Villi Olga (Villani Olga)

(Suzzara, 20 gennaio 1922 – Rapallo, 12 agosto 1989) è stata un'attrice italiana.

Biografia

Nata Olga Villani, donna di notevole avvenenza lavorò inizialmente come indossatrice, per poi debuttare nel secondo dopoguerra nel teatro di rivista accanto ai grandi nomi dell'epoca, come Erminio Macario, Nino Taranto e Anna Magnani. Ma fu grazie al teatro classico che ottenne un enorme e meritato successo. Luchino Visconti le diede la possibilità di lavorare sul grande palcoscenico con un piccolo ruolo ne La quinta colonna di Ernest Hemingway nel 1945. Subito dopo entrò nella compagnia di Rina Morelli e Paolo Stoppa interpretando testi impegnativi, come Antigone di Jean Anouilh.

Negli anni immediatamente successivi recitò con le migliori compagnie dell'epoca e si dedicò, ben presto, al teatro brillante. Sotto la direzione di Luigi Squarzina, nel 1955 interpretò Tè e simpatia, l'anno successivo Ma non è una cosa seria (che le valse il Premio San Genesio) e nel 1957 Tavole separate. In seguito si unì alla compagnia di Gino Cervi, accanto al quale interpretò testi di Shakespeare e Pirandello.

Si sposò due volte: nel 1953, con Raimondo Lanza di Trabia, che si tolse la vita un anno dopo il matrimonio (alla vicenda si ispirò Domenico Modugno per scrivere la sua celebre canzone Vecchio frac), e da cui aveva avuto le figlie Venturella e Raimonda, e nel 1960 con l'industriale e discografico genovese Pino Gualco (da cui ebbe il figlio Fabrizio), e da quel momento iniziò a lavorare meno.

Il cinema non le diede molte opportunità, se si eccettuano i ruoli della protagonista in Yvonne la nuit, interpretato accanto a Totò, qui in una delle sue pochissime interpretazioni drammatiche (1949) e dell'integerrima signora della borghesia trevigiana in Signore & signori (1966), ruolo che le permise di ottenere un Nastro d'argento. In televisione prese parte a numerosi sceneggiati, tra cui La donna di quadri accanto a Ubaldo Lay per la serie Il Tenente Sheridan. Nel 1966 tornò in teatro al fianco di Marcello Mastroianni nella celebre commedia musicale Ciao Rudy di Garinei e Giovannini. Morì a Rapallo il 12 agosto 1989 dopo una lunga malattia, all'età di sessantasette anni.

La commedia musicale

Il grillo al castello, di Francini, Macario e Rizzo, con Erminio Macario, Olga Villi, Gilberto Mazzi, Ettore Carloni, Oreste Bilancia, Anna Maria Dossena, Adriana Facchetti, musiche Pasquale Frustaci 1943
Amleto che ne dice?, di Mario Amendola con Macario, Olga Villi, Carlo Rizzo, Mario Amendola, musiche P. Frustaci (1943)

Prosa radiofonica RAI

Il ratto di Proserpina, di Rosso di San Secondo, con Giovanna Scotto, Olga Villi, Roldano Lupi, Annibale Ninchi, Gianni Bonagura, Jone Morino, Paolo Panelli, Sergio Fantoni, Gemma Griarotti, regia di Alberto Casella 1960.


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

Le scoperte di Macario sono da Macario scoperte quel tanto che basta per farle ben figurare durante i rituali passaggi (che sono sempre parecchi) sulla passerella. Ricordate la canzone «Le donnine di Macario»? Vantano la loro eleganza forgiata sui modelli dell ultimo grido della moda; ma dopo averle ben contemplate ci si accorge che si tratta della moda lanciata da nonna Eva nell'Eden, della qual cosa gioiscono tutti gli spettatori dai 9 ai 90 anni...

Questa volta Macario ha fatto le cose da quel personaggio paradossale che vive sulla scena e sullo schermo. Ha scoperto — in Olga Villi — una delle donne più coperte d'Italia. Perchè questa giovane bionda vaporosa elegante artista (al secolo: Olga Villani, nata a Mantova) ha debuttato come indossatrice, subito imponendosi per linea e distinzione come un autentico modello di modella.

Un modello di modella

Nella sartoria milanese presso la quale esibiva le proprie grazie alle clienti attonite e ammirale, la bionda Olga aveva occasione di avvicinare e conoscere alcune artiste e si sa come camminano queste cose; una parola oggi, un invito domani, si pensa che i ricchi vestiti invece che indossarli perchè siano acquistati dagli altri si possono portare per se stessi, sulla scena e fuori. Il podio della mostra di una sartoria non è, in fondo, un piccolo palcoscenico?

Fu Vivi Gioì a persuadere Olga Villani a passare il Rubicone. Precedenti artistici la graziosa mantovana dal visetto birichino — quando non è languido — non ne aveva a proprio carico. Tanto meglio: materia prima da plasmare. Avrebbe potuto nascerne un capolavoro. E il capolavoro, col nome dì Olga Villi, è in via di formazione.

Il debutto ài Olga Villi risale a un annoda e avvenne a Firenze, con la famosa «Compagnia A. B. C.», della quale facevano parte Alberto Rabagliati, Marichetta Stoppa, Marisa Vernati, Oreste Bilancia e altri notissimi divi del cinema, della Radio e della canzone. Ad Olga Villi venne assegnato un ruolo... commestibile; apparve infatti alla ribalta come «insalata ricciolina» a braccetto di un sedano, che era personificato dall'attore Vittorio Vaser. Gli spettatori se la mangiavano con gli occhi...

Una serata burrascosa

La serata fu alquanto burrascosa per iniziativa di un nutrito numero di studenti, particolarmente appollaiali nel lubbione, che fischiarono come locomotive in manovra ogni apparizione del divo Rabagliati al proscenio. Reazione dei bizzarri spiritacci fiorentini alle smancerie delle gagaresse per il... famigerato divo del microfono (ma, in fondo, che colpa ne aveva lui, poverino?).

Olga Villi, che metteva appena il capo in palcoscenico, poteva pensare che su tanto mare in procella le sarebbe stalo difficile approdare sana e salva nel porlo del successo, ma in quella sera la preoccupazione le impedì qualsiasi ragionamento. Non udì nulla e non vide nessuno. Recitò e cantò, così da meritarsi gli applausi della grande maggioranza degli spettatori che non ce l'avevano nè con «Raba» nè con alcun altro.

Nel sei mesi che trascorse con quella formazione, la Villi imparò a meraviglia l'A.B.C. dell’arte e, a tenta agii spettacoli, fu pronta a tutte le sostituzioni quando le capitò la palla al balzo. Altrettanto intelligente che graziosa ed elegante, Olga Villi non tardò a mettere in bella luce le qualità del suo temperamento ed a scoprire una sensibilità di primissimo piano.

Per la sua tipica bellezza squisitamente fotogenica, la Villi non tarderà ad essere assorbita dal cinematografo, ma non è detto che debba passare armi e bagagli nel campo della decima Musa. Il suo attuale capocomico le insegna che si possono raccogliere successi sullo schermo pur restando signori della scena. La diva non dovrà uccidere l'attrice. L'insalata ricciolina ha ormai l'aspetto dell'alloro che, come ci insegna il poeta, verdeggia eterno anche quando nell'orto e nel giardino tutte le figlie sono appassite...

Lino Campanini, «Il Piccolo delle ore diciotto», 2 dicembre 1942


Vogliamo fare due chiacchiere? — ho domandato ad Olga Villi, spirito allegro di alta statura e di fattezze bellissime e perfette. Con una mossa abituale Olga si è buttata all'indietro il ciuffo di capelli biondi che le ricade sempre sul volto e mi ha risposto: — Volentieri, purché non sia il mio turno.

— Stia tranquilla, c'è tempo! Non si è iniziata la seduta spiritica — e cosi dicendo mi sono seduta accanto ad Olga Villi e osservando il suo trucco paziente ho aggiunto: — Scusi la mia curiosità, ma vorrei tanto sapere qualcosa di lei.

— Sono lieta di poterla accontentare, sebbene io non abbia grandi cose da raccontarle. Una storia come un'altra: banalissima. Posso dirle soltanto che sin dall'infanzia il teatro era la mia passione, ma lo consideravo come un sogno irrealizzabile sino al giorno in cui Vivi Gioi, che allora si serviva nella casa di mode dove io lavoravo come mannequin, mi propose di prendere parte alla rivista dove lei era scritturata, e confesso che non accettai immediatamente tale proposta poiché la rivista, come inizio di carriera artistica, non mi entusiasmava, d'altra parte non potevo pretendere di debuttare nella prosa poiché ero priva delle più elementari nozioni di teatro. Dopo molte insistenze mi lasciai convincere. Vivi Gioi, più tardi rescisse il contratto; io rimasi e ne fui contenta. Dopo alcune riviste sono passata alla prosa ed il mio debutto è stato in «Quinta colonna» poi ho recitato particine secondarie in «Fior di Pisello» in «Arsenico e vecchi merletti» ed ora...

— Ora ha un ruolo importante in «Spirito allegro». Se non erro lei è di scena tra poco. La medium è già arrivata e...

— E deve ancora cadere in trance. Quindi mi rimane il tempo necessario per finire di truccarmi.

Vi assicuro che il trucco di uno spirito allegro richiede tempo, abilità e perseveranza. Tre quarti d’ora buoni occorrono per trasformare il volto birichino di Olga Villi in quello irreale, verdastro ed enigmatico dello spirito allegro. E' un trucco a base di pomate verdi, di creme gialle e di ciprie vellutate, il tutto condito da una buona dose di bistro e di ciglia finte. Fasciata in un lungo abito color verde giada, con i capelli biondi, vaporosi e le labbra atteggiate al sorriso, Olga Villi rivendica gli spiriti ed i fantasmi che la fantasia popolare vuole pallidi, emaciati e terrorizzanti. Ognuno di voi abiterebbe volentieri sinistri e diroccati castelli per avere in casa uno spirito come Olga; perfino quel buontempone di Macario si è dato alla ricerca disperata dello spirito allegro, offrendogli la bella sommetta di 14.000 lire al giorno purché facesse parte della sua rivista, ma questi ha rifiutato; preferisce guadagnarne 2500 al giorno ma fare della prosa. Questo non esclude che un giorno ritorni alla rivista — cose che capitano anche agli spiriti di trovarsi di tanto in tanto al verde — ma per ora la preferenza é nettamente per il teatro di prosa.

Spirito allegro, quando é una creatura mortale, sotto le belle spoglie di Olga Villi, é una ragazza semplicissima, senza pose ed atteggiamenti fatali, tanto comuni alle nostre attrici. Milanese di nascita, Olga Villi fa una buona reclame alla sua città: seria, volenterosa, decisa a farsi strada nel teatro, essa è facile agli slanci ed agli entusiasmi. Abita a Roma da tre anni, da quando ha avuto la sua casa di Milano bombardata e vive in un appartamentino del centro con la mamma. E' figlia unica, ma non ha difetti né capricci delle figlie uniche: é di temperamento calmo e tranquillo e quando il lavoro glie lo permette, preferisce restare un pomeriggio a casa per leggere un bel libro, piuttosto di frequentare locali alla moda. Se la incontrate per la strada, con quel nasino al vento e con quell’aria spavalda, potreste crederla superba e posatrlce. Vi sbagliereste: é semplicemente distratta. Olga é giovanissima — ventidue anni — ma non ama .la vita mondana, va a letto presto, non beve, non fuma e non giuoca.

— Del cinema?...

— Niente cinema, non l'ho mai fatto e non ho progetti, né scritture in vista. Teatro, soltanto teatro. Il mese prossimo reciterò a fianco di Leonardo Cortese e della Proclemeri in «Incantesimo». Dovrò studiare molto perchè è una parte difficile ma mi piace...

Zoe Mori, «Cinelandia», 1 febbraio 1946



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Visto l’esito, non mancherà il solito spirito il quale decorerà la borbonica patria censura di una medaglia di benemerenza per aver perseguitato la commedia postuma di Vitaliano Brancati, affermando magari che, se non altro, avrebbe avuto lo scopo di evitare una brutta figura a un illustre defunto. Effettivamente, si è esagerato da una parte e dall’altra. Negli uffici della questura teatrale di Via Veneto, specializzata nella vigilanza speciale e nella libertà sorvegliata degli autori italiani, tutti quanti pregiudicati potenziali e, la maggior parte, delinquenti abituali recidivi. Cosa aveva visto di offensivo alle autorità costituite, di lesivo della morale e di pericoloso per l’ordine pubblico ne « La donna di casa », Dio solo lo sa. Forse operava solo il vecchio rancore vendicativo incapace di tacere perfino davanti alla tomba di un nobile spirito che non le aveva risparmiato i suoi strali.

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Dal canto loro, la levata di scudi dei capocomici finalmente, una volta tanto, unanimi nell’opporsi agli arbitri censori e minaccianti addirittura una serrata se i tagli malandrini operati sul copione non fossero stati riaperti, considerata la modesta carica esplosiva del copione, è stata, se non sprecata, quanto meno fuori luogo. La satira della commedia è ormai estremamente sfocata. Fascisti e comunisti, democristiani e latifondisti, falsi intellettuali e borghesi da quattro soldi, ce n’è per tutti. E tuttavia, alla resa dei conti, non ce n’è per nessuno. Dipende, è stato notato, dall’essere stata scritta nel ’50; e da allora i rapporti, o per meglio dire gli interessati assestamenti politici sono mutati. Sarà. Ma non mi convince troppo. Sono i personaggi che mancano, è una vicenda persuasiva. E quindi mancano oggi come stancavano ieri. Con delle Snacchiette generiche per quanto gustose e con delle equazioni slegate per quanto estrose, si può fare della caricatura, non della satira.

Salvo la protagonista, assertrice della trascendente esigenza ideale della libertà dell’individuo, contro le innumerevoli pressioni esterne d’ogni genere eser citate su di lui per piegarlo a fini pratici, interessati e mondani, deliberatamente; e non si comprende nè come nè perchè l’abbia sposato — salvo lei, gli altri non sono che un branco di fantocci privi di sfaccettature umane e di coerenza logica, accomunati solo da un odio fanatico contro la libertà.

Si salva qualche particolare farsesco, qualche battuta impertinente, qualche figuretta estemporanea, certe capricciose note ambientali di provincialismo siciliano; ma sono briciole, minutaglie, cascame del ben più originale, vigoroso e lucido Brancati narratore. Il dialogo vibra i suoi colpi nell’aria, di sopra, di sotto, a destra, a sinistra senza aver predisposto un tiro preciso contro un bersaglio organizzato. La sua liberale intelligenza, la sua crudeltà fustigatrice girano a vuoto. C’è l’amarezza e lo sdegno di una libera è fiera coscienza, manca la commedia.

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Eppure, fosse stata incarnata in personaggi umani e in una vicenda non artificiosa, ascoltate il mordente, il sarcasmo drammatico di questa confessione: « Mi sono chiuso,

giorni e giorni, solo, in campagna, ho fatto allontanare perfino il cane che abbaiava... mi sono seduto davanti allo specchio con l’orecchio teso al mio cervello, supponendo che il mio cervello parlasse sottovoce. Silenzio. Avanti, mi sono detto, dietro quella fronte c’è l’intelligenza; fuori c’è la libertà. Pensa, inventa, immagina, ciò che vuoi: non ci sono impedimenti. Non ho inventato, immaginato, pensato nulla... La cosa che più odio al mondo è la libertà! La odio in nome del mio cervello che da lei non riceve nessun vigore ».

Ahimè, non resta che una battuta. Essa come altre. Ma pensate che occasione mancata: il dramma dell’uomo che, passato dalla dittatura alla democrazia, avendo finalmente spalancato davanti a sè lo sterminato regno della libertà, non riesce a sentirsene cittadino; e dietro al dramma dell’uomo dalle radici, dal coraggio e dallo spirito recisi, la requisitoria contro la subita prepotenza passata e l’accettato conformismo presente, responsabili di quella paralisi!

Il giudizio del pubblico è stato severo, ma non ingiustificato. Uno spettatore è stato benevolmente ammonito dai tutori dell’ordine. Dovere. Ma se invece di Brancati si fosse Diego Fabbri, scommessa che lo avrebbero portato in questura. Insemina, una volta tanto anche la censura ha avuto la soddisfazione di una sua serata d’onore. Ad maiora!

Carlo Terron, «Le Ore», anno VI, n.251, 1 marzo 1958 - Fotografie di Carlo Cisventi


Olga Villi è nata in Emilia. Attrice di prosa, ha fatto parte di numerose compagnie, fra cui la Ferrati-Scelzo-Villi-Cortese e la Ninchi-Villi-Tieri. Attualmente forma compagnia con Gianni Santuccio, uno dei complessi diretti da Lucio Ardenzi. Ha interpretato anche qualche film. Olga Villi era moglie del principe Lanza di Trabia. tragicamente perito. Ha una figlia.

Domanda. - Signora Villi, ricomincerebbe la sua vita da capo?
R. - Sì, ma non da capo, da fondo.

D. - Il rischio è una cosa che l’attira?
R. - Quando esso mi attrae, sì.

D. - Tra l'incertezza di un futuro in tutto simile al suo presente e un altro assoluta-mente incognito, quale sceglierebbe?
R. - Quello in tutto simile al presente.

D. - Nella vita cosa la incuriosisce di più?
R. - Tutto ciò che non conosco.

D. - Qual è (professionalmente) il maggior pericolo in cui potrebbe incorrere un’attrice?
R. - Ritenere di essere la migliore.

D. - Qual è la sua opinione sulla crisi che sta attraversando il cinema?
R. - Crisi di cervelli: la botte. non dà più vino.

D. - Come donna mi vuole dire qual è la sua maggiore vanità?
R. - Non apparire mai vanitosa.

D. - Qualcuno ha detto che il fascino di una donna consiste principalmente nella sua volgarità. Si sente di controbattere per me questa asserzione?
R. - Chi ha detto questo? Dipende da chi la guarda.

D. - Saprebbe citarmi un difetto che, tale nell’uomo, non lo è in una donna?
R. - La debolezza e il rispetto delle convenienze.

D. - Qual è secondo lei il colmo dell’infelicità umana?
R. - Essere soli. Per Benassi fu la perdita del suo cane.

D. - Rinuncerebbe alla sua carriera per qualcuno o qualcosa?
R. - Bisognerebbe che questo qualcuno o qualcosa fosse più forte della mia gioia di recitare.

D. - Nella vita lei ritiene di recitare? Se sì, quale è la parte che crede di aver recitato peggio?
R. - Quando sono costretta a non dire la verità. E’ un ruolo che detesto.

D. - Qual è, secondo lei, la virtù fondamentale di un uomo?
R. - Quella di capire le donne.

D. - E quale la virtù fondamentale di una donna?
R. - Quella di capire gli uomini.

D. - Per quale motivo in genere gli attori di teatro hanno l’abitudine, più che qualsiasi altra categoria, di mostrarsi nei convenevoli fra loro, particolarmente affettuosi e cordiali?
R. - Probabilmente perchè dimenticano di smettere di recitare.

D. - Ritiene che l’ingenuità sia una caratteristica prevalentemente maschile, ovvero femminile?
R. - Maschile.

D. - Se l’ingenuità è una caratteristica maschile, come mai uno dei tipi del teatro tradizionale era l’ingenua, mentre, volto al maschile, "ingenuo” ha valore soltanto di aggettivo buono a significare sciocco, sprovveduto, ecc.?
R. - Perchè il teatro è fatto dagli uomini, che sperano sempre di trovare l'ingenua.

D. - Saprebbe citarmi cinque nuove maschere di un nuovo teatro dell’arte?
R. - Cinque sono troppe. Si accontenti di tre: Kruscev, Churchill, Lauro.

D. - E’ solita giudicare il suo prossimo in base alla prima impressione? Se sì, a quale particolare della sua fisionomia affida prevalentemente il giudizio?
R. - Alle mani.

D. - In genere lei dubita o è sicura di se stessa, delle sue opinioni?
R. - Le mie opinioni sono i miei dubbi.

D. - Esiste un fatto (e non un miracolo) capace di farla talvolta dubitare della sua ragione?
R. - La vita è tutta un miracolo e ci fa continuamente dubitare della nostra ragione.

D. - Nei giochi infantili quale parte le piaceva riservare per sè?
R. - Quella dell’ammalata.

D. - A che cosa attribuisce lo straordinario successo che stanno ottenendo presso il pubblico le rubriche televisive? E quale, di queste rubriche, secondo lei, è più meritevole del successo ottenuto?
R. - Non lo so, non seguo la televisione.

D. - Vuol dirmi la differenza che passa, a suo giudizio, fra il termine ” intelligente ’’ e quello "intellettuale”, servendosi, possibilmente, di un esempio?
R. - Intellettuale è uno che si crede intelligente.

D. - Qual è la caratteristica di Roma che maggiormente le fa rimpiangere Milano, e viceversa?
R. - I romani e i milanesi.

D. - Flaubert disse: « Madame Bovary sono io! ». Quale dei personaggi da lei interpretati le potrebbe far dire con altrettanta sincerità la stessa cosa?
R. - Laura, di "Tè e simpatia".

D. - Preferisce l’individuo, ossia l’uomo singolo, o preferisce la folla?
R. - Preferisco Trabia. Un paese che porta il nome di mio marito.

D. - Presidente di una giuria per un concorso di Miss a quale criterio affiderebbe il suo giudizio?
R. - Le mie simpatie andrebbero a coloro che non si sono presentate.

D. - Dovendo farsi ritrarre in un dipinto, a quale dei nostri più noti pittori si affiderebbe?
R. - A un pittore astrattista.

D. - Nel corso della sua carriera, si è mai ribellata alle esigenze del regista?
R. - Più spesso avrei domito ribellarmi alle imposizioni del copione.

D. - Ogni epoca, come è noto, ha ia sua retorica. A suo giudizio, qual è quella della nostra?
R. - Le vitamine.

D. - Ha mai recitato in una sala deserta?
R. - Proprio deserta no.

D. - Dovendo scegliere un brano da recitare solo per se stessa, senza che nessuno la possa ascoltare, quale sceglierebbe?
R. - Reciterei soltanto le pause.

D. - Qual è la persona più infelice che abbia mai conosciuto?
R. - Me stessa, in alcuni momenti della mia vita.

D. - Preferisce amare o essere amata?
R. - Amata.

D. - Considera l’ipocrisia un male necessario, inevitabile o che si possa sopprimere, senza che per questo la società abbia a soffrirne?
R. - La società, senza l’ipocrisia, si ridurrebbe a un campo di nudisti.

D. - Che cosa intende con l’espressione "naturalezza nel recitare”?
R. - Quando mi dimentico di recitare.

D. - Diceva Stendhal che ogni uomo ha diritto alla sua fetta di felicità. Saprebbe precisarmi il senso che il famoso scrittore intendeva dare a questa frase?
R. - Io vorrei la torta intera.

D. - Ancora Stendhal. Sarebbe disposta a compromettere il proprio successo nella vita, come ebbe a dire lui di se stesso, per il semplice gusto di dire a un imbecille che è un imbecille?
R. - Avrei dovuto dirlo troppe volte. E non ne sono stata capace.

D. - Se le rimanesse soltanto mezz’ora di vita, come la impiegherebbe?
R. - Facendo il Maquillage.

In queste brevi, quasi scontrose risposte della signora Olga Villi, c’è tutta la misura della donna e dell’attrice: una donna sempre controllata nei suoi impulsi, schiva da ogni forma di esibizionismo, gelosa dei suoi sentimenti intimi, e un’attrice sobria in ogni atteggiamento, rispettosa dell’arte, talvolta quasi disadorna di proposito per non correre il rischio di apparire in qualche modo retorica. Eppure, come donna e come attrice, così femminile, così delicata, così esposta e indifesa diremmo. Si noti con quale dolcezza parla, pur non essendone richiesta, del marito scomparso, rievocandone casualmente il cognome, e si noti con quale grazia, richiesta invece di citare un brano teatrale che reciterebbe unicamente per se stessa, risponde: «Soltanto le pause ». Si direbbe addirittura, a voler andare più a fondo nell’esame delle concise (ma non mai evasive) risposte della signora Olga Villi, che vi sia in lei quasi una compiacenza per la sua fragilità di donna. Richiesta infatti di precisare quale parte le piaceva riservare a sè nei giuochi infantili, risponde: « Quella dell’ammalata », cioè quella della bambina che non può fare del male a nessuno perchè non ne ha neppure le forze e alla quale nessuno si sente di fare del male perchè non è in grado di difendersi. Vi è però anche, nelle risposte della signora Olga Villi ad alcune domande che definiremmo "tranello" — e che hanno messo più di un attore da noi intervistato negli impicci costringendolo a ricorrere a una qualche scappatoia — vi è però anche la esatta coscienza dei propri mezzi. Si ved,a ad esempio la risposta che si riferisce alla celebre frase di Gustavo Flaubert:

«Madame Bovary sono io». Rispondendo senza indugio come ha fatto, la signora Olga Villi ha dimostrato di aver capito molto bene sia Flaubert che il teatro. Il che non è poco. Concludendo: nulla di evasivo in queste risposte, la cui brevità è unicamente il segno dii uno stile e una prova di grande indulgenza verso le proprie e le altrui debolezze.

Enrico Roda, «Tempo», anno XX, n.12, 20 marzo 1958


Ernesto Calindri, toscano, "figlio d'arte", è uno di quegli attori che hanno sempre avuto dalla loro parte la simpatia del pubblico. Quest’anno festeggia i sessantanni di palcoscenico e, per l’occasione, ha scelto di portare alla ribalta una commedia che sembra fatta apposta per la sua misura d’uomo, e cioè Sul lago dorato dell’americano Ernest Thompson, storia di due anziani coniugi che trascorrono insieme quella che potrebbe anche essere, soprattutto per lui, ormai ottantenne, la loro ultima vacanza.

Lui si chiama Norman, è un professore in pensione, ha un caratterino bizzarro e ombroso che gli serve a nascondere una interiore fragilità. Lei si chiama Ethel, ha qualche anno in meno del marito, ma sembra ancora più giovane per il suo carattere pimpante ed estroverso. Tutto sommato, una coppia bene assortita che non ha nessuno "scheletro" da nascondere nel classico armadio, ammenoché non si voglia scambiare per tale il cruccio dell'uomo per la mancanza di un erede maschio a cui trasmettere la propria "filosofia della vita”. La moglie, infatti, gli ha dato solo una femmina, Chelsea, con la quale ha sempre avuto un rapporto difficile.

E che succede in riva al "lago dorato”, un luogo che sembra alludere a una specie di paradiso perduto? Niente di eccezionale. Per l'ottantesimo compleanno di Norman, ospite ormai inattesa, arriva la figlia ribelle portandosi appresso il suo nuovo compagno, Billy, e il figlio di quest'ultimo, l'adolescente Billy junior. Motivo vero della visita? Chelsea e Billy, entrambi divorziati, hanno progettato un viaggio in Europa, dove intendono sposarsi, e non vogliono avere tra i piedi un testimone incomodo come potrebbe rivelarsi il ragazzo.

Naturalmente, Norman accetta di ospitare il nipotino acquisito. Altrettanto naturalmente, dopo qualche piccola "baruffa" iniziale, i due buttano all’aria la reciproca diffidenza, diventano amiconi per la pelle e passano buona parte del loro tempo a pescare sul lago. Così, quando Chelsea toma dall'Europa per ripigliarsi il figliastro, trova nella casa del padre un'atmosfera quasi idilliaca, della quale ovviamente beneficia anche lei. E poi? Be’, tanto per "scaldare” l’atmosfera, proprio quando sta per chiudere "bottega" e tornare in città, Norman si accascia per un colpo al cuore. Ma non è niente di grave e tutto si risolve in un gran spavento. Così il sipario si può chiudere con un ammiccante arrivederci all’anno prossimo, alla prossima vacanza.

Commedia furba e sorniona, ma accattivante proprio in virtù della sua "dichiarata” banalità, Sul lago dorato venne lanciata a Broadway esattamente dieci anni fa e divenne un successo mondiale nella versione cinematografica che ne fu tratta quasi subito, protagonisti Henry Fonda, Katharine Hepburn e Jane Fonda nella parte di Chelsea, la figlia ribelle. E’ a questa versione che, in un certo senso, strizza l’occhio lo spettacolo che è andato in scena a Milano, al Teatro San Babila, dove ha aperto felicemente la stagione 1988-1989.

Ernesto Calindri, ormai prossimo a festeggiare gli ottant’anni (è nato nel 1909), è un Norman delizioso nella sua spontaneità e nella sua naturalezza. A vederlo recitare, si ha la curiosa impressione che egli trasferisca sul palcoscenico i "vezzi” che gli sono propri nella vita reale. Accanto a lui, Olga Villi fa valere la sua limpida classe di sempre. Con simili "mostri”, il successo della commedia, che non era mai stata data in Italia, era garantito in partenza. E infatti si è puntualmente verificato, nonostante l’approssimativa regia di Luigi Squarzina.

Un’ultima osservazione: ma erano proprio necessari l’accentuato turpiloquio messo in bocca al ragazzo Billy Junior e la gestualità "americanese” che caratterizzano la sua disperante entrata in scena?

Giuseppe Grieco, «Gente», anno XXXII, n.42, 20 ottobre 1988


1989 08 15 L Unita Olga Villi morte intro

«L'Unità», 15 agosto 1989


1989 08 15 La Stampa Olga Villi morte intro 1

Olga Villi è morta sabato a Rapallo, aveva 67 anni. Era da tempo ammalata. Viveva in Liguria da quasi trent'anni, avendo sposato in seconde nozze un imprenditore genovese. I funerali si sono svolti ieri a Rapallo.

Negli ultimi anni Olga Villi aveva tenuto con le scene un rapporto ambivalente, fatto più di disinteresse che d'amore. Viveva nella villa di Santa Margherita fra piante di ulivo e fiori. Il teatro le sembrava molto lontano, ma poi la passione riaffiorò. Nell'84 accettò la proposta di Giancarlo Sepe di interpretare «Zoo di vetro» di Williams, nella parte che doveva essere di Lilla Brignone; poi tornò in compagnia con Ernesto Calindri, protagonista nelle «Femmes savantes» di Molière e nella commedia «Sul lago dorato» di Thompson, che dovette abbandonare a causa del male.

La Villi arrivò al teatro dopo un'esperienza di indossatrice. Era alta, bionda. Prima di cominciare l'avventura romana del teatro, viveva a Milano, frequentava il «milieu» artistico. Una sera la vide lo scultore Arturo Martini che domandò in giro, con la sua foite parlata trevigiana: «Chi xela micia Dafne? Una sera o l'altra, se uno la sfiora, la diventa una pianta de alloro». La conoscevano in pochi, quella Dafne. Indossava abiti per Biki e parlava con accento lombardo. Un giorno un'amica le propose di fare teatro, volò a Roma dove Mario Pelosini le raddrizzò la pronuncia e Wanda Capodaglio la guidò alle prime battute del dialogo teatrale. Approdò alla rivista nel '41, in quel piccolo gioiello di Michele Galdieri intitolato «E' bello qualche volta andare a piedi». In cinque anni, recitò con Macario, Campanini, Taranto, la Magnani (nel celebre «Cantachiaro»). Sembrava prigioniera della propria belezza, condannata all'eleganza Ma lei era sempre sta» in polemica con i personaggi belli ed eleganti. Suo ideale artistico erano le donne in grembiule. Ci volle l'intuito di Visconti per capire che Dafne aveva un'anima drammatica. La Villi fu chiamata per la «Quinta colonna» di Hemingway. Fu l'inizio di una carrieraris3uta al fianco di Stoppa, Tieri, Cervi, Calindri.

Alternava il repertorio brillante con quello drammatico o addirittura tragico. Diretta da Strehler fornì nel '48 una memorabile interpretazione nel «Corvo» di Gozzi. Il suo autore era tuttavia Pirandello. La sua Gasparina in «Ma non è una cosa seria» le valse il premio San Genesio. Aveva iì grembiule e forse non aveva mai desiderato altro.

Osvaldo Guerrieri, «La Stampa», 15 agosto 1989


1989 08 15 Corriere della Sera Olga Villi morte intro

Dalla rivista alla prosa, da Macario a Visconti, 40 anni di carriera

RAPALLO (Genova) — (Anta) L'attrice Olga Villi è morta nel suo appartamento di Rapallo, nella Riviera ligure di Levante, dopo una grave e lunga malattia. L'annuncio è dato dato ieri dai suoi familiari a funerali avvenuti. La Villi aveva 67 anni.

La favola di Cenerentola non ha avuto Questa volta un lieto fine: Olga Villi, anzi Villani, che parti alla conquista dei teatro da Suzzara, provincia di Mantova, dove era nata da una famiglia di origini contadine il 20 luglio '22, è morta nel pieno delle sue facoltà di attrice ancora capace di trasmettere sentimenti veri in platea. Come dimostrano le felici stagioni del suo ritorno alle scene: prima in un originale «Zoo di vetro» con Sepe, poi in «ditta» con Calindri, suo antico compagno di tante brillanti battaglie di palcoscenico, in «Non si sa mai», «Le donne saccenti» e «Sul lago dorato», in cui sfogliava sera dopo sera una delle più commoventi parti della terza età, che fece al cinema Katharine Hepburn.

Pur essendo ancora una bella donna, erano lontani i tempi in cui per la Villi gli italiani si voltavano per strada, fu lanciata come indossatrice a 15 anni, la chiamavano il «levriero». Perché era alta 1,75, era bella, aveva una naturale eleganza e un sorriso che ispirava simpatia. Qualità che non potevano sfuggire a Macario, cui si deve il lancio della Villi sulle passerelle della rivista nel ’41 in «E’ bello qualche volta andare a piedi». Sgambettò e cantò anche al fianco di Taranto, della Magnani, di Sordi, nei tempi eroici del varietà sotto i bombardamenti, ma lei guardava già lontano.

Fu Luchino Visconti il primo a fidarsi di quella bella ragazza che voleva provare a dimostrare le sue qualità, e le affidò una porticina nella «Quinta colonna» di Hemingway nella famosa compagnia Morelli-Stoppa, con cui recitò e in «Arsenico e vecchi merletti», «Spirito allegro» e «Antigone». Da qui una brillantissima carriera la elesse dapprima «star» del teatro d'evasione, per poi portarla al camerino di Strehler con cui recitò nel ‘45 a Venezia il «Corvo» di Gozzi.

Se si esclude un Feydeau («La pulce nell’orecchio»), e un divertito ritorno al musical nel '66. quando fu una delle «divine» partner di Mastroianni in «Ciao, Rudy», Olga Villi vinse la scommessa del teatro drammatico, ottenendo particolari affermazioni in ruoli che scoprivano il suo fattore umano, con il copyright di una particolare pietà: «Tè e simpatia» di Anderson, col «deb» Ronconi; «Tavole separate» di Rattigan, con Santuccio; la contessa lise nei pirandelliani «Giganti della montagna» con Cervi; la premiata Gasparotta di «Ma non è una cosa seria» con la Pagnani, Ferzetti e Foà, fino a «Danza di morte».

Mise il proprio nome in «ditta» con compagni importanti (da Gassman a Ninchi, dalla Ferrati a Tieri alla Volonghi), e fu diretta dai registi più prestigiosi, sintonizzandosi su diversi stili sempre con molto professionismo, offrendosi totalmente al mestiere; e fu con Squarzina che ebbe un incontro particolarmente felice. Il cinema la trascurò, ma almeno tre occasioni sono da ricordare: «Yvonne la nuit» di Giuseppe Amato (‘49), «Signore e signori» di Germi (per il quale ebbe nel '66 il Nastro d’argento) e «Il fischio al naso» di Tognazzi.

Visse, con misura e pudore, una bella e tragica storia d'amore col principe «azzurro» Raimondo Lama di Trabia: si sposarono nel '54, ma dopo pochi mesi il marito si suicidò.

Lo spettacolo però continuava, la signora Villi aveva due bambine, trovò la forza di lasciare e poi di riprendere il mestiere, nel '60 si risposò, ebbe un terzo figlio ed elesse a sua dimora la riviera ligure. Era il suo «lago dorato», dove tutti la conoscevano come quella bella ragazza che aveva saputo vincere la sua battaglia e diventare un’attrice di garbo.

Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 15 agosto 1989


1989 08 17 Il Piccolo Olga Villi morte intro 1

«Il Piccolo di Trieste», 17 agosto 1989


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Filmografia

Arcobaleno, regia di Giorgio Ferroni (1943)
Macario contro Zagomar, regia di Giorgio Ferroni (1944)
Felicità perduta, regia di Filippo Walter Ratti (1946)
Natale al campo 119, regia di Pietro Francisci (1948)
Una lettera all'alba, regia di Giorgio Bianchi (1948)
Yvonne la nuit, regia di Giuseppe Amato (1949)
Quattro rose rosse, regia di Nunzio Malasomma (1951)
Canzoni di mezzo secolo, regia di Domenico Paolella (1952)
Adriana Lecouvreur, regia di Guido Salvini (1955)
Signore & signori, regia di Pietro Germi (1966)
Lo squarciagola, regia di Luigi Squarzina - film per la TV (1966)
Le fate, regia di Antonio Pietrangeli - episodio "Fata Marta" (1966)
Il fischio al naso, regia di Ugo Tognazzi (1967)
La donna di quadri, regia di Leonardo Cortese - film TV (1968)
Gioacchino Rossini, regia di Alda Grimaldi - sceneggiato televisivo (1969)
Un uomo senza volto, regia di Leonardo Cortese - sceneggiato televisivo (1971)
Ritratto di signora, regia di Sandro Sequi - sceneggiato televisivo (1975)

La prosa teatrale

Il corvo, di Carlo Gozzi, con Antonio Battistella, Marina Bonfigli, Alberto Bonucci, Giorgio De Lullo, Mario Feliciani, Marcello Moretti, Giulio Stival, Paolo Stoppa, Olga Villi, regia di Giorgio Strehler, Teatro la Fenice di Venezia, 26 settembre 1948.


Riferimenti e bibliografie:

  • Enrico Roda, «Tempo», anno XX, n.12, 20 marzo 1958
  • Giuseppe Grieco, «Gente», anno XXXII, n.42, 20 ottobre 1988