Cervi Gino (Luigi)

Gino Cervi bio 100

Nome d'arte di Luigi Cervi (Bologna, 3 maggio 1901 – Punta Ala, 3 gennaio 1974), è stato un attore italiano. Attore dotato di grande presenza scenica e di una notevole incisività recitativa, è stato uno dei più prolifici e versatili interpreti nella storia dello spettacolo italiano, spaziando dal teatro serio a quello brillante, dal cinema alla radio e alla televisione.

Il teatro

Figlio del critico teatrale Antonio (1862-1923), nasce nello storico quartiere bolognese di Santo Stefano in via Cartolerie. Fin da bambino si appassiona al teatro, tanto da insistere affinché suo padre lo porti ad assistere a qualche spettacolo. Alto, robusto, dotato di bella presenza, e di modi signorili e raffinati, comincia come filodrammatico, per esordire ufficialmente nel 1924 al fianco della celebre Alda Borelli ne La vergine folle di Henri Diamant Berger, tratta da un dramma di Henri Bataille.

Nel 1925 è chiamato come primo attor giovane da Luigi Pirandello nella compagnia del Teatro d'Arte di Roma, accanto ai primi attori Marta Abba, Lamberto Picasso e Ruggero Ruggeri, interpretando successi come Sei personaggi in cerca di autore (nella parte del figlio), opera con cui andò in tournée a Parigi, Londra, Basilea, Berlino.

Nel 1928 conosce in teatro la giovane attrice Angela Rosa Gordini, che sposerà poco dopo; dal loro matrimonio nasce il figlio Antonio, detto Tonino, futuro regista e produttore cinematografico, la cui figlia Valentina sarà anch'ella attrice.

Ottiene rapidamente un notevole successo, tanto che nel giro di dieci anni lavora con le più note compagnie italiane, per diventare poi primo attore nella compagnia Tofano-Maltagliati (1935-1937). La voce profonda e suggestiva e la naturalezza della recitazione lo rendono uno dei più apprezzati interpreti di Goldoni, Sofocle, Dostoevskij, e soprattutto di Shakespeare, del quale sarà un memorabile interprete di Otello, e di cui doppierà anche il personaggio di Amleto nella versione cinematografica con protagonista Laurence Olivier. Nel 1938, insieme ad Andreina Pagnani, Paolo Stoppa e Rina Morelli, costituisce la compagnia semistabile del Teatro Eliseo di Roma, di cui assumerà la direzione nel 1939. Sempre nel 1939 è Tirsi in Aminta (Tasso) per la regia di Renato Simoni e Corrado Pavolini con la Morelli, la Pagnani, Micaela Giustiniani, Rossano Brazzi, Ernesto Sabbatini, Carlo Ninchi, Aroldo Tieri ed Annibale Ninchi al Giardino di Boboli a Firenze.

Il cinema

Già nei primi anni trenta quello di Cervi è un nome ben noto ed apprezzato del teatro italiano. Nello stesso periodo anche il cinema, che sin dagli inizi aveva attinto al teatro per fabbricare i propri divi, lo scopre. L'esordio cinematografico avviene nel 1932 con Frontiere, diretto da Cesare Meano, ma a farne un grande nome dello schermo ci penserà il regista Alessandro Blasetti, rendendolo protagonista di una fortunata serie di film storici, quali Ettore Fieramosca (1938), Un'avventura di Salvator Rosa (1939) e La corona di ferro (1941). Sempre Blasetti, nel 1942, lo dirige in un toccante film dai toni amari che precorre il neorealismo: Quattro passi fra le nuvole.

Negli anni cinquanta arriva lo straordinario successo con l'interpretazione della fortunatissima serie di film dedicata ai personaggi letterari di Giovanni Guareschi, in cui interpreta il sindaco emiliano Peppone. I film della serie saranno ben cinque (il primo, Don Camillo, del 1952, è diretto da Julien Duvivier) e vedono Cervi accanto al Don Camillo interpretato superbamente dal francese Fernandel. Guareschi, Cervi e Fernandel divennero ottimi amici e i due attori fecero da testimoni al matrimonio di Carlotta Guareschi, figlia dello scrittore. Il sodalizio artistico e personale tra i due attori fu talmente profondo, che quando Fernandel morì (durante la lavorazione del sesto film della saga), Gino Cervi si rifiutò di proseguire l'opera. Gli atti successivi della saga, infatti, vennero girati con attori differenti.

Il successo nella serie di Don Camillo rivela le doti di Cervi anche come attore brillante nel genere della commedia. Seguiranno così, fino ai primi anni sessanta, altri film appartenenti al filone della commedia all'italiana, come Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (1956), Anni ruggenti (1962) e Gli onorevoli (1963). Tornerà a una importante interpretazione drammatica nel 1960 in La lunga notte del '43 di Florestano Vancini, prodotto da suo figlio Antonio. In questo film Cervi è "Sciagura", inquietante gerarca fascista che l'attore incarna con straordinaria abilità, costruendone la fisionomia torbida durante buona parte del film e mettendola poi in contrasto con il tratto pacioso e amabile del finale.

La televisione

A metà degli anni sessanta è la televisione a dargli una rinnovata notorietà. Nel 1963 torna a rivestire con successo per il piccolo schermo la figura del Cardinale Lambertini, che aveva già interpretato nella versione cinematografica del 1954.

Ma Cervi è soprattutto, dal 1964 al 1972, l'impeccabile interprete della serie poliziesca Le inchieste del commissario Maigret, ispirata ai romanzi dello scrittore belga Georges Simenon. Al fianco della storica compagna d'arte Andreina Pagnani, tratteggia con arguzia e bonarietà il celeberrimo personaggio del commissario parigino dal fiuto infallibile, amante della casa e della buona cucina. Lo stesso Simenon considererà quella di Cervi tra le migliori interpretazioni del personaggio di Maigret, anche se l'autore belga indicò Rupert Davies come migliore Maigret "non francese". La serie ottiene un successo strepitoso e le puntate del Maigret televisivo sono state più volte replicate nei canali della RAI anche dopo la sua morte, oltre ad essere poste in vendita in VHS e DVD.

La scomparsa

Le ultime apparizioni sono in alcuni "caroselli" per una famosa marca di brandy (Vecchia Romagna), che aveva pubblicizzato per anni; "il brandy che crea un'atmosfera" recitava lo slogan, ideato da Marcello Marchesi, che all'epoca ebbe un enorme successo. Questi caroselli andarono in onda fino a pochi giorni prima della sua scomparsa.

Ritiratosi dalle scene nel 1972, Gino Cervi muore due anni dopo nella sua casa di Punta Ala, a causa di un edema polmonare, all'età di settantadue anni. È sepolto nel Cimitero Flaminio di Roma con la moglie Ninì e il figlio Tonino.

Fu iniziato in Massoneria nel 1946 nella Loggia "Palingenesi" di Roma, appartenente all'Obbedienza della Gran Loggia d'Italia degli Alam, e nel 1947 fu affiliato alla Loggia "Gustavo Modena", di Roma, appartenente alla stessa Obbedienza.


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

Gino Cervi, raccolta di articoli di stampa

1951 Epoca Gino Cervi intro

Vorrei capere qualcosa di Gino Cervi, che reputo uno dei più grandi attori italiani. Quali cono i tuoi gusti e le tue idee, anche fuori di teatro? (NICOLA D’ANDREA. VIA TRASONE. ROMA)

La breve intervista concessa da Cervi a un nostro redattore, e che qui sotto riportiamo, accontenta anche la lettrice Gisella Z., di Venezia.

Gino Cervi mi ha accolto con il suo largo, cordiale sorriso e senza il minimo segno d’imbarazzo. Imbarazzo che sarebbe stato giustificato dal fatto che il popolare attore stava al centro del suo camerino in canottiera e mutande. Arrivava fin lì, attutito, il rumore della folla che sgombrava il teatro.

«Lina», disse Cervi, «mi occorre una stringa» e sventolava la scarpa destra con il laccio spezzato.

«Sì, commendatore», rispose la cameriera, e uscì.

«S’accomodi.»

Cervi sembrava raggiante, colorito di salute e di cerone, riflesso di fianco, di spalle, di fronte dalle alte specchiere.

«Voi giornalisti siete abituati un po’ a tutto. Se lei è d'accordo, mi vesto.» «D’accordo. Senta, commendatore...»

«Mi chiamo Cervi.»

«Senta, Cervi...»

Gino Cervi è nato a Bologna il 3 maggio 1901. Fin da ragazzo, ancora studente ginnasiale, si sentì portato alla scena e ciò è facilmente comprensibile : si pensi che suo padre fu per 31 anni critico drammatico de II resto del Carlino.

«Preferisce il cinema o il teatro ?»

«Il teatro. Il cinema.»

«?»

«Voglio dire che il teatro mi appassiona; ma è un lusso.

Così, per tirare avanti, ogni tanto passo al cinema.»

L’autore che preferisce è Shakespeare, Otello il personaggio che sente di più. In questi giorni, al Teatro Odeon di Milano, sta dando Harvey, di Chase.

«Che cosa ne pensa?»

Si stringe nelle spalle.

«Al pubblico piace. Sto qui settanta sere e può anche darsi che tenga su per tutto questo tempo Harvey. Come l’anno scorso Quel signore che venne a pranzo.»

«Ha mai avuto la tentazione di scrivere lei per il teatro?»

«No, vera e propria tentazione no. Fantasie, questo sì. L’immaginazione corre... Caso mai un soggetto cinematografico; credo che sia più facile.»

«Le arrivano molti copioni?»

«Abbastanza. Li leggo tutti scrupolosamente e scrivo sempre qualche riga all’autore. >

«S’interessa di sport?»

«Calcio. S’intende che sono tifoso del Bologna. E poi caccia. Questa è la mia vera passione. Appena sono libero, stivaloni e fucile. Sono i miei momenti d’oro.»

Di politica non s’interessa. Precisa subito, però, che «un sano sentimento di Patria, purché non sfoci in nazionalismo, è necessario in questi tempi grigi». Trova significativo il distacco dei due onorevoli emiliani dal P.C.I. «Bisogna rifarsi agli esempi gloriosi del nostro Paese», conclude. «Non le pare ?»

Gli chiedo della sua famiglia.

«Moglie e un figlio. Mio figlio ha 17 anni e spero che non faccia del teatro anche

lui.»

«Ancora una domanda, Cervi. Con quale attrice si è trovato meglio affiatato?»

«Con la Pagnani ; come vede lavoro ancora con lei. E insieme, già molti anni fa, abbiamo recitato alla Pergola, sotto la regìa di Simoni. Proprio oggi sono stato a colazione con Simoni. Si è parlato di mio padre...»

Cedo il posto all’on. Giannini, che ha assistito alla recita e ora viene a congratularsi rumorosamente con Cervi.

R., «Epoca», 1951


1955 Noi Donne Gino Cervi intro

«Noi donne», 1955 - Quattro passi fra le nuvole con Gino Cervi


1959 01 27 Tempo Fernandel Gino Cervi intro

Fernandel e Gino Cervi, che non avevano più lavorato insieme dai tempi di Peppone e Don Camillo, compariranno ora, non più avversari ma compari, in un esilarante film appena finito di girare a Parigi: "Noi gangster"

La celebre coppia è nuovamente insieme. Dopo essere stati rispettivamente Peppone e Don Camillo nei famosi film di Guareschi, con i risultati di comicità che tutti ricordano, Gino Cervi e Fernandel non avevano più avuto occasione di ritrovarsi in un’interpretazione cinematografica che tornasse ad accomunarli. Ora li vedremo l’uno accanto all’altro, non più avversari, ma compari, in un film girato in Francia, a Parigi, e che verrà distribuito in Italia alla fine di marzo, per Pasqua. Il film, che è una coproduzione italo-francese Franco London Film-Tempo Film-Zebra Film, distribuita dalla Cineriz. Si intitola ”Noi gangster”. La lavorazione è stata ultimata alla fine di dicembre, pochi giorni prima che Gino Cervi iniziasse in Italia la sua stagione teatrale.

1959 01 27 Tempo Fernandel Gino Cervi f1La nostalgia dell’Italia si è concretata per il "gangster" di origine italiana, che è Gino Cervi, nei manifesti turistici con cui ha tappezzato le pareti della casa in cui vive assieme al compare, che è Fernandel. Sarà in questa casa che i due ospiteranno il diabolico marmocchio che avranno avuto la cattiva idea di rapire. La lavorazione del film è stata ultimata, a Parigi, alla fine di dicembre. "Noi gangster" verrà programmato in Italia nella settimana di Pasqua.

«Fernandel — dice Gino Cervi — è un compagno di lavoro delizioso. Ha la virtù di non perdere mai la calma, di non dimenticare mai le buone maniere, di ritrovare, anche fuori dalla recitazione, uno di quei suoi incredibili sorrisi che risolvono da soli una situazione, e insomma di mettere sempre tutti a loro agio».

Il film, che è stato diretto da Henry Vemeuil, poggia soprattutto sull’interpretazione comica dei due grandi attori, accanto ai quali lavora un bimbo di sei anni: Papouf, che recita per la prima volta in vita sua, ma che ha rivelato doti straordinarie di piccolo attore. La storia è quella di due compari, un parigino, che è Fernandel, e un oriundo italiano che naturalmente è Cervi, i quali vivono, nella capitale francese, della professione faticosa, ma poco redditizia di "lava-macchine”. Li sostiene il sogno di una possibile ricchezza e del sistema per procurarsela. Dopo aver visto fallire il tentativo, che doveva farli milionari, di allevare in casa le lumache per le mense dei parigini (il tentativo fallisce per la fuga dei molluschi dalle gabbiette in cui erano stati sistemati
e la conseguente invasione di tutto il casamento) i due non riescono a pensare ad altro che a un’impresa di tipo americano, rischiosa, ma di reddito sicuro. Rapiscono un bambino, Papouf e sperano di incassare i soldi del riscatto. Ma non sanno di essersi tirati in casa l’inferno.

1959 01 27 Tempo Fernandel Gino Cervi f4Ecco tre tipiche espressioni della celebre coppia in una sequenza del film. Fernandel comparirà ora sugli schermi della televisione americana. Poiché il famoso comico francese non conosce la lingua inglese, le scene che reciterà saranno tutte scene mute: la comicità dovrà scaturire unicamente dalla mimica e dagli atteggiamenti del volto. Gino Cervi per il festival della prosa di Bologna metterà in scena ”I giganti della montagna” di Pirandello.

«Quante me ne combina, quel demonio!» dice Cervi agitando la mano, come se raccontasse, con raccapriccio, qualche cosa che gli è accaduto veramente, e non una finzione cinematografica.

Le situazioni comiche che derivano da questo fatto sono facili da immaginare. Va a finire, comunque, che il padre del piccolo rapito chiede lui una somma per riprendersi il figlio. E se vogliono liberarsene, i due "gangster” sono costretti a dar fondo ai loro modesti risparmi.

1959 01 27 Tempo Fernandel Gino Cervi f3

1959 01 27 Tempo Fernandel Gino Cervi f2

Gli esterni del film sono stati girati, sempre a Parigi, in una "stazione di servizio” per automobili, dove i due compari si guadagnano da vivere lavando le macchine, al Bois de Boulogne e al Louvre. Le riprese sono avvenute durante le ore diurne e senza che la zona fosse recintata. In tal modo gli stessi passanti hanno, involontariamente e inconsapevolmente, funzionato da comparse. Quando Fernandel veniva riconosciuto, i parigini gli tributavano sempre manifestazioni di simpatia.

Il film è stato recitato tutto in francese. Anche Gino Cervi dunque ha dovuto parlare in francese davanti ai microfoni della "giraffa”. «Se dicessi che non mi è costato fatica direi una bugia — afferma ora l’attore. — Ma penso di esserci riuscito. Di una cosa sono sicuro: che si tratta di un film comico destinato a un grandissimo successo». Nell’edizione italiana in corso di preparazione. Cervi dovrà doppiare se stesso.

R. B., «Tempo», anno XXI, n.4, 27 gennaio 1959



1974 01 03 La Stampa Gino Cervi morte intro

Grosseto, 3 gennaio.

Il popolare attore Gino Cervi, colpito da edema polmonare, è morto stamane nella sua villa di Punta Ala, nei pressi di Grosseto. Nato nel 1901 a Bologna, stava per compiere 73 anni. Cervi era figlio del critico drammatico del Resto del Carlino. Fin da ragazzo era stato a contatto con il mondo del teatro, non ancora ventenne aveva costituito una sua compagnia di filodrammatici. Dopo . un'esperienza con Alda Borelli nel '24, fu scelto da Pirandello stesso per il Teatro d'arte di Roma.

La sua carriera, protrattasi per quarant'anni (fino alla stagione scorsa) è stata brillantissima. Ha recitato con la Melato, la Adani, la Maltagliati, la Fagnani, la Morelli; suoi colleghi sono stati Tofano, Ferrari, Picasso, Stoppa; ha lavorato a lungo a fianco della moglie, Nini Gordini. Memorabili sono rimaste le sue interpretazioni del Cardinale Lambertini, Le allegre comari di Windsor, Cirana di Bergérac.

L'eccezionale comunicativa di Cervi si espresse anche nel cinema, da Quattro passi fra le nuvole a Le miserie 'd monssù Travet e soprattutto nella serie di Don Camillo, che lo vide focoso sindaco comunista (Peppone, dai racconti di Guareschi). Nell'ultima parte della vita Gino Cervi conobbe la notorietà televisiva grazie al personaggio di Maigret.

«Stampa Sera», 3 gennaio 1974


1974 01 04 La Stampa Gino Cervi morte intro1

A Punta Ala, per edema polmonare a 73 anni, è morto Gino Cervi. Il trapasso nella notte nella sua casa in Toscana - Debuttò nel 1924, a 23 anni, a fianco di Alda Borelli nella "Vergine folle" di Bataille - Dal teatro al cinema e alla televisione, in una serie di indimenticabili interpretazioni - Tra le ultime e più popolari quelle di Peppone e del commissario Maigret

Grosseto, 3 gennaio.

Gino Cervi, 73 anni, è morto a Punta Ala la notte scorsa nel suo appartamento, nel condominio «Il delfino». Era nato a Bologna il 3 maggio 1901. L'attore era giunto nella sua residenza toscana alla vigilia di Natale insieme all'autista. Ieri sera aveva partecipato a una cena con alcuni amici insieme ai quali era solito disputare numerose partite dì golf. Rientrato nel suo appartamento, sì era sentito male. Più tardi, verso mezzanotte il dolore si faceva più acuto. E' stato subito avvertito il dottor Filippo Roberto Pitisano di Punta Ala, che curava l'attore quando questi si trovava in vacanza, ma l'intervento è risultato vano. Gino Cervi è morto poco prima delle 2 per «edema polmonare acuto» come è scritto nel referto. La salma sarà portata a Roma, domani sera. I funerali si svolgeranno sabato alle 11, nella chiesa di San Roberto Bellarmino, in piazza Ungheria. Gino Cervi lascia un figlio, Tonino, produttore cinematografico che ha realizzato diversi film interpretati dal padre. Tonino Cervi è nato nel 1929 dal matrimonio dell'attore con Angela Gordini, celebrato nel 1928. L'unione era durata quarant'anni; Cervi aveva poi ottenuto la separazione dalla moglie, quando era già sentimentalmente legato ad Erika Mayer, morta nove mesi fa per un attacco cardiaco.

r. s.

Gino Cervi è stato prima di tutto un raro esempio di tenuta. Dopo tutto quello che aveva dato in tanti anni al pubblico italiano (il suo esordio sulle scene è del 1924, -marmo aveva ventitré anni, nella Vergine folle di Bataille, con Alda Borelli), ancora oggi non apparivano in lui segni d'usura, di malavoglia o di rinuncia, e sia pure in prestazioni minime quali i «Caroselli», la sua proverbiale rondeur risultava inalterata: sempre la stessa larghezza di gesto, la stessa saporita dizione (attestante, dopo Zacconi, l'eccellenza della scuola bolognese) e quell'impostatura un po' larga che solo nel senso più alto potremmo definire «balanzoniana». Fatto sta che fino a ieri egli dava ogni volta l'impressione di un'energia fresca, sbucciata allora.

Un amore sviscerato del mestiere (che gli scendeva dal padre Antonio, noto critico teatrale e saggista), un indefettibile rispetto per il pubblico, col congiunto piacere di ritrovarsi a faccia a faccia con lui, caratterizzarono la sua carriera di attore. Non toccherebbe a noi dire che cosa il teatro di prosa gli deve: ricordiamo, come semplici spettatori, il suo Cirano, il suo Cardinal Lambertini, e più addietro il suo Memmo di Ma non è una cosa seria, il suo Feste della Dodicesima notte e ancora, a tutto rischio, Otello e Falstaff; i quali tutti, più o meno contaminati dal suo umore buono, poterono essere discussi e apparire ora troppo tradizionali ora troppo poco, ma ebbero la prerogativa di sapere di lui, di recare il segno e qualche volta il dono della sua personalità. Perché pur così soffice, così gattono. Cervi aveva unghie da lasciare il segno, e ciò anche nella vita privata dove la fama lo diceva taciturno, chiuso e fino un po' scontroso: insomma il perfetto contrario di quello che poi diventava quando il suo piede sentiva le tavole del palcoscenico.

Quello che fece di Cervi, così altamente educato all'arte di recitare, il «primo uomo» forse più popolare d'Italia, fu ovviamente il cinema, dove il dono della comunicativa è la cosa che più conta. Le poche schiarite d'intelligenza che si fecero durante il cinema del ventennio recano l'onesta faccia di Cervi, che lungi dall'assumere ruoli «rappresentativi», si arroccò nell'umile quotidiano (quel gioiellino di Quattro passi tra le nuvole, progenitore del «neorealismo rosa») oppure divagò nell'affresco storico (Ettore Fieramosca, Un'avventura dì Salvator Rosa, I promessi sposi, dentro cui ritagliò un Renzo che non si è lasciato abbattere); e qui non si può non pensare a Blasetti e al dolore che deve oggi provare per la perdita del suo attore più fido e congeniale.

Cervi era già in sella quando gli capitò, come ai perseveranti capita sempre, un colpo di autentica fortuna. Intendiamo il «Peppone» della lunga serie su Don Camillo, un personaggio che non solo per il fondo etnico comune, ma per la nota della bonarietà ringhiante, gli tornò a capello e divenne pressoché la sua antonomasia. La bravura di Cervi in quei film o filmetti si arrotava con quella, altrettanto superlativa, del povero Fernandel; e dal cimento uscivano scintille. Ma con «Peppone», il rosso all'acqua di rosa della bassa emiliana, vivo e parlante alla memoria di tutti, stiamo uscendo dalla zona propriamente commemorativa del nostro attore; e più ancora sfonderemmo un uscio aperto se volessimo ricordare la simpatia umana, il socchiuso umorismo, onde Cervi rivestì, sul teleschermo, la figura di «Maigret», dai romanzi di Simenon. Era bensì il suo un Maigret un po' in pantofole, con eccesso di pipa, bicchieri di birra e ova sode, un Maigret giudiziosamente strappato alla matrice celtica in cui lo aveva tenuto Gabin. Eppure, e questo riafferma la forza dell'attore, quel Maigret così riveduto e corretto fu ammirato, per la dolcezza del sangue, dallo stesso Simenon, c piacque in Francia come in Italia, dove ancora dura (lo sperimentiamo ogni sera) la bramosia di quel prodotto. Non v'è dubbio che la televisione, posta al confuente del teatro e del cinema, sia nella condizione ideale per darci pre- sto allettanti «profili» o «collane» dell'attore scomparso, che tanto degnamente ebbe a servire in vita e teatro e cinema e televisione; di farne rivivere il più a lungo possibile, in grazia di un'illusione che somiglia molto a quella dell'arte stessa, la spirante presenza.

Leo Pestelli, «La Stampa», 4 gennaio 1974


1974 01 05 La Stampa Gino Cervi morte2

Il personaggio di Testoni, da lui incarnato così bene, sapeva essere generoso e intollerante - Perché l'interprete di Lambertini fu uno fra gli ultimi attori capaci di commuovere il pubblico

Il cardinal Lambertini dì Testoni, per ricordare Gino Cervi. Ha fatto bene la tv a scegliere un cardinale, tra i tanti personaggi che l'attore interpretò per il grande e il piccolo schermo. I sindaci padani, i commissari dì polizia, i viaggiatori di commercio cinematografici hanno gualche sbavatura verso l'attualità, si prestano alle mode e agli entusiasmi fittizi, ma i prelati restano. I principi della Chiesa vengono dritti da una tradizione teatrale di mattatori e da un retaggio storico di inquieta ammirazione.

Prendiamo i cittadini di Bologna, ex sudditi di Lambertini, come esempio degli spettatori italiani: essi conoscono, per le vie traverse della trasmissione ereditaria, il valore autorevole della porpora cardinalizia, sanno il peso dei Legati pontifici, non dimenticano che i loro nonni erano mangiapreti. Dunque sono pronti a insorgere, dalla platea, contro un vescovo sopraffattore; ma si lasciano vincere, ammansire, beare da un cardinale schietto e umano, capace di scherzi in dialetto e di pizzichi sulle guance.

La figura del Lambertini che Cervi servì tanto bene, ricevendola da Zacconi, unisce l'autorità alla bontà, l'esercizio del potere alla condiscendenza, la pronuncia emiliana alla vocazione oratoria. Ci vuole di più per conquistare non solo Bologna, ma tutta l'Italia? Se ci fosse una Repubblica conciliare, tanti vorrebbero porvi a capo un cardinal Lambertini.

1974 01 05 La Stampa Gino Cervi morte f1

Del resto, anche la commedia suggerisce chiaramente l'eccezionalità dell'uomo: si sa che dopo la diocesi bolognese l'attende il soglio pontificio. Nessuno, giunto all'applauso e alla commozione, si porrà il problema dei rapporti tra la figura teatrale e quella storica, Testoni lo sapeva assai bene. Egli indovinava nel fondo dialettale e nell'indulgenza verso i potenti (purché buoni) una costante del suo pubblico, di tutto il pubblico italiano più «popolare» e abbandonato. L'operazione del successo non chiedeva che di aggiungere al mattatore storico un trascinatore della scena: appunto Zacconi, o Cervi.

Ma Cervi, forse, è stato l'ultimo della gloriosa serie: i primi attori che ci restano, anche quelli più unghiuti e ambiziosi, sentono troppo l'aria nuova, sono esacerbati dalla loro cultura e dall'inquietudine degli spettatori più giovani. Capiscono che il comando, ormai, appartiene ai registi. Cervi è stato l'ultimo ad essere amato dalla gente nella forma più diretta e tradizionale: gli spettatori facevano il tifo per lui, gli piaceva che Lambertini diventasse Papa perché pensavano di vedere incoronato l'attore. Ecco l'ottimo cardinale della replica televisiva, entrare nel suo studio bolognese, già annunciato, in pregi e virtù, dal segretario e dal pittore che deve fargli il ritratto. E' un uomo generoso e santamente intollerante, valido in ugual modo ad arginare le pretese dei canonici della cattedrale e le bizze inopportune dei senatori.

Bisogna dire che Lambertini-Cervi era bravissimo: svariando dalla durezza contro gli ipocriti alla pazienza con i sofferenti. Non s'occupava soltanto degli affari di Stato, ma anche dei problemi sentimentali dei suoi familiari. E' bello che uno zio ascolti gli sfoghi della nipote trascurata dal marito, ma è ancora più lodevole se l'apertura mondana viene da un porporato. Tra un aprirsi e chiudersi di porte, tra un rabbuffo e un'osservazione maliziosa il Vecchio Teatro assapora tutte le sue gioie e i suoi onesti trionfi. E poi c'era la parola di Cervi, tutta distesa nella dizione, appena toccata dalla gravezza emiliana: un modo antico di far teatro, che non si ascoltava senza commozione. Laurence Olivier aveva chiesto che tutti i suoi film fossero doppiati da Cervi, e i re inglesi, Riccardo III e Enrico V, s'erano presi con grande nobiltà e bellissimo effetto quella larga e salda parlata. Quand'eravamo ragazzi giravano le «figurine» degli attori, un poco sbiadite e contraffatte nei colori, con un ricordo del cinema anteguerra, nel nome dei caratteristi e dei divi: Cervi sovrastava tutti con quella faccia piena e ridente e le sopracciglia sottili, si capiva che sarebbe durato. Il volto dell'interprete aveva rappresentato negli anni duri un tipo di italiano mite e antiretorico, fosse il viaggiatore di Quattro passi tra le nuvole o il Renzo dei Promessi sposi. Aveva il diritto di restare fra gli attori amati dal pubblico, e di sorridere ai collezionisti dalle fotografie, anche dopo la scomparsa delle modeste figurine postbelliche e all'avvento del divismo televisivo.

Stefano Reggiani, «La Stampa», 5 gennaio 1974


1974 01 05 La Stampa Gino Cervi morte3

(Dalla redazione romana) Roma, 4 gennaio.

La salma di Gino Cervi è giunta in serata a Roma, proveniente da Punta Ala, è stata posta in una cappella privata della chiesa di San Roberto Bellarmino. Gli amici hanno ricordato l'attore con parole sincere. «La morte di Gino, amico da trent'anni, ha detto Paolo Stoppa, mi addolora moltissimo. Era un grandissimo attore, capace di emanare una forte simpatia in ogni sua interpretazione. Con Rina Morelli e Andreina Pagnani avevamo recitato insieme durante la guerra: dividevamo in quattro parti gli scarsi guadagni».

Remigio Paone: «Ho perduto un amico fraterno. Cervi. Col Cyrano di Bergerac mi aveva dato uno dei più grandi successi. Quando lo portammo a Parigi un critico francese scrisse: "Sono venuti gli italiani a darci una lezione di bravura"». Il regista Alessandro Blasetti: «Gino è stato l'attore in molti miei film, il mio amico del cinema, ma anche un carissimo compagno di vita. Con la perdita di Gino va via anche una parte di me e in un momento in cui non me l'aspettavo».

Eduardo De Filippo, che si trova a Firenze, ha detto che con la scomparsa di Gino Cervi il teatro italiano ha perduto il tono di voce più bello che aveva mai posseduto. «Personalmente — ha aggiunto — mi è venuto a mancare un compagno d'arte sulla cui amicizia avrei potuto contare in qualsiasi evenienza».

«La Stampa», 5 gennaio 1974



Filmografia

L'armata azzurra, regia di Gennaro Righelli (1932)
Frontiere, regia di Mario Carafoli e Cesare Meano (1934)
Amore, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1935)
Aldebaran, regia di Alessandro Blasetti (1935)
I due sergenti, regia di Enrico Guazzoni (1936)
Gli uomini non sono ingrati, regia di Guido Brignone (1937)
Voglio vivere con Letizia, regia di Camillo Mastrocinque (1937)
L'argine, regia di Corrado D'Errico (1938)
Ettore Fieramosca, regia di Alessandro Blasetti (1938)
I figli del marchese Lucera, regia di Amleto Palermi (1938)
Inventiamo l'amore, regia di Camillo Mastrocinque (1938)
Un'avventura di Salvator Rosa, regia di Alessandro Blasetti (1939)
Una romantica avventura, regia di Mario Camerini (1940)
La peccatrice, regia di Amleto Palermi (1940)
Melodie eterne, regia di Carmine Gallone (1940)
Il sogno di tutti, regia di Oreste Biancoli e László Kish (1940)
La corona di ferro, regia di Alessandro Blasetti (1941)
I promessi sposi, regia di Mario Camerini (1941)
L'ultimo addio, regia di Ferruccio Cerio (1942)
La regina di Navarra, regia di Carmine Gallone (1942)
Don Cesare di Bazan, regia di Riccardo Freda (1942)
Acque di primavera, regia di Nunzio Malasomma (1942)
Quarta pagina, regia di Nicola Manzari (1942)
4 passi fra le nuvole, regia di Alessandro Blasetti (1942)
Gente dell'aria, regia di Esodo Pratelli (1942)
T'amerò sempre, regia di Mario Camerini (1943)
La locandiera, regia di Luigi Chiarini (1944)
Vivere ancora, regia di Nino Giannini e Leo Longanesi (1945)
Quartetto pazzo, regia di Guido Salvini (1945)
Che distinta famiglia!, regia di Mario Bonnard (1945)
Lo sbaglio di essere vivo, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1945)
Le miserie del signor Travet, regia di Mario Soldati (1945)
Tristi amori, regia di Carmine Gallone (1946)
Malìa, regia di Giuseppe Amato (1946)
Un uomo ritorna, regia di Max Neufeld (1946)
La locandiera, regia di Luigi Chiarini (1946)
Umanità, regia di Jack Salvatori (1946)
Aquila nera, regia di Riccardo Freda (1946)
L'angelo e il diavolo, regia di Mario Camerini (1946)
Cronaca nera, regia di Giorgio Bianchi (1947)
Furia, regia di Goffredo Alessandrini (1947)
Daniele Cortis, regia di Mario Soldati (1947)
I miserabili, regia di Riccardo Freda (1948)
Anna Karenina, regia di Julien Duvivier (1948)
Fabiola, regia di Alessandro Blasetti (1949)
Guglielmo Tell, regia di Giorgio Pàstina (1949)
La fiamma che non si spegne, regia di Vittorio Cottafavi (1949)
Anselmo ha fretta, regia di Gianni Franciolini (1949)
Yvonne la Nuit, regia di Giuseppe Amato (1949)
Donne senza nome, regia di Géza von Radványi (1950)
La scogliera del peccato, regia di Roberto Bianchi Montero (1950)
Sigillo rosso, regia di Flavio Calzavara (1950)
Il caimano del Piave, regia di Giorgio Bianchi (1951)
Il Cristo proibito, regia di Curzio Malaparte (1951)
Cameriera bella presenza offresi..., regia di Giorgio Pastina (1951)
O.K. Nerone, regia di Mario Soldati (1951)
Buongiorno, elefante!, regia di Gianni Franciolini (1952)
Don Camillo, regia di Julien Duvivier (1952)
Moglie per una notte, regia di Mario Camerini (1952)
Tre storie proibite, regia di Augusto Genina (1952)
La regina di Saba, regia di Pietro Francisci (1952)
La signora senza camelie, regia di Michelangelo Antonioni (1953)
Stazione Termini, regia di Vittorio De Sica (1953)
Il ritorno di don Camillo, regia di Julien Duvivier (1953)
Nerone e Messalina, regia di Primo Zeglio (1953)
Addio mia bella signora, regia di Fernando Cerchio (1953)
Cavallina storna, regia di Giulio Morelli (1953)
Fate largo ai moschettieri! (Les trois mousquetaires), regia di André Hunebelle (1953)
La signora dalle camelie (La dame aux camélias), regia di Raymond Bernard (1953)
Maddalena, regia di Augusto Genina (1954)
Versailles (Si Versailles m'était conté), regia di Sacha Guitry (1954)
Il cardinale Lambertini, regia di Giorgio Pastina (1954)
Una donna libera, regia di Vittorio Cottafavi (1954)
La grande avventura, regia di Mario Pisu (1954)
Non c'è amore più grande, regia di Giorgio Bianchi (1955)
Don Camillo e l'onorevole Peppone, regia di Carmine Gallone (1955)
Frou-Frou, regia di Augusto Genina (1955)
Gli innamorati, regia di Mauro Bolognini (1955)
Il coraggio, regia di Domenico Paolella (1955)
Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo, regia di Mauro Bolognini (1956)
Beatrice Cenci, regia di Riccardo Freda (1956)
Moglie e buoi, regia di Leonardo De Mitri (1956)
Amore e chiacchiere, regia di Alessandro Blasetti (1957)
Agguato a Tangeri, regia di Riccardo Freda (1957)
Le belle dell'aria, regia di Mario Costa (1957)
Senza famiglia (Sans famille), regia di André Michel (1958)
La maja desnuda, regia di Henry Koster e Mario Russo (1958)
Gli amanti del deserto, regia di Fernando Cerchio e Gianni Vernuccio (1958)
Nel segno di Roma, regia di Guido Brignone (1959)
Noi gangster (Le grand chef), regia di Henri Verneuil (1959)
I sicari di Hitler (RPZ appelle Berlin), regia di Ralph Habib (1959)
Brevi amori a Palma di Majorca, regia di Giorgio Bianchi (1959)
L'assedio di Siracusa, regia di Pietro Francisci (1960)
Il mistero dei tre continenti, regia di William Dieterle (1960)
La lunga notte del '43, regia di Florestano Vancini (1960)
Le olimpiadi dei mariti, regia di Giorgio Bianchi (1960)
Femmine di lusso, regia di Giorgio Bianchi (1960)
La rivolta degli schiavi, regia di Nunzio Malasomma (1960)
Che gioia vivere, regia di René Clément (1961)
Un figlio d'oggi, regia di Domenico Graziano e Marino Girolami (1961)
Don Camillo monsignore... ma non troppo, regia di Carmine Gallone (1961)
Gli attendenti, regia di Giorgio Bianchi (1961)
Dieci italiani per un tedesco (Via Rasella), regia di Filippo Walter Ratti (1962)
Gli anni ruggenti, regia di Luigi Zampa (1962)
La monaca di Monza, regia di Carmine Gallone (1962)
Il delitto non paga (Le crime ne paie pas), regia di Gérard Oury (1962)
Il cambio della guardia, regia di Giorgio Bianchi (1962)
La smania addosso, regia di Marcello Andrei (1962)
Il giorno più corto, regia di Sergio Corbucci (1963)
Avventura al motel, regia di Renato Polselli (1963)
L'accusa del passato, regia di Lionello De Felice (1963)
Gli onorevoli, regia di Sergio Corbucci (1963)
Il re e il monsignore (Le bon roi Dagobert), regia di Pierre Chevalier (1963)
Becket e il suo re (Becket), regia di Peter Glenville (1964)
...e la donna creò l'uomo, regia di Camillo Mastrocinque (1964)
Il compagno don Camillo, regia di Luigi Comencini (1965)
Maigret a Pigalle, regia di Mario Landi (1966)
Il latitante, regia di Daniele D'Anza (1967)
Del vento tra i rami del Sassofrasso regia di Sandro Bolchi (1967)
Gli altri, gli altri... e noi, regia di Maurizio Arena (1967)
Don Camillo e i giovani d'oggi (incompiuto) (1970)
Fratello ladro, regia di Pino Tosini (1972)
Uccidere in silenzio, regia di Giuseppe Rolando (1972)
I racconti romani di una ex novizia, regia di Pino Tosini (1972)

Doppiatore

Clark Gable in Accadde una notte
James Stewart in Harvey
William Powell in L'impareggiabile Godfrey
Luis Trenker in Condottieri
Michael Redgrave in Il lutto si addice ad Elettra
Orson Welles in Macbeth, Otello, David e Golia
Laurence Olivier in Enrico V, Amleto, Gli occhi che non sorrisero, Riccardo III
Alec Guinness in Fratello sole, sorella luna
Antonio Centa in Zazà
Carlo Tamberlani in Un ladro in paradiso
Pietro Sharoff in 13 uomini e un cannone
Charles Boyer in La fortuna di essere donna
Franchot Tone in La danza di Venere
Voce narrante in Incantesimo tragico (Oliva), Buongiorno, elefante!, La città nuda, I dieci comandamenti, Il vecchio e il mare, Il re dei re, Quarto potere

Prosa radiofonica RAI

L'invito, commedia di Gaspare Cataldo, regia di Anton Giulio Majano, trasmessa il 1 gennaio 1947
Miracolo, di Nicola Manzari, regia di Anton Giulio Majano, trasmessa il 12 febbraio 1948.
Il nostro viaggio, di Gherardo Gherardi, regia di Pietro Masserano Taricco, trasmessa 11 marzo 1948.
Otello, di William Shakespeare, regia di Anton Giulio Majano (1949)
Gli ultimi cinque minuti di Aldo De Benedetti, regia di Pietro Masserano Taricco, trasmessa il 10 giugno 1954.

Riconoscimenti

Nastro d'argento
1946 - Miglior attore non protagonista per Le miserie del signor Travet

È inoltre la voce narrante dei film italiani Incantesimo tragico (Oliva) (1951) e Buongiorno, elefante! (1952), ma anche di film hollywoodiani come La città nuda (1948), I dieci comandamenti di Cecil B. De Mille (1956), Il vecchio e il mare di John Sturges (1958), Il Re dei Re (1961) e Quarto potere di Orson Welles nella riedizione del doppiaggio del 1965. 


Riferimenti e bibliografie:

  • Raul Radice, «L'Europeo», anno IX, n.15, 9 aprile 1953