Mina la candida

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Nell’ambiente senza scrupoli della canzone italiana, Mina ha perso ciò a cui teneva di più, la fiducia nella gente. E' una ragazza non felice che sente di essere in disaccordo col mondo che la circonda

La lettera non sembrava così importante. Stava fra quella d’un emigrato nel Venezuela che domandava 300 mila lire in prestito e quella d’una ragazza milanese che voleva un appoggio per diventare cantante. Sembrava soltanto una delle cento richieste d’aiuto che Mina riceve ogni giorno, ma c’era il fatto che sulla busta, stava scritta una sola parola: «Mina». Con un indirizzo così sommario la lèttera era giunta ugualmente a destinazione e forse questo non è un fatto straordinario: è accaduto, infatti, anche ad altri personaggi del nostro tempo, da Gabriele D’Annunzio a Gino Bartali. Però, questa volta, la lettera aveva messo soltanto due giorni per compiere il tragitto fra Paterno, in Sicilia alla sala-prove di "Studio uno”, a Piazzale Clodio, in Roma, e un tempo così breve per un percorso così lungo appariva veramente un primato. E lo dissi a Mina.

La cantante stava in quel momento sfogliando la posta. Nello stesso tempo, parlava con me, rispondeva alle domande del suo manager Gigante, beveva un’aranciata, batteva ritmica-mente i piedi per terra nella riuscita imitazione d’un ”a solo” di batteria, finiva di leggere un racconto di Topolino e, tanto per rendere tutto un po’ più difficile, manteneva i contatti con chi le parlava guardandolo attraverso uno specchio. Naturalmente aveva sul viso l’espressione di chi è in vacanza e si sta riposando beatamente: era infatti la sua mezz’ora di pausa in una giornata di lavoro cominciata alle 9 del mattino e che sarebbe finita dopo la mezzanotte, come accade quando mancano uno o due giorni alla trasmissione di "Studio uno”. Era la sua mezz’ora di pausa e voleva godersela: come un bambino che giochi con sei giocattoli contemporaneamente.

Uno dei suoi giocattoli è, adesso, quello d’intervistare me. Non sono l’unico giornalista che avrà questo privilegio. «Voglio intervistare anche Montanelli — dice. E aggiunge: — E’ bravo, Montanelli. Ha scritto due articoli su di me, senza conoscermi. Il primo, addirittura, senza avermi neppure vista per televisione. Eppure ha capito tutto: di quale ambiente io sono il prodotto, quale tipo di gioventù bruciata rappresento, quali sono le mie aspirazioni più intime». La sua ironia è sferzante, ma non c’è una nota risentita nel tono della sua voce. Il fatto la diverte, semplicemente.

In realtà uno dei maggiori divertimenti di Mina sta proprio nell’osser-vare l’immagine che gli altri le offrono di se stessi. Pochi giorni fa, per esempio, uno sconosciuto le ha inviato un mazzo di fiori. Il biglietto che li accompagnava descriveva efficacemente la situazione finanziaria del mittente: non aveva alleggio, dormiva su una panchina, saltava i pasti, non riusciva a trovare lavoro. «Perchè mai — mi chiede Mina — quest’uomo ha speso i suoi soldi per mandarmi dei fiori, invece di comprarsi subito una buona minestra calda?». Non mi lascia il tempo di rispondere e continua: «Se ci pensi, ha ragione lui. E’ un perfetto cittadino del mondo: è assurdo come è assurdo il mondo nel quale viviamo».

Forse quel che dice Mina non è vero, ma se lo fosse la persona più assurda di tutte è senza dubbio proprio lei. E spiego il perchè. La conosco da quattro anni, da quando non pensava neppure di cantare sul serio e non aveva neppure inciso un disco, e l’ho vista più tardi in molte situazioni diverse, nei night clubs, nei teatri di posa, al festival di Sanremo, assieme a gente che le piaceva, e ad altra che le era indifferente, in famiglia e fuori, a Roma e a Milano... Ebbene, quel che c'è d’assurdo in lei è la sua sincerità. E’ incapace, nella maniera più irreparabile, di mentire.

1961 11 18 Tempo Mina f1Un atteggiamento di mina durante le prove di "Studio Uno", la nuova rubrica televisiva che sta ottenendo un buon successo. Mina canta, balla, recita, ha perso la sua aria dl "tigre", e' ridiventata la semplice ragazza di due anni fa.

La più sincera del mondo

La sua sincerità è senza limiti, assoluta. Non è quella d’una ragazza ottusa, incapace di fare troppi ragionamenti, e non è neppure l’atteggiamento di una giovane maleducata. E’ invece il suo carattere, il suo modo di vivere. Personalmente, credo che non diventerà mai una grande, e neanche una discreta attrice, proprio per la sua incapacità di fingere. E’ una carenza cronica in lei, e non vedo come il tempo possa modificarla. Così com’è ora, assomiglia ad un fenomeno della natura, come un vitello con due teste o un serpente con le piume: la ragazza più sincera del mondo.

Potete facilmente immaginare come è difficile la vita di Mina, come complicate sono le sue relazioni con la gente. Nella nostra società la convenzione ha sostituito ormai quasi del tutto la spontaneità. Persino nel modo di far la corte ad una ragazza esiste ormai uno standard piuttosto rigido. E Mina che, non dimentichiamolo, ha soltanto vent’anni, rischia ogni giorno d’essere delusa da chi la circonda. «Ho la sensibilità arrossata», m’ha confessato. Come se fosse un organo infiammato.

Una buona immagine dei rapporti di Mina, la ragazza che la gente semplice crede felice e piena del proprio successo, sta nei suoi sogni. Mina sogna a colori, con tinte cariche, in rapporti di tono esagerati come un technicolor di vent’anni fa. «Certe volte — dice — i colori sanguinano, cioè si sciolgono, colando, goccia a goccia». E mi racconta uno dei sogni che ricorrono con maggior frequenza nelle sue notti. «Mi trovo — dice — su una piccolissima automobile rossa, come quelle dei luna park. Sono sola e sto guidando per la città. Nel sedile accanto a me c’è un pacchetto e io so cosa contiene: una camicia da uomo, a righe. Probabilmente la devo consegnare a qualcuno. Dopo qualche tempo arrivo davanti a una chiesa dalla facciata altissima, molto bella. Lì c’è un ragazzo, bello come una statua greca. Mi saluta, mi sorride. Forse è a lui che devo dare il pacchetto? Non so. Il fatto è che non mi fermo. Mai, neppure una volta in tante notti: riprendo a vagare per le strade e lentamente, in una dissolvenza, il sogno svanisce...». Non occorre essere uno psicanalista per capire che, alla base di questa visione notturna, sta l’incapacità di comunicare con la gente. Mina parla, col cuore e col cervello, un linguaggio diverso da quello che siamo abituati a capire. E finisce, com’è logico, per trovarsi sola.

e Come immagini la tua vita futura? — le domando, e insisto: — Cos’è che desideri di più?». «Non immagino niente di niente — risponde. — Tanto è inutile: succede sempre il contrario di quel che immagino. Allora, tanto vale smetterla». Più tardi confessa: «Io non so cosa sia un desiderio. Veramente, sai. Non so se mi spiego ma, desiderare qualche cosa, mi sembra che sia come sminuirsi... forse sbaglio, ma è così». «Forse — l’aggredisco — non hai il coraggio di confessare a te stessa i tuoi desideri, per timore che si tramutino troppo rapidamente in delusioni». «Non si tratta di viltà — risponde — ma di pigrizia. Una pigrizia mentale esasperata che ormai sta alla base di tutto per me. Puoi pensare che questo accada per comodità o per egoismo, se preferisci. Resta il fatto che succede. Non desidero nulla (non certo perchè ho tutto), non immagino niente, non faccio programmi, non penso al futuro. La mia vita è quel che succede ogni giorno».

Due donne in una

Mina, la ragazza che molte italiane vorrebbero essere, non sembra felice. Alle spalle Jli questo atteggiamento non c’è soltanto la delusione sofferta a causa di Walter Chiari: (quando le dico che lui ha raccontato «di non aver voluto essere crudele con lei», Mina scoppia in una risata ma c’è anche l’esperienza d’una figlia della borghesia che, cresciuta in una famiglia traboccante d’affetto e di comprensione reciproca, è piombata, da tre anni a questa parte, in un ambiente duro come quello della canzone italiana, che per certi episodi di mancanza di scrupoli e di implacabilità, può ricordare quello della boxe americana, sottoposta ad una serie di tradimenti, di tranelli, di atti ambigui. Mina non sembra credere che il proprio successo sia sufficiente a ripagare l’immagine scottante del mondo che la circonda, così come l’ha visto attraverso questo ambiente. Adesso Mina è ricca, celebre, invidiata ma ha perso un tesoro forse più prezioso: la fiducia nella gente.

In fondo l’odio che circonda Mina nell’ambiente del suo lavoro mi sembra abbastanza giustificato, e glielo dico. In fondo la gente del mondo della canzone è ostile a Mina non tanto per la quantità di successo che ha ottenuto e per la situazione finanziaria che ne è derivata, quanto per i mezzi con cui questo successo è stato ottenuto. Tanto per cominciare, Mina è stonata (è lei la prima a sostenerlo), e la sua ascesa sconvolge tutte le regole in cui la gente della canzone aveva creduto. Mina può sbagliare una nota, ma in compenso ha quintali di personalità, tonnellate di stile. Può anche non piacere, ma è difficile che qualcuno abbandoni a metà una sua canzone.

Mina non sa neppure ballare. E’ rigida, violenta, priva di grazia. Ma, anche qui, la sua invenzione, il suo slancio annullano i difetti. Non riuscirà mai ad essere una vera ballerina o un autentico mimo, ma riesce ugualmente ad esprimersi in maniera così convincente che, fra i dieci milioni e più di persone che seguono il sabato sera "Studio uno”, non uno ha ancora scritto alla TV per protestare. Non arriverà mai ad essere ima soubrette di rivista (ammesso che questo sia un traguardo, ma Mina sostiene di no e dice: «Ti immagini cosa significa fare tutte le sere lo stesso spettacolo, per mesi e mesi? Dev’essere come la prigione»), ma tutti i più grossi impresari le stanno facendo offerte sbalorditive, battendo ogni record di paga.

Non cantante, non ballerina, non mimo, non soubrette, cos’è dunque Mina? E’ facile dirlo: siamo ancora una volta di fronte all’affermazione dell’intelligenza. Mina canta bene perchè è intelligente, balla bene perchè è intelligente. Mette nello spettacolo ima merce che dovrebbe essere formata soltanto dagli autori. Aggiunge, a quel che fa, qualcosa di più, che rende diversa una musica banale, che fa suggestive delle frasi qualunque. Questo di più è la sua intelligenza, la sua sensibilità.

E, naturalmente, non è felice proprio perchè è intelligente. Sente cioè d’essere in disaccordo col mondo, di seguire un proprio ritmo senza adeguarsi a quello comune. Le prossime volte che un primo piano di Mina appare nel video prendete un foglio di carta e copiate alternativamente le due metà del suo viso. Vedrete apparire due donne diverse. Il suo mezzo volto sinistro è regolare, con i tratti fini, leggermente ottocentesco. Quello destro invece è contorto, asimmetrico, butterato da nei, con lo zigomo e la mascella sporgenti. («La mia parte
sinistra, quella bella — dice Mina — mi fa rabbia». «Perchè è troppo normale?». «No, perchè mi fa vedere come avrei potuto essere bella invece d’essere così...»). Esistono, sul suo viso, due Mine: una è quella felice ed entusiasta che conosce la gente, l’altra è quella delusa e pessimista che solo Mina frequenta. Due volti, due alternative, due dubbi: l’immagine delle proprie contraddizioni. Mina le porta scritte in faccia. E sono le contraddizioni di tante persone intelligenti cui non basta, nella nostra epoca, il successo presso gli altri per riuscire à soddisfare completamente se stesse.

Mino Guerrini, «Tempo», anno XXIII, n.46, 18 novembre 1961


Mino Guerrini, «Tempo», anno XXIII, n.46, 18 novembre 1961
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