Articoli & Ritagli di stampa - Rassegna 1925


Rassegna Stampa 1925


Totò

Articoli d'epoca, anno 1925

17 Gen 2014

Totò e Liliana Castagnola, fu vero amore

LILIANA CASTAGNOLA, FU VERO AMORE È morta, se n'è ghiuta 'n paraviso!Pecchè nun porto 'o llutto? Nun è cosarispongo 'a gente e faccio 'o pizzo a riso ma dinto…
Daniele Palmesi, Federico Clemente, Settimanale "Gente", Alessandro Ferraù, enciclopediadelledonne.it, Settimanale L'Europeo"
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«La Stampa», 28 settembre 1925


Altri artisti

1925 Cafe Chantant Lola Braccini

«Cafè Chantant», 1925


1925 Il Tevere Lidia Johnson

1925 Il Tevere Marcella Rovena

«Il Tevere», 1925


Clely Fiamma

1925 03 18 Il Piccolo di Trieste Clely Fiamma T L

«Il Piccolo di Trieste»,18 marzo 1925


1925 11 30 La Stampa Eduardo Scarpetta morte

Ieri sera alle ore 22,20, assistito dai figliuoli comm. Vincenzo e Domenico, dalla figlia e dal genero dott. Mancini, ha cessato di vivere il comm. Edoardo Scarpetta. «Il martedì o il mercoledì santo dell'anno 1868, mi avviai tutt'allegro verso il san Carlino. Per presentarmi degnamente al capocomico e all'impresario avevo esumato i più illustri rappresentanti del mio guardaroba giovanile: un par di calzoni a scacchi gialli e neri cosi stretti che mi pareva di sentirmeli scoppiare ad ogni movimento men regolare: un panciotto di seta verde a fiorami, stile goldoniano, ridotto da mia madre a più giuste e moderne proporzioni: un piccolo tait, non meno corto e non meno stretto dei calzoni, ma più serio, anzi lugubre e di un nero ancora incerto tra il verde e il giallo o infine un cappello a cilindro, come usavano allora, basso, piccolino, con mezzo dito di falda intorno... Appena posi il piede sul palroscenico mi parve di sentire una fragorosa risata».

Cosi Eduardo Scarpetta stesso racconta come a 14 anni, sorpreso dalla miseria, privo di studi e con un babbo ammalato, bussò alla porta del famoso teatro napoletano, ove agiva la compagnia Zampa, per iniziare, da povero stenterello, una famosa carriera di arte.

Il guaio, aggiunge il celebre comico, è che si stava provando il secondo atto di Masaniello 'o surrentino, dramma popolare a Torti tinte, e dove non c'era proprio nulla che potesse far ridere. Perchè dunque si rideva da ogni parte 7 II piccolo Scarpetta pallido e tremante, caccia il capo tra le quinte, quando gli arriva una frecciata: — Vi, che sarachiello! Questa e per il tait; ma subito, dopo, un altra più frizzante taglia l'aria ed il suo viso di monello sparuto: — Tene 'a faccia d'appetito ! Dunque si rideva di lui. Ed ecco questa mortificazione fu, per II suo istinto di comico nato, uno stimolo. Ridono loro — pensa tra se l'arguto ragazzo — che sono oramai sazi di trucchi e uscite ridanciane e macchiette grottesche? Dunque a maggior ragione riderà il pubblico. Ride bene chi rido l'ultimo. Ed incomincia a farr tali e tante smorfie dalle scene, che gli attori scoppiano a ridere mentre sono ancora in scena. In poche parole fu accettato, e tre o quattro giorni dopo debuttava.

Debutto: «Cu 'na pippa l'aggio fatto fui!»

«Mi fu affidata una parte importantissima; quella di un fattorino di un negozio di modista: quindici o sedici parole in tutto. Mentre uscivo in cerca di Pulcinella, che era l'amante del cuore della mia principale, mi imbatteva, a faccia, in Don Michele Spaccamontagna, famoso «guappo» e amante anch'egli della mia principale. Costui vedendomi chiedeva:
«— Ciccì, che me dice?... Che mmasclata t'ha fatta Cuncetta?
«Ed io dovevo rispondergli con:
— Nun 'o ssapite? Dice che vuje non tacite pi essa, e che ve putite mettere l'anema mpace!
«Eran queste le parole testuali del copione; ma qualcuno mi aveva avvertito che Francesco Zampa, alias Don Michele, avrebbe cercato di farmi impappinare. Figuratevi la mia preoccupazione... Invece con mia grande sorpresa, don Michele Spaccamontagna non mi rivolse alcuna domanda e scoppiò in una tal risata che dovette per un momento volgere le spalle al pubblico, lo mi sentii perduto. I comici spiavano dalle quinte ed il pubblico mi guardava non comprendendo bene di che si trattasse.
«Un solo istante di esitazione mi avrebbe perduto; ed io riacquistando a uh tratto il mio spirito ed il coraggio, andai risolutamente verso don Michele, esclamando pel primo :
«— Oh, Don Miche, state cca!
Il ghiaccio era rotto; e Francesco Zampa, frenando un altro scoppio di risa, rispose subito :
« — Sto ccà, si... Ma se po sape che mmasciata t'ha fatto Cuncetta?
«— Nun o' ssapite? Dice che vuie nun tacite ppiessa, e che ve putite mettere l'anema mpace.
«La mia scena era finita ; ma lo Zampa, tentando ancora d'impappinarmi, aggiunse: «— Overo?!... Ohi sanghe 'e nu polece c'a gunnellal... A me?... A me sta tagliata de faccia!... E tu m'o viene pure a dicere!... Mo te faccio avuta tuorno tuorno pe' mez'ora!
«Ma io non lo lasciai finire:
«— Don Miche, scusate, facitammello dimane matina. pecche mo' aggio fatto marenna. e me. facile avuta 'o stomaco!...
«— Ah!... si... te faccio avuta 'o stommaco?... Ahi tu me cuffie? Grannissima marmotta!... Teh! Pigliate 'stu cresuommelo!...
«E, cosi dicendo, levo un mulinello con la sua canna di zuccaro; mentre io, portando rapidamente una mano indietro, come per frar fuori un'arma esclamai:
«— Ahi... carugnone, fatt'arreto!... Mo te foco!...
«— Comme?... tu vaie armato?... Ahi Sanghe 'e nu cecéniello a mpettola... stette sodo... nun te movere!... Ciccì!...
«— Niente!... Haie da murì!...
«E, dopo due giri pel palcoscenico, egli fuggì tra le quinte scoppiando di nuovo a ridere, mentre il pubblico applaudiva, ed io, rimesto solo in iseena. mi facevo innanzi alla ribalta, con una faccia da grullo, e, mostrando agli spettatori una pipa da due centesimi, esclamavo, strizzando gli occhi:
— Cu na pippa l'auggio fatto fuì!». In questa scena c'e già tutto Scarpetta: la sua malizia, il suo spirito improvvisatore, quel modo di celiare col pubblico e renderlo partecipe, con pochi cenni, di quello che si sta svolgendo in palcoscenico, ed infine il dono di sottolineare lo scherzo fatto con una battuta od una smorfia irresistibili.

Il trionfo di «ScIosciaminocca»

Il mondo dei comici napoletani, cosi misero e intelligente e caratteristico, doveva formarlo: ambiente in cui il realismo più crudo, la beffa smaccata, la sottigliezza ghiribizzosa t'univano alle più matte fantasie ridanciane, e gli forniva quotidianamente materia d'osseivazione e spunti satirici.

Conobbe, e recitò, con Don Antonio Petito, il celeberrimo Pulcinella, del quale nelle sue memorie racconta la morte tragica. Di parecchi altri insigni attori lo Scarpetta fu compagno e in parte allievo; cosi ricordava con tenerezza Pasquale De Angeli e Raffaele Di Napoli, ed in genere tutta quella generazione d'artisti che fece sentire l'ultima eco, alla Una del secolo scorso, della gloriosa tradizione teatrale partenopea: teatro popolare, che si reggeva sulla genialità improvvisatrice degli attori, e che affondava le 3uc radici in un lontano passato fantastico e piazzaiolo, ma che era oramai alquanto superato.

Spettava a Scarpetta il compito di rinnovarlo. Quando por opera sua il San carlino si riaperse, rinnovato e ripulito, anche il nuovo repertorio era in elaborazione. Egli non volle uccidere la vecchia e cara maschera, Pulcinella, ma mettendolo in secondo piano, servendosene come accessorio e decorazione, la ridusse a tanto ch'essa stessa si suicidò, cioè «stanca ormai di vivere e persuasa dell'indifferenza del pubblico prese da se la via dell'uscio, come un'intrusa mal tollerata». Ed i tentativi, gli sforzi le idee informatrici passavano attraverso gli scenari del teatro illustre, dandogli una vita nuova. Sul vecchio tronco, nasceva un arbusto infiorato, pittoresco, non disdicevole ai passato, ma più conforme al presente. Nella borghesia, nel mezzo ceto Edoardo Scarpetta trovò le sue figure i suoi tipi le sue macchiette; e volle che gli attori non improvvisassero più ma recitassero, e cercò cne 1 ambiente, la situazione scenica, il personaggio fossero la fonte vera di comicità. E da tutto questo rimestio usci a trionfo di Sciosciammocca.

Il repertorio di Scarpette va da Mettiteve a fa l'ammore co' mme! alle gustose riduzioni dal francese, di Labiche, Hennequin, Meiihae, ove la pochade viene ritagliata ad uso del gusto napoletano, che è qualcosa di molto diverso da quello del Palais Royal o di un qualsiasi cabaret parigino. Lo Café Chantant, Ammore sposalizio e gelosia, Miseria e Nobiltà, Amore e Polenta, sono opera sua, con molte e molte altre commedie. Oramai Scarpetta era... Scarpetta e cioè lo scoppiettante autore ed attor comico, che aveva saputo ancora una volta innalzare la naturai vena comica del popolino di Napoli ad altezza d'arte. 

«Il Figlio di Jorio»

Uno degli ultimi suoi lavori fu II figlio di Jorio, brillante parodia della tragedia dannunziana, parodia che in quel tempo appassionò tutti i pubblici d'Italia e che finì poi innanzi al Tribunale di Napoli, per plagio e contraffazione, su querela di D'Annunzio. Eduardo Scarpetta riuscì però a dimostrare che egli aveva ottenuto dal Poeta il permesso, e vinse la causa. Prima ancora che si rappresentasse il Figlio di Jorio al Mercatante, avendo Eduardo Scarpetta saputo che D'Annunzio ne voleva a qualunque costo vietare la rappresentazione, si recò a Marina di Pisa, dove il Poeta dimorava, per fare atto di sottomissione e per chiedere quindi il suo consenso. Il Poeta lo accolse gentilmente ed egli lesse pure molte scene della parodia, facendo più volte scoppiare dal ridere D'Annunzio, e riuscendo, come egli afferma nelle sue «Memorie», a strappargli il consenso, consenso che D'Annunzio durante il processo smentì di aver mai accordato. La prima rappresentazione del Figlio di Jorio fu un grande avvenimento e divise i critici italiani in due campi. Malgrado tutta l'arie comica che lo Scarpetta mise nella esecuzione di questa parodia, il successo non gli arrise e pubblico e critica furono con lui severissimi, tanto che l'ultimo atto si chiuse tra le più clamorose disapprovazioni e fischi assordanti. Però, quando Scarpetta riapparve, poco dopo, sulla scena per rappresentare il suo lavoro giovanile il non plus ultra della disperazione, il pubblico, per dimostrargli che i fischi e le disapprovazioni non erano diretti al grande attore, ma soltanto alia parodia, gli tributò una così viva e affettuosa dimostrazione, da commuovere a tal punto il grande attore napoletano da farlo venir meno sulla scena. E' doveroso notare che quello del Figlio di Jorio fu l'unico insuccesso teatrale che abbia avuto Scarpetta durante la sua lunga, gloriosa e fortunata carriera. 

Scarpetta e... Dante

Che nello Scarpetta, lo spirito fosse scintillante, spontaneo, popolaresco lo provano le suo molte creazioni, che gli venivano giù naturalmente, come un moltiplicarsi umoristico ed a varie facce del suo temperamento eccezionale. Ma vi fu in lui qualcosa di più e meglio: della finezza ed un senso della vita sottile e non incolto. Dico il Croce, accennando al processo per a parodia dalla «Figlia di Iorio
«Ricordo che, in quei giorno, sedeva tra i periti d'accusa un buono e dotto professore, nostro amico, il quale sostenne nel suo discorso la tesi alquanto temeraria che «ogni parodia, è plagio»; e ne seguiì questo spunto di dialogo. «Il professore (disse lo Scarpetta volgendosi a lui, nel rispondere al giudice), il professore qui afferma cho la parodia è plagio e non è lecito farne. Professore, noi abbiamo parodiato persino Dante!» «Ma Dante (ribattè l'altro) è morto». — «Professore, per me Dante non è morto mal». — Chi rimase male fu l'amico professore, che si trovò non solo sorpassato nello zelo per Dante, ma accusato di lesa ortodossia dantesca».

Questa battuta felice e profonda, è di un uomo che non ebbe forse mai altro scolastico! iInsegnamento di crusllo che s'impartiva in quelle poche stanze di via Ge6ù e Marta, ove il prof. Sarrubba aveva condensato tutta la essenza dello scibile umano.
«C'era, durante le ore di scuola, un vocio assordante da fiera: una specie di grande sinfonia, cui partecipavano allegramente da una parte, tutta la scolaresca infantile compitando, sillabando e recitando chi i primi rudimenti dell'abbecedario, chi dottrina e storia sacra, e chi, infine, aritmetica e geografia; e, dall'altra, i più anziani, cantilenando tutti insieme, come monaci alte esequie, fra una tavoletta di Fedro e una epistola di Cicerone, le famose regole del vecchio «Porto Reale»:

Ogni verbo della Prima
Nel preferito Avi prende
Al supino Atum poi rende
Si per regola s'estima.
Tien nel sesto il Sustantivo
Per caratter E nel fine.
Onde a Patre si declina
E ed I ha l'aggettivo.

Tali gli inizi spirituali di Don Felice Sciosciammocca: che aveva però in se la virtù di arrivare alla vita direttamente, con una intuizione caricaturale e veristica insieme, con una facilità d'invenzione burlesca da farsi amare da tutti i pubblici, come un tipo che non ai può dimenticare.

«La Stampa», 30 novembre 1925


1925 12 01 Corriere della Sera Morte Scarpetta

Ieri sera alle 22.30 è morto nella sua abitazione in via Vittoria Colonna n. 4, il comm. Edoardo Scarpetta. Dopo alcuni attacchi uricemici subiti la settimana scorsa, egli pareva avviarsi verso un miglioramento. Invece Ieri a mezzodì fu colto da febbre altissima e i medici diagnosticarono una congestione bronco-polmonare. Alle 16 entrò in agonia. La salma sarà imbalsamata. Le esequie si svolgeranno mercoledì.

Il suo maggior predecessore nel teatro comico napoletano, Antonio Petito, era morto sul palcoscenico, recitando. Egli poco prima di morire, uscito appena da una crlel di coma uricemico e appreso dai familiari che il figlio Vincenzino era venuto apposta a Napoli, da Roma, per abbracciarlo, lo volle accanto a sè per esporgli la trama di una commedia alla quale pensava da tempo. Cosi, se l’attore si era dovuto ritirare dalla scena ancor giovane, per una minacciosa debolezza I cardiaca, l’autore ha continuato a lavorare fino alla morte riversando su questa attività tutto l’amore per l’altra e tutta la passione per il teatro napoletano di cui è stato per gli ultimi cinquant'anni il maggiore esponente.

Esponente discusso e combattuto, ma confortato dal consensi delle platee che ammiravano la sua forza comica e il suo repertorio. Fino a pochi anni fa, in un suo volume di Memorie, curioso e interessante, eglt si soffermava a lungo sul «nuovo repertorio» cioè sul suo repertorio, e tornava a difenderlo con un infinito amore paterno.

«Il pubblico voleva divertirsi, voleva ridere, ma cominciava a pretendere che la comicità avesse un certo fondo di verità. Essa doveva pascere dall’ambiente, dalla situazione scenica, dal personaggio. E questa comicità, quando la si cerca, la si trova , dappertutto, anche fra il dolore e le lagrime. Ma io credo di aver avuto le mie buone ragioni di averla cercata sopra tutto nella «borghesia», dove essa zampilla più limpida e più copiosa. La plebe napoletana è troppo misera, troppo squallida, troppo cenciosa per poter comparire ai lumi della ribalta e muovere il riso. Il vizio, che germoglia come un’erbaccia parassita negli intimi strati del nostro popolo, rendo quasi sempre doloroso anche il sorriso. E rivoltando quella melma fangosa si potrà scrivere un bel dramma passionale, un acuto studio sociale, ma non mal una commedia brillante».

Tutto sommato, se i contemporanei spassandoci alle sue commedie e alle sue riduzioni, non gli davano torto, non gli dava torto nemmeno la storia. «Napoli — scriveva Benedetto Croce — non può vantare nò la splendida fioritura della commedia toscana del Rinascimento, nè l’affermazione di realismo artistico del Goldoni, nè quel grido di riscossa dello spirito nazionale che fu la tragedia del piemontese Alfieri. L’importanza che Napoli non ha avuta nel teatro letterario, l'ha avuta invece nella commedia popolare e dialettale, nell’opera buffa, nelle rappresentazioni all'improvviso, negli attori e personaggi comici che ha messi in circola zione. Sulla fine del cinquecento o ai principi del secolo seguente nascevano qui in folla e a gara i Coviello, i Pascariello, i Policinella, gli Scaramuccia e tanti altri personaggi che, incarnati da attori quali Silvio Fiorello, Andrea Calcese, Ambrogio Buonomo, portarono per tutta Italia e anche all'estero la giocondità, i balli, le canzoni e la fantasia satirica napoletana».

Scarpetta autore fu dunque fedele alla tradizione e non fece, sebbene sia tutt’altro che poco, che espellere da quella elementi invecchiati agglungendovene di nuovi e di freschi. Le sue commedie originali come Miseria e nobiltà, La nutriccia, e qualche altra sono ancor vive e vitali ad attestare nello Scarpetta un solido scrittore di teatro e un profondo conoscitore del costume napoletano e della parlata paesana. Le sue riduzioni — e sono moltissime — confermano, e valorizzano anche più, queste sue qualità, in quanto egli, trasportando nell’ambiente parteno peo comiche e buffo vicende del teatro francese, le rinnovò spesso, le rinverdì le avvicinò alla realtà e alla umanità, infondendo cosi ad esse una vitalità che talvolta gli originali non ebbero o ebbero labile e fugace. Esempio: Li nepute de lu sinneco, tratto da una operetta di Franceschini, fischiata in tutta Italia, Lo scarfalietto, preso dalla Botile di Méilhac e Halevy, data con scarso successo al Palais Hoyal; 'Na criatura sperduta, riduzione di una commedia che per la sua povertà non ebbe mai l’onore di una versione italiana, nemmeno quando in Italia tutto si rappresentava che venisse di Francia.

Giova però dire che al successo del repertorio scarpettiano — di cui parecchie commedie superarono presto la millesima rappresentazione — contribuiva l'opera dell’attore, superiore, senza dubbio alcuno, nella scala dei valori artistici, a quella del commediografo. Gli fu rimproverato di aver creato. succedendo al Pulcinella nel famoso «Teatro San Carlino», un’altra maschera: quella del don Felice. Era esatto, ed essa fu indubbiamente un trapasso fra la tradizione e quello che egli pensava dovesse essere il teatro comico napoletano. Certo è che chi ha seguito nella sua lunga carriera Eduardo Scarpetta sa che a poco a poco il personaggio di don Felice diventò nella sua recitazione più vivo ed umano, sicché verso gli ultimi anni, certo i più belli, don Felice non era più una maschera ma un tipo e don Eduardo Scarpetta un grandissimo attore che attingeva alla sobrietà c alla naturalezza le ragioni della sua irresistibile comicità.

Aveva cominciato a recitare a quindici anni nel 1869 al teatro «San Carlino» con la paga di diciassette lire mensili e assumendo, nella scrittura, anche questo impegno: «sono parimenti obbligato di ballare, volare, sfondare, tingermi il volto, esser sospeso in aria, se qualche produzione il richiedesse, ed infine fare tutto ciò che mi verrà imposto, come anche cantare nei cori, e a solo, nei vaudeville». Pochi anni dopo la sua popolarità raggiungeva quella del maestro: don Antonio Petito.

«La sua nuova semimaschera — scriveva il Di Giacomo — era capitata a tempo tra i vecchi caratteri già muffiti all’umido dell'antico fosso di Piazza del Castello per risollevare le sorti della commedia popolare». E le risollevò. La sua fama di attore superò i confini comunali e dilagò in tutta Italia come accadeva di quelle del Bonini e del Ferravilla. Accanto a quest’altro indimenticabile attore apparve Scarpetta la prima volta a Milano nel 1880, sul palcoscenico del Teatro Milanese. Don Eduardo aveva scritto per l’occasione una commediola in due atti: Nu milanese a Napoli nella quale Ferravilla rappresentava la parte di un vecchio zio venuto a Napoli per assicurarsi dei progressi di un suo nipote che e! dava bel tempo invece di sgobbare sui libri, e la deliziosa Emma Ivon, la parte d’una servetta. «Il Teatro Milanese — narra lo Scarpetta nelle sue Memorie — risuonò di applausi e di risate e ai finale del primo atto l’ilarità giunse a tal punto che scappò a ridere anche al Ferravilla ed a me e si fu obbligati ad abbassare la tela».

L’aneddoto non deve meravigliare. La comicità dello Scarpetta era di effetto cosi immediato e sicuro che egli passava per le vie dì Napoli e di Roma, dove era amato quanto a Napoli, suscitando l'iarltà della folla ora con uno sguardo ora con un motto. La sua arguzia, anche fuori del palcoscenico era inesauribile e talvolta d’una causticità sconcertante.

Ricordo che al famoso processo seguito alla sfortunate parodia della Figlia di Jorio, Scarpetta por difendersi disse: — «Signor giudice, noi abbiamo parodiato persino Dante». — «Ma Dante — ribattè un avvocato — è mortoI». Al che Scarpetta replicò: «Prufessò, pe' me Dante non è morto mai!» E chi rimase male fu l’avvocato.

«Corriere della Sera», 1 dicembre 1925


1925 12 03 Corriere della Sera Eduardo Scarpetta morte intro

Napoli, 2 dicembre, notte.

Oggi hanno avuto luogo i funerali di Eduardo Scarpetta. Molte migliaia di persone hanno seguito il corteo e una folla commossa, formata in gran parte di popolani, ha fatto ala lungo il percorso. Dinanzi al feretro hanno parlato Libero Bovio, il maestro Giannini per la Società artistica dialettale, li poeta E. A. Mario e l’avv. Mazzini per la famiglia dall'estinto.

Quando il corteo si è mosso tutti i negozi si sono chiusi in segno di lutto. Apriva il corteo un plotone di guardie municipali ; seguivano la musica cittadina e una duplice fila di frati, con la croce astile. Quindi avanzava il carro tirato da sei morelli. Il carro funebre, che era stato costruito per il trasporto della salma di Ferdinando di Borbone ha le pareti tutte di spesso cristallo concavo. All’interno è un grande sarcofago egiziano finemente intarsiato che racchiude la bara. Dietro il carro procedevano i figli e altri congiunti dell’estinto e infine ima interminabile colonna di autorità, di rappresentanze e di pubblico.

«Corriere della Sera», 3 dicembre 1925