Mina, la tigre consumata


Affilata, sempre più magra, spesso senza voce. Mina cos’ha? «E’ ammalata». «Sta benissimo: dimagrisce per seguire la moda». E lei che dice? «No comment»
Palermo, gennaio
Così impiastricciata, truccata, pitturata alia follia. con le sopracciglia rasate e le ciglia invisibili, gli occhioni enormi che sembrano schizzare dalle orbite, tremendamente bistrati e perennemente dilatati nell’immobilità da ipnosi, il naso lungo e affilato che sembra quello della Mangano, la pelle avvilita dallo smagrimento progressivo e lisa a furia di essere spalmata di ceroni e di belletti, così incappucciata in parrucche a riccioli quasi fosse un putto di Melozzo, così avviluppata nel peplo nude-look di seta nera, un velo sul fisico ormai scarno, infreddolito, martirizzato dall angiocolite e dalle coliche di fegato, dagli assurdi consigli del dietologo, così incredibilmente ridotta fa quasi paura. Ma cosa sta succedendo a Mina?
«Niente, assolutamente niente, mi creda. Mina non è mai stata meglio di così. E’ normalmente in forma, tranquilla, sicura, psicologicamente granitica. Certo, è cambiata, ma un cantante ogni tanto deve rinnovare il proprio personaggio. I giornali ne inventano tante che se non telefonasse ogni notte sarei qui a smangiarmi nell’ansia». Augusto Martelli, il fidanzato-musicista, ammicca con aria di complicità: «Mina sta benone, mi creda».
D’accordo. Però la tigre ha perso la felinità inquietante di quel suo lungo corpo che adesso è diafano, sottile e scheletrico, con i seni sguarniti, i fianchi asciutti, e le gambe imperfette, le mani grandi e irregolari. Sempre splendida e affascinante, è forse solo uno spettro che ha smarrito le morbide paciosità di un tempo e mette a nudo una costellazione di irregolarità che richiamano paragoni con le fotomodelle più magre. E non si capisce da dove tiri fuori tutta quella voce.

In clinica
«Questo 1969 è stato un anno sfortunato per mia figlia. Il fegato le ha dato fastidio, soprattutto d’estate. Si era diffusa anche la voce della gravidanza. No, Mina ha quella benedetta angiocolite che si trascina da anni e rifiuta di operarsi perchè dice che così a freddo non se la sente di farsi tagliuzzare. Preferisce riguardarsi e tirare avanti». spiega la madre della cantante. Vero, verissimo. Perchè questo 1969 per la ”tigre” si potrebbe quasi riassumere in una cartella clinica. Due spettacoli annullati alla "Bussola” di Viareggio, per attacchi al fegato che l’hanno costretta all’assoluta immobilità, poi una preoccupante ricaduta a Punta Ala e immediato ricovero in una clinica di Roma dove è stata trattenuta per un mese. Ma ci sono altre sei serate rimandate per la stessa ragione. In più, ogni tanto, oltre i chili, le sparisce anche la voce.
Bisogna però aggiungere un ritmo di lavoro sempre intenso, frenetico, massacrante, perchè la popolarità di Mina non accenna a diminuire. Anzi. Nel meraviglioso meccanismo di questa donna che con i suoi gorgheggi ha stregato l’Italia arrivando a intascare 450mila lire a canzone, qualcosa non funziona più.
«In questi anni Mina si è consumata nel lavoro, si è tuffata senza risparmio. E la spirale del successo l’ha inghiottita e tremata — ammette Martelli. Mina è una donna forte, robusta, abituata alle fatiche più dure. Ma col tempo la stanchezza si accumula e il fisico ne risente».
Anche questo è vero. Perchè Mina è arrivata alla boa della trentina. Un’età giusta. Alle spalle però ha dodici anni vissuti senza risparmio sulla scena e nella vita. Dodici anni di una vita tumultuosa e irregolare. Una relazione con Walter Chiari nel '61, un figlio da Corrado Pani nel ’63. nel ’64 interviene per sanare la situazione fallimentare del padre, l’anno successivo perde il fratello Alfredo in un incidente stradale, nel ’68 si lega sentimentalmente con Augusto Martelli, separato dalla moglie tedesca e con due figli, pochi mesi dopo si mette in proprio e apre a Lugano una personale casa discografica. Il successo che plasma, tempra, matura e poi logora di dentro, intacca anche una ragazzona sana come la Mina Mazzini di Cremona. Azzardando una diagnosi della sua metamorfosi in discendenza si deve ammettere che dodici anni di successo, a quel ritmo, non sono pochi.

Piace sempre
«La Mina mi telefona qui a Lugano tutte le notti, dopo lo spettacolo. Vuol sapere come sta Paciughino, come stiamo noi. Chiede, si informa. Poi mi racconta che sta bene, di non preoccuparmi, di non leggere i giornali perchè sono tutte storie. Io ci credo, anche se non sono proprio tranquilla. Adesso è così magra, così diversa, sembra un’altra», continua la madre. Ma lei, Mina, che dice? Un nervoso «No comment», che lascia aperte tutte le ipotesi. E a Palermo non c’è stato verso di farle aggiungere altro.
Un’artista cambia, si rinnova, si trasforma, è logico. Una gamma di foto d’archivio di questi dodici anni lo provano. Mina con i capelli cotonati e a caschetto, biondi, poi castani, poi cortissimi, poi lunghi e pieni secondo l’onda della moda. Perfino gli occhiali. Ma alla occhieggiante e morbosa ammirazione del pubblico Mina ha sempre ostentato con fierezza quel suo corpo di un bianco-rosa tenue, dentro misure che le disegnavano una figura da cinema muto con il seno fiorente e i fianchi solidi, inclinante verso una appagata sfericità. Una figura giunonica che agli italiani faceva sempre un certo effetto. Spesso con qualche chilo in più, qualcuno in meno, ma sempre oscillante nei limiti del peso-tabella del suo metro e settantacinque.
Stavolta, forzando la mano al truccatore, al sarto, al dietologo, al massaggiatore, è diventata davvero un’altra. Una Mina tutta diversa, mai vista, che sembra troppo Julic Driscoll, cantante inglese che piace agli inglesi e poco agli italiani. Però, in fondo, Mina può fare quello che vuole: anche truccarsi come piacerebbe a Fellini, perchè resta l’unica primadonna che abbiamo. Il pubblico che assiste allo spettacolo di Mina con Giorgio Gaber che sta girando nei teatri, nelle piazze più difficili d’Italia, uno show che sembra senza pretese invece ne ha molte, intuisce, commenta, si commuove. Alla fine applaude, sempre e sinceramente.
Sandro Villa, «Tempo», 7 febbraio 1970
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| Sandro Villa, «Tempo», 7 febbraio 1970 |
