IL MUSEO VIRTUALE

Il baule di scena di Totò

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IL BAULE DI TOTÒ

🎭 Il Baule Magico di Totò: Reliquiario di una Vita a Colpi di Risata

Ah, il baule! No, non quello del pirata con la benda sull’occhio e il pappagallo sulla spalla, né quello che zio Paperone chiude con trecento lucchetti dopo ogni tuffo nel denaro. Parliamo del baule di Totò, che non conteneva dobloni d’oro, ma tesori molto più rari e fragili: il sudore delle tournée, la naftalina delle giacche in scena, i bottoni superstiti dopo una battuta troppo fisica, e perfino, si dice, l’odore della polvere di palcoscenico, sigillato come un profumo di marca.

Un baule che è diario, camerino, santuario e metafora ambulante, l’amico fedele che non ti tradisce nemmeno quando il pubblico ti ha dimenticato e l’impresario ti fa recitare nei retrobottega dei caffè chantant.

🧳 Una Scatola di Legno e Memoria: il Tesoro di un Principe

Per Totò – alias Antonio de Curtis, marchese della risata e duca dell’applauso – quel baule non era un oggetto, ma una prolunga della sua anima artistica. Conteneva la sua maschera e le sue lacrime, i costumi sgualciti di mille personaggi, dai baroni decaduti ai poveracci con la bombetta storta.

Era il suo bancomat portatile nei tempi di magra e la sua teca museale nei giorni di gloria. Dentro c’era tutto: le parrucche, i copioni, le scarpe sbilenche, i gessetti per tracciare il cerchio magico del comico sul pavimento del camerino, e, forse, qualche lettera d’amore mai spedita, scritta con calligrafia elegante e cuore napoletano.

🧬 Dal Principe al Custode: la Staffetta del Ricordo

E come ogni tesoro che si rispetti, anche il baule di Totò ha avuto il suo guardiano fedele. Non un Gollum ossessionato, ma un clementissimo Clemente: Eduardo, cugino, confidente, e segretario personale del Principe. Dal 1950 fino all’ultima chiusura di sipario, Eduardo fu ombra discreta e complice silenzioso, testimone di ogni entrata in scena, custode delle pause malinconiche tra gli applausi.

Quando Totò salutò per sempre il pubblico, Eduardo ricevette in custodia – poi in dono – quel baule, come si tramanda la spada al nuovo cavaliere, o la corona al re bambino. Ma senza fanfare: solo con rispetto, memoria e, forse, un sorriso velato di commozione.

🗝️ Il Segreto Continua: da Eduardo a Federico

La fiaccola della memoria non si è spenta. Oggi il baule è custodito da Federico Clemente, figlio di Eduardo e, ça va sans dire, coautore e collaboratore di questo sito web. Un moderno curatore di reliquie, con tastiera e cuore, che non lascia prendere polvere ai ricordi, ma li archivia, li digitalizza, li racconta – e ci permette di emozionarci ancora davanti a un oggetto inanimato che, però, batte come un cuore antico.

Sì, perché quel baule è una capsula del tempo piena di Totò, una macchina del teatro che ci fa viaggiare nei suoi mille personaggi, tra il varietà e l’impegno, tra l’arte della battuta e la profondità di uno sguardo cieco che vedeva più di molti vedenti.

🔚 Conclusione (ma col sipario ancora mezzo aperto)

Insomma, non è un semplice baule. È il feticcio sacro della comicità italiana, il tabernacolo dove il genio si è spogliato e rivestito per decenni, il bagaglio dell’uomo che viaggiava tra Totò e de Curtis. Un oggetto che – come le vere star – non è mai uscito di scena, ma continua a dire la sua, silenziosamente, tra le mani di chi sa ascoltare la sua voce.

Perché, in fondo, anche un vecchio baule può recitare. Basta sapere come si apre.

E con questa... per oggi chiudiamo il baule.


IL MATERIALE CONTENUTO AL SUO INTERNO

Provenienza certificata. Tutti gli oggetti qui presentati appartengono alla prestigiosa collezione di Federico Clemente, che ne ha gentilmente concesso la documentazione per fini di divulgazione storica.


Targhetta professionale in plexiglass di colore giallo con scritte rosse, recante la dicitura "Spettacoli ERREPI - GRANDI RIVISTE - TOTO". Questo oggetto veniva affisso all'esterno del camerino del Principe Antonio de Curtis durante la stagione teatrale 1956-1957, un periodo cruciale e drammatico della sua carriera artistica e della sua vita privata, segnato dalla produzione della celebre rivista "A prescindere".

Punti chiave del contenuto

  • Identificazione del reperto: si tratta di una targa segnaletica in plexiglass giallo con caratteri rossi, utilizzata per identificare il camerino personale di Totò durante le sue tournée nazionali.
  • Contesto professionale: l'oggetto fa esplicito riferimento alla "Errepi", la sigla dell'impresa di spettacoli dell'eminente impresario Remigio Paone, che curava le produzioni teatrali del comico napoletano.
  • Cronologia e produzione: il reperto è strettamente legato alla messa in scena della rivista "A prescindere", portata nei principali teatri italiani tra la fine del 1956 e l'inizio del 1957.
  • Evento storico: la targhetta testimonia il periodo della tragica crisi visiva che colpì l'attore durante le repliche al Teatro Politeama di Palermo, un momento di svolta nella sua biografia.

Evidenze storico biografiche

Questa targhetta non è un semplice manufatto di scena, ma una reliquia che segna il confine tra il trionfo artistico e la sofferenza personale di Totò. Storicamente, essa ci riporta alla stagione 1956-1957, quando il Principe, nonostante l'improvvisa cecità causata da una corioretinite emorragica esplosa proprio sul palco del Politeama di Palermo, scelse con estremo coraggio e dignità professionale di continuare a recitare. L'oggetto incarna dunque la transizione di Totò verso una dimensione quasi eroica dell'arte drammatica: in quegli anni, protetto dal buio del suo camerino e guidato dalla memoria spaziale, l'uomo ipovedente continuava a dare luce alle sue maschere più celebri. La targa "ERREPI" resta dunque una testimonianza fondamentale per comprendere la resilienza e la dedizione assoluta del più grande attore del Novecento italiano verso il suo pubblico e il suo lavoro.


L'abito di scena costituisce un elemento iconico del guardaroba artistico di Antonio de Curtis, un abito che ha segnato profondamente l'immaginario collettivo legato alla figura cinematografica e teatrale di Totò.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'abito, si tratta di un frac lungo di colore nero, caratterizzato da code arrotondate e una particolare abbottonatura a un solo bottone posizionato da sinistra su destra.
  • Dettagli sartoriali, il capo presenta quattro bottoni su ogni polso e due bottoni posteriori collocati in corrispondenza della linea della martingala.
  • Elementi a corredo, l'insieme include pantaloni realizzati in stoffa leggera, contraddistinti da un motivo a righe verticali in varie tonalità di grigio.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

Il frac descritto rappresenta uno dei pilastri dell'estetica di Totò, un indumento che trascende la semplice funzione di costume per diventare parte integrante della sua mimica e del suo linguaggio artistico universale. Questo specifico modello, con le sue caratteristiche code arrotondate e l'abbinamento ai pantaloni rigati, richiama immediatamente la figura del "Principe della risata" nelle sue più celebri interpretazioni, dove l'eleganza formale veniva spesso destrutturata dalla sua prorompente comicità. La cura nei dettagli sartoriali sottolinea l'importanza che l'attore attribuiva alla propria "divisa" di scena, strumento fondamentale per costruire quel contrasto tra nobiltà decaduta e realtà popolare che è alla base della sua intramontabile maschera. Il reperto, conservato con dedizione, costituisce oggi una testimonianza storica di inestimabile valore per comprendere l'evoluzione del costume e l'eredità culturale lasciata dal più grande interprete del Novecento italiano.


Elemento di estrema raffinatezza proveniente direttamente dal corredo professionale di Antonio de Curtis, un capo che testimonia l'attenzione quasi maniacale del "Principe della risata" per il dettaglio formale e l'eleganza sartoriale per i suoi abiti di scena.

Punti chiave del contenuto

  • Tipologia del capo, si tratta di un corpetto da cerimonia autentico, pezzo pregiato e conservato con cura all'interno del baule di scena dell'attore.
  • Destinazione d'uso, l'indumento era specificamente riservato alle interpretazioni di personaggi di alto rango o per la realizzazione di sequenze ambientate in contesti ufficiali e di gala.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

Il corpetto da cerimonia rappresenta un simbolo plastico della duplice anima di Totò: da un lato l'artista straordinario capace di dar vita a una nobiltà decaduta e parodistica, dall'altro l'uomo Antonio de Curtis, profondamente legato al prestigio dei propri titoli nobiliari e al rigore dell'etichetta. Questo specifico indumento veniva utilizzato strategicamente per conferire un'immediata autorevolezza visiva ai suoi personaggi, permettendo alla sua maschera di giocare magistralmente sul contrasto stridente tra l'eleganza impeccabile dell'abito e la rottura comica, quasi anarchica, della gestualità e del linguaggio. La presenza di un tale capo nel suo corredo di scena conferma come Totò non lasciasse nulla al caso, affidando alla perfezione sartoriale il compito di radicare i suoi tipi umani in una realtà sociale ben definita, quella di un'Italia che ancora guardava con deferenza e nostalgia


Il capo è un'importante testimonianza del costume cinematografico italiano, legata a uno dei personaggi più iconici e socialmente rilevanti interpretati da Antonio de Curtis: "sfollato" Beniamino Lomacchio nel film del 1949 "Totò cerca casa".

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione del cimelio, si tratta di una camicia a maniche corte, di colore chiaro (avorio o beige), caratterizzata da una tessitura leggera, probabilmente in lino o misto lino.
  • Identificazione del personaggio, l'indumento è stato indossato da Totò per dare vita alla figura dello "sfollato" Beniamino Lomacchio.
  • Contesto cinematografico, il capo appartiene al film del 1949 intitolato "Totò cerca casa".
  • Regia di prestigio, la pellicola è stata diretta da due maestri del cinema italiano, Steno e Mario Monicelli.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

La camicia a maniche corte documentata costituisce un elemento chiave nella caratterizzazione del personaggio di Beniamino Lomacchio nel film "Totò cerca casa" (1949). La pellicola, una delle prime grandi prove della coppia di registi Steno e Monicelli, affronta con tono satirico e amaro il drammatico problema della carenza di alloggi nell'Italia del dopoguerra. Indossando questa camicia semplice e dimessa, Totò incarna magistralmente la figura dello "sfollato", un uomo comune travolto dalle difficoltà della ricostruzione, che tenta con ogni mezzo di trovare un tetto per sé e per la propria famiglia. La tessitura leggera dell'indumento sottolinea la povertà e l'arrangiarsi del personaggio, contrapponendolo alle figure più agiate che incontra nel corso della storia. Questo capo d'abbigliamento, custodito nel "baule di scena", non è quindi un semplice costume, ma un potente strumento narrativo che ha contribuito a definire una delle maschere più umane e indimenticabili del Principe della risata.


Questo frac costituisce un insieme iconico del guardaroba professionale di Antonio de Curtis, rappresentando la quintessenza della sua immagine pubblica e la struttura portante della sua maschera artistica.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione del frac, si tratta di un modello lungo di colore nero antracite, caratterizzato da eleganti code arrotondate e revers finemente bordati.
  • Dettagli dell'abbottonatura, il capo presenta una chiusura a due bottoni ricoperti (di cui uno mancante) con abbottonatura da destra su sinistra e due bottoni ad ogni polso.
  • Particolari posteriori, la giacca è rifinita con due bottoni ricoperti posizionati strategicamente nella parte posteriore, in corrispondenza della linea della martingala.
  • Pantaloni coordinati, l'abito è completato da pantaloni in lana pesante e dalla trama ruvida, decorati con il classico motivo a righe verticali in varie tonalità di grigio.
  • Elementi del panciotto, il set include un gilet in panno color grigio perla con sei bottoni e due tasche per lato, caratterizzato da un'abbottonatura da sinistra su destra.
  • Utilizzo professionale, l'intero completo è stato indossato da Totò con estrema versatilità sia durante le sue celebri riviste teatrali che in numerose pellicole cinematografiche.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

L'insieme composto da frac, pantaloni rigati e panciotto rappresenta la "divisa" per eccellenza di Totò, un'armatura sartoriale che ha contribuito a rendere immortale la sua figura nell'immaginario collettivo. Questo specifico abbigliamento incarna perfettamente il contrasto visivo tipico dei suoi personaggi: l'eleganza formale del frac, simbolo di una nobiltà spesso decaduta e nostalgica, che si scontra con la fisicità dirompente e la mimica facciale rivoluzionaria dell'attore. L'impiego di materiali strutturati, come la lana pesante per i pantaloni e il panno per il gilet, sottolinea l'altissima qualità manifatturiera dell'epoca e la necessità di disporre di abiti estremamente resistenti alle forti sollecitazioni del palcoscenico e dei set cinematografici. La straordinaria versatilità di questo completo, capace di passare senza soluzione di continuità dal teatro di varietà al grande schermo, testimonia come Antonio de Curtis avesse individuato in questi capi un'estensione naturale della propria identità artistica, trasformando semplici oggetti di scena in pilastri inamovibili della cultura popolare italiana del Novecento.


Il baule di scena di Totò svela un pezzo pregiato della storia del cinema italiano: la divisa da ufficiale indossata dal Principe della risata nel film "Il comandante" del 1964, una delle sue interpretazioni più intense e mature.

Punti chiave del contenuto

  • Uniforme militare completa, si tratta di una divisa da colonnello dell’Esercito Italiano in tessuto diagonale, caratterizzata da mostrine gialle con riga centrale nera e stellette.
  • Dettagli e fregi, il taschino sinistro presenta tre strisce di mostrine, mentre il corredo è completato da un cappello munito di cordone e fregio appartenente all’arma di artiglieria.
  • Riferimento cinematografico, l'indumento fu indossato da Totò nel 1964 per il film "Il comandante", diretto dal regista Paolo Heusch.
  • Cast e collaborazioni, la pellicola vide la partecipazione dell'attrice Andreina Pagnani nel ruolo della consorte del protagonista.
  • Riconoscimento professionale, proprio per l'interpretazione in questo film, l'attore ricevette un importante premio alla carriera, a testimonianza del valore artistico della sua prova attoriale.

Evidenze storico biografiche

L'oggetto rappresenta un passaggio fondamentale nella parabola artistica di Antonio de Curtis. Il film "Il comandante" del 1964 segna infatti una delle rare incursioni dell'attore in un ruolo malinconico e quasi drammatico, lontano dalle maschere puramente comiche degli esordi. La divisa non è solo un costume di scena, ma il simbolo di una maturità interpretativa che gli valse il plauso della critica e un prestigioso riconoscimento, consolidando il suo status di icona del cinema non solo per la sua vis comica, ma anche per la profondità umana dei suoi personaggi.


La papalina originale utilizzata per dare vita all'iconica figura dell'esistenzialista. Questo reperto non è solo un copricapo, ma un frammento vivo di quella stagione cinematografica che vide Totò protagonista del primo storico esperimento del colore in Italia.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione del copricapo, si tratta di una papalina realizzata in feltro, caratterizzata da una struttura a bande concentriche cucite tra loro.
  • Dettagli cromatici, l'accessorio presenta una sequenza di colori vivaci: arancione nella circonferenza più esterna, seguita da giallo, bianco, azzurro e un cerchio interno nuovamente arancione.
  • Riferimento cinematografico, l'oggetto è stato indossato da Totò per interpretare il ruolo dell'eccentrico esistenzialista nel film "Totò a colori".

Evidenze storico biografiche

La presenza di questa papalina nel baule è strettamente connessa a una pietra miliare della cinematografia nazionale: "Totò a colori" (1952), il primo lungometraggio italiano realizzato interamente a colori con il sistema Ferraniacolor. L'accessorio completava il costume del personaggio dell'esistenzialista, una celebre parodia dei movimenti culturali e filosofici del dopoguerra, confermando la genialità di Totò nel trasformare oggetti semplici in elementi fondamentali della sua maschera comica.


Un autentico piumetto da bersagliere. Questo reperto non è solo un ornamento, ma un frammento vivo di quella stagione teatrale che vedeva Totò protagonista assoluto del palcoscenico e del cuore del suo pubblico.

Punti chiave del contenuto

  • Origine del cimelio, si tratta di un piumetto originale appartenente al 3º Reggimento Bersaglieri, donato all'attore da un militare durante la serata finale di una sua rivista.
  • Utilizzo scenico, l'oggetto venne successivamente applicato alla celebre bombetta di Totò per essere indossato durante la passerella conclusiva dello spettacolo.
  • Valore affettivo, la decisione di conservare il piumetto all'interno del proprio baule di scena sottolinea il profondo legame emotivo e la tenerezza che l'attore provò nel ricevere questo omaggio.

Evidenze storico biografiche

La presenza del piumetto nel baule di Totò rappresenta un momento di profonda connessione tra l'artista e il suo pubblico, in particolare con il mondo militare che spesso è stato oggetto della sua satira ma che lo ha sempre ricambiato con estremo affetto. L'integrazione di un elemento autentico della divisa dei bersaglieri nella sua divisa di scena — la bombetta — simboleggia la fusione tra la realtà e la maschera, trasformando un dono estemporaneo in un simbolo duraturo della sua carriera teatrale.


Baule 030

Dal baule di scena di Antonio de Curtis emerge un cimelio che testimonia la straordinaria capacità mimetica del Principe della risata: la sua iconica bombetta, elemento inscindibile dalla sua maschera universale. Questo reperto non è solo un accessorio, ma un frammento vivo di quella stagione artistica che ha visto Totò protagonista assoluto tra cinema e televisione.

Punti chiave del contenuto

  • Accessorio simbolo, si tratta della classica bombetta nera, l'elemento più rappresentativo del costume di scena di Totò.
  • Utilizzo poliedrico, il copricapo veniva solitamente indossato dall'attore per le sue numerose interpretazioni, sia nelle pellicole cinematografiche che nelle apparizioni televisive.

Evidenze storico biografiche

La bombetta conservata nel baule rappresenta il cuore della costruzione scenica di Totò, un oggetto capace di trasformare Antonio de Curtis nel personaggio che ha dominato la cultura popolare italiana per decenni. La sua presenza costante, tanto sul grande schermo quanto nei programmi televisivi, ha reso questo accessorio un'icona immediatamente riconoscibile, simbolo di una comicità che sapeva spaziare tra diversi media mantenendo sempre intatta la sua forza espressiva e la sua eleganza surreale.


Un insieme di reperti che testimonia la straordinaria cura artigianale del Principe della risata: il suo set personale da trucco. Questo corredo non rappresenta solo una serie di cosmetici, ma un frammento vivo di quella stagione artistica che ha visto Totò protagonista assoluto del teatro di rivista.

Punti chiave del contenuto

  • Composizione del set da trucco: la collezione comprende un'ampia varietà di strumenti, tra cui piumini per cipria (uno dei quali color salmone), scatole di cipria di marche prestigiose come "Elizabeth Arden", fondotinta in stick "Max Factor" e stick cosmetici "Roger et Gallet" e "Lancôme".
  • Strumenti di precisione: il set include matite per trucco di diverse lunghezze della marca "Original Leichner" (a punta bianca e nera), stick "L. Leichner Berlin" di varie gradazioni e matite "Pedigree".
  • Oggetti d'uso quotidiano e curiosità: nel baule sono conservati anche articoli di cancelleria come una penna a biro verde bottiglia e gomme per cancellare "Pirelli", oltre a una lametta "Oxford" e tubetti di cerone pancromatico.
  • Contesto professionale: l'intero occorrente era quello solitamente utilizzato da Totò per prepararsi alle sue esibizioni durante il periodo d'oro della rivista.

Evidenze storico biografiche

Il corredo da trucco conservato nel baule rivela l'aspetto più intimo e metodico della preparazione scenica di Totò. La presenza di prodotti di marche internazionali dell'epoca, come Max Factor, Elizabeth Arden e Leichner, sottolinea l'estrema attenzione che l'attore rivolgeva alla costruzione plastica del proprio volto, trasformandolo in quella maschera mobile e inconfondibile che ha fatto la storia dello spettacolo italiano. Questi oggetti, molti dei quali recano ancora i segni dell'uso quotidiano, rappresentano il legame diretto tra l'uomo Antonio de Curtis e il rito della trasformazione che avveniva dietro le quinte del varietà, confermando come la sua genialità comica poggiasse su una disciplina professionale rigorosa e quasi maniacale nella scelta dei propri "ferri del mestiere".


Un oggetto che racchiude tutto il fascino della cultura e della scaramanzia napoletana: un grande ferro di cavallo portafortuna. Questo reperto non è solo un accessorio, ma un simbolo della profonda ritualità che accompagnava il Principe della risata in ogni sua esibizione.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di un ferro di cavallo di dimensioni notevoli, accompagnato da un nastro rosso propiziatorio.
  • Un dono speciale: l'oggetto fu regalato a Totò da don Peppe Jovinelli, figura storica dell'omonimo teatro romano.
  • Ritualità artistica: da uomo profondamente legato alle tradizioni partenopee, Totò portava sempre con sé questo amuleto come protezione e buon auspicio.
  • Collocazione: il ferro di cavallo veniva custodito con "religiosa cura" all'interno del suo camerino, parte integrante della sua personale "liturgia" pre-spettacolo.

Evidenze storico-biografiche

La presenza di questo amuleto nel baule di scena sottolinea il lato più umano e autenticamente napoletano di Antonio de Curtis. Il legame con Peppe Jovinelli, che per primo credette nel talento del giovane Totò offrendogli il palcoscenico del suo varietà, carica l'oggetto di un valore affettivo e storico immenso. Il ferro di cavallo con il nastro rosso rappresenta quella componente di scaramanzia, tipica del mondo dello spettacolo dell'epoca, che Totò viveva come un rito indispensabile prima di affrontare il suo pubblico, fondendo fede popolare e disciplina professionale.


Uno degli accessori più caratteristici legati ai suoi personaggi sportivi e fiabeschi: un paio di scarpe da ciclista e dei calzini coordinati. Questi reperti testimoniano la versatilità della maschera di Totò, capace di passare con naturalezza dal palcoscenico teatrale ai grandi set cinematografici del dopoguerra.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione delle calzature: si tratta di un paio di scarpe da ciclista di colore nero, dotate di lacci e caratterizzate da una suola posteriore visibilmente consumata dall'uso.
  • Dettagli dell'abbigliamento: il set comprende anche un paio di calzini corti di colore beige, decorati con fasce trasversali nelle tonalità rosso, azzurro e "cipolla".
  • Doppia anima artistica: questi oggetti sono stati indossati dal Principe de Curtis sia per l'interpretazione teatrale di Pinocchio, sia per il ruolo del professor Casamandrei nel celebre film "Totò al giro d'Italia" (1948).

Evidenze storico-biografiche

Questi accessori rappresentano il legame indissolubile tra il Totò del varietà e quello del grande schermo. L'uso dello stesso abbigliamento per personaggi diversi — come l'iconico burattino di Collodi e lo sfortunato professore che "vende l'anima" per vincere la corsa rosa — sottolinea come Totò costruisse la propria comicità attraverso elementi visivi ricorrenti e fortemente caratterizzanti. La suola consumata delle scarpe è il segno tangibile di una recitazione fisica e dinamica che ha reso immortale ogni sua performance, trasportando la mimica della rivista teatrale direttamente nelle pellicole che hanno fatto la storia della commedia italiana.


Un oggetto che fonde eleganza privata e storia dello spettacolo: una spazzola d'argento per abiti. Questo reperto non è solo un accessorio di lusso, ma un testimone della vita sentimentale e della carriera televisiva del Principe della risata.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di una spazzola per abiti realizzata in argento di raffinata fattura.
  • Dettagli estetici: l'oggetto è impreziosito da un fregio a cifra in stile "liberty" che riporta le iniziali intrecciate "AdC" (Antonio de Curtis).
  • Un dono d'amore: la spazzola faceva parte del servizio da toilette da camerino regalato a Totò da Liliana Castagnola, la donna che segnò profondamente la sua giovinezza.
  • Presenza scenica: oltre all'uso personale quotidiano, Totò portò con sé questo oggetto durante la sua celebre apparizione nella trasmissione televisiva "Studio Uno" condotta da Mina, il 18 giugno 1966.

Evidenze storico-biografiche

Questa spazzola rappresenta uno dei legami più tangibili tra la sfera privata di Antonio de Curtis e la sua maschera pubblica. Il fatto che appartenesse a un set regalatogli da Liliana Castagnola ammanta l'oggetto di una profonda carica emotiva, legandolo al ricordo di una storia d'amore tragica e indimenticabile. La scelta di utilizzarla negli studi Rai per l'ospitata a "Studio Uno" nel 1966 dimostra come Totò amasse circondarsi dei propri oggetti personali più cari anche sul set, trasformando un raffinato strumento di toilette in un piccolo, prezioso frammento della storia della televisione italiana.


Serie di reperti che illustrano la complessa identità aristocratica e la statura sociale del Principe della risata: un set di biglietti da visita personali. Questi cartoncini sono la cronaca dei vari periodi della sua vita e delle diverse intestazioni che lo hanno accompagnato.

Punti chiave del contenuto

  • Tipologia dell'oggetto: si tratta di un insieme di biglietti da visita appartenuti ad Antonio de Curtis.
  • Varietà di intestazioni: il set comprende biglietti con differenti titoli e nomi, a testimonianza dei diversi momenti della sua esistenza e dei riconoscimenti ufficiali ottenuti nel tempo.
  • Titoli riportati: tra le diciture figurano nomi solenni come "Antonio de Curtis Griffo Focas Principe Imperiale di Bisanzio" e "Principe Antonio de Curtis dei Griffo Focas".

Evidenze storico-biografiche

Questi biglietti da visita rappresentano la traccia tangibile della lunga e tenace battaglia legale intrapresa da Antonio de Curtis per il riconoscimento ufficiale dei suoi titoli nobiliari. Le diverse intestazioni riflettono l'evoluzione del suo status e la sua profonda, quasi sacrale, convinzione riguardo alle proprie origini aristocratiche. Custoditi nel baule di scena, questi cartoncini segnano il confine sottile tra l'uomo privato, orgoglioso del suo lignaggio, e il personaggio pubblico, capace di fondere in un'unica e inconfondibile figura la maestà del Principe e la genialità della maschera.


Un documento che testimonia un incontro artistico straordinario rimasto purtroppo incompiuto: il copione originale del film "Pinocchio '70". Questo reperto racconta di un progetto visionario che avrebbe dovuto unire il genio di Totò a quello d'avanguardia di Carmelo Bene.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione del documento: si tratta della sceneggiatura originale, datata 1966, recante il titolo provvisorio "Proposte per un Pinocchio".
  • Autori e regia: il testo è firmato da Carmelo Bene e Nelo Risi, con la produzione tecnica della storica Copisteria "Attila" di Roma.
  • Il cast d'eccezione: secondo gli accordi artistici, Antonio de Curtis avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Pinocchio, mentre lo stesso Carmelo Bene avrebbe vestito i panni di Geppetto.
  • Un'opera mai realizzata: il film, oggetto di trattative molto avanzate nel corso del 1966, non vide mai la luce a causa della prematura scomparsa del Principe de Curtis nell'aprile dell'anno successivo.

Evidenze storico-biografiche

Questo copione rappresenta una delle testimonianze più affascinanti dell'ultima fase della carriera di Totò. La disponibilità a collaborare con una figura di rottura come Carmelo Bene sottolinea la continua ricerca di nuovi linguaggi espressivi da parte dell'attore, pronto a confrontarsi con una rilettura sperimentale, onirica e moderna della favola di Collodi. Il fatto che il film dovesse proiettarsi verso il futuro con il titolo "Pinocchio '70" suggerisce una vitalità artistica che si interruppe tragicamente, lasciando questo testo nel baule come il simbolo di uno dei più grandi "capolavori mancati" della storia del cinema italiano.


Il documento rinvenuto nel baule di Totò è il copione della commedia "La tavola dei poveri" di Raffaele Viviani (nell'edizione in lingua italiana curata da Vittorio Viviani). Il testo presenta la struttura classica della commedia in tre atti e reca tracce evidenti dell'intervento diretto di Totò.

Dettagli del Copione e Interventi di Totò

Dall'analisi delle pagine emerge il meticoloso lavoro di studio dell'attore:

  • Personaggi e Ruoli: Totò si identifica con la figura del Marchese Fusaro, un aristocratico decaduto che vive in uno stato di estrema indigenza, ma mantiene un'apparenza di dignità e ricchezza per non sfigurare davanti alla società.
  • Annotazioni e Correzioni: Il copione presenta diverse correzioni a penna e appunti autografi che riflettono il lavoro di adattamento:
    • Traduzione e Dialetto: Molte battute scritte originariamente in italiano sono state corrette o integrate con espressioni in napoletano per restituire naturalezza alla recitazione. Ad esempio, osservazioni del portiere o dello stesso marchese vengono filtrate attraverso il vernacolo.
    • Adattamento delle battute: Totò interviene sulla fluidità del dialogo, aggiungendo glosse o varianti per rendere le battute più incisive (come l'annotazione "nun è soldo" o le variazioni su termini come "solvibile").
    • Tagli e Semplificazioni: Sono presenti segni grafici per asciugare il testo, eliminando ridondanze e adattando il ritmo ai propri tempi comici e drammatici.

Trama e Tematiche

La scena iniziale descrive l'appartamento del Marchese diviso simbolicamente in due mondi: un ingresso ancora dignitoso con lo stemma nobiliare (usato per "rappresentanza") e gli ambienti interni, squallidi e privi di mobili, venduti segretamente per sbarcare il lunario.

Il dramma si focalizza sul contrasto tra la "nobiltà del sangue" e la fame reale, un tema profondamente caro ad Antonio de Curtis. Il personaggio di Fusaro, che beve acqua calda come surrogato del caffè e dorme vestito per nascondere la mancanza di biancheria, rappresenta la sintesi perfetta tra la maschera teatrale di Totò e la sua personale sensibilità verso il tema della dignità umana.


Questo documento testimonia l'accuratezza e la dedizione del Principe della risata per la cultura giuridica e artistica: un estratto del trattato "Regulae Juris". Non è solo un testo di riferimento, ma rappresenta l'interesse profondo di Totò per le norme consolidate e la loro applicazione pratica.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di una sezione del trattato "Regulae Juris", un'opera considerata un punto di riferimento sicuro e intramontabile nel panorama giuridico.
  • Dettagli editoriali: il volume era disponibile al prezzo di 10 lire e veniva distribuito dallo "Studio di Consulti e Perizie per Libri e Cose d'Arte", con sede in via Bergamini n. 1 a Milano.
  • Diffusione e prestigio: il testo era uno strumento essenziale per gli avvocati dell'epoca, tanto che i librai più qualificati ne garantivano sempre la disponibilità nelle proprie scorte.
  • Servizi correlati: lo studio editoriale si occupava inoltre dell'acquisto per contanti di intere biblioteche, incisioni e pregiate partite di libri rari.

Evidenze storico-biografiche

La presenza di un estratto delle "Regulae Juris" nel baule di Totò sottolinea ancora una volta la sua natura di "studioso autodidatta" delle materie legali. L'approfondimento di massime giuridiche secolari era funzionale non solo alla sua vasta cultura personale, ma forniva una base dottrinale solida per le sue note battaglie riguardanti il lignaggio, i titoli nobiliari e le proprietà. Il fatto che il documento provenga da uno studio specializzato in perizie per "cose d'arte" riflette perfettamente la doppia anima di Antonio de Curtis: il giurista meticoloso e il raffinato esteta, capace di unire la precisione del diritto alla sensibilità del collezionista.


Dal baule di scena di Antonio de Curtis emerge un oggetto che ne testimonia la profonda fede e la devozione personale: un libretto di preghiere appartenuto al Principe della risata.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta del libretto intitolato "Massime eterne", opera del dottore della Chiesa Sant'Alfonso Maria de Liguori.
  • Caratteristiche del volume: l'edizione è caratterizzata da "caratteri grossi", probabilmente scelti dall'artista per agevolarne la lettura e la meditazione quotidiana.
  • Contenuti speciali: all'interno del libretto sono state ritrovate e conservate tre icone sacre, frammenti di una spiritualità intima, vissuta e custodita con estrema cura.

Evidenze storico-biografiche

La presenza di questo libretto di devozione alfonsiana conferma il legame viscerale e mai interrotto di Totò con la tradizione religiosa napoletana. Sant'Alfonso Maria de Liguori, figura centrale della spiritualità partenopea, è l'autore di queste "Massime" che hanno accompagnato generazioni di fedeli. Il fatto che l'attore conservasse questo testo tra i suoi oggetti più cari, arricchito da icone sacre inserite tra le pagine, rivela un uomo che, dietro la maschera comica e l'orgoglio dei titoli nobiliari, cercava conforto e riflessione in una fede semplice e profonda. Questo reperto trasforma il baule di scena nel custode non solo di strumenti di lavoro, ma di una religiosità privata e silenziosa che ha accompagnato Antonio de Curtis per tutta la vita.


Baule 081

Un oggetto curioso che rievoca i suoni e le atmosfere delle sue celebri esibizioni dal vivo: una trombetta da nebbia. Questo reperto non è solo un accessorio sonoro, ma un autentico pezzo di storia del varietà italiano.

Punti chiave del contenuto

  • L'oggetto: si tratta di una trombetta da nebbia, uno strumento a fiato di derivazione nautica, adattato per fini scenici.
  • Contesto professionale: l'oggetto veniva utilizzato da Totò durante le sue numerose e popolari riviste teatrali, momenti di massimo contatto diretto con il pubblico.

Evidenze storico-biografiche

L'uso della trombetta nelle riviste sottolinea l'aspetto più dinamico, fisico e fragoroso della comicità di Totò. Nel teatro di varietà, dove il ritmo serrato e l'effetto sorpresa erano elementi fondamentali per il successo, oggetti comuni venivano spesso trasformati in strumenti di interruzione comica o di sottolineatura gestuale. Questo strumento, in particolare, permetteva al Principe de Curtis di giocare con i volumi sonori e di interagire in modo dirompente sia con l'orchestra che con gli altri attori sul palco. La presenza di tale oggetto nel baule conferma la sua straordinaria capacità di padroneggiare ogni registro della scena: dal silenzio più sottile e malinconico al rumore più inaspettato e travolgente.


Baule 082

Questo reperto evoca il lato più privato e galante del Principe della risata: un paio di guanti di raso femminili. Questo oggetto, lontano dal repertorio delle sue maschere teatrali, rappresenta un ricordo personale custodito con cura tra i suoi affetti più cari.

Punti chiave del contenuto

  • L’oggetto: si tratta di un paio di guanti femminili realizzati in pregiato raso, simbolo di un'eleganza d'altri tempi.
  • Significato del reperto: i guanti sono probabilmente il pegno o il ricordo di una delle numerose avventure galanti che hanno costellato la vita sentimentale di Antonio de Curtis.

Evidenze storico-biografiche

La presenza di un oggetto così delicato e personale all'interno del baule di scena rivela una dimensione meno nota e più vulnerabile di Totò: quella dell'uomo appassionato e del seduttore raffinato. Se il baule era lo scrigno dei suoi strumenti di lavoro, il fatto di avervi riposto un ricordo "galante" suggerisce che per Antonio de Curtis il confine tra la vita sul palcoscenico e quella privata fosse spesso sfumato. Questi guanti di raso rimangono come una traccia silenziosa di un incontro, di un'emozione o di un legame del passato, trasformando un semplice accessorio d'abbigliamento in una preziosa testimonianza della complessa e affascinante umanità che si celava dietro l'immenso artista.

Serie di fotografie private di Diana Rogliani e da diversi biglietti conservati con cura all’interno di uno scatolino originale dei suoi biglietti da visita. Questo insieme di documenti cartacei, appartenenti alla sfera più intima e familiare di Antonio de Curtis, era custodito all’interno del suo iconico baule di scena, rappresentando un ponte tangibile tra la vita pubblica dell’attore e i suoi legami affettivi più profondi.

Punti chiave del contenuto

  • Natura dei documenti: il contenuto comprende varie fotografie ritraenti Diana Rogliani, prima moglie di Totò, insieme a una raccolta di biglietti autografi o celebrativi.
  • Modalità di conservazione: i reperti sono custoditi in uno scatolino specifico, originariamente destinato ai biglietti da visita della stessa Rogliani, a testimonianza di una volontà di ordine e protezione della memoria.
  • Collocazione fisica: i documenti fanno parte del "Baule di Totò", il contenitore itinerante che accompagnava l’artista nelle sue trasferte teatrali e cinematografiche.

Evidenze storico biografiche

Il ritrovamento di queste fotografie e biglietti all’interno del baule di scena offre una preziosa testimonianza dell’indissolubile legame tra Totò e Diana Rogliani, che rimase una figura centrale nella sua vita anche dopo la separazione legale. La scelta dell’artista di conservare tali memorie in uno spazio dedicato esclusivamente al lavoro suggerisce come la sfera privata fungesse da supporto emotivo imprescindibile durante i periodi di massima attività professionale. Biograficamente, questo reperto conferma la natura nostalgica e protettiva di Antonio de Curtis, un uomo che, dietro la maschera comica, coltivava un culto quasi sacro per i ricordi familiari, trattandoli come veri e propri talismani da portare con sé sotto i riflettori di tutta Italia.


Questo completo, utilizzato da Totò nel film "Totò a colori", rappresenta un simbolo iconico del cinema italiano, strettamente legato a una delle interpretazioni più celebri e tecnicamente rivoluzionarie di Antonio de Curtis.

Punti chiave del contenuto

  • Tipologia dell'abito, il completo è composto da un frac con le classiche code a rondine, abbinato a pantaloni a righini grigi realizzati in lana pesante.
  • Contesto cinematografico, l'indumento è stato indossato da Totò nel 1952 per dare vita al personaggio di Antonio Scannagatti.
  • Pellicola di riferimento, il costume appartiene al film "Totò a colori", opera storica diretta dal regista Steno.
  • Rilevanza tecnica, il film in cui compare l'abito è ricordato per essere stato uno dei primi esperimenti di successo del cinema italiano con la pellicola a colori.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

Il frac a coda di rondine e i pantaloni a righini documentati costituiscono il nucleo visivo di "Totò a colori" (1952), un film che segna uno spartiacque nella carriera del Principe della risata e nella storia della cinematografia nazionale. Indossando questo abito nei panni dell'indimenticabile musicista Antonio Scannagatti, Totò ha consegnato alla memoria collettiva sequenze entrate nel mito, come quella del "vagon-lit" o la celebre e frenetica direzione d'orchestra. La scelta di materiali strutturati come la lana pesante per i pantaloni riflette la qualità sartoriale dell'epoca, necessaria per sostenere la fisicità dirompente dell'attore sul set. Grazie alla disponibilità del collezionista Federico Clemente, questo pezzo di storia del costume continua a testimoniare l'inscindibile legame tra l'eleganza formale del frac e la maschera surreale e universale di Antonio de Curtis.


Elemento di vestiario di straordinario valore, capace di unire la sfera privata a quella professionale di Antonio de Curtis e offrendo uno sguardo privilegiato sull'eleganza quotidiana del Principe della risata.

Punti chiave del contenuto

  • Tipologia del capo, si tratta di pantaloni da tight personali, un indumento di alta sartoria appartenuto direttamente ad Antonio de Curtis.
  • Versatilità d'uso, il capo non era limitato esclusivamente alla vita privata dell'uomo, essendo stato indossato dall'attore anche in diverse e selezionate circostanze artistiche.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

Questi pantaloni da tight rappresentano un esempio significativo della costante sovrapposizione tra l'uomo Antonio de Curtis e la maschera universale di Totò. Il tight, massima espressione dell'eleganza formale maschile diurna, era un indumento che de Curtis indossava con estrema naturalezza, riflettendo il suo profondo legame con i valori della nobiltà, del decoro e del prestigio sociale. Il fatto che lo stesso capo venisse utilizzato sia in contesti privati che in "circostanze artistiche" sottolinea come Totò portasse spesso sulla scena pezzi del proprio guardaroba reale, garantendo ai suoi personaggi quella verità sartoriale e quell'impeccabile portamento che solo un abito personale e vissuto può conferire. Il reperto, oggi custodito con dedizione nella collezione Clemente, rimane una testimonianza preziosa di uno stile di vita e di una cura dell'immagine che hanno contribuito a rendere immortale l'icona del Principe nel panorama culturale del Novecento.


Questo pantalone costituisce un elemento importante del vestiario di scena di Antonio de Curtis, un tassello imprescindibile che rimanda direttamente agli esordi della sua straordinaria e inimitabile carriera artistica.

Punti chiave del contenuto

  • Identificazione del capo, si tratta del pantalone facente parte del corredo del primo frac in assoluto indossato da Totò nel corso della sua attività professionale.
  • Collocazione temporale, l'indumento risale agli anni '20, il periodo cruciale che segna l'inizio del complesso percorso dell'attore nel mondo del teatro e del varietà.
  • Dettagli sartoriali, il capo presenta la classica linea formale dell'epoca, studiata per integrarsi perfettamente con la giacca a code e sostenere la fisicità dirompente dell'artista sul palco.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

Questi pantaloni rappresentano, unitamente al relativo frac, un vero e proprio cimelio della lunga "gavetta" vissuta da Antonio de Curtis nei teatri di avanspettacolo e varietà dei primi anni del 1900. La loro rilevanza storica risiede nell'essere testimonianza materiale e tangibile del periodo in cui l'artista stava faticosamente forgiando la sua celebre maschera, molto prima di approdare al grande successo cinematografico che lo avrebbe reso un'icona universale. Il fatto che questo specifico corredo sia stato gelosamente conservato nel tempo all'interno del suo baule di scena sottolinea l'immenso valore, non solo professionale ma anche affettivo, che Totò attribuiva ai suoi primi strumenti di lavoro. Essi rimangono il simbolo di una determinazione d'acciaio che, tra sacrifici e palcoscenici di provincia, ha permesso al giovane de Curtis di trasformarsi nel "Principe della risata". Il reperto offre oggi uno sguardo autentico e privilegiato sulle radici sartoriali e umane di uno dei più grandi geni creativi del Novecento italiano.


Questa camicia costituisce un indumento di eccezionale valore personale, un capo che reca i segni distintivi dell'identità nobiliare di Antonio de Curtis, integrando perfettamente la sua raffinata immagine privata con quella pubblica.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione del capo, si tratta di una pregiata camicia a maniche lunghe di colore crema chiaro, realizzata con tessuti di alta qualità.
  • Dettagli del colletto, l'indumento è caratterizzato da un collo dal taglio classico con una specifica chiusura a due bottoni.
  • Segni distintivi, sulla camicia è finemente ricamato uno stemma nobiliare sovrastante la cifra "A", simbolo inequivocabile dell'identità e del lignaggio personale dell'attore.
  • Origine sartoriale, l'etichetta interna riporta la prestigiosa dicitura "Old Bond Street - Roma", a testimonianza della provenienza da una delle più note e rinomate sartorie capitoline dell'epoca.
  • Stato di conservazione, il tessuto presenta alcune macchie distribuite in diverse parti, segni tangibili del tempo e dell'utilizzo quotidiano da parte del proprietario.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

Questa camicia rappresenta un legame diretto e intimo con la dimensione più autentica e aristocratica di Antonio de Curtis. La presenza dello stemma nobiliare sovrastante l'iniziale "A" non è un semplice vezzo estetico, ma sottolinea l'orgoglio profondo per le proprie radici e la cura meticolosa che l'uomo, prima ancora dell'attore, riservava al proprio guardaroba personale. Il marchio "Old Bond Street - Roma" colloca il capo nel contesto d'élite dell'alta sartoria romana, frequentata abitualmente dal Principe per i suoi acquisti privati di classe superiore. Nonostante i segni del tempo, come le lievi macchie riportate nella descrizione, il reperto conserva intatto il fascino di un oggetto vissuto che ha accompagnato de Curtis lontano dalle luci della ribalta, confermando la sua costante ricerca di un'eleganza sobria, distintiva e rigorosa anche nella dimensione quotidiana.


Questo è il costume originale utilizzato per una delle sue più celebri e dissacranti parodie teatrali, quella dell'Otello shakespeariano.

Punti chiave del contenuto

  • Composizione del costume, l'abito è una casacca-gonnello verde bottiglia con maniche a sbuffo, impreziosita da una guarnizione dorata a "V" sul petto e applicazioni di pietre rosse.
  • Dettagli ornamentali, la struttura presenta una larga fascia bordeaux sul gonnello, listelli decorativi sulle maniche sovrastati da vistose piume di struzzo gialle e una fusciacca double-face verde e bordeaux.
  • Elementi di contrasto comico, il rigore del costume è spezzato da un ironico bavaglino bianco applicato con il disegno di una paperetta.
  • Accessori di scena, il corredo include una parrucca nera a boccoli fitti e una borsetta in cartone pressato nero, che reca i segni del tempo e dell'uso.
  • Riferimento professionale, il costume fu indossato dal Principe de Curtis nel 1956 durante la tournèe della rivista "A prescindere", per l'interpretazione del personaggio di "Otello".

Evidenze storico biografiche

Il costume è indissolubilmente legato ad "A prescindere", l'ultima grande rivista teatrale di Nelli e Mangini rappresentata da Totò nel 1956. Questo pezzo non è solo una testimonianza dell'accuratezza sartoriale dell'epoca, ma rappresenta il culmine della carriera teatrale di Antonio de Curtis, catturando l'essenza della sua capacità di decostruire i classici attraverso una comicità surreale e iconoclasta. La presenza di elementi infantili come il bavaglino su un abito di foggia classica sottolinea la genialità dell'attore nel creare un contrasto visivo immediato, capace di scatenare il riso ancor prima della battuta.


La maglia originale utilizzata per dare vita all'iconica figura dell'esistenzialista. Questo reperto non è solo un costume, ma un frammento vivo di quella stagione cinematografica che vide Totò protagonista del primo storico esperimento del colore in Italia.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione del capo, si tratta di una maglietta alla marinara a maniche corte, caratterizzata da righe trasversali di colore bianco e rosso, attualmente sbiadite dal tempo.
  • Dettagli sartoriali, il vestito presenta un tipico scollo a "barchetta" e due pences longitudinali posizionate sul lato anteriore.
  • Riferimento cinematografico, l'indumento è stato indossato da Totò nel film "Totò a colori" per interpretare il ruolo dell'eccentrico esistenzialista.
  • Conservazione e valore, il capo è stato conservato nel baule in quanto legato a un evento cinematografico eccezionale per l'epoca.

Evidenze storico biografiche

La presenza di questa maglietta nel baule è strettamente connessa a una pietra miliare della cinematografia nazionale: "Totò a colori" (1952), il primo lungometraggio italiano realizzato interamente a colori con il sistema Ferraniacolor. L'abito servì a caratterizzare il personaggio dell'esistenzialista, una parodia dei movimenti culturali dell'epoca, dimostrando ancora una volta la capacità di Totò di cogliere e ridicolizzare i costumi della società contemporanea. Il fatto che l'attore abbia deciso di conservare proprio questo costume sottolinea il valore affettivo e storico che egli stesso attribuiva a quella produzione sperimentale, destinata a segnare un'epoca tecnica e artistica.


Ecco un cimelio che testimonia la vera identità di Totò, Principe della risata: la sua storica bombetta nera, simbolo universale della sua maschera comica. Questo reperto non è solo un accessorio, ma un frammento vivo di quella stagione artistica che ha segnato il debutto e l'ascesa di Totò nel panorama dello spettacolo italiano.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto, si tratta di una bombetta nera usurata che riporta all'interno il marchio della prestigiosa ditta "SFORZA - via della Scrofa 114/116 ROMA".
  • Segni del tempo, il cappello presenta evidenti rammendi sia sotto la tesa che sulla falda, a testimonianza del lungo e intenso utilizzo professionale.
  • Origini artistiche, l'accessorio veniva indossato da Antonio de Curtis già nei primi anni del 1900, periodo in cui utilizzava lo pseudonimo "Clerment".
  • Debutto cinematografico, la medesima bombetta è stata utilizzata dall'attore nel 1937 per le riprese del suo primo film, "Fermo con le mani!".

Evidenze storico biografiche

La bombetta conservata nel baule rappresenta l'essenza stessa della genesi artistica di Totò. Il fatto che l'attore l'abbia utilizzata fin dagli esordi nel varietà con il nome d'arte di "Clerment" e l'abbia poi mantenuta per il suo esordio sul grande schermo nel 1937, dimostra il valore quasi totemico che egli attribuiva ai suoi strumenti di lavoro. I rammendi visibili non sono semplici riparazioni, ma cicatrici di una carriera costruita con dedizione, rendendo questo oggetto il testimone diretto del passaggio dalla gavetta teatrale al successo del cinema nazionale.


Un'altra raffinata bombetta nera realizzata da uno dei più prestigiosi cappellai della capitale. Questo reperto non è solo un accessorio, ma un frammento vivo di quella stagione cinematografica che ha visto Totò collaborare con le più grandi spalle del cinema italiano.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto, si tratta di una bombetta nera di alta fattura, prodotta dalla celebre marca "Borsalino" per la "Grande Cappelleria Diretta da Emilio Martiroli", situata in via del Corso a Roma.
  • Dettagli tecnici e finiture, il cappello è di taglia 6 5/8 e presenta una pregiata guarnizione interna in pelle color coloniale arricchita da scritte dorate.
  • Riferimento cinematografico, l'accessorio è stato indossato dal Principe de Curtis nel film del 1956 "Totò, Peppino e i fuorilegge".

Evidenze storico biografiche

La presenza di questa specifica bombetta nel baule di Totò sottolinea l'attenzione quasi maniacale dell'attore per la qualità dei suoi strumenti di scena, affidandosi a firme storiche come Borsalino per definire i tratti della sua maschera. Il legame con la pellicola "Totò, Peppino e i fuorilegge" richiama uno dei sodalizi artistici più fortunati e amati del cinema italiano, quello con Peppino De Filippo, in un'opera che valse a Totò il Nastro d'Argento come miglior attore protagonista. Questo oggetto rappresenta dunque il culmine di una maturità artistica dove l'eleganza del costume si fondeva perfettamente con una comicità ormai consacrata a livello internazionale.


Dal baule di scena di Antonio de Curtis emerge un oggetto intimo e prezioso che riporta direttamente al rito della trasformazione dell'attore: il suo specchio da tavolo personale. Questo cimelio non è solo un attrezzo di scena, ma un frammento vivo della quotidianità professionale di Totò durante gli anni d'oro del varietà.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di uno specchio da tavolo molato, dotato di un supporto posteriore in legno e di una stanghetta in metallo per il posizionamento, simile a un portaritratti.
  • Segni distintivi: la superficie specchiante presenta alcune incrostazioni dovute al tempo, ma il dettaglio più significativo è l'incisione autografa "Totò" realizzata sulla parte posteriore in legno.
  • Contesto d'uso: era lo specchio che il Principe de Curtis utilizzava abitualmente per truccarsi e prepararsi prima di entrare in scena durante le sue celebri esibizioni nel teatro di rivista.
  • Provenienza: il reperto fa parte della collezione condivisa per gentile concessione di Federico Clemente.

Evidenze storico-biografiche

Questo specchio rappresenta il legame più diretto tra l'uomo Antonio de Curtis e la maschera di Totò. L'incisione del nome d'arte sul retro, fatta di proprio pugno, trasforma un oggetto comune in un pezzo unico di storia del teatro italiano. Davanti a questo vetro, l'artista compiva quotidianamente il rito della sua mimica facciale, studiando quei tratti che lo avrebbero reso un'icona immortale. La sua conservazione nel baule di scena sottolinea l'importanza simbolica di un oggetto che ha "visto" nascere, sera dopo sera, le più grandi interpretazioni del Principe della risata.


Un oggetto di straordinario valore umano e simbolico: un centrino di spugna tessuto a mano. Questo reperto non è solo un manufatto artigianale, ma un frammento vivo del profondo legame che univa il Principe della risata alle persone più umili e dimenticate dalla società.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di un centrino in spugna, interamente lavorato a mano, che raffigura le immagini di un coniglietto e di una talpa.
  • Un dono speciale: l'opera fu realizzata e donata a Totò da un gruppo di detenuti del carcere romano di "Regina Coeli".
  • Conservazione affettiva: il Principe de Curtis custodiva questo regalo con estrema cura e affetto all'interno del suo baule, scegliendo per esso la collocazione migliore affinché non subisse danni.

Evidenze storico-biografiche

La presenza di questo centrino nel baule di scena testimonia la grande sensibilità di Antonio de Curtis e il rispetto reciproco che esisteva tra l'artista e gli "ultimi". Il fatto che dei detenuti abbiano scelto di dedicare tempo e perizia manuale per creare un oggetto così delicato per Totò sottolinea quanto la sua figura fosse percepita come vicina e solidale con le sofferenze umane. La decisione dell'attore di conservarlo tra i suoi attrezzi di lavoro più cari eleva questo semplice centrino a simbolo di un'umanità condivisa, che andava ben oltre il successo cinematografico per toccare corde profonde di gratitudine e affetto popolare.


Un guanto sinistro e un calzatore per scarpe. Questi reperti non sono semplici accessori, ma frammenti vivi di una delle ultime e più celebri apparizioni televisive dell'attore.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione degli oggetti: la coppia di cimeli è composta da un guanto sinistro in similpelle di colore scuro, tagliato dal lato del palmo, e da un calzatore per scarpe realizzato in alluminio.
  • Un "furto" di scena: il guanto apparteneva originariamente a Eduardo Clemente; Totò se ne impossessò all'interno degli studi Rai poco prima di andare in scena, decidendo di utilizzarlo per la sua esibizione.
  • L'occasione storica: i due oggetti furono utilizzati il 18 giugno 1966, quando Antonio de Curtis fu ospite di Mina nel celebre programma televisivo "Studio Uno".
  • Lo sketch: durante la puntata, Totò interpretò lo storico sketch "Pasquale" al fianco della sua storica spalla Mario Castellani, improvvisando gran parte della performance proprio grazie all'uso creativo del guanto e del calzatore.

Evidenze storico-biografiche

Questi oggetti rappresentano la quintessenza dell'arte di Totò: la capacità di trasformare elementi quotidiani e fortuiti in strumenti di comicità travolgente. L'episodio del guanto "sottratto" a Eduardo Clemente negli studi Rai rivela l'approccio ludico e immediato che il Principe manteneva nei confronti della recitazione, anche in una fase avanzata della sua carriera. L'esibizione a "Studio Uno" del 1966 resta una delle testimonianze video più preziose del suo talento, dove l'uso del calzatore e del guanto tagliato divenne parte integrante di una maschera che continuava a rinnovarsi attraverso l'improvvisazione, rendendo ogni gesto un pezzo unico di storia dello spettacolo italiano.


Un reperto che testimonia il prestigio e l'orgoglio per i titoli nobiliari del Principe della risata: l'onorificenza dell'Ordine Costantiniano di San Giorgio. Questo oggetto rappresenta un simbolo ufficiale della storia personale e della genealogia di Totò.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di una croce greca di colore rosso vermiglio, decorata al centro con il monogramma cristologico (la "P" sovrapposta alla "X") e le scritte sacre "IHSV", completata dai simboli Alfa e Omega ai lati.
  • Dettagli e montatura: la croce è agganciata a una corona dorata, collegata a sua volta a un nastro-collare in seta con bande longitudinali rosse e grigio perla.
  • Il set completo: l'insieme comprende anche una miniatura della stessa croce, dotata di nastrino da bavero per le occasioni meno formali.
  • Custodia: i cimeli sono conservati nella loro custodia originale verde, che riporta il marchio della prestigiosa ditta "A. Alberti e C. - Milano".
  • Significato storico: l'onorificenza appartiene all'Ordine Costantiniano di San Giorgio, uno dei più antichi ordini cavallereschi, di cui Antonio de Curtis fu insignito ufficialmente.

Evidenze storico-biografiche

Questa onorificenza rappresenta uno dei pilastri dell'identità aristocratica di Antonio de Curtis. Parallelamente alla sua immensa carriera artistica, Totò perseguì con determinazione e per tutta la vita il riconoscimento legale dei propri titoli nobiliari; l'appartenenza a un ordine cavalleresco così prestigioso ne costituiva la conferma tangibile e solenne. La cura meticolosa con cui l'oggetto è stato conservato nel suo baule sottolinea l'importanza fondamentale che l'attore attribuiva al proprio lignaggio, fondendo in un'unica, complessa figura la dignità del nobile e la grandezza del genio comico.


Ulteriore tassello della complessa identità di Antonio de Curtis: due biglietti da visita personali recante l'intestazione "Antonio de Curtis-Gagliardi" (uno con il titolo di Principe). Questi reperti non sono solo uno strumento di presentazione, ma una testimonianza dei vari periodi della sua vita e delle diverse denominazioni che lo hanno accompagnato nel tempo.

Punti chiave del contenuto

  • Tipologia dell'oggetto: si tratta di due biglietti da visita appartenuti ed usati da Antonio de Curtis.
  • Intestazione specifica: il cartoncino riporta ufficialmente il nome "Principe Antonio de Curtis-Gagliardi" (uno con la dicitura "Principe")
  • Valore documentale: gli oggetti illustrano con chiarezza la statura sociale e l'identità aristocratica che il Principe della risata rivendicava con estremo orgoglio.

Evidenze storico-biografiche

Questi biglietti da visita rappresentano la traccia tangibile della costante e appassionata ricerca di riconoscimento ufficiale dei propri titoli nobiliari da parte di Antonio de Curtis. L'uso del cognome "Gagliardi" — legato all'adozione da parte del marchese Francesco Gagliardi Focas — e in uno il titolo di Principe, riflettono una specifica e fondamentale fase della sua tormentata storia personale e genealogica. Custoditi nel baule di scena, questi cartoncini segnano il confine sottile tra l'uomo privato, fiero del proprio lignaggio, e il personaggio pubblico, capace di fondere in un'unica e inconfondibile figura la maestà del Principe e la genialità della maschera.


Analisi dettagliata della vicenda relativa alla nobiltà di Antonio de Curtis e alla falsa sentenza di Avezzano:

Le Origini e il Riconoscimento dei Titoli

Antonio de Curtis nacque come Antonio Vincenzo Stefano, figlio di Anna Clemente, di cui inizialmente portò il cognome. La sua situazione legale e nobiliare seguì un percorso complesso:

  • Adozione: Fu adottato nel 1933 dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas.
  • Riconoscimento paterno: Il padre naturale, il marchese Giuseppe de Curtis, lo riconobbe legalmente soltanto nel 1937.
  • Sentenza del 1945: Nel 1945 il Tribunale di Napoli gli permise di aggiungere vari cognomi e predicati nobiliari, riconoscendogli «il diritto di potersi attribuire il nome della casata ed i titoli». Per ottenere il riconoscimento dei titoli nobiliari che gli spettavano, Antonio de Curtis fu costretto a intraprendere numerose battaglie legali, producendo una vasta quantità di documenti ("raffiche interminabili di carta bollata") e vincendo molte cause civili in vari tribunali d’Italia contro millantatori e individui invidiosi di quelle onorificenze.

Il Falso Documento: La "Sentenza di Avezzano"

La sentenza esibita nel documento (datata 3 dicembre 1914) è un clamoroso falso. Si tratta di uno stratagemma architettato con mezzi truffaldini da un tale Amoroso, nativo di Avezzano.

  • Il contenuto del falso: Il documento simulava la conclusione di un procedimento penale contro Giuseppe de Curtis (padre di Totò) e altri due imputati, accusati di usurpazione di titoli nobiliari. La sentenza assolveva con formula piena i tre imputati.
  • L'inganno del terremoto: Presso il tribunale di Avezzano non si celebrò mai alcun processo. Non fu possibile effettuare controlli perché il Tribunale era completamente crollato a causa del terremoto del 13 gennaio 1915. La sentenza era retrodatata al 3 dicembre 1914 per sfruttare l'impossibilità di verifica dei registri.
  • L'obiettivo di Amoroso: Nel falso, l'Amoroso indicava se stesso come “Altezza Imperiale Principe bizantino”. In realtà, era solo il figlio di un ex usciere del Tribunale che aveva tentato, attraverso il caos post-terremoto, di costruirsi una prova documentale della propria nobiltà.

Come sappiamo Totò nasce come Antonio Vincenzo Stefano da Anna Clemente di cui prese il cognome. Fu adottato nel 1933 dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas; il padre naturale, il marchese Giuseppe de Curtis, lo riconobbe legalmente soltanto nel 1937. Nel 1945 il Tribunale di Napoli gli permise di agg. Antonio de Curtis, per ottenere il riconoscimento dei titoli nobiliari che gli spettavano, fu costretto a sparare raffiche interminabili di carta bollata e vinse molte cause civili in vari tribunali d’Italia contro millantatori e individui invidiosi di quelle onorificenze.

La sentenza che qui viene esibita è un clamoroso falso! Si tratta di uno stratagemma, architettato con mezzi truffaldini e seguendo un disegno criminoso, da un tale Amoroso nativo di Avezzano. Infatti, sarebbe la conclusione di un procedimento penale contro Giuseppe de Curtis, padre di Totò, accusato di usurpazione di titolo nobiliare con altri due imputati. La sentenza assolve con formula piena i tre imputati. Ma dov’è l’inghippo, allora? La verità è che presso il tribunale di Avezzano non si celebrò mai alcun processo e non vi furono imputati e non vi fu mai sentenza.

Già, ma non si poteva effettuare alcun controllo perché il Tribunale di Avezzano era completamente crollato per il terremoto del 13 gennaio 1915, la sentenza era del 3 dicembre 1914, la stampa del 1916 quindi… Leggendola bene si nota che, mentre assolve gli imputati, indica quel tale Amoroso come “Altezza Imperiale Principe bizantino” ma in realtà costui era solo il figlio di un ex usciere del Tribunale di Avezzano! In effetti l’Amoroso aveva tentato, con la complicità del terremoto, di costruirsi una prova documentale della propria nobiltà: da usciere a Principe bizantino… un bel salto!

Baule 065

Baule 067

Baule 067

Un reperto che testimonia la costante attenzione del Principe della risata verso la tutela dei propri diritti e la conoscenza delle norme: una copia del Codice Civile. Questo volume non era un semplice oggetto di consultazione, ma un vero e proprio strumento di difesa personale che Totò riteneva indispensabile per muoversi con sicurezza in ogni circostanza della vita.

Punti chiave del contenuto

  • L'oggetto: si tratta di una copia dei "Codici e Leggi del Regno d'Italia", nello specifico il Codice Civile.
  • Edizione e curatela: il volume appartiene alla prestigiosa collana curata dal Prof. L. Franchi della Regia Università di Torino e pubblicata dall'editore Ulrico Hoepli di Milano (quindicesima edizione).

Evidenze storico-biografiche

La presenza di un Codice Civile tra gli attrezzi di scena conferma la natura meticolosa e l'indole previdente di Antonio de Curtis. Oltre a rappresentare un supporto fondamentale nelle sue celebri e documentate battaglie legali per il riconoscimento dei titoli nobiliari, questo documento ebbe un ruolo cruciale anche nelle vicende più intime della sua vita privata. In particolare, il testo fu consultato durante le complesse controversie legali legate alla separazione dalla moglie Diana Rogliani. La vicenda, culminata con l'annullamento del matrimonio ottenuto in Ungheria, dimostra come Totò non lasciasse nulla al caso, preferendo affidarsi allo studio diretto delle leggi per proteggere i propri interessi e la propria dignità familiare.


Questo oggetto riporta alla memoria l'atmosfera dei camerini e la meticolosa cura per il proprio spazio di lavoro: la storica incerata da tavolo. Questo reperto rappresenta un frammento di vita quotidiana vissuta dietro le quinte durante gli anni d'oro del teatro di rivista.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta della tela incerata che Totò era solito stendere sui tavoli dei suoi camerini per trasformare ogni ambiente nel "suo" spazio.
  • Contesto professionale: l'uso di questo oggetto risale al periodo del teatro di rivista, un'epoca fondamentale per la formazione della maschera e del genio di Totò.

Evidenze storico-biografiche

L'abitudine di coprire il tavolo del camerino con una propria incerata personale rivela molto sul carattere di Antonio de Curtis: un uomo che, pur nella precarietà dei tour teatrali e dei continui spostamenti, cercava di ricreare un ambiente familiare, ordinato e dignitoso ovunque si trovasse. Il camerino non era solo un luogo di preparazione tecnica, ma un rifugio personale dove l'uomo si spogliava dei panni comuni per indossare quelli del Principe della risata. Questo semplice oggetto domestico, trasportato di città in città all'interno del baule, fungeva da base rituale su cui poggiare i trucchi, la spazzola d'argento e gli oggetti cari, segnando il confine invalicabile tra il mondo esterno e lo spazio sacro della creazione artistica.


Baule 084

Dal baule di scena di Antonio de Curtis emerge un accessorio che richiama la meticolosa cura per i dettagli e la praticità necessaria nei camerini d'altri tempi: un tiralacci. Questo strumento, oggi desueto ma un tempo indispensabile, era fondamentale per agevolare l'allacciatura di calzature o capi di abbigliamento dotati di stringhe particolarmente serrate o difficili da maneggiare.

Punti chiave del contenuto

  • L’oggetto: si tratta di un tiralacci, un piccolo utensile metallico con un'estremità a uncino, tipico della valigeria e degli accessori da toilette maschile di inizio Novecento.
  • Contesto professionale: il cimelio veniva utilizzato da Totò per prepararsi velocemente durante i frenetici cambi d'abito dietro le quinte, garantendo una tenuta impeccabile dei suoi stivaletti e dei costumi di scena.
  • Motto iconico: anche a questo piccolo oggetto d'uso quotidiano è associata la celebre espressione "Onorevole? Ma mi faccia il piacere...", firma inconfondibile della sua satira e del suo stile unico.
  • Conservazione: il reperto fa parte della preziosa collezione del baule ed è documentato per gentile concessione di Federico Clemente.

Evidenze storico-biografiche

La presenza di un tiralacci nel baule di Totò sottolinea la sua estrema attenzione per una vestizione rigorosa, elemento imprescindibile per il Principe de Curtis sia nella vita pubblica che sul palcoscenico. In un'epoca in cui l'eleganza maschile non ammetteva trascuratezze, questo strumento permetteva all'artista di gestire con precisione i dettagli più minuti del proprio aspetto, trasformando il rito della preparazione in un momento di estrema concentrazione prima di entrare in scena. Il tiralacci rimane così una testimonianza tangibile della meticolosità artigianale che caratterizzava il mondo del teatro e del varietà, dove ogni piccolo accessorio contribuiva a definire la dignità, il prestigio e la maschera immortale del grande attore.

Il prezioso elemento tessile proveniente direttamente dal baule di scena di Antonio de Curtis, in arte Totò, un oggetto che incarna l'essenza stessa della sua maschera cinematografica.

Punti chiave del contenuto

  • Indumento di scena, si tratta di una giacca a doppio petto di colore nero a righini, pezzo autentico e centrale del guardaroba artistico del Principe della risata.
  • Utilizzo cinematografico, il capo è stato indossato dall'attore in diverse pellicole di rilievo, diventando un elemento iconico e ricorrente della sua immagine sul grande schermo.
  • Filmografia correlata, la giacca compare in titoli storici della commedia italiana quali "Totò le Mokò", "Totò cerca casa" e "Totò cerca moglie".
  • Collaborazioni illustri, i film citati hanno visto Totò recitare al fianco di grandi nomi del cinema come Carlo Ninchi, Gianna Maria Canale, Aroldo Tieri, Yvonne Sanson, Mario Castellani e Marisa Merlini.
  • Regie d'autore, le pellicole in cui è presente l'indumento portano la firma di maestri della regia come Carlo Ludovico Bragaglia, Steno e Mario Monicelli.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

La giacca a doppio petto nera rappresenta una testimonianza tangibile della meticolosa cura che Totò riservava alla costruzione dei suoi personaggi attraverso il costume. Questo specifico indumento attraversa una fase cruciale della produzione cinematografica dell'attore, situata tra la fine degli anni '40 e l'inizio degli anni '50. La sua presenza in opere fondamentali come "Totò le Mokò" (1949), celebre parodia del noir francese, e "Totò cerca casa" (1949), primo grande successo firmato dalla coppia Steno-Monicelli, evidenzia come l'abito non fosse un semplice accessorio, ma un supporto fondamentale alla mimica e alla poetica di Antonio de Curtis. Il perfetto stato di conservazione del reperto offre oggi uno spaccato autentico sulla storia del costume nel cinema italiano e sull'immensa eredità culturale lasciata dal più grande interprete del Novecento.


Questo corpetto costituisce un tassello importante del vestiario di scena di Antonio de Curtis, un capo che completa l'iconografia classica e intramontabile del Principe della risata.

Punti chiave del contenuto

  • Tipologia del capo, si tratta di un gilet autentico, pezzo pregiato proveniente direttamente dal corredo professionale e privato dell'attore.
  • Versatilità scenica, l'indumento è stato utilizzato da Totò in numerose e diverse interpretazioni teatrali e cinematografiche nel corso della sua lunga e prolifica carriera cinematografica e teatrale.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

Il gilet rappresenta un elemento essenziale nella costruzione estetica del personaggio "Totò", contribuendo a definire quell'eleganza singolare, a tratti démodé, che caratterizzava la sua maschera universale. Spesso abbinato al frac d'ordinanza o a ricercate giacche a doppio petto, questo indumento non fungeva da semplice accessorio, ma era uno strumento fondamentale per sottolineare la dignità e, per contrasto, la dirompente vena comica delle figure interpretate da Antonio de Curtis. La sua ricorrente presenza in molteplici pellicole conferma la consuetudine dell'attore di legarsi profondamente a determinati oggetti di scena, considerandoli quasi dei talismani necessari per la perfetta riuscita della sua inimitabile performance artistica. Il recupero di questo reperto offre oggi una prospettiva privilegiata sulla cura artigianale che sottintendeva alla creazione del mito Totò.


Una delle testimonianze più intime e storicamente rilevanti della genesi artistica di Antonio de Curtis, costituendo il legame primordiale e affettivo con la sua futura maschera universale.

Punti chiave del contenuto

  • Identificazione del cimelio, si tratta del primo frac in assoluto indossato da Totò agli albori della sua straordinaria carriera.
  • Collocazione temporale, l'indumento risale ai primi anni del novecento, periodo che segna i primi e difficili passi dell'artista nel mondo dell'avanspettacolo e del varietà.
  • Pseudonimo degli esordi, all'epoca dell'utilizzo di questo abito, l'attore si esibiva ancora con il nome d'arte di "Clerment", prima di imporsi definitivamente come Totò.
  • Stato di conservazione, il capo appare oggi visibilmente usurato, segno tangibile e commovente del lungo e intenso utilizzo durante i duri anni della gavetta teatrale.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

Questo specifico frac rappresenta un vero e proprio "incunabolo" della storia dello spettacolo italiano, documentando il passaggio cruciale di Antonio de Curtis dalla ricerca di un'identità artistica, sotto lo pseudonimo di Clerment, alla nascita del mito intramontabile di Totò. L'evidente usura del tessuto non costituisce un limite, bensì la prova materiale delle innumerevoli serate trascorse sui palcoscenici di provincia, dove tra stenti e sacrifici si stava forgiando quella fisicità e quella mimica dirompente che avrebbero reso il frac il simbolo globale di una nobiltà decaduta intrisa di irresistibile umanità. Custodito per decenni nel baule di scena, questo capo rimane la testimonianza più autentica delle radici familiari e della ferrea determinazione che hanno trasformato un giovane debuttante nel più grande interprete del Novecento.


l mezzo frac costituisce un elemento di altissimo valore storico e drammatico, legato a uno dei momenti più difficili e significativi della carriera di Antonio de Curtis, segnando il confine tra la sua attività dal vivo e la leggenda.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione del capo, si tratta di un mezzo frac nero realizzato in stoffa di peso consistente, caratterizzato da un'abbottonatura a un solo bottone con chiusura da sinistra su destra.
  • Dettagli sartoriali, l'indumento presenta tre bottoni su ciascun polso e una particolare lavorazione posteriore dove la stoffa converge in un triangolo con il vertice rivolto verso il basso all'altezza della vita.
  • Elementi a corredo, il completo comprende pantaloni in lanetta leggera, contraddistinti da un motivo a righe verticali in varie tonalità di grigio.
  • Natura dell'oggetto, il capo non è un semplice costume di scena fornito dalla produzione, ma un abito da cerimonia personale appartenente al guardaroba privato di Totò.
  • Contesto artistico, l'abito fu utilizzato durante l'ultima grande rivista interpretata dall'attore, intitolata significativamente "A prescindere".
  • Rilevanza storica, l'indumento è indissolubilmente legato alla tragica rappresentazione del maggio 1956 presso il teatro Politeama di Palermo, serata in cui Totò fu colpito da una grave emorragia retinica che lo portò alla cecità.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

Questo mezzo frac trascende la sua funzione di manufatto tessile per diventare un testimone oculare della fine della carriera teatrale di Antonio de Curtis. Il suo impiego nella rivista "A prescindere" lo colloca nell'ultima stagione del Totò attore di varietà, culminata nel drammatico evento di Palermo del 1956. La precisione dei dettagli sartoriali, dal taglio del corpetto alla scelta dei pantaloni rigati, restituisce l'immagine di un'eleganza che l'attore scelse di mantenere fino all'ultimo istante sul palcoscenico, anche quando la salute lo costrinse ad abbandonare le scene live. Grazie alla conservazione curata da Federico Clemente, questo reperto permette oggi di ripercorrere l'umanità e la stoica dedizione professionale di un artista che ha segnato un'epoca, offrendo un tributo tangibile alla sua memoria attraverso gli oggetti che lo hanno accompagnato nei momenti più iconici e dolorosi della sua esistenza.


Questo accessorio iconico e assolutamente distintivo, costituisce un accessorio iconico e assolutamente distintivo, parte integrante della maschera teatrale e cinematografica di Antonio de Curtis, un dettaglio che ha segnato in modo indelebile il suo inconfondibile stile visivo.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'accessorio, si tratta di un essenziale nastro nero di tessuto, cimelio autentico proveniente dal corredo professionale dell'artista.
  • Modalità di utilizzo, l'elemento veniva sapientemente annodato al collo da Totò, che lo indossava abitualmente a mo' di papillon stilizzato.
  • Ricorrenza scenica, il nastro è stato un punto fermo del suo abbigliamento, utilizzato dall'attore in moltissime delle sue celebri interpretazioni, sia in ambito cinematografico che nelle apparizioni televisive.

Evidenze storico biografiche o generiche del contenuto

Il nastro nero annodato al collo rappresenta uno dei tratti somatici e vestimentari più forti e immediati della figura di Totò, un dettaglio minimalista che contribuiva a definire l'eleganza eccentrica e la natura quasi marionettistica dei suoi personaggi. La scelta di utilizzare un semplice nastro al posto di un papillon tradizionale o di una cravatta di serie sottolinea la volontà dell'attore di creare un'immagine unica, grafica e fuori dagli schemi, capace di adattarsi con estrema versatilità sia alla bidimensionalità del grande schermo che alla nascente televisione. Questo accessorio, pur nella sua estrema semplicità materica, è diventato un simbolo inseparabile dal suo volto e dalla sua gestualità, testimoniando la geniale capacità di Antonio de Curtis di trasformare piccoli dettagli sartoriali in icone intramontabili della cultura popolare italiana del Novecento.


La parrucca e la celebre borsetta che hanno accompagnato il Principe della risata in alcune delle sue più iconiche performance teatrali e televisive.

Punti chiave del contenuto

  • Accessori di scena storici, il reperto include una parrucca e una borsetta, quest'ultima caratterizzata da un evidente stato di usura che ne testimonia l'intenso utilizzo professionale.
  • Legame con la rivista teatrale, gli oggetti facevano parte del corredo del costume di "Otello", uno dei momenti più celebri della rivista "A prescindere".
  • Versatilità e riutilizzo, la medesima borsetta fu impiegata da Totò anche nello sketch "Il grande maestro", girato per la serie televisiva "TuttoTotò".
  • Provenienza e conservazione, il materiale è parte della collezione di Federico Clemente, che ne ha gentilmente concesso l'uso per finalità divulgative.

Evidenze storico biografiche

Questi accessori rappresentano la continuità tra il teatro di rivista degli anni '50 e la produzione televisiva degli anni '60, evidenziando come Totò fosse affezionato ai propri strumenti di lavoro, capaci di trasformarsi in veri e propri feticci comici. La borsetta, in particolare, diventa un elemento di congiunzione tra la parodia shakespeariana di "A prescindere" (1956) e la serie "TuttoTotò" (1967), confermando come la maschera di Antonio de Curtis riuscisse a rigenerarsi attraverso oggetti semplici ma dotati di una straordinaria carica espressiva.


Dal baule di scena di Totò emerge un pezzo iconico della storia del cinema italiano: il costume originale ispirato al burattino Pinocchio, protagonista di una delle sequenze più celebri del teatro e della cinematografia italiana.

Punti chiave del contenuto

  • Composizione del costume, l'abito è costituito da un giacchettino azzurro in panno con decorazioni a bolli gialli.
  • Elementi inferiori, il completo prevede pantaloni ad altezza ginocchio realizzati nello stesso tessuto, ma di colore giallo con bolli blu.
  • Copricapo coordinato, il corredo è ultimato da un caratteristico cappello a cono che riprende i colori e il motivo dei pantaloni (giallo a bolli blu).
  • Riferimento cinematografico, l'indumento è stato indossato dal Principe de Curtis nel 1952 per il film "Totò a colori", diretto dal regista Steno.
  • Dettaglio della conservazione, nella documentazione fotografica attuale, il costume appare sovrapposto a quello di Otello, testimoniando la stratificazione dei reperti nel baule.

Evidenze storico biografiche

Il costume di Pinocchio è legato a un momento di svolta tecnica e artistica: "Totò a colori" fu infatti la prima pellicola italiana realizzata interamente a colori (Ferraniacolor). La scelta cromatica vivace del costume non era casuale, ma volta a esaltare le potenzialità della nuova tecnologia. La performance di Totò nei panni del burattino, con i suoi movimenti disarticolati e la sua mimica unica, è diventata un simbolo della sua genialità corporea, trasformando questo abito in un cimelio inestimabile della cultura popolare italiana.


Un cimelio che testimonia la straordinaria capacità mimetica del Principe della risata: una fascia elastica per bombetta con una dicitura ironica. Questo reperto non è solo un accessorio, ma un frammento vivo di quella stagione televisiva che vide Totò protagonista di una delle sue ultime e più celebri serie.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'accessorio, si tratta di una fascia elastica di colore nero, simile a un frontino, che riporta la scritta sovrapposta "GUIDA NON AUTORIZZATA" in caratteri stampatelli maiuscoli di colore argento, da applicare su una delle bombette di Totò.
  • Utilizzo scenico, l'elemento decorativo veniva applicato da Totò direttamente sulla sua iconica bombetta.
  • Riferimento televisivo, l'oggetto è stato utilizzato nel 1967 per le riprese dell'episodio "Totò a Napoli", facente parte della serie televisiva "TuttoTotò".
  • Regia e contesto, la serie che ospitò l'uso di questo cimelio fu diretta dal regista Daniele D'Anza.

Evidenze storico biografiche

La presenza di questa fascia nel baule di Totò è legata alla fase finale della sua carriera, rappresentando il suo approdo sul piccolo schermo con la serie "TuttoTotò" del 1967. L'accessorio, con la sua scritta "GUIDA NON AUTORIZZATA", incarna perfettamente la cifra stilistica del Principe de Curtis: un mix di ironia surreale e satira sociale che trasformava un semplice oggetto di vestiario in uno strumento di commedia immediato e dissacrante. La conservazione di questo pezzo specifico sottolinea l'attenzione dell'attore per i dettagli che andavano a comporre la sua maschera intramontabile, anche nell'ultimo anno della sua vita.


Nel baule di scena di Antonio de Curtis emerge una straordinaria visione d'insieme che raccoglie l'eredità visiva del Principe della risata: una collezione dei suoi più celebri copricapo. Questo scenario non rappresenta solo una serie di accessori, ma un compendio della storia del cinema italiano attraverso gli oggetti che hanno definito la maschera universale di Totò.

Punti chiave del contenuto

  • Veduta d'insieme dei copricapo, l'immagine mostra una selezione dei cappelli utilizzati da Totò nel corso della sua vasta produzione cinematografica.
  • Allestimento scenico, gli oggetti sono ritratti mentre sono appoggiati direttamente sul baule di scena originale dell'artista.
  • Varietà dei ruoli, la collezione riflette la poliedricità dell'attore, includendo pezzi provenienti da film diversi che hanno segnato epoche differenti della sua carriera.

Evidenze storico biografiche

Questa raccolta di copricapo costituisce il cuore pulsante della costruzione dei personaggi di Totò, testimoniando come ogni cappello fosse scelto per dare un'identità precisa alle sue maschere, dal nobile decaduto al popolano scaltrito. Il baule di scena, che funge da base per questa esposizione, rimane il custode fisico di una carriera che ha attraversato il varietà, il teatro di rivista e il grande cinema, confermando come Antonio de Curtis curasse personalmente ogni dettaglio del suo abbigliamento scenico per renderlo iconico e immediatamente riconoscibile dal suo pubblico.


Un cimelio che testimonia la straordinaria capacità mimetica del Principe della risata: un cappello di feltro che ha attraversato i capolavori del neorealismo rosa e della commedia all'italiana. Questo reperto non è solo un accessorio, ma un frammento vivo di quella stagione cinematografica che ha visto Totò collaborare con i più grandi maestri e interpreti del grande schermo.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di un cappello realizzato in feltro di colore grigio-verde militare.
  • Dettagli distintivi: il copricapo presenta una banda di stoffa beige alla base della falda, la quale appare visibilmente ridotta nella sua sezione circolare a colpi di forbici.
  • Filmografia d'eccellenza: l'accessorio è stato indossato da Totò in pellicole iconiche come "Guardie e ladri", "La banda degli onesti" (1956), "I soliti ignoti" (1958) e "La legge è legge" (1958).
  • Regie e collaborazioni: il cimelio è legato a lavori diretti da registi del calibro di Camillo Mastrocinque e Mario Monicelli, condividendo la scena con attori come Peppino De Filippo, Giacomo Furia, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni e Fernandel.

Evidenze storico biografiche

Questo cappello rappresenta uno degli strumenti scenici più versatili di Totò, capace di adattarsi a personaggi diversi ma accomunati da una profonda umanità, come il falsario de "La banda degli onesti" o il "maestro" de "I soliti ignoti". La modifica artigianale della falda sottolinea l'attenzione personale dell'attore nella costruzione della propria maschera, adattando gli oggetti per renderli funzionali alla resa estetica e psicologica del personaggio. La sua presenza in film premiati e celebrati internazionalmente lo consacra come uno dei pezzi più significativi dell'intera collezione di scena di Antonio de Curtis.


Questa paglietta non è solo un accessorio, ma un frammento vivo di quella stagione cinematografica che ha visto Totò protagonista di un sodalizio intellettuale e poetico senza precedenti.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di una paglietta di colore coloniale.
  • Dettagli estetici: il copricapo presenta una banda di stoffa alla base della falda, appare molto sbiadita dal tempo e ha l'interno di colore nero.
  • Capolavoro cinematografico: l'accessorio è stato indossato da Totò nel 1966 per la sua interpretazione nel film "Uccellacci e uccellini".
  • Collaborazioni d'autore: l'oggetto è legato alla celebre regia di Pier Paolo Pasolini e alla recitazione al fianco di Ninetto Davoli.

Evidenze storico biografiche

La paglietta conservata nel baule rappresenta il legame di Totò con il cinema d'autore più impegnato e rivoluzionario degli anni '60. L'utilizzo di questo specifico copricapo in "Uccellacci e uccellini" (1966) segna un momento di svolta nella filmografia del Principe de Curtis, che sotto la guida di Pier Paolo Pasolini riuscì a fondere la sua maschera comica con una profonda riflessione filosofica e sociale. Il fatto che questo oggetto sia stato preservato sottolinea l'importanza di una pellicola che valse a Totò una menzione speciale al Festival di Cannes e il Nastro d'Argento, consacrando definitivamente la sua grandezza oltre i confini della commedia tradizionale.


Dal baule emerge un cimelio che riporta alla meticolosa preparazione del Principe della risata prima di salire sul palco: un coperchio di metallo utilizzato come raccoglitore per il trucco. Questo oggetto, apparentemente comune, era un elemento essenziale durante gli anni d'oro del teatro di rivista.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di un coperchio rotondo di metallo appartenente originariamente a una confezione di "Hollywood Extra Theatrical (Cleansing) Cold Cream".
  • Dettagli e scritte: il coperchio riporta la dicitura della marca con lo slogan "high quality - sensibly priced" e l'indicazione della provenienza da Los Angeles.
  • Contenuto e utilizzo: all'interno è ancora presente del fondotinta originale ormai solidificato; Totò utilizzava abitualmente questo coperchio come tavolozza per miscelare i materiali da trucco durante le sue esibizioni.
  • Provenienza: il reperto fa parte della collezione condivisa per gentile concessione di Federico Clemente.

Evidenze storico-biografiche

L'uso di questo coperchio come tavolozza improvvisata per il trucco testimonia l'ingegno e la praticità di Totò nel gestire i propri strumenti di scena. La scelta di un contenitore per prodotti teatrali professionali americani ("Hollywood Extra") sottolinea la qualità dei materiali che l'artista prediligeva per creare la sua inconfondibile maschera. Questo oggetto conserva ancora le tracce fisiche del suo lavoro, offrendo uno sguardo diretto e autentico sul rito quotidiano della trasformazione di Antonio de Curtis nel personaggio che ha incantato generazioni di italiani.


Un oggetto che svela il lato più intimo e spirituale del Principe della risata: una copia de "Il Santo Vangelo di N.S. Gesù Cristo". Questo piccolo volume non è solo un testo sacro, ma un compagno di viaggio che testimonia la dimensione privata e la fede di Totò.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di una copia de "Il Santo Vangelo di N.S. Gesù Cristo" caratterizzata da una copertina screziata.
  • Dettagli editoriali: il volume è un'edizione della Pia Società San Paolo di Roma, datata 12 settembre 1943.
  • Abitudini personali: Antonio de Curtis era solito portare questo libro sempre con sé, facendone un elemento costante della sua quotidianità e dei suoi spostamenti.
  • Riflessione sulla fede: la presenza di questo oggetto conferma la natura di credente dell'attore, il quale, pur definendosi poco praticante, manteneva un legame profondo e personale con la spiritualità.

Evidenze storico-biografiche

Il Vangelo conservato nel baule rappresenta un ponte tra la maschera pubblica di Totò e l'uomo Antonio de Curtis. La datazione dell'edizione (1943) colloca l'oggetto in un periodo storico drammatico per l'Italia, suggerendo come la fede potesse rappresentare per l'artista un punto di riferimento e di conforto nei momenti di incertezza. Custodire il testo sacro tra i propri attrezzi di scena evidenzia come, per il Principe della risata, non vi fosse separazione tra la vita professionale e quella spirituale, elevando il piccolo libro a simbolo di una devozione discreta, ma estremamente sentita.


Due oggetti che testimoniano un momento particolarmente delicato e privato della vita del Principe della risata: due paia di occhiali da vista speciali. Questi reperti non sono legati alla sua attività cinematografica, ma alla quotidiana e coraggiosa convivenza dell'attore con la malattia agli occhi.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione degli oggetti: si tratta di due paia di occhiali di forte ingrandimento dotati di lenti speciali.
  • Dettagli tecnici: le lenti sono di marca "Yena", di pregiata fabbricazione tedesca (Made in Germany).
  • Accessori: gli occhiali sono conservati con cura all'interno di una custodia marrone di tipo rigido.
  • Contesto d'uso: questi speciali supporti visivi venivano utilizzati da Antonio de Curtis in ambito domestico, dopo essere stato colpito dalla grave patologia agli occhi che ne compromise progressivamente la vista.

Evidenze storico-biografiche

La presenza di questi occhiali nel baule offre uno sguardo commovente sulla fragilità umana di un artista che, nonostante la semi-cecità, non smise mai di lavorare e di regalare sorrisi al suo pubblico. L'utilizzo di lenti tedesche di alta precisione sottolinea il tentativo tenace di Antonio de Curtis di mantenere un legame con il mondo visibile e con i suoi affetti più cari. Questi oggetti rappresentano il coraggio di un uomo che ha affrontato l'oscurità con estrema dignità, trasformando la propria sofferenza in una lezione di vita che va oltre la sua immensa eredità artistica.


Due scatole di sigarette trasformate in ingegnosi contenitori per gli attrezzi del mestiere, testimonianza della vita itinerante e della spiccata praticità del Principe della risata.

Punti chiave del contenuto

  • La scatola "Turmac Rouge": una confezione rettangolare di metallo rosso delle sigarette abitualmente fumate da Totò. Al suo interno custodiva l'occorrente per le sue celebri trasformazioni: un naso finto, baffi, due barbe con sei forcine, una grande spilla da balia nera e una ricarica per biro.
  • La scatola "Simon Arzt": un contenitore metallico di sigarette egiziane ("Egyptian Cigarette Manufactory - Alexandria - Egypt") riutilizzato come kit di emergenza e piccola manutenzione.
  • Contenuto del kit Simon Arzt: la scatola ospitava una spagnoletta di filo nero "Filfort" con ago, un ditale ovalizzato dall'uso, lamette da barba di marca "Gillette" e "Oxford", quattro chiodi di varie misure (uno dei quali vistosamente storto) e un temperino pubblicitario.
  • Il temperino "Liquore Strega": un piccolo strumento a due lame (di cui una sola superstite) recante la dicitura pubblicitaria del celebre liquore della ditta "Alberti - Benevento".

Evidenze storico-biografiche

Questi oggetti rivelano l'aspetto più pragmatico e squisitamente artigianale del lavoro di Totò. L'abitudine di riutilizzare le scatole delle proprie sigarette preferite per conservare baffi finti, barbe e piccoli strumenti di cucito o ferramenta mostra un artista abituato ai tempi serrati e agli spazi ristretti dei camerini del teatro di rivista. In particolare, il kit "Simon Arzt", con i suoi chiodi e il filo nero, racconta di un attore pronto a riparare personalmente i piccoli imprevisti della scena o del costume, confermando come la perfezione della sua maschera poggiasse su un'organizzazione meticolosa e quasi maniacale di ogni minimo dettaglio tecnico.


Serie di reperti che illustrano la complessa identità aristocratica e la statura sociale del Principe della risata: un set di biglietti da visita personali. Questi cartoncini rappresentano le cronache dei vari periodi della sua vita e delle diverse intestazioni che lo hanno accompagnato.

Punti chiave del contenuto

  • Tipologia dell'oggetto: si tratta di un insieme di biglietti da visita appartenuti ad Antonio de Curtis.
  • Varietà di intestazioni: il set comprende biglietti con differenti titoli e nomi, a testimonianza dei diversi momenti della sua esistenza e dei riconoscimenti ottenuti.
  • Titoli riportati: tra le diciture figurano nomi solenni come "Antonio de Curtis Griffo Focas Principe Imperiale di Bisanzio", "Principe Antonio Focas Flavio Comneno de Curtis" e "Principe Antonio de Curtis dei Griffo Focas".

Evidenze storico-biografiche

Questi biglietti da visita rappresentano la traccia tangibile della lunga e tenace battaglia legale intrapresa da Antonio de Curtis per il riconoscimento ufficiale dei suoi titoli nobiliari. Le diverse intestazioni — che spaziano dal riferimento all'Impero di Bisanzio ai casati dei Focas e dei Comneno — riflettono l'evoluzione del suo status e la sua profonda, quasi sacrale, convinzione riguardo alle proprie origini aristocratiche. Custoditi nel baule di scena, questi cartoncini segnano il confine sottile tra l'uomo privato, orgoglioso del suo lignaggio, e il personaggio pubblico, capace di ironizzare su quegli stessi titoli, fondendo in un'unica e inconfondibile figura la maestà del Principe e la genialità della maschera.


Dal leggendario baule di scena di Antonio de Curtis emerge un documento di immenso valore storico e umano: il copione originale del film "Il padre di famiglia". Questo reperto rappresenta l'ultimo atto professionale di Totò, testimoniando i suoi estremi istanti di vita trascorsi sul set.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione del documento: si tratta della sceneggiatura originale (ultima stesura marzo 1967) firmata da Ruggero Maccari e Nanni Loy, per la regia di quest'ultimo.
  • L'ultimo ciak: il copione riporta una nota autografa di Edoardo Clemente che descrive in modo toccante l'ultima scena girata da Totò tra l'11 e il 12 aprile 1967.
  • Il tragico epilogo: la scena, che curiosamente seguiva un funerale, fu il preludio alla scomparsa dell'artista, avvenuta la notte del 15 aprile alle ore 3:35.
  • Dettagli editoriali: il volume è stato prodotto dalla storica Copisteria "Attila" di Roma.
  • Passaggio di testimone: a causa della prematura scomparsa del Principe de Curtis, il ruolo venne successivamente affidato a Ugo Tognazzi.

Evidenze storico-biografiche

Questo copione non è una semplice sceneggiatura, ma il "diario di bordo" della fine di un'era per il cinema italiano. Il fatto che Totò abbia lavorato fino a pochissime ore prima della morte, girando una scena che paradossalmente evocava il tema del lutto, aggiunge una venatura di tragica ironia alla sua biografia. La conservazione di questo testo nel suo baule, arricchita dalle annotazioni di chi gli era vicino come Edoardo Clemente, eleva l'oggetto a vera e propria reliquia laica, segnando la chiusura definitiva del capitolo della sua straordinaria esistenza proprio mentre era ancora impegnato nel suo amato mestiere.


Dal baule di scena di Antonio de Curtis emerge la disposizione interna che custodiva i suoi segreti più preziosi: una struttura rigorosamente organizzata in tre cassettiere. All'interno di questi scomparti venivano conservati con cura estrema gli oggetti che accompagnavano la vita quotidiana, spirituale e professionale del Principe della risata.

Punti chiave del contenuto

  • Organizzazione interna: il baule è dotato di tre cassettiere estraibili, progettate per la custodia sicura e ordinata dei cimeli.
  • Oggetti conservati: tra i reperti ospitati in questi spazi figurano la spazzola d'argento con le iniziali "AdC", il piccolo volume del Vangelo e le iconiche scatole metalliche del trucco.
  • Gestione dei reperti: la documentazione e la conservazione di questi spazi sono rese possibili grazie alla preziosa e gentile concessione di Federico Clemente.

Evidenze storico-biografiche

La complessa organizzazione delle cassettiere all'interno del baule rivela un aspetto fondamentale della personalità di Totò: una meticolosità quasi rituale nella gestione dei propri strumenti di lavoro e degli affetti personali. Il fatto che oggetti profondamente diversi tra loro — come il Vangelo, una spazzola d'argento e il materiale per il trucco — fossero riposti negli stessi scomparti sottolinea, ancora una volta, come per Antonio de Curtis non vi fosse una netta separazione tra la dimensione spirituale, la cura dell'immagine e la costruzione della maschera scenica. Ogni cassetto del baule non custodiva semplici oggetti, ma frammenti di un'identità sfaccettata che ha segnato indelebilmente la storia dello spettacolo italiano.


Un volume che testimonia l'interesse del Principe della risata per la macchina burocratica e normativa del Paese: una copia dell'"Ordinamento dello Stato Civile". Questo reperto non è solo un testo tecnico, ma un documento che riflette la precisione e l'attenzione di Totò verso le istituzioni e le regole che governano la cittadinanza.

Punti chiave del contenuto

  • Descrizione dell'oggetto: si tratta di una relazione-indice sull'Ordinamento dello Stato Civile.
  • Dettagli editoriali: il volume è una prima edizione pubblicata dalla "Libreria dello Stato" di Roma, datata 1939 (anno XVII dell'Era Fascista).
  • Contesto storico: la pubblicazione risale a un periodo di profonda riorganizzazione amministrativa in Italia, fornendo uno spaccato dettagliato delle norme vigenti in quell'epoca.

Evidenze storico-biografiche

La presenza di un testo sull'ordinamento dello stato civile nel baule di Totò offre una prospettiva inedita sulla sua figura, rivelando una curiosità intellettuale che andava ben oltre il mondo dello spettacolo. Questo interesse per le norme civili appare strettamente legato alla sua lunga e documentata battaglia per la legittimazione dei titoli nobiliari e della propria complessa identità anagrafica. Custodire un testo ufficiale dello Stato tra i propri attrezzi di scena suggerisce come, per Antonio de Curtis, la comprensione delle leggi e delle procedure formali fosse uno strumento fondamentale per navigare tra la propria dimensione privata di nobile e quella pubblica di artista, rendendo questo libro un silenzioso alleato nelle sue personali rivendicazioni di diritto.


Alcuni volumi che offrono uno sguardo privilegiato sulla sua dimensione spirituale e sul suo legame con i grandi autori del Novecento italiano: due preziosi libretti di devozione e tre opere iconiche di Cesare Zavattini.

Punti chiave del contenuto

  • Opere religiose: Il baule custodiva due piccoli volumetti intitolati "Massime eterne", opera del dottore della Chiesa e santo napoletano Alfonso Maria de Liguori.
  • La trilogia di Cesare Zavattini: Sono presenti tre testi fondamentali che hanno segnato la letteratura e il cinema del dopoguerra: "Parliamo tanto di me", "I poveri sono matti" e "Io sono il diavolo".
  • Conservazione: Questi cimeli appartengono alla collezione documentata e sono stati resi disponibili per gentile concessione di Federico Clemente.

Evidenze storico-biografiche

La compresenza di questi testi all'interno del baule rivela la profonda dualità dell'anima di Totò. Da un lato, le "Massime eterne" testimoniano una religiosità intima, tradizionale e profondamente radicata nella cultura partenopea, improntata alla riflessione sul destino ultimo dell'uomo. Dall'altro, i volumi di Cesare Zavattini rappresentano l'affinità elettiva dell'attore con il padre del neorealismo e con una narrazione capace di indagare, tra surreale e grottesco, le contraddizioni della società e la condizione degli "ultimi". Questo accostamento tra fede popolare e avanguardia culturale sottolinea, ancora una volta, la straordinaria complessità intellettuale del Principe de Curtis, capace di spaziare con naturalezza tra la devozione mistica e le vette della sperimentazione artistica del suo tempo.


Questo documento testimonia il profondo legame dell'artista con una delle figure più innovative e visionarie della cultura italiana del Novecento: il volume che raccoglie la celebre trilogia di Cesare Zavattini.

Punti chiave del contenuto

  • L'opera: si tratta di un volumetto edito da Bompiani che riunisce tre dei testi più dissacranti e originali di Cesare Zavattini: "Parliamo tanto di me", "I poveri sono matti" e "Io sono il diavolo".
  • Caratteristiche: il documento attesta la presenza fisica di questi testi tra gli oggetti personali che Totò custodiva con cura e portava con sé durante i suoi spostamenti professionali.
  • Conservazione: la testimonianza di questo prezioso cimelio è resa possibile grazie alla gentile concessione di Federico Clemente.

Evidenze storico-biografiche

La presenza delle opere di Zavattini nel baule di Totò non è affatto casuale. Cesare Zavattini, teorico del Neorealismo e sceneggiatore tra i più geniali del nostro cinema, condivideva con il Principe de Curtis una visione del mondo capace di oscillare costantemente tra l'analisi amara della realtà e l'esplosione del surreale. Possedere e consultare questi testi suggerisce come Totò non fosse soltanto un interprete d'istinto, ma un artista estremamente attento alle correnti letterarie e cinematografiche più fertili del suo tempo. In Zavattini, Totò trovava una sponda intellettuale perfetta per la sua personalissima "commedia umana", sospesa tra miseria e nobiltà, tra la cronaca quotidiana e l'invenzione fantastica più sfrenata.


Baule 079

Baule 080

Questo reperto che svela l’aspetto più artigianale e intimo della trasformazione del Principe della risata: una storica scatola di latta di sigarette Turmac, riutilizzata come custodia per gli attrezzi del mestiere.

Punti chiave del contenuto

  • L'oggetto: si tratta di una scatola di latta originale di sigarette Turmac (varietà "rossa"), un marchio molto diffuso all'epoca.
  • Contenuto: la scatola non ospitava tabacco, ma veniva usata da Totò per custodire elementi essenziali del suo trucco scenico, tra cui una barba finta, baffi e un naso di gomma.
  • Motto iconico: anche in associazione a questo cimelio risuona la celebre espressione "Onorevole? Ma mi faccia il piacere...", simbolo della sua dissacrante satira verso il potere e i costumi del tempo.
  • Conservazione: il prezioso reperto è documentato e conservato per gentile concessione di Federico Clemente.

Evidenze storico-biografiche

Il riutilizzo di una comune scatola di sigarette per conservare componenti così delicati e fondamentali come baffi e nasi finti rivela l'anima più autentica e "pratica" del lavoro di Totò. Per il Principe de Curtis, questi piccoli oggetti non erano semplici accessori, ma le estensioni fisiche necessarie per dar vita alla sua "maschera", permettendogli di trasformarsi istantaneamente nei mille personaggi che hanno popolato i suoi film e le sue riviste. La scelta di contenitori improvvisati ma funzionali sottolinea la realtà della vita di tournée, dove il baule diventava un vero e proprio laboratorio viaggiante, capace di racchiudere in pochi centimetri di latta l'intera officina creativa di un genio dello spettacolo.


Baule 083

Un accessorio che richiama immediatamente l'eleganza formale e la meticolosa cura del dettaglio tipiche della sua epoca: una ghetta. Questo reperto rappresenta un elemento distintivo del vestiario maschile classico, trasformato da Totò in un pezzo fondamentale del suo inconfondibile corredo artistico.

Punti chiave del contenuto

  • L'oggetto: si tratta di una ghetta, la classica protezione in tessuto che veniva indossata sopra la scarpa e la caviglia, simbolo di un'eleganza d'altri tempi.
  • Contesto professionale: il cimelio è stato utilizzato dall'attore in numerose rappresentazioni, diventando un elemento ricorrente sia sulle tavole del palcoscenico che sui set cinematografici.

Evidenze storico-biografiche

La presenza della ghetta nel baule di Totò sottolinea la sua estrema attenzione per la costruzione visiva e "architettonica" dei suoi personaggi. Se nell'abbigliamento quotidiano di Antonio de Curtis l'eleganza era un segno di naturale distinzione nobiliare, sulla scena la ghetta diventava spesso uno strumento per sottolineare il paradosso dei suoi ruoli: maschere che cercavano disperatamente di mantenere un'aura di dignità e rigore formale pur muovendosi in contesti di esilarante precarietà o assoluta miseria. Questo accessorio, fedele compagno di mille tournée, testimonia la continuità tra la grande tradizione del varietà e le indimenticabili interpretazioni del Principe sul grande schermo, dove il dettaglio dell'abito contribuiva a rendere immortale il personaggio.

 


Esperienze di camerino: Totò è perplesso. Prese le misure ha dovuto convincersi che il suo vecchio baule-armadio non è in grado di ospitarlo

«Teatro», anno II, n.5, 1 marzo 1950


La parte sinistra è congegnata in modo da accogliere abiti lunghi, quindi è costituita da un ampio vano con due tubolari cromati all’interno per appendere gli abiti (i due tubolari sono telescopici in modo da poterli estendere in avanti). Su detti tubolari sono poste 4 (quattro) grucce appendiabiti in legno chiaro costruite in modo da alloggiarvi e 4 (quattro) grucce appendiabiti simili alle prime ma con ganci alle estremità in metallo che ne consentono l’aggancio. La faccia superiore di questa sezione del baule è completamente ribaltabile a 90°; nella parte inferiore è alloggiata ad incastro una scarpiera asportabile in legno con una maniglia in metallo centrale e due chiusure a scatto. Tutto l’interno, compreso l’esterno della scarpiera, è ricoperto di raso blu.

Il baule personale di Totò è di legno di colore blu molto scuro con angoliere coprispigoli a borchietta in metallo dorato e listelli di legno riportati sporgenti sulle facce lunghe, sempre dello stesso colore. Le dimensioni sono: cm 139 x 56 x 56. Il baule poggia su una base minore guarnita di spigoliera dotata di quattro cuscinetti a sfera. Nella faccia anteriore presenta, nel quadrante superiore sinistro, una targhetta metallica con sovrastampato “MASSIMO CAVALLOTTI – PREMIATA FABBRICA BAULI – MILANO”. Sulle facce laterali sono applicate due maniglie in cuoio per il trasporto.

La parte destra presenta, nella metà superiore, un vano portaoggetti, sulla sinistra, chiuso da uno sportellino quadrato, rivestito in raso blu con riquadri in pelle dello stesso colore, con due cerniere cromate e chiusura superiore in pelle e fermo cromato. Sulla destra di detto vano compaiono tre cassettini rivestiti in raso blu con riquadri in pelle e maniglie cromate. Nella parte inferiore compaiono tre cassetti di cm 54 x 14 rivestiti di raso blu con riquadri di pelle e due maniglie cromate ciascuno; un cassetto di cm 54 x 20 rivestito di raso blu con riquadri di pelle e due maniglie cromate; un cassetto di cm 54 x 25 rivestito di raso blu con riquadri di pelle e due maniglie cromate. 


Così la stampa dell'epoca


Nuovo servizio della TV sul comico

Ritrovati i calzoni a saltafossi di Totò

Aperto, a distanza di tredici anni dalla morte. il baule dell'artista. Testimonianze di Trottolino, Beniamino e Rosalia Maggio e Angela Luce

NAPOLI - A distanza di 13 anni dalla morte di Totò (15 aprile 1967) è stato riaperto per la prima volta il suo baule teatrale. L'avvenimento è stato filmato da «Gulliver», la terza pagina del Tg2 curata da Ettore Martina ed Emilio Ravel in occasione di un servizio dedicato alle «radici» di Totò.

il prezioso cimelio custodisce alcuni abiti di scena e oggetti a cui il principe De Curtis era particolarmente affezionato: il costume e la parrucca di Otello ( personaggio da lui interpretato in chiave e caricaturale), due dei suoi classici con calzoni a saltafosso, la casacca azzurra a palline bianche di Pinocchio, la divisa di ufficiale indossata in un film in cui faceva il comandante, il cappello del film Uccellacci e uccellini ( di Pasolini), quello di Guardie e ladri, il berretto colorato de L'imperatore di Capri e le due bombette da cui non si separava mai. In più la sua scatola del trucco( una misera scatola di latta), lo specchietto e una spazzola d'argento con le iniziali principesche e, infine, la custodia dei biglietti da visita.

Antonio Lubrano, autore del servizio col regista Pino Passalacqua, ha ritrovato il baule di Totò in casa di Edoardo Clemente, cugino del grande attore, che ha seguito come segretario Totò dal 1950 al 1967.
Le radici di Totò - che Gulliver manderà in onda presumibilmente martedì 13 maggio - tenta di ricostruire il clima in cui è nata la maschera di Totò, portando l'attenzione sugli anni che vanno dal 1898 al 1922: che cosa erano, per esempio, le «periodiche» che videro il debutto di Totò come imitatore di Gustavo de Marco, com'era il varietà di allora (attraverso i ricordi di Trottolino, Beniamino Maggio e la collaborazione di Angela Luce che fa rivivere Maria Campi, l'inventrice della «mossa»), il panorama sociale attraverso le testimonianze della scrittrice Maria Luisa D'Aquino e del commediografo Elvio Porta.

«Il Mattino», 25 aprile 1980


In TV i costumi di scena più famosi

Stasera Gulliver riapre il baule teatrale di Totò

ROMA

Stasera Gulliver, la terza pagina del Tg2, riapre il baule teatrale di Totò, a tredici anni dalla sua morte (15 aprile 1967). Del prezioso cimelio si erano perse le tracce. In realtà, esso era ben custodito in casa di Eduardo Clemente, cugino del principe della risata e suo segretario dal '50 al '67.

Gli inviati di Gulliver lo hanno filmato a Pollena Trocchia un paesino dell'hinterland napoletano. Il baule contiene i costumi di scena a cui Totò era più affezionato il famoso tight con i calzoni al saltafosso, la casacca a palline di Pinocchio, una coloratissima zimarra con la quale ironizzò su Otello nella rivista A prescindere; le sue bombette, il cappello di Guardie e ladri e quello di Uccellacci e uccellini (girato con Pasolini). Se a Napoli non dovesse sorgere la Tototeca — com'è nel voti dell'amministrazione comunale — Clemente donerebbe il baule al Museo di S. Martino, dove sono custoditi altri costumi e altre maschere: celebri. Sicché, la bombetta di Totò figurerebbe accanto alla maschera di Pulcinella.

Il servizio di Gulliver, dedicato alle «radici» di Totò, 6 stato realizzato da Antonio Lubrano e dal regista Pino Passalacqua (gli stessi che per Gulliver ricostruirono il volo di Milano del 1930, effettuato dall'antifascista valdostano Bassanesi). Sul clima nel quale si formò la comicità di Antonio De Curtis parlano gli alunni della sua stessa scuola comica, Beniamino Maggio e Trottolino; sul clima sociale di fine Ottocento primi Novecento parlano invece gli scrittori Maria Luisa D'Aquino ed Elvio Porta.

«La Stampa», 13 maggio 1980


A «Gulliver» le radici di Totò: un problema...

Anche «Gulliver», la «terza pagina» del TG 2 curata da Ettore Masina ed Emilio Ravel, è andata alia scoperta di Totò. E di scoperta bisogna parlare, visto che il servizio che vedremo questa sera ci presenta un Totò poco conosciuto, quello delle origini, del palcoscenici del varietà e della rivista degli inizi degli anni 20. Lì, dietro le quinte, il giovane del rione Sanità si segnava le battute e le scenetta (come rivela Cleo Miranda, in quei tempi canzonettista di vaglia e moglie di Gustavo De Marco,

Il primo, ed unico, «maestro» di Totò). Antonio Lubrano e Pino Passalacqua, i due giornalisti che hanno realizzato il servizio, hanno ficcato il naso anche nel baule-guardaroba di Totò, conservato come una reliquia dal cugino-segretario Eduardo Clemente. Ma quella vis comica da dove nasce? Anche quando il fatto spettacolare è di importazione, come, ad esemplo. Il café-chantant, esso si innesta e si impregna, venendone stravolto, dalle condizioni sociali di una realtà fatta di miseria e di paura. E’ insomma l'antica fame di Pulcinella che fa capolino.

Gianni Cerasuolo, «L'Unità», 13 maggio 1980


Mostre, eventi e celebrazioni nei luoghi nei quali è stato esposto il baule di scena

Teatro “Politeama” - Napoli

14/15 febbraio 1998

L'Ente Autonomo "Antonio de Curtis", con la direzione artistica di Aldo Giuffrè
in occasione del centenario della nascita di Totò ha organizzato la mostra antologica "Dal baule di Totò"

Baule Toto Mostra Napoli 1

Baule Toto Mostra Napoli 2

Baule Toto Mostra Napoli 3


Associazione Culturale “La corte sveva” – Palazzo Chieppa Andria (Ba)

25/26 aprile 1998


Teatro “Garofalo” - “VIII Premio Totò” - Battipaglia (Sa)

10/11 ottobre 1998

L'Ente Autonomo "Antonio de Curtis", con la direzione artistica di Aldo Giuffrè
presenta l'VIII edizione del Premio Totò.
Nell'occasione è stata organizzata la mostra antologica "Dal baule di Totò"

Baule Toto Mostra Battipaglia


Teatro Comunale Alessandria

7/8 novembre 1998


Teatro “La Pergola” Firenze

10/15 novembre 1998


Così la stampa dell'epoca

Ut voilà, il baule di Totò

Firenze: in mostra abiti, foto e locandine

Era nato cento anni fa, Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis. Principe imperiale di Bisanzio. Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero: per tutti noi semplicemente Totò. L’attore comico che più di ogni altro ha lasciato un'impronta indelebile nel teatro e nel cinema italiano di questo secolo. Nell’anniversario del centenario della sua nascita è stata allestita la mostra itinerante «Nel baule di Totò» aperta fino a domani nel Sa-loncino del Teatro della Pergola di Firenze, in contemporanea con lo spettacolo «Il medico dei pazzi» di Eduardo Scarpetta nella regia di Aldo Giuffrè, che nel 1954 fu partner di Totò nella versione cinematografica.

C’è una storia curiosa dietro a questa mostra. Una storia che pare una favola e che ruota intorno al baule del grande attore, custodito intatto con tutti i suoi segreti da Eduardo Clemente, cugino di Totò, ma anche suo fedele custode e segretario per tutta la vita. Tanto da vegliare gelosamente fino alla sua morte su questo baule.

Adesso il figlio Federico ha permesso di aprire il baule e di mostrare al pubblico gli oggetti personali del comico napoletano. Come per una magia, a quasi quarant'anni dalla scomparsa di Totò. Sono saltati fuori due tight neri - curioso quello completo di pantaloni a «zampa-fosso» - l’immmarcescibile bombetta, una calzamaglia con bretelle, i pennacchi da bersagliere, un piccolo specchio da tavolo, il necessaire per il trucco e un grosso ferro di cavallo di sicuro valore scaramantico. Se gli abiti di scena richiamano alla memoria le immagini dei film e i personaggi interpretati da Totò, ci sono oggetti che invece evocano momenti più intimi e più privati. Le scatole delle amate sigarette Tormac rouge, usate come contenitore del naso finto. della barba e dei baffi finti.

Il fondotinta di marca Hollywood Extra che sembra provenire dai tempi del cinema muto. E poi le foto di famiglia il prontuario di citazioni latine, la caminia d’avorio con lo stemma imperiale. Completano la mostra una bella serie di fotografie e di gigantografie a colori, un gran numero di documenti d'epoca e di locandine di spettacoli teatrali.

Viviano Vannucci, «Il Tirreno», 14 novembre 1998


Teatro Comunale “G. Borgatti“ - Cento (Fe)

18/19 dicembre 1998 


Chiostro del Convento (Municipio) - Montecorvino Pugliano (Sa)

29 settembre - 1 ottobre 2006

Nell'occasione è stata organizzata la mostra antologica "Dal baule di Totò" 

Galleria fotografica della mostra


Salone “Margherita” – Napoli – Festival “Emozioni Napoli 2007” – “La lunga notte di Totò”

7/9 aprile 2007


Castello Mediceo – Ottaviano (Na)

6/10 maggio 2007

Nell'occasione è stata organizzata la mostra antologica
"Mostra degli oggetti personali e di scena del Principe della risata" 

Galleria fotografica della mostra


Teatro “Totò” – Napoli - “Totò 110 e lode”

31 gennaio - 17 febbraio 2008

Spettacolo con Angela Luce, Vito Cesaro, Antonino Miele – regia di Vito Molinari
Nell'ambito della manifestazione, l'Ente Autonomo "Antonio de Curtis"ha organizzato la mostra antologica
"Dal baule di Totò"

110 01

110 02

Rassegna stampa dell'evento


Riferimenti e bibliografie:

  • Documentazione e immagini © Archivio Famiglia Clemente

Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:

  • La Stampa
  • La Nuova Stampa
  • Stampa Sera
  • Nuova Stampa Sera
  • L'Unità
  • Il Mattino
  • Il Tirreno