Daniele Palmesi, Federico Clemente, Periodico "Gente", Periodico "Eva Express", giornale.it, La Stampa Set 2016

Diana, la nipote ribelle


Diana Buffardi de Curtis è la figlia di Liliana de Curtis e Gianni Buffardi. Nasce a Roma nel 1955 e muore nella stessa città, prematuramente per un male incurabile, il 6 dicembre 2011. A nove anni di età vede i genitori separarsi e prendere strade lontane: la madre si trasferisce in Sud Africa mentre lei resta a Roma per tentare l’avventura nel cinema. Carattere molto forte e indipendente, già a 14 anni scappa di casa quadagnandosi il "titolo" di ragazza ribelle. Entra nel mondo dello spettacolo, partecipando ad alcune trasmissioni della RAI ed è protagonista di alcune produzioni cinematografiche minori: Yes, Giorgio (1980), Augh! Augh! (1979), I giochi del diavolo (TV Mini-Series), Maria - La Venere d'Ille (1979) - Faustina (1968). Giovanissima, gestisce un ristorante a Roma. Alcune spiacevoli vicissitudini la porteranno ad avere seri problemi con la giustizia e sarà presente nelle cronache giudiziarie per alcuni anni. Sarà molto attiva nel ricordare la memoria del nonno Antonio de Curtis con mostre e manifestazioni, muore per un male incurabile nel 2011.


1955: La nascita Diana Buffardi, la sua famiglia


Gli anni 60: Diana, Liliana e la morte del nonno


La vita privata di Totò nel racconto della nipote

PRIMA DI MORIRE VOLEVA LASCIARE LA FALDINI E RITORNARE DA SUA MOGLIE

« Mio nonno», dice Diana Buffardi De Curtis «è sempre stato un uomo solo che doveva comprarsi l’affetto di cui aveva bisogno: solo la moglie l’ha amato davvero» • «Da piccola, mi vergognavo di lui» • «Alla nascita, Totò fu registrato all’anagrafe come figlio di NN: solo sul letto di morte suo padre lo ha riconosciuto» • «Ogni giorno metteva alla prova la sua virilità: questo ritmo gli è stato fatale»

« Avevo otto anni quando ho cominciato ad amare Totò e ad essere orgogliosa di chiamarlo nonnino. Fino ad allora lo avevo considerato un buffone e mi vergognavo di esserne parente. Frequentavo il collegio francese di Trinità dei Monti, la scuola più chic di Roma, un ambiente snob e sofisticato, bambini accompagnati da maggiordomi e governanti, mentre Totò era un pezzente che divertiva la gente con le disavventure tipiche del povero diavolo napoletano. Mio fratello Antonello ed io arrivavamo a scuola con l'autista in livrea, a bordo di una Cadillac, bianca in primavera o nelle giornate di sole, nera in autunno e inverno: le automobili, ovviamente, erano state acquistate con i soldi del nonno. Anche la retta scolastica era lui a pagarla. Ma io evitavo, quando mi era possibile, di rivelare che Totò era il padre di mia madre. A casa sua, poi, ci andavo raramente e sempre malvolentieri ».

E' Diana Buffardi De Curtis che parla: 22 anni, molto bella, esuberante e vivace, adora il cinema e vorrebbe fare l'attrice. Per ora gestisce un ristorantino sofisticato, la "Cave Mirabelle", in via di Ripetta. Vive modestamente nonostante la cospicua eredità del nonno, ormai dilapidata dopo soli dieci anni.

« Un giorno, era l'estate del 1963, finita la scuola, io e mio fratello dovevamo partire per Capri, dove trascorrevamo le vacanze. Anche mio nonno andava a Napoli per girare un film e si offrì lui di accompagnarci. A quel punto ebbi una crisi : "Io un viaggio con Totò non lo faccio", protestai con mia madre. "Mi vergogno". Lui lo seppe e si precipitò a casa nostra. Fu la prima volta che parlammo a quattr'occhi: "Io non sono Totò", mi disse prendendomi sul le sue ginocchia: "io sono il tuo nonnino. Se tu mi conoscessi meglio ti renderesti conto di quanto ti voglio bene". Andai a Napoli con lui e fu il più bel viaggio della mia vita perché tra me e Totò nacque un affetto profondo.

« E’ stato sempre il suo destino di essere apprezzato e amato in ritardo: non solo dal pubblico e dalla critica, ma anche da coloro che gli vivevano accanto. Mio padre, per esempio, che è stato produttore di una cinquantina dei suoi film, qualche volta sosteneva addirittura che Totò fosse un idiota. Forse, pur esagerando, alludeva alla ingenuità del nonno, Totò pensava col cuore e, quindi, era di una illimitata naturalezza sia nella sua arte che nei rapporti umani. »

« Da quando se n’è andato Totò », continua la figlia di Liliana De Curtis e di Gianni Buffardi « a casa nostra è andato tutto a rotoli. Mia madre ha divorziato da papà e si è risposata. E’ partita per il Sudafrica, dove è rimasta per parecchi anni; adesso si è trasferita a Montecarlo; anche lei gestisce un ristorante, "Il Rugantino", poco distante dal palazzo dei principi di Monaco; del mezzo miliardo e mezzo ereditato dal nonno le sono rimasti solo pochi gioielli.

IL TRONO DI BISANZIO

« Mio padre ha avuto una serie di avventure brillanti e di disavventure; ha tentato di rifarsi una famiglia assieme a una ragazza di 24 anni più giovane di lui, Igli Villani, cugina di Sofia Loren, da cui ha avuto una figlia, Francesca, nata tre anni fa. Mio fratello Antonello, a soli 25 anni, è già secondo matrimonio e vive in America: ha un figlio di 3 anni, Simone, e una bambina di un mese, Alexandra. Sono tutti infelici e soprattutto soli, perché si ostinano a rifiutare il messaggio di nonno Totò: l’unità della famiglia.

« Neppure Totò una famiglia ce l’ha mai avuta: né da bambino, né da adulto, né da vecchio. Il suo sogno, infatti, era di comprare un circo. "E’ l'unico modo", diceva "per avere una famiglia sempre unita e compatta. Sono le difficoltà a tenere vincolati gli affetti. Il denaro, le comodità, gli agi disgregano la famiglia". Totò, pover’uomo, l’affetto se l’è sempre dovuto comprare. I miliardi che ha guadagnato durante la lunga carriera gli sono serviti, più che per vivere nel lusso, per non rimanere solo. Quando ha capito che col denaro si possono comprare le persone ma non il loro cuore, era ormai troppo tardi. L’unica persona che lo ha amato disinteressatamente è stata Diana Rogliani, sua moglie, che poi Totò ha ripudiato. Gli è stata sempre vicina, cercando, attraverso noi nipoti, di incontrarlo tutti i giorni, fino alla sua morte. Purtroppo Totò è morto quando aveva deciso di lasciare Franca Faldini, sua compagna dal ’52, e tornare assieme alla moglie. »

« Mia madre andava a trovarlo tutte le sere. Negli ultimi tempi gli leggeva il giornale. Lo faceva anche con piacere, non dico di no, perché a nonno voleva molto bene, ma spesso considerava quella visita quotidiana un dovere perché il padre le permetteva di condurre un tenore di vita elevato. Anche mio padre era molto ricco, ma mia madre voleva contribuire alle spese familiari con denaro proprio, cioè quello di Totò. Infatti il nonno dava alla mamma, tutte le sere, centomila lire, oltre all'appannaggio mensile per le spese della casa, camerieri, cuochi, macchine, autisti, i nostri studi e tutto il resto.

« La casa dove Totò ha abitato negli ultimi anni, in via dei Monti Parioli, l'aveva intestata ai genitori di Franca Faldini, che, divenuti proprietari dell’appartamento per donazione, gli facevano pagare l’affitto come a un inquilino qualsiasi. E Totò era contento di pagare. Era generosissimo, non badava a spese, pur di essere attorniato da gente che gli tenesse compagnia. »

« Totò era nato a Napoli, nel rione Sanità, il quartiere più povero della città. La madre, che viveva di espedienti, aveva una relazione con un certo Pasquale De Curtis, che non aveva mai voluto sposarla, né riconoscere il figlio. Totò, quindi, fu iscritto all’anagrafe come figlio di Anna Clemente e di NN. Pasquale De Curtis si diceva discondente dei principi di Bisanzio e forse lo era davvero, ma viveva, pover’uomo, facendo il sarto ambulante. Aveva una vecchia macchina da cucire con le rotelle e si aggirava per i vicoli del rione Sanità offrendo i suoi servizi che consistevano nel rattoppare calzoni, rivoltare giacche consunte, cucire orli sfilacciati.

« Solo sul letto di morte, stando ai racconti del nonno, pare che Pasquale De Curtis si sia deciso a dare il proprio nome al figlio naturale. Totò aveva una certa età e faceva già l’attore. Essere figlio di NN a quel tempo era quasi infamanante, e il nonno è cresciuto con questo terribile complesso di inferiorità. Ecco perché, appena avutane la possibilità, cercò di ricostruire l'albero genealogico del sarto ambulante e di rivendicare la discendenza dal trono di Bisanzio. Totò non era ambizioso né vanitoso: era solo assetato di rispetto, considerazione, amore. Voleva cancellare col titolo di principe, vero o falso che fosse, un’infanzia vissuta nella miseria e nel disprezzo della società. Quando parlava dei gioielli che aveva regalato a mamma o a Franca Faldini, diceva: "i gioielli della corona". Cioè la corona di Bisanzio, eredità del sarto ambulante che non lo aveva neppure riconosciuto come figlio e dal quale aveva ricevuto in tutta la vita un solo regalo: un vestito marrone a righe alla vigilia della chiamata alle armi, nel 1917, quando Totò aveva 19 anni.

UN VESTITO PREZIOSO

« Con quel vestito addosso il nonno si sentiva un signore: ogni volta che se lo toglieva e lo riponeva nell'armadio, imbottiva le tasche di naftalina perché le tarme non glielo intaccassero. Finita la guerra e tornato a Napoli nel 1918, Totò non trovò più il suo vestito appeso all'armadio: la madre lo aveva venduto in un momento di necessità. Totò non perdonò mai alla madre quello sgarbo. Senza quel vestito Totò si sentiva condannato irrimediabilmente a fare il pezzente. Da allora, infatti, il suo legame con la madre, che prima adorava, fu caratterizzato da manifestazioni di vero e proprio odio. »

« Anna Clemente visse a lungo fra i dispetti del figlio ormai divenuto ricco e famoso: amava i gatti e ne teneva tanti per casa, e Totò glieli uccideva tutti avvelenando il cibo. Poi, a tavola, diceva alla madre: "Questa sera ti ho cucinato un bel gatto al forno". Anna Clemente è morta nel 1946: pesava 120 chili, dopo essere stata da giovane la più bella donna di Napoli. Brutto, invece, era il sarto ambulante, Pasquale De Curtis, al quale rassomigl’ava il nonno. »

« Tornato a Napoli dal servizio militare, affranto per la scomparsa del suo vestito elegante, Totò cercò inutilmente un lavoro. Non aveva mai imparato un mestiere da ragazzo e quindi non trovò di meglio che fare il trovarobe: alla carriera artistica non pensava neppure lontanamente. Fu il destino a prendere Totò per i capelli e a metterlo sul palcoscenico. Durante il suo giro serale di raccolta di cose vecchie, una sera Totò passò dal teatro San Ferdinando: c'erano dei costumi ormai da buttare e li avevano promessi a lui. Mentre Totò, dietro le quinte, metteva in una cesta i vestiti di scena, sul palcoscenico era in pieno svolgimento una tragedia di Shakespeare. Il protagonista aveva dimenticato di prendere con sé la spada che nella scena era un elemento determinante. Qualcuno a un certo punto intimò : "Porgetegli quella spada". Totò vide la spada appoggiata a una quinta, accanto a lui, e avendo capito: "Portategli quella spada", prese l’arma e, toltosi il berretto, entrò disinvoltamente in scena per darla al protagonista. A quel punto la platea scoppiò in una fragorosa risata. Totò, impaurito dagli sguardi feroci del protagonista, al quale aveva rovinato lo spettacolo, e paralizzato dagli applausi frenetici del pubblico, rimase per qualche secondo addossato allo scenario centrale tremante e imbarazzato. »

« Sembra che le sue smorfie abbiano talmente divertito gli spettatori e gli attori della compagnia che l’impresario costrinse a forza Totò a tornare sul palcoscenico e a ripetere quelle mosse. L’indomani tutta Napoli parlava di quel divertente incidente al San Ferdinando. Un gruppo di attori si mise subito alla ricerca di Totò per formare con lui una compagnia di avanspettacolo. Così Totò scoprì di possedere doti artistiche, per un incidente fortunoso.

LA SUA OSSESSIONE

« Per molti anni Totò nascose il denaro che guadagnava sotto il materasso. Delle banche non si fidava per niente. "Se poi mi negano i soldi, un poveraccio come me non verrà mai creduto", diceva. Finalmente Remigio Paone lo convinse ad aprire un conto in banca garantendogli che nessuno si sarebbe appropriato dei suoi soldi. Il nonno era già molto famoso e di banconote dentro il materasso ne aveva tantissime. »

« Il vero sogno di Totò », continua Diana Buffardi « era di vivere in campagna, una volta diventato vecchio, e trascorrere le giornate su un terrazzo ad osservare me e Antonello intenti a giocare. "Ogni tanto, quando il nonno vi farà cenno", ci diceva "voi salirete a trovarlo, a parlargli e a fargli una carezza. E il nonno vi darà diecimila lire".

« Il guaio era che lui non si sentiva vecchio. Misurava l’età non secondo gli anni che aveva ma secondo la potenza sessuale. Il collaudo continuo della sua virilità gli ha rovinato la vita e lo ha ucciso una quindicina di anni prima. Nonno Totò era ossessionato dal sesso: doveva fare l’amore tutti i giorni, come una prescrizione medica, con la moglie o con qualsiasi altra donna, anche negli ultimi tempi, quando aveva già 69 anni. »

« Nel 1966, un anno prima di morire, un cardiologo svizzero gli aveva predetto che, nonostante la sua fibra sana e robusta, sarebbe andato incontro a un infarto sicuro, se avesse continuato a fare l'amore col ritmo di un ragazzo di vent’anni. Ma lui non gli diede ascolto. "Tutti mi credono vecchio perché sono cieco", diceva. "Ma se gli occhi mi hanno tradito, gli altri organi sono diventati più efficienti". »

« In realtà l’operazione alla cataratta non era riuscita e Totò era diventato completamente cieco: nonostante ciò, continuò a lavorare. Sul set si muoveva disinvoltamente, come se ci vedesse perfettamente. Si muoveva guidato dalla luce dei riflettori, e sul pavimento faceva inchiodare dei pezzi di legno per meglio orientarsi. Quando Pier Paolo Pasolini lo scritturò per interpretare Uccellacci, uccellini, Totò fu l’uomo più felice del mondo. Un altro dei suoi complessi, infatti, era l’indifferenza e il disinteresse che i grandi registi dimostravano per la sua arte. Appreso, però, che Pasolini era omosessuale, Totò fu terrorizzato dal timore che il regista potesse corteggiarlo e fargli delle avances. Pover’uomo, aveva 68 anni ed era convinto che la sua virilità facesse gola, oltre che alle donne, anche agli omosessuali. Per togliere a Pasolini ogni illusione, aveva trovato un sistema secondo lui infallibile. Ogni mattina, andando sul set, salutava il regista con una stretta di mano fortissima, da vero uomo. E accompagnava il gesto con un vocione volutamente più robusto del normale: "Così", diceva "gli tolgo dalla testa qualsiasi velleità". »

« ERA GELOSO DI TUTTI »

« Lui stesso raccontava che l’ossessione del sesso risaliva a un trauma che aveva subito in gioventù. Una bellissima ragazza napoletana si era innamorata di lui ma il nonno non aveva voluto sposarla. La ragazza, allora, si uccise. Si chiamava Liliana Castagnola. Appunto in suo omaggio, Totò chiamò poi Liliana sua figlia. Quando il nonno ha edificato la tomba di famiglia, ha voluto che il primo loculo fosse occupato dalla bara della sua prima fiamma. »

« Pur essendo basso, brutto e complessato, piaceva alle donne. Anche mia nonna Diana si innamorò di lui a prima vista. Di ottima famiglia fiorentina, lo conobbe nel 1931 da un palco di proscenio al teatro Gambrinus di Firenze dove la compagnia di Totò si esibiva. Lui la notò per la sua bellezza, e durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo, inviò alla madre dei fiori e dei cioccolatini. Dopo lo spettacolo i genitori di nonna andarono a trovare Totò in camerino per ringraziarlo. Il nonno chiese la mano di Diana, a bruciapelo.

« Ebbe un rifiuto. I genitori della nonna non avrebbero mai consentito alla figlia di sposare un attore di avanspettacolo e per di più di 17 anni più vecchio di lei. Gli dissero: "La ragazza ha soli 16 anni, va ancora a scuola, fra un po’ di tempo ne riparleremo...". »

« Qualche giorno dopo la nonna, racimolate poche lire, anziché andare a scuola, prese il treno per Roma, col grembiule e il panierino, come si usava a quei tempi. Si sposarono senza il consenso dei genitori quando la nonna compì 18 anni ed era già incinta di mia mamma. Totò aveva 35 anni. »

« I nove mesi di gravidanza di nonna Diana furono un tormento. Chissà perché, Totò era convinto di non potere avere figli. Quando la moglie gli comunicò che aspettava un bambino, la sua reazione fu terribile. "E chi ne è il padre?", chiese alla povera nonna. "Certamente non io, dato che credo di essere sterile". "Ma se me ne sto rinchiusa in casa e in camerino dalla mattina alla sera e non vedo anima viva se non in tua presenza?", protestava candidamente la nonna. Infatti, quando Totò usciva di casa, chiudeva la moglie dentro con un robusto catenaccio. Anche la sera, a teatro (perché nonna Diana era costretta a seguirlo a teatro) mentre lui recitava, lei, povera donna, rimaneva chiusa a chiave nel camerino. "Ho assistito per la prima volta a uno spettacolo di Totò", mi ha raccontato nonna Diana "quando ormai ero una vecchia moglie, se no dovevo accontentarmi di vedere le prove. Lui non mi ha neppure permesso di occuparmi di mia figlia Liliana, perché dovevo seguirlo nelle tournées". »

« Finalmente nacque mamma, e ogni dubbio sulla paternità di Totò fu fugato dalla somiglianza che sin dal primo giorno apparve evidente. La nonna partorì all’albergo Trevi a Roma. Il nonno stava recitando all’Ambra Iovinelli e sospese lo spettacolo non appena gli arrivò la notizia del parto. "Scusatemi se sospendo la recita", disse al pubblico "ma mia moglie ha dato alla luce una creatura e io debbo andare a controllare se è davvero mia figlia". Ma non appena Totò vide la bambina disse: "Sembra il mio ritratto riflesso su un cucchiaino". »

« Il nonno era gelosissimo di tutte le persone che gli vivevano accanto, non soltanto delle donne. La mamma mi racconta che quando andavano al mare, lei e la nonna, oltre ad indossare un costume da bagno che sembrava uno scafandro, dovevano andare in giro con una vestaglia lunga fino ai piedi. Fortunatamente Totò aveva una barca e potevano andare al largo a prendere il sole e a fare il bagno. Se, però, da lontano vedevano avvicinarsi un’altra imbarcazione, allora mamma e nonna dovevano subito rimettersi l’accappatoio. Ovviamente la gita in barca avveniva senza marinaio, di cui il nonno sarebbe stato geloso. Ma lui non voleva ammetterlo: diceva che gli piaceva remare perché da giovane era stato campione di canottaggio. Non era vero. Nonno Totò era talmente pigro che non gli piaceva neppure passeggiare. »

« Una volta feci con lui un viaggio in vagone letto da Ginevra a Roma. Io frequentavo il collegio di Crans-sur-Sierre. Era la vigilia di Natale, e lui si trovava a Ginevra assieme a Franca Faldini. La mamma era venuta a prendermi per portarmi a Roma per le vacanze. Ovviamente decidemmo di fare il viaggio assieme tutti e quattro. Prendemmo due cabine comunicanti: in una si sistemarono il nonno e Franca, nell’altra mamma e io. Prima di darci la buona notte ci raccomandò di non aprire a nessuno durante la notte. "In vagone letto si verificano episodi raccapriccianti", diceva per intimorirci. "Se ne leggono continuamente sui giornali. Bisogna stare molto attenti". In realtà, era solo geloso. Nonostante la mia presenza, aveva paura che qualcuno corteggiasse la mamma. "Aprirete solamente se sarò io a bussare, neppure al controllore dovete rispondere", ci raccomandò. Per farsi riconoscere inventò un segnale particolare: tre tocchi intervallati regolarmente e uno un po’ più distanziato. Ci augurò la buona notte, e ci mettemmo a letto. Mezz’ora più tardi sentimmo bussare alla porta e la mamma aprì con la catena di sicurezza. Era lui e, per mettere alla prova la nostra ubbidienza, aveva bussato in maniera irregolare. Fece uno scandalo: si mise a urlare. Ricordo che indossava un pigiama a righe e una vestaglia: mi sembrava di rivedere la scena del wagon-lit del film Totò a colori. Io, mamma e Franca Faldini ci trattenevamo dal ridere: se lo avessimo fatto il nonno sarebbe andato su tutte le furie. »

« Il matrimonio tra il nonno e nonna Diana, che adesso ha 62 anni, non durò molto. Qualche anno dopo Totò volle separarsi legalmente pur continuando a vivere con la nonna. "Il matrimonio mi fa sentiri prigioniero", le disse lui. "Io ti amo, ma ho paura che questa costrizione faccia affievolire il nostro amore". Pur di accontentarlo e vederlo felice, la nonna accettò. Continuarono a vivere in quello strano modo per qualche anno. Poi Totò si innamorò di Silvana Pampani-ni. La portava a casa, usciva sempre con lei la sera. La nonna allora se ne andò, alla chetichella, senza fare scenate, senza prendere da casa uno spillo, neppure uno dei tanti "gioielli della corona" che il nonno, già ricchissimo, le aveva regalato. Oltre al panierino con cui era arrivata portò con sé solo una valigetta con la camicia da notte e un vestito Quando Silvana Pampanini piantò Totò, lui si aggrappò di nuovo a nonna Diana e fece di tutto per farla tornare: le regalò un appartamento per l’anniversario del loro matrimonio. Al contratto allegò un biglietto: "Qualunque cosa succeda, ricordati che questa un giorno sarà la nostra casa" ».

Angelo De Robertis

 

Articolo tratto dal periodico "Gente" del 19 novembre 1977


I retroscena inediti della vita del grande comico napoletano nei ricordi della nipote

L'EREDITÀ MALDETTA DI TOTÒ: CHE FINE HANNO FATTO I SUOI MILIARDI?

«Mio nonno era ricchissimo», racconta Diana Buffardi De Curtis: « lasciò un miliardo e mezzo a mia madre e circa un miliardo a Franca Faldini, sua compagna per oltre 15 anni, ma tutti questi soldi si sono volatilizzati in brevissimo tempo » - « La sua amicizia con i "pezzi da 90” della malavita napoletana » - « Diceva lui stesso la Messa in casa » - « Quando andava al bar, dava sempre la mancia in anticipo perché temeva che i camerieri gli sputassero nella tazzina del caffè»

Quando Totò seppe che la moglie da lui ripudiata stava per risposarsi, andò su tutte le furie. Pur passando continuamente dalle braccia di un'attrice a quelle di una ballerina, Totò non si considerava un libertino; anzi, si sentiva nel diritto di censurare e criticare il comportamento altrui. "Il mio caso è diverso", rispondeva ogni volta a chi osava fare dei raffronti con lui.

« La nonna Diana non era affatto innamorata dei suo pretendente, l'avvocato Mario Tufaroli, un uomo molto ricco che divenne suo marito, perché amava ancora Totò, nonostante le umiliazioni cui era stata sottoposta. La nonna aveva deciso di sposarsi una seconda volta cedendo alle pressioni di amici e parenti: a 35 anni era troppo giovane per rinchiudersi in un eremo e aspettare che Totò invecchiasse e si stancasse di correre la cavallina. Totò, però, non capì né perdonò mai alla nonna il secondo matrimonio. La nonna Diana, infatti, unica principessa De Curtis, è stata la sola persona di famiglia a non essere citata nel testamento di Totò: il solo lascito, troppo modesto perché non fosse simbolico, furono gli occhiali neri che Totò
portava negli ultimi anni ».

E’ la ventiduenne nipote di Totò che parla e descrive l'indimenticabile, e per certi lati ancora sconosciuta, figura del nonno. Diana Buffardi De Curtis è, fra tutti i familiari di Totò, quella che più obiettivamente ricorda la personalità, il carattere, pregi e difetti del grande artista, nato da padre ignoto in un tugurio del rione Sanità a Napoli e divenuto, una volta ricco e famoso, erede del trono di Bisanzio.
« I soldi lasciati da Totò erano maledetti », dice Diana Buffardi. « Due miliardi e mezzo se ne sono andati in pochi anni, spariti come nell’incantesimo di una strega. Forse perché Totò li aveva maledetti, sapendo che quasi tutti gli "aventi diritto" da anni aspettavano la sua morte per venir in possesso di quel capitale. Di tanto denaro è rimasto adesso solo qualche appartamento che i rispettivi eredi abitano.

« Mia madre, Liliana De Curtis, figlia di Totò, ha ereditato un miliardo e mezzo in denaro liquido, gioielli, ville e appartamenti. Ha dilapidato il patrimonio senza neppure gioirne, con una serie di investimenti sbagliati. Dal nuovo marito ha avuto anche una figlia, Elena, che adesso ha sette anni. Questa bambina, che è mia sorellastra, è l'unica persona di famiglia che parlando di Totò lo chiama "nonno Antonio”. Ciò mi fa pensare che il mito di Totò, mentre diventa sempre più grande fra il pubblico, sta svanendo invece tra i suoi discendenti. »

« Franca Faldini ricevette circa un miliardo. Non so che cosa ne abbia fatto perché non la frequentiamo, anche se un tempo andava molto d’accordo con mia madre. Non credo che le siano rimasti molti soldi. Erano somme astronomiche per il 1967 quelle che il nonno ha lasciato: il denaro liquido era depositato presso banche svizzere.

« Negli ultimi 15 anni di vita, nonostante la cecità incalzante, mio nonno ha interpretato oltre 150 film. Ne girava uno al mese, talvolta due contemporaneamente. A quell’epoca ogni film gli rendeva dagli, 80 ai 100 milioni. Ma aveva anche tante spese: manteneva diverse famiglie e conduceva un tenore di vita molto elevato, anche se non usciva mai di casa e non frequentava quasi nessuno. Sembrava che nonno facesse di tutto per spendere il denaro che guadagnava: come se preferisse sprecarlo piuttosto che lasciarlo in eredità. Solo col fisco non era generoso. Si giustificava dicendo che quando era giovane la società ora stata troppo spietata con lui per pretendere adesso che Totò contribuisse al risanamento del bilancio pubblico. Considerava, quindi, le sue evasioni fiscali una partita che andava in pareggio con le privazioni subite durante l'infanzia.

« Totò era un po’ misantropo. Forse perché non era mai riuscito a far prevalere la figura del principe su quella di Totò. La gente si ostinava a chiamarlo Totò, immagine che lui avrebbe voluto imprigionare sullo schermo perché legata a origini che preferiva dimenticare, ma soprattutto far dimenticare agli altri. E allora se ne stava da solo in casa: così era sicuro di essere chiamato principe o addirittura "altezza". Quando firmava qualcosa, un contratto o una lettera, metteva tutti i suoi nomi: SAI (che significava Sua Altezza Imperiale) Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno di Bisanzio De Curtis. A me e a mio fratello Antonello aveva concesso il titolo di conti di Ferrazzano. »

« Il nonno non aveva amici: soprattutto negli ultimi tempi, l’unico frequentatore della sua casa era l’avvocato De Simone. Ma lui ci parlava sempre di gente molto influente e importante che gli era devotamente amica. Questi pezzi grossi che si sarebbero mossi a un suo cenno erano dei mafiosi napoletani. Ovviamente noi non credevamo una sola parola di ciò che ci diceva: con la sua mania di perbenismo era impossibile che frequentasse simili ceffi della cui amicizia si diceva anche orgoglioso. Ci parlava soprattutto del capo dei capi, un certo Nas’e cane al quale un rivale, durante una lite, aveva strappato il naso con un morso e se l'era mangiato. Inutile dire che Nas’e cane l’aveva poi fatto giustiziare.

LA MONETA DI BISANZIO

« Quando poi il povero Totò morì, ad attendere il corteo funebre davanti al cimitero di Napoli trovammo alcune persone che rassomigliavano a quelle che nonno ci aveva descritte. A dirigerli c’era proprio Nas’e cane, un uomo dal volto come una maschera, con due buchi sul viso al posto del naso che gli mancava. Si avvicinò alla mamma e le disse con tono solenne: "Siamo amici a vostra disposizione in qualsiasi momento, come se il principe fosse ancora vivo”. »

« Quando talvolta il nonno veniva a prendermi a scuola, i miei compagni assediavano esultanti la sua Cadillac e gli chiedevano l’autografo. Bastava, però, che qualcuno lo chiamasse Totò perché il nonno si mettesse subito di cattivo umore. Allora tirava giù la tendina del finestrino e ordinava all’autista di ingranare la marcia. »

« Nessuno della famiglia poteva andarlo a trovare sul set mentre girava un film, tranne mio padre che era il suo produttore. Non voleva che lo vedessimo nei panni di Totò, povero, sporco, prevaricato: si vergognava. Lui era sempre elegantissimo, in doppio petto scuro, camicia bianca e cravatta, i capelli con la brillantina, che nessuno poteva toccargli, perché non un pelo si muovesse. Aveva la mania della pulizia: si faceva il bagno almeno due volte al giorno. »

« Viveva in un mondo tutto suo, lontano dalla società: non si occupava di politica né gli interessavano i fatti di attualità. Se voleva che qualcuno, mia madre o Franca Faldini, gli leggesse il giornale, non era per tenersi informato, ma per avere compagnia. »

« Un bel giorno decise di battere moneta: un principe regnante, seppure su un trono inesistente, aveva il diritto di mettere in circolazione monete d’oro con la propria effigie. E, infatti, fece coniare una medaglia col suo profilo da un lato e con lo stemma di Bisanzio sull’altro. Tutto attorno c’era la scritta "Antonio I di Bisanzio De Curtis”. »

« La sua personalità artistica faceva a pugni con l’uomo. Artisticamente, infatti, Totò aveva l’istinto inconsapevole del rivoluzionario, mentre nella vita era un conservatore. Nei suoi film, e prima ancora nelle riviste, prendeva in giro i costumi borghesi, il militarismo, la religione dei bigotti. In pratica, invece, rappresentava l'immagine di tutto ciò che Totò contestava. Dava molta importanza alla forma e al cerimoniale, come se vivesse ancora ai tempi dell’Impero di Bisanzio. Considerava morale tutto ciò che era consentito dalla legge; anche se si trattava di una legge di cui solo alcuni privilegiati potevano godere. Come, per esempio, l’annullamento del matrimonio concesso dalla Sacra Rota, di cui lui ha beneficiato. Ma era un conservatorismo puro il suo: ci credeva fermamente, non era ipocrita. "Se potessi fare io le leggi, come le facevano i miei antenati”, diceva spesso "la povera gente soffrirebbe molto meno”. Con i poveri, però, Totò non voleva averci a che fare. Gli piacevano tanto i bambini, ma non si sognò mai di visitare un brefotrofio. »

UN CANE A TAVOLA

« Aveva, invece, un canile che ospitava tutti i cani randagi e lui ci andava ogni giorno. Lo aveva istituito in omaggio alla memoria di un suo cane lupo, Dick, che era diventato cieco assieme a lui e che poi era morto. In casa di nonno
c'era sempre un cane: morto Dick, fu la volta di Peppe, un barboncino nero che veniva trattato come un essere umano. Nelle ricorrenze o nelle feste, per esempio il cenone di Natale o di San Silvestro, Peppe si metteva a tavola con gli invitati: aveva una sedia accanto al nonno e se ne stava buono per tutta la cena. »

« Faceva anche molta beneficenza, alle chiese, alle suore, agli ospedali. Era religiosissimo : andava a Messa tutte le domeniche, scegliendo la funzione delle sette del mattino per non trovare molta gente in chiesa. Da ragazzino tutti pensavano che Totò avesse la vocazione sacerdotale perché non solo frequentava assiduamente la parrocchia, ma addirittura diceva lui stesso la Messa in casa. Nella sua stanzetta, quando viveva ancora al rione Sanità, aveva addobbato un altare in piena regola, con i ceri, i calici e gli altri accessori e, con una tonica bianca da chierico, celebrava la Messa. Poi confessò che, da buon napoletano, aveva pensato che la chiesa e la religione erano le sole sfere privilegiate cui un poveraccia poteva aspirare. »

« Quando usciva da casa, distribuiva i biglietti da cinque e diecimila, attraverso un percorso prefissato lungo il quale tanta gente lo aspettava. Era molto generoso, ma soprattutto giusto: ecco perché talvolta alcune sue posizioni sembravano contrastare con la sua bontà. »

« Totò era cordialissimo e affabile con i camerieri, con i cuochi e con tutti coloro che gli servivano da mangiare o da bere. Quando andavamo al ristorante o semplicemente a un bar a prendere un gelato noi e un caffè lui, si comportava in modo completamente diverso dal solito. Non sembrava più Sua Altezza Imperiale il principe di Bisanzio, ma Antonio Clemente. Non erano slanci di socialismo i suoi: aveva paura che i camerieri gli sputassero nella tazzina. "I camerieri si vendicano quando prendono in antipatia un cliente”, ci spiegava. "Ecco perché la mancia va data prima di ordinare, non dopo. Io queste cose le so perché quando ero ragazzino avevo tanti amici che facevano i camerieri e certe verità me le raccontavano”. Non appena, però, il cameriere aveva posato la tazzina o il piatto sul tavolo, Totò tornava ad essere l’altezzoso principe De Curtis che non guardava, neppure dall'alto, chi apparteneva a un rango inferiore. »

NOBILE NELLE OSSA

« Io ero la sua cocca perché lo salutavo con la riverenza, vestivo sempre in modo tradizionale e, diceva lui, ero una bambina che non toccava mai i dolci con le mani. Ma soprattutto lo chiamavo nonnino e non gli parlavo di Totò. Ogni volta che andavo a trovarlo o veniva lui a casa nostra mi diceva: "Chiamami pure Totò, ti darò ugualmente diecimila lire”. E io rispondevo sempre: "Tu non sei Totò, sei il mio nonnino. Preferisco rinunciare alle diecimila lire piuttosto che non chiamarti nonnino”. A quel punto, anziché dieci, mi dava ventimila lire. Era un rituale che si ripeteva continuamente e di cui lui era contentissimo. E a me faceva tanto piacere vederlo felice perché sapevo che lo meritava: la sua umanità prevalicava le apparenze che talvolta potevano renderlo antipatico e scostante. »

« A me ha lasciato un appartamento perché "una ragazza di buona famiglia”, diceva ”ha bisogno di una dote per fare un buon matrimonio e non essere schiava del marito”. A mio fratello Antonello, invece, non ha lasciato nulla perché, gli spiegava "l’uomo deve farsi da sé”. La verità è forse che Antonello non gli dava l’affetto che Totò cercava e quindi lui non lo considerava un nipote. »

« Non era mai andato a scuola, credo, né aveva studiato da grande o frequentato accademie teatrali. Eppure Totò parlava in perfetto italiano, se voleva. Amava accentuare, però, la sua inflessione partenopea per vezzo e perché era sempre innamorato della sua Napoli. Era compito, educato, gentile e cordiale con tutti. Anche se non per discendenza, come lui pretendeva di dimostrare, Totò era nobile' nella figura, nei modi, nell’animo. "Persino nelle ossa”, aggiungeva lui. "Ho la struttura fisica del nobile”. »

« Non aveva mai sposato Franca Faldini, anche se sia lei che il nonno avevano messo in giro la notizia di un loro matrimonio celebrato chissà dove. La verità è che fino a pochi giorni prima della sua morte il nonno risultava celibe allo stato civile. La nonna Diana effettuava spesso simili controlli e poi ci diceva: "Miss Torta di formaggio non è ancora diventata principessa De Curtis". Miss Torta di formaggio era un concorso che la Faldini vinse giovanissima. »

« Totò l’avrebbe certamente sposata il giorno in cui Franca avesse messo al mondo un erede maschio. Una sola volta durante la loro unione la Faldini rimase incinta; ma il bambino, Massenzio, nacque morto e fu sepolto nella tomba di famiglia a Napoli. Da allora Franca non ebbe altre gravidanze e finì per persuadersi che con l’età il nonno fosse diventato sterile. Pur di avere un figlio, almeno così sentivo dire in casa, la Faldini tentò l’esperimento della fecondazione artificiale in una clinica svizzera. Ma anche quel tentativo fallì perché si vede che a esser diventata sterile era lei, non Totò. Quando il nonno venne a sapere del motivo del viaggio di Franca in Svizzera si arrabbiò moltissimo e i loro rapporti non tornarono più quelli di un tempo. »

IL "TEST” DEL SESSO

« Negli ultimi anni, infatti, Totò sembrava essersi stancato di Franca Faldini e si era riavvicinato alla nostra famiglia. Faceva in modo che Franca viaggiasse spesso e stesse lontana da Roma il più possibile: la mandava in crociera con la madre per poter rimanere solo in casa. Ovviamente, non mancava l’appuntamento quotidiano con l’aspirante attrice per soddisfare il bisogno di dimostrare a se stesso di essere ancora giovane e potente sessualmente. Ma veniva quasi tutti i giorni a casa nostra e si stupiva di non trovare mai papà che, in realtà, non viveva più con noi. Totò, però, non seppe mai che papà e mamma si erano separati: ne avrebbe sofferto moltissimo. Gli tenemmo nascosto anche che noi, Antonello e io, vivevamo ormai affidati alle cure di camerieri e governanti: che papà viveva con una ragazza di cui si era innamorato; che la mamma da un po' di tempo frequentava un ambiente di play-boy e, approfittando di un periodo di smagliante bellezza, si divertiva come mai aveva potuto prima di allora. Il nuovo marito di mia madre, allora solamente fidanzato, ha potuto mettere piede a casa nostra per la prima volta il giorno in cui Totò morì. Il nonno non avrebbe mai accettato un secondo genero, come non aveva accettato mio padre 15 anni prima. »

« Il nonno era gelosissimo di mamma. Quando seppe che, diciottenne, era decisa a sposare Gianni Buffardi, fece di tutto perché cambiasse idea. Non che Totò non avesse stima di mio padre: era proprio la figura del genero che gli stava odiosa. Considerava il genero un estraneo che si sarebbe impadronito della figlia, che apparteneva, invece, solamente a lui. Mamma e papà, infatti, si dovettero sposare ad Assisi, "il più lontano possibile da Roma”, aveva detto Totò che si rifiutò di presenziare alla cerimonia. Il nonno proibì a mamma non solo di sposarsi a Roma, ma in qualsiasi altra città del Lazio. Un'altra cosa che Totò non perdonò mai a nonna Diana è di essersi schierata dalla parte di mamma quando lui cercava di contrastare il matrimonio. »

SBERLE ALLA FIGLIA

« Mìo padre e mia madre si erano conosciuti a Capri, dove le rispettive famiglie trascorrevano da anni le vacanze estive. Il nonno aveva comprato una villa a Marina Piccola, proprio davanti allo stabilimento balneare, in modo da poter controllare la mamma quando andava a farsi il bagno. Totò si metteva di vedetta sul terrazzo e col binocolo seguiva la mamma in tutti i suoi movimenti. Un bel giorno, dal suo punto di osservazione, Totò scoprì che la figlia passeggiava sulla spiaggia tenendo per mano un giovanotto, che divenne poi mio padre. Totò, che non era mai uscito dalla villa se non in macchina o in motoscafo, quella volta non esitò a precipitarsi per prendere a ceffoni la figlia e il corteggiatore. ”Una persona per bene”, sosteneva "si rivolge alla famiglia se ha intenzioni serie” »

« Passarono degli anni prima che il nonno dimenticasse quella passeggiata innocente in riva al mare. Neppure la nascita del nipotino riuscì a placare il risentimento di Totò per il matrimonio celebrato contro la sua volontà. Tanto più che al bambino furono imposti i nomi di Salvatore Antonio. Il primo nome era quello di casa Buffardi, il suo occupava il secondo posto anche se poi divenne quello di uso quotidiano. Neppure quando papà si mise a produrre i film di Totò i suoi rapporti col nonno furono familiari. Mio padre chiamava Totò "principe”, come chiunque altro, e il nonno chiamava papà "signor Gianni”. »

« Non si può dire che la nostra fosse una vera famiglia, nemmeno mentre Totò era in vita. La presenza del nonno, però, serviva a tenerci più uniti. La sua casa era come una boa alla quale ognuno sapeva di potersi aggrappare nel momento del pericoìo. Alla morte di Totò, purtroppo, la boa è affondata e i naufraghi si sono dispersi ».

Angelo De Roberti

 

Articolo tratto dal periodico "Gente" del 26 novembre 1977


Ad onor di cronaca e da quello che si evince dalle più autorevoli biografie di Totò, ci sono da registrare alcune inesattezze nella testimonianza di Diana, in particolare:
- Il padre di Totò viene citato come Pasquale de Curtis, ma il vero nome è Giuseppe de Curtis.
- Gianni Buffardi non ha prodotto una cinquantina dei film di Totò, soltanto una decina.

- La moglie di Totò, Diana, non si è sposata nel 1949 con l'avvocato Michele Tufaroli (e non Mario come citato) ma bensì il 12 luglio 1951.
- Non è affatto vero che Totò sia stato riconosciuto da suo padre in punto di morte poichè morì il 29 settembre 1944, ma nel 1928 quando Totò aveva circa 30 anni.
- «Una bellissima ragazza napoletana si era innamorata di lui ma il nonno non aveva voluto sposarla. La ragazza, allora, si uccise. Si chiamava Liliana Castagnola.» In realtà la ragazza si chiamava Angelina.
- «Neppure Totò una famiglia ce l’ha mai avuta: né da bambino, né da adulto, né da vecchio. Il suo sogno, infatti, era di comprare un circo». L'affermazione è assolutamente priva di fondamento, Totò non ha mai affermato ciò.
- «La nonna partorì all’albergo Trevi a Roma». In realtà Liliana è nata alle ore 21 presso l'Hotel Ginevra in Via della Vite.

- Con Diana si incontrarono nel foyer del Teatro Verdi e non del Teatro Gambrinus di Firenze.


Diana de Curtis, la nipotina di Totò: confessa di essere superstiziosa come il suo celebre nonno.

QUEL MALDETTO 13! MA IO ME LA RIDO...

La giovane attrice, che avrebbe dovuto fare la sua prima apparizione importante sul piccolo schermo il 13 maggio scorso, ha visto invece il suo programma slittare di due settimane. «Colpa di certi numeri...», dice Diana.

«Il tredici porta sfortuna: mio nonno ne era sicurissimo». Diana de Curtis, la nipotina del grande Totò non ha dubbi. Il suo debutto televisivo in un ruolo di tutto rilievo era previsto per mercoledì 13 maggio e invece a farlo slittare di due settimane ci ha pensato nientemeno che il gravissimo attentato a Papa Wojtyla che ha tenuto tutti con il fiato sospeso e che naturalmente ha sconvolto i programmi televisivi già stabiliti per quella serata.

Il 13 maggio scorso, infatti, sarebbe dovuta andare in onda «La Venere d’Ille», il primo di una serie di racconti dedicati ai più famosi autori del genere fantastico, intitolata «I giochi del diavolo». Nello sceneggiato Diana de Curtis ha una parte importante accanto ai protagonisti dell’opera, Marc Porel e Daria Nicolodi, una parte capace di mettere finalmente in evidenza le sue doti di attrice. E Diana era giustamente ansiosa di vedersi sul pìccolo schermo. Invece per realizzare i suoi desideri ha dovuto attendere ancora.

«Colpa del tredici, naturalmente!», sottolinea convinta e compunta Diana de Curtis. Da napoletana verace quale è, certe credenze le ha nel sangue, ereditate direttamente dal suo famosissimo nonno.

Di aneddoti al riguardo Diana de Curtis ne conosce a decine. Glieli ha raccontati più di una volta sua madre, Liliana, nata dalle prime nozze dell’indimen-ticabile comico con Diana Rogliani.

«Mio nonno», racconta Diana, «non sopportava nemmeno di dormire in una camera d’albergo contrassegnata dal numero tredici». Anzi, una volta, durante una faticosissima tournée, giunto finalmente a Padova, il grande comico rinunciò addirittura a riposare dal momento che in città non erano libere che camere con il numero tredici o diciassette.

«Non mi ingannano», era solito dire infatti Totò, «il sedici bis è un diciassette con la maschera!».

Un numero insomma da tenere lontano con i debiti scongiuri. Diana de Curtis è nata nel 1955 dal matrimonio di Liliana de Curtis con il produttore cinematografico Gianni Buffardi, tragicamente scomparso due anni fa a causa di una gravissima infezione contratta dopo aver fatto il bagno nel Tevere. Molti lettori certo ricorderanno questo sconcertante e tragico episodio. Buffardi, oppresso dal gran caldo dell'estate romana, si era concesso un breve tuffo nelle acque del Tevere da uno dei tanti barconi ancorati lungo le sponde del fiume. Era stato sufficiente ingerire una sola sorsata di acqua inquinata perchè a distanza di pochi giorni si manifestasse una irrefrenabile infezione che i medici, purtroppo, non erano riusciti a guarire.

Diana da quella morte improvvisa del padre era rimasta molto scossa. Anche se da tempo ormai i genitori vivevano separati e si erano entrambi ricostruiti una famiglia. Gianni Buffardi viveva accanto a Igli Villani, la bella nipotina di Sofia Loren, e Liliana de Curtis aveva preferito trasferirsi in Sud Africa dove aveva aperto un ristorante con l’aiuto del suo secondo marito, Sergio Anticoli.

Oggi Liliana de Curtis vive a Montecarlo dove ha trasferito il suo «Rugantino», divenuto ormai il ristorante più chic del principato (persino la principessa Grace ci va volentieri a cena) e Diana, che normalmente vive a Roma, fa spesso un salto per salutarla. Anche Antonello, l’altro nipotino di Totò, è bene avviato nel mondo dello spettacolo: è regista, distributore e produttore cinematografico. E’ stato proprio lui, infatti, a suggerire un ciclo di trasmissioni dedicate al suo celebre nonno che la Tv ha messo in onda lo scorso gennaio con il titolo di «Il pianetà Totò»: venti puntate per far rivivere sul piccolo schermo l’arte e la magia del grande Totò.

Un’arte che sembra rinata in Diana. La giovane attrice, dal nonno oltre a una certa somiglianza fisica ha ereditato soprattutto la passione per il teatro. E infatti a teatro ha recitato accanto a un mattattore del calibro di Gigi Proietti; al cinema è stata protagonista di un film, «Haug», che apparirà presto sugli schermi italiani.

E il cuore di Diana è fedele o ballerino come quello del celebre nonno?

A questo riguardo la nipotina di Totò non vuole lasciarsi andare a confidenze. Certo è che l’hanno fotografata in più di una occasione con Massimo Fiocchetti: un «vecchio» amico, dice lei...

G.D.

 

Fonte: periodico "Stop", 1977


Nessuno sa dove si sia nascosta Diana de Curtis scomparsa subito dopo essere uscita di galera

C'E POCO DA RIDERE! LA NIPOTINA DI TOTO' E' SPARITA

Coinvolta in un traffico di stupefacenti, la nipote del grande comico napoletano è stata arrestata, ma poi rilasciata in libertà provvisoria: sola e «ripudiata» dalla famiglia, ha fatto perdere le sue tracce

Roma, luglio 1990

Che fine ha fatto Diana De Curtis, la nipotina di Totò? Nessuno sa dire dove si trova. Né suo fratello, Salvatore, con il quale Diana era molto legata, né il suo avvocato difensore, Luciano Revel, il cui studio legale è stato eletto dalla ragazza come proprio domicilio. Ottenuta la libertà provvisoria per una storia di droga (era stata accusata da un pentito della mafia. Massimo Speranza, di «detenzione di sostanze stupefacenti in quantità non modiche»), dopo che il giudice le aveva concesso gli arresti domiciliari. Diana é scomparsa.

Gli amici più intimi, quelli con cui Diana andava quasi tutte le mattine al mare a Fregene, non sono in grado di fornire indicazioni precise. A casa di una sua amica, dove Diana era andata temporaneamente a vivere, il telefono squilla a vuoto. Molti pensano che la ragazza sia rimasta talmente scossa e scioccata da questa accusa che ha preferito sparire dalla circolazione per la vergogna. Almeno per qualche tempo.

Di questo avviso, invece, non è la zia materna signora Marcella De Curtis. «È semplicemente una ragazzaccia che ha dato solo guai in famiglia», si sfoga al telefono, «prima o poi sua madre morirà di crepacuore. È stata perdonata moltissime volte, ma ora basta. Le sembra che siano capricci da niente, questi? E irrecuperabile. E non la voglio più vedere. Ormai non è più una ragazzina, ha quasi trentanni. Ma la testa sul collo non ce l'ha mai avuta...».

Si dice che lo scorso inverno Diana sia stata in Sud Africa dalla madre Liliana che da anni, da quando si separò dal marito. il regista cinematografico Gianni Buffardi. morto cinque anni fa per una infezione contratta durante un bagno nelle acque del Tevere, ha aperto un ristorante. Ma anche lì sembra che l’irrequieta ragazza ne abbia combinata una delle sue, al punto che sua madre l’ha rispedita subito in Italia ordinandole di non farsi più vedere.

Respinta da tutti, con una madre lontana, senza padre, lei che era cresciuta in famiglia nel culto di un nonno famoso c che sognava di diventare un'attrice importante, improvvisamente si è ritrovata sola.

Senza affetti e progetti, con i problemi di tutti i ragazzi di oggi e con una accanita voglia di affermarsi nonostante qualche delusione passata. Diana é inevitabilmente finita in un giro di persone sbagliate. Ha cominciato a frequentare gente poco raccomandabile che vive di espedienti poco chiari, allcttata da false promesse e da futuri in technicolor che invece sono sempre rimasti solo nei sogni.

In queste condizioni, senza che nessuno potesse darle un aiuto, è facile lasciarsi andare e cedere alle tentazioni, specialmente quando non si è forti. Cosi la droga diventa l'unico «strumento» per vincere la disperazione.

Spiega l’avvocato Revel: «Diana é rimasta implicala in questa vicenda risultata poi non grave. Quando è scattata l'accusa nei suoi confronti, lei si trovava all'estero, io l'ho informata e lei, sia pure sorpresa, non ha esitato minimamente a rientrare in Italia per presentarsi davanti al giudice. Il quale ha tenuto conto della totale disponibilità ed ha concesso dapprima gli arresti domiciliari e successivamente la libertà provvisoria».

Ma perché Diana De Curtis da alcuni giorni é introvabile ed è scomparsa come se fosse braccata da qualcuno? Forse é più esatto pensare che è inseguita dai rimorsi e dalla vergogna. Proprio sette anni fa Diana Buffardi, che preferisce farsi chiamare con il cognome della madre per onorare la memoria del nonno, cominciò a muovere i primi timidi passi in televisione. Diana si dimostrò una ragazza abbastanza spigliata e spiritosa. al punto che il confronto con il celebre nonno nacque spontaneo.

Prese parte più tardi al programma televisivo dell’estate Senza rete (che ora si chiama Sotto le stelle), e in quell'occasione rivelò sorprendenti qualità di cantante, di ballerina, nonché di «fine dicitrice» di alcune poesie del principe De Curtis, in arte Totò.

Il cinema si occupò immediatamente di lei, anche se le prime proposte non furono molto allettanti. Tuttavia, Diana poteva contare sugli aiuti del padre, che da anni viveva nell’ambiente cinematografico. I suoi inizi sembrarono assai promettenti, la sua carriera era destinata a un futuro luminoso. Invece le prime delusioni sono cominciate prestissimo, con la morte assurda del padre, e con la decisione di sua madre di stabilirsi definitivamente in Sud Africa.

Diana si è ritrovata sola ed ha cominciato a fare, forse, mosse e scelte sbagliate. Gli amici ad uno ad uno si sono allontanati, il cinema e la televisione non si sono più occupati di lei. Ed ora neppure sua madre e sua zia vogliono più vederla. Questa storia di droga l’ha messa k.o. E adesso qualcuno pensa che Diana, assalita dalla disperazione, possa commettere qualcosa di grave, di irreparabile.

Marco Tedesco

 

Articolo tratto dal settimanale "Eva Express", 1990


Articoli tratti dal quotidiano "La Stampa" di Torino e "Tuttocinema"


Vi racconto mio nonno Totò

Diana de Curtis: «Era severo, melanconico, spendaccione. Ma faceva anche beneficenza. E piaceva molto alle donne»

Cara signora Diana de Curtis, lei se lo ricorda quel sabato 15 aprile del ’67?
«Poco, ero piccola. Il nonno Totò era morto la notte. In casa, a Roma, c’era un clima irreale. Angosciante».
Il lunedì 17 a Napoli quanta gente c’era ai funerali?
«Prima c’era stato il funerale a Roma nella chiesa per così dire di casa. Poi ci fu il trasferimento a Napoli, una processione infinita. In città c’erano centinaia di migliaia di persone a rendergli omaggio. Fu la prima volta che una bara veniva applaudita».
Perché il popolo amava tanto suo nonno?
«Lo ritenevano un parente, uno di famiglia. Nelle case italiane ancora oggi si trovano foto di Totò appese alle pareti e non soltanto a Napoli. Uno dei più fedeli fan club è a Pordenone».
Al contrario, la critica l’ha sempre bastonato...
«L’intellettuale era contro ciò che è nazionalpopolare. Far ridere non era considerata un’arte. Anche se poi, di nascosto, nel buio, magari i critici, che spesso erano i vice, si sbellicavano. Pubblicamente no, era obbligatorio stroncarlo».
Che cosa ha poi spinto gli stessi critici a rivalutarlo?
«Il pubblico. È stato riabilitato a furor di popolo».
A quarant’anni dalla morte, Totò è ancora popolarissimo. Basta pensare che i suoi film sono tra i pochissimi in bianco e nero trasmessi in tv in prima serata...
«La sua è una comicità pura, universale, senza tempo, non legata alla satira del momento».
Totò è anche l’unico attore italiano il cui nome figura nel titolo del film...
«Certo, ma lui è come Topolino, un cartone animato».
Come è nato il nomignolo Totò?
«Nel modo più semplice. A Napoli Antonio si dice Totonno oppure Totò. Quindi non è stato fatto su misura».
Su Totò circolano molte leggende. È vero che di notte girava in macchina con l’autista e lasciava una busta con i soldi sotto il portone dei più poveri?
«Vero. Cercava, scegliendo a caso, le case più fatiscenti, quelle dei bassi, quasi sempre nel suo quartiere, la Sanità. Lui la povertà l’aveva conosciuta bene».
Pur prendendo in giro i potenti, però esibiva con una certa ostentazione i suoi titoli nobiliari...
«Sì, ne era fiero. Per tanti anni era stato figlio di enne enne. Da militare ne aveva sofferto molto».

Furono lunghe e costose le ricerche araldiche?
«Altroché. E quante cause ha fatto a salvaguardia dei suoi titoli nobiliari: tutte vinte, nessuna esclusa».
Lei lo sa a memoria quel cognome interminabile?
«Sì, anche se effettivamente è un po’ lungo...»
Il suicidio di Liliana Castagnola fu proprio per amore di Totò?
«Certo. Era una donna bellissima. Che aveva provocato suicidi e duelli. Senza contare i duelli. Lei si era innamorata di Totò, per lui era una storia come tante. Quando le disse: “Vado a fare compagnia con Cabiria”, lei si uccise. Da allora, per volere del nonno, riposa nella nostra tomba di famiglia a Napoli».
Sua mamma Liliana fu chiamata così in memoria di quella soubrette degli anni Trenta?
«Sì, il nonno volle ricordare quella poveretta».
Com’era fuori dal set, triste come i veri comici?
«Direi melanconico... Era molto serio, senza però essere serioso. La famiglia per lui era la cosa più importante. La teneva al di fuori di tutto. Era rigido, soprattutto nell’educazione. Mio fratello Antonello ed io eravamo in soggezione, anche per via delle governanti tedesche, che sceglieva il nonno...».
Del tipo «la serva serve, soprattutto se è bona, serve»?
«No, contava soltanto la serietà».
I produttori lo sfruttavano. Nel ’58, per esempio, girò otto film.
«Indubbiamente, anche se era lui che voleva lavorare. Doveva lavorare, anzi. Era un grande spendaccione, gli piaceva vivere bene e faceva tanta beneficenza».
Eppure nel ’58 era quasi cieco da due anni...
«Ne soffriva, ma sul set non se ne curava. Come i balbuzienti ritrovano la voce, lui si muoveva come se ci vedesse perfettamente. A Palermo aveva appena fatto la sua ultima recita teatrale in A prescindere quando gli capitò quel guaio all’occhio destro. Il sinistro era già fuori uso da vent’anni. Riusciva solo a distinguere le sagome delle persone».
Al botteghino faceva sempre sfracelli. I suoi cachet erano adeguati a quegli incassi strabilianti?
«Direi di no. Ma ne girava tanti, che di soldi gliene entravano in tasca in continuazione».
Si è mai lamentato della scarsa qualità di certi film?
«No. Li ha amati tutti. Lavorare per lui era un piacere, purché gli orari fossero alla francese: mai prima di mezzogiorno. Aveva la pressione bassa, non dormiva fino a tardi, ma ci metteva un po’ a carburare. Quando era stanco fischiava: era il segnale di stop. In sei ore sul set girava quello che gli altri giravano in sei giorni».
Un film che Totò aveva nel cuore?
«Guardie e ladri».
E il suo preferito, signora?
«Miseria e nobiltà. Il cappotto di Napoleone è un mito».
Li rivede i film di suo nonno quando li fanno in tv?
«Sì, noi della famiglia siamo i primi fan. Quando uno è giù di corda, venti minuti di Totò mettono di buon umore».

Senta, come mai suo nonno piaceva tanto alle donne. Non era Rodolfo Valentino...
«Spogliato dagli abiti di Totò, in cui siamo abituati a vederlo, aveva proprio un bel fisico, con le spalle larghe, gli piaceva remare. Era un uomo affascinante, con le donne ci sapeva fare. Molto galante, sapeva ascoltare, le faceva sentire importanti».
Qualità e difetti...
«Era gelosissimo. Anche dei figli. L’attenzione a tutti i piccoli problemi rischiava a volte di diventare un’ossessione. Però ci faceva sentire protetti. Le qualità più grandi, bontà e generosità».
I grandi amori della sua vita?
«Prima di tutte, sua moglie, mia nonna Diana, che si chiama come me, in famiglia non abbiamo molta fantasia. Lei aveva sedici anni e studiava in collegio a Firenze. Una sera andò a teatro all’aperto, lo spettacolo era Follie estive, in cui recitava Totò. Scoccò la scintilla, reciproca, la nonna scappò e lo raggiunse a Roma. Poi Franca Faldini, l’altra donna della sua vita».
È vero che improvvisava quasi sempre? Lo diceva lui stesso per un vero comico il copione non deve contare...
«Sì, improvvisava molto. In teatro coglieva al volo gli umori del pubblico. Se la novità funzionava, andava avanti, altrimenti cambiava registro, senza che nessuno se ne accorgesse».

E i registi subivano o capitava che qualcuno s’impuntasse?
«Lo lasciavano fare, magari se ne andavano a prendere un caffè, lasciandolo solo sul set».
Con i partner andava d’accordo?
«In scena sempre».
Malafemmena fu scritta per la Pampanini o per chi?
«Ma no, fu scritta per mia nonna Diana. Tanto è vero che quando lei gli rimproverava scherzosamente di averle regalato una casa, lui rispondeva: “L’hai guadagnata tu con i diritti d’autore di Malafemmena”».
Quarant’anni dopo, chi era Totò?
«Un angelo, un nonno, un padre, un amico, un fratello. Noi oggi parliamo tutti con le sue battute. Fa parte della nostra quotidianità».
Lo ricorderete pubblicamente?
«Sì, in ottobre alla festa del Cinema di Roma. Con Un Principe chiamato Totò, una docufiction che sto girando con Barbara Calabresi, prodotta da Sergio Valzania».

Massimo Bertarelli

 

Intervista rilasciata al giornale.it, 2007


2° Roma Film Festival - Presentazione del docu-film "Un Principe Chiamato Totò"

(Getty Images)

Voci celebri, narratori d'eccezione come Ben Gazzara, Fred Murray Abraham, Liliana de Curtis e i protagonisti del cinema italiano raccontano la vita del grande artista in Un principe chiamato Totò, film documentario realizzato da Barbara Calabresi e Diana de Curtis, che viene presentato in anteprima: il racconto appassionante di una vita in continuo altalenare tra gioie e incredibili successi, inattese tragedie, come la cecità che lo colpì ma non riuscì a fermarlo, e cocenti tradimenti.
Il documentario è una sorta di album di famiglia che scorre sotto gli occhi rivelando documenti fino ad ora sconosciuti, come una preziosa raccolta di 15 fumetti del 1954, realizzati da Totò, o il suo primo provino per il cinema, insieme a manoscritti, lettere d'amore, poesie e canzoni mai pubblicate, fotografie messe a disposizione, per la prima volta, dalla famiglia.
"Attraverso i luoghi che ha amato (Capri, Viareggio, Napoli, Roma, Costa Azzurra) - dicono Diana de Curtis e Barbara Calabresi - gli spettatori scoprono gli aspetti più segreti e privati dell'uomo Antonio de Curtis, principe serio e malinconico e di Totò, artista immortale".
GENERE: Documentario - ANNO: 2007 - REGIA: Fabrizio Berruti - FOTOGRAFIA: Angelos Karakussis - MONTAGGIO: Alessio Vallocchia, Francesco Bilotti - MUSICHE: Lino Cannavacciuolo, Lucio Dalla - PRODUZIONE: RODEO DRIVE - PAESE: Italia - DURATA: 75 Min


La canzone appositamente creata e interpretata da Lucio Dalla "Principessa"


Vi racconto quel trombone di mio nonno

«Era un uomo dolce e severo, generoso e molto melanconico»

Sulla caffettiera? C’è la faccia di Totò. Sul quadrante della sveglia? C’è Totò che ti sorride. Sul fermalibri? C’è la scucchia deragliata di Totò.
Trasuda amore la casa di Diana de Curtis, la nipote di Antonio, in arte Totò. Un amore sano e consapevole che però fa dire a sua madre Liliana: «Figlia mia tu sei una pazza. Non ti sopporto più. Tu parli solo con le frasi di papà!». Ma è una fissazione che la fa sorridere di tenerezza. Diana somiglia al celebre nonno, in salotto ha eretto altarini di ricordo, foto che la ritraggono con lui, che le raccontano una storia. Oggi, nell’anniversario della morte, a pochi giorni dall’inaugurazione al Maschio Angioino di una mostra che si vedrà anche a Roma nel corso della Festa del Cinema, lei fa i conti con la sua infanzia: «Nonno ha scelto la mia scuola, sceglieva i miei vestiti, supervisionava i miei amici. Mi veniva a prendere e mi accompagnava alle feste con l’autista, Carlo Cafiero, che era anche il suo migliore amico». A lui fece testare la canzone Malafemmena: «Principe, mi pare una schifezza», disse lo sciagurato, invece fu un trionfo. «La canzone era dedicata a mia nonna e ai patimenti d’amore. Perché nonno aveva un animo delicato, nella sua cassaforte ho trovato le mie pagelle e le mie letterine tutte conservate. E poi aveva un’adorazione per Antonello, mio fratello. Capirà, lui era il maschio e per un napoletano tanto conta».
Otto film l’anno ma questo non gli impediva di rispettare orari metodici: «Aveva i tempi francesi. Prima di mezzogiorno, neanche a parlarne. Poi sul set fino alle 6 del pomeriggio. All’incirca a quell’ora arrivava il suo fischio; significava, per oggi tutti a casa. Una volta varcato il portone era un nonno come gli altri, niente cinema, poteva essere notaio, avvocato».
Un grande artista così tanto borghese? «Era un anarchico-monarchico. Dentro di lui albergavano due personalità distinte. Il principe de Curtis odiava Totò, così almeno lui diceva. Io credo invece che Antonio usasse quella maschera, come un qualsiasi mortale usa la parte di sè che più piace alla gente. Una strategia che gli aveva insegnato il rione Sanità, il suo basso di Napoli».
Geloso e anche un po’ possessivo, come quando dalla villa di Capri guardava con il cannocchiale la figlia Liliana che, al suo primo romantico bacio sulla guancia, ricevette sulla stessa guancia il sonoro schiaffo del padre.
Il giorno dopo Liliana, figlia di Totò, si ritrovava fidanzata in casa con il ragazzo che tanto aveva osato.
Elegantissimo e melanconico, fissato per i titoli nobiliari che si era conquistato a suon di cause tutte vinte, Totò aveva maturato una speciale simpatia per Pier Paolo Pasolini: «Era nata d’istinto, due poeti che si capivano nella loro incredibile diversità. La prima volta che Pasolini andò a trovare nonno con Ninetto Davoli fu una scena esilarante. Ninetto in jeans sdruciti, nonno con la veste da camera. Quando uscirono spruzzò il disinfettante ovunque».
Ascoltare Diana, per chi ama Totò, è una delizia. Scopri anche con Mario Digilio, compagno nell’ultima tournée di Totò, che il 3 maggio di 50 anni fa il grande artista abbandonò le scene perché quasi cieco. In quell’occasione avrebbe detto: «Nessuno si ricorderà di me». Per la prima volta non aveva capito il suo pubblico.

Fonte: La Stampa 15 aprile 2007 - Michela Tamburrino