IO VOGLIO BENE 'E FEMMENE

Antonio de Curtis

I' voglio bene 'e femmene,
pe me sò tutte belle,
fruttiera 'e chistu popolo,
che s'adda assapurà.

Figliole 'e 'ncopp' 'o Vommero,
Turretta e Margellina,
venite pe' Pusilleco,
ve faccio cunzulà.

Femmene, femmene, 'e tutta Napule!
Figliole 'e chistu popolo
comme ve voglio amà,
comme ve voglio amà.

Femmene,
vuje site doce e amabile,
mocca tenite 'o zucchero,
facite cunzulà, facite cunzulà.

Me piace 'a bruna
ch'è sempe chiù scorbutica.
Me piace 'a bionda,
c'attira e sape fà.

Femmene, belle, cianoiose e sprucete,
nun saccio a chi aggia scegliere,
a chi m'aggia piglià!

Si accusentesse 'o Sinnaco
comme 'a nu gran sultano,
cu ciento e diece femmene
io me vurria accasà.

Tre bionde e sette creole,
nu centenaro 'e brune,
i' voglio bene 'e femmene,
femmene 'e tutte età!


Un'esaltazione corale e giocosa del fascino femminile, tra desiderio di possesso e ammirazione estetica.

Discografia pubblicata

Scritta da Totò negli anni '50, la canzone è stata interpretata con grande vigore da Giacomo Rondinella, la cui versione rimane la più celebre. È stata pubblicata originariamente su 78 giri e 45 giri dall'etichetta Vis Radio. Negli anni successivi, il brano è diventato un punto fermo delle raccolte su LP dedicate ai testi di Antonio de Curtis, come "Totò: Le sue canzoni". Attualmente è reperibile in numerosi CD antologici della canzone napoletana classica e in formato digitale all'interno delle collection curate da etichette come Warner Music e Rhino Records.

Descrizione del contenuto

"Io voglio bene 'e femmene" è una dichiarazione d'amore universale e collettiva. Totò non si rivolge a una singola donna, ma a tutte le "femmene" di Napoli, descritte come i frutti prelibati di una terra generosa ("fruttiera 'e chistu popolo"). Il testo compie una mappatura sentimentale della città, citando il Vomero, la Torretta, Mergellina e Posillipo, quasi a voler raggruppare ogni sfumatura di bellezza partenopea. Il protagonista si dichiara incapace di scegliere tra la bruna "scorbutica" e la bionda che "sape fà", arrivando a ipotizzare, con un guizzo surreale e comico, di chiedere il permesso al Sindaco per poter sposare cento e dieci donne contemporaneamente, come un sultano d'altri tempi.

Logica e Filosofia della Lirica

  • L'amore come abbondanza: La logica del testo rifiuta il concetto di esclusività. L'amore è visto come un banchetto ("s'adda assapurà") dove la varietà è l'elemento che dà sapore alla vita.
  • L'estetica del contrasto: La filosofia di Totò qui celebra le differenze. Gli piacciono le donne "cianoiose" (chiacchierone) e "sprucete" (acide/scostanti), suggerendo che ogni difetto caratteriale sia in realtà un ingrediente che rende la donna "doce e amabile".
  • Il sogno del "Gran Sultano": L'ironia finale sul matrimonio multiplo riflette una filosofia del desiderio tipica della maschera di Totò: un uomo che sogna l'impossibile per sfuggire alla monotonia, usando l'iperbole comica per esprimere un'ammirazione che non conosce confini di età o tipologia.
  • La donna come simbolo della città: Le donne non sono separate dal paesaggio; sono l'anima stessa di Napoli. Amare le napoletane, per l'autore, significa amare la città stessa, la sua luce e la sua vitalità.

Significato per l'ascoltatore

Per l'ascoltatore, questo brano è una scarica di energia e ottimismo. Insegna a guardare al mondo femminile con occhi colmi di meraviglia e gratitudine, celebrando la diversità come ricchezza. È un invito a non perdersi in troppi ragionamenti ("nun saccio a chi aggia scegliere") e ad abbandonarsi alla gioia che la bellezza, in ogni sua forma e quartiere, sa regalare. Rappresenta il lato più vitale e galante di Totò, quello che riconosce nella donna il vero "zucchero" dell'esistenza.