Fabrizi Franco

(Cortemaggiore, 15 febbraio 1916 – Cortemaggiore, 18 ottobre 1995) è stato un attore italiano.

Attore cinematografico, teatrale e televisivo, impersonò con efficacia il personaggio del rubacuori di provincia, cinico ma affascinante, inaffidabile ma seduttivo, in molti film firmati da registi come Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Pietro Germi e Luigi Zampa, trovando un equilibrio, sul filo dell'ironia tra accenti comici e drammatici.

Biografia

Vi è incertezza nelle fonti circa l'anno di nascita, diverse di esse riportano il 1926.[3][4] Fabrizi nacque a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, figlio di un barbiere e di una cassiera di cinema, ed esordì come attore di prosa e di rivista, interpretando un capo indiano nel fotoromanzo Arizona Kid, sul periodico Avventuroso Film. Dopo qualche esperienza cinematografica minore, ottenne la sua prima parte di un certo rilievo in Cronaca di un amore (1950), il primo lungometraggio di Michelangelo Antonioni.

Ma si mise in luce soprattutto interpretando il personaggio di Fausto, il giovane che insidia la moglie dell'antiquario Michele, suo datore di lavoro, ne I vitelloni (1953) di Federico Fellini.

Con il critico Arturo Lanocita al Festival del Cinema di Venezia alla presentazione de I vitelloni (1953)
Fabrizi era un attore di bella presenza, una sorta di Cary Grant all'italiana, ma sul grande schermo non ebbe mai l'occasione di interpretare ruoli da primattore salvatore di eroine o smascheratore di intrighi internazionali, perché anche nei film successivi, nei quali pure ricoprì ruoli principali e di co-protagonista, rimase sempre legato al cliché dello sbruffone un po' vigliacco: il seduttore Gino ne La romana (1954) di Luigi Zampa, l'amico facilone e confusionario in Camilla (1954) di Luciano Emmer, il truffatore Roberto ne Il bidone (1955) di Federico Fellini, l'architetto Cesare ne Le amiche (1955) di Michelangelo Antonioni.

Tra le sue interpretazioni più significative, negli anni sessanta, quella in Una vita difficile (1961) di Dino Risi, ottima spalla di uno strepitoso Alberto Sordi, Io la conoscevo bene (1966) di Antonio Pietrangeli, e Signore & signori (1966) di Pietro Germi.

Dopo un periodo più defilato, nel quale la sua carriera ebbe una pausa e la sua fama conobbe un appannamento, si ricorda la sua ottima interpretazione nel film Ginger e Fred (1986) di Federico Fellini, nei panni di un conduttore televisivo, disinvolto quanto cinico, che tra uno spot e l'altro macina gli ospiti più disparati mentre sullo sfondo due vecchi ballerini di avanspettacolo (Giulietta Masina e Marcello Mastroianni), distanti dalla volgarità della TV commerciale, rivivono con nostalgia l'epopea di un tempo perduto. Muore nel 1995 stroncato da un tumore.


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

1967 03 04 Il Messaggero Toto A intro

«Il Messaggero», 4 marzo 1967


1995 10 19 La Stampa Franco Fabrizi morte intro

Lavorò con Fellini anche nel «Bidone» e in «Ginger & Fred» - Interpretò 150 film nel ruolo, lui diceva di «farfallone»

1995 10 19 La Stampa Franco Fabrizi morte f1Aveva aperto e chiuso la sua carriera sotto il segno magico di Fellini: Franco Fabrizi è morto ieri a Cortemaggiore, la cittadina in provincia di Piacenza, dove era nato il 15 febbraio 1916, stroncato da un tumore all'intestino, di cui era ammalato da due anni. Fabrizi, uno dei belli del cinema italiano Anni Cinquanta (fu uno dei primi in Italia a fare il modello), apparteneva a quel genere di seduttori che non si sposano, preferendo prendere e lasciare le fidanzate senza tradire la moglie: viveva da qualche tempo nell'abitazione di famiglia (il padre faceva il barbiere e la madre la cassiera nel cinema del paese), nel centro di Cortemaggiore. Gli amici piacentini lo ricordano all'apice della carriera quando, con auto di lusso e ragazze vistose, tornava ogni tanto in paese. Nel '93 aveva avuto un gravissimo incidente stradale da cui si era ripreso: subito dopo si era però manifestato il male che lo ha portato alla morte. Furono «I vitelloni» a dargli popolarità e a segnare la sua carriera e la sua vita: dopo il film di Fellini, nel '53, Franco Fabrizi non riuscì più a scrollarsi di dosso il marchio di dongiovanni. Lui stesso ammetteva spesso di aver rappresentato, negli oltre 150 film interpretati, «una sorta di degenerazione del vitellone: il farfallone».

Fabrizi cominciò a lavorare nel cinema agli inizi degli Anni Cinquanta, dopo aver partecipato ad alcuni spettacoli teatrali e di rivista. Cominciò nel '52 con film di scarso rilievo come «Carica eroica» e «Cristo è passato sull'aia». Dopo il successo di «I vitelloni», le sue interpretazioni rimasero per l'appunto legate alla figura di rubacuori facilone e superficiale, anche se in film come «Camilla» di Zampa o «Racconti romani» di Franciolini cominciarono ad emergere le sue doti espressive, comiche e drammatiche. Fu il seduttore Gino in «La romana», l'amico facilone e confusionario in «Camilla», il truffatore Roberto in «Il bidone» (sul set ebbe un grave incidente), ancora di Fellini, il marito scavezzacollo in «Racconti romani», l'architetto Cesare in «Le amiche». Nella seconda metà degli Anni Cinquanta si moltiplicarono per Fabrizi i ruoli comico-brillanti in film di un certo successo commerciale come «Noi siamo le colonne» di Luigi Filippo d'Amico, «Mogli pericolose» e «Mariti in città» di Comencini. Con il tempo, la carriera di Fabrizi si stabilizzò in ruoli di buon caratterista, talvolta anche in film di rilievo come «Io la conoscevo bene» di Pietrangelo «Signore e signori» o «Le castagne sono buone» di Germi, «La polizia ringrazia» di Steno, «Gente di rispetto» di Zampa e «Uno scandalo perbene» di Festa Campanile. Nel '71 ebbe anche un piccolo ruolo (il barbiere del protagonista) in «Morte a Venezia» di Visconti, nella cui compagnia teatrale aveva lavorato agli inizi della carriera.

Spesso Fabrizi ricordava nelle interviste di aver vissuto una vita «brillante» e «da scapolo»: abiti di grandi sarti, macchine di lusso, belle donne. «Frequentavo l'alta società raccontava - mi accompagnavo a qualche principessa di cui non si può fare il nome». E ci teneva a distinguere questo tipo di vita, che definiva «snob», con quella del vitellone: «Il vitellonismo è un fenomeno triste, pietoso», diceva. Nonostante questo, però, non è mai riuscito a togliersi quel marchio che Fellini gli aveva cucito addosso. Negli Anni Ottanta Fabrizi aveva diradato l'attività nel cinema ma era apparso spesso in tv, per esempio in «Io e il duce» di Negrin e in «Quando arriva il giudice» di Giulio Questi. Chiuse la sua carriera con «Ginger & Fred» di Fellini (faceva il presentatore) e un ruolo nel «Piccolo diavolo» di Benigni. Un piccolo «giallo» riguarda l'età di Fabrizi. Varie enciclopedie fanno risalire la sua nascita al 15 febbraio del 1926, ma l'anagrafe smentisce: l'attore, dicono gli atti, era nato il 15 febbraio del 1916. Un vitellone, un farfallone, un rubacuori che per civetteria si calava gli anni.

s. n., «La Stampa», 19 ottobre 1995


1995 10 19 La Stampa Franco Fabrizi morte intro

PIACENZA — L'attore Franco Fabrizi, interprete de «I vitelloni» e «Il bidone», è morto nel tardo pomeriggio di ieri nella nativa Cortemaggiore (Piacenza), per un tumore all'intestino. Era malato dal '93. Aveva 79 anni.

Sembra una scena di «Amarcord»: il padre di Franco Fahrizi faceva il barbiere e la madre era la cassiera del cinema. Non ce da stupirsi che Franco Fa-brizi. con quella sua aria di gagà, di seduttore a tempo pieno, di playboy sorridente che salutava da auto sportive iti fianco di ragazze vistose (ma confessò la frequentazione anche di fior di principesse), fosse piaciuto a Fcllini. che lo scelse per «I vitelloni» dopo un lungo provino in cui gli chiese di fumare e sbuffare con l'aria da bullo.

Fahrizi. giovane di provincia. gioca di baldanza e coraggio: è tra i primi a fare il modello per la moda: tenta la carta del teatro serio. scritturato da Visconti; fa qualche passerella con Walter Chiari. Ma è il grande Federico che gli dà il via nel 53 scritturandolo per 800.000 lire come uno dei «Vitelloni» che bighellonano nell'amata e odiata provincia: Fabrizi è Fausto, il seduttore, infantile nell'animo, che metterà la testa a posto prima della fine.

Eterno scapolo, Fabrizi adduce la forza dell'abitudine con correzione melodrammatica: aveva dichiarato eterno amore alla sua partner Pampanini, che però non lo volle.

Coraggioso Fabrizi: sopravvisse al crollo della fama, ai guai col fisco, a un gravissimo scontro d'auto, ai raggiri di amici bidonisti. Ma non riuscì mai a liberarsi di quel ruolo di superficiale un po' carogna che lo marchiò conte un vilain, un fanfarone di cui non fidarsi, un egoista rubacuori di lettura kierkegaardiana. Dagli anni 50 ai 60 dalla «Cronaca di un amore» di Antonioni (fu anche nelle «Amiche», nel ruolo del frivolo amante della Forneaux) al «Satyricon» di Polidoro, questo giovanotto di studiata spontaneità sperimentò una serie di variazioni sul tema, senza ritrovare la felicità dell'inizio. quando sempre bellini lo impiegò al meglio nel «Bidone» ('55).

Fahrizi si toglieva gli anni. coltivava i vezzi del divo molto professionale, quel simpatico pavoneggiarsi di ehi era stato molto ammirato. passando dai «Racconti romani» ai drammi appassionati. stringendo al seno le maggiorate d'epoca («Vortice». «Torna». «Nel gorgo del peccato»), ma anche permettendosi kitsch d'epoca come «La spigolatrice di Sapri» o «Il sacco di Roma». Gli venivano meglio i ruoli contemporanei: nella «Romana» di Zampa, come il seduttore Gino, o in «Camilla» di Emmer. storia di una «colf». Allora dimostrava un notevole cipiglio drammatico mediato da una sorta di strafottenza naturale, una dote molto ben compresa da Germi in «Un maledetto imbroglio», dove il regista, come commissario Ingravallo, lo schiaffeggiava violentemente.

Fu proprio la faccia da schiaffi che, superati gli anni Cinquanta e i 50 anni, lo relega in ruoli comico grotteschi, conte nel dittico sensual-coniugale di Comcncini «Mariti in città» e «Mogli pericolose», con epicentro piccolo borghese.

Il secondo tempo della sua carriera non è dei più felici, pur con partecipazioni d'autore. Partecipa alle commedie da spiaggia («Costa Azzurra» con Sordi), arriva ai «Genitori in blue jeans», alle «Svedesi». Nel '62 Dino Risi lo recupera come il piccolo arrampicatore che, al contrario di Sordi, si arrende al potere nel bellissimo «Una vita difficile»: è ancora un antipatico nato, un ipocrita per tutte le stagioni. Dopo molti, troppi «B movies», nel '65 eccolo in «lo la conoscevo bene», sottostimato film di Pietrangeli: fa la parte di uno degli «assassini» morali della Sandrelli. Dopo «Una questione d'onore» e «Sissignore» al fianco di Tognazzi, arriva alla grande «Signore e signori» di Germi: ancora dolce vita, ma di Treviso. L'ultima sua grande espressione fu quella del barbiere di Dogarde in «Morte a Venezia» di Visconti: un'occhiata che lascia il segno. Ma Fabrizi, che compare anche nel «Piccolo diavolo» con Benigni, da ultimo viaggiava soprattutto sulla memoria dei bei tempi di Fellini (il quale, da amico, lo scelse per un'apparizione nei volgari studios di «Ginger e Fred»), via Veneto, i flash, i night, le donne, il cinema delle copertine patinate e delle passioni infelici. Poco o molto, dipende. Si era scritto da solo l'epitaffio: «Uno che in 150 film — disse — ha rappresentato la degenerazione del vitellone, cioè il farfallone».

Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 19 ottobre 1995


1995 10 19 Il Piccolo Franco Fabrizi morte

«Il Piccolo», 19 ottobre 1995


2003 09 11 CDS Franco Fabrizi intro

Figlio della cassiera del cinema di Collemaggiore, fu scritturato da Fellini. Sfdava la sera in via Veneto vestito all'americana. Incarnò il vizio nazionale, rincorrere desideri vani

2003 09 11 CDS Franco Fabrizi f1In Italia prospera, nella sua nazione ideale, un certo carattere occupato in vani desideri, per lo più fantasie di donne o di denari da raccontare, stanco ancor prima di fare, disdegnato ma piagnucoloso sovente bugiardo. E' la bonaria incarnazione che diamo all'immorale, che infine ci pare anzitutto un viziato dalla madre. Come appariva nel 1953 nel teatro di posa di via degli Avignone-si un giovanottone biondaceo, con le labbra pendule e le narici risentite, che recitava la sufficienza di chi anzitutto non intendesse farsi prendere in giro. Era il provino in cui Fellini trovò l'attore ideale dei Vitelloni: Franco Fabrizi. «E’ un boy in una compagnia di riviste, e un regista amico mio, Oreste Palella, gli ha fatto fare un contadino con una gran parrucca bionda.

Forse come contadino lascia qualche dubbio, ma potrebbe essere un buon Fausto». Così lo scritturò. E il vitellone Fausto che corteggia con sguardi di fotoromanzo la padrona, viene licenziato, rincorre la moglie bambina per finire punito e redento a cinghiate dal padre, trovò se stesso. Prese da Fabrizi la voglia infantile di panini imbottiti nei momenti più inopportuni, i piagnistei imbronciati per farsi perdonare le malefatte, il gran talento di ballerino, soprattutto i vani desideri. Fabrizi era figlio di un barbiere di Cortemaggiore e di una cassiera al cinema a cui nacque il 15 febbraio 1916, ma già nel provino dei Vitelloni si calava dieci anni. Conobbe i sogni di campagna di quella pianura, e le bravate, i sonni improvvisi, e desiderò le cravatte che non poteva permettersi. Eppure benissimo vestito arrivò a Milano dove si confuse tanto da dimenticare gli umili madibel-la presenza, mestieri che fece; ed anche il militare.

Addirittura nel dopoguerra tornò a mostrarsi a Cortemaggiore dicendosi finalmente attore di fotoromanzi e indossatore. Un po' minimizzando, perché era proprio vero. Biasimava certo i colleghi dal comportamento «sessualmente ambiguo» come li chiamava. Nel 1948 fu con Walter Chiari, con la compagnia della Pampanini, quindi esordì nel cinema come generico di scarso rilievo. Ma era attratto dai vani desideri più potenti di quegli anni, quindi da via Veneto dove sfilava la sera, ben vestito all’americana per farsi vedere e per finta distratto sentire le mogli degli altri dire di lui: «guarda che bell'uomo». Ma restava furbo di campagna, e al teatro degli Avigno-nesi si era addirittura arrampicato fino a una finestrella e attraverso un bagno aveva assistito a tutti i provini, tanto da credere di capire quello che si voleva per il suo film. Fellini lo scritturò per la bella cifra di ottocento mila lire d'allora. In fondo perché? Per bighellonare nell’amata e odiata identica provincia. Nel 1955 fu l’autista Roberto, uno dei tre truffatori di Il bidone; ma un attrezzo da luna park mal manovrato lo sparò fuori. Cadde in un prato, minimizzando zoppicò per settimane. Ma furono quelli gli anni più felici: lui e quella sua aria di gagà, seduttore a tempo pieno, sorridente mentre salutava da auto sportive, al fianco ragazze vistose. Gettò Cabiria nel Tevere nel 1957.

Era ormai divenuto l'antipatico più riprovevole di quello che era. Perciò fu perfetto anche in Un maledetto imbroglio di Germi. Da equivoco medico Valdarena esibì cipiglio drammatico levitato dalla strafottenza naturale, una dote molto ben compresa dal duro commissario Ingravallo che lo schiaffeggiava violentemente. E del resto era quello che s’attendeva il pubblico. Pure quello del boom, quando Risi lo mise accanto a Sordi in Una vita diffìcile per recitare la parte del compagno Simonini, non più tale, e che si adatta, perciò da esecrare. Eppure nel Fabrizi di quel film c’era una così grande morbidezza che evolveva in umanissima complice comprensione, per la follia dell’amico estremista. Un desiderio di proteggerlo sempre, che fuggisse per sposarsi nel film la Massari o restasse senza soldi. A lui certo i macchinoni e le ragazze da esibire, e la parte dell'ipocrita; però via via una più grande compassione degli altri, e di sé. C'era in lui quella padana sollecitudine, come un pentirsi nel malfare, del greve con-tadinoche deve radunare di che mangiare, non stilo per sé.

Ma al cinema questa sua pacificatrice inclinazione provvidente non interessava. Dovette ritornare a qualcuno de i giovanili espedienti. Del resto, essendo l'archetipo perfetto di un vizio nazionale, più di tanto e soprattutto a fondo non poteva essere esibito. Fu il barbiere in Morte a Venezia 1971 con Visconti, col quale aveva già lavorato nel dopoguerra. E nel 1985 riuscì a ritornare con Fellini, conduttore televisivo in Ginger e Fred. Invecchiò, togliendosi decenni, e coltivando i vezzi del divo molto appagato che non era, pavoneggiandosi, come riesce a chi ha peccato ed è stato molto ammirato. Morì il 18 ottobre del 1995, non privo di vani desideri. Quegli stessi che prosperano sempre in Italia, e che Astolfo ritrovò nella valle della luna perduti assieme con le «Le lacrime e i sospiri degli amanti, l'inutil tempo che si perde a giuoco, e l'ozio lungo d'uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti»; Ariosto, Orlando Furioso, canto XXXIV, 75.

«Corriere della Sera», 11 settembre 2003


Filmografia

Cinema

Cronaca di un amore, di Michelangelo Antonioni (1950)
Carica eroica, di Francesco De Robertis (1952)
Ragazze da marito, di Eduardo De Filippo (1952)
La donna che inventò l'amore, di Ferruccio Cerio (1952)
I vitelloni, di Federico Fellini (1953)
Cristo è passato sull'aia, di Oreste Palella (1953)
Il sacco di Roma, di Ferruccio Cerio (1953)
Torna!, di Raffaello Matarazzo (1953)
Vortice, di Raffaello Matarazzo (1953)
Camilla, di Luciano Emmer (1954)
Siluri umani, di Antonio Leonviola (1954)
Addio, mia bella signora!, di Fernando Cerchio (1954)
La romana, regia di Luigi Zampa (1954)
La schiava del peccato, di Raffaello Matarazzo (1954)
Nel gorgo del peccato, di Vittorio Cottafavi (1954)
Il bidone, di Federico Fellini (1955)
Le amiche, di Michelangelo Antonioni (1955)
Racconti romani, di Gianni Franciolini (1955)
Canzoni di tutta Italia, di Domenico Paolella (1955)
Calabuig, di Luis Garcia Berlanga (1956)
Una pelliccia di visone, di Glauco Pellegrini (1956)
Peccato di castità, di Gianni Franciolini (1956)
Noi siamo le colonne, di Luigi Filippo d'Amico (1956)
La donna del giorno, di Francesco Maselli (1956)
Le notti di Cabiria, di Federico Fellini (1957)
Un colpo da due miliari, di Roger Vadim (1957)
Tutti possono uccidermi, di Henri Decoin (1957)
Mariti in città, di Luigi Comencini (1957)
Racconti d'estate, di Gianni Franciolini (1958)
Mogli pericolose, di Luigi Comencini (1958)
Le dritte, di Mario Amendola (1958)
È arrivata la parigina, di Camillo Mastrocinque (1958)
Adorabili e bugiarde, di Nunzio Malasomma (1958)
Anche l'inferno trema, di Piero Regnoli (1958)
Addio per sempre, di Mario Costa (1958)
Un maledetto imbroglio, di Pietro Germi (1959)
I sicari di Hitler, di Ralph Habib (1959)
Appuntamento con il delitto, di Edouard Molinaro (1959)
Il moralista, di Giorgio Bianchi (1959)
Le sorprese dell'amore, di Luigi Comencini (1959)
Le notti di Lucrezia Borgia, di Sergio Grieco (1959)
Costa Azzurra, di Vittorio Sala (1959)
Genitori in blue-jeans, di Camillo Mastrocinque (1960)
Via Margutta, di Mario Camerini (1960)
Le svedesi, di Gian Luigi Polidoro (1960)
Orazi e Curiazi, di Ferdinando Baldi (1961)
Il relitto, di Michael Cacoyannis (1961)
Il pozzo delle tre verità, di François Villiers (1961)
I soliti rapinatori a Milano, di Giulio Petroni (1961)
La moglie di mio marito, di Anthony Roman (1961)
Una vita difficile, di Dino Risi (1961)
Copacabana Palace, di Steno (1962)
Il giorno più corto, di Sergio Corbucci (1962)
La leggenda di Genoveffa, di Arthur Maria Rabenalt (1962)
Il fuoco nella carne, di Paul Gégauff (1962)
Quattro notti con Alba, di Luigi Filippo d'Amico (1962)
Il criminale, di Marcello Baldi (1962)
Una domenica d'estate, di Giulio Petroni (1962)
Gli onorevoli, di Sergio Corbucci (1963)
Il sentiero dei disperati, di Jean-Gabriel Albicocco (1963)
La donna degli altri è sempre più bella, di Marino Girolami (1963)
Tempesta su Ceylon, di Gerd Oswald (1963)
Il comandante, di Paolo Heusch (1963)
I maniaci, di Lucio Fulci (1964)
I complessi, di Dino Risi, Franco Rossi, Luigi Filippo d'Amico (1965)
Signore & signori, di Pietro Germi (1965)
Spionaggio a Casablanca, di Henri Decoin (1965)
Il misterioso signor Van Eyck, di Augustin Navarro (1965)
Una questione d'onore, di Luigi Zampa (1966)
Io la conoscevo bene, di Antonio Pietrangeli (1966)
Vancanze sulla neve, di Filippo Walter Ratti (1966)
Vado in guerra a far quattrini, di Claude Bernard Aubert (1966)
Le dolci signore, di Luigi Zampa (1967)
O l'ammazzo o la sposo, di Serge Piollet (1967)
Si salvi chi può, di Robert Dhéry (1967)
Un dollaro per 7 vigliacchi, di Giorgio Gentili (1968)
Che notte ragazzi!, di Giorgio Capitani (1968)
Sissignore, di Ugo Tognazzi (1968)
Satyricon, di Gian Luigi Polidoro (1968)
Le castagne sono buone, di Pietro Germi (1970)
Morte a Venezia, di Luchino Visconti (1971)
Il provinciale, regia di Luciano Salce (1971)
Roma bene, regia di Carlo Lizzani (1971)
Stanza 17-17 palazzo delle tasse, ufficio imposte, regia di Michele Lupo (1971)
La mala ordina, regia di Fernando Di Leo (1972)
Il generale dorme in piedi, regia di Francesco Massaro (1972)
Abuso di potere, regia di Camillo Bazzoni (1972)
La polizia ringrazia, regia di Stefano Vanzina (1972)
La notte dell'ultimo giorno, regia di Adimaro Sala (1973)
La signora è stata violentata!, regia di Vittorio Sindoni (1973)
La torta in cielo, regia di Lino Del Fra (1973)
Ancora una volta prima di lasciarci, regia di Giuliano Biagetti (1973)
Non toccare la donna bianca, regia di Marco Ferreri (1974)
Permettete signora che ami vostra figlia?, regia di Gian Luigi Polidoro (1974)
La polizia chiede aiuto, regia di Massimo Dallamano (1974)
Gente di rispetto, regia di Luigi Zampa (1975)
Appuntamento con l'assassino (L'agression), regia di Gérard Pirès (1975)
L'ultimo treno della notte, regia di Aldo Lado (1975)
La polizia ha le mani legate, regia di Luciano Ercoli (1975)
Stato interessante, regia di Sergio Nasca (1977)
Action, regia di Tinto Brass (1979)
Uno scandalo perbene, regia di Pasquale Festa Campanile (1984)
Qualcosa di biondo, regia di Maurizio Ponzi (1984)
Mi faccia causa, regia di Steno (1984)
Ginger e Fred, regia di Federico Fellini (1986)
Grandi magazzini, regia di Castellano e Pipolo (1986)
Giovanni Senzapensieri, regia di Marco Colli (1986)
Ellepi, regia di Roberto Malenotti (1987)
Il piccolo diavolo, regia di Roberto Benigni (1988)
Ricky & Barabba, regia di Christian De Sica (1992)

Televisione

Io e il Duce, regia di Alberto Negrin (1985)

Doppiatori italiani

Alberto Sordi in Cronaca di un amore
Carlo D'Angelo in Carica eroica
Nino Manfredi in I vitelloni
Stefano Sibaldi in Torna!
Emilio Cigoli in Vortice, La schiava del peccato
Manlio Busoni e Stefano Sibaldi in Siluri umani
Pino Locchi in Nel gorgo del peccato, Adorabili e bugiarde, Io la conoscevo bene
Mario Colli in Il bidone
Marcello Prando in Racconti romani
Gualtiero De Angelis in Calabuig, Orazi e Curiazi
Nando Gazzolo in Racconti d'estate
Giuseppe Rinaldi in Un maledetto imbroglio, Costa Azzurra, Il sentiero dei disperati
Roberto Villa in La donna degli altri è sempre più bella
Alberto Lionello in Ginger e Fred


Note

  1. ^ È MORTO FRANCO FABRIZI UNA CARRIERA DA ' VITELLONE', la Repubblica, 19 ottobre 1995.
  2. ^ Guglielmo Siniscalchi, FABRIZI, Franco, su Enciclopedia del Cinema, Treccani, 2003. URL consultato il 28 ottobre 2013.
  3. ^ Roberto Chiti, Roberto Poppi, Dizionario del cinema italiano, Gremese, 2003, ISBN pagine = 222.