Il coraggio

Modestamente, non faccio per vantarmi, io negli ammanchi sono maestro. Sono l'Oscar.

Gennaro Vaccariello

Inizio riprese: ottobre 1955, Stabilimenti Pisorno, Tirrenia
Autorizzazione censura e distribuzione: 17 dicembre 1955 - Incasso lire 288.300.000 - Spettatori 2.025.000



Titolo originale Il coraggio
Paese Italia - Anno 1955 - Durata 95' - B/N - Audio sonoro - Genere commedia - Regia Domenico Paolella - Soggetto Augusto Novelli, Totò - Sceneggiatura Marcello Mantoni, Marcello Marchesi, Edoardo Anton, Marcello Ciorciolini, Carlo Moscovini, Totò - Produttore Isidoro Broggi, Renato Libassi per DDL - Fotografia Mario Fioretti - Montaggio Gisa Radicchi Levi - Musiche Carlo Savina - Scenografia Piero Filippone


Totò: Gennaro Vaccariello - Gino Cervi: Comm. Aristide Paoloni - Gianna Maria Canale: Susy Esposito (amante di Paoloni) - Irene Galter: Irene - Gabriele Tinti: Raffaele - Paola Barbara: Anna - Leopoldo Trieste: amministratore Rialti - Ernesto Almirante: Salvatore - Anna Campori: Ginevra - Sandro Pistolini - Gina Amendola: Cameriera casa Paoloni - Gianni Partanna: il giovanotto "snob"


Il_coraggioSoggetto

Aristide Paoloni è un industriale tessile che naviga in cattive acque, con l'originale hobby di salvare la vita a chiunque tenti il suicidio gettandosi nel Tevere non nascondendo, in tali circostanze, anche un tantino di protagonismo. Sono già 24 le persone che egli ha salvato dalle acque del fiume, ed altrettante sono le medaglie al valor civile che ha conseguito per le sue gesta, che fanno bella mostra in un vero e proprio "sacrario" nello studio di casa.

È il giorno fatidico del suo venticinquesimo salvataggio: ma, dopo che egli ha festeggiato l'avvenimento ed è stato osannato da tutti come un eroe d'altri tempi narrando altresì l'accaduto in maniera alquanto ampollosa, succede il classico imprevisto che gli cambierà letteralmente la vita: infatti si presenta in casa sua, subito dopo essere stato dimesso dall'ospedale, l'aspirante suicida di turno, Gennaro Vaccariello, un povero diavolo - per di più vedovo - che, in virtù del suo salvataggio pretende di essere ospitato e mantenuto con l'intera famiglia costituita da ben sei figli e da un anziano zio, bersagliere a riposo non tanto sano di mente che crede di essere ancora sotto le armi.

Sia pur a malincuore, Paoloni è costretto a cedere, innanzitutto per non compromettere la sua reputazione essendo candidato alle elezioni ormai alle porte, e poi perché preoccupato che possa venire a galla una sua relazione extraconiugale; egli, però, non si rende nemmeno conto che la sua avvenente amante altri non è che una donna senza scrupoli il cui unico scopo, fra una moina e l'altra, è soltanto quello di spillargli ripetutamente denaro da spendere per i suoi capricci.

In ogni modo, l'atmosfera di casa Paoloni è letteralmente stravolta dalla presenza della nuova e numerosa famigliola, e la convivenza non è delle più facili, soprattutto considerando la vivacità - ed anche una certa invadenza - da parte dei figlioletti più piccoli di Vaccariello. In seguito, però, Paoloni avrà ben modo di riscontrare con mano i benefici che ne deriveranno, del tutto inaspettatamente, da questa forzata "ospitalità": l'intraprendente Gennaro, infatti, si rivelerà tutt'altro che un opportunista sfruttatore, anzi si prenderà letteralmente cura, in piena autonomia, delle sorti della famiglia che lo ospita.

In primis, scoperta la relazione segreta di Paoloni, Vaccariello decide di intervenire personalmente per risolvere la questione: innanzitutto si procura un po' di soldi sacrificando, non senza rimpianti, la fisarmonica di uno dei suoi figlioli con la promessa, però, di ricomprarne un'altra a cose fatte; si presenta quindi a casa della donna spillasoldi spacciandosi per un ricco imprenditore sudamericano in cerca di moglie e, con la promessa di sposarla non appena ritornato in patria, la liquida facendola imbarcare da sola, con un inganno, su un aereo per il Venezuela senza che ella possa fare più ritorno; quasi casualmente, recupera altresì un assegno di ben cinque milioni di lire che la donna aveva ottenuto da Paoloni fingendo di dover forzatamente acquistare la casa nella quale viveva per evitare un inesistente sfratto.

Allo stesso tempo, al fine di non provocare ulteriori problemi di convivenza fra le due famiglie, Gennaro si trasferisce con la prole ed il vecchio zio proprio nell'azienda di Paoloni. Qui una notte scopre, origliando dietro una porta, che Rialti, amministratore del suo "benefattore", fa il doppio gioco: questi, infatti, da un po' di tempo è al soldo di un concorrente, al quale rivela tutte le offerte che Paoloni presenta alle numerose gare di appalto facendogli puntualmente perdere tutte le relative aggiudicazioni, e causandogli quindi enormi danni finanziari. Fra l'altro, il valore delle forniture della gara indetta per l'indomani è molto alto e prestigioso, ed un ulteriore esito sfavorevole si tradurrebbe per Paoloni - ormai all'ultima spiaggia - nella certezza di un fallimento della sua azienda.

È fin troppo semplice per Gennaro identificare nell'infedele amministratore l'unico responsabile del tracollo del suo stesso principale: cosicché, dopo che questi è andato via, manomette la busta e modifica l'offerta in modo che l'importo sia di quel poco inferiore a quanto basta per vincere l'appalto. Il giorno dopo, al momento dell'apertura delle buste Paoloni, ignaro di tutto, assiste soltanto all'offerta del suo concorrente e, ormai convinto di aver perso tutto, subito se ne va senza neppure attendere l'apertura della sua busta e la relativa aggiudicazione.

Ritiratosi in casa, credendosi ormai un uomo finito e completamente sul lastrico, decide di togliersi la vita; Gennaro, però, che era corso da lui per annunciargli l'esito positivo della gara, riesce fortunatamente ad impedirglielo in extremis ed a tener nascosto ai suoi familiari l'insano proposito. Ed è qui che Paoloni viene messo al corrente dalla famiglia e dalla sua fidata segretaria di tutto quel che Gennaro ha fatto per lui. Non manca nemmeno l'infedele Rialti che, sfrontatamente, si presenta per complimentarsi con lui dell'esito vittorioso della gara d'appalto ma Vaccariello, con l'ausilio dei figli che gliele suonano di santa ragione, lo caccia via in malo modo e lo fa licenziare in tronco.

Alla fine, i due saranno soci in affari in quanto Paoloni per riconoscenza cointesterà a Gennaro la sua azienda e, per giunta, in un immediato futuro diverranno persino consuoceri grazie all'amore nel frattempo sbocciato tra Raffaele, il primogenito di Gennaro, e Irene, l'unica figlia di Paoloni; ma c'è anche un piccolo colpo di scena finale che comunque non cambia le cose: Gennaro, ad una domanda del suo benefattore sul perché un uomo così pieno di risorse come lui abbia potuto pensare di suicidarsi, gli rivela che non era per nulla sua intenzione far ciò in quanto quel giorno, invece, era tranquillamente steso sul parapetto del ponte sul fiume e un ignoto malfattore, per chissà quale ragione, lo aveva spinto giù.

Critica e curiosità

Prima produzione interamente DDL, viene iniziato in ottobre a Tirrenia, subito dopo che furono terminate, alla fine di giugno, le riprese di "Destinazione Piovarolo" e dopo la pausa estiva, nell'ultima settimana di settembre 1955, per una durata di cinque settimane, durante uno dei periodici tentativi di far tornare a pieno regime i vecchi stabilimenti Pisorno voluti dal fascismo. Il film viene presentato nei titoli di testa come una “libera riduzione di Antonio de Curtis dell’omonimo atto unico di Augusto Novelli”, anche se poi nel cartello dedicato alla sceneggiatura insieme a quello del principe sono elencati altri cinque nomi. Totò è stato anche produttore del film, salvo lasciare la società di produzione in seguito all'insuccesso commerciale del medesimo.

Il film contiene un'autocitazione di uno degli sceneggiatori, il grande Marcello Marchesi. All'inizio del film, il co-protagonista (Gino Cervi), alla domanda di un vigile urbano su quale sia il suo indirizzo di casa, risponde di risiedere "in via Marcello Marchesi."

Le riprese iniziano nel settembre del '55 negli stabilimenti Pisorno di Tirrenia, Totò scrittura personalmemnte l'attore Leolpoldo Trieste. Il film non ebbe il successo commerciale sperato tanto che Totò lasciò la società di produzione agli altri due soci, anzi si racconta che il Principe alla fine del primo ciack pretese la consueta paga giornaliera ma dal momento che anche lui era uno dei produttori gli fu detto: "Ma Principe il film lo produciamo noi! I soldi li avrai ai primi incassi" E Totò di rimando: "Ah, ma così non mi trovo! Sapete che vi dico? Se le cose stanno così continuate la società senza di me!".

Rivolgendosi all'amante del Paoloni che gli aveva chiesto se i parenti in Sudamerica l'avrebbero accolta con favore come sua sposa, Vaquerillos (Totò) risponde:"Ma certo, mia cara, una Vaquerillos in più o una Vaquerillos in meno cosa vuoi che sia"; questo era Totò, anche in film meno riusciti.

"I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998


Così la stampa dell'epoca

Oltre all'espressiva recitazione di Cervi e Totò (davvero efficaci certi primi piani sui loro volti) il film funziona grazie a una ben architettata sceneggiatura che dà rilievo anche a personaggi secondari (come l'amante di Paoloni) e al subplot sentimentale della storia fra il figlio di Gennaro e la figlia del commendatore. Per tutti questi motivi Il coraggio si rivela una commedia di grande spessore.

Ileana Cervai, 1955


1955 12 30 Il Tempo Il coraggio intro

Liberamente adattando per lo schermo l'omonimo atto unico di Augusto Novelli, Totò e Domenico Paolella hanno preferito sottacerne il substrato contenutistico e conferire al film un tono decisamente farsesco, gratuito, costringendo entro schemi caricaturali alcuni personaggi che risultano così non sono inutili, ma costituiscono vere e proprie sbavature. La problematica spicciola che si agita nel testo letterario - quali responsabilità può avere il salvatore di un suicida - poteva sembrare addirittura assurda qualche anno fa, ma alla sfiducia il pessimismo dell'uomo moderno le fanno forse un problema di assillante attualità.

Gennaro Vaccariello, il fallito suicida, carca aiuto e asilo dal suo salvatore; anzi, lo pretende, è un suo diritto, e con una serie di ricatti «psicologici» riesce ad ottenerlo, ma ripagherà l'uomo cui deve la vita con una serie di atti che finiscono per farlo diventare socio dell'industriale suo salvatore.

Totò è un suicida comico e abbastanza convincente, Cervi il salvatore-vittima. Al loro fianco Irene Galter, carina e spigliata, Gianna Maria Canale e la brava Paola Barbara.»

«Il Tempo», 30 dicembre 1955 


1955 12 31 L Avanti Il Coraggio intro

"Il coraggio", la commedia in un atto di Augusto Novelli è servita da canovaccio per trarne fuori questo film che mantiene inalterato del lavoro originario, solo il titolo. Tutto il contenuto umano, la carica comica delle situazioni e dei personaggi del Novelli, viene qui ignorato è ridotto a delle poco brillanti trovate pazzesche.

Un poveraccio, caduto nel Tevere, viene salvato da un industriale sull'orlo del fallimento. Il salvataggio servirà a poco in quinto il salvato non sa cosa fare della vita; perciò si accampa con tutta la sua rumorosa famiglia in casa del commendatore, obbligandolo a mantenere tutti e ricattandolo. Quando si accorge però che un’amante avida e il segretario infedele stanno per far precipitare nella rovina il suo benefattore, accorre in tempo e giocando d'astuzia lo salva divenendo addirittura socio dell'azienda.

Totò, pur avendo limitato il repertorio dei suoi gesti, non esce tuttavia fuori dal dal solito schema; Gino Cervi, con la sua bonaria comicità, riesce a sostenere il film e a dargli un'impronta meno farsesca.

«L'Avanti», 31 dicembre 1955


1956 01 15 Il Piccolo Il coraggio R intro

Interpreti: Totò, Gino Cervi, Irene Galter, Paola Barbara ed Ernesto Almirante. Da un atto unico di Augusto Novelli. Regìa: Domenico Paolella. Produzione: Cei-Incom

Da un atto unico di Augusto Novelli lo stesso Totò ha tratto il soggetto per questo film che vuole mettere in guardia i salvatori di vite umane. Può infatti accadere 9 tutti che dopo aver portato a riva un tizio prossimo ad affogare questi si riveli per un suicida e pretenda da voi, per averlo fatto rinascere senza sua richiesta, il mantenimento a vita per se e per la sua numerosa famiglia. Ciò accade. nei film diretto da Domenico Paolella, a Totò (l'opportunista del suicidio) e a Gino Cervi (il salvatore inguaiato). La conclusione della singolare vicenda la si può anche immaginare, ma merita tuttavia seguirne gli sviluppi attraverso l<e situazioni che volta per volta i due attori si danno la briga di sbrogliare con le loro indiscutibili risorse. Il vecchio caratterista Ernesto Almirante dopo aver soffiato nella tromba come, garibaldino, in «Destinazione Piovarolo», qui la fa da bersagliere. Strettamente funzionali risultano le presenze degli altri.

«Il Piccolo di Trieste», 15 gennaio 1956


1956 01 08 La Stampa Il Coraggio intro

Prodotto dalla nuova casa fondata da Antonio Da Curtis, alias Totò, «Il coraggio» sembra voler aprire un nuovo viottolo al nostro popolarissimo comico; auguriamocelo: se son rose. fioriranno. La vicenda del filmetto, alla cui stesura ha collaborato, con noti sceneggiatori, l’attore stesso, deriva Io spunto, ma non più che lo spunto, dall'omonimo atto unico di Augusto Novelli, che fu già interpretato da Petrolini.

Il comm. Paoloni, industriale nelle secche ma appassionato nuotatore e frequente salvatore di annegandi, compie il venticinquesimo salvamento nella persona di Gennaro Vaccariello, un tapino che voleva finire la grama vita nel Tevere. Mentre il salvatore si crogiola nella vanità del suo atto, il salvato gli si presenta a casa, e con l'affilata arma del sillogismo, gli impone, poiché lo ha rimesso al mondo, di mantenerlo con un esercito di figlioli e un cognato svitatello. L’industriale deve stridere poiché il terribile ometto, scoperto un suo amorazzo, lo va abilmente ricattando. Ma la persecuzione del Vaccariello, con insensibile curva, si muta in provvida assistenza, e se iI Paoloni si trova a un tratto liberato dalla vampiresca amante, da un impiegato fraudolento e dallo spettro della bancarotta, ciò è tutto merito dell’intruso di buon cuore. Che per giunta gli contraccambierà Il beneficio ricevuto, trattenendolo dal suicidio.

La commediola, anche se lascia il rammarico di non essere stata riveduta, limata e ritmata, anche se manifesta molte sbavature e soluzioni troppo facili, ha tuttavia il merito di non decadere mai nella farsa sguaiata e di serbare una certa coerenza di caratteri. Totò osserva una inconsueta misura e forse proprio per questo riesce più efficace del solito; e Gino Cervi, senz'ombra di gigioneria, rende pastosamente la figurona dell'industriate. Ai margini una suntuosa Gianna Maria Canale, Irene Galter, Leopoldo Trieste, Paola Barbara e altri.

«La Nuova Stampa», 18 gennaio 1956


Totò è quel grande comico che tutti conosciamo, ma quanti sono i film tra decine e decine da lui interpretati che si salvano non dico sul piano dell'arte, ma almeno su quello dell'intelligenza e della dignità? Totò ha sempre successo di pubblico perché le sue risorse sono tali da strappare qualche risata anche con le più insulse banalità. Così tutti si aggrappano a lui, anche i giovani registi, come una sicura garanzia di quel successo economico senza il quale non c'è possibilità di carriera. Ma è necessario scegliere sempre la via più facile e banale? Così ha fatto nel Coraggio Domenico Paolella. Il vecchio testo di Novelli, che fu già cavallo di battaglia di Petrolini, poteva offrire lo spunto per realizzare con Totò un gustoso film satirico, solo che il regista si fosse preoccupato di dire qualche cosa anziché accavallare situazioni farsesche del tutto esteriori con l'unico intento di far ridere il pubblico. Il risultato, naturalmente è negativo: questa volta neppure Totò è riuscito a superare la piattezza della sceneggiatura. Ne è venuto fuori un film scolorito e noioso.

Luigi Chiarini, «Il Contemporaneo», 31 gennaio 1956


1968 04 Radiocorriere TV Rassegna televisiva film Il coraggio intro

1968 04 Radiocorriere TV Rassegna televisiva film Il coraggio f2

ore 21,15 secondo

Il rimprovero più frequente (e più banale) che» taceva a Totò riguardava la sua acquiescenza nel confronti dei «testi» per i quali era richiesta la sua collaborazione di attore, Totò, c'è detto, accettava qualsiasi soggetto, qualsiasi sceneggiatura, anche i più superficiali o volgari, senza apparai temente preoccuparsi della mediocrità di risultati che. inevitabilmente, ne sarebbe venuta. Perché diciamo che il rimprovero era banale? Perché non è affare dell'attor comico occuparsi della qualità delle storie che lo hanno a protagonista (il valore della sua esperienza è strettamente personale); e Inoltre perché Totò ha ogni volta «reinventalo» i personaggi che gli sono stali affidati, costruendoli sulla misura della propria stralunata e astratta definizione di interprete. Per questo i casi di intervento nella fase preparatoria di un film sono stati, per quanto lo riguarda. molto rari. Si può citare il titolo di Siamo uomini o caporali, nato da una sua idea, oppure quello di II coraggio, il film che si vede questa sera; e con ciò si i quasi del tutto esaurito l'elenco degli esempi.

Il coraggio nasce da una coro media scritta dal fiorentino Augusto Novelli nel '14, una delle non poche che questo autore soprattutto vernacolo compose, come si dice, «In lingua». Un bozzetto semplice e bonario, però dotato di una sua immediatezza e di riscontri risentiti, talvolta polemici. con la realtà da cui prendeva le mosse. Del testo di Novelli Totò fece, com'era giusto, una cosa sua, e quindi prima di tutto contemporanea (la modernità dei suoi umori comici). Al suo personaggio — un povero diavolo che si butta a fiume, viene salvato, e pretende che il non invocato salvatore si accolli l'onere del mantenimento suo e della sua numerosa famiglia — cambiò non soltanto il nome, ma la fisionomia psicologica, facendone un verace rappresentante della napoletana (o italiana) arte di arrangiarsi.

1968 04 Radiocorriere TV Rassegna televisiva film Il coraggio f1

Se tra le molte cattive pellicole che Totò ha magistralmente interpretato. Il coraggio occupa un posticino non proprio trascurabile, la ragione è questa: che in essa Totò è acida to assai vicino alla definizione del suo personaggio-tipo, un grande personaggio.

Non quello «umano» o mutuato alla realtà che molti ancora oggi considerano il suo più valido ma precisamente opposto Tra i vari modi possibili di far ridere la gente, infatti, a Totò toccava per istinto quello che si fonda sul capovolgimento dei luoghi comuni del perbenismo, del parlare corretto e del comportarsi civilmente La sua umanità non andava cercata in direzione dell'usuale, era moderna e acre, una buffoneria geniale che superficialmente potè essere considerata «minore», criticata e tartassata, e dalla quale si voleva che egli si li bevesse per trasformarsi in uno dei mille attori che nella realtà cercano modelli da imitare, e non temi da stravolgere.

Era un'umanità autentica nella misura in cui autenticamente si collocava nel suo tempo (perciò nel nostro) dimostrandosi ribelle e insofferente di esso, capace di annichilire con uno sberleffo, una smorfia o una parola le false verità. L’umanità del grande clown: istinto e lucida intelligenza puntati contro le comode bugie del sentimento.

Giuseppe Sibilla, «Radiocorriere TV», aprile 1968


1979 11 16 L Unita Il coraggio intro

Venerdì sera consacrato a Totò. Il film di stasera sulla Rete uno è II coraggio, del 1955. tratto da un testo teatrale di Augusto Novelli, diretto da Domenico Paolella, e con un cast che comprende, tra gli altri, oltre il grande comico, anche Gino Cervi, Irene Galtier, Gianna Maria Canale, Leopoldo Trieste.

Di che cosa si tratta? Un industriale, certo Paoloni, per stare in pace con gli uomini e con Dio, si prodiga per salvare coloro che hanno deciso di mettere fine alla propria esistenza. Salva un suicida oggi, salva un suicida domani. Paoloni si imbatte, un giorno, in un candidato all'obitorio diverso da tutti gli altri. E' Gennaro Vaccariello, bloccato sull'orlo del precipizio, appena in tempo. Ma Vaccariello è, appunto, un aspirante suicida di tipo speciale. All'industriale rivol
ge più o meno questo discorso: «Benissimo, ora che m'hai salvato, spetta a te mantenere me e la mia famiglia»

Paoloni fa buon viso a cattivo gioco, nonostante che le richieste di Vaccariello diventino sempre più esose.

«L'Unità», 16 novembre 1979


1979 11 16 Il Piccolo Ciclo TV Toto intro

«Ottototò» (rete 1 - ore 21.30) - quinto film, intitolato «Il coraggio», della serie dedicata al grande Totò. Sono accanto a lui un brillante Gino Cervi, due «belle» dell’epoca, (la fatale Gianna Maria Canale e la giovanissima Irene Galter), il promettente Gabriele Tinti, Paola Barbara, Leopoldo Trieste ed Ernesto Almirante. È la storia di un povero diavolo che, salvato dalle acque del fiume nelle quali ha tentato il suicidio, si alloca di prepotenza nella villa del suo salvatore e ne combina di tutti i colori. Alia fine sarà proprio questo povero diavolo, aiutato dai suoi otto figli, che strapperà il «benefico» e idrofobo padrone di casa dalle grinfie di un'attricetta che lo ricatta. Il film, prodotto 24 anni fa e diretto da Domenico Paolella, è tratto da un vecchio e famoso racconto di Augusto Novelli.

«Il Piccolo di Trieste», 16 novembre 1979



I documenti

Quando io ho avuto Totò per Il coraggio e Destinazione Piovarolo, Totò era molto legato alle sue radici popolari. Nel film Il coraggio volevo fare un ambiente borghese in cui s’inserisce un personaggio popolare, il povero napoletano straccione che si vuol suicidare, ma viene salvato da uno che strumentalizza il salvataggio, e lui si piazza in casa del salvatore con tutta la famiglia: “Mi hai salvato, sei mio padre, sta a te occuparti di noi”. L’ambiente di Destinazione Piovarolo è invece una piccola stazione di provincia, dove Totò è finito, la più schifosa e piovosa stazione di provincia dove, dal 1912 al 1958, anno del film, cerca di essere promosso applicando il regolamento.
Totò e Cervi erano diversissimi. Cervi è un attore di teatro, del teatro borghese, bravissimo, ma aveva nei confronti di Totò una certa piccolissima sufficienza. Certe sbrodolature che erano l’invenzione di Totò non entravano nei canoni tradizionali di una recitazione borghese. Totò era imprevedibile. Ma di questa sottile tensione io ho cercato di avvalermi. Certe espressioni di Cervi che guarda Totò in quella maniera... ineffabile, erano in realtà stupende ma erano al di fuori del personaggio, erano di un attore che recita con un attore diversissimo da lui. Totò era in realtà molto distruttivo, non professionalmente ma dal punto di vista umano. Una specie di pigrizia napoletana, non so. Gli parlavo di certe soluzioni per il personaggio, del retroterra che gli si poteva dare, e lui sembrava improvvisamente stanco, mi diceva a bassa voce: “Mimmo, dimmi cosa vuoi che io faccia”, e mi bloccava, mi faceva proprio soffrire...
Lui era rimasto alla cultura delle sue origini: il cinema non lo amava, era un attore da strada. In Destinazione Piovarolo, vestito da capostazione, mentre giravamo con le macchine che non si vedevano, gli si accostano dei veri viaggiatori e gli chiedono il treno per Pescara. Lui, con una serietà e una finezza incredibili, li indirizzò a un treno che quelli presero, e che finiva chissà dove! Ma fu una scena stupenda. Attore da strada era.

Domenico Paolella


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

Commedia leggera leggera, che si fa guardare perché ci sono due assi; **. Totò è grandissimo nel suo primo momento filmico e Cervi, quando fa l’industrialotto, per me è perfino meglio di quando fa Peppone. Il resto è un po’ così, con una storiella sentimentale incollata (e male) col nastro adesivo. Da notare Enzo Garinei (non accreditato, nell’incipit), il vecchio Almirante (che cena in signorile sala da pranzo con la gavetta) e l’indirizzo di Cervi (via Marcello Marchesi, che è fra gli sceneggiatori).• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La telefonata del Cardinale, con Totò che àltera la voce con un imbuto.


Salvato da un tentativo di suicidio, si impianta nella casa del facoltoso salvatore con tutta la famiglia.La parodia di Boudu è arguta e consente una serie di situazioni divertenti. Ma la storia, pur ben strutturata, rimane a metà strada tra la comicità e la commedia, con un sottofondo moralista che riemerge ogni tanto appesantendo le trovate. La coppia Totò-Gino Cervi non sarebbe male, ma l'ingessatura del copione non gioca troppo a loro favore. Comunque, tutto sommato è un discreto lavoro.


Se si riesce a sopportare la solita storiella sentimentale tra il figlio di Gennaro (Totò) e la figlia del commendator Paoloni (Cervi), questo film riesce a offrire spunti divertenti, naturalmente, quando entrano in scena, Cervi e soprattutto Totò, che vive con naturalezza la sua condizione di parassita, che approfitta della bontà di cuore, ma non solo, del commendatore per piazzargli in casa la numerosa famiglia, nonno picchiatello compreso. E se poi uno come lui si ritrova anche il coltello dalla parte del manico...Piacevole.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il nonno, con cappello da bersagliere (a tavola, Totò gli riempie l'inseparabile borraccetta di cibo).


Salvato dalle acque come Boudu, il proletario Totò, con numerosa famiglia al seguito, porta lo scompiglio nell'abitazione e nella vita del borioso commendatore Cervi. La simpatia dei due protagonisti e qualche scena divertente (come quando Totò si fa passare per un ricco sudamericano con l'amante venale del commendatore) non bastano a salvare del tutto un film piuttosto scolorito, penalizzato non soltanto dalla solita inevitabile storiella d'amore giovanile ma anche da una sceneggiatura poco brillante, che non sfrutta bene il soggetto.


L'idea di partenza è molto simpatica e anche la prima parte regge bene; poi però, purtroppo, a causa di un ritmo troppo lento, si rischia la noia. Comunque Cervi e Totò sono in grande forma e i loro duetti sono spassosi fino all'ultimo; grazie a loro infatti il film è buono, perché la regia di Paolella non è proprio il massimo della fluidità. Il finale è prevedibile ma bello.


Una pellicola in cui emergono i buoni sentimenti, ma quando tra gli interpreti c'è il grande Totò il divertimento e il fattore sorpresa sono assicurati. Due famiglie totalmente diverse costrette a coabitare nella stessa dimora con risultati altamente scomodi. Interessante il confronto tra il principe della risata e il Maigret italiano, due modi diversi ma ottimali di fare cinema.


Una commedia imperfetta, che si avvale di una coppia originale ma assai funzionale: Cervi è stato un attore sanguigno, ma di una eleganza estrema e anche qui mantiene inalterata la fama, mentre Totò gode di una freschezza rara ed è perfettamente calato nel ruolo. C’è spazio per la solita storia d’amore tra i rispettivi figli di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Malgrado qualche giro a vuoto la valutazione finale è positiva.


Commedia minore, tutta basata sull'indovinato spunto di partenza (il suicida che si accolla al suo salvatore) ed infarcita di situazioni comunissime (il cinema italiano del periodo pullula di imprenditori indebitati che non rinunciano a mantenere amanti di lusso, e la parallela love-story giovanile tra figli è appiccitata come al solito); tuttavia da riscoprire, grazie a momenti memorabili regalati dai due protagonisti: se Totò invadente e appiccicoso non è una novità, Cervi commendatore senza baffi dà una prova imperdibile del suo eclettismo.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La falsa modestia di Cervi dopo il suo narcisista atto di eroismo iniziale.


Commediola che, pur non impostata male, si dipana perdendo smalto via facendo. Non basta la solita verve comica di Totò, comunque meno spumeggiante del solito, a evitare che già verso la metà del film si avverta stanchezza. Cervi riesce bene nella sua parte di viscido e borioso borghesuccio (non a caso destinato a una carriera politica che, viste le qualità, si può intuire luminosa) interpretando un personaggio che alla fine risulta riuscito meglio del suicida Vaccariello. Insulse e piatte le figure di contorno.


Apparentemente sembrava una buona idea, mettere insieme due mostri sacri come Totò e Gino Cervi, ma purtroppo qualcosa non funziona. La pellicola, tratta da un atto unico di Augusto Novelli rielaborato dallo stesso De Curtis, diverte assai poco. S'intende, non mancano i momenti gradevoli (per esempio, quanto il commendator Paoloni racconta agli amici i suoi precedenti salvataggi, fantasticando di gorghi e "polipi" di fiume...) ma ciò nonostante il bilancio del film non è per niente in attivo.


Tratto da una fortunata commedia di Novelli, il film mette di fronte due giganti del nostro cinema (Cervi e Totò) di estrazione meno diversa di quanto si possa pensare. Le schermaglie fra loro sono alla fine il vero sugo del film, che paga una piattezza nella resa filmica non esente da qualche pausa, soprattutto nella seconda parte. Si segnalano alcuni spunti felici in una sceneggiatura non sempre impeccabile, mentre il resto del cast, a parte Trieste, fa quel che può. Un buon film, che senza i due protagonisti sarebbe insalvabile.


Un film melange, questo di Paolella, con una mescolanza non sempre ben amalgamata di colori e di sapori. C’è la commedia, c’è il patetismo un po’ricattatorio, c’è un timido tentativo di satira politica, una robusta porzione di farsa da comica finale e qualche pizzico di pochade e di surrealismo e una insolita dose di giallo. Paolella non riesce a tenere uniti tutti i registri stilistici e anche la storia ha passaggi narrativi poco chiari, comunque Totò c’è e la sua recitazione, tra il realistico e il comico, é ben equilibrata nei gesti e nei toni.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Paolella "dedica" a Totò tanti primi piani sottolineandone l'aderenza psicologica al suo personaggio; Totò e Gino Cervi non riescono ad armonizzare.


Due grandi attori italiani, dall'umorismo molto diverso, vengono uniti per questo particolare titolo che li vede reggere bene il reciproco confronto ma, al contempo, come spesso è accaduto affiancando a Totò attori di grosso calibro (Fabrizi, De Sica), l'impressione finale è che si potesse fare qualcosa di meglio. Totò è qui nei consueti panni del solito squattrinato con tendenze truffaldine, alle prese con un benefattore che deve far buon viso a cattivo gioco. Nel finale perde un po' di tono. Comunque gradevole.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La celebre scena a tavola con la storica battuta "Adesso cominciamo a ragionare!".I gusti di Smoker85 (Commedia - Drammatico - Fantastico)


Il confermato Paolella dirige in modo formalmente ineccepibile, e l’inedita accoppiata Totò-Gino Cervi funziona bene, ma la storiella moraleggiante del suicida salvato che a sua volta salva il suo salvatore non è adatta a Totò, tira le briglie al suo estro comico, lo mortifica nel ruolo del personaggio umano’. Gli stessi limiti di Destinazione Piovarolo, anch’esso ben diretto e ben girato, ma troppo bonario per la virulenza di Totò; la comicità dell’interprete ribolle in sottofondo, nei piccoli gesti, in qualche battuta occasionale. Ma il pubblico non gradisce troppo quest’ennesimo tentativo di umanizzazione. “Quando in campo c’è un fuoriclasse ti aspetti/pretendi l’exploit vincente”, sintetizzerà Alberto Castellano, “il tocco artistico che fa la differenza e la visione dei due film può scatenare la frustrazione per il contrasto tra quello che Totò dà e quello che sai che può dare, tra una performance ‘normalizzata’ e il suo proverbiale pirotecnico repertorio.”


I due film di Paolella (Destinazione Piovarolo e Il coraggio) incassano insieme meno del solo Siamo uomini o caporali? e le ambizioni della DDL ne escono ridimensionate. La prima conseguenza è che i progetti più ambiziosi (Don Pietro Caruso, Don Chisciotte, Pinocchio) vengono accantonati. Un’altra conseguenza è probabilmente la rinunzia a Il malato per tutti, un atto unico scritto da Giuseppe Marotta in coppia con Belisario Randone che Totò avrebbe dovuto interpretare e dirigere nei teatri di Milano e Roma (nelle altre piazze gli sarebbe subentrato Mario Castellani). In una locandina dell’iniziativa, Totò è annunciato come partecipazione straordinaria, specificando che l’attore “ha voluto generosamente e affettuosamente dimostrare la sua solidarietà all’iniziativa”, un programma di atti unici, Il teatro delle 15 novità, organizzato dall’impresario Maner Lualdi.

II 29 novembre 1955, al debutto al teatro Olimpia di Milano, in scena c’è Castellani. E un’altra occasione perduta, anche perché le recensioni dello spettacolo sono entusiastiche, e il personaggio della pièce, un falso malato che raccoglie medicine da dispensare ad infermi autentici, sembra proprio scritta su misura per Totò.


Il coraggioCi pensa Totò a sgonfiare il petto zeppo dell’industriale: “che genere di vita mi hai preparato?!” domanda come novello Adamo a chi voleva fare Dio senza pagarne il dazio. In un pirandelliano dramma da camera il suicida Vaccariello riconosce nel salvatore Paoloni il proprio padre, il proprio Dio; veste gli abiti del figlio redento a forza e in questi termini si rivolge al generoso genitore, improvvisamente soffocato da quei panni che fino a qualche ora prima gli sembrava calzassero a pennello. E Vaccariello non ci pensa nemmeno a fermarsi al cancello dell’Eden: alla conquista del piano terra, ben presto trasformato in suburbio, seguirà la presa della scala e del piano superiore, invano sventata dal commendatore in un primo momento. In fondo il Padreterno in flanella l’aveva tirato per il bavero; chi glielo aveva chiesto? Adesso deve prenderselo in casa, pena la pubblica denuncia di violazione di una terna di articoli del codice penale: Dio aveva cacciato l’uomo per avere violato una sola legge, adesso l’uomo può incriminare Dio per averne violate tre.

Un Padreterno, questo Paoloni, forse più Zeus padre: entrambi ben pasciuti, entrambi sensibili alla bontà dell’altrui sesso, entrambi incapaci di ragionare davanti ad una coscia ben tornita, fosse essa d’agnello o di fanciulla. Ma da quella Grecia di dei ed eroi siamo ormai lontani: la timé che governava vita e morte degli Achille e degli Aiace è scomparsa coi lanci di dadi di Odisseo. Trucchi, nient’altro che giochetti, gli stessi coi quali Paoloni convive, gli stessi coi quali Gennaro entra in casa sua e lo cava fuori dai guai. Ad Aiace non rimane che la solenne tragedia della morte; a Paoloni, borghese degli anni ‘50, la farsa di un suicidio poco convinto. Qualcosa di quel mondo arcaico è però rimasta: quell’insegna alla fine della pellicola, quel “Paoloni – Vaccariello & figlio” che cancella senza pietà il diritto ad ereditare dell’unica figlia del commendatore a vantaggio del marito. Le donne avevano iniziato a votare nove anni prima; metterle a capo di un’industria non era concepibile, nemmeno in un film.

Spiace che una pellicola così ben principiata finisca per intorcinarsi malamente dietro i troppi fili narrativi, tranciati malamente nel finale dal regista a scapito della verosimiglianza della vicenda. I frequenti slanci di improvvisazione di Totò, poi, non sempre incontrano il coinvolgimento spontaneo di Cervi, rigido all’inverosimile; due mondi distanti anche nella vita, purtroppo. Eppure la bella immagine del figlio che regala al padre l’oggetto più amato, una fisarmonica, e del padre (Totò) che pure gliela domanda conoscendone il valore, vale probabilmente tutto il film. In fondo è per queste cose che ci vuole veramente “Coraggio”!

Dal sito storie.it


Una della molte malattie di cui il cinema italiano d’oggi soffre pare essere senz’altro la mancanza di creatività dei nostri sceneggiatori e registi. Una malattia che si manifesta attraverso l’enorme difficoltà odierna di parlare con semplicità e di cimentarsi con storie originali nella loro “ordinarietà”. Fortunatamente, il dopoguerra ci offerse ben altro scenario, soprattutto da noi, ma anche all’estero. Negli anni’50 si usava scrivere e dirigere commedie troppo frettolosamente definite di “serie B”, interpretate tuttavia da “mostri sacri”, solo in un secondo momento riconosciuti tali dalla miope critica cinematografica. Oggi possiamo dire, che tali opere non hanno nulla da invidiare ai cosiddetti film di “serie A”, troppo intenti a guardarsi allo specchio.

Il coraggio 00048“Il coraggio” di Domenico Paolella, è un esempio di quel cinema rimpianto. Diretto nel 1955, ha per protagonisti il grande Totò e un Gino Cervi, già famoso per l’interpretazione di Peppone in “Don Camillo”. La trama è tratta da un atto unico scritto dal semisconosciuto Augusto Novelli: il disoccupato “cronico” Gennaro Vaccariello (Totò), stanco della vita, decide di suicidarsi gettandosi da un ponte sul Tevere a Roma. Avvistato dall’industriale Paoloni (G.Cervi), viene da questi tratto in salvo e perciò premiato pubblicamente per l’eroismo dimostrato.

Vaccariello tuttavia, non gradisce il salvataggio e rimprovera il gesto all’industriale. Egli non ha chiesto d’essere salvato, quindi chiede d’essere mantenuto a casa sua con tutta la sua famiglia. L’invadenza di Vaccariello in casa di Paoloni supera ogni limite, spingendo il padrone di casa a chiedersi addirittura “perché l’ha fatto!”. Ma proprio quando il disgraziato capisce di non essere gradito, ritentando nuovamente il suicidio (questa volta con la pistola), ecco che interviene l’amore tra la figlia di Vaccariello e il figlio di Paoloni. I due protagonisti diventano consuoceri, poi soci in affari.

“Il coraggio” ha un “plot” molto semplice, eppure la vicenda desta interesse allo spettatore per il suo insolito dipanarsi. Lo schema resta quello della commedia, tinta però di un velo agrodolce, cui la maschera tragicomica di Totò contribuisce a rendere. L’attore infatti utilizza qui entrambi i codici espressivi, quello comico e quello drammatico, e il regista equilibra con saggezza le due componenti, così come fece in “Destinazione Piovarolo” dell’anno prima.

Ne “Il coraggio”, il personaggio popolare interpretato da Totò, è inserito suo malgrado nel milieu borghese nostrano, che lo giudica come al suo solito, troppo superficialmente, senza cogliere le qualità dell’uomo se non alla fine del film. Gino Cervi, infine, è un’ arma preziosa per il film, l’interprete ideale grazie alla misura e all’equilibrio da contrapporre alla vulcanica istrionicità di Totò. Il risultato di tutto ciò, è un film di serie B, senza troppe pretese per l’epoca, ma che non ci sentiremmo di cambiare con molti prodotti titolati che il convento oggi ci propina.

Salvatore Molignano - mescalina.it


Il coraggio è una commedia classica, tratta da un’opera teatrale di Augusto Novelli, rielaborata dallo stesso Totò, anche produttore di un film che non riscosse grande successo.

Il coraggio 00039Domenico Paolella (Foggia, 1915 - Roma, 2002) è un regista che sopravvive alla caduta del fascismo; aveva cominciato come assistente di Carmine Gallone (Scipione l’Africano), debuttando a 24 anni con Gli ultimi della strada (1939), film insolito - anche se propagandistico - sugli scugnizzi napoletani. Autore di interessanti cortometraggi, corrispondente di guerra dal fronte sovietico, direttore del cinegiornale INCOM (1946 - 1951). Il suo nome resta legato alla commedia e ai film musicali, soprattutto a diversi lavori interpretati da Totò.

Muore nel 2002, ma le sue ultime regie sono datate 1979: Gardenia, Belli e brutti ridono tutti, No, non è per gelosia (episodio di Tre sotto il lenzuolo, firmato Paolo Dominici). Negli anni Novanta lo ricordiamo soggettista e sceneggiatore di alcuni film di Aldo Lado, Stelvio Massi, Lamberto Bava e Sergio Sollima. Tra i suoi titoli migliori citiamo Le monache di Sant’Arcangelo (1972) Storia di una monaca di clausura (1973), che generano il tonaca-movie, anche se il suo era cinema storico di buon livello artistico. Molti film con protagonisti Maciste, Golia ed Ercole - il neo peplum italiano anni Sessanta - portano la sua firma.

Il coraggio è una commedia ben strutturata, dotata di una sceneggiatura elaborata e priva di pecche, ben fotografata, girata quasi completamente in interni (stabilimenti di Tirrenia - Pisorno) e montata con ritmi rapidi. Gino Cervi è il commendator Paoloni, salvatore del furbo Gennaro Vaccariello, caduto nelle acque del Tevere, che approfitta della situazione per farsi mantenere - insieme alla numerosa famiglia - dal benefattore. Molti equivoci da pochade. Bravissimo Cervi nel ruolo del burbero bonario, così come Totò è strepitoso nei panni del poveraccio che inventa giorno dopo giorno il modo per sopravvivere. L’attore è contenuto nei suoi eccessi da Paolella e da una vera e propria squadra di sceneggiatori. Limita le battute a doppio senso a uno scambio di frasi con Gianna Maria Canale (amante del commendatore), quando si finge un ricco argentino che la vorrebbe sposare: “Ma certo, mia cara, una Vaquerillos in più o una Vaquerillos in meno cosa vuoi che sia”. Non può mancare una storia d’amore molto anni Cinquanta come sottotrama della pellicola. Irene Galter e Gabriele Tinti (giovanissimi, il secondo sposerà Laura Gemser e diventerà un nome importante del cinema di genere) sono impegnati nel solito copione della giovane ereditiera che s’innamora del povero ma bello. Totò diventa grande amico di Gino Cervi, scoprendo una truffa ai suoi danni ordita da Leopoldo Triste (infido amministratore) e liberandolo dalla mantenuta (Canale) che toglieva molti denari alle casse aziendali. Ricordiamo tra le prime battute del film Gino Cervi affermare di essere residente in via Marcello Marchesi, uno degli sceneggiatori della pellicola.

Domenico Paolella era un regista abbastanza affermato, ma nonostante tutto Luigi Chiarini su Il contemporaneo (1956) scrisse che era “un giovane regista che si aggrappava a Totò per ottenere successo”, ma finiva per stroncare un film definendolo “scolorito e noioso”. La colpa che imputa Chiarini al regista è quella di aver usato un vecchio testo teatrale, già cavallo di battaglia di Petrolini, per fare soltanto farsa e non dire niente di nuovo. Paolo Mereghetti concede due stelle: “Specie di apologo surreale… l’originalità del presupposto si sfilaccia ben presto in una specie di predicozzo moralista… indimenticabile l’imitazione del cardinale fatta al telefono con l’imbuto”. Morando Morandini (due stelle e mezzo per la critica, tre per il pubblico) è più benevolo: “Una spiritosa e precisa satira di costume. Ritmo rallentato nella seconda parte che si regge quasi soltanto sulle spalle di Totò”. Pino Farinotti conferma le tre stelle, senza motivare. A nostro giudizio Il coraggio è un film che mostra le vere possibilità comiche di Totò, perché basato su una solida sceneggiatura e diretto con mano solida da un regista per niente succube dell’attore. Totò collabora anche come autore alla stesura del soggetto e realizza una commedia molto teatrale partendo dall’atto unico di Augusto Novelli. Strepitosi i monologhi sui poveri che mettono al mondo i figli perché non possono permettersi altri svaghi, ma anche sullo scheletro nell’armadio, il segreto inconfessabile che tutti avrebbero e che può sempre servire come minaccia. La macchietta del finto ricco sudamericano che chiama Susina la sua piccola Susy è strepitosa. Il binomio sesso e politica, ma anche la trilogia affari - sesso - politica, già negli anni Cinquanta era molto presente. Un testo attuale, se epuriamo i pochi elementi strutturali.

Giordano Lupi - argovox.it


Foto di scena, video e immagini dal set


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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo

1955-Il coraggio 01

La casa dove abita il Comm. Aristide Paoloni (Gino Cervi) e "abusivamente" anche Gennaro Vaccariello (Totò) con la sua numerosa famiglia è Via Giovanni Randaccio 4 a Livorno. La casa, nella realtà del film, è a Roma in Via Marcello Marchesi, un'autocitazione di uno degli sceneggiatori.

Il circolo "Coraggio e volontà" che frequenta il Comm. Aristide Paoloni (Gino Cervi) e dal quale si tufferà per salvare Gennaro Vaccariello (Totò) è ormeggiato sul Lungotevere Arnaldo da Brescia nei pressi del Ponte G. Matteotti a Roma.

La fabbrica del Comm. Aristide Paoloni (Gino Cervi) sono in realtà gli ex studi cinematografici Pisorno, situati in Via Pisorno 60 a Tirrenia (Pisa) e oggi trasformati in abitazioni inserite nel complesso residenziale Cosmopolitan Village, il cui nome deriva da quelli che assunsero gli studi dopo il 1961, quando furono rilevati dalla Cosmopolitan Film di Carlo Ponti. L'azienda e gli studi visti in una cartolina d'epoca.

L'ingresso agli ex studios come appariva nel 2011, quando erano in corso i lavori di ristrutturazione

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • Alberto Castellano, Totò “normalizzato’’, in Il cinema di Domenico Paolella, a cura di Alfonso Marrese, Edizioni dal Sud, Bari 2014, p. 101.
  • Il Teatro delle 15 novità, locandina in “Il Dramma”, n. 229, ottobre 1955.
  • www.storie.it
  • "Il coraggio" di Domenico Paolella - Salvatore Molignano dal sito http://www.mescalina.it
  • "Il coraggio" di Domenico Paolella - Giordano Lupi dal sito http://www.agoravox.it