Articoli e ritagli di stampa: dal 1995 al 1999

Rassegna-Stampa-anni-1995-1999


Indice degli avvenimenti importanti 1995-1999

14 marzo 1996 Dalle colonne del quotidiano «L'Unità», Liliana De Curtis da l'annuncio ufficiale che nella Sanità, il Rione dove è nato Totò nel 1898, sarà inaugurato il primo museo dedicato al celebre attore.

Febbraio 1997 Presentazione del film «Le occasioni perdute», con Alberto Sordi, Valeria Marini e Franca Faldini

Marzo 1997 La Cassazione condanna l'azienda Sperlari ad un risarcimento a favore degli eredi di Antonio de Curtis per un uso improprio dell'immagine di Totò, fatto per una campagna pubblicitaria nel 1988

15 aprile 1997 Ricorrono i trent'anni dalla scomparsa di Totò.

Maggio 1997 All'interno di «Carosello», nuovo varietà di Raidue, viene presentato il ritrovato sketch «Totò calzolaio» che il comico girò per l'azienda Star pochi mesi prima della sua morte

17 settembre 1997 Liliana de Curtis vieta espressamente di usare le immagini di Totò in campagna elettorale per l'elezione del sindaco di Roma.

20 novembre 1997 Liliana De Curtis scopre fra i manoscritti del padre tre canzoni inedite

15 febbraio 1998 L'Ente Autonomo "Antonio de Curtis", con la direzione artistica di Aldo Giuffrè, in occasione del centenario della nascita di Totò ha organizzato la mostra antologica itinerante «Dal baule di Totò»

1 novembre 1998 Per la campagna pubblicitaria del «Totosei» promossa dal CONI, viene utilizzata l'immagine di Totò

 

Mostre, programmi televisivi, retrospettive, serate a tema, Totò torna popolare come e forse più di quando era in vita. In suo onore vengono istituiti premi, giornate a tema, create associazioni commemorative, gli vengono dedicate strade, piazze, monumenti ed altre iniziative. Si parla della creazione di un museo a lui dedicato che si dovrà inaugurare a Napoli.

Marzo 1997 In occasione del centenario della nascita di Totò, che cadrà nel febbraio del 1998, si pensa di realizzare un film sulla vita di Totò.

29 marzo 1997 Esce il libro Il cinema di Totò (1930-45), Alberto Anile, ed. Le Mani di Genova, 1997. Nel libro viene raccontata la storia di una foto risalente al 1943, che vede un primo piano di Totò con una "cimice" del Partito Fascista sul bavero della giacca.

15 febbraio 1998 Centenario della nascita di Totò.

Febbraio 1998 In occasione del centenario della nascita di Totò, a Cuneo alcuni appassionati ed ex militari fondano l'associazione «Uomini di mondo» (link al sito web)

Febbraio 1998 L’invito dell’allora Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Virgilio Gaito al Sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, ricordò non solo l’attore Totò ma anche il Fratello. Il fatto suscitò sconcerto e scatenate repliche indignate.

Aprile 1998 Lo scrittore Alberto Anile scopre un vecchio copione datato 1949 dal titolo «Cornuto e bastonato», autore il regista Dino Risi. Era prevista la partecipazione di Totò.

5 settembre 1999 Presso la Sala Volpi del Palazzo del Cinema di Venezia è stato presentato il film di Mario Monicelli «Totò e Carolina», reintegrato di un quarto d'ora di immagini che nel 1955 erano state tagliate dalla censura del governo Scelba.


Altri artisti ed altri temi


1995 - 1996 - 1997 - 1998 - 1999


Totò

Dal 1995 al 1999

Approfondimenti 3697 Daniele Palmesi, Federico Clemente

Maurizio Costanzo: un principe immortale

Maurizio Costanzo: un principe immortale Totò è morto trentanni fa. È retorico, banale e facile dire che non sembra possibile. La verità è che il cinema ci ha regalato (perché di regalo si tratta) personaggi nei confronti dei quali non esiste oblio.…
Articoli d'epoca - 1990-1999 1453 Francesca Alliata Bronner, «Il Venerdì di Repubblica», n. 393, 8 settembre 1995

Liliana de Curtis: «Totò cerca film»

Liliana de Curtis: «Totò cerca film» Superstizioso, igienista, generoso all’eccesso. La figlia unica e amatissima del grande comico napoletano racconta la sua vita accanto al padre. E fra ricordi, battute e gratificazioni, un'amarezza: la pellicola…
Articoli d'epoca - 1990-1999 1192 Franca Faldini, Fabio Ferzetti «Il Messaggero», 19 marzo 1997

Franca Faldini: «Totò? Meglio di Gary Cooper»

Franca Faldini: «Totò? Meglio di Gary Cooper» È un libro zeppo di fatti, di nomi, di dettagli anche piccanti, ma non è un libro pettegolo. Lo ha scritto una donna che è stata per quindici anni con Totò, ma non è un libro su Totò. E’ la storia di una…
Articoli d'epoca - 1990-1999 1739 «Film TV», anno V, n.17, 20-26 aprile 1997-Giuseppina Manin, Pasquale Elia, «Corriere della Sera», aprile 1997-R. Ch., Giancarlo Governi, Gabriella Gallozzi, «L'Unità», aprile 1997

Totò trenta anni dopo: la rassegna stampa

Totò trenta anni dopo: la rassegna stampa Il settimanale specializzato «Film TV» nel numero 17 pubblicato nell'aprile 1997, in occasione del 30° anniversario della morte di Totò ripercorre la vita personale e artistica del grande attore napoletano,…

1898-1998: Totò cento

Articoli d'epoca - 1990-1999 1019 Andreina De Tomassi, «Il Venerdi di Repubblica», 5 dicembre 1997
1898-1998: Totò cento Il 15 febbraio 1898 nasce a Napoli il principe della risata. Per i cento anni di Totò si preparano grandi festeggiamenti. Intanto, la figlia Liliana sta realizzando,…

Totò. Che secolo...

Articoli d'epoca - 1990-1999 587 Goffredo Fofi, «Il Mattino», 9 febbraio 1998
Totò. Che secolo... Nato cent’anni fa alla Sanità, conservò l’humus del suo quartiere lasciando capolavori in cui s’intrecciano comico e patetico Totò morì a Roma all’alba del 15 aprile del…

L'enigma Totò

Articoli d'epoca - 1990-1999 1015 «Specchio della Stampa», n.108, 14 febbraio 1998
L'enigma Totò Principe del Sacro Romano Impero e plebeo del Rione Sanità. Divo adorato dalle platee teatrali e cinematografiche, ma selvaggiamente sfruttato dai meccanismi commerciali. Uomo…

A Somma Vesuviana il castello di Totò

Approfondimenti 1442 Chiara Graziani, Daniele Iorio, «Il Mattino», 16 marzo 1998
A Somma Vesuviana il castello di Totò Il castello è di origine Aragonese fu voluto da Lucrezia d’Alagno amante del Re Alfonso d’Aragona, nel 1458 quando alla morte del re, si stabilì a…

15 febbraio 1998: Totò cento

Articoli d'epoca - 1990-1999 846 Roberta Pasero, «Film TV», anno VI, n.7, 15-21 febbraio 1998
15 febbraio 1998: Totò cento Il 15 febbraio 1898, alle ore 7.30, nel Rione Sanità di Napoli, in via Santa Maria Antesaecula, al secondo piano del numero civico 109 (1), nasceva Antonio…

La formazione artistica di Totò

Articoli d'epoca - 1990-1999 1378 Antonella Ottai, «Totò partenopeo e parte napoletano», Associazione Antonio de Curtis, Marsilio Editore 1999
La formazione artistica di Totò La formazione artistica di Totò Tradizioni e maestri Nel ricostruire, per quel che è possibile, una teatrografia dell’attore è opportuno soffermarsi su…

Totò, signore del secolo che ride

Articoli d'epoca - 1990-1999 428 Osvaldo Guerrieri, «La Stampa», 15 dicembre 1999
Totò, signore del secolo che ride La sua comicità, diretta, fisica, fatta di improvvisazione e di estro approdò al cinema e consentì di superare la barriera che divide il teatro comico da…

1995

ROMA

«Totò fu il più grande critico orale d'arte, capace di spiegare le teorie alle masse senza spocchia e con grande ironia». No, questa non si era mai sentita: Totò docente di estetica, esegeta dei più importanti movimenti del Novecento, imbattibile demolitore di luoghi comuni e atteggiamenti divistici. L'idea è venuta ad Achille Bonito Oliva, critico d’arte e ideatore (negli anni Settanta) della Transavanguardia. Ha studiato i più importanti film del principe De Curtis. ha pazientemente estratto i passi in cui pittura, scultura (e letteratura) nelle sue mani si trasformano in irresistibile materia comica. E ne ha fatto un video. «Totò d’arte», che verrà presentato venerdì sera alle 22 all’Electronic Art Cafè — lo spazio del Palazzo delle Esposizioni di Roma curato da Umberto Scrocca — e forse, chissà, prenderà la via della distribuzione commerciale con qualche -scandaloso parallelo aggiunto ai frammenti di film. Piccola impresa che il critico vuole dedicare «alla memoria del grande Walter Benlamin, studioso "dell’opera d’arte nell'era della sua riproducibilità tecnica”, cioè della stagione in cui viene vissuta dal pubblico con ironia e lucidità. 

Si comincia con una magnifica scheggia di «Totò cerca moglie». Uno scultore contemporaneo illustra le sue realizzazioni. Quel telaio di ferro rotondo è una Venere («è meglio di quella di Milo perché con questa ci puoi sturare il lavandino»), un blocco di marmo quadrato è una «Madre col bambino che piangerla madre è andata via, il bambino piangeva ed è andato a cercarla»). Perciò si dichiara «maestro dell'assenteismo, perché nelle mie opere manca sempre qualcosa». Per Bonito Oliva «siamo alla sintesi estrema dell’astrattismo. depurata dalla fumosità dei vecchi tromboni alla Consagra e alla Dorazio». 

Seguono ampi stralci da «Totò, Eva e il pennello proibito» in cui Totò è un copista invitato a Madrid per «replicare» la «Maya desnuda» del Goya e teorizza la superiorità di chi ripete rispetto a chi crea («Ma guarda tu. la Maya di questo Goya è identica, precisa alla mia... tutti sono capaci di fare, ma è copiare che è veramente difficile»). Per l'Achille critico «Totò anticipa l'Anacronismo teorizzato faticosamente, con enfasi e molti anni dopo da Maurizio Calvesi». Una profezia dell'arte povera sarebbe invece quel passaggio di -Totò cerca moglie» in cui lo scultore copia dal buco della serratura la modella del collega De Pizzis: «Io non la desidero...io considero e osservo». Anche qui Bonito Oliva mette mano alla carta vetrata: «Prima abbiamo parlato di tromboni, adesso direi che Totò è arrivato prima delle varie trombette come Kounellis, De Dominicis e Pistoletto».

In «Totò a colori» c’è l'interminabile concerto in piazza che fa infuriare il boss italo-americano rientrato al paesello natio («era la parodia di quei compositori pre-Nino Rota che saccheggivano i classici o orecchiavano gli stranieri»). E in «Signori si nasce» Totò prova a imbrogliare il fratello Peppino De Filippo proponendogli la costruzione di una mega-tomba di famiglia: «Sarà tutta in marmo nero, otto colonne e su ogni colonna un angioletto, uno scalone con settanta gradini, archi di trionfo della morte, piscina quadrata e lacrimatoio». La parola al transavanguardiologo: «Come non pensare a un'opera della post-avanguardia, diciamo alla Paolo Portoghesi? C'è lo stile eclettico e le citazioni del caso». 

E la mitica scena di «Totò, Peppino e la malafemmina» in cui il Grande Comico scrive la famosa lettera alla medesima con l'ausilio di De Filippo («Punto, punto e virgola, abbondiamo, così non dicono che siamo tirati...»)? «Ma è ovvio, quello è un testo futurista, dietro c’è tutto il Dadaismo con la scomposizione della sintassi e della punteggiatura». Scusi, Bonito Oliva, ma Totò non avrà preso in giro, anticipandola inconsapevolmente, la sua Transavanguardia? «Il contrario, è già tutta condensata nel suo "a prescindere". Perché prescinde dall'accademia, dall'idea astratta del bello, dalle materie e dalle tecniche tradizionali» 

Paolo Conti, «Corriere della Sera», 8 febbraio 1995


 

LEZIONI Un cinema popolare, ma ricco di intuizioni che rimandano a Duchamp. Così un critico spiega ai francesi il nostro grande comico. Dopo Roma, Parigi. Oggi, all'Istituto italiano di cultura a Parigi, Achille Bonito Oliva propone «En attendant Toto», ovvero l’arte moderna spiegata da Totò.

Muoiono sempre gli stessi», afferma Totò. Al contrario di Marcel Duchamp, il grande artista dadaista che ha lasciato scritto sulla propria lapide «sono sempre gli altri che muoiono». Già da questo si desume lo sguardo da storico del grande comico napoletano, che consegna al Tempo il giudizio sulla durata e l'immortalità del nome. L'immortalità, si sa, preoccupa gli artisti. Nei libri di storia infatti nascono e muoiono sempre gli stessi, i grandi personaggi che hanno segnato un epoca. Se l’abito fa il monaco (come nel caso del Presidente della Repubblica che legge in televisione il discorso alla nazione preparato dai propri consiglieri), possiamo considerarla di Totò la «poetica» espressa in alcuni film come artista e teorico dell’Arte. Lo slogan «A prescindere», che attraversa tutti i suoi film, rappresenta una vera e propria dichiarazione pubblica di poetica, il suo manifesto solitario, che incontra i manifesti di alcune avanguardie storiche, il dadaismo e il surrealismo, che prendevano di contropiede la comunicazione convenzionale e il buonsenso. Infatti Duchamp, con il ready-made. metteva tra parentesi l'oggetto quotidiano prelevandolo dal suo contesto abituale e immettendolo nello spazio estraneamente dell A rte, galleria o museo. Anche Totò con il suo verbale -A prescindere» interdice il senso comune del linguaggio per una platea di gente comune che affolla i suoi film. 

Eppure esiste in questo cinema, per sua natura popolare, un atteggiamento didascalico rispetto al linguaggio elitario delle corporazioni degli artisti «sperimanali» e dei critici accademici. In « Totò cerca moglie» il principe De Curtis, nella frane di uno scultore, teorizza l'astrattismo denominandolo assenteismo, con l’intuizione di chi, appartenenendo a una cultura cattolica e controriformista fondata sulle immagini sacre, considera il linguaggio astratto come assenza del figurativo.

Eccoci di fronte al genius loci di un comico che interpreta un movimento come l'astrattismo nato altrove, in Paesi protestanti senza iconografia religiosa. Così deride in « Totò a colori» gli scopiazzatori di Picasso con il suo sputo nell'occhio al copista provinciale. involontariamente riproducendo il taglio dell'occhio dello «Chien andalù», famoso film surrealista di Bunuel e Dalì. 

In «Totò le mokò» il comico napoletano svolge un 'analisi concettuale del linguaggio comune evidenziandone la paradossalità del senso. Per liberare un posto a tavola da un ospite imptortuno, ricorda che un posto è dichiarato «occupato» soltanto dalla presenza di un giornale o di un cappello. E dunque il posto è libero. La lampante concettualità socratica di Totò costringe l’ospite ad alzarsi. Ecco dimostrata la persistente concettualità del linguaggio nel suo uso comune. Il concettualismo ritorna nel film « Totò cerca moglie» con l'affermazione, in veste di scultore, «io non desidero. io considero» che sembra prevedere il surgelamento dell'ispirazione artistica riscontrabile in alcune opere di Prini, Pistoletto, Merz, Kounellis, Salvo, Parmigiani o in certa pittura accademica di Chia, Adami, Tadini, Di Stasio. Così, con la sua teoria sull'assenteismo ha evidenziato il provincialismo di alcuni fanatici dell'astrattismo nostrano del tipo di Dorazio, Perilli, Giò Pomodoro, Consagra.

Con «Signori si nasce», nella descrizione della tomba di famiglia, anticipa le elucubrazioni teoriche dell'architettura postmoderna sviluppatasi negli anni Ottanta in Europa e in America: Portoghesi, Bofil, Venturi. In fronte alle fatiche di certi filippini della critica nostrana, in dichiarato servizio permanente dell'Arte, Totò diventa quel Critico Orale che, con un linguaggio nazional-popolare, meglio descrive intuisce i movimenti delle avanguardie storiche e delle neo-avanguardie: Futurismo, Dadaismo, Metafisica, Body-Art, Performance, Citazionismo. Anacronismo, Nouveau Realisme. Con una punta di ironia che sicuramente manca ai vari Barili, Calvesi, Caroli, Volpi, Lux, Trombadori, Crispolti, Restany, Cammei, Del Guercio, ecc., tutte vestali «ordinarie» di un arte non universale ma universitaria. 

Esempio sublime, sempre in «Totò Eva e il pennello proibito», è la lettura di un telegramma in cui scambia il convenzionale «stop» della punteggiatura per un grande artista internazionale, citato in tutte le Enciclopedie e per questo considerato tale. Scatta qui la derisione per una critica che produce solo dizionari, menù di nomi che scompaiono velocemente e talvolta lettere di segretari politici dei partiti in auge per raccomandarsi e raccomandare con goffaggine e trasformismo. Quanti Stop ha prodotto la critica d'Arte? A noi la non ardua sentenza, basta confrontarsi con le sue teorie. E pensare che Totò con moderna concettosa umiltà, anticipando anche «Opera aperta» di Eco, ha dichiarato: «Alla mia Arte manca sempre qualcosa».

Achille Bonito Oliva, «Corriere della Sera», 27 aprile 1995


 

Caro Oreste, a proposito della trasmissione «Emozioni Tv» andata in onda il 10 maggio 1995: la superficialità e l'approssimazione con cui è stato trattato Antonio De Curtis (Totò) nel corso di una breve rievocazione per altro annunciata già dal giorno precedente e il di lui surrealismo poetico riemerso proprio grazie alla irripetibile sensibilità di Pasolini mi hanno sbalordita soprattutto perché la trasmissione non è condotta da novellini sprovveduti...

Franca Faldini, Roma

Lei ha perfettamente ragione di protestare, gentilissima signora. A mia volta, mi scuso di pubblicare la sua lettera con un così grave ritardo. La colpa è solo mia, data l'enorme confusione cartacea che provoca l'aumento delle lettere che mi pervengono. Il suo fax trasmessomi dalla redazione era finito tra altri fogli. Per quel che può contare, mi associo alla sua appassionata protesta: «Quale compagna degli ultimi quindici anni di vita di questo grande artista, quale donna che con lui ha condiviso le luci della ribalta e la cecità, insomma le cose bellissime e ferenti di una vita di coppia, il modo in cui egli continua a essere sfruttato dai mass media non può che addolorarmi...». Purtroppo, chi ha donato con la sua arte più emozioni al pubblico, spesso è anche il più sfruttato. Non dovrei neppure ricordarlo a lei che, oltre che al ricordo di Totò, ha dedicato una parte della sua vita a ricostruire la storia del cinema italiano, ricercandone le fonti e seguendone i risultati di critica e pubblico. Lei sa e ci insegna che, tra certa critica e pubblico, è sempre il pubblico ad aver ragione.

La critica a ogni film di Totò non mancava di deplorarne il regista e gli sceneggiatori e assicurava che Totò non arrivava ad esprimersi come avrebbe potuto se fosse stato servito da produttori più importanti; e poi, invece, quando di Totò si sono occupati i grandi registi, i grandi sceneggiatori, eccetera, quella stessa critica è stata capace di sostenere che era migliore il Totò di prima, più libero di fare, non umiliato dalle visioni altrui. Sono i soliti giochetti che a qualcuno danno l'illusione di esser più furbo e, quindi, più intelligente d'altri. Ma tra furberia e intelligenza c'è una bella differenza. E anche tra intelligenza e amore. Totò lo si ama, anche quando viene sfruttato malamente. C'è qualcosa di lui che misericordiosamente salva sempre lo spettacolo.

Oreste del Buono, «La Stampa», 28 maggio 1995


 

La Sicilia rende omaggio a Totò. Dopo la mostra curata l'anno scorso a Taormina da Maurizio Giammusso, tocca ora a Palermo che apre per l'occasione uno dei suoi illustri edifici dimenticati, Palazzo Marchese. Si intitola «Totò, dal varietà ai primi film» la rassegna, organizzata dal «Centro per la ricerca sui nuovi linguaggi dello spettacolo» e ideata da Maurizio Scaparro, che si chiuderà il 3 settembre. L'iniziativa è inserita nel fitto programma estivo delle manifestazioni «Palermo di scena» che il Comune ha affidato alla direzione di Pino Caruso. «Io di mestiere faccio il comico e mai e poi mai mi sarei potuto dimenticare di Totò», ha detto Caruso all'inaugurazione.

Era presente anche la figlia del grande artista napoletano, Liliana De Curtis: «Il segreto della sua comicità era la magia, la capacità di sapersi reinventare di continuo», ha ricordato. Manifesti, locandine, fotografie, lettere documentano gli esordi nel varietà, le macchiette esilaranti. Sul filo della memoria, Totò con Macario, con Nino Taranto, Anna Magnani e tantissimi altri protagonisti della scena italiana fra cinema e avanspettacolo. Tra le foto, quella di Liliana Castagnola, la seducente soubrette che nel 1930 si uccise per amore di Totò (è esposta l'ultima lettera che lei gli scrisse, disperata). E c'è la curiosità di un'intervista che il giovanissimo giornalista Federico Fellini, dopo il primo incontro con il comico, pubblicò sulla rivista Cinemagazzino, costretto a inventarla dalla A alla Z. Totò infatti non aveva voluto confidargli nulla, limitandosi a dire: «Mi piacciono le donne e il denaro». Esposto anche un dispaccio con cui il ministero della Guerra nel 1944 chiedeva alla polizia di accertare se nella compagnia di Totò a Roma qualcuno avesse oltraggiato i tedeschi.

[a. r.], «La Stampa», 18 agosto 1995


«L'Unità», 18 agosto 1995


Gli onori di casa spettano a un Totò di stoffa in grandezza naturale, sistemato dietro il bancone del bar. Ma la vera protagonista del locale di via Fonteiana 57, inaugurato mercoledì sera per la quarta stagione, è la «nonna poliziotta», Tina Pica — l'indimenticabile interprete di tanti film napoletani di successo degli anni Sessanta nonché deliziosa spalla di grandi attori come Eduardo De ,Filippo, suo fratello Peppino e lo stesso Totò. tanto per citare soltanto i più popolari — e protagonista della commedia all'italiana, che si trasforma in Tinapika e dà il nome a questo piccolo cabaret. Un ex scantinato a Monteverde dove romani e napoletani si incontrano.

Alle pareti le vecchie foto di attori americani non ci sono più. Rimangono i grandi microfoni in stile Eiar, simbolo del locale. E poi i divanetti per le prime due file e i tavolini per gli altri ospiti. Si comincia un po’ tardi, troppo forse, quando è già passata mezzanotte. Un orario che riporta però nei tempi andati allorché «far tardi», era diventata una malattia professionale. dei nottambuli. «Ai romani — si giustificano i tre soci che animano questo vecchio garage, Peppe Quintale, Camillo Verrienti e Gianluca Barioni — piace cosi. E un’abitudine, una vecchia abitudine che si tramanda: prima vanno a cena fuori e poi vengono qui a bere qualcosa, a parlare con gli amici».

Il Tinapika era una rivendita di motorini, poi doveva diventare un deposito di preziosi. Adesso è un cabaret in fondo a una rampa buia. Senza lampioncini né insegne. Una scelta dei proprietari che alla pubblicità preferiscono il passaparola tra amici. E. per la prima sera della stagione '95-'96, tra gli ospiti sono arrivati anche Paola Perego — popolare presentatrice Tv e moglie di Andrea Carnevale, ex calciatore del Napoli e della Roma — in prima fila sotto il palco, il campione di pallanuoto Francesco Postiglione, un cantante del trio di «Domenica in», qualche giocatore della Lazio che preferisce l'anonimato per non far innervosire il Mister.

Il cabaret è aperto tutte le sere esclusa la domenica. E in cartellone per il mese di ottobre presenta lo stesso Peppe Quintale, il comico Enrico Brignano, i gruppi «Mamma mia che impressione» e «Scontrino alla cassa». Poi una versione anni Novanta della sceneggiatura napoletana. E musica dal Vesuvio fino a New York con la Tinapika band.

Francesca Cosentino, «Corriere della Sera», 6 ottobre 1995


1996

La ridicola severità della censura negli Anni 50 emerge da una ricerca comparata su film di Totò, spettacoli a teatro, sketch per la tv, poesie e foto. La ricerca scientifica è stata eseguita su materiale noto e meno noto e su inedite note di censura che offrono un quadro vivacissimo delle difficoltà in cui si muoveva l'artista. Ad esempio «Totò-travet», che prende in giro l'impiegato che ruba, per mandare le figlie in vacanza e trovar loro marito, viene aspramente criticato perché il censore individua «rischio grave» nel modello di un capo dipartimento dello Stato che si fa corrompere. Le repliche, gli accomodamenti e ogni ipocrisia della censura sono così descritti variamente sulla base degli incartamenti di produzione: spicca un viaggio all'inferno di Totò il cui finale realistico (che adombra le disavventure di un disoccupato nell'Italia del boom) è modificato in «sogno», su disposizione di un appunto di censura, firmato Andreotti.

«La Stampa», 19 gennaio 1996


OSPEDALETTI.

Chi non ricorda «La legge è legge», con Totò e Fernandel, girato nel lontano 1958 in un paesino alle spalle di Ventimiglia, lungo la strada del Tenda, che unisce la Riviera dei Fiori a Limone, a Cuneo e a tutto il Piemonte? Un bel film in bianco e nero, diventato 38 anni fa «campione d'incassi». Nelle sale cinematografiche italiane registrò, infatti, la cifra record di 354 milioni di lire.

La regia fu del francese Cristian Jacque. Produttori due grandi del cinema italiano: Franco Cristaldi ed Alfredo Bini. La musica venne firmata addirittura dal grande Nino Rota. La storia, semplice ed esilarante, si basava soprattutto sugli equivoci provocati dalla linea immaginaria di frontiera tra Italia e Francia che vigeva, subito dopo la guerra, lungo tutta la Val Roja. Il confine «spaccava» letteralmente in due la casa dove abitava Totò, in arte Giuseppe La Paglia, di professione contrabbandiere. Totò-La Paglia aveva la cucina e la camera da letto in territorio francese, il gabinetto, le scale e il terrazzo in territorio italiano.

Fernandel, in arte Fernand Pastorelli, gendarme francese, tutto ligio al dovere, alla divisa e alla Fi-ancia, non vedeva l'ora di arrestare «l'italiano» Totò-La Paglia, contrabbandiere di damigiane d'olio e qualche sigaretta tra Mentone e Ventimiglia. Gran parte del film si snoda su questa «caccia» di Fernandel, francese tutto d'un pezzo, all'italiano-arruffone imbroglione Totò. Ogni qual volta Fernandel sembrava sul punto di arrestare il contrabbandiere La Paglia nella sua camera da letto o in cucina, che si trovavano in territorio francese, Totò riusciva sempre a spostarsi nel suo bagno o sulle scale ed «espatriare» così in territorio italiano, a mettersi in salvo, a gabbare il rivale. Il tutto proprio grazie al confine immaginario tra Francia-Italia.

[r.b.], «La Stampa», 19 gennaio 1996


NAPOLI.

No, non è uno scherzo, semmai è un atto d'amore: Liliana De Curtis, l'unica figlia del grande Totò, debutta in teatro a sessant'anni. Quest'omaggio al padre, all'indimenticato Principe De Curtis, l'imperatore della comicità più autenticamente italiana, si compirà il 20 marzo al Sannazzaro di Napoli in una pièce diretta da Gepi Di Stasio, dal titolo «Pardon monsieur Totò». Il lavoro è liberamente tratto da «Siamo uomini o caporali», libro autobiografico scritto dallo stesso grande attore nel '50, che ripercorre le tappe essenziali dell'infanzia e della giovinezza del comico, narrando la storia di una vocazione realizzata tra mille difficoltà.

Il debutto di Liliana De Curtis avverrà con la compagnia teatrale «Il pungolo», composta da un gruppo di giovani attori napoletani: Vito Cesaro, Antonino Miele, Massimo Pagano, Debora Petrocello e il musicista Mimmo Epifanio. «Fin da piccola avrei desiderato recitare, ma mio padre, geloso e timoroso dei pericoli tipici dell'ambiente artistico, me lo impedì», racconta Liliana. «La mia unica prova d'attrice la diedi a sette anni, partecipando a uno dei celebri film di papà "San Giovanni decollato" e come compenso mi guadagnai una bambola. Poi la vita, per una serie di vicissitudini, mi ha tenuta lontana dal palcoscenico, fino a quando ho conosciuto una compagnia di giovani attori, tutti ammiratori sfegatati di Totò, i quali mi hanno proposto di partecipare a un lavoro con cui intendevano rendere omaggio alla sua memoria. Ho accettato senza esitazioni - conclude Liliana De Curtis - perché, nonostante abbia compiuto sessant'anni, conservo il senso dell'avventura, la curiosità per ogni nuova esperienza».

s.n., «La Stampa», 5 marzo 1996


NAPOLI

«Anche se mio padre non ha mai voluto che facessi l'attrice, penso che ora sarebbe contento di questo debutto». Liliana De Curtis, la figlia di Totò, a sessant'anni ha deciso di salire su un palco e provare l'emozione della recitazione. Il battesimo avverrà il prossimo 20 marzo, al teatro Sannazzaro di Napoli, dove andrà in scena lo spettacolo «Pardon Monsieur Totò» diretto da Gepi Di Stasto, liberamente tratto dal libro autobiografico «Siamo uomini o caporali?», scritto dallo stesso Antonio De Curtis. «Non dico che mi piacerebbe essere al l'altezza di papà, ma spero per lo meno di sfoderare soltanto un poco di quella "verve" che lo caratterizzava», spiega Liliana.

La signora De Curtis confessa di avere avuto sin da piccola il desiderio di intraprendere la carriera artistica. «Ma mio padre, che era tanto geloso e che conosceva bene l'ambiente dello spettacolo, non mi diede mai il permesso di recitare. Poi. quando slavo per sposarmi, mi disse che mi avrebbe affidato una parte in un film, pur di non vedermi sposata. Rifiutai l'offerta, ma feci male: avrei dovuto seguire i suoi consigli. Totò non aveva molta fiducia nel prossimo, probabilmente a causa di tutte le cattiverie che aveva subito».

Ma qual è il ruolo che interpreterà Liliana De Curtis in «Pardon Monsieur Totò»? «Non posso anticipare nulla, sarà una sorpresa. Quando me ne ha parlato il regista è stata una sorpresa anche per me. Posso solo dire che ho accettato subito, perché conservo il senso dell'avventura e perché mi emoziona tantissimo far rivivere mio padre sulla scena».

E non ha paura delle critiche? «Anche se saranno terribili le affronterò con la stessa filosofia di mio padre: restava un po' amareggiato, ma alla fine si consolava con il grande affetto del pubblico. Comunque, dal momento che con Totò ho una sorta di dialogo spirituale, mi sono rivolta a lui e eli ho detto: 'Papà, aiutami tu. Non pretendo di imitarti, mi basterebbe essere soltanto la tua controfigura'».

Al Principe del a risata e stato paragonato Massimo Troisi: Liliana De Curtis trova che questo accostamento sia giusto? «Esteticamente non molto. ma in quanto a purezza e bontà erano abbastanza simili: è un peccato che papà non l'abbia conosciuto».

Pasquale Elia, «Corriere della Sera», 5 marzo 1996


Suo padre non gliel’aveva mai permesso. Adesso, a sessant'anni, Liliana de Curtis prende la sua «rivincita» e debutta in teatro, il 20 marzo al Sannazaro di Napoli. Si intitola Pardon monsieur Totò la pièce allestita con il regista Gepi Di Stasio un collage di pensieri e sketch del grande attore «Un omaggio per ricordare la sua generosità e la sua allegria» confessa Liliana E ricorda le passeggiate al mare, le poesie e l'ironia del suo specialissimo padre.

NAPOLI

Di recitare non se ne parlava proprio. L'ambiente non era malvagio ma sicuramente pieno di insidie. se poi a porre il veto alla ragazzina in questione è figlia unica del Principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis Gagliardi di Bisanzio era il padre in qualità di sovrano dei palcoscenici disubbidire non era cosa facile. Oggi è diverso. Sono trascorse molte stagioni e Liliana De Curtis a quasi 30 anni dalla scomparsa di Totò ha deciso di presentarsi per la prima volta in teatro indossando abiti da scena. Debutterà mercoledì 20 al Sannazaro di Napoli in Pardon Monsieur Totò una piéce che lei stessa ha tratto assieme al regista Geppi Di Stasio Dal diario del padre Siamo uomini o Caporali. «Un umile omaggio chi gli rendiamo chiedendogli scusa per averlo scomodato».

Come è nata l'idea dello spettacolo?

Conosco da anni gli attori della compagnia Il pungolo che a Bellizzi, una cittadina del salernitano, organizzano il premio Antonio de Curtis. Sono bravi e molto attivi e quando ho pensato di mettere in scena un testo di papà mi sono rivolta a Di Stasio. Assieme abbiamo riscritto è adattato le annotazioni di Totò una storia di passeggiata nella sua vita di uomo ed artista a cui si aggiungono delle gag e degli sketch fino a quello del commissario nella rivista A prescindere. Era il 1957 e papà recitava a Palermo. Per Totò un momento molto bello, regnava un'aria di grande armonia che fu spezzata dalla malattia agli occhi. Fu là che perse la vista, il nostro spettacolo però è un ricordo allegro e non drammatico. D'altronde papà era il primo ad affrontare le difficoltà con una buona dose di ironia.

Qual è il suo ruolo in Pardon Monsieur Totò?

Ho 60 anni e calco la prima volta le tavole del palcoscenico quindi sarò un'anziana signora che vuole cominciare a recitare.

E’ davvero la sua prima volta su un palcoscenico in assoluto?

Praticamente si. Ci avevo provato ma è stato impossibile. A parte una volta da bambina quando mi coinvolsero per una particina in San Giovanni Decollato, portavo un paio di scarpe a papà che faceva il ciabattino e dicevo: ”sono di mamma”. Ricordo che il produttore mi regalò una bambola. Fu il mio cachet. A 13-14 anni poi pensai seriamente di fare l'attrice, ma papà era troppo geloso. Qualche anno dopo mi fidanzai e lui pur di tenermi lontano dal mio innamorato mi propose di girare dei film al suo fianco, era il periodo in cui lavorava con Aldo Fabrizi. Ovviamente rinunciai.

E con lui ha mai due duettato?

No anche perché lui non provava mai neppure in teatro. Più che altro si sedeva per vedere recitare gli altri. Ricordo invece lunghe passeggiate in auto che facevamo la domenica. Veniva a prendermi nel primo pomeriggio e andavamo al mare e si divertiva a sentirmi parlare di italiano con un forte accento americano. Spesso mi capitava di recitare le sue poesie. Papà scriveva dappertutto, sui pacchetti di sigarette, sui depliant degli alberghi, sui tovaglioli di carta e subito dopo diceva ad alta voce la battuta o il verso che gli erano appena balenati in mente. Coinvolgeva anche Carlo Cafiero l'autista che è stato al suo servizio per vent'anni. Ricordo le volte che mi faceva ascoltare da un registratore la sua voce che leggeva le poesie appena composte. Le sentivo e risentivo fino ad impararle a memoria.

Da bambina come viveva l'ambiente teatrale?

Ho viaggiato con papà finché non sono andata a scuola. Il ricordo di quello che avveniva dietro le quinte eccezionale. Lui era un uomo molto cordiale ed anche molto attento e preciso sul lavoro. arrivava almeno un'ora prima degli altri in teatro e passeggiava sul palco in platea nel loggione. Insomma ne respirava l'aria. Poi diceva: ”fate scegliere i camerini agli attori, quello che rimane è il mio”, spesso era il più squallido. Era un uomo generoso sempre pronto a tenere alto il morale del gruppo divertendosi e facendo divertire gli altri.

Dopo la scomparsa di Totò lei si è fatta promotrice di numerose iniziative…

Non subito. Nel 1964 avevo divorziato - all'epoca una notizia del genere non si accoglieva con un sorriso - e tre anni dopo papà morì. Nessuno mi legava l'Italia e potevo anche andarmene. Così partii per il Sudafrica dove ho vissuto 20 anni aprendo tre ristoranti. Quel continente mi avvicinava a papà che infatti nel ‘39 aveva lavorato nell'Africa del Nord e adorava quei paesi.Tanti dopo proprio in occasione dell'anniversario della morte, Raffaella Carrà mi invitò a partecipare a Domenica in. Rimasi sorpresa di quanto interesse e ancora quanto calore suscitasse ancora la figura di Totò. Così ho capito che dovevo darmi da fare e promuovere attività e iniziative che lo riguardavano. Ora vivo a Roma ma torno sempre in Sudafrica, una terra che ha conquistato la libertà col sangue e che sento un po' anche mia.


Domenica prossima Liliana De Curtis darà l'annuncio ufficiale: nella Sanità, il Rione dove è nato Totò nel 1898, sarà inaugurato il primo museo dedicato al celebre attore. Ma le iniziative che riguardano Totò non finiscono qui: accanto al cd-rom della RAI, c'è sempre il film di Giancarlo Governi sulla vita di Totò che potrebbe coinvolgere Robert De Niro. Il museo, intanto, promosso dal CAE, Regione Campania e associazione Antonio de Curtis, sarà allestito entro due anni, pronto per il centenario della nascita di Totò. «Nel Palazzo dello Spagnuolo - anticipa la figlia - le sale ospiteranno gli abiti di scena e tutti i manifesti degli spettacoli di papà. ci saranno poi i suoi quadri, i film, i testi e il materiale completo della sua attività teatrale. Il museo prevede anche una sezione di oggettistica fornitaci da numerosi collezionisti di cose di ogni tipo che riguardano Totò punto infine, una sala ospiterà il materiale araldico: lettere, patenti, pergamene ed altro che vanno dal XIX secolo al 900. Perché papà, si sa, era un principe».

Goffredo De Pascale, «L'Unità», 14 marzo 1996


 

NAPOLI.

«Totò? E' qui, è sempre stato qui, non è mai andato via dalla Sanità, non è morto». Liliana de Curtis, figlia del grande artista napoletano, è emozionata mentre in piazza Sanità presenta il progetto del museo dedicato a suo padre che entro un paio di anni, con l'intervento della Regione Campania e l'associazione Antonio De Curtis, sarà realizzato nel Palazzo dello Spagnuolo. Ed emozionati sono pure Massimo Ranieri e Riccardo Pazzaglia. Il cantante si definisce «uno dei figli di Totò», mentre lo scrittore non ha dubbi: «E' uno dei nostri orgoglio».

Circondata dalia gente del rione, a due passi dal luogo dove fu girata la scena del «Pazzariello» nell'«Oro di Napoli», Liliana parla di Totò «anima dei napoletani».

«Papà ci sia guardando - dice -. Intercederà presso il Padreterno perché Napoli risorga». Nessun risentimento per la città e i suoi abitanti, anzi: li adoro. Tutto quello che è stato fatto lo hanno realizzato con lo loro forze. Proprio in via Santa Maria Antesaecula, dove papà è nato, si sono quotati per realizzare un busto. I napoletani non si sono dimenticati di Totò. Le istituzioni? Sono quelle che sono».

«La Stampa», 18 marzo 1996


«Se non amassi tanto le donne, sarei stato un ottimo frate. Non bevo, non bestemmio, vado a messa e faccio la comunione. L'obbligo della castità, però, non lo capisco». Totò passionale amatore, Totò uomo geloso e crudele. Totò segreto: «Nel cuore di Totò» è il titolo dello spettacolo che Mariangela D’Abbraccio dedica al grande attore napoletano, o meglio, all’ultima maschera della Commedia dell'Arte. Il lavoro, con la regia di Marco Mattolini, ha debuttato ieri sera a Marina di Massa e, tra le altre piazze, sarà il 27 agosto al Teatro Scirea di Napoli e in settembre a Roma. Ma l’attrice porterà con sé in tournée lo spettacolo anche nella stagione invernale, quando sarà accanto a Flavio Bucci nell'adattamento teatrale di «Uno, nessuno e centomila» di Luigi Pirandello, dove Mariangela interpreterà i tre ruoli femminili del testo.

Dice: «È una curiosa coincidenza: questo romanzo dell’autore siciliano, che noi rappresentiamo nella riscrittura drammaturgica di Giuseppe Manfridi, era il più amato proprio da Totò. Lo scrive egli stesso, affermando: "Amo molto Pirandello e mi identifico in particolare nel titolo di questa sua opera". Ma anche in altre occasioni il principe de Curtis fece accostamenti tra la sua personalità e l'autore dei "Sei personaggi".

«In un'altra lettera — prosegue Mariangela — snocciola una spietata autocritica, e dice tra l’altro di sé: "Questo Totò non mi piace come recita, non mi fa ridere: mi fanno ridere Charlot o Alberto Sordi e invece odio la mia maschera, che uso solo per servire il pubblico. Eppure questa maschera  fa parte della mia anima. Sembra una storia scritta da Pirandello...».

Sola in scena, accompagnata esclusivamente da un pianista, la D’Abbraccio recita, legge e canta i brani meno conosciuti, alcuni dei quali del tutto inediti, del Totò poeta privato e scrittore di appassionate lettere d’amore. In repertorio, anche testimonianze di Anna Magnani, Pier Paolo Pasolini. Federico Fellini che lo definiva un «bambino centenario, un angelo pazzo*»., Ma soprattutto un carteggio con Liliana Castagnola, la soubrette con cui Totò ebbe un’intensissima, dolorosa storia d’amore, durata pochi mesi, dal dicembre del 1929 al 3 marzo 1930, quando l'attrice si tolse la vita.

Racconta Mariangela: «Liliana era una donna bellissima e pericolosa, un’autentica mangiauomini: per lei un amante si era suicidato. Ma l'incontro con Totò fu travolgente e fu lei a perdere la testa. Lui era follemente geloso e le rendeva la vita impossibile. Lei era pazzamente innamorata e in una lettera gli scrive: "Perche dici che mi ami, quando invece mi sei nemico? Io ti voglio bene. Antonio, non sai quanto il mio cuore e la mia mente soffrano". E ancora: "Antonio, mi sono concessa a le senza nessuno scopo. Ero pronta a cambiare vita, a vivere con te come tu vuoi. Non ho giocato nessuna commedia. ma tu. con la tua sfiducia, mi offendi. Ti auguro un felice avvenire, a me non pensare più. Sono talmente addolorata. da desiderare con voluttà di essere ancora più triste, per potermi guardare allo specchio e farmi un sorriso di compatimento. Merito solo questo: addio"...».

E Totò scrisse una canzone. «Ammore perduto»:

Ammore perduto,
i’ l’ero truvato,
nun aggio saputo tenerle cu' mme.
Ammore perduto,
mm’ha ditto stu core
ca tarde ha saputo tu ch’ire pe’ mme.

Riprende Mariangela: «Di quel suicidio lui si sentì sempre colpevole: volle che la Castagnola fosse sepolta nella tomba della famiglia de Curtis e, in ricordo di quella grande storia d’amore, chiamò la figlia, avuta in seguito da Diana Rogliani, Liliana».

Totò amante crudele, Totò fragile uomo. «Quando nell’aprile del '67 fu colpito dall’infarto, disse sul letto di morte: "Chi mi ha sparato questa fucilata al cuore? Adesso basta, lasciatemi morire"».

«Corriere della Sera», 2 agosto 1996


Oggi tutti parlano di Totò. Sposso a sproposito. Vorrei fare un po’ di chiarezza con informazioni di prima mano. Quelle di mio padre, il regista Steno, che tracciò questi appunti sul suo attore preferito in un bellissimo articolo di tanti anni fa. Papà ebbe la fortuna di girare molti film insieme al grande Totò. Ricordo, tra i tanti. ««Guardie e Ladri», «Totò a colori», «Totò e le donne», «Totò Diabolicus», «Totò cerca casa». Un vero e proprio sodalizio che duro dagli anni Quaranta fino alla morte del celebre attore. Raccontava mio padre che Toto era un uomo molto serio.

Il suo titolo effettivo ed incontestabile di Principe (Comneno Focas di Bisanzio) lo mostrava scritto sull’almanacco del Gotha, con il particolare che la data di nascita era resa illeggibile da un foro fatto col fuoco di una sigaretta.

Toto era un pauroso praticante, temeva più una corrente d’aria che un fiasco cinematografico. Non sali mai su un aereo. Una volta, girando un film di papà agli studi Ponti-De Laurentiis, siti in riva al Tevere, ma in uno sterrato al disotto del greto del fiume, Totò piazzò sulla riva una sentinella personale che gli desse tempestivamente l'allarme in caso d'inondazione. Era schizzinoso, timido e come tutti i comici che si rispettano schifava le racchie. Aveva, invece un debole per la bellezza callipigia. Ma sia nella vita. che in scena. Totò non era mai sboccato.

Al contrario di quanto scritto negli ultimi anni, Toto improvvisava pochissimo. Ogni suo lazzo, ogni sua battuta, era tenacemente provata «prima», in camerino. Non lavorava al mattino. Questo era previsto nei suoi contratti. Al mattino non si può far ridere, diceva. Fare gli spiritosi appena alzati è arduo, del resto ce lo hanno insegnato i romanzi d’appendice: l’alba è tragica. Mi risulta che della stessa opinione erano Stan Laurel e Oliver Hardy. Stanlio e Ollio, due che di comicità se ne intendevano.

Raramente, durante la lavorazione di un film, esprimeva il desiderio di vedere qualche scena girata. Si fidava di se stesso e dei suoi collaboratori. Ma ogni tanto, dopo l’ultimo ciak della giornata, si struccava ed elegantissimo (blazer e foulard) si sedeva in proiezione. E vedendosi sullo schermo si sbracava letteralmente dalle risate. Infatti il Principe de Curtis era ammiratore sperticato di Totò. Proprio così, a Totò piacevano solo i film di Totò.

E i film di Totò piacciono ancora. Ma a quei tempi, lo ricordo benissimo anch’io, fare il regista di Totò non faceva chic. Totò era snobbato dalla Critica e dagli Autori. Nessuno fece a tempo a spiegare al malinconico Principe de Curtis che la Tv, dieci anni dopo, lo avrebbe vendicato. Comunque, un premio lo ebbe anche lui. Era già semicieco e glielo conferì la città di Napoli, consegnandoglielo al Teatro Mediterraneo in una triste serata di pioggia di circa trent'anni fa. Triste serata perché pioveva, ma più che altro perché del mondo dello spettacolo italiano, a festeggiarlo c'era solo mio padre. Quella sera a Napoli, raccontava papà, Totò pianse. Poi, morì. Fu riabilitato, sfruttato e santificato. Oggi è eterno. Come Pulcinella.

Enrico Vanzina, «Corriere della Sera», 2 novembre 1996


Serata di gala a Napoli per inaugurare la stagione del neonato Teatro Totò, sorto dalle ceneri del vecchio Ausonia e ribattezzato in omaggio al principe De Curtis. Isa Danieli e Rino Marcelli hanno dato vita a un evento teatrale ricco di ricordi e citazioni dal principe del varietà alla presenza di numerosi artisti di ieri e di oggi, da Mario Merola a Ruggiero Cappuccio. Due ore di divertimento «vecchia maniera» con sketch, canzoni e ballerine.

Napoli

Con una gran serata di gala - presenti in sala protagonisti dello spettacolo napoletano di ieri e di oggi, da Mario Merola ad Aurelio Fieno, da Mario Scarpetta a Ruggiero Cappuccio - si è ufficialmente inaugurata la stagione del neonato Teatro Totò, ovvero il vecchio Ausonia ribattezzato la scorsa primavera in omaggio al principe De Curtis. E per dar vita a questa stagione ‘96-’97, prima della «nuova èra», il teatro di via Foria si è rifatto il belletto: uno stridente contrasto fra le pareti verde acqua ed il rosso velluto di poltrone e sipario, volutamente un po' kitsch, che ha fatto bene da cornice ad Avanspettacolo, evento teatrale intriso di ricordi e citazioni dal principe del varietà.

Già dalle prime battute i due protagonisti, Isa Danieli e Rino Marcelli, quest’ultimo per l’occasione anche regista, hanno dichiarato subito il proprio atto d’amore nei confronti del grande attore napoletano indossandone alcuni dei costumi più significativi - frac e bombetta per la Danieli, Pinocchio a pois bianchi e rossi per Marcelli - recitando 'A livella con taglio divertito, in sintonia con la serata e intonando Malafemmena, l’evergreen di Totò.

Avanspettacolo si è quindi subito mostrato come esempio di citazione d’epoca, non privo di spunti contemporanei, in grado di trascinare alla risata anche il pubblico più giovane. Un tuffo fra i ricordi del Teatro 2000 e del Salone Margherita di Napoli o dell’Ambra Jovinelli di Roma, palestre di talenti e sogni, di ballerine e di comici pronti alla battuta improvvisata, dettata, perché no, dalle stesse reazioni di un pubblico poco disciplinato e molto partecipe. La struttura dello spettacolo ha infatti mantenuto i caratteri originali di questa forma teatrale che il più delle volte precedeva la proiezione del film: la coppia comica protagonista, le 12 gambe 12 delle ballerine, gli sketch, le canzoni, l’orchestrina rintanata nella buca.

Il tono prevalente, quello della parodia, dei doppi sensi, dei fraintendimenti, ha trovato nella Danieli e in Marcelli due interpreti esemplari. E filologico è apparso anche l’insieme degli attori in scena, molti dei quali giovani, alla ricerca, un po' come un tempo, di un possibile trampolino di lancio. Un paio d’ore di divertimento, con tanto di passerella finale, alla quale ha partecipato anche Liliana De Curtis, figlia di Totò, chiamata a gran voce alla ribalta.

Stefano De Stefano, «L'Unità», 4 novembre 1996


Totò, Elio Petri e i giovani. Gli Incontri di Annecy, principale appuntamento con il cinema italiano all’estero, tornano con una quattordicesima edizione che dà conto della nostra produzione recente a un pubblico, quello francese, che praticamente la ignora. O si aspetta (a parte Moretti) i soliti Fellini e Antonioni. Ma punti forti del programma - dal 3 all’8 dicembre - sono pure le due retrospettive di cui sopra. Con libri, curiosità e dibattiti annessi.

ROMA

Con 23.000 spettatori l'anno passato, i Rencontres di Annecy, massimo appuntamento col cinema italiano all'estero, contraddicono la tendenza francese: totale disinteresse per la nostra produzione. «Su di voi pesa un pregiudizio: dalla patria di Fellini e Antonioni ci si aspetta sempre il capolavoro», spiega Jean Gili. Che con Pierre Todeschini cura il programma anche di questa quattordicesima edizione. Dal 3 dicembre, per cinque giorni, la cittadina dell'Alta Savoia diventerà una dependance di Cinecittà. Con molti ospiti - attori e registi che, in genere, rispondono in massa all'invito - affollate proiezioni e un paio di omaggi. In concorso, da quest'anno, non solo opere prime e seconde, anche se la scelta è giustamente caduta su autori poco intemazionali. Ecco i titoli: La casa rosa di Vanna Paoli, Pizzicala di Edoardo Winspeare, Silenzio si nasce di Giovanni Veronesi, La lupa di Gabriele Lavia, Cervellini fritti impanati di Maurizio Zaccaro, Bruno aspetta in macchina di Duccio Camerini, Cresceranno i carciofi a Mimongo di Rilvio Ottaviano, Nerolio di Aurelio Grimaldi, Cuori al verde di Giuseppe Piccioni e La mia generazione di Wilma Labate. Dieci in tutto. Arrivano a trenta, invece, i film del «Panorama», che sarà inaugurato dai Magi randagi di Sergio Citti - cui va anche il premio alla carriera intitolato a Sergio Leone - e proseguirà con i nuovi Capuano, Cipri & Maresco, Del Monte, Virzì, Taviani, Giraldi, Verdone, Nichetti... comprese due anteprime assolute: Un giorno, un giorno, una notte di Cosimo Milone e Il decisionista di Mauro Cappelloni.

Per qualcuno, Annecy sarà un’occasione per trovare distribuzione oltralpe: i film saranno tutti replicati a Parigi, per gli addetti ai lavori, la settimana successiva. Ma la cosa non è facile. «Basti pensare che La scuola di Luchetti, pur coprodotto da Canal plus, non è uscito da noi», spiega Todeschini. Che quest'anno ha tentato un esperimento: far circolare un pacchetto di cinque film italiani sottotitolati a costi contenuti. L'iniziativa ha raccolto un totale di 12.000 spettatori. Che non sono molti, ma aiutano a rompere il muro del silenzio.

Veniamo alle due retrospettive. La prima riapre il caso Elio Petri, «uno dei cineasti che più hanno contribuito a rinnovare l'approccio politico ai problemi dell’uomo e del suo inserimento nella società», dice Gili. Il quale ha preparato anche un libro sul regista di Indagine. L'altra accende i riflettori su Totò, artista pratica-mente sconosciuto in Francia e tradizionalmente doppiato in «marsigliese». Si rivedranno i suoi film migliori, 14 su un totale di 97, in attesa del grande omaggio preparato per l'autunno ‘97 dalla Cinématheque francaise. Ci sarà anche una mostra di foto e oggetti personali curata dall'associazione Antonio De Curtis: il tutto «benedetto» dalla presenza del sindaco Bassolino. In più, il primo libro francese sul grande attore, Totò, le rire de Naples, scritto dal critico René Marx. Due le tavole rotonde: a quella su Totò, partecipano la figlia Liliana, Orio Caldiron, Gian Piero Brunetta, Sergio Citti, René Marx. Mentre di Petri discuteranno Peppe De Santis, la vedova Paola e Andrée Tourès.

Cristina Paternò, «L'Unità», 22 novembre 1996


Foto, locandine, la famosa bombetta, un registratore, il codice penale da cui non si separava mai: sono alcuni dei cimeli esposti ad Annecy, il festival del cinema italiano in corso in Alta Savoia, per una grande mostra su Totò. A inaugurarla la figlia Liliana De Curtis. Che racconta: «Sulla sua tomba si trova ancora di tutto: lettere, caramelle, regali e persino sigarette».

«L'Unità», 6 dicembre 1996


1997

A sorpresa ritorna la Faldini

Franca Faldini toma al cinema a 42 anni da «Siamo uomini o caporali?». Bella, elegante, spiritosa, la moglie di Totò ha accettato volentieri l'offerta di Sordi. «Pensavo fosse uno scherzo. Poi ho capito che poteva essere divertente. Ma non parliamo di ritorno, per cortesia. Qui inizia e qui finisce, anche per via dell'età», dice l'ex attrice che da anni ha preferito dedicarsi alla scrittura. «Ho lasciato il cinema conscia di regalargli un'attrice cagna in meno e una spettatrice in più», aggiunge. Ma sbaglia: nei panni di Alessandra, la signorile moglie del protagonista, sarà perfetta.

«L'Unità», 10 febbraio 1997


In «Le occasioni perdute», scritto da Alberto Sordi con Rodolfo Sonego e da lui diretto e interpretato, Franca Faldini impersona la moglie dell’attore, diviso tra l'ormai quieto affetto per lei e vampate di desiderio, al ritmo del tango, per Valeria Marini. È stato Sordi a cercare questa bella signora asciutta, capelli brizzolati, occhi verdi, come ai tempi in cui Hollywood la voleva, ma lei lasciò tutto per ritornare in Italia e diventare la discreta compagna di Totò, il principe «malicomico» che regalava sorrisi. Oggi, sposata da molti anni a Niccolò Borghese, Franca non pensava più al cinema.

«L'ultimo film che ho interpretato — sorride — credo che risalga al 1954 e. se non sbaglio, si intitolava "Siamo uomini o caporali". No, non ho mai "fortissimamente" voluto essere una attrice, ma il cinema mi ha dato allegria, conoscenze interessanti, amicizie profonde. Come Sordi, a esempio, che Totò ammirava e amava perché lo reputava un grande, capace di passare dai registri comici a quelli amari e drammatici. Quando, però, ho trovato la chiamata di Alberto sulla segreteria ho pensato: "Certamente vorrà chiedermi di togliere qualcosa alla lunga intervista fatta per il mio nuovo libro. Che seccatura, sarò costretta a cambiare tutto!". E, invece...».

È passato del tempo da quando Franca veniva ricordata da tutti come la compagna di Totò. a lui legata per affetto profondo e non certo per capriccio o calcolo. Alla sua morte, la Fqldini si ritrovò a doversi cercare un lavoro e si armò di penna, visto che il fascino comunque lo conservava intatto, ma non le interessava ritornare a un ambiente che aveva volontariamente lasciato e tantomeno voleva dare l’impressione di speculare su una notorietà riflessa, che avrebbe potuto essere strumentalizzata da qualche regista.

Autrice di libri di cinema molto apprezzati, la Faldini ritirerà il 25 ottobre in Sicilia il Premio Benedetto Ioppolo, assegnato in passato a Dacia Maraini ed Enzo Biagi, per il suo ultimo libro «Roma Hollywood Roma Totò non soltanto» edito da Baldini & Castoldi. E presto sarà ristampata, aggiornata a oggi, «L’avventurosa storia del cinema italiano», da lei scritta con Fofi per Feltrinelli, prima di «Totò, l'uomo e la maschera» del quale è l’unica autrice.

Ma cosa ha dato o tolto il cinema a questa signora fiera del suo lavoro di giornalista-scrittrice? «Avevo vent’anni — racconta — quando incontrai alla Paramount un grande produttore, Hal Wallys, che aveva realizzato "Casablanca" e lanciato attori come Kirk Douglas e Burt Lancaster. Ricordo che mi vide e disse: "Exotic type. Would you test for me?’’. Nelle intenzioni, io avrei dovuto diventare una epigona di Dorothy Lamour, che stava invecchiando... In America ero andata anche perché avevo conosciuto Errol Flynn e sua moglie e al loro matrimonio ero stata damigella d'onore. Mi ritrovai con un contratto per la Paramount e... "in prigione”».

«Gli studios avevano leggi ferree: si doveva fare solo quello che ti veniva ordinato. Guadagnavo 120 dollari a settimana e ricordo che Billy Wilder un giorno mi fece una osservazione giustissima: "Ti assicurano di che vivere, ma ti danno anche la sicurezza di un carcere”. Me ne andai, dopo sei mesi. Ma molte amicizie sono rimaste e sono state profonde come, a esempio, quella con Errol Flynn, un uomo schiacciato dalla sua immagine. Il pubblico lo vedeva sempre come "simbolo fallico", ma lui sognava di interpretare ruoli drammatici e di poter recitare personaggi lontani dall’immagine di macho imposta dal mogul Jack Warner. Quali sono le personalità incontrate e che più mi hanno affascinato? Indiscutibilmente Orson Welles e Lauren Bacali, perché in tempi di bamboline, lo stile e il fascino erano davvero mescolati nella sua personalità».

«Non ho mal rimpianto alcunché — osserva — la vita con Totò è stata splendida. A volte, come in un bellissimo mosaico, mi capita di ricordare un colore, un volto. Come il giorno in cui Pasolini, accompagnato dal ricciolino Ninetto Davoli, venne a casa nostra. Totò, che s’inchinava sempre di fronte alla cultura, restò in silenzio. Fu rincontro, meraviglioso, di due timidi e mi ritrovai a parlare solo io».

E adesso, che cosa si aspetta da questo film e dalla sua moglie aristocratica e dedita al volontariato. Sorride la signora romana, con sangue ebreo da parte patema, e dice: «È stato un inatteso regalo. E cercherò di dare il meglio, senza fuggire i ricordi, né quelli in cui mi ritrovo in qualche ingiallita fotografia "Miss Torta di Formaggio" a Hollywood, premiata con un paio di calze d’oro, né quelli in cui, nella sua amatissima Napoli e nella sua molto amata Roma, aspettavo Totò di ritorno dal set, molto più felice di quando ero io ad andare sul set».

Giovanna Grassi, «Corriere della Sera», 10 febbraio 1997


«L'uso dell'immagine di Totò nella pubblicità» - La sentenza contro l'azienda Sperlari

Il «mento storto» e gli occhi a mandorla di Totò, se affiancati al suo nome, rievocano indiscutibilmente l'attore scomparso, e non possono essere utilizzati, senza il consenso dei familiari, per la pubblicità di un prodotto. Lo sostiene la Cassazione, che ha dato così ragione a Liliana De Curtis e annullato una sentenza della Corte d'Appello di Roma, che aveva ritenuto legittimo l'utilizzo da parte della Sperlari del nome Totò, affiancato da un volto stilizzato con, appunto, mento storto e occhi a mandorla.

«L'Unità», 13 marzo 1997


«Filmografia virtuale»
Tra molti progetti cinematografici e televisivi relativi a Totò ma realizzati, figura anche questo film-fiction

Un film tv celebrerà il centenario della nascita di Totò. Il 15 febbraio del 1898 Napoli dava i natali al principe della risata, e per febbraio dell'anno prossimo una serie di manifestazioni, organizzate con la collaborazione dell'associazione «Antonio De Curtis», ricorderanno la ricorrenza. Tra queste, un film tv in due puntate che prende spunto anche dal libro «Siamo uomini o caporali?».

«Un film non facile da realizzare - spiega Liliana De Curtis, la figlia di Totò - abbastanza costoso perché in costume, ambientato tra la fine dell'800 e i primi del '900. Ma nessuno, però, reincarnerà il principe della risata per il piccolo schermo: non cerchiamo un imitatore, sarebbe grottesco. Totò nel film non ci sarà fisicamente, anche se sarà presente. Anche per questo è un film complicato». Insomma, non proprio una biografia del grande comico: «La storia è quella di un ragazzo che affronta la vita dell'epoca con tutti i suoi problemi».

«La Stampa», 28 marzo 1997


«Totò e la cimice fascista»

Con una smorfia carica di scetticismo e di perplessità (il classico guardare _ dal sotto in su di quando dice « ma mi faccia il piacere») Antonio de Curtis, in arte Totò, compare sulla quarta di copertina della rivista «Film». Sull’ampio risvolto sinistro della giacca elegante, ecco spuntare dall'occhiello il distintivo fascista, la «cimice». E' la primavera del '43, e il giornale annuncia così il film Due cuori fra le belve di Giorgio Simonelli, interpretato dall’«irresistibile Totò, l'attore dagli scatti sorprendenti»; ora quella foto viene riprodotta nel libro di Alberto Anile, Il cinema di Totò (1930-45), pubblicato dalle edizioni Le Mani di Genova. Scrive Anile: «Totò è costretto a farsi fotografare con la "cimice" fascista all’occhiello». Perché così — argomenta l’autore di questa puntigliosa ricerca sul periodo meno studiato del Totò cinematografico (sei pellicole contro le tantissime del dopoguerra) — si voleva punire l’audacia del Comico che, proprio nelle riviste recitate in quei mesi, metteva alla berlina il regime di Mussolini e gli alleati tedeschi.

Come? Per esempio in Volumineide (1942), dove Totò-Pinocchìo ripete a Lucignolo la filastrocca del paese dei balocchi: «Qui le teste son di legno / ch’è proibito avere ingegno / chi ragiona in questo regno / non è degno di campà». O nell'Orlando curioso (1943), dove Totò-pazzariello annunzia al popolo che «il padrone» è diventato pazzo.

Ovviamente, questa di Totò costretto a mettere il distintivo, è solo un’ipotesi. Non ci sono prove. Così come di ipotesi, di supposizioni è fatta la versione di un Totò antifascista militante, anzi addirittura finanziatore della Resistenza.

Certo, l’idea che dietro quel ritratto ci sia un’intenzione malvagia può autorizzarla l'identità del fotografo, il tedesco Eugenio Haas, che dopo la
liberazione di Roma sarebbe stato indicato come «ufficiale delle SS, spia della Gestapo, il quale celava dietro un sorriso servile la sua rabbia di belva nazista». E se è vero che la "cimice" aveva finito da molto tempo di essere un segno inconfondibile di appartenenza e riconoscimento, certo, vicino al luglio del ’43, quelli che la portavano non erano più tantissimi. Quindi, vedere una foto col distintivo in quei mesi un po’ d’effetto lo doveva pur fare. Da qui la supposizione di una costrizione, una forzatura.

Era comunque innegabile il fatto che Totò, sul palcoscenico, non risparmiasse frecciate e allusioni ai detentori del potere. Si ricordano molti interventi della censura che cambiava battute del testo, che magari il comico ripristinava a dispetto mandando il pubblico in delirio. Di certo, la vera resistenza che oppose Totò al regime fu quella di rifiutare il trasferimento a Venezia dopo l’8 settembre. Quando la Repubblica di Salò aveva cercato di ricreare Cinecittà in laguna. E gli irriducibili in camicia nera (Valenti, la Ferida) erano accorsi subito al richiamo. Totò era atteso per un ambizioso progetto di film musicale, Arcobaleno, che però non vide mai la luce. E lui fece di tutto per non andare.

Molti anni dopo, nel ’65, in un’intervista Totò ricordava: «Reagivo come potevo, col mezzo a mia disposizione. E di questo ne sono fiero...». Insofferente delle prepotenze, delle arroganze del potere, reagiva allora come avrebbe reagito nei film degli anni ’50 e ’60, quando a esser presi di mira erano i vizi dell’era democristiana.

Antifascista, dunque, Totò? In senso lato, sì. Ma certo non di sinistra. Semmai conservatore, tendenzialmente monarchico. Non va infatti dimenticato che, proprio nei giorni in cui univa la guerra nel mondo, Antonio de Curtis festeggiava una sua personalissima vittoria. Quella di esser riconosciuto legittima-mente dal Tribunale di Napoli erede dell'Impero di Bisanzio.

Ranieri Polese, «Corriere della Sera», 29 marzo 1997


Intervista con l'attore (e fan sfegatato) Francesco Paolantoni. Stasera a Roma, un incontro per presentare l'iniziativa del nostro giornale.

ROMA.

«Cosa fa grande Totò? La sua capacità di essere comico, a prescindere». Ride il quarantunenne Francesco Paolantoni citando una delle più celebri battute del principe Antonio De Curtis. Perché, forse non tutti lo sanno, ma per il popolare Robertino di Mai dire gol Totò è una sorta di «santo», nel culto del quale è cresciuto fin da bambino. E al quale ha dedicato una versione tutta sua de La livella che sta portando in giro nello spettacolo teatrale The School of the Art of De Lollis. Ed è per questo che Paolantoni stasera presenterà Sette ore di guai, il primo dei due film «introvabili» (l'altra è Fermo con le mani, il primo film di Totò) che L'Unità spedisce in edicola dopodomani in videocassetta. L'occasione? Il trentennale della scomparsa dell'attore napoletano. L'appuntamento è a Roma (ore 21.00) presso la libreria Bibli di via dei Fienaroli, dove a presentare il film di Vittorio Metz e Marcello Marchesi (pellicola praticamente inedita, mai trasmessa in tv e della quale è andato distrutto il negativo) saranno la figlia di Totò, Liliana de Curtis, l'attrice Isa Barzizza, per lungo tempo al fianco del comico napoletano nel ruolo della «prosperosa», e Giancarlo Governi, funzionario Rai e appassionato «totologo».

«Sette ore di guai non l'ho mai visto - prosegue Paolantoni - e questa sarà davvero una bellissima occasione per scoprirlo. I film di Totò li conosco tutti a memoria, li andavo a vedere da quando ero un ragazzino. E penso che tra tutti il migliore sia Guardie e ladri: Totò affiancato da un grande come Aldo Fabrizi diventa ancora più strepitoso». La passione per Totò, Paolantoni la ricorda come una passione di famiglia. «Il suo spirito aleggiava in casa ed io sono cresciuto a pane & Totò - racconta -. Del resto a Napoli è idolatrato da tutti. Per me poi è più grande di qualunque comico, anche di Chaplin. E se ho deciso di fare questo mestiere è perché lui me lo ha fatto amare».

È proprio nella comicità di Totò che Paolantoni cerca le sue radici. «Una comicità pura - dice -che non ha bisogno di costruzioni. Gli altri si dovevano preparare le gag, le battute, lui niente: gli venivano fuori naturali, sul nulla. La sua era un'ispirazione mentale, un modo di essere, una maniera di giocare...». Una comicità, insomma, immortale, che riesce a vivere al di là delle mode. «La capacità dei più grandi - sottolinea l'attore napoletano - è proprio quella di far ridere restando fuori dal tempo: non amo la comicità legata alla cronaca». E la satira? «Quando è fatta bene mi piace. Penso ai Guzzanti, mentre come esempio negativo a quella del Bagaglino. La satira tra i giovani comici è parecchio gettonata, mentre pochi cercano la comicità pura, quella che piace a me. In Mai dire gol c'è, per esempio: la praticano Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma in questa direzione va anche il lavoro di Antonio Albanese, dello stesso Corrado Guzzanti quando non fa satira, di Giobbe Covatta e di Enzo Iacchetti».

Questa comicità, però, secondo Paolantoni, «soprattutto a teatro soffre di molti pregiudizi. È considerata di serie B. Di rango inferiore, insomma. Eppure la risata è curativa, fa bene al corpo e alla mente. Lo diceva anche La gente vuole ridere, lo spettacolo di Vincenzo Salemme che ho interpretato nelle passate stagioni nei teatri italiani. Attraverso la comicità ci si rigenera. E quella che amo io è quella fine a se stessa, quella carica di tormentoni che quando la senti ripetere alla gente per strada ti fa un gran piacere. Di comicità c'è e ci sarà sempre bisogno. Anche se non tutti subito lo riconoscono. Del resto, per quanti anni fu bistrattato Totò prima di essere rivalutato dalla critica?».
Gabriella Gallozzi

«L'Unità», 10 aprile 1997


15 aprile 1997: ricorrenza dei trent'anni dalla morte di Totò. La stampa dell'epoca


I giochi di parole di Totò hanno aiutato le masse a conoscere meglio la lingua italiana, insegnando termini poco conosciuti ed equivoci, aiutando a evitare i trabocchetti lessicali e sbeffeggiando le forme burocratiche e obsolete. E' la tesi annunciata a Pisa al convegno degli storici della lingua italiana dallo studioso Enzo Caffarelli. Il ruolo svolto da Antonio De Curtis nella diffusione dell'idioma nazionale sarebbe stato pari, grazie al successo dei suoi film visti da milioni di persone, a quello svolto dalla radio e dalla televisione per ridurre l'influenza del dialetto.

«Corriere della Sera», 1 maggio 1997


Totò si sarebbe fatto una bella risata. La giunta leghista, ai suoi ultimi giorni di attività, ha deciso d'intitolare una via proprio a lui: Antonio de Curtis. principe di Bisanzio. Una strada un po’ fuori mano, a Trenno. d’accordo. Ma pur sempre una via in quella Milano cui Totò ha dedicato alcune memorabili battute. In particolare quando, con la «spalla» storica, Peppino De Filippo, interpretò il meridionale sprovveduto approdato nella metropoli con la classica valigia di cartone e il colbacco in testa.

E al ghisa capitatogli a tiro, in piazza Duomo, chiedeva candido: «Per andare dove dobbiamo andare, da che parte dobbiamo andare?». Ma non finisce qui. Poiché nella nuova strada dedicata al comico c’è un capolinea di mezzi pubblici, da ora in poi
circoleranno autobus con la scritta «Totò» stampata sul frontespizio. Un colpo di genio. [...]

A. Bac., «Corriere della Sera», 1 maggio 1997


«L'uso dell'immagine di Totò nella pubblicità»

Era da poco cominciato il 1967 e il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, si presentava, giusto a ora di cena, nelle case degli italiani: «Mi faccio un brodo? Ma me lo faccio doppio». Era stato il regista Luciano Emmer a convincerlo a girare quei nove caroselli per una famosa marca di dadi da cucina, grazie ai buoni uffici del direttore della fotografia, Giuseppe Caracciolo, lontano parente di Totò, che sarebbe morto il 15 aprile di quell'anno.

Di quei caroselli, il telearcehcologo Marco Giusti — un signore che ha fatto coi filmati di Carosello più o meno quello che Schlicmann fece con i tesori di Troia — in 10 anni di ricerche negli archivi della Sacis ne trovò solo uno. Ieri sera per il debutto di «Carosello», nuovo varietà di Raidue, il Totò testimonial è tornato. Ciabattino irriverente («Mi dia la zampa») e surreale («Vuole che faccia l'anestesia, così la scarpa non soffre?») dopo avere incollato il calzino del cliente al pavimento chiude bottega e se ne va («Scusi, sono un settentrionale e io all'una mangio»).

Ma per il debutto di uno dei programmi più laboriosi degli ultimi tempi (tre anni di tentativi, un pool di autori tra cui gente come Giusti, Sanguincti, Cottafavi, Piccinini più usa alla teoria che al varietà, una ricchezza di materiale a disposizione utile per un'intera stagione. 450 milioni di budget a puntata) oltre al principe De Curtis sono stati chiamati in causa altri padrini eccellenti. Un Calimero virtuale, con la voce di Ignazio Colnaghi, Elio, le Storie Tese e le loro contaminazioni, l'estro di Lele Luzzati per i fondali del teatrino, Ernesto Caindri, Ornella Vanoni. E soprattutto Mike Bongiorno. E chi, se non il primo testimonial di Carosello (la sera dell’esordio, il 3 febbraio 1957, c'era anche lui: pubblicizzava l’Oreal) poteva tenere a battesimo l'esordio di Ambra alla guida di due ore di prima serata? Chi se non il «martire di Carosello» (come lo chiama Giusti) che prese alla lettera lo slogan «Sempre più in alto!» e si fece trasportare in cima al Cervino incurante della tempesta che lo avrebbe isolato sul cucuzzolo?

Come omaggio a Mike, un Cervino in compensato troneggiava nello studio Tv3 di Milano. Studio zeppo di icone del ventennio (di Carosello) e dove alla vigilia del debutto l'agitazione era a mille. «Ritmata confusione calcolata» l'aveva definita, in occasione della presentazione, il regista Fosco Gasperi e la definizione calzava a pennello con l'atmosfera che ha animato le prove di sabato. Sanguineti nel doppio ruolo di autore e attore, Gasperi che invoca tagli. Giusti che si avvicina ad Ambra per spiegarle la linea. Ma, come già accaduto, è la linea d'Ambra ad avere la meglio e la giovane Angiolini, primo esempio di cittadina del Belpaese cresciuta davanti a una telecamera, si conquista sul campo i complimenti del capostruttura Frassa («Ti nomino vicecapostruttura»).

E ieri sera, di quella confusione qualche cosa è trapelato. E forse non proprio tutto era stato calcolato. Ma, come direbbe Ambra, «Caroselliamoci».

Stefania Ulivi, «Corriere della Sera», 12 maggio 1997


Antonio Maria Giuseppe de Curtis-Gagliardi Grillo Focas, principe di Bisanzio, ma anche duca di Drivasto e di Durazzo, nato ovviamente a Napoli, quartiere Sanità. In arte Totò. «Quisquilie, pinzellacchere» e giù ineguagliabili movenze e smorfie, con il volto che si allunga, si accorcia, muove a destra e poi a sinistra. Come uno Stradivari, capace di impareggiabili virtuosismi.

Sono passati trentanni dalla scomparsa del grande attore; i suoi film, spariti totalmente dalle sale, sono esplosi sul piccolo schermo, con un Totò clonato per mille reti, canali e video-cassette. Oggi, la Cineteca italiana lo riporta sul grande schermo, con una rassegna di 25 film, interpretati tra il 1937 e il 1965, presentati nella sala di Via Oxilia 10 (zona Stazione Centrale), per un mese intero, da oggi a venerdì 13 giugno. Proiezioni alle 20 e alle 22, eccezione fatta per la giornata inaugurale che annuncia una sola proiezione alle 21, con «Totò, Peppino e i fuorilegge» di Camillo Mastrocinque, e dell'episodio «Il guappo» da «L’oro di Napoli» di Vittorio De Sica, che disse dell’attore: «Clown come lui ne nasce uno ogni cento anni».

Totò da lassù sta aspettando, il secolo scade proprio l’anno prossimo. Intanto, lo ritrovi sul sagrato rifatto del Duomo, con l’amico Peppino De Filippo, a chiedere spaesato: «Per andare dove dobbiamo andare, da che parte dobbiamo andare?». Ma oggi, il «ghisa» gli indicherebbe davvero la nuova «via Totò», un po’ fuori mano a dire il vero, dopo le vie Trenno e Natta. Ultimo regalo (gradito) della giunta Formentini.

In locandina, si ritrovano «I soliti ignoti» di Mario Monicelli, «Guardie e ladri» di Steno. «47 morto che parla» di Carlo Bragaglia, «Napoli milionaria» di Eduardo De Filippo, tanto per citare alla rinfusa. La produzione è sterminata: nei dizionari dei film, solo le pellicole che hanno il nome Totò nel titolo occupano sei, sette pagine. Totò «contro Maciste-, «contro il pirata nero», «al giro d’Italia», «all’inferno», «a colori», «sexy», «sceicco», «Tarzan»... Quasi cento film in vent’anni, con molti capolavori di comicità e . qualche splendido ruolo «impegnato» («Dov’è la libertà» di Rossellini, «Uccellacci uccellini» di Pasolini).

Sullo schermo aveva esordito nel '37, con «Fermo con le mani» di Gero Zambuto (in proiezione venerdì 30 maggio, insieme a «Carosello di varietà» del ’55), dopo l'avanspettacolo, osannato capocomico nel classico teatro di rivista. Con «spalla», orchestra, ballerine e soubrettes, fino al '56. Poi, solo il cinema. Amatissimo dalla gente, un po’ meno dai critici, che consideravano il principe della risata un bravo guitto e nulla più. Invece nell’albero genealogico di Totò ci sono Pulcinella e Sciosciammocca, Arlecchino e Pierrot, Capitan Fracassa. C'è la Commedia dell’arte e la provocazione geniale delle parole che bisticciano con la logica: «parli come badi», «a prescindere», «ogni limite ha la sua pazienza», «ho fatto il militare a Cuneo».. E la mascella che deraglia in una smorfia.

Arte della comicità; riscoperta in ritardo e su cui si è scritto molto. Dal bellissimo testo di Franca Faldini (moglie di Totò) e Goffredo Fofi, «Totò: l’uomo e la maschera» Edizioni Feltrinelli (1977) all'ultimo «Il cinema di Totò 1930-1945. L’estro funambolo e l’ameno spettro» di Alberto Anile (ed. Le Mani, 1997), che sarà presentato il 14 e 30 maggio. Sono passati trent’anni, «Totò torna, Totò cerca cinema» come dice il titolo di un’indispensabile rassegna.

Giuseppe Tesorio, «Corriere della Sera», 13 maggio 1997



Sino ad un certo punto persino i suoi film più divertenti venivano considerati una sorta di sottoprodotti. Poi è iniziata l'operazione recupero e, da allora, il principe De Curtis, alias Totò, ne ha fatta di strada! Si è cominciato col dire che quelle pellicole erano ben fatte, divertenti e spesso intelligenti, mentre per il grande attore si è fatto ricorso all'aggettivo geniale. Adesso, il mito di Totò ha trovato una ragione in più per esistere: Antonio De Curtis non ci ha fatto solo ridere, ma, grazie alle sue battute, ci ha insegnato anche la lingua italiana. Il suo linguaggio, oggi, oltreché comico viene giudicato anche «educativo», soprattutto quando metteva alla berlina alcune antiquate forme di comunicazione.

È il linguista Enzo Caffarelli a sostenere questa tesi in un saggio che verrà pubblicato sulla «Rivista italiana di onomastica». Lo studioso prende in esame alcune celebri gag del comico e le definisce «un sano sberleffo» alle «forme più obsolete», ai modi di dire che col passare del tempo erano venuti perdendo significato. Procedendo nella sua analisi, Caffarelli osserva che «Totò con i suoi giochi di parole ha accompagnato i suoi spettatori nel processo di appropriazione della lingua italiana, riuscendo a riflettere il difficoltoso rapporto esistente allora fra questa e il dialetto».

Dunque, dovremo ricordarci del grande comico come di un maestro che aiutò proprio nell'enorme lavoro di creare una lingua nazionale che unificasse gli italiani, che rendesse possibile la comprensione fra un veneto e un siciliano.

È proprio negli anni Cinquanta e Sessanta che si compie questo miracolo e Totò, segnalando i trabocchetti contenuti in certe frasi, o sghignazzando su alcune espressioni in burocratese, ci ha dato una mano a capire dove potevamo sbagliare. Storpiando ad arte le parole, ha, per converso, segnalato la loro versione giusta.

E, infine, sempre usando autoironia, ha fatto sì che gli italiani capissero che non dovevano abusare dei termini stranieri.

«L'Unità», 8 agosto 1997


Stasera e domani, durante la seconda «Rassegna internazionale del cinema restaurato» di Castellabate saranno proiettati «Totò, Peppino e la malafemmina» e «Siamo uomini o caporali?» entrambi di Camillo Mastrocinque. Da anni in Italia il Centro Sperimentale Cinematografia è molto atti vo per restituire ai capolavori la qualità perduta. Ora è toccato a due popolati film del Principe della Risata sottoporsi al restyling trovandosi in buona compagnia con opere di Visconti, Fellini o Antonioni.

La rassegna, diretta da Claver Salizzato, è inserita tra le manifestazioni del «Cilento Estate Festival» che prevede oltre agli appuntamenti cinematografici, spettacoli teatrali e musicali. La rassegna proseguirà fino al 24 con altri importanti film restaurati: «La vedova allegra» di Lubitsch (13 agosto), «Madame Butterfly» di Gallone Gapoccini (17), «Lo spettro» di Preda (20), «Davanti a lui tremava tutta Roma» di Gallone (24) con Gobbi e la Magnani. L’omaggio a Totò cade mentre sfumano la celebrazioni per il trentesimo anniversario della morte e si stanno già scaldando i motori per festeggiare il centenario della nascita con un’overdose di iniziative. E rivedere sul grande schermo in copie nuove l’esplosiva miscela comica di Totò e, in particolare, in coppia con Peppino, riconcilia idealmente il pubblico con gli umori delle platee di un tempo.

Non sarà presente alle proiezioni per altri impegni la figlia di Totò, Liliana De Curtis, che non risparmia qualche critica allo stile dell'iniziativa. «Sono lusingata naturalmente del restauro dei due film - dice - che sono così consacrati tra i classici. Mi dà fastidio però che spesso vengo a conoscenza di iniziative che riguardano il cinema di mio padre quando già sono state decise e realizzate. Di questo omaggio, per esempio, sono stata informata solo qualche giorno fa quando mi hanno invitata a partecipare alle serate». Quella del restauro comunque è un’operazione impegnativa.

«Impegnativa e costosa: è riservato a poche opere, quindi la scelta di ”Totò, Peppino e la malafemmina" e "Siamo uomini o caporali?" acquista più valore». Questo omaggio è a cavallo tra le celebrazioni del trentennale della morte e del centenario della nascita.

«Siamo tutti già proiettati nelle iniziative che festeggeranno i cento anni della nascita di Totò. Come Associazione De Curtis siamo sempre impegnati in varie attività. Ora stiamo seguendo una mostra itinerante su Totò esposta al Massenzio e che dal 28 sarà a Reggio Emilia per il Festival dell’Unità. Poi c’è il progetto che ci sta più a cuore, l’apertura del Museo nel Palazzo dello Spagnuolo nei Vergini: deve essere ristrutturato coi fondi del Comune. I tempi si sono allungati per inevitabili lungaggini burocratiche, ma i lavori dovrebbero iniziare a settembre. Sarà una struttura multimediale con materiali teatrali, cinematografici, fotografici».

A trent’anni dalla morte e a quasi cento dalla nascita di Totò, qual è il bilancio dell’eredità lasciata da lui?

«Ormai su Totò è stato scritto e detto quasi tutto, ora bisogna lasciar parlare gli altri, i destinatari della sua comicità, i suoi spettatori che non si esauriscono inai. Quando vado in giro per presenziare alle varie manifestazioni mi rendo conto dell’ entusiasmo che i suoi film e il suo nome ancora suscitano. A Viareggio ho incontrato bambini di 4,5 anni che si stringevano intorno a me, ovunque i giovani mi abbracciano. Totò ha attraversato varie generazioni e resterà per sempre».

A che punto è il progetto film su suo padre?

«A settembre dovrebbe entrare in una fase operativa un film di fiction in due puntate prodotto dalla Rai, dovrebbe interpretarlo Sergio Castellitto mentre il regista dipende dalla Rete coinvolta. Certo il mio sogno resta De Niro. È un film che racconta Totò tra i 17 e i 18 anni e i 34 e i 35, una storia d’amore che è anche uno spaccato della Napoli del primo Novecento».

Alberto Castellano, «Il Mattino», 10 agosto 1997


PORTOFINO. «Io sono parte nopeo e parte napoletano», amava puntualizzare il grande Totò a chi gli poneva domande sulle sue origini, accompagnando magari il tutto da un salutale «Poffarbacco!». E chissà come commenterà oggi, dal Paradiso dei Principi, la notizia che sua figlia Liliana, tra una ventina di giorni, verrà a Portofino a ritirare il Premio Gardenia d'Oro, quasi un riconoscimento di cittadinanza onoraria. Forse, pensando al celebre borgo marinaro meta di molti Vip, il principe della risata rispolverebbe un'altra sua famosa battuta: «Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo!», tanto per restare in tema geografico.

La cerimonia, preceduta da un incontro nella Terrazza del Teatrino condotto dal giornalista Vincenzo Mollica, è in programma venerdì 5 settembre e ha già tutta l'aria di trasformarsi in un evento culturalmondano in piazzetta. Di Totò, giustamente, si continua a parlare anche quest'estate lungo la penisola, dove sono diverse le iniziative dedicate al grande attore scomparso. Proprio nei giorni scorsi, alla Mostra internazionale del Cinema Restaurato a San Marco di Castellabate, nel Salernitano sono state presentate due pellicole di Totò completamente rimesse a nuovo: Totò, Peppino e la malafemmina e Siamo uomini o caporali, realizzate e dirette dal regista Camillo Mastrocinque oltre quarant'anni fa. Sempre a Portofino, venerdì prossimo, sul palcoscenico del Teatrino, andrà in scena «Delitti esemplari», una curiosa performance musicale curata dal regista del Teatro della Tosse Sergio Maifredi e tratta da Max Aub. In scena il cantautore e chitarrista genovese Federico Sirianni, il chitarrista Fabrizio Giudice, Gianluca Nicolini ai flauti e Luca Morello al contrabbasso. Musica, sempre al Teatrino, anche domenica 24 agosto con una serata «Jazz Insieme» del quartetto della bravissima cantante Anna Sini, con Mauro Barabino al pianoforte, Maurizio Marenco al contrabbasso, Daviano Rotella alla batteria.

La serie di concerti al Teatrino si concluderà venerdì 29 agosto con la band Acoustic Root, con Cathy O'Gara (voce e percussioni) e Andrea Massone (chitarra, armonica). La sera prima, giovedì 28, in piazzetta, serata di spirituals con il Mnogaja Leta Quartet, con Luciano Gattinoni, tenore, al pianoforte, il tenore Nino Giagnoni, i bassi Maurizio Mauri e Alberto Vigevani, il chitarrista Giovanni Vergani, Luca Gattinoni al contrabbasso e Vanni Stefanini alla batteria. Intanto, nella piccola «bomboniera» di Vico Dritto prosegue anche la rassegna di cabaret che sabato prossimo vedrà in scena Maurizio Milani nello spettacolo «Un uomo da badile»

[m. b.], «La Stampa», 17 agosto 1997


Totò attore, principe e poeta. E ora anche «musa ispiratrice» di brani musicali. Giovani artisti hanno pensato a lui e due canzoni, dedicate al grande comico napoletano, sono già diventate dischi, mentre una e ancora nel cassetto: se ne era innamorata Mia Martini e poco prima di morire aveva deciso che l’avrebbe cantata.

«Uomini o caporali / che gran genio Totò / non è vero che siam tutti uguali / c’e chi e uno str.. e chi no...»: così canta Paolo Belli, (ex componente del gruppo «Ladri di biciclette») toto-logo doc che spiega: «Impazzisco per Totò, da ragazzino sono scappato di casa per andare a vedere la sua tomba. È un genio. Vorrei essere stato suo figlio. Ho intitolato il mio brano "Uomini o caporali" (omonimo film del ’55, nonché battuta abituale di Totò, ndr) perché è grandiosa la sua teoria: non siamo affatti tutti uguali. Ma la differenza non sta tra nord e sud, tra bianchi e neri, ma tra stupidi e intelligenti. Ho voluto farne un inno: un testo serio e una musica divertente, dai ritmi cubani. Un contrasto, come amava Totò».

E se Belli è un bolognese che «adora i napoletani», i «Giallocromo» ovvero Marco Del Freo e Nicky Costanti, sono due toscani doc che adorano il grande attore. E per lui hanno scritto «Ci vorrebbe Totò». Più che per lui — come recita il testo — per «i comici fuori allenamento / per le battute fuori tempo / per i cuori chiusi nei paltò / Ci vorrebbe Totò per le lacrime telecomandate / per le risate programmate». Insomma, secondo i Giallocromo, solo lui potrebbe rialzare il livello di un certo appiattimento. Commentano: «È una frase che dicevamo fin da bambini per sdrammatizzare le situazioni. Perché se ci fosse lui, si saprebbe sorridere».

E c’è anche chi ha scelto Antonio De Curtis come confidente. È Lorenzo Zecchino (vincitore di Castrocaro nell’89) che ha scritto «Antò», ma non è mai riuscita a inciderla. È un brano triste, melanconico, uno sfogo amaro, bocciato l'anno scorso al Festival di Sanremo. «Mimì ne era rimasta incantata — racconta Zecchino — poi quel maledetto 14 maggio, quando è morta, mi è crollato il mondo addosso. Ora la canzone ce l’ha in mano Renato Zero. Speriamo». Dice: «Antò è ancora tanta l'ignoranza, la disonestà.../ Antò io qualche volta mi vergogno di essere nato qua. / Napoli sogna ancora uomini come te, principi della strada / e vuo’ sappè pecché / siamo mediterraneo miseria e nobiltà / un grido di speranza in miezz a st’infamità».

Maria Volpe, «Corriere della Sera», 22 agosto 1997


REGGIO EMILIA

«Da piccolo ho avuto la meningite e con la meningite o si muore o si diventa scemi. Io non sono morto». È il 1930 e Totò sbuca per la prima volta da uno schermo cinematografico, presentato in cinegiornale come uno dei comici italiani più promettenti. Si tratta di un vero e proprio inedito, ritrovato negli archivi dell'Istituto Luce. Lo si può vedere (insieme ai primi film degli anni Trenta, a cominciare da "Fermo con le mani" del 1937) nel padiglione della Festa nazionale de l'Unità che ospita la mostra del principe della risata, Antonio De Curtis. Sono passati trent'anni dalla sua morte e dopo un'iniziale periodo di oblio, Totò è tornato da diverso tempo al centro dell'attenzione non solo della critica: le nuove generazioni hanno riscoperto le grandi doti artistiche.

La mostra ripercorre gli anni che vanno dal varietà alle prime interpretazioni cinematografiche. Ci sono immagini e cimeli, compresa la famosa bombetta che usava in scena. C'è l'originale dattiloscritto della canzone "Malafemmena". Con la dedica autografa alla moglie Diana Bandini Rogliani. «E non come spesso si sente dire a Silvana Pampanini» precisa Giovanni Graia, uno dei coordinatori della mostra e dell'Associazione Antonio De Curtis che raccoglie i tanti e famosi (da Sordi a Monica Vitti, Da Riccardo Muti ad Enzo Biagi) «totomani» d'Italia. C'è molto anche della vita di Totò, delle sue molte donne, compresa la celebre chanteuse Liliana Castagnola che per amore del Principe si suicidò nel 1930.

E proprio in ricordo della cantante, Totò darà il nome di Liliana alla figlia che nascerà alcuni anni dopo. «Mio padre diceva che la donna non è un vizio ma una necessità» ricorda la figlia, presente alla Festa per l'inaugurazione della mostra. Conferma insomma la fama di «sciupafemmine» del grande comico napoletano. «Ne ebbe effettivamente tante, ma le trattava tutte con molto rispetto. Al punto che la Castagnola è sepolta nella tomba di famiglia» dice Liliana De Curtis. Ma certo alla figlia piace soprattutto ricordare l'artista, «il suo straordinario rapporto con il pubblico, specie a teatro». Era sul palcoscenico che egli dava il meglio di sè. «Chi non l'ha visto a teatro non può immaginare che cos'era. Un fuoco d'artificio con una capacità di improvvisare che preoccupava sempre chi lavorava con lui perchè quando andava in scena non sapeva mai cosa aspettarsi». Non meno caro, naturalmente, è il ricordo dell'uomo, del padre. «Totò era dolcissimo, certo non si lasciava andare a molte smancerie e coccole, ma è sempre stato molto presente». Preziosi gli insegnamenti. «Era un uomo onesto, retto, con un grande senso della giustizia. Lavorava molto. Diceva che qualsiasi lavoro è onorevole purché si faccia. Aveva grande umiltà e rispetto per gli altri. Non viveva solo per sè stesso, ma guardandosi intorno e cercando di dare una mano a chi aveva bisogno». Le generosità era del resto un altro dei tratti distintivi dell'uomo Totò.

«Si dichiarava monarchico e socialista» dice Graia. E Liliana De Curtis conferma: «Mio padre non era un uomo politico, come non può esserlo un uomo di spettacolo, ma era molto vicino alla gente». Nessun problema quindi anche per questa presenza alla Festa dell'Unità ? «Certo che no - afferma la signora De Curtis - è anzi una ulteriore occasione per fare conosce l'arte di Totò». La mostra della Festa peraltro è soltanto lo sviluppo di un lavoro di ricerca e documentazione iniziato alcuni anni fa dall'Associazione e che troverà il suo culmine l'anno prossimo, quando ricorre il centenario della nascita. Graia ricorda di avere già discusso con il ministro dei Beni culturali Walter Veltroni un programma di iniziative, tra cui una grande mostra da tenere al Palazzo delle esposizioni di Roma. Ma si sta lavorando anche alla realizzazione del museo dedicato a Totò, in allestimento al Palazzo dello Spagnolo nel rione Sanità il quartiere di Napoli dove nacque. «Sarà un museo vivo, non solo da guardare - spiega Liliana De Curtis - dotato di una sezione informatica che consentirà al pubblico di interagire con la documentazione. E avrà anche un teatro di un centinaio di posti dove potranno essere ospitate rappresentazioni e spettacoli».

Walter Dondi, «L'Unità», 29 agosto 1997


«L'uso dell'immagine di Totò nella pubblicità»

La figlia ora ha vietato a Pierluigi Borghini di usare le immagini di Totò in campagna elettorale

«Ma mi faccia il piacere...». No. Non si potrà usare la tipica espressione di Totò nella campagna elettorale a sindaco di Roma. Ogni utilizzazione «dell'immagine di Totò e delle sue battute è illegittima» perché non autorizzata né dalla figlia del principe, né dall'associazione Antonio De Curtis e dal suo legale. Così l'avvocato Paola Agostini, «in nome e per conto della signora Liliana De Curtis». Il malcapitato incorso nelle ire degli eredi De Curtis è il candidato sindaco Pierluigi Borghini, che nei giorni scorsi aveva annunciato: «Stiamo preparando un "Blob" con Totò. Così gli appelli virtuali di Rutelli riceveranno la risposta dell'inconfondibile "Ma mi faccia il piacere"». Niente da fare: da parte della famiglia di Totò c'è «assoluto dissenso sull'iniziativa. Deploriamo che si faccia ricorso all'immagine e alla voce altrui per piegare una figura di indubbio prestigio artistico e morale a fini dichiaratamente partigiani».

Anche se Cristiano Carocci, responsabile della comunicazione del comitato per Borghini sindaco, precisa: «Mai pensato di utilizzare la voce e l'immagine di Totò senza autorizzazioni. Era soltanto un'ipotesi che Borghini, da sempre un grande estimatore di Totò, aveva pensato di prendere in esame per chiarire alcuni passaggi del suo pensiero». Totò, in effetti, è personaggio assai amato dalla destra. Qualche anno fa il «Secolo d'Italia» elesse il «principe della risata, il cui riso non scuoce mai» a suo alfiere. «Era di destra - scriveva il quotidiano di An - vale a dire antipartitocratico e antigovernativo. Per questo la sinistra, prima della provvidenziale riabilitazione di un Goffredo Fofi, lo temeva come un appestato. Ma a Totò non gliene fregava un granché: a lui la classe politica stava antipatica». Sia o non sia a causa della «provvidenziale riabilitazione» di cui sopra, Totò sta vivendo un momento di grazia anche sotto le fronde dell'Ulivo: al festival dell'Unità di Reggio Emilia la folla si accalca intorno alle reliquie del principe De Curtis, gettando appena uno sguardo distratto alla mostra su «Gramsci e il Novecento».

Evidentemente il fondatore, per il popolo della festa, appartiene a un passato nobile, ma superato. Totò, invece, per dirla con uno slogan un po' datato, «vive e lotta insieme a noi». Una sezione della mostra, la più divertente, prende in giro i simboli del vecchio pei: le prime pagine dell'Unità degli Anni 50, quella rigidamente filosovietica del partito di allora, sono riprodotte in gigantografia con le immagini dell'attore al posto dei protagonisti del tempo. Gli stessi tormentoni di Totò sono letti come una satira del mondo di oggi. Il «Terra ai contadini, ferrovie ai ferrovieri, cimiteri ai morti» dal Totò-Tarzan del '50, stampato vicino a un Totò con il pugno alzato, è percepito come una vignetta contro Bertinotti. «Ho la faccia bianca, il naso rosso e le labbra verdi. Sono diventato un tricolore», diceva il principe attore nel suo Totò, Peppino e la dolce vita, e tutti ridono citando Bossi. E davanti al Turco napoletano che dice «Io sono nato con il destino di essere forte» c'è persino chi pensa a D'Alema. Chissà che ne direbbe quell'apolitico volpone del principe De Curtis, tirato per la giacchetta da Borghini e dai «rossi» emiliani. Farebbe forse quel suo sorriso storto, ammiccando: «E poi dice che uno si butta a sinistra...»

Raffaella Silipo, «La Stampa», 17 settembre 1997


«Ma mi faccia il piacere!» diceva Totò all'onorevole con fare presuntuoso. Chi non ricorda questa popolarissima espressione del comico napoletano? Pierluigi Borghini, candidato sindaco del Polo, ha pensato di utilizzarla in uno spot anti-Rutelli, in replica ad alcuni interventi del sindaco. Ma «mi faccia il piacere» lo ha detto la figlia dell'attore, Liliana De Curtis, a Borghini proibendogli di «piegare una figura di indubbio prestigio artìstico e morale a fini partigiani». La signora, perdipiù, ha voluto esprimere la sua «più ampia solidarietà» al sindaco Rutelli chiudendo ogni prospettiva alla propaganda elettorale in nome di Totò da parte del candidato del centrodestra. [...]

Giuseppe Pullara, «Corriere della Sera», 17 settembre 1997


Da lunedi il grande attore al lavoro per «Le occasioni perdute». Ma il comico e la soubrette si «beccano» a vicenda durante la conferenza stampa.

Alberto Sordi e Valeria Marini insieme in un film. Annunciato, smentito e poi di nuovo annunciato, il progetto sta per andare in porto: lunedì cominciano a Cinecittà le riprese Le occasioni perdute. È la storia di uno strano rapporto che si crea tra un distinto ex funzionario delle Fs felicemente sposato e una scalpitante infermiera single. Solo che lui, sulle prime, scappa: non si fida di quella ragazza, sente puzza di bruciato. Nel cast anche Franca Faldini, moglie di Totò, che torna al cinema dopo 43 anni. Ieri la conferenza stampa, nel corso della quale il comico e la soubrette hanno finito col beccarsi a vicenda, seppure scherzandoci sopra. Lui ha paragonata la Marini a Wanda Osiris, lei ha detto che «Sordi è un monumento e un buon partito».

Nasce una nuova coppia cinematografica: Valeriona & Albertone. Piacerà al botteghino? Difficile dirlo, qui mancano le anguille birichine di Bambola e tra i due ci sono quasi cinquant'anni di differenza die si vedono tutti. Ma il bello della storia - a sentire l'entusiasta Sordi - sta proprio lì: nel contrasto anche comico che dovrebbe crearsi sullo schermo. Lunedi prossimo partono a Cinecittà le riprese di Le occasioni perdute, titolo crepuscolare per quella che il comico romano continua a definire «una commedia gioiosa sulla vecchiaia». Archiviato il malinconico vetturino a cavallo di Nestore, l’ultima corsa, Sordi torna al cinema nei panni di un tranquillo pensionato «dalla felicità rassegnata» la cui vita viene travolta da un'avvenente ragazza conosciuta in treno. Un classico? «No, perché Armando sin dall'inizio è diffidente, sospettoso. Sente puzza di bruciato. Non è uno di quei vecchi mandrilli che pagherebbero qualsiasi cifra per avere accanto una bella bionda. È un uomo per bene, felicemente sposato con signora aristocratica attiva nel volontariato. Non ha stimoli, eccitazioni, vive la pace dei sensi. Ma nel contatto con Federica vedrete che qualche tentazione affiorerà».

Seduta accanto a Sordi e alla bentornata Franca Faldini, nella saletta del nuovo Cinefonico di Cinecittà, Valeria Marini è la più gettonata dai fotografi. Camicia bianca, pantaloni attillati blu, capelli raccolti e occhiali neri d'ordinanza, la più amata dagli italiani ascolta Sordi («Le ho chiesto di fare se stessa, di dimenticare di essere stata una soubrette», dice l'attore convinto di farle un complimento) e tradisce qualche nervosismo: «Non è vero che faccio me stessa, come dice Alberto, lo sono un'attrice. Semmai cercherò di trovare qualche lato del mio carattere che s'avvicina al personaggio del film». Ma poi, intuendo che il clima dell’incontro rischia di invelenirsi un po', improvvisa un sorriso: «Recitare con Sordi sarà eccitante. È come avere accanto un monumento. E poi è anche un buon partito». Chissà se Albertone gradisce. Ma sta al gioco e anzi, dopo aver reso omaggio alla bellezza burrosa della partner, si spinge a paragonarla addirittura a Wanda Osiris. Con un sovrappiù di malizia. «Da giovane feci l'ultima rivista con lei. Era magica, ammaliante, e poi quella pronuncia... Non si capiva da dove venisse. O meglio lo capivi solo quando inciampava su qualche gradino e se ne usciva con un "Li mortacci sua..."».

Magari sullo schermo la coppia funzionerà meglio. Sembra quasi di vederli duettare l'austero ex progettista delle Fs poco incline al sorriso e la scalpitante infermiera dalla fisicità avvolgente. E ovviamente lei finirà col trascinarlo in situazioni sempre più imbarazzanti. Ma Sordi non vuole fornire dettagli, parla anzi di una coloritura «gialla» e promette un epilogo a sorpresa che scioglierà l'enigma. Ci sarà, comunque, l'annunciato tango argentino che prima doveva dare il titolo al film: «Una scena determinante», ammette l'attore, «che provocherà una scintilla nei sensi un po' addormentati dell'uomo». E qui l'attore ne approfitta per tessere un nostalgico elogio del ballo, di quel romantico «corpo a corpo» sulla pista della Sala Pichetti che permetteva la conquista amorosa: «Oggi purtroppo i giovani vanno solo a ginnastica e poi ballano coi muri, da soli», ironizza, rassicurando i cronisti sulla temperatura erotica della storia. «Non ci saranno scene di sesso. L'amore nei miei film si estrinseca a porte chiuse», aggiunge lo scapolone d'Italia. E nella realtà? «Beh, se mi capitasse l'occasione di essere sedotto da una ragazza come Valeria, oggi non la respingerei».

Prodotto da Aurelio De Laurentiis e scritto come sempre insieme a Rodolfo Sonego, Le occasioni perdute dovrebbe essere pronto per febbraio. Magari non sarebbe male ritoccare il titolo, che non invita certo al sorriso, e anzi respinge un po', come riconosce lo stesso Sordi: «Se strada facendo ne verrà fuori uno migliore, lo cambieremo».


Franca Faldini toma al cinema a 42 anni da «Siamo uomini o caporali?». Bella, elegante, spiritosa, la moglie di Totò ha accettato volentieri l'offerta di Sordi. «Pensavo fosse uno scherzo. Poi ho capito che poteva essere divertente. Ma non parliamo di ritorno, per cortesia. Qui inizia e qui finisce, anche pervia dell'età», dice l'ex attrice che da anni ha preferito dedicarsi alla scrittura. «Ho lasciato il cinema conscia di regalargli un'attrice cagna in meno e una spettatrice in più», aggiunge. Ma sbaglia: nei panni di Alessandra, la signorile moglie del protagonista, sarà perfetta.

Michele Anselmi, «L'Unità», 3 ottobre 1997


«Le canzoni di Totò: notizie, curiosità e rassegna stampa»

Liliana De Curtis: «Le ha incise Mariangela D’Abbraccio, papà amava le belle donne». Il 15 febbraio galà su RaiUno

Tre canzoni inedite di Totò, «parole e mosica», assicura Liliana De Curtis, che le ha trovate mettendo ordine tra le carte del padre, catalogando autografi e fotografie destinati all’ atteso museo dedicato al principe della risata che sorgerà, chissà quando, al Palazzo dello Spagnuolo, alla Sanità. Dopo il colossale lavoro svolto da Vincenzo Mollica con i cofanetti della Fonit Cetra sulle «Canzoni di Totò», nessuno si aspettava altre novità canore del grande comico, e invece... Eccole qui, tre canzoni romantiche: la triste «Dincello mamma mia», «Me diciste ’na sera» e la più allegra «Me sò scurdato ’e te», che Liliana ha affidato alla voce di Mariangela D’Abbraccio, attrice napoletana che l’anno scorso ha portato in giro per l’Italia un recital dedicato al Totò autore e poeta.

«Mariangela è affascinante e bravissima», racconta la De Curtis, «l’ho conosciuta in occasione del suo spettacolo e sono rimasta conquistata dalla sua arte e dalla sua grazia. Quando mi sono capitate per le mani quelle canzoni, dopo aver scoperto in Siae che non erano nemmeno state depositate, ho deciso di farle uscire, al più presto possibile, su disco, come inizio delle celebrazioni per il centenario della nascita di papà, che festeggeremo alla grande l’anno prossimo. E ho pensato a lei. Con un sorriso sulle labbra: a mio padre un’operazione così sarebbe piaciuta anche perchè la D’Abbraccio è una bella donna, di quelle che lui sapeva apprezzare».

Considerata, probabilmente non a torto, una delle voci minori della produzione di Totò, la canzone era una delle passioni dell'artista: «Non c’è nessuna discrepanza tra la mia professione che adoro», dichiarò una volta, «e il fatto che ho composto canzoni e butti giù qualche verso pieno di malinconia. Sono napoletano e i napoletani sono bravissimi nel passare dal riso al pianto».

Ma torniamo al centenario di Totò, nato il 15 febbraio 1898: «Oltre al museo, che non so se sarà pronto per quella data, ci sono un sacco di iniziative che bollono in pentola», racconta la De Curtis. «Innanzitutto una serata di gala, anzi un Premio Totò, che si svolgerà il 15 febbraio a Napoli, sotto le telecamere di RaiUno, anche se non ho avuto ancora la conferma della messa in onda in diretta, bisogna controllare il palinsesto. E non abbiamo ancora deciso dove fare questo show, probabilmente in teatro, in quel periodo forse fa troppo freddo per puntare su piazza del Plebiscito, che pure sarebbe perfetta per rendere omaggio a papà: sarebbe uno spettacolo mai visto. Poi c’è il disco di canzoni e poesie interpretate dalla D’Abbraccio, che sarà pubblicato dalla Sony, e una grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma: è quella già vista a Napoli, ma ampliata. E queste sono soltanto le cose certe, sapesse quanti progetti ho...».

[f.v.], «Il Mattino», 20 novembre 1997






1998


«1898-1998 Cento anni di Totò: la stampa, le immagini, gli eventi»
Rassegna degli eventi dedicati alla celebrazione del centenario della nascita di Totò


«Il baule di Totò»
In occasione del centenario della nascita di Totò l'Ente Autonomo "Antonio de Curtis"
con la direzione artistica di Aldo Giuffrè, ha organizzato la mostra antologica itinerante «Dal baule di Totò»


Il 1998 vede la nascita dell'Associazione Uomini di Mondo, con sede a Cuneo che rende il giusto omaggio ad Antonio de Curtis.
L'Associazione organizza annualmente un raduno nella città di Cuneo. Il nostro resoconto.

"lo sono uomo di mondo. Ho fatto tre anni di militare a Cuneo..."

Una delle più celebri battute del "Principe della risata" ha fatto credere a molti che agli albori del secolo, il giovane Antonio Clemente (questo il nome originario di Antonio De Curtis in arte Totò» avrebbe svolto il servizio di leva nel capoluogo della Granda. Addirittura c'é stato chi, proprio a Cuneo, ha inventato il "Club degli uomini di mondo", riservato a coloro che almeno per un giorno abbiano gravitato nell'orbita dei comprensori militari del cuneese. A costo di deludere i simpatici ideatori dell'iniziativa o di chi abbia preso alla lettera la battuta di Totò, chiariamo subito che il "Grande" non ha mai svolto un solo giorno di naja a Cuneo. Però c’é arrivato abbastanza vicino. Esattamente ad Alessandria, nel 1915.

Proprio da qui inizia la nostra storia, praticamente ignorata dalle numerose biografie. Abbiamo detto che il vero cognome di Totò era Clemente. Vide la luce il 15 febbraio del 1915, nato dalla relazione tra Anna Clemente e Giuseppe De Curtis, rampollo dei Marchesi De Curtis. I nobili della titolata famiglia napoletana si opposero alle nozze di Giuseppe con una "donna del popolo" e così, a denunciare la nascita di Antonio Vincenzo Stefano, fu uno zio materno. Soltanto nel 1921, alla morte del marchese De Curtis, Giuseppe convolò a nozze con Anna, legittimando l'unione. Dopo le vicissitudini di gioventù ed i primi approcci con il teatro (con lo pseudonimo di Clerment) Antonio Clemente nel 1915 decise di arruolarsi volontario, si dice, "per fame".

Venne assegnato al 22° Reggimento di Pisa e successivamente al 182° Battaglione destinato in Francia. Per Antonio fu un bruttissimo colpo. Lui che mal sopportava la disciplina militare, gli schemi dei commilitoni, ma. soprattutto, quelli dei superiori, o meglio, dei caporali. Nel corso del viaggio di trasferimento in treno da Pisa al confine con la Francia, uno di questi "caporali" fece credere all'allora ingenuo Antonio che il battaglione si sarebbe fuso con un contingente di marocchini. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Poco prima che il convoglio raggiungesse la stazione di Alessandria. Antonio Clemente finse un attacco epilettico che trasse in inganno anche i caporali. Venne trasferito all'ospedale militare della città, dove vi soggiornò per un periodo imprecisato, fino a quando venne smascherata la falsa epilessia. Nel periodo di degenza alessandrina il futuro Totò creò la celebre frase "Siamo uomini o caporali?'. che divenne la sua filosofia di vita. «Durante le punizioni che mi toccava scontare, rimuginano in me un rancore senza fine nei confronti dei caporali, verso coloro che esercitano tali loro meschini poteri...» Quando venne dimesso. Antonio fu trasferito a Livorno. dove, al termine della Guerra, si congedò. Nessun nesso con Cuneo quindi. Ma se proprio si vuol trovare un legame con una città piemontese, allora quella è Alessandria.

«Il Piccolo», 9 febbraio 1998


La madre di Totò era nata nel Cilento. È quanto emerge dalle dichiarazioni rilasciate da un’anziana di Roccagloriosa (Salerno) a “Il caffè”, giornale di Camerata. Secondo Giuseppina Marotta, 87 anni, la madre di Antonio De Curtis si chiamava in realtà Maria Marotta, era sua zia, e sarebbe cresciuta nel palazzo della famiglia De Curtis (dove faceva la camieriera). Totò fu dunque il frutto dell’unione, rimasta segreta, con il giovane nobile. Scoperta la gravidanza, il padre del marchese l’avrebbe costretta a cambiar nome (Anna Clemente) e fatta trasferire a Napoli, dove partorì il 15 febbraio del 1898. Molti anni dopo, l’attore sarebbe andato più volte nel paese per incontrare la madre, che vi era tornata. (City/Ansa)

«Il Mattino», 1998


«Il Piccolo di Trieste», 14 febbraio 1998


«Sua Altezza Imperiale Antonio de Curtis Maestro Venerabile nella Fulgor Artis di Roma»

Napoli, lettera-appello al sindaco per il centenario. De Crescenzo: “Non ci credo. Lui avrebbe detto: ma mi faccia il piacere”

NAPOLI 

Totò è stato massone, fu anche fondatore, diventandone Maestro venerabile, della Loggia «Ars et Labor». Lo afferma, in una lettera aperta al sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, il Gran maestro del Grande oriente d’Italia, Virgilio Gaito. In occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita dell’attore napoletano, in programma per oggi, da palazzo Giustiniani arriva l'appello: «Eviti, signor sindaco, che anche la memoria di Totò sia colpita dall' opera di rimozione della sua appartenenza alla Massoneria, che troppe volte fa cadere nell' oblio l’esperienza massonica di tanti illustri italiani». Gaito dice di scrivere anche a nome «del Fratello Totò, passato all’Oriente Eterno. Questo le chiedo di ricordare, domenica quando si troverà sulla tomba del grande Artista, principe Antonio De Curtis, al Cimitero del Pianto».

Sembra difficile immaginare, almeno fuori dalla scena dei suoi film, Totò «muratore» nel Tempio, con indosso il grembiulino, a compiere rituali sotto l’egida di squadra e compasso e dell'occhio «che tutto vede». Incredula, innanzitutto, la figlia Liliana che replica: «In famiglia non ne ha mai parlato». Eppure il Gran maestro della Loggia, nata in Italia dal 1805, sembra saperne moltissimo sul «principe della risata».

«Totò - scrive ancora nella lettera al sindaco Bassolino - fu iniziato alla Massoneria nel 1944 dalla Loggia Palingenesi, dunque all'età di 46 anni, nel pieno della sua maturità di uomo e di artista: una scelta che ha segnato profondamente tutto il resto della sua vita». E precisa anche: «Totò fu anche fondatore - diventandone poi Maestro venerabile - della Loggia “Ars et Labor’’».

L’avvocato Virgilio Gaito si dice convinto di reclamare il riconoscimento di una «verità storica su un grande napoletano, un grande italiano e - ma questo pochi lo sanno e molti se ne meravi-glieranno - un grande Massone». E chiama in causa una delle più celebri poesie dell’attore: «Ha espresso i sentimenti propri della sua appartenenza attraverso la poesia A livella, nella quale sono mirabilmente descritti i valori della vera Massoneria, che si batte da sempre contro l’ingiustizia e la disuguaglianza tra gli uomini».

Totò massone? Luciano De Crescenzo non ci crede. «Non può essere vero - sbotta lo scrittore - io che l’ho conosciuto, lo posso dire: tutto poteva essere tranne che un massone». De Crescenzo aggiunge: «Io parlerei di un'incompatibilità di tipo caratteriale. Perché ci si iscrive ad un’associazione più o meno segreta? Per ricavarne dei vantaggi, per contare di più. Ma a che tipo di vantaggi poteva aspirare uno come Totò, che nel suo campo era il massimo, e che ovunque andava era conosciuto ed amato da tutti?».

«La verità è un'altra - prosegue lo scrittore - è destino comune a molti personaggi famosi finire senza saperlo in liste massoniche o, peggio, in elenchi di affiliati ad associazioni di criminalità organizzata. Ricordate Franco Franchi, sospettato di essere mafioso? E Claudio Villa, anche lui accusato di essere massone? In entrambi i casi, non era vero niente. Anche a me una volta, a Napoli, è capitato di essere trascinato ad una festa che - per fortuna me ne accorsi in tempo - era una specie di riunione della camorra. Ma da qui a dire che ero un camorrista ce ne corre».

Domani, nel rione Sanità di Napoli, dove Totò nacque, inizieranno i lavori di ristrutturazione e di sistemazione dei locali di Palazzo dello Spagnuolo, in via Vergini, destinati ad ospitare il museo a lui dedicato. Il restauro, per cui è stato stanziato oltre un miliardo, durerà un anno. Il museo sarà gestito dall'associazione presieduta da Liliana De Curtis. L'iniziativa rientra nel progetto di riqualificazione dei Quartieri Spagnoli finanziato dall’Unione europea. E Rifondazione comunista pensa di intitolare una piazza o un largo del centro storico di Napoli all’illustre concittadino.

Franco Di Mauro, capogruppo consiliare di Rifondazione proporrà alle forze politiche del Consiglio comunale di sottoscrivere l’ordine del giorno per «Antonio De Curtis, in arte Totò. Principe della risata».

Il sindaco Bassolino, almeno ieri, non ha commentato ìa lettera arrivata da Palazzo Giustiniani. Era a Firenze, molto più interessato alle conclusioni ai D’Alema sulla Cosa 2. Ci pensa De Crescenzo a tagliare corto: «Totò massone, fondatore di una loggia? Lui avrebbe risposto: “Ma mi faccia il piacere...”».

Patrizia Capua, «La Repubblica», 15 febbraio 1998





«La filmografia virtuale»

Soggetto di Dino Risi e Fabio Carpi dalla novella "Va bene" di Luigi Pirandello, era prevista la partecipazione di Totò in un ruolo insolitamente drammatico.

Andrea Santini, «Il Mattino», 8 aprile 1998


NAPOLI

Fedele all’antica leggerezza, si descriveva da tempo come «un vecchio signore distinto, in Usta d'attesa per l’Aldilà». E sperava che in tal modo, allo scoccare del suo turno, la morte gli avrebbe fatto cenno di seguirla senza troppo clamore, sussurrandogli in un orecchio il roboante nome: Francesco Caravita principe di Sirignano. O forse solo Pupetto, come lo chiamavano da sempre gli amici più cari. Ed è cosi che poi è andata. Al limitare dei novant'anni, l'ultimo imperatore di Capri ha detto addio alla vita in compagnia d'una risata.

Aveva appena finito di vedere in tv «Fifa e Arena», un vecchio film di Totò (che in un’altra pellicola aveva imitato la «camminata caprese- del principe), quando il respiro gli è volato via dal petto. Di là, nella stanza accanto, erano già pronte le valigie per l’immancabile weekend nell’isola azzurra.

«Aveva 32 anni più di me — racconta Mario D’Urso, senatore di Capri e Sorrento, che con Pupetto ha condiviso mille avventure —, ma quando entravamo in un locale sembrava lui il più giovane. Pareva quasi che il suo avo, San Gennaro, gli avesse regalato l’elisir di lunga vita. E poi, via, chi non vorrebbe morire in quel modo? A 90 anni, sazio di vita, con a fianco una donna giovane e affascinante, e per di più dopo essersi goduto un bel
film di Totò...».

Quale fosse il segreto del principe di Sirignano, capace di calamitare la simpatia del jet-set internazionale attraversando soavemente la storia di un secolo, è difficile scoprirlo. Molti indizi, comunque, sono nascosti nel suo libro di ricordi «Memorie di un uomo inutile», pubblicato dall'editore napoletano Fausto Fiorentino:
scorrendo quelle pagine, infatti, si attraversa una galleria di personaggi che, fra gli anni Trenta e i Sessanta, un qualunque «uomo utile» mai avrebbe incontrato, neppure vivendo dieci volte. Qualche nome' Liz Taylor, Yul Brinner, Brigitte Bardot, la regina Elisabetta, la principessa Margaret, Alberto Moravia, la stravagante miliardaria americana Barbara Hutton... e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

«Era un uomo pieno di talento, ma soprattutto spiritosissimo — ricorda D'Urso —. Se non fosse nato principe, sarebbe stato un grande "entertainer" sul modello di Frank Sinatra».

Enzo d'Errico, «Il Mattino», 19 giugno 1998


OMAGGI - Dall'astrattismo al concettualismo, il grande comico era un involontario maestro della crìtica. Come documenta un video che sarà presentato a Venezia

Un video «omaggio» a Totò sarà proiettato nel prossimo Festival di Venezia: «Totòmodo: Parte spiegata anche ai bambini» a cura del critico Achille Bonito Oliva, del quale pubblichiamo un articolo.

Confesso di avere tuttora un rapporto edipico con Totò. È un rapporto che per me è stato molto prolifico sia per un fatto di estrazione, quello dello stesso ambiente che è Napoli, sia per il fatto che Napoli ha dato a Totò, e direi in qualche modo a me come suo erede, una i coscienza di una città che è puramente virtuale. Napoli è una città che produce solo linguaggio e mi pare che Totò sia proprio una sorta di artista totale che riesce a sintetizzare nel suo corpo questo discorso. Un corpo armato da questa mascella deragliata — così definita da Giuseppe Marotta — un corpo assoluta-mente geometrico, impersonale e neutrale che è effettivamente una vera e propria macchina da guerra. Il mio progetto è stato quello di trarre da tutti i film di Totò brani in cui lui fa l'artista o parla d’arte. 

Questi brani li ho montati in maniera elementare e ho proposto come didascalia il movimento artistico corrispondente al discorso che Totò recita anche involontariamente; quindi ho costruito una sorta di Frankenstein della critica, utilizzato, profittato di Totò per realizzare una sorta di storia dell’arte per via orale in cui Totò traccia involontariamente una specie di percorso discontinuo sull’arte contemporanea. Duchamp aveva affermato (e l’ha lasciato scritto sulla sua tomba): «Sono sempre gli altri a morire». Totò, invece ha affermato: «Muoiono sempre gli stessi», e mi pare che questa affermazione di Totò sul tempo colga la struttura circolare del tempo filmico. Il cinema ha una sua temporalità che gioca meccanicamente su una pellicola che si avvolge su se stessa con un tempo e un inizio prestabiliti che si ripetono all'infinito. Questa frase di Totò mi sembra si ascriva bene come emblema del centenario del cinema. «Muoiono sempre gli stessi» afferma Totò al contrario di Duchamp, e da questo si desume lo sguardo da storico del grande comico napoletano che consegna al tempo il giudizio sulla durata e l’immortalità del nome. 

L’immortalità è un problema che riguarda molto gli artisti, anzi preoccupa gli artisti. Nei libri di storia nascono e muoiono sempre gli stessi, i grandi personaggi che hanno segnato un’epoca. Allora, se l’abito fa il monaco, possiamo considerare del tutto sua la posizione, espressa da Totò in alcuni film nelle vesti di artista o teorico dell’arte, perché è chiaro che anche se il comico ha dei «consiglieri» che gli scrivono il discorso è lui quello che lo recita, che ha l’autorità per trasmettere il messaggio. Lo slogan «a prescindere» che attraversa tutti i suoi film rappresenta una vera e propria dichiarazione di poetica, manifesto solitario che incontra manifesti di alcune avanguardie storiche, dadaismo e surrealismo, che prendevano di contropiede la comunicazione convenzionale e il buonsenso. Con il suo «a prescindere» Totò interdice il senso comune del linguaggio con la fluidità del corpo, col suo corpo geometrico, con la sua mascella deragliata. Eppure, esiste in questo cinema, per sua natura popolare, un atteggiamento didascalicamente estraniarne rispetto al linguaggio elitario delle corporazioni degli artisti sperimentali e dei critici accademici. 

In Totò cerca moglie, il principe De Curtis nella parte di uno scultore teorizza l’astrattismo denominandolo assenteismo con l’intuizione di chi, appartenendo ad una cultura cattolica e controriformista fondata sull'immagine sacra, considera il linguaggio astratto come un’assenza del figurativo. In Totò a colori, il comico napoletano deride gli scopiazzatori di Picasso con lo sputo nell’occhio, si capisce che egli partecipa di un popolo di poeti, navigatori e pittori e non di imitatori che vanno invece sempre puniti. In Totò, Eva e il pennello proibito, Totò deve andare a copiare la Maja desnuda, il capolavoro di Goya, e quindi teorizza la superiorità del copiare sul fare, cioè di un metodo che, a suo dire, limita i danni, ovvero limita la produzione di molta arte gregaria e mediocre, pura ripetizione di quella dei grandi, quasi prevedendo i guasti futuri dei cosiddetti nuovi e anacronistici. Se l’arte concettuale significa smaterializzazione dell’oggetto, con coerenza ed anticipo di dati, Totò la sviluppa socraticamente utilizzando sempre una spalla, Peppino o altri, come nei dialoghi di Platone, in fondo. 

Il concettualismo ritorna nel film Totò cerca moglie con l’affermazione in veste di scultore: «Io non desidero, io considero», affermazione che sembra prevedere il surgelamento dell’ispirazione artistica riscontrabile in alcune opere di tanti artisti postconcettuali, così la storia dell’assenteismo mette in evidenza il provincialismo di tanti astrattisti italiani, che si sono sforzati di adeguarsi a una linea europea senza innovazione. Come in Signori si nasce, nella descrizione della tomba di famiglia, Totò anticipa le elucubrazioni teoriche dell’architettura postmoderna. 

Totò diventa proprio quel critico orale che meglio descrive e intuisce dei movimenti, ma non perché Totò sia un artista specifico. Egli sviluppa un linguaggio che di per sé noi possiamo piegare e utilizzare per realizzare una sorta di storia dell’arte spiegata anche ai bambini. 

Achille Bonito Oliva, «Corriere della Sera», 1 agosto 1998


 

Cara Rai, come tutti gli italiani, sono un grande fan di Totò, e quando annunciasti che durante restate, tutti i pomeriggi, saremmo stati allietati da un film di Totò ho pensato: la Rai è sempre la Rai. Ero così contento che mi son detto: «Quando vincerò la causa, quella famosa causa per cui ho un contratto con te di quattro miliardi, gli farò senz’altro uno sconto», e invece mi sa che ti dovrò fare un’altra causa: stai trasmettendo senza vergogna i film di Totò con la testa tagliata. Voglio dire che quando i personaggi sono in primo piano parlano con la testa fuori dallo schermo e questo per tutto il tempo del film. Perché fai questo, Rai?... Totò è amato da tutti gli italiani, non puoi fargli uno sfregio simile. Cosa devo pensare, che non hai i soldi per riversare i film nel formato originale? E non dirmi che l’avete fatto per adeguare il film al formato televisivo perché sarebbe ancora più vergognoso. I film di Totò sono un fatto cultu-

rale dove tutto il mondo dello spettacolo, e non solo dello spettacolo, compreso il sottoscritto, si è nutrito di questo grande personaggio. E tu, come omaggio, gli tagli la testa?... È così che dimostri la stabilità del governo?... La gente penserà che siamo allo sfacelo e che fra un po’ si andrà alle elezioni perché tu, che dovresti essere la prima a infondere sicurezza, almeno durante le vacanze, invece stai perdendo la testa. •

Adriano Celentano, «Corriere della Sera», 1 agosto 1998


Largo ai comici nella «Treccani», tempio italiano della cultura. Totò e Roberto Benigni, simboli della vecchia e nuova risata, entreranno addirittura dalla porta principale nella storica «Grande Enciclopedia», fondata 70 anni fa da Giovanni Gentile. Ma altri li incalzano e hanno ottenuto un posto nella «Piccola Treccani», l’opera in 12 volumi giunta ora a compimento. Tra questi, Dario Fo, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Massimo Troisi, Carlo Verdone, Paolo Villaggio. Se per conoscere la motivazione per cui Benigni verrà immortalato bisognerà aspettare ancora un anno, l'uscita dell’«Appendice 2000» della «Grande enciclopedia», per Totò è già possibile un «assaggio». Il principe Antonio De Curtis viene definito «comico di grande forza e mimo eccezionale, erede della grande tradizione partenopea, interprete accentatissimo di riviste di successo... Mettendo a frutto la lezione dell’avanspettacolo, diede vita, con la sua raffinatissima tecnica dei tempi di recitazione e un’impressionante abilità nei giochi linguistici, a un monumento di comicità insuperabile».

Ed ecco le nuove «voci» della «Piccola Treccani». Dario Fo: «Fin dagli esordi negli anni 50, come attore e autore di riviste e atti unici farseschi, ha rivelato spiccate doti mimiche e di intelligenza scenica, che e venuto mettendo al servizio di un progetto di rinnovamento integrale del teatro comico italiano». Vittorio Gassman: «Nel cinema fu utilizzato dapprima come eroe negativo o come romantico cavaliere in film di costume; dopo una parentesi a Hollywood, passò a ruoli comici e brillanti con risultati spesso assai felici». Alberto Sordi: «Attore che ha saputo piegare alle esigenze della satira una faccia comune, grazie all’attento studio e a un’imitazione, talvolta spinta fino alla deformazione parossistica, di certa piccola e media borghesia romana che, mentre finge buonsenso e virtù, coltiva difetti e, per quieto vivere o viltà, si guarda bene dall’arginare disordine e corruzione».

Massimo Troisi: «Ha reso celebre il personaggio del giovane meridionale smarrito e sentimentale divenuto poi caratteristico del suo cinema». Carlo Verdone: «Ha diretto numerose commedie divertenti, a tratti amare, che si collocano nella tradizione della commedia all’italiana e al cui successo ha contribuito non poco il suo talento mimetico di attore». Paolo Villaggio: «Si è imposto anche nel cinema grazie al film "Fantozzi", umile impiegato, servile e impacciato, soggetto a ogni sorta di frustrazioni e a paradossali e grottesche umiliazioni, presto divenuto una sorta di contemporanea maschera popolare».

Tra gli altri comici «laureati» di ieri e di oggi, Ugo Tognazzi, Peppino De Filippo, Nino Manfredi, Erminio Macario, Renato Rascel, Carlo Dapporto, Walter Chiari, Tina Pica, Luciano Salce, Aldo Fabri-zi, Ave Ninchi, Leopoldo Fregoli, Ettore Petrolini, Alighiero Noschese, Raimondo Vianello. Ma ci sono voci biografiche anche per Franca Valeri, Gigi Proietti, Monica Vitti, Mariangela Melato e Giancarlo Giannini.

E’ commossa Liliana De Curtis, figlia di Totò: «Il miglior regalo per il suo centesimo anniversario. Sono sicura che lassù sarà contentissimo». Carlo Verdone è soddisfatto anche perché nella Treccani non si fa cenno a definizioni tipo «attore dialettale romano. In quel caso mi sarei offeso a morte».

«Corriere della Sera», 15 agosto 1998


È stata scoperta ieri nel paese ciociaro di Roccasecca, in provincia di Frosinone, la targa con cui è stata intitolata una piazza al principe Antonio de Curtis, ovvero Totò, il principe della risata. La cerimonia coincide con il centenario della nascita.Erano presenti la figlia del grande attore napoletano, Liliana de Curtis, Dino Valdi, che ha lavorato come controfigura di Totò, il produttore Alfredo Bini e l’attrice Adriana Russo.

«Una parte di Totò - ha detto fra l’altro nel suo intervento Liliana de Curtis - ora continua a vivere anche qui a Roccasecca. La scelta di intitolargli questa piazza sta a dimostrare l’amore e l’affetto che gli italiani nutrono per mio padre e lui ne sarà sicuramente felicissimo». Il sindaco di Roccasecca, Antonio Abbate, ha sottolineato che il suo Comune è il primo in Italia a dedicare una piazza all’indimenticabile comico. Totò nel film «Il medico dei pazzi», girato da Mario Mattoli nel 1954, interpretava proprio il sindaco di Roccasecca e l’intitolazione della piazza è un riconoscimento per quella citazione.

Sabato, inoltre, Liliana de Curtis era intervenuta all’intitolazione di un viale dedicato a Totò a Sabaudia.

Proprio in questi giorni, fra l’altro, la televisione sta riproponendo al pubblico le immagini amatissime di tanti film dei quali l’attore napoletano è stato protagonista: il .programma intitolato «W Totò» va in onda alle 14.10 su RaiUno.

«La Stampa», 20 agosto 1998


ISPICA (Ragusa)

Quando si è sottoterra censo e onori non fanno più differenza perché la morte «riequilibra», fa tutti «uguali» («Muorto sì tu e muorto so' pur io: /Ognuno comm’e nato e tale e quale») come diceva il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, nella poesia «’A livella». A pensarla come Totò sono in molti, primi fra tutti gli amministratori comunali di Ispica, cittadina di 13 mila abitanti in provincia di Ragusa. E così per scoraggiare l'abitudine ormai consolidata nel Ragusano nel fare a gara per avere tombe e lapidi sempre più «faraoniche- dove trionfano marmi pregiati e sculture, l’assessore ai servizi sociali Carmelo Zocco, ha avuto un’idea: fare incidere proprio i celebri di versi di Totò su una lapide che verrà posta in bella vista all’ingresso del cimitero. Servirà da monito a chi non ha capito che troppo sfarzo fa male al ricordo dei defunti.

Ma non solo: «L’obiettivo è duplice — fa sapere il promotore dell’iniziativa, l’assessore ai servizi sociali Carmelo Zocco —. Commemorare l’artista, nel centenario della nascita, e invitare alla riflessione e alla sobrietà di comportamenti i nostri concittadini. L’idea della «pagina di marmo», che il primo novembre sarà ancorata a un ceppo realizzato dagli anziani del centro geriatrico, ha trovato d’accordo il sindaco di Ispica Rosario Gugliotta. «Vuole rendere omaggio — ha spiegato — ai più importanti valori della vita che, purtroppo, si scoprono solo al pensiero della morte».

«Corriere della Sera», 30 ottobre 1998

«L'uso dell'immagine di Totò nella pubblicità»

 

Campagna Pubblicitaria «Totosei» - «La Stampa», 1 novembre 1998


La memoria. Un convegno all'Università di Roma vuol rendere giustizia all'attore. Grandi progetti con Eduardo, ma uno solo realizzato, quello di «Napoli milionaria» Zavattini e Risi gli offrirono molti ruoli anche in un «Pinocchio» con Carmelo Bene Totò, un grande attore capace di sedurre gli intellettuali italiani

ROMA

Si incontrarono che avevano 14 e 16 anni, due ragazzi che sarebbero diventati stelle di prima grandezza, Eduardo De Filippo e Totò. «Ci riconoscemmo come artisti di razza» ricordò il primo dopo la morte dell'altro. Era andato a trovarlo nel camerino del Teatro Orfeo, a Napoli, dove il comico muoveva i primi passi nel varietà. Quella precoce intesa, la contiguità delle loro origini e dei loro interessi sembravano la premessa di un cammino che li avrebbe uniti. Invece in teatro non fecero mai niente insieme. Successe nel cinema, nel '50, nella versione per lo schermo di Napoli milionaria. Per fare largo a Totò, Eduardo sdoppiò il personaggio che lui interpretava sul palcoscenico e le differenze fra il testo scritto e il film sono illuminanti per capire la collaborazione che fra i due doveva essere scattata, le piccole e grandi gags che - vicini - essi seppero inventare. Ma fu l'unica volta che lavorarono nello stesso film. E secondo alcune fonti, Totò - per ragioni di cassetta, perché famosissimo - sarebbe stato imposto dal produttore De Laurentiis. Eduardo, suo malgrado, avrebbe dovuto accettare.

De Filippo toglie la firma dal film

Eppure i loro itinerari di continuo si sfiorarono. Eduardo scriveva soggetti e sceneggiature, senza firmarli, di film Carlo Lodovico Bragaglia, il primo grande regista che diresse Totò. E scrisse il soggetto di Totò le Moko, togliendo poi la sua firma per dissidi con la produzione. Progetti, discorsi andati in fumo. Anche per Questi fantasmi ci fu un inizio di trattativa: il film si realizzò anni dopo, però con Renato Rascel. Paola Quarenghi, ricercatrice di Storia del Teatro all'Università di Roma, ripercorre questo tassello della intensissima vita di Totò nel grande convegno che Roma gli dedica in occasione del centenario della nascita, da domani a venerdì: «Totò oggi - Memoria, affetti e eredità di un attor comico». Recitano, mimano, ricordano, i personaggi dello spettacolo che con lui hanno lavorato o della sua lezione si sentono in qualche modo eredi. Mentre riflettono e vanno al di là del già detto, e del consumo della sua immagine che la pubblicità osa fare, i linguisti, i musicologi, gli storici del cinema e del teatro, i fans di quella «macchina perfetta di comicità» che Totò seppe diventare. «E' l'occasione per ripensare questa presenza importante nel nostro teatro. L'Università doveva farlo. Ci siamo detti: basta con i festeggiamenti, è arrivato il momento di rendergli onore e assegnargli il posto che si merita» concordano le docenti dell'Università La Sapienza che hanno ideato la manifestazione, Franca Angelini e Antonella Ottai, entrambe del Dipartimento di Italianistica e Spettacolo.

Totò burattino e marionetta, dunque. Ma anche lo stralunato inventore di una gestualità grottesca. Il creatore di infiniti pastiches verbali, di situazioni surreali, di paradossi e nonsense. L'erede dei grandi del varietà napoletano (come Gustavo De Marco, inventore di quella gestualità che l'esordiente Totò imitava con un tale successo da spingere il maestro, nel '23, a decidere di ritirarsi definitivamente dalle scene). Il depositario di un raffinato registro musicale interiore, quello che gli faceva collocare il gesto in un certo modo e alzare la voce in un certo momento. La maschera grandiosa di cui Pasolini si serve quando vuole abbandonare la mortifera grevezza dell'ideologia e cerca la lievità della poesia, del sogno: con la trilogia pasoliniana La terra vista dalla luna, Uccellacci e uccellini, Che cosa sono le nuvole (uscito nel '68, un anno dopo la sua morte), si conclude il suo percorso, che significa anche un ritorno al cinema d'autore degli esordi.

«Don Chisciotte» con Rascel

Tanti temi, tante ipotesi sui progetti che lo videro coinvolto - vero oggetto di desiderio da parte di personaggi alti dello spettacolo e che non si realizzarono. Il Don Chisciotte che Zavattini aveva scritto per Totò e Rascel. Il Pinocchio sceneggiato da Nelo Risi e Carmelo Bene, che prevedeva Totò nel ruolo di Geppetto e Carmelo Bene in quello del protagonista. Il Totò il buono di Zavattini, che sarebbe poi diventato Miracolo a Milano ma senza Totò. Nella rete fitta delle sollecitazioni che il personaggio offre non si perde Claudio Meldolesi, docente di Drammaturgia al Dams di Bologna. Dice: «Totò intuisce l'aspetto grottesco del divenire italiano, e come tale possiamo vederlo molto prossimo a noi. Lui ha avuto il merito di svegliare i nostri intellettuali sulla dimensione dell'esibizione e del distacco dalla bassezza della quotidianità, sulla dimensione della carica aggressiva che non appartiene al sentimentalismo comico di tradizione ottocentesca. Mi commuove la sua cecità, che contiene in sé l'energia e il potere della veggenza, e ne fa - insieme con la Duse e Petrolini - l'ultima grande voce della tradizione teatrale italiana».

Liliana Madeo, «La Stampa», 2 dicembre 1998


1999

Dunque, la vittoria della DC e dei suoi alleati, nelle elezioni del 18 aprile 1948, avrebbe garantito la libertà di tutti, frenando i cavalli cosacchi ansiosi di abbeverarsi alle fontane di Piazza San Pietro (non stiamo inventando nulla, anche di questa pasta, appigliandosi magari alla maldestra profezia di un Venerabile Uomo, fu la propaganda anticomunista e antisocialista di quel periodo). Ma, certo, per le nostre arti dello spettacolo, cinema e teatro, si trattò di lottare fino allo stremo contro l'ondata di oscurantismo e di cieca repressione scatenatasi con particolare virulenza nei primissimi Anni Cinquanta.

Dei casi, a volte grotteschi e risibili, comunque drammatici, che si verificarono allora, sono stati riempiti interi libri (citiamo, almeno, «La censura nel cinema italiano» di Mino Argentieri, Editori Riuniti, e «La censura teatrale in Italia» di Carlo Di Stefano, Cappelli editore). Qualche esempio appena vorremmo citare, perché specialmente clamoroso ed emblematico. Abbiamo sott'occhio la riproduzione della copertina del capolavoro teatrale di Niccolò Machiavelli, «La Mandragola», e di traverso, stampigliata in lettere maiuscole (due volte, a scanso di equivoci), la scritta «Non approvato». La data, come da timbro, è quella del 21 aprile 1951. Responsabile del nefando divieto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dell'epoca, e competente per la materia, Giulio Andreotti. Identico «no» riceverà, il 18 gennaio 1952, «La Governante», creazione, stavolta, di un apprezzato autore contemporaneo, Vitaliano Brancati.

C'è bisogno di sottolineare l'importanza di Machiavelli, e della «Mandragola», nella storia della cultura, e della politica, del nostro Paese, ma non soltanto di esso? Si deve ricordare che fu la lettura di tale gran commedia uno dei motivi determinanti della vocazione teatrale del giovane Carlo Goldoni? Piuttosto, rammentiamo che, finalmente autorizzata dopo la sconfitta della legge-truffa (giugno 1953), e rappresentata nella stagione successiva dalla Cooperativa Spettatori Italiani (registi Marcello Pagliero e Luciano Lucignani), l'opera machiavelliana costò alla Compagnia il taglio della sovvenzione ministeriale, e il conseguente scioglimento.

Quanto alla «Governante», dovettero passare diversi lustri prima che essa potesse affacciarsi alla ribalta (la censura sul teatro sarebbe stata abolita solo nel 1962). Brancati, morto immaturamente nel 1954, non l'avrebbe mai vista. Al tempo del divieto, pubblicò il testo e vi premise un appassionato «pamphlet». Ma Bompiani, il suo editore, si defilò (lo sostituì, degnamente, Laterza), e Alberto Moravia, avanzando imbarazzate scuse, rifiutò d'introdurre il volume. Questa la libertà di cui godevano intellettuali e artisti italiani, anche i migliori, sotto il regime democristiano.

E il cinema? Nemmeno Totò sfuggì alle forbici di Andreotti (ma altri sottosegretari, e poi ministri, si avvicendarono al suo posto, con non dissimile zelo, e tra di essi, guarda guarda, l'attuale Capo dello Stato). «Totò e Carolina» di Mario Monicelli, ultimato nel 1953, apparve sugli schermi solo nel 1955, tagliato per centinaia di metri di pellicola, e con la colonna sonora manipolata. Intonavano «Di qua di là dal Piave» in luogo di un inno proletario, i lavoratori in gita su camion sovrastati da bandiere rosse (ma, essendo il film in bianco e nero, il colore non si vedeva). E la servetta (una deliziosa Anna Maria Ferrero), scortata dal buon poliziotto Totò, apostrofava un anziano compagno, riluttante a darle un sospetto aiuto, con l'espressione «Bel socialista sei!», anziché «Bel comunista». Questione di sfumature?

Aggeo Savioli, «L'Unità», 3 gennaio 1999 (Approfondimenti: «Totò e Carolina», «Totò e la censura», «Censura e morale: rassegna stampa»


ISERNIA

Dal paradiso, dove sicuramente si trova, Totò continuerà a fare beneficenza. Sarà possibile grazie a suo nipote, Federico Clemente, amico dell’isernino Domenico Izzi dal quale abbiamo appreso dell'iniziativa intrapresa recentemente per aiutare un canile. In pratica Clemente ha deciso di cedere un nastro magnetico originale registrato nel 1963 da Totò, con magnetofono Geloso G255. "In esso - spiega Clemente - è registrata la voce di Totò mentre recita le poesie "'A livella", "Ninì Santoro'', "'E pezziente", con ripetute prove di declamazione ed in cui alcune di esse sono recitate anche con termini diversi da quelli editati in testi reperibili in commercio. Inoltre, nella registrazione sono percepibili i vari stacchi effettuati durante le prove di recitazione da Totò con i tasti del registratore. Nel nastro è registrato anche uno stralcio della trasmissione radiofonica "TuttoTotò" andata in onda nel 1963 a cura di Rosalba Oletta con un brano tratto dal film “Siamo uomini o caporali" - prosegue Clemente la recitazione di Totò della sua poesia "Bianchina" e la canzone "Ischia" cantata la Giacomo Rondinella registrato da Totò stesso durante l'ascolto della trasmissione alla radio. La cessione del nastro non viene fatta a scopo di lucro personale. Su questo punto Federico Clemente è stato estremamente chiaro. "L'eventuale provento della vendita - ha detto Clemente - sarà devoluto totalmente a favore di un canile bisognoso di aiuti economici, attualmente mantenuto a proprie spese da una signora che, pur vivendo di sola pensione e non ricevendo alcun sostegno dalle Istituzioni ma solo qualche aiuto da volontarl, veterinario compreso, raccoglie, cura, rifocilla e dà ricovero a circa 160 cani abbandonati, feriti o malati".

Un’iniziativa che sicuramente avrebbe promosso lo stesso Totò che in vita ha fatto molta beneficenza e che manteneva a proprie spese sulla Via Boccea, nelle vicinanze di Roma, un canile con circa 180 cani randagi che volle chiamare "Il rifugio dei poveri trovatelli". Insieme al nastro magnetico Federico Clemente intende cedere anche 3 biglietti originali da visita tra cui uno risalente all’epoca in cui era stato riconosciuto a Totò il solo titolo marchesale. Intanto, però, c’è anche il contenuto del baule teatrale del grande comico napoletano che potrebbe essere utilizzato per una manifestazione culturale. Il baule fu dato prima in custodia ed in seguito donato da Totò stesso al il nastro magnetico registrato da Totò cugino Eduardo Clemente, suo segretario dal 1950 al 1967, anno della scomparsa e che tuttora è gelosamente conservato dal figlio Federico. Nel baule è racchiusa una parte importante della vita artistica di Totò: il primo frak a coda di rondine corredato di gilet e camicia; la stringa per scarpe usata a mo di papillon; i pantaloni a “zompa-fosso” e la bombetta nera e poi tanti altri oggetti utilizzati in scena. Tutto ciò può, volendo, trasformarsi in una straordinaria mostra che, volendo, l'amministrazione comunale di Isernia potrebbe allestire nei periodo natalizio. In tal senso c’è la piena disponibilità a collaborare da parte di Federico Clemente. Dunque, una straordinaria occasione da cogliere al volo. Infatti la mostra del baule di Totò potrebbe trasformarsi per Isernia in un veicolo di promozione turistica della città, a livello nazionale e internazionale.

1999


Totò e Carolina, rassegna stampa e galleria fotografica»


Uno dei film protomartiri di un certo oscurantismo vigente mezzo secolo fa resta l’innocente «Totò e Carolina» (1953-55) di Mario Monicelli, il cui purgatorio in censura si protrasse a lungo. L'ha restaurato la Cineteca di Bologna per le cure dell’infaticabile Tatti Sanguineti, animatore del progetto «Italia taglia».

Ora, nell'imminenza della presentazione del film domenica alla Mostra di Venezia, lo stesso Sanguineti firma un libro («Totò e Carolina», Transeuropa-Film, pagg. 207) dove il lettore curioso di retroscena troverà di che divertirsi: documenti, sceneggiature e testimonianze d'epoca che permettono di ricostruire l’intero fattaccio. E c’è anche il soggetto inedito di Ennio Flaiano, dove per la prima volta compare Totò in divisa da poliziotto. A proposito di Totò raccomando di non perdevi, nel ricordo di Franca Faldini, i soprannomi che applicava ai politici vedendoli in tv.

Tullio Kezich, «Corriere della Sera», 4 settembre 1999


La prima mutilazione per la «prostituta» Anna Maria Ferrerò offerta ad un cliente. Tatti Sanguineti: «Dobbiamo ancora recuperare 15 minuti di immagini originali»

VENEZIA

Nella Sala Volpi del Palazzo del Cinema ieri è stato presentato il film di Mario Monicelli, «Totò e Carolina», reintegrato di un quarto d'ora di immagini che 45 anni fa erano state tagliate dalla censura del governo Scelba. E' il primo lavoro organico, ma non ancora ultimato, su un film, nell'ambito del progetto triennale «Italia Taglia», promosso dalla Cineteca di Bologna e dall'Anica, con l'appoggio del Dipartimento dello Spettacolo che ha messo a disposizione i verbali e i tagli della censura del dopoguerra. Il film è stato uno dei più bersagliati dalla censura che l'aveva «sequestrato» per 15 mesi e poi mutilato con 38 tagli, 83 battute modificate e gli aveva vietato qualsiasi proiezione all'estero. «La copia di "Totò e Carolina" proposta a Venezia - precisa Tatti Sanguineti, uno dei curatori dell'operazione non si può considerare reintegrata del tutto perché dobbiamo recuperare un altro quarto d'ora di tagli e modificare una settantina di battuta. In alcuni casi si tratta di modifiche ridicole: la parola "prostituzione" era stata sostituita con "sregolatezza", "peripatetica" con "svitata", "donnaccia" con "disgraziata", "vigliacca" con incosciente". Nella nostra ricerca abbiamo scoperto che per Totò il film di Monicelli è stato l'ultimo capitolo di una sua "fase" cronachistica, sociale, neorealistica, impegnata e di denuncia. E in questa fase (che comprendeva "Totò cerca casa", "Totò e le donne" e "Guardie e ladri" che ha avuto 40 tagli) è sempre stato censurato».

«In quegli anni - sottolinea Giuseppe Bertolucci, presidente della Cineteca di Bologna - la censura si imponeva di tutelare la religione, il prestigio della polizia e una certa ideologia politica. Il primo taglio di "Totò e Carolina" riguarda una scena in cui l'agente Caccavallo (Totò) e un prete cercano di affibbiare una giovane prostituta, Carolina (Anna Maria Ferrerò non ancora ventenne), ad un produttore di vini, non confessandogli che è incinta. Il secondo intervento era concentrato sulla tutela dei "celerini", in quegli anni attivi; il terzo è politico. Nella prima versione Monicelli aveva previsto un camion con operai comunisti che cantavano "Bandiera rossa", nell'edizione del '55 cantavano la canzone del Piave».

Ieri i tagli ripristinati sono stati doppiati (dal vivo) nella sala Volpi, da Carlo Croccolo, dal 1957 voce cinematografica di Totò. Oggi Carlo Lizzani presenta un «evento speciale» realizzato per la televisione. Si tratta di un omaggio a Luchino Visconti che domani sera verrà trasmesso da Rai Uno in seconda serata. «Questo programma di un'ora spiega Carlo Lizzani - nasce dall'idea di fare un grande omaggio a Luchino Visconti attraverso una ricostruzione fiction della sua vita, ma purtroppo fatti i preventivi l'opera sarebbe comunque risultata troppo costosa. Ed allora ho ripiegato su un ritratto di Visconti raccontato attraverso le dimore e i luoghi della sua infanzia, adolescenza e giovinezza».

Dopo la ressa di pubblico di giovedì scorso per assistere alla proiezione de «I vitelloni», restaurato da Mediaset, il film di Federico Fellini ieri è stato riproposto al Lido. Un'opera del '53 che fa parte del programma «Cinema forever» di Mediaset che ha già riportato alla perfezione originale 16 capolavori italiani.

Retequattro a fine settimana trasmetterà le copie restaurate di «Francesco giullare di Dio» di Roberto Rossellini, «Deserto rosso» di Michelangelo Antonioni, «La comare secca» di Bernardo Bertolucci e «Umberto D.» di Vittorio De Sica.

Ernesto Baldo, «La Stampa», 6 settembre 1999



L'attore recita dal vivo le battute tagliate Assente la Ferrero: offesa dal festival

VENEZIA

Il film è appena cominciato, la retata delle passeggiatrici di Villa Borghese è in pieno svolgimento, quando appare Totò che trascina Anna Maria Ferrero: è l’agente Cacca-vallo che ha scoperto la timida Carolina.

A lei è rivolta la prima battuta:

«Su, delinquente, su su, avanti!». La voce, con il timbro inconfondibile del principe de Curtis, proviene dalla platea, dove l’attore Carlo Croccolo legge le frasi di Totò, che i censori soppressero dal film «Totò e Carolina». «Sono emozionatissimo — confessa Croccolo che recitò con Totò in "Miseria e nobiltà"—. Anche perché torno a dare la voce al mio
grande maestro: fu lui a chiedermi di doppiarlo dopo che aveva perso la vista. Nei "Due marescialli" doppiai anche De Sica».

Ieri, nell’angusta Sala Volpi, si presentava la copia «integrata» di «Totò e Carolina», il film di Mario Monicelli che, pronto nel 1953, uscì solo nel marzo 1955, massacrato da crudelissimi interventi. Copia lavoro, spiegava Giuseppe Bertolucci direttore della Cineteca di Bologna, perché la ricerca dei materiali espunti dai censori non è ancora terminata: la pellicola subì tagli per ventitré minuti e in molti altri punti il sonoro venne alterato. Tra i casi clamorosi, uno oltrepassa le soglie del ridicolo: sul camion con le bandiere rosse i comunisti cantavano «Bandiera rossa», nella copia che uscì in sala si ascoltava «Di qua, di là dal Piave».

Tatti Sanguineti, curatore del volume «Totò e Carolina», appena pubblicato da Transeuropa, e animatore del progetto «Italia taglia», racconta le peripezie di questa riscoperta: «Dalla Cinématheque di Losanna avevamo recuperato una copia sonora con meno tagli di quella abitualmente vista, poi, pochi giorni fa, alla Cineteca di Roma, è saltato fuori il negativo di un’altra copia, ancora più vicina a quella originale, però muta. Quella proiettata a Venezia nasce dall’assemblaggio fra le due, e Croccolo ha integrato con la sua voce il Totò perduto».

Lo sceneggiatore Rodolfo Sonego ricorda: «Con Monicelli eravamo giovani, forse incoscienti, credevamo di poter parlare liberamente di polizia, istituzioni, religione. Preoccupato, il produttore Carlo Ponti fece un’anteprima per soli preti: che risero tanto, ma questo non bastò ai censori democristiani del governo Sceiba». Ma quello non fu il solo film di Totò a essere scempiato: tutte le commedie di cronaca (da «l sette re di Roma» ad «Arrangiatevi!» fino al «TuttoTotò» Rai, rimasto incompiuto per la morte del comico) furono duramente ritoccate. Per il timore dei politici di essere sbeffeggiati. Del resto, come ricorda la vedova Franca Faldini nel libro curato da Sanguineti, Totò in casa se la rideva di presidenti ministri e capi-partito. da Gronchi ribattezzato «Piede 'e papera», ad Andreotti «l’Aspirante sagrestano» fino a Berlinguer, «Stanlio».

Protagonista femminile, Anna Maria Ferrero. Non invitata, è rimasta a Parigi dove vive da anni. «Andrò a Roma, alla proiezione con Monicelli. A Venezia si sono comportati da maleducati con me».

Ranieri Polese, «Corriere della Sera», 6 settembre 1999


1999 09 14 La Guida Retrospettiva TV intro

Antonio de Curtis ha girato circa 100 film (97 per l’esattezza fra lungometraggi e partecipazioni) in quarant’anni di attività sui set: quanti ne avete visti? Tutti tutti? Diciamo gran parte, questo sì, in nome delle “sante repliche”, soprattutto estive, che salvano noi teleutenti dai varietà deficenti condotti da presentatori dall'aria microcefalo (uno per tutto: Enrico Papi). Ben venga Totò, allora. Anzi: perché non viene realizzato un canale monotematico per i film italiani, soprattutto nel sano bianco & nero, comici e non? Caro Governo salvaci tu!

Per la cronaca: il primo film di Totò è del ‘37 “Fermo con le mani”, regia di Gero Zambuto. L’ultimo è del ‘67 “Capriccio all’italiana”, film ad episodi, due dei quali vedono protagonista Antonio De Curtis: “Il mostro della domenica" (regia di Steno) e “Che cosa sono le nuvole” delicatissima interpretazione accanto a Mimmo Modugnuno, Ninetto Davoli, Franchi & Ingrassia, Laura Betti e Adriana Asti, Carlo Pisacane per la regia di Pier Paolo Pasolini. Pochi giorni prima della morte, 15 aprile 1967, Totò gira la prima scena (un funerale) del film “Padre di famiglia” di Nanni Loy: il regista non userà quella scena che farà poi interpretare da UgoTognazzi. Anche il regista Mauro Bolognini aveva proposto una parte a Totò nel film “Arabella" e poi in “I fratelli Cuccoli” di Aldo Palazzeschi.

E pensare che il Principe, poco prima della sua scomparsa, aveva confidato a un giornalista: “Chiudo in fallimento, nessuno mi ricorderà”.

Alberto Gedda, «La Guida», 14 settembre 1999


 

Il museo di Totò aprirà i battenti nel 2000, dopo cinque anni di lavoro, grazie al decisivo sostegno della Regione Campania e del Comune di Napoli. Il Museo Antonio de Curtis sorgerà nel Palazzo dello Spagnuolo, in Largo dei Vergini, nel Rione Sanità, uno dei quartieri simbolo del capoluogo partenopeo. La figlia di Totò e l’Associazione Antonio de Curtis hanno già donato al Museo tutto il materiale in loro possesso appartenuto all’artista e che verrà presto esposto all’interno del palazzo.

Ma moltissimi sono i materiali dispersi dopo la morte di Totò ma ancora in circolazione. Allo scopo di recuperare oggetti, scritti e quant’altro finiti in mano a privati, l’associazione ha aperto un conto corrente (cc n.60/93964 Credito Artigiano di Roma -cab 3206 - abi 3512 - intestato ad Associazione Antonio de Curtis - Il Museo di Totò) dove fan e appassionati potranno dare il loro contributo affinché in museo possa ricomprare le cose appartenute al grande attore.

Se alla chiusura della sottoscrizione avanzeranno somme non impiegabili per questo fine, saranno messe a disposizione del Ministero per i Beni culturali per contribuire al recupero di altro patrimonio artistico.

«L'Unità», 23 ottobre 1999


C'è chi denuncia con allarmismi fuori luogo la perdita della memoria e chi invece lavora e va curiosando con intelligenza negli archivi. C'è chi si intestardisce a rivisitare e fare ipotesi assurde o meno sugli ultimi giorni di Mussolini e chi del ventennio vuole scoprire tracce meno visibili ma più influenti, capaci di parlarci davvero di atmosfere e situazioni. Nicola Fano è di questi ultimi. Da anni lavora su quel mondo tanto emblematico della rivista, del varietà, dell'avanspettacolo, ricerca e ricostruisce, scopre e racconta. Ora, dopo aver sentito casualmente parlare del ritrovamento dei faldoni della censura teatrale, è riuscito in anteprima a consultarli all'Archivio di Stato e cercarvi le avventure dei nostri comici, dai De Rege ai Maggio, dai De Filippo a Totò, dal romano Aldo Fabrizi al triestino Angelo Cecchelin.

Le sorprese non mancano e sono di quelle che suscitano curiosità, accanto alla ricostruzione di una realtà minore ma esemplare. Nel filo che unisce l’italietta giolittiana a quella fascista, e questa al successivo potere democristiano, rivela come il gusto e la cultura potessero giocare un proprio ruolo, impensabile in altri regimi.

Leopoldo Zurlo, prefetto, fu nominato capo dell'Ufficio per la censura teatrale preventiva istituto con la legge 599 del gennaio 1931. Uomo di letture classiche - annota Fano - appassionato di teatro, preoccupato di non apparire troppo zelante agli occhi dei teatranti né eccessivamente morbido a quelli dei fascisti, dopo la guerra, nel '52, scriverà le proprie Memorie inutili, dedicandole a Andreotti che, sottosegretario allo spettacolo e coordinatore per la censura teatrale nel primo governo De Gasperi, l'aiutò.

Ma veniamo alle sorprese, sistemate in vari capitoli dopo un'introduzione storica che cerca di mettere finalmente ordine nel passaggio dal Café Chantant all'avanspettacolo in sale cinematografiche. Cecchelin, per esempio, fuori Trieste, dove qualche anno fa gli dedicarono anche uno spettacolo, è poco noto. Eppure fu un uomo contro, un liberale anarchico a suo modo, feroce nelle sue battute col fascismo come poi col potere del dopoguerra, processato prima e dopo la Liberazione, sempre però censurato con la scusa della sua libertà nel riferirsi al sesso.

Censurato da Zurlo fu pure il primo Fabrizi, di cui furono tagliati o respinti cinque copioni inediti tra il ‘35 e il ‘37 ritrovati da Fano, che vi ravvisa un'anticipazione non casuale dei temi del neorealismo post bellico.

Non fu invece respinta la parodia di Al Capone creata da Totò nel suo inedito Covo Al Gallina, inserito nel copione della rivista Cinquanta milioni c'è da impazzire del ‘38. Il suo gangster è uno scemo italoamericano all'ennesima potenza, di quei geniali cretini cui solo Totò sapeva dar vita e senso, che parla storpiando tutte le parole, provocando così equivoci e doppi sensi. Questi racconta una maldestra rapina divagando e dando un misero ritratto della proprio banda.

Il primo lavoro esaminato dalla neonata censura fascista fu Ogni anno punto e da capo di Eduardo, di cui, nella busta 111 dell'Archivio, è tra l’altro conservato il manoscritto originale di De Filippo con visto del 5 agosto 1931 compilato a mano da Zurlo, poiché non era ancora stato approntato il timbro ufficiale, che apparirà sui copioni più avanti.

Di Eduardo, Titina e Peppino, oltre a loro collaboratori come Maria Scarpetta, Fano ha ritrovato anche 17 copioni, tutti in dialetto napoletano, di cui si avevano notizie, ma che sono nella maggioranza del tutto inediti. E L'autore assicura che in quei Faldoni in via di catalogazione c'è una vera miniera di altre curiosità e testimonianze.

Paolo Petroni, «L'Unità», 1 novembre 1999 - «Censura e morale:  approfondimenti e rassegna stampa»


Senza benzina. In fila per sei col resto di due. Con la benzina che aumenta, sempre in fila per sei. Stesso discorso ogni volta che si affacci all'orizzonte un inconveniente. A prescindere dal genere di consumo o dalla reali necessità. Capaci pure di telefonare per un giorno intero, se il giorno dopo aumentano le tariffe della Telecom Noi italiani siamo fatti cosi, incapaci di metabolizzare e razionalizzare gli intoppi della vita. E per questo nostro essere, geniali in certi giorni, arruffoni e scombinati il resto dell'anno, riempiamo le pagine dei giornali. Sempre uguali e sempre usciti pari pari da un film di Alberto Sordi. Oppure di Totò.

All' Albertone nazionale e al principe De Curtis bisognerebbe fare un monumento. Basta svoltare l'angolo della frontiera e trovare un connazionale trapiantato all'estero, per capire quanto sono stati grandi. E quanto non abbiamo capito della lezione che ci hanno impartito dallo schermo. Videoregistratore alla mano, si può sempre sperare in un esame di riparazione. Gli italiani e gli inconvenienti, è pur sempre un bell'argomento di studia Anche cinematografico. Alla voce Totò, senza andare oltre nella ricerca (ma ne varrebbe la pena), è sufficiente consultare «Totò e Peppino divisi a Berlino» (Mondadori Video) e l'arrivo a Milano, con salumeria e pollaio al seguito, dei fratelli Capone che siamo noi in «Totò, Peppino e la malafemmina» per portarsi avanti con lo studio. Per un ripasso più sofisticato, vedere la reazione di Manfredi e Silvano Mangano quando aprono la valigia in «Crimen» di Mario Camerini (Vivivideo). Il minestrone di «I soliti ignoti» (l'U) può servire per la ricreazione.

Il piano di studi, necessariamente, deve proseguire con Fantozzi. I primi tragici capitoli, nessun titolo escluso. Per restare nell'attualità automobilistica, «L'ingorgo» (Mgm Home Entertainment), toma utile. Mentre ad Alberto Sordi, vale invece la pena di consacrare il ripasso generale, partendo da «Il vigile» (l'U). Per concedersi un'ultima rinfrescata può tornare utile «Anni ruggenti» di Zampa (Mondadori Video), con Manfredi e, soprattutto, i personaggi di contorno: gerarca fascista in testa. Ma se alla fine del ripasso ri si accorgesse che in fondo, seppure un pò cialtroni e arruffoni, non siamo poi tanto male, anzi? In quel caso vale la pena ricordarsi di Nanni Moretti e del suo «E continuiamo così: facciamoci del male». Il film è «Bianca» (l'U). Il resto è vita.

Bruno Vecchi, «L'Unità», 17 novembre 1999


1999 12 17 Corriere della Sera Curiosita intro

«Miseria e nobiltà» è un classico della commedia napoletana, portato al cinema da Totò che interpretava la parte di uno scalcagnato scrivano che sul suo banchetto scriveva per strada le lettere agli analfabeti. Il figlio di Felice Sciosciammocca (il nome di scena di Totò) era un ragazzino brillante e pasticcione. Oggi quel ragazzino ha 42 anni, si chiama Gennaro Esposito e si è inventato un lavoro: il calligrafo. Proprio la stessa professione di «suo padre» Totò in «Miseria e nobiltà».

«Del passato preferisco non parlare — si schermisce Esposito —, quella coi principe De Curtis è stata una bella esperienza ma ora bisogna guardare al futuro e alle possibilità di sviluppo dell’arte calligrafica. Anch’io, come il personaggio del film, scrivo lettere d’amore, biglietti d’auguri e attestati di qualifica, ma lui sfruttava il fatto che allora la maggior parte della gente non sapeva scrivere. Io invece ho perfezionato lo stile gotico di scrittura e lo utilizzo per chi cerca l’originalità».

Lo scriba napoletano ha iniziato la sua attività nel ’94, si è ricavato un ufficetto in casa e gira per i quartieri di Napoli distribuendo volatini che promozionano «Penna e calamaio», il nome della sua ditta. «Molte cartolerie hanno già preso i miei biglietti di auguri tutti fatti a mano. Ma i clienti sono anche privati: attualmente, ad esempio, sto consegnando un bel numero di partecipazioni di nozze».

1999 12 17 Corriere della Sera Curiosita f1

Gennaro Esposito, comunque, non si dedica solo alla bella scrittura ma anche all’araldica, una disciplina che a Napoli affonda le radici fino al periodo borbonico.

«Sono diventato un topo da biblioteca — conferma Gennaro — ma tutto è cominciato dalla mia passione per i racconti su Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda: allora ho scoperto un mondo fatto di cavalieri, damigelle e nobili personaggi che ho cominciato a cercare anche nella vita reale. È così che ho iniziato a offrire anche indagini araldiche ai miei clienti a cui assicuro l’autenticità e la serietà delle ricerche. Consulto l’archivio di Stato, le biblioteche, i registri ecclesiastici: per un cliente di Napoli sono risalito fino all’anno 200. Poi disegno lo stemma di famiglia e l’albero genealogico in ogni suo passaggio». Fare lo scriba è un’arte, una vocazione. Parafrasando Totò, «scriba si nasce». E lui, modestamente, lo nacque.

Isidoro Trovato, «Corriere della Sera», 17 dicembre 1999


Altri artisti ed altri temi

1995

6 febbraio 1995, la morte di Edy Campagnoli - Tutta la cronaca in rassegna stampa


«L'Unità», 18 agosto 1995


18 ottobre 1995, la scomparsa di Franco Fabrizi - Tutta la cronaca in rassegna stampa

14 aprile 1995, la scomparsa di Mario Carotenuto - Tutta la cronaca in rassegna stampa


21 agosto 1995, la morte del regista Nanni Loy - Tutta la cronaca in rassegna stampa

1996

18 giugno 1996, la scomparsa di Gino Bramieri - Tutta la cronaca in rassegna stampa


19 dicembre 1996, la scomparsa di Marcello Mastroianni - Tutta la cronaca in rassegna stampa

8 settembre 1996, la scomparsa del regista e autore Bruno Corbucci - Tutta la cronaca in rassegna stampa

 

1997

Angela Luce: quarant'anni di camera in teatro e davanti alla cinepresa «Bella e anche brava», diceva Totò. «Visconti mi faceva cantare nelle pause del set e ordinava alla troupe di tacere». E poi venne Pasolini

Alberto Crespi, «L'Unità», 29 aprile 1997


19 maggio 1997, la scomparsa di Paolo Panelli - Tutta la cronaca in rassegna stampa


Nadia Tarantini, «L'Unità», 6 agosto 1997

«L'Unità», 20 aprile 1997


11 novembre 1997, la scomparsa di Ave Ninchi - Tutta la cronaca in rassegna stampa

1998

4 gennaio 1998, la scomparsa del regista Carlo Ludovico Bragaglia - Tutta la cronaca in rassegna stampa

1998 10 09 La Stampa Gigi Reder morte intro2

8 ottobre 1998, la morte di Gigi Reder.Tutta la cronaca in rassegna stampa

1999

1999 01 08 La Stampa Antonio Pierfederici morte intro

6 gennaio 1999, la scomparsa di Antonio Pierfederici - Tutta la cronaca in rassegna stampa


1999 06 09 Il Messaggero Corrado morte intro

8 giugno 1999, la scomparsa di Corrado Mantoni - Tutta la cronaca in rassegna stampa


1999 12 09 La Stampa Pupella Maggio morte intro

8 dicembre 1999, la scomparsa di Pupella Maggio - Tutta la cronaca in rassegna stampa


1999 12 04 Corriere della Sera Mario Monicelli intro

Inizia stasera il «Roma film festival» che quest’anno si articola intorno al tema «Il vero e il nero» (il realismo e l’umorismo crudele), tra il Palazzo delle Esposizioni e la multisala Nuovo Olimpia fino al 16 dicembre. A febbraio, secondo quanto anticipato dall'assessore alla Cultura Borgna in occasione della presentazione della rassegna, è prevista la riapertura del Film-studio che fu insieme al Nuovo Olimpia, da poco ri-strutturato, uno dei più famosi cineclub di Roma.

Stasera si terrà una festa in onore di Mario Monicelli al quale è dedicata una retrospettiva che prenderà le mosse dalla proiezione di «I soliti ignoti» in una copia che la Scuola nazionale di Cinema ha preservato dai negativi originali. Interverranno anche Alberto Sordi, Monica Vitti, Nino Manfredi e Suco Cecchi d’Amico. Monicelli alla soglia degli 85 anni si sente di dare una chiave di lettura valida per tutta la sua produzione: «Ho capito che il cinema che faccio ha sempre lo stesso schema: un gruppo di individui si battono per compiere un’impresa situata al di là delle loro capacità, inevitabile esito è sempre il fallimento». Presente a Roma anche la grande attrice turca, Turkan Soray per ricevere un riconoscimento alla carriera all'interno della finestra che il festival aprirà sul nuovo cinema turco insieme a quello spagnolo.

Saranno proiettati film d’autore provenienti dai maggiori festival mondiali dell'anno, e interessanti novità di David Lynch, Jim Jarmush, Kaplan, Rafelson, Winterbotton e tanti altri. Un omaggio verrà fatto ad Abel Ferrara con la presentazione del suo primo film «The Driller Killer», e arriverà a Roma Paul Morissey per riproporre il 14 in una nuova veste rimasterizzata la mitica trilogia dell’underground americano realizzata insieme a Andy Warhol. Verrà ricordato anche il grande documentarista Van der Keuken, e proiettato un raro film muto di Lubitsch intitolato «Als ich tot war» trovato e restaurato dalla Cineteca di Lubiana. Fra i recuperi, anche il restaurato «Totò e Carolina», a suo tempo censurato, con il grande comico e Annamaria Ferrero.

Marco Andreetti, «Corriere della Sera», 4 dicembre 1999