Nino Manfredi, regista per ambizione

1964 07 11 Tempo Evi Marandi f0

Anche Manfredi, come molti suoi colleghi, non ha resistito alla tentazione di passare dietro alla macchina da presa: il suo prossimo film "Per grazia ricevuta" lo vede, oltre che interprete, anche sceneggiatore e regista.

Quarantanove anni ben portati, poche rughe sotto la barba, neppure un accenno di pinguedine, men che mai di calvizie. Nino Manfredi, padre di famiglia integerrimo, marito adorato sposo felice non è macchiato dalle tare che di solito affliggono l'italiano medio non è appesantito dall'adipe, non è stempiato, non ha problemi di dieta. Eppure i suoi personaggi sono sempre ricavati da una unica matrice: lui è l'italiano «per bene», il ragioniere con qualche peccatuccio ma tanto simpatico, l'industrialotto che quando tradisce la moglie lo fa per sbaglio e senza intenzione, il padre che non capisce il figlio contestatore, l'impiegato dai sogni proibiti. Se è un ladro, è l'acchiappagalline sfortunato e pavido dei «Soliti Ignoti», se è rivoluzionario è il tiepido e cauto Cornacchia nell'«Anno del Signore». Se è un soldato è tremebondo e vigliacco come «Rosolino Paterno».

Eppure Manfredi è il quinto «uomo d'oro» del cinema italiano. I suoi film sono sempre un successo sicuro, siano prodotti degni di nota oppure una pruriginosa galleria di barzellette oscene come «Vedo nudo». Gli uomini si riconoscono in lui, le donne accettano l suoi personaggi, che non sopporterebbero nella vita e che invece diventano gradevoli, stemperati come sono da una battuta offerta al momento giusto.

Puntiglioso, caparbio nel difendere il suo lavoro e i suoi personaggi, deciso a mantenere la sua fama d'attore e di conquistarsi anche quella di regista, Nino Manfredi oggi è Benedetto Parisi, un contadino ciociaro, per la precisione di Ferentino, che a quarant'anni decide di buttarsi dalla finestra per andare a fare una chiacchierata col padreterno e chiarirsi le idee. Il film si intitola «Per grazia ricevuta», e a scriverlo a interpretarlo e a dirigerlo è sempre lui, Nino Manfredi.

Con la regia s’era già cimentato sette anni fa, in un film dal titolo «L’amore difficile». Manfredi interpretava e dirigeva uno dei tre episodi. «Il soldato» tratto da un racconto di Italo Calvino, tutto un gioco di occhiate e di sguardi muti e golosi che un timido soldatino scocca a una procace vedova seduta di fianco a lui nel treno che lo porta a casa m licenza. I critici salutarono il suo esordio di regista come una rivelazione, ma ci son voluti sette anni e tanti altri film come attore prima che Manfredi si rimettesse dietro la macchina da presa

Un miracolo scomodo

«Non fa mica testo quell'episodio, dichiara l’attore. Il vero debutto è questo. "Per grazia ricevuta", la storia di Benedetto, è il mio trampolino. Se va bene, pace, sennò son guai». E ti pianta lì, rifiuta di parlare, non vuole saperne di perder tempo perché — sostiene — se si ferma lui stanno fermi tutti e non è certo l'ufficio stampa che rimborsa la produzione delle giornate perse. In più lavorare coi ragazzini è una gran fatica e di sciuscià ciociari che gli scappano tra le gambe per il momento Manfredi ne ha addirittura una mezza dozzina. La storia di Benedetto è all'inizio, è ancora bambino, otto anni appena, ed ha il viso di Paolo Ameni, un ragazzetto che Manfredi ha scelto in una borgata popolosa di Roma.

E' a otto anni che Benedetto Parisi cade da venti metri, precipita giù da una finestra. S'alza incolume, e di colpo viene additato da tutti come «il miracolato». Un miracolo scomodo, ché finisce per rovinargli l'esistenza, tanto che una volta uomo, ormai quarantenne, addirittura sposato, per porre fine ai suoi tormenti, Benedetto decide di ricorrere al rimedio più drastico: il Signore non s'è mai fatto vivo quando lui gli ha chiesto le ragioni della grazia, ora andrà lui a trovarlo per farsi spie gare tutto e caso mai chiedere anche i danni. E cosi si ributta dalla finestra.

«Non è mica una barzelletta, 'sto film, dice Manfredi, bisogna stare attenti che altrimenti si sbraga tutto e non se ne parla più. E io so’ fregato. Alla prima botta. Con tutta la fatica che ho fatto a diventa' un attore e no un "comico" puramente detto non devo fa' neanche uno sbagliò. Neppure uno solo»

D'essersi amministrato bene a Manfredi bisogna riconoscerlo: come ogni attore non è riuscito a evitare certi capitomboli in film come «I motorizzati», ma calcolato il suo esordio, con il barista di Ceccano, c'era il rischio di rimanere ancorato a quel cliché. «Dozzine di film mi offrirono, ricorda, dopo la trasmissione in TV. Tutti sul tipo "Ninuccio a cavallo del ciuccio", "Ninetto, ciociaro perfetto”, e via di questo passo. Ho sempre detto di no. Oppure ho chiesto cifre che scoraggiavano anche il più volenteroso dei produttori. Per "Ninetto, ciociaro perfetto" chiesi più di cento milioni, una cifra assai lontana da quella che prendo oggi per un film di cui sono sceneggiatore regista e protagonista. Così smisero»

S'è improvvisato albergatore

Poi venne il filone della commedia all'Italiana. Con qualche tappa particolarmente felice, come quella de "Il padre di famiglia” in cui Manfredi era un architetto socialista che attraversa una crisi coniugale e di lavoro. Importante fu l'incontro in teatro con il personaggio di "Rugantino”. Manfredi con il teatro ha un legame che dura da venti anni: «Ho lavorato al Piccolo di Milano, tanto per dire, con Strehler. A Milano c'ero arrivato dopo che a Roma avevo preso il diploma d'arte drammatica, e prima ancora la laurea in legge. Tutte le carte in regola. Ma dopo qualche mese, facevo Shakespeare, mi battevano anche le mani, ho fatto fagotto. Non mi ci sentivo, in quelle parti, ero schiacciato dai personaggi, dagli autori. Ci soffrivo. Piuttosto la fame con l'avanspettacolo». E fu la fame, la gavetta tipica dei nostri divi cinquantenni, comune a Tognazzi e a Sordi. «Facevo l’attore, beccavo pure le pomodorate, che vor di’. Ma ho imparato tanto: a prendere le osservazioni del pubblico e a ributtargliele contro, a "entrare in sketch”, come si dice, con un niente, magari 'no sgambetto mal riuscito Poi la TV, er cinema...».

E i milioni. Come Manfredi amministra oculatamente la sua carriera altrettanto fa con i suoi guadagni. Rifuggendo dai frusti investimenti in lavanderie a gettone che un tempo dilagavano tra gli attori, Manfredi s'è improvvisato albergatore: a Taormina, complici due architetti famosi ha costruito un complesso valutato un miliardo. Un po' di soldi, anzi parecchi, li mette lui, e un altro po’ le banche. Per i guadagni, si dividerà. Quelle che non intende dividere con nessuno sono le glorie cinematografiche. E' per questo che «Per grazia ricevuta» è tutto suo. C'è il rischio di prendere le pomodorate, ma anche quello di vedere il nome di Manfredi scritto grosso così. Magari più grande di quello di Sordi e di Tognazzi

Rino Funari, «Noi donne», anno XV, n.34, 29 agosto 1970


Rino Funari, «Noi donne», anno XV, n.34, 29 agosto 1970
📸 Crediti immagini e copyright: le immagini presenti in questo articolo (ritagli di quotidiani e periodici d’epoca, trafiletti e materiali archivistici) sono riprodotte a fini storici, documentari e di ricerca, senza finalità commerciali né ricavi pubblicitari. Quando l’autore dello scatto non è indicato in modo esplicito nella fonte, viene considerato e riportato come non identificato. La digitalizzazione e l’eventuale elaborazione grafica (restauro leggero, impaginazione, ridimensionamento e watermark) sono a cura di tototruffa2002.it.
© rispettivi aventi diritto. Per richieste di attribuzione, integrazione crediti o rimozione (take-down) fai riferimento alla pagina ⚖️ Disclaimer & Note legali. In caso di segnalazione motivata, il materiale potrà essere rimosso temporaneamente durante le verifiche.