

Dopo aver lavorato dal 1939 come sceneggiatore, diresse alcuni film di scarso rilievo, fino a trovarsi al fianco dei registi del neorealismo con due aggressive commedie popolaresche, Vivere in pace (1946) e L'onorevole Angelina (1947), interpretate dai due attori simbolo del genere, rispettivamente Aldo Fabrizi e Anna Magnani; e il suo capolavoro, Processo alla città (1952), una realistica ricostruzione della camorra napoletana e del famoso processo Cuocolo sul soggetto diFrancesco Rosi.

Con la trilogia realizzata in collaborazione con Vitaliano Brancati (Anni difficili, 1948; Anni facili, 1953; L'arte di arrangiarsi, 1955) evocò in toni satirico-grotteschi il fascismo (con un'appendice nel 1962: Anni ruggenti) per osservarne poi, dolorosamente, la continuità negli intrallazzi del dopoguerra.

La morte del grande scrittore siciliano, avvenuta nel 1954, segnò il decadimento dell'impegno politico e della migliore vena satirica del regista, che, dopo una trascrizione da Alberto Moravia (La romana, 1954), continuò ad ondeggiare tra la commedia all'italiana (Il vigile, 1960; Il medico della mutua, 1968; Letti selvaggi, 1979) e la denuncia tra le righe (Il magistrato, 1959; Bisturi la mafia bianca, 1973; Gente di rispetto, 1975; Il mostro, 1977).

Gli viene dedicata una retrospettiva completa alla Festa del Cinema di Roma 2009, a cura di Mario Sesti.

È padre del musicista e giornalista Fabrizio Zampa.


La decisione di portare in cinema La patente di Pirandello come uno degli episodi di Questa è la vita la prendemmo assieme Brancati e io e ne scrivemmo insieme la sceneggiatura. Poi la proponemmo per Totò. Ricordo una cosa che mi disse Totò a fine film: "Caro Zampa”, mi disse, “se io potessi sempre recitare dei testi come quelli che lei mi ha dato e fare cose di questo genere! Invece faccio tanti film in cui sono costretto a inventarmi tutto, il mattino arrivo in teatro e trovo che non c’è niente, debbo creare i lazzi, le battute, tutto da zero”. Questo me lo ricordo, pace all’anima sua, testimone onesto di quanto lui mi disse. Per questo episodio Totò lo volli proprio io. Brancati era entusiasta all’idea di fare interpretare Pirandello da lui. Diceva che poteva renderlo perfettamente.


Curiosità

Fu lo zio di Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse.


Luigi Zampa 3

Così la stampa dell'epoca

1949 02 28 Cinema Gianni Franciolini Luigi Zampa intro

1949 02 28 Cinema Gianni Franciolini Luigi Zampa f1A Franciolini interessa il problema del matrimonio: col prossimo film, « Anselmo ha fretta », egli ritorna al suo tema preferito.Nel 1944 le domande di separazione coniugale presentate alla Cancelleria del Tribunale di Roma furono 642. Nel 1945 passarono a 1093. nel 1946 a 1268. nel 1947 a 1254, nel 1948 a 1256. Quest’anno, per il solo mese di gennaio, siamo già a 145.

E questo ci ha detto Franciolini mostrandoci un giornale che riportava la statistica — questo senza contare le separazioni di fatto e i delitti fra coniugi di cui sono piene le cronache. Ho dunque torto se considero il problema del matrimonio uno de.i più acuti e importanti dell'epoca che viviamo?

Gianni Franciolini è come affascinato da questo problema. E non da oggi soltanto. Nel 1942 scrisse un soggetto. Viviamo, che già indicava tale suo orientamento; ma in quel soggetto che fu tre volte sul punto di essere realizzato e tre volte rinchiuso in un cassetto, il problema era visto dall'esterno, quasi come conseguenza di un destino che rende impossibile a due esseri la felicità del vivere in comune.

Fu con Amanti senza nome (1947) che Franciolini affrontò decisamente il tema del matrimonio. Com'è noto, la storia di quel film era derivata da La sonata a Kreutzer di Tolstoi e. in sostanza, voleva significare che certi matrimoni finiscono tragicamente perché nascono dall'equivoco del l'attrazione sessuale scambiata per amore. E senza amore non si può vivere insieme, ogni più futile motivo di dissidio diventa causa di una sempre crescente e insuperabile divisione. (Amanti senza amore non ha avuto molta fortuna, né con il pubblico né con la critica. « Avrò sbagliato — dice Franciolini.

ma perché nessuno ha rilevato l'importanza del tema? Sono sempre convinto che Amanti senza amore meritava di più. Comunque, è stata, purtroppo, una battaglia del film psicologico perduta »).

Anselmo ha fretta — il soggetto di Zavattini che Franciolini sta sceneggiando con Steno. Monicelli. Pietrangeli e lo stesso Zavattini — ci ripropone, su un piano non più drammatico ma divertente, la questione del matrimonio Anselmo ha fretta di sposarsi. E' una leggerezza sposarsi in fretta: c Anselmo se ne accorge subito, la mattina stessa del matrimonio Una serie di incidenti mettono immediatamente a nudo le già esistenti ma ignote ragioni di contrasto. Le mettono a nudo e le risolvono, dopo aver provocato addirittura la separazione E' solo allora, quando Anseimo e sua moglie hanno sanato le punte di disaccordo e si ricongiungono, che la vita matrimoniale ha il suo vero inizio. In questo caso, dunque, a differenza che in Amanti senza amore, c'è una risoluzione positiva del problema, un'evoluzione ottimistica, se vogliamo; ma, d'altra parte, fossero due o diecimila le separazioni coniugali, ci sono anche centinaia di migliaia di sposi che non si separano o che non sciolgono tragicamente il loro legame. Ma io dico: è di questi che dobbiamo occuparci o di quegli altri, siano pure poche migliaia, che per una ragione o per l'altra non riescono a fondersi e ad essere felici? Il mio non è moralismo ma è interesse per l’uomo, per le sofferenze dell'uomo. Un giorno vennero da me dei produttori a propormi un film musicale sulla vita di un grande musicista di cui non nn dissero il nome. Io risposi che non avevo niente in contrario a fare un film musicale, purché quel grande musicista fosse un essere con una sua sofferenza umana, con un suo travaglio, e non un semplice collezionista di successi. Sarebbe stato un film facile e non accettai perché il film facile non m'interessa E se oggi io sono attratto dal problema del matrimonio è perché sento quest'ansia degli uomini di vivere insieme e questa pena, fatta di errori, di incomprensioni. di leggerezze, di diffidenze, di sbandamenti. che li separa e tuttavia li spinge a cercare l'amore.

Anselmo ha fretta, che sarà prodotto da Baccio Randini per la Lux. e interpretato da Gino Cervi, avrà inizio a maggio. Ma già Franciolini scorazza per il Lazio alla ricerca del paese in cui dovranno vivere Anseimo e la sua sposa.

Non si capisce bene se le discussioni provocate da Anni difficili facciano, a Luigi Zampa. piacere o dispiacere. Genericamente egli si limita a lamentarsi che l'esame del contenuto politico di quel film abbia preso a volte il sopravvento su quello del contenuto artistico e che, nella maggior parte dei casi, lo abbiano osannato o crocifisso secondo una visuale di opportunismo politico. Si. una certa reazione in questo senso Zampa se l'aspettava mentre lavorava al film: che si scomodassero le direzioni dei partiti politici e che si facesse un'interpellanza al Senato non l'aveva mai pensato.

Ma la spina di Zampa non è questa: altre opere polemiche prima della sua hanno avuto, in altri Paesi, sorte non dissimile. La spina di Zampa é la critica italiana, o meglio quella parte della critica italiana che giudica e manda senza motivare i suoi giudizi. Del pubblico è soddisfatto, il pubblico lo segue, i suoi Alni incassano; ma questo a Zampa non basta La nostra critica, in genere, non gli è favorevole Ai suoi giudizi negativi e a volte acri, egli contrappone i giudizi della critica straniera positivi, ampi e cordiali.

1949 02 28 Cinema Gianni Franciolini Luigi Zampa f2Le polemiche suscitate da «Anni difficili» fanno o no piacere a Zampa? Comunque il regista dichiara che la sua "spina è la critica". Il prossimo film di Zampa sarà «Guardie e ladri»

- Per alcuni nostri critici - egli ha detto sono press'a poco un pallone gonfiato; per i critici stranieri sono un grande regista, uno degli esponenti del nuovo cinema. Ma passi: questo può dipendere da particolari condizioni psicologiche che portano, per lo stesso motivo. a reazioni diverse. Non posso invece accettare certi giudizi sbrigativi di cui sono gratificato. Io ho molto rispetto per la critica, la considero collaboratrice necessaria al nostro lavoro di registi, utile a segnalarci difetti o ad incoraggiarci là dove meritiamo. Ma quando si è lavorato un anno intorno a un film si ha il diritto di essere giudicati con attenzione e. quando si è sbagliato, di sapere « perché » si è sbagliato.

Zampa, difatti, non fa più di un film all'anno. Dal 1945 ha realizzato Un americano in vacanza, Vivere in pace. L'onorevole Angelina, Anni difficili. Ora sta completando il montaggio delle versioni italiana e inglese del suo ultimo film. Campane a martello, mentre sceneggia con Vitaliano Brancati ed Ennio Flajano Guardie e ladri, un soggetto di Piero Teliini. (A un certo momento si era parlato di un film Anni facili, sèguito di Anni difficili, ma Zampa ha preferito abbandonare il progetto).

— Guardie e ladri — ci ha spiegato Zampa è la storia d'una guardia e della sua famiglia e d'un ladro e della sua famiglia. La guardia si lascia scappare il ladro e deve ritrovarlo. altrimenti Anisce sul lastrico. La suà famiglia lo aiuta e, durante la ricerca, viene a contatto con la famiglia del ladro. Una storia attuale, di sapore critico, risolta sul piano umano. quello, per intenderci, di Vivere in pace. per esaminare, al di là della maschera costituita da una professione, il contenuto intimo degli uomini che lottano per la vita. In fondo, sono queste le storie che mi piacciono e mi interessano di più.

Per gli interpreti. Zampa pensa alla Magnani per la parte della moglie della guardia e a Peppino De Filippo per la parte della guardia Peppino De Filippo è considerato preferibilmente attore farsesco; ma in Guardie e ladri non dovrà essere tale. Intendo sfruttare la sua capacità di rendere un personaggio vero, con sfumature che non interessano il farsesco ma il satirico e all'occasione il comico.

— Come appare chiaro, continua Zampa, non si tratterà di un film neorealista. Io sono stato a torto giudicato da taluno un neorealista. Oltre tutto, nego al realismo propriamente detto, come fotografia della realtà, ogni contenuto artistico. Arte è trasposizione e il realismo manca di trasposizione. Come tra fotografia e pittura questa sola ha le caratteristiche dell'arte.

Dom., «Cinema», anno XXI, n.43, 28 febbraio 1949


1949 01 09 Oggi Luigi Zampa intro

Se Luigi Zampa si è veramente proposto di essere il "regista non conformista" del cinema italiano, sta mantenendo l'impegno con molta puntualità. Nel 1946, con Vivere in pace, attraverso Fabrizi in duemila metri di pellicola sdrammatizzò la resistenza, e fu accusato di aver voluto gettare il discredito sui partigiani e di aver messo in una luce umana persino i tedeschi. Nel 1947, con L'onorevole Angelina, attraverso Anna Magnani risolse a modo suo il problema sociale, e suscitò a un tempo le proteste dei carabinieri e dei comunisti, preoccupati, questi ultimi, che si impostassero senza di loro le questioni che essi considerano di loro competenza. Nel 1948, poi. Zampa ha varato Anni difficili e stavolta le proteste sono state unanimi: partiti e associazioni politiche di ogni genere, fascisti e antifascisti finalmente concordi, hanno proposto di mettere fuori legge il film. Incidenti sono avvenuti durante le proiezioni: una interpellanza alla Camera è stata presentata ma sinora, sembra, senza alcun esito. Intanto, però, i film di Zampa, se preoccupano gli onorevoli, indecisi tra l’applicare i rigori della censura o lasciar correre, piacciono al pubblico italiano, e all’estero, poi, ottengono addirittura le più trionfali accoglienze. come è il caso di Vivere in pace.

II perché di tanto successo tra gli spettatori — nonostante l'ostile accoglienza di una parte della critica — è evidente: nell’arida e talvolta disumana cronaca che domina da quattro o cinque anni a questa parte i soggetti del neorealismo italiano, Zampa ha introdotto per la prima volta la satira. Bisogna riconoscere, se non altro, ai film di questo regista il coraggio che è mancato a troppi seguaci delle nuove correnti del nostro cinema, influenzati per lo più da preoccupazioni estetiche estranee al gran pubblico, ormai stanco per molti segni della troppo fredda aderenza alla realtà. In questo senso, a Venezia, Anni difficili, che ha per sfondo la Sicilia, si presentò subito come contraltare al severo e compassato La terra trema di Visconti. Quest’ultimo aveva un'aperta patente di "film sociale" i suoi personaggi parlavano un linguaggio che il pubblico (anche quello siciliano) non comprendeva: tecnicamente perfetto, il film rimase per lo spettatore un saggio di virtuosismo stilistico. In Anni difficili, dove i personaggi usano l'italiano e parlano un linguaggio ben altrimenti spontaneo, il pubblico riconobbe una parte di se stesso e applaudì, e rise e si commosse.

Piuttosto si può osservare che spesso la satira di Zampa non ha saputo elevarsi al di sopra della battuta comica del dialogo e che — a parte il riuscito personaggio centrale del vecchio Piscitello, il "vecchio con gli stivali" — il film non scalfisce che superficialmente la complessa tragedia del popolo italiano dal 1935 al 1943. Zampa non ha voluto, o potuto, sulla falsariga di Brancati (da un racconto del quale l’opera è tratta) andare fino in fondo. Gli è mancata, a un certo punto, la forza della sintesi, si che la vicenda risulta diluita in differenti episodi di ineguale ”vis comica".

La storia di Aldo Piscitello (interpretato da Umberto Spadaro), il povero impiegato comunale consigliato dal podestà stesso a chiedere la tessera se non vuol perdere il posto, è, dichiaratamente, la vicenda di milioni di italiani. Come loro Piscitello marcia nelle parate, con i pesanti stivaloni e l'orbace, come loro ascolta al gruppo rionale i discorsi dei potenti personaggi del regime, come loro applaude e come loro si vergogna di quegli applausi e di quella uniforme. Come loro trova uno sfogo tra i vecchi antifascisti raccolti intorno al farmacista; ascolta i loro discorsi, sempre i soliti, e si meraviglia che quei signori non abbiano il coraggio, dopo tante belle parole dette sottovoce, di gridare in piazza quel che pensano. Quasi tutte le sequenze di questa prima parte ottengono clamoroso successo d’ilarità. E capita pure, a complemento non necessario, di sentir risuonare la parola di Carobronne, che, se non erriamo, il rivolta in Zero de conduite di Vigo.

Di sfondo alla figura di Piscitello sta quella del figlio, che, come lui, è "quello che paga per tutti'’: eternamente richiamato sotto le armi, non fa politica e rimane vittima alla fine della comune viltà. Nella seconda parte, però, nella quale Zampa sulla deformazione satirica ha tentato di innestare una morale superficiale e lacrimevole, il film perde unità e diviene sciatto. Scoppia la guerra, i vecchi amici della farmacia continuano a mormorare e ad augurarsi la sconfitta e Piscitello assiste a poco a poco alla trasformazione degli antichi padroni e alla caduta del fascismo. Ma la liberazione non gli porta la felicità: egli viene epurato da quel medesimo podestà, ora divenuto sindaco, che gli aveva consigliato, tanti anni prima, di prendere la tessera. E ha finalmente un gesto di rivolta: ai suoi vecchi e nuovi oppressori, riuniti ormai in amichevole colloquio, grida: « Siamo tutti vigliacchi ». Una conclusione amara, troppo amara forse, questa che Zampa ha fatto sua: per attenuarla il regista ha aggiunto un ultimo episodio. La famiglia gli ha venduto l’odiata divisa fascista, e il compratore — un soldato americano — domanda proprio a lui, Piscitello, incontrato per caso, se a duemila lire l’ha pagata troppo cara. « Io l'ho pagata molto di più », mormora il vecchio impiegato; e in questa battuta è rinchiusa ormai una filosofica rassegnazione.

Per il nuovo anno Zampa (che è romano di nascita, ha 44 anni, essendo nato il 2 gennaio 1905, e proviene dal teatro per il quale scrisse tre commedie di cui una dal titolo pirandelliano Ma non è la stessa cosa), ha in preparazione una nuova vicenda destinata a muovere le acque della polemica cinematografica. Si tratta di un film che egli sta girando ad Ischia, dal titolo Campane a martello. storia di una prostituta di Tombolo che ha mandato i suoi risparmi al parroco il quale, a sua insaputa, li spende in opere di bene, e la donna, tornata in paese, vi_è accolta come una pia benefattrice. Come si vede, il programma del regista procede puntualmente e senza perder tempo sul bruciante terreno del nonconformismo.

Angelo Solmi, «Oggi», 9 gennaio 1949


Intervista a Luigi Zampa a proposito della censura nel cinema

Io non posso credere, in quanto regista, nella funzione della censura, la quale pone dei limiti inevitabilmente dannosi alla mia opera. Limiti esterni, che uno spontaneamente interiorizza sicché diventano automatici. L'effetto principale che ne risulta è che ci si perde di coraggio: invece di affrontare temi nuovi e di approfondirli, ci si tiene a quello che è già stato fatto, ci si arrangia con le cose usuali, già sperimentate. La censura, nell’attività cinematografica che è frutto di tanti compromessi, rappresenta un compromesso di più; e se anche lo subisco, non posso però accettarlo, poiché penso anche che un artista potrebbe autolimitarsi.

Naturalmente la censura funziona egregiamente nei confronti della produzione, la quale si sente a questo modo con le spalle al sicuro. E' certa cioè che un film, una volta realizzato, sarà approvato. E poiché una censura esiste, penso anch'io che sia meglio intervenga preventivamente, in modo che poi non si debba amputare il film di alcune scene essenziali al suo ritmo e alla sua comprensione. Il male è che oggi anche quello che viene approvato in prima istanza può venire censurato quando il film è già pronto.

Mi è accaduto con "L'onorevole Angelina", da cui dovetti eliminare alcune battute importanti e tagliare scene intere. Semplice-mente perché il marito della Magnani nel film faceva la parte di un agente di Pubblica Sicurezza e il pubblico — secondo il ragionamento della Commissione di censura, ineccepibile perché fondato su articolo del regolamento — avrebbe identificato in quell'agente, che veniva leggermente ironizzato, tutti gli agenti di P.S. d'Italia, e se ne avesse riso avrebbe riso alle spalle dell'intero corpo di P.S. .« danneggiandone il prestigio». Da quel momento è rimasta in me una vera fobia per tutti gli argomenti in cui entrassero agenti o guardie : tanto che dopo aver portato a termine il trattamento di Guardie e ladri — il film che con un'altra chiave è stato poi realizzato da Steno e Monicelli — io rinunciai a fare il film, pensando ai limiti, di varia natura, che durante la realizzazione del film mi sarei dovuto imporre.

«Cinema» n.87, 1 giugno 1952


1953 11 22 Europeo Luigi Zampa Censura 1000

Adesso che Anni facili, dopo tanti mesi difficili di tergiversazioni e di esitazioni censorie, è finalmente apparso sui nostri schermi, vorremmo domandare a quanti ne hanno osteggiato, ritardato, temuto la comparsa, se era il caso di allarmarsi e di opporsi, se le difficoltà che sono state fatte agli autori del film non derivavano dalla timidezza di una malsicura abitudine alla libertà, se, insomma, non sarebbe stato infinitamente preferibile dare a se stessi e agli altri una dimostrazione di serenità e di forza permettendo senz’altro la programmazione del film, senza discussioni, né trattative, né tagli, né altre mortificanti diplomazie. E in verità la storia di Anni facili dimostra una volta di più come in Italia sia debole lo slancio non diciamo rivoluzionario ma semplicemente civico, come sia invece ancora radicata e forte l’idea che certe parti, situazioni e persone della nostra società siano sacre e intoccabili. Anni facili, d’altronde, anche per il suo assunto esplicitamente educativo e generoso rimane molto indietro, quanto ad asprezza, ad altri prodotti simili che all’estero vengono sfornati ogni giorno senza la minima reazione da parte delle autorità. Un anno fa vedemmo a Parigi la rappresentazione di La tète des autres, di Aymé, satira addirittura spietata della magistratura francese. Agli Stati Uniti ogni anno appaiono film di franchezza sconcertante su certi aspetti poco edificanti della vita pubblica di quel paese. Possibile che proprio in Italia si debba aver paura della verità? Possibile che non ci si renda conto che la vera democrazia consiste, appunto, nella discussione e nella denuncia? Ma perché parlare di democrazia e non, piuttosto, più semplicemente, di società vitale e ardita? La Francia di Luigi XIV non era una democrazia, eppure il Tartufo di Molière fu rappresentato.

La storia di Anni facili è quella di un modesto professore di scuole medie di provincia, stretto tra l’incudine del proprio idealismo deamicisiano e tradizionale e il martello di uno stipendio inadeguato. Quello che spinge il professore sulla strada funesta della corruzione non è un animo avido e immorale bensì; come gli autori del film hanno sottolineato felicemente, quel grande nemico della virtù e dell’onestà che in Italia è l’amore della famiglia. Per soddisfare le esigenze familiari di decoro e di vita più larga il professore accetta di integrare il magro stipendio di quarantaseimila lire mensili che gli dà lo Stato con le cinquantamila che gli offre il barone La Prua, ex-fascista, affarista e signorotto locale. La Prua ha inventato un prodotto farmaceutico per il ringiovanimento ed affida al professore il diffìcile compito di ottenere a Roma la licenza di fabbricazione. Il professore si dà da fare per ministeri e infiniti uffici, ma invano: la burocrazia non gli dà ascolto. Allora interviene il barone. Attraverso la raccomandazione di un ex-gerarca ad altro ex-gerarca annidato in un ministero, attraverso la corruzione, La Prua ottiene in un batter d’occhio la licenza. Ma il professore è licenziato da La Prua; la figlia deve sposarsi; le cambiali e i debiti sono molti; il professore si lascia corrompere dal padre di un allievo incapace. Scoppia uno scandalo, il professore è arrestato e condannato. La stessa sera, tempo dopo, partono dalla stazione di Roma due treni: in uno, salutato dalla famiglia desolata, parte per la galera il professore che si è lasciato corrompere per cinquantamila lire; nell’altro, festeggiato da amici sodali, libero e trionfante, il funzionario che ha accettato un milione dal barone La Prua.

Il film è tutto intarsiato di fatti realmente avvenuti, come per esempio la storia della corruzione del professore che ha un precedente reale in analogo episodio verificatosi tempo fa in Alta Italia, di frasi, trovate, spunti tolti anch’essi di peso dalla vita corrente. Si tratta, insomma, di una satira del tutto immediata e testuale, poco o nulla rielaborata dalla immaginazione e sublimata in poesia, in più punti cronachistica e documentaria, sempre assai cruda e semplice. Tali film, più che intenti d’arte, hanno intenti di efficacia moralistica e pratica e, in questo senso, si può affermare che Anni facili è un film, in complesso, riuscito e utile. Forse all’efficacia della satira avrebbe giovato una maggiore reticenza e asciuttezza, specie nella seconda parte: i fini del film sono chiari, era inutile farli enunciare dai protagonisti. D’altra parte, l’adunata fascista e altri piccoli episodi, pur gustosi, abbandonano la satira per la più facile caricatura. Ma la descrizione della piccola città di provincia, certi personaggi indovinati come il barone e il funzionario corrotto, il contrappunto delle scene in scuola con quelle negli uffici, il matrimonio, e, soprattutto, la figura del protagonista sono cose felici e degne di lode. Nino Taranto ha saputo creare un personaggio molto vivo con misura ed efficacia, da attore di consumata bravura. Zampa ha diretto il film con quel senso di verità e di immediatezza che è la sua più riconosciuta qualità. Ma in certe sequenze più sfumate e più commosse, si capisce che cosa egli potrebbe darci domani con una materia meno cruda e meno grezza.

Alberto Moravia, «L'Europeo», anno IX, n.48, 22 novembre 1953


1955 Tempo Luigi Zampa intro

Una frase attribuita a Wilma Montesi ha ispirato al regista romano il suo nuovo film "Ragazze d'oggi", che ò un amabile processo alle aspirazioni della moderna gioventù femminile

Ragazze d’oggi è il quattordi' cesimo lungometraggio di Luigi Zampa e il suo primo film a colori e in Cinemascope. Per la prima volta, inoltre, dirige un film di cui è anche unico soggettista e sceneggiatore: è il suo, insomma, un rischio moltiplicato per tre. Non ne sembra preoccupato, comunque. «Sull’aspetto tecnico del film — dice — sono tranquillo. Senza contare il valore di Sera fin che è uno dei nostri più valenti operatori e non è alla sua prima esperienza in fatto di colore e di Cinemascope; ha già girato "Giove in doppio petto” e "Shaitan”. Ho fiducia nel Cinemascope e penso che possa offrire notevoli possibilità espressive a un regista. Negli esterni, poi, è un mezzo meraviglioso. Ha dei limiti, naturalmente. A mio parere, per esempio, non credo che s’addica ai film drammatici: non è possibile un montaggio rapido, non si può giocare sui primi piani, bisogna cercare il movimento nell’inquadratura.

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Però, a una commedia, com’è Ragazze d’oggi, conviene. Movimento? C’è un proverbio italiano che dice: tre donne fanno un mercato e quattro una fiera. Nella famiglia che è al centro del mio film le donne sono cinque: una zia zitella, tre ragazze da marito e una bambina. In mezzo, a patire, c’è Paolo Stoppa, meridionale, viaggiatore di commercio, con idee piuttosto saracene in fatto di educazione dei figli e di matrimonio. Il tema del mio film è semplice: la posizione della donna italiana nell’attuale società, l’errata impostazione della sua educazione, la sua concezione del matrimonio inteso come sistemazione, come impiego. D’altronde questa concezione, questa educazione sono il frutto di precise condizioni economiche. Si potrebbe dire, in un certo senso, che la differenza fondamentale tra la donna americana (anglosassone, in generale) e quella italiana è questa: che negli Stati Uniti la donna acquista prima la sua indipendenza economica e poi si guarda intorno per scegliersi l’uomo da sposare, mentre in Italia tende à conquistare l’indipendenza economica sposandosi».

A dire il vero, riflettiamo mentre Zampa ci parla con un gestire autoritario di uomo che sa il fatto proprio, il problema non è così semplice; ma non c’è tempo tra un’inquadratura e l’altra, di abbordare una discussione sul matrimonio e sulla condizione contemporanea della donna.

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«Legato alle proprie tradizioni di uomo del Sud, Paolo Stoppa — il padre — non vorrebbe che le sue tre figliole andassero) a lavorare, pretenderebbe di tenerle chiuse in casa come si usava, ai suoi tempi, nel Sud. Non soltanto nel Sud e non soltanto ai suoi tempi. Gli si contrappone Bilia Bilia — la cognata, uno strano tipo di zitella picchiatella — che, invece, spinge le nipoti a cercarsi un "partito”, a, sposarsi con uomini dalla posizione sicura, solida».

Dando un’occhiata al "cast”, avevamo constatato che molti degli attori erano, almeno cinematograficamente, degli esordienti o quasi. Infatti, i personaggi delle figlie sono stati affidati a Marisa Allasio, Lilli Cerasoli e Bella Visconti.

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La prima è nota più per una sua pretesa "liàison” sentimentale con Teddy Reno che per le sue prove cinematografiche; la seconda è un’indossatrice romana; la terza ha già fatto del cinema ma con apparizioni marginali e col nome di Armenia Balducci. L’hanno ribattezzata per misteriose ragione; forse il cognome s’addiceva all’ambiente milanese in cui si svolge il film.

Ognuna delle tre ragazze ha nel film un fidanzato, almeno un corteggiatore. Alla Visconti è toccato Frank Villard, attore francese di una certa notorietà che, come il solito, ha una parte di mascalzone; la Cerasoli fa coppia con Edoardo Bergan^p, figlio di un industriale milàhese e campione di golf, maitre Marisa Allasio amoreggia con Mike Buongiorno, il divo della TV italiana, che è nel film uno "steward”.di una società aerea e sa molte lingue. («E' un personaggio che sembra tagliato sulla sua misura» dice Zampa).

Un altro prestito della TV al cinema è quello di Bilia Bilia che sugli schermi televisivi ha inventato, con acuto senso di "humour”, una figura che in Italia ha soltanto due precedenti: Irene Brin nel giornalismo e Franca Valeri a teatro.

All’inizio i produttori avevano pensato di affidare la -parte di Villard a Gualtiero Ja-copetti, non nuovo alle esperienze cinematografiche («Un giorno in Pretura»:-un titolo ammonitore) ma poi, per ragioni di indole organizzativa, dovettero rinunciare alla brillante pensata.

Se non sbagliamo, è la prima commedia che si gira in Italia con il sistema del Cinemascope. Come alcune commedie della XX Century Fox in Cinemascope — «Come sposare un milionario», «Tre soldi nella fontana», «n mondo è delle donne» — anche Ragazze d’oggi si basa su tre storie parallele. Insinuano i maligni che è un modo come un altro per riempire più agevolmente il nuovo schermo orizzontale.

Passiamo la malignità a Zampa che, però, non raccoglie e scantona: «E’ soltanto una combinazione. Senza dire che nel mio film le ragazze sono quattro. Le ripeto: ho fiducia in questa mia prima esperienza con il colore e con il Cinemascope. So che a Hollywood hanno già realizzato una fusiere fra il Cinemascope e il Vistavision creando un nuovo sistema di ripresa e di proiezione che abbinerà i vantaggi dei due sistemi : la vastità del primo e la profondità di campo, la nitidezza di fuoco del secondo. Gli uomini di cinema avranno tutto da guadagnare da questi progressi tecnici».

Prima di congedarsi, ci dice: «Sa chi m’ha dato l’idea per questo film? Il caso Montesi. Leggendo le cronache di quei giorni, m’imbattei in una frase che sarebbe stata detta da Wilma Montesi. La ragazza aveva un’amica, molto bella che un giorno le annunciò il suo prossimo matrimonio con un medico. Sembra che Wilma Montesi le abbia detto: "Vedi? Tu sei bella e sei riuscita a sposare un professionista. Io che non lo sono mi devo accontentare di un agente di Pubblica Sicurezza”. E’ in questa frase — vera o falsa che sia, non importa— che sta il nocciolo del mio film».

Morando Morandini, «Tempo», 1955



«Cinema Nuovo», 1 febbraio 1957 - Dagli anni difficili agli anni facili - Diario di un regista


1967 Radiocorriere TV Luigi Zampa intro

«Radiocorriere TV», 1967 - Luigi Zampa


Filmografia
Risveglio di una città (1933)

L'attore scomparso (1941)
C'è sempre un ma! (1942)
Signorinette (1942)
Fra Diavolo (1942)
L'abito nero da sposa (1945)
Un americano in vacanza (1946)
Vivere in pace (1947)
L'onorevole Angelina (1947)
Anni difficili (1948)
Campane a martello (1949)
Children of Chance (1949)
È più facile che un cammello... (1950)
Cuori senza frontiere (1950)
Signori, in carrozza! (1951)
Processo alla città (1952)
Siamo donne (1953) - episodio Isa Miranda
Anni facili (1953)
Questa è la vita (1954) - episodio La patente
La romana (1954)
L'arte di arrangiarsi (1954)
Ragazze d'oggi (1955)
Ladro lui, ladra lei (1958)
La ragazza del palio (1958)
Il magistrato (1959)
Il vigile (1960)
Anni ruggenti (1962)
Frenesia dell'estate (1964)
Una questione d'onore (1965)
I nostri mariti (1966) - episodio Il marito di Olga
Il medico della mutua (1968)
Le dolci signore (1968)
Contestazione generale (1970)
Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata (1971)
Bisturi, la mafia bianca (1973)
Gente di rispetto (1975)
Il mostro (1977)
Letti selvaggi (1979)


Riferimenti e bibliografie:

  • «Cinema» n.87, 1 giugno 1952
  • Alberto Moravia, «L'Europeo», anno IX, n.48, 22 novembre 1953
  • «Cinema Nuovo», 1 febbraio 1957