Primo Carnera, un gigante fragilissimo

Fu il primo italiano a diventare un re del ring: ma dietro l’immagine da Maciste propagandata dal regime fascista si nascondeva un uomo mite
Primo Carnera, il primo pugile italiano che riuscì a conquistare il titolo mondiale, fu molto importante per il regime fascista perché era la dimostrazione immediata che P Italia littoria disponeva in quantità eccelsa di esuberanza fisica, di forza bruta, di spirito kolossal. Carnera fu il gigante che, nella celebrazione dei Film Luce dell’epoca, sintetizzava il valore sportivo, la potenza primitiva, la grande generosità della nazione plasmata da Benito Mussolini. La sua sagoma immensa faceva parte dell’immaginario collettivo italiano: era un gigante che evocava i Maciste e gli Ursus del cinema muto, i gladiatori della romanità, i lottatori traci dell’antico impero, e nella fantasia e nel poema cavalleresco Golia, Gargantua, Morgante e persino Orlando arrabbiato. Al popolo poi Primo Carnera piacque d’istinto, naturalmente, perché era ingenuo e buono, semplice, forte e generoso. Era il campione leale, il contadino giusto, ma nello stesso tempo era il fascista ideale, traboccante forza e rettitudine.
Fu celebrato nelle canzoni popolari, nei film e nei fumetti, sia come se stesso, sia come Dick Fulmine, l’eroe italoamericano inventato da Carlo Cossio. Quando il pugile tedesco Max Baer, il 14 gennaio 1934, a Long Island, lo stroncò dopo una dura battaglia del ring, frastornandolo con il suo pugilato di sapienza universitaria, l’Italia gemette angosciata. Baer era un pugile freddo, tecnico, teutonico: con la sua altissima ingegneria dei pugni, con i suoi uppercut al computer demolì l’amico del popolo, la buona montagna di carne stupida, la "torre di Gorgonzola" italiana. Quando il nostro gigante buono finì seduto sul ring, all’undicesima ripresa, con nel viso l’espressione sbalordita e imbambolata di chi non se l’aspettava, per l’Italia agricola degli anni Trenta fu un momento di lutto.

Se lo ricordarono i quasi-anziani quando nel 1967, ormai alla vigilia dell’addio, Carnera sessantenne e molto malato (aveva una cirrosi epatica all’ultimo stadio) tornò nella sua terra per morire. Faceva pena: era diventato magrissimo, l’enorme scheletro vuoto gli ballava dentro i vestiti e il colletto della camicia era spropositato per un collo limano immiserito. Era uno spettro vestito di scuro. Un giornalista che lo intervistava per la televisione, bravissimo ma troppo giornalista fino in fondo ("scia-callo", dice Aldo Santini nella sua bella biografia di Carnera: L’uomo più forte del mondo, Mondadori 1984), gli fece un’intervista spietata, ricordando gli incontri truccati e mettendo in luce impietosamente lo stato di confusione e la paurosa decadenza e il tracollo mentale del vecchio campione.
Il simbolo dell’Italia Anni '30 si rivelò di colpo il colosso d’argilla che forse era sempre stato. Carnera farfugliò che era molto stanco, che voleva andare a riposarsi un po’. Aveva gli occhi spaventosamente dilatati. «Pina, portime a casa», si aggrappò disperato alla moglie. Tanta forza e tanta debolezza congiunte suonavano angosciose. E l’Italia pianse per lo sgretolarsi di quel mito malinconico della sua età infantile. Colosso vulnerabile, Primo Car-nera non era riuscito a mantenere l’aureola della fama che il regime fascista gli aveva affidato. Ma il suo grande mito di limpido eroe per ragazzi, di gigante dell’avventura, di emigrante dai pugni d’acciaio è rimasto intatto e fa parte più che mai della nostra storia. Ci commuove ancora.
"Primo" avevano voluto chiamarlo i suoi genitori, perché era il primogenito di una povera famiglia; e primo fu per le sue capacità di trascinare, per la dabbenaggine generosa, per l’animo puro di friulano.
L’uomo più forte del mondo era un friulano puro sangue. Nacque il 26 ottobre 1906 a Sequals sul Tagliamento, a 40 chilometri da Udine. A quindici anni era già alto due metri e faceva il boscaiolo. Quest'ultima notizia non è vera, ma è senza dubbio ben trovata. Non faceva a pugni con i compagni, né abusava della sua forza smisurata perché, ha detto un compagno d’infanzia, Ferrante Patrizio, "era di animo gentile e lo è sempre rimasto". La sua famiglia era assai povera ed egli cercò lavoro in Francia. Era ipnotizzato dalla riuscita di un altro friulano, Ottavio Bottecchia, il popolare "Botescià", che era andato a correre in bicicletta in Francia ed era diventato milionario, vincendo due edizioni del Tour de France, nel 1924 e nel 1925. In bicicletta Carnera, con la sua mole da gigante, avrebbe compietamente fracassato il telaio. Invece, salì sul ring.
Nei primi combattimenti finì ingloriosamente al tappeto perché era ri dotato di una forza prodigiosa, ma non aveva la minima nozione sulla scherma pugilistica. Avversari mingherlini lo impallinavano. La montagna di carne bruta, però, ri sforzò d’imparare: non ci riuscì mai del tutto, ma migliorò moltissimo. Per vivere, agli esordi fece anche il lottatore. E siccome gli italiani non erano popolari in Francia, si faceva passare per "Juan lo spagnolo, il terrore di Guadalajara". Il padrone del circo dove si esibiva lo ammonì: «Devi fare la faccia feroce. Devi impaurire la gente. Grosso come sei, ti dovrebbe venire facile». Chi fosse riuscito a mettere con le spalle a terra il marcantonio friulano, guadagnava mille franchi.

Dall’alto dei suoi 120 chili Primo Carnera metteva giù tutti. Anche i giovanotti che in segreto gli proponevano di restituirgli il premio se si fosse lasciato mettere a terra: perché erano ansiosi di far vedere alla loro ragazza che potevano battere il "colosso di Rodi".
Ad Arcachon, già sede di un dorato esilio di Gabriele d'Annunzio, il fenomeno friulano si allenò in una buona scuola di pugni. Credette in lui un abile manager ebreo, Léon See, che ha scritto nel suo libro di memorie: "Aveva braccia possenti, petto largo, collo taurino. Un vero lottatore. E poi purtroppo gambe coperte di varici che terminavano su due piedi addirittura disumani". Carnera lo ringrazia della fiducia. «Non ve ne pentirete», afferma, stritolandogli la mano «sono un coraggioso». Piace molto alla gente per questo suo stile diretto, modesto, un po’ malinconico. Un organizzatore americano sobbalza: «Questo è due pesi massimi riuniti nella stessa persona!».
L’ascesa del gigante di Sequals comincia. L’omaccione infila un rosario di kappaò, sterminando gli avversari. Ingenuo com’è ignora che gli incontri sono spesso combinati e che organizzatori di poco scrupolo amanti della boxe-spettacolo hanno deciso di catapultare proprio lui, un "fenome-no da baraccone", fino al massimo traguardo del titolo mondiale dei massimi, l’Olimpiade dei gorilla. Questa è infatti un’operazione che, in mano a gente che ci sa fare, può rendere molto denaro.
Carnera non è un duro, né un cattivo. Lavora con particolare grinta e con indomabile spirito di sacrificio. Le prende e reagisce, si sforza di arrabbiarsi e allora le dà. Gli manca la velocità del pugno, ma con la sua macchina schiacciasassi tritura gli avversari. Ed è felice perché per la prima volta in vita sua può mangiare tutte le bistecche di cui ha voglia, soddisfacendo finalmente il suo patetico appetito di Gargantua povero. In Italia le sue esibizioni sono meno "preparate" che in Francia e gli tocca l’accusa di avere messo in piedi un Bamum senza pudore. I critici lo invitano a ritrovare "l'onesta pialla del falegname". Ma lui continua a tener banco. E l’ottimo pugile Aldo Spoldi gli fa da spalla, lasciandosi fotografare con entrambi i suoi piedi sperduti in ima sola colossale scarpa di Carnera (che calza il numero 52).
Primo si esibisce persino nel musical hall, a Parigi, boxando con la sua ombra. I quotidiani inglesi lo chiamano "il killer", l’assassino, un appellativo che non si addice per nulla alla sua fondamentale mitezza.
Quella pasta di gigante continua a demolire decine di rivali. "Ha la forza di Milone di Crotone", scriverà Gianni Brera. "Ma diviene potente soltanto quando si infuria. Allora, per non si sa quale mistero chimico, i suoi muscoli deflagrano. E infelice colui che ne subisce i colpi. Ma per infuriare Carnera non bastano le offese. Quelle, anzi, lo deprimono fino al pianto. È un Margutte senza tracotanza. Forse Dio l’ha fatto mite per consolare tutti noi di essere troppo piccini al paragone".
Quando si fa piccola scherma, Carnera è timido e impacciato. Ma quando accusa un colpo "cattivo", allora il volto gli si indurisce e corrompe in un’espressione selvaggia e mostruosa. L’uomo educato e mite s’infrange e percorre a ritroso in un istante secoli di frustrazioni e di civile acquiescenza, toma all’età della pietra e delle foreste, ridiventa l’uomo primitivo, lancia un grido che è insieme un ruggito e un ululato e schianta gli avversari roteando le braccia in mulinelli terrificanti. Allora il gigante buono si trasforma all’improvviso in belva feroce, in un Frankenstein. "Carnera è una tigre fra le più pericolose", dice un giornalista. "Bisogna impedirgli di continuare a fare il pugile. Nella collera, è capacissimo di uccidere". Infatti infierisce sugli avversari anche quando sono a terra. Altissimo, colossale, minaccioso, uragano di pugni, è il vendicatore, è il gigante folle.

Mito dell’orrore, il campione brucia le tappe verso il titolo. Per un istante viene messo kappaò da una procace cameriera italiana di Soho, che lo ricatta. Il gigante se ne innamora follemente e fa sciocchezze: il sentimento è pericolosissimo per un Achille da 120 chili. Ma subito Carnera si riprende e va a combattere nell’"America primo amore"; la terra mitica dei grattacieli, della proibizione, della grande crisi, di Roosevelt e del New Deal. Primo combatte come un leone infuriato, ma laggiù la boxe è feudo della mafia ed egli finisce come i cantanti italo-americani: succube dei "padrini". In cambio, diventa l’idolo di Croccolino" e quando combatte lui tappezzano il Madison Square Garden di bianco, rosso e verde. Ma è pur sempre una pedina in mano ai potentissimi boss di Cosa Nostra. A volte mostra smorfie di dolore ai pugni di rapidi ne-gretti dalle nocche di mitragliatrice. Ma alla fine quelle pulci fastidiose finiscono punite al tappeto. Potenza del pugno di Sequals o combine dei gangster'? Sono puniti o pagati? Rimane il mistero, anche dopo mezzo secolo.
E poi un giorno arriva l’incontro fatidico: con Paulino Uczudun, un boscaiolo basco. Palpebra insidiosa, labbra da carnivoro, naso rientrato nel volto, "faccia di ferro battuto", declama il Pindaro dello sport italiano, Orio Vergani. A Barcellona il Toro dei Pirenei cerca di scuotere con vigorose mazzate il mostro del Friuli. Carnera vince ai punti e non convince: sul suo torso possente sono incisi i segni del bombardamento di Paulino. Toma in Italia e veste la divisa di milite della LV Legione Alpina. Una "camicia nera" dal pugno alla dinamite e dal cuore d’oro.
Nel febbraio 1933 incappa in un immenso infortunio. Incontra al Madison di New York il biondo Ernie Schaaf. Lo stende con una "sleppa" alla mascella. Il pubblico lancia monetine perché crede che ci sia trucco. C’è tanto poco, invece, che Ernie entra in coma e muore.
Primo è distrutto, va a inginocchiarsi davanti alla madre della sua vittima e a chiederle perdono. Faticherà molto a riprendersi. Ma il giovedì 29 giugno 1933 conquista il titolo mondiale dei massimi a New York contro Jack Sharkey. Il pubblico di Long Island impazzisce di gioia.
Primo solleva il braccio nel saluto romano. «Il mio pensiero vola rapido all’Italia, al duce, al mio popolo che attende con ansia l'esito del combattimento». Telegrafa a Sequals: "Devo tutto a te, mamma". E intanto gli arrivano i complimenti di Benito Mussolini: "L'ltalia fascista e sportiva è orgogliosa che una Camicia nera sia campione mondiale di pugilato". Lui replica con Starace: "Offro il campionato all’Italia fascista".
Ma non poteva durare. Primo andò a Palazzo Venezia, si fece fotografare in camicia nera, accettò l’omaggio di un letto costruito apposta per lui e della misura di due metri e quaranta, in Italia incontrò di nuovo il torello basco Paulino Uczudun e lo piegò ai punti in un’Iliade pugilistica da anni Trenta. Paulino era una roccia, un Aiace, e resistette impavido alle bordate del gigante friulano. Poi, nel marzo del 1934, a Miami, in Florida, Carnera difende per la seconda volta il suo titolo mondiale battendo ai punti, in quindici riprese, l’americano Tommy Longhran.
Ma il 14 giugno Max Baer strappa il titolo a Primo dopo un combattimento altamente drammatico, svoltosi a Long Island.
Carnera si siede intontito sul ring, stroncato dal tedesco. Nello stesso anno Mussolini incontra a Venezia il nuovo dittatore della Germania. È un ometto coi baffi fini, indossa un impermeabile bianco spiegazzato, si chiama Adolf Hitler. Il giudizio del duce su di lui: «Dev’essere matto».
Nel 1935, a New York, Primo Carnera viene demolito da un gran pugile nero, bellissimo e scattante, è il nuovo idolo di Harlem. Si chiama Joe Louis, "il Bombardiere". La carriera dell’uomo più forte del mondo, del gigante di Sequals, è ormai finita. Immenso, torreggiarne, buono e mitico. La forza di Achille, però divorziata dall’astuzia di Ulisse.
Si sposa nel 1939, si defila nella leggenda dei fumetti e nella umiliante miniera d’oro, indegna di lui, del catch, lotta libera tutta inventata e truccata; imo spettacolo da baraccone di violenza esagitata e volgare.
Il tramonto disegna i tratti di un uomo educato, devoto, borghese, buono. Il gentile dottor Jekyll, che in Carnera è sempre riaffiorato al di là del ghigno selvaggio di mister Hyde e di Frankenstein. La dolcezza che vince la forza bruta. Suo figlio si laurea in mediana. La figlia sposa un ingegnere elettronico americano. Primo ce la fa ad aprire un ristorante, come Jack Dempsey. Tutto per bene, diceva Pirandello.
Il gigante stroncato dalla cirrosi ritorna in Italia nel maggio 1967. A morire. Un giornalista lo affronta, gli fa un’intervista magistrale, "cattiva", lo demolisce. Il gigante Carnera appare triste, labile, infantile, disorientato, smarrito. È l’ultimo tragico kappaò. Tra la bravura giornalistica e il dolore del suo eroe caduto, l’Italia sceglie quest’ultimo. Piange il gigante e il suo pugno inobliabile.
E Primo Carnera entra nel "pantheon" degli eroi. È morto il 29 giugno 1967: 34 anni prima, proprio in quel giorno, 29 giugno 1933, aveva conquistato il titolo di boxe che lo proiettò nella leggenda.
Guido Gerosa, «Gente Mese», anno III, n.2, febbraio 1988
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| Guido Gerosa, «Gente Mese», anno III, n.2, febbraio 1988 |
