Fernandel (Fernand-Joseph-Désiré Contandin)

Nome d'arte di Fernand-Joseph-Désiré Contandin (Marsiglia, 8 maggio 1903 – Parigi, 26 febbraio 1971), è stato un comico, attore, cantante e regista francese. Il nome d'arte deriva dalla famiglia Manse. Infatti, pare che la suocera dell'allora Fernand Contandin abbia esclamato, il giorno delle nozze della figlia: Vé! Voilà le Fernand d'Elle! ("Toh! Eccolo qua Fernand, [lo sposo] di lei!").

Biografia

Fernandel nacque a Marsiglia l'8 maggio del 1903 da Désirée Bédouin e da Denis Contandin, originari di Perosa Argentina, centro della bassa Val Chisone, in provincia di Torino, dove procedendo verso il Sestriere un cartello ricorda l'ubicazione della loro casa (borgata Coutandin). Fernandel iniziò la propria carriera per una dozzina d'anni con piccoli lavori per sbarcare il lunario, dal 1915 al 1925. In parallelo calcava le scene come cantante e caratterista nei caffè-concerto dove sorprendeva il pubblico per il suo profilo equino. Il 4 aprile 1925 sposò Henriette Manse, la sorella di un suo caro amico. Ebbero tre figli, Josette nel 1926, Janine nel 1930 e Franck nel 1935.

Il debutto cinematografico avvenne nel 1931, quando ebbe un piccolo ruolo nel film Le Blanc et le noir, dove Raimu era il protagonista. Lo stesso anno Jean Renoir gli affidò un ruolo più importante in On purge bébé, tratto da un lavoro di Georges Feydeau. Sempre nel 1931, fu protagonista nel film di Bernard Deschamps Le Rosier de Madame Husson, dove interpretò un ruolo che in carriera gli avrebbero offerto spesso, quello di giovanotto ingenuo, che in questo caso perdeva la verginità in una casa di piacere.

Giunse il successo, che continuò per tutti gli anni trenta, periodo in cui Fernandel tuttavia proseguì la carriera di cantante comparendo in numerose commedie musicali, che spesso furono dopo poco trasposte in versione cinematografica. La svolta avvenne nel 1951, quando, grazie a Julien Duvivier e al primo della serie di film incentrati sulla figura di don Camillo, nato dalla penna di Giovannino Guareschi, Fernandel vestì il ruolo di un presbitero italiano di provincia, irascibile e sempre in lotta con il sindaco comunista, Peppone, interpretato da Gino Cervi. Dal 1951 al 1965 Fernandel ricoprì il ruolo di don Camillo nei complessivi 5 film della serie: Don Camillo, Il ritorno di don Camillo, Don Camillo e l'onorevole Peppone, Don Camillo monsignore... ma non troppo, Il compagno don Camillo Guareschi, Fernandel e Gino Cervi, dall'inizio della saga di don Camillo, divennero ottimi amici, e i due attori sono stati padrini di battesimo di Giovanna, una nipote dello scrittore. Il 18 gennaio del 1953 Fernandel, divenuto famoso con la sua interpretazione di don Camillo, si trovava a Roma con la figlia Jeanine, la quale ricorda che arrivò loro un invito molto speciale. Pio XII, saputo della sua presenza in città, invitava in Vaticano l'attore e la figlia per incontrare «...il prete più conosciuto della cristianità dopo il Papa».

Nel frattempo comparve anche in diversi altri film, sia italiani che statunitensi. Attore molto versatile ed espressivo, negli anni cinquanta e sessanta si trovò ad alternare ruoli comici, come La legge è legge (1958) al fianco di Totò, o La vacca e il prigioniero (1959), ad altre interpretazioni più patetiche. Il suo primo film a Hollywood, del 1956, fu Il giro del mondo in ottanta giorni, nel quale interpretava un conduttore di carrozza. Il successo ottenuto in quel film lo portò a girare una nuova commedia nel 1958, Paris Holiday, con Bob Hope e Anita Ekberg.

Alla fine della carriera intraprese la strada della regia cinematografica, realizzando quattro film, e creò la casa di produzione GaFer film insieme a Jean Gabin.

Nell'aprile del 1970, in seguito ad alcuni dolori al petto, va dal medico per sottoporsi a esami clinici: deve rimuovere una escrescenza dal muscolo pettorale destro, conseguenza di una caduta dalla barca avvenuta l'anno precedente. L'operazione, però, si rivela più complicata del previsto: dopo la biopsia sul tessuto prelevato dalla ciste, il verdetto è chiaro: carcinoma di origine epatica in rapido sviluppo con metastasi. Partito dal fegato, il tumore aveva attaccato un polmone e si era diffuso in diverse parti dell'organismo. I medici informano immediatamente i familiari, i quali decidono di tenere all'oscuro l'interessato.

All'insaputa della grave malattia che aveva colpito Fernandel, il regista Christian Jaque lo aveva intanto scritturato per la lavorazione del sesto episodio della saga di don Camillo, Don Camillo e i giovani d'oggi, le cui riprese iniziano a Brescello il 13 luglio sotto un sole incandescente. Fernandel arriva a Brescello il 20 luglio, a set già allestito. Gli esterni si girano sotto il sole, tra l'umidità e le zanzare, e Fernandel ha più volte dei mancamenti, degli eccessi di stanchezza, difficoltà respiratorie e dolori lancinanti al torace. È costretto a lasciare il set il 5 agosto e la lavorazione del film, già girato per circa quaranta minuti, si interrompe definitivamente il 12 agosto. Il film rimase quindi incompiuto; venne poi realizzato ex novo nel 1972, con Gastone Moschin nel ruolo di don Camillo e Lionel Stander in quello di Peppone.

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Dopo mesi di sofferenze, il 26 febbraio 1971 Fernandel muore nel suo appartamento di Parigi e viene sepolto nel cimitero di Passy.

Il film Era di venerdì 17 (1956) è un rifacimento del film Quattro passi fra le nuvole (1942) nel quale Fernandel ha interpretato il ruolo che fu di Gino Cervi, al quale partecipò anche Carlo Romano, suo doppiatore nei film di Don Camillo. Il cantautore Sergio Caputo nel testo della canzone Night, contenuta nell'album Un sabato italiano, fa esplicito riferimento al sorriso di Fernandel.


La stampa dell'epoca

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I denti di Femandel, enorme rastrelliera e saracinesca nello squarcio della bocca che arriva alle orecchie, non sono feroci. Sono un mezzo comico, una maniera di ridere. Nella scena della tortura in « Francesco I» sono i denti di Fernandel che tolgono ogni nota d'orrore alla segreta, alle macchine e ai carnefici e volgono tutto in farsa col solo luccichio del loro avorio nell'ombra fonda appena rotta dalle lingue di fuoco guizzanti sotto il pentolone dell'olio o dolio pece. La lunga faccia cavallina di Fernandel è supremamente espressiva nei disegni caricaturali della realtà borghese e del luogo comune più trito. Egli sta bene soprattutto nei panni dell’ometto mediocre, di limitata intelligenza, di modesti ideali e di semplice onestà. Magari un po' fanfarone quando accade, ma senza malizia: fanfarone come il guitto. Il barbiere o il commesso viaggiatore; un Tartarino novecento, ma niente bugiardo, infatuato appena di sé quel tanto cho gli consente la sua posizione in società e il conto in cui lo tiene l'ambiente che frequenta dove le suo chiacchiere innocue fanno la farina bastante a contentare la sua vanità fanciullesca o la curiosità altrui.

Ricorderete Fernandel in «Camel di ballo». E' fatuo, ma ha il cuore buono. La sua carriera di Figaro non gli ha guastato il carattere. Manipolando per anni chiome di donne giovani e vecchie, ascoltandone lo confidenze spesso indiscrete offrendo e dando consigli e vendondo cosmetici, è rimasto un ottimo padre di famiglia e un pilastro della Società in quel reparto di grigie esistenze che sono infelici soltanto nei romanzi o nelle commedie intimiate, poiché esse non hanno coscienze del proprio stato d'inforiorità spirituale e vivono sorenamente la loro giornata terrena, tirandosi dietro il fardello dei dolori, dei contrasti e delle avversità, bilanciato da un piccolo zaino di gioie qualunque. Milioni di individui vivono cosi; e se sapessero d'essere oggetto di compianto se ne stupirebbero assai. Fernandel, sullo schermo, è uno di questi onesti numeri della folla anonima, che lavora molto e si diverte con poco. Ha la risata pronta e l'animo aperto ai motivi più semplici e naturali della comicità. Vedendolo in « Francesco I» ci siamo confermati nella certezza della legittimità della sua derivazione dal fondo comico tradizionale dol mondo latino, e il suo lazzo lo abbiamo volta a volta fatto risalire a Plauto, a Rabelais e alla Commedia dell’Arte.

Quanto poco artificioso sia Fernandel nei suoi panni cinematografici dimostra anche, se volete, qualche sua grossolanità non offensiva; che è poi di marca popolare, e riesce persino simpatica, ala pure per reazione a certo umorismo meccanico e cerebrale del film americano che va avanti a furia di invenzioni paradossali o strambe sul modello clownesco portato all esasperazione.

Fernandel è invece naturale e franco, e poiché, crediamo, viene da quel teatro dove la risata è comunicativa e si rimanda dal palcoscenico alia platea, lo vodremmo come niente calarsi nei personaggi della farsa di mezzo socolo fa, e vestir bene i panni, mettiamo, del rozzo fochista del « Chiodo nella serratura» e di altrettali eroi di fine spettacolo. Non che la sua comicità sia vecchio stile e le sue trovate decrepite. Codesto è riso genuino, eterno, anche se facile, e non va soggetto ai capricci della moda e alle deformazine intellettualistiche d'una generazione inquieta. La prima popolarità di Fernandel tra noi è stata immediata e cordiale: dopo « Carnet di ballo» nessuno s'é più dimenticato di lui e del suo ricciolone che fa da muraglia al pettine. Il Figaro slvigiiano rinasceva in pieno novecento, altrettanto maneggione e indispensabile o non altrettanto astuto. Colpa, se mai, del resto dell'umanità che è diventata più furba.

Ma perchè nella versione italiana di « Francesco I» si é voluta doppiare la parlata marsigliese di Fernandel traducendola in un accento fortemente genovesizzato? Ci sfugge la recondita giustificazione umoristica di codesta trovata fonica. A rigore, siccome Marsiglia è nel mezzogiorno francese e sta a Parigi e al settentrione come da noi sta Napoli a Milano o a Torino, il suo equivalente italiano si sarebbe dovuto fissare non in Genova ma in Napoli, e sarebbe stato più logico conferire a Fernandel l'accento partenopeo: « Cumpa v'aggia dì»... (Forse ci scappava anche una serenata a Sorrento. Perché resta inteso che in casi slmili di trasposizione dialettale anche le canzonette son da rifare; se no é meglio lasciar stare tutto come é e non ostinarsi a voler riuscire più comici del necessario. Lo zelo eccessivo guasta tutto).

Comunque, è acquisita la vittoria di Fernandel comico di razza sugli eccessi parodistici e sulle buffonate di corto umorismo d'oltreoceano che discende da rami certamente giudaici. E poiché dianzi si citava Rabelais, che è un gran nome, ci sia consentito confermare la citazione richiamandoci al momento della scena della tortura allorquando, sostituita l’acqua col vino, il capace ventre di Fernandel si dilata sotto la spinta del liquido bacchico e la sua strozza gorgoglia, con una generosità di contrazioni e di suoni che Gargantua gli avrebbe invidiato.

Lorenzo Gigli, «Film», 30 settembre 1939


«Epoca», 1952


«Tempo», 1952


1955 10 20 Oggi Cervi Fernandel intro

«Oggi», 20 ottobre 1955


«Noi donne», 1956 - Cineracconto con Fernandel


Fernandel e Gino Cervi, che non avevano più lavorato insieme dai tempi di Peppone e Don Camillo, compariranno ora, non più avversari ma compari, in un esilarante film appena finito di girare a Parigi: "Noi gangster"

La celebre coppia è nuovamente insieme. Dopo essere stati rispettivamente Peppone e Don Camillo nei famosi film di Guareschi, con i risultati di comicità che tutti ricordano, Gino Cervi e Fernandel non avevano più avuto occasione di ritrovarsi in un’interpretazione cinematografica che tornasse ad accomunarli. Ora li vedremo l’uno accanto all’altro, non più avversari, ma compari, in un film girato in Francia, a Parigi, e che verrà distribuito in Italia alla fine di marzo, per Pasqua. Il film, che è una coproduzione italo-francese Franco London Film-Tempo Film-Zebra Film, distribuita dalla Cineriz. Si intitola ”Noi gangster”. La lavorazione è stata ultimata alla fine di dicembre, pochi giorni prima che Gino Cervi iniziasse in Italia la sua stagione teatrale.

1959 01 27 Tempo Fernandel Gino Cervi f1La nostalgia dell’Italia si è concretata per il "gangster" di origine italiana, che è Gino Cervi, nei manifesti turistici con cui ha tappezzato le pareti della casa in cui vive assieme al compare, che è Fernandel. Sarà in questa casa che i due ospiteranno il diabolico marmocchio che avranno avuto la cattiva idea di rapire. La lavorazione del film è stata ultimata, a Parigi, alla fine di dicembre. "Noi gangster" verrà programmato in Italia nella settimana di Pasqua.

«Fernandel — dice Gino Cervi — è un compagno di lavoro delizioso. Ha la virtù di non perdere mai la calma, di non dimenticare mai le buone maniere, di ritrovare, anche fuori dalla recitazione, uno di quei suoi incredibili sorrisi che risolvono da soli una situazione, e insomma di mettere sempre tutti a loro agio».

Il film, che è stato diretto da Henry Vemeuil, poggia soprattutto sull’interpretazione comica dei due grandi attori, accanto ai quali lavora un bimbo di sei anni: Papouf, che recita per la prima volta in vita sua, ma che ha rivelato doti straordinarie di piccolo attore. La storia è quella di due compari, un parigino, che è Fernandel, e un oriundo italiano che naturalmente è Cervi, i quali vivono, nella capitale francese, della professione faticosa, ma poco redditizia di "lava-macchine”. Li sostiene il sogno di una possibile ricchezza e del sistema per procurarsela. Dopo aver visto fallire il tentativo, che doveva farli milionari, di allevare in casa le lumache per le mense dei parigini (il tentativo fallisce per la fuga dei molluschi dalle gabbiette in cui erano stati sistemati
e la conseguente invasione di tutto il casamento) i due non riescono a pensare ad altro che a un’impresa di tipo americano, rischiosa, ma di reddito sicuro. Rapiscono un bambino, Papouf e sperano di incassare i soldi del riscatto. Ma non sanno di essersi tirati in casa l’inferno.

1959 01 27 Tempo Fernandel Gino Cervi f4Ecco tre tipiche espressioni della celebre coppia in una sequenza del film. Fernandel comparirà ora sugli schermi della televisione americana. Poiché il famoso comico francese non conosce la lingua inglese, le scene che reciterà saranno tutte scene mute: la comicità dovrà scaturire unicamente dalla mimica e dagli atteggiamenti del volto. Gino Cervi per il festival della prosa di Bologna metterà in scena ”I giganti della montagna” di Pirandello.

«Quante me ne combina, quel demonio!» dice Cervi agitando la mano, come se raccontasse, con raccapriccio, qualche cosa che gli è accaduto veramente, e non una finzione cinematografica.

Le situazioni comiche che derivano da questo fatto sono facili da immaginare. Va a finire, comunque, che il padre del piccolo rapito chiede lui una somma per riprendersi il figlio. E se vogliono liberarsene, i due "gangster” sono costretti a dar fondo ai loro modesti risparmi.

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Gli esterni del film sono stati girati, sempre a Parigi, in una "stazione di servizio” per automobili, dove i due compari si guadagnano da vivere lavando le macchine, al Bois de Boulogne e al Louvre. Le riprese sono avvenute durante le ore diurne e senza che la zona fosse recintata. In tal modo gli stessi passanti hanno, involontariamente e inconsapevolmente, funzionato da comparse. Quando Fernandel veniva riconosciuto, i parigini gli tributavano sempre manifestazioni di simpatia.

Il film è stato recitato tutto in francese. Anche Gino Cervi dunque ha dovuto parlare in francese davanti ai microfoni della "giraffa”. «Se dicessi che non mi è costato fatica direi una bugia — afferma ora l’attore. — Ma penso di esserci riuscito. Di una cosa sono sicuro: che si tratta di un film comico destinato a un grandissimo successo». Nell’edizione italiana in corso di preparazione. Cervi dovrà doppiare se stesso.

R. B., «Tempo», anno XXI, n.4, 27 gennaio 1959


L’attore francese rispetta un vero e proprio codice, da lui ideato, delle cose che non gli conviene fare. Fra le altre, osserva la regola di non lavorare mai con un altro comico; e per questo ha recisamente rifiutato di tornare sullo schermo a fianco di Totò

Fernandel sta girando a Roma, insieme con Tognazzi, la Koscina, e Caprice Chantal, il centodiciottesimo film della sua carriera: Psicanalista per signora. «I comici — dice l’intramontabile attore -— durano di più dei jeunes premiere e delle belle attrici. La loro fortuna non è legata al numero delle rughe, ma al talento e. soprattutto, alla simpatia che ispirano nel pubblico». Fernandel, che oggi vale 50 milioni di franchi, amministra con molta saggezza il suo patrimonio di simpatia. Egli si fida solo del suo truccatore personale, che lo accompagna dovunque; ha i suoi registi di fiducia. (Jean Boyer, che dirige il suo ultimo film, è stato il regista anche di Parrucchiere e di Sarto per signora); suo cognato gli rivede i copioni; due dentisti in Francia, uno a Parigi e uno a Marsiglia, posseggono il calco completo della sua bocca, pronti a tamponare, con un dente spedito per espresso, una eventuale falla del suo preziosissimo sorriso.

Autentico mattatore della comicità, Fernandel ha ideato un vero e proprio codice delle cose che egli "non può fare". Fernandel, per esempio, non può mai morire; non deve mai uccidere; non deve comportarsi in modo disonesto; e così via. Una delle cose che può fare, invece, sono i cattivi film: tanto il pubblico (francese) gli è così affezionato che dice: «Certamente, non è colpa sua!». Fra le regole segrete di questo codice, c'è anche quella che Fernandel non deve mai lavorare con un altro comico, il quale gli possa far concorrenza. L'attore ha corso questo rischio di recente, quando ha girato con Totò «La legge è legge»; ed è diventato suscettibile. I produttori di Psicanalista per signora volevano infatti inserire Totò nel film, sia pure in una particina secondaria. «Jamais, jamais!», ha esclamato Femandel alzando le mani al cielo. Ricordava qualcuno, altrettanto deciso in altro campo.

Stelio Martini, «Tempo», anno XXI, n.9, 3 marzo 1959


«Radiocorriere TV», 1968 - Fernandel


«Corriere d'Informazione», 27 febbraio 1971


Corriere della Sera», 28 febbraio 1971


Dopo una lunga malattia, l'attore era stato dimesso due settimane fa da una clinica parigina

u. s., «Stampa Sera», 27 febbraio 1971


Stroncato da un cancro: i primi segni del male si erano manifestati l'estate scorsa, e lo avevano costretto a interrompere il sesto film sul personaggio di Guaresehi - Non s'era arreso, sosteneva di essere in eccellente forma - La scomparsa ha addolorato tutta la Francia - L'attore diceva di sé: «Sono uno che se ne infischia, brutto, vendicativo e presuntuoso»

Loris Mannucci, «La Stampa», 28 febbraio 1971



Filmografia

On purge bebe, regia di Jean Renoir (1931)
Lo squadrone si diverte, regia di Maurice Tourneur (1932) - ruolo soldato Vanderague
Le Coq du régiment, regia di Maurice Cammage (1933)
Angèle, regia di Marcel Pagnol (1934) - ruolo Saturnin
Fratelli di sangue, regia di James W. Horne (1935)
Un marito scomparso (Un de la légion), regia di Christian-Jaque (1936)
Pazzo per la musica (Josette), regia di Christian-Jaque (1936)
François Ier, regia di Christian-Jaque (1937)
Arriva il campione (Les rois du sport), regia di Pierre Colombier (1937)
Carnet di ballo (Carnet de bal), regia di Julien Duvivier (1937) - ruolo: Fabien
Ernesto il ribelle (Ernest le rebelle), regia di Christian-Jaque (1937)
Ignace, regia di Pierre Colombier (1937)
La vita trionfa (Regain), regia di Marcel Pagnol (1937)
Le Schpountz, regia di Marcel Pagnol (1938)
Il giro del mondo (Les cinq sous de Lavarède), regia di Maurice Cammage (1938)
Fric-Frac (Fric-Frac), regia di Maurice Lehmann (1939)
Fernandel e la pepita volante (L'acrobate), regia di Jean Boyer (1940)
Patricia (La Fille du puisatier), regia di Marcel Pagnol (1940) - ruolo di Félipe Rambert
Cameriere per signora (Monsieur Hector), regia di Maurice Cammage (1941)
Un chapeau de paille d'Italie, regia di Maurice Cammage (1941)
Botta e risposta, regia di Mario Soldati (1950)
Fernandel e le donne (Uniformes et grandes manoeuvres), regia di René Le Henaff (1950)
Tu mi hai salvato la vita (Tu m'as sauvé la vie), regia di Sacha Guitry (1950)
Topaze (Topaze), regia di Marcel Pagnol (1951) - ruolo: Topaze
Arriva Fra' Cristoforo... (L'auberge rouge), regia di Claude Autant-Lara (1951)
Il sonnambulo (Boniface somnambule), regia di Maurice Labro (1951)
Don Camillo, regia di Julien Duvivier (1952) - ruolo: Don Camillo
Il frutto proibito (Le Fruit défendu), regia di Henri Verneuil (1952)
Me li mangio vivi! (Le boulanger de Valorgue), regia di Henri Verneuil (1953)
Il nemico pubblico n. 1 (L'ennemi public nº1), regia di Henri Verneuil (1953)
Il ritorno di Don Camillo (Le retour de Don Camillo), regia di Julien Duvivier (1953) - ruolo: Don Camillo
Alì Babà (Ali Baba et les quarante voleurs), regia di Jacques Becker (1954)
Santarellina (Mam'zelle Nitouche), regia di Yves Allégret (1954)
Il montone a cinque zampe (Le mouton à cinq pattes) di Henri Verneuil (1954)
Don Camillo e l'Onorevole Peppone, regia di Carmine Gallone (1955) - ruolo: Don Camillo
Il grande seduttore (Don Juan), regia di John Berry (1955)
Era di venerdì 17, regia di Mario Soldati (1956)
L'uomo dall'impermeabile (L'homme à l'imperméable), regia di Julien Duvivier (1956)
Il giro del mondo in 80 giorni (Le tour du monde en 80 jours), regia di Michael Anderson (1956)
Il capitano della legione (Sénéchal le magnifique), regia di Jean Boyer (1957)
La legge è legge (La loi, c'est la loi), regia di Christian-Jaque (1958)
La vita a due (La vie a deux), regia di Clément Duhour (1958)
Noi gangster (Le grand chef), regia di Henri Verneuil (1958)
Psicanalista per signora (Le confident de ces dames), regia di Jean Boyer (1959)
La vacca e il prigioniero (La vache et le prisonnier), regia di Henri Verneuil (1959)
Cresus (Crèsus), regia di Jean Giono (1960)
Fernandel, scopa e pennel (Cocagne), regia di Maurice Cloche (1960)
L'assassino è al telefono (L'assassin est dans l'annuaire), regia di Léo Joannon (1961)
Don Camillo monsignore... ma non troppo, regia di Carmine Gallone (1961) - ruolo: Don Camillo
Il giudizio universale, regia di Vittorio De Sica (1961)
Le tentazioni quotidiane (Le diable et les dix commandements), regia di Julien Duvivier (1962)
Il cambio della guardia, regia di Giorgio Bianchi (1963)
A 027 da Las Vegas in mutande (Blague dans le coin), regia di Maurice Labro (1963)
Cucina al burro (La cuisine au beurre), regia di Gilles Grangier (1963)
Il re e il monsignore (Le bon roi Dagobert), regia di Pierre Chevalier (1963)
Ho una moglie pazza,pazza,pazza (Relaxe-toi chérie), regia di Jean Boyer (1964)
Il compagno Don Camillo, regia di Luigi Comencini (1965)
La borsa e la vita (La bourse et la vie), regia di Jean-Pierre Mocky (1966)
Destinazione marciapiede (Le voyage du père), regia di Denys de La Patellière (1966)
Paris ist eine Reise wert (1966)
L'Amateur ou S.O.S Fernand (1967)
Una tranquilla villeggiatura (1968)
L'homme à la Buick (1968)
Freddy (1969)
Ulisse non deve morire (Heureux qui comme Ulysse), regia di Henri Colpi (1970)
Don Camillo e i giovani d'oggi (incompiuto) (1970)

Doppiatori italiani

Carlo Romano in Don Camillo, Il ritorno di Don Camillo, Don Camillo e l'onorevole Peppone, Il capitano della legione, La vacca e il prigioniero, Noi gangster, Don Camillo monsignore... ma non troppo, Il compagno Don Camillo, Le tentazioni quotidiane, Fernandel e le donne, Un marito scomparso
Lauro Gazzolo in Fernandel, scopa e pennel, Arriva fra' Cristoforo, Paris Holiday
Stefano Sibaldi in Era venerdì 17, Ho una moglie pazza, pazza, pazza, Fernando Fernandel (serie tv)
Carlo Dapporto in La legge è legge
Arnoldo Foà in Cresus


Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:
  • Lorenzo Gigli, «Film», 30 settembre 1939
  • «Epoca», 1952
  • «Tempo», 1952
  • «Oggi», 20 ottobre 1955
  • «Noi donne», 1956 - Cineracconto con Fernandel
  • R. B., «Tempo», anno XXI, n.4, 27 gennaio 1959
  • Stelio Martini, «Tempo», anno XXI, n.9, 3 marzo 1959
  • «Radiocorriere TV», 1968
  • «Corriere d'Informazione», 27 febbraio 1971
  • Corriere della Sera», 28 febbraio 1971
  • u. s., «Stampa Sera», 27 febbraio 1971
  • Loris Mannucci, «La Stampa», 28 febbraio 1971
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