Trent'anni fa moriva il Principe della risata

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In privato, era un gran signore che parlava poco, non rideva, raramente sorrideva. E sfogliava l'Annuario di Gotha per ricordare che era discendente di Costantino. Sul trono di Bisanzio. C’erano in lui due anime. Quella dell’omino pieno di guai che diventava mattatore sulle scene. E quella del nobile ossessionato dal passato

«L'Arco di Costantino è anche un po’ mio» mi disse con araldica compunzione e ammiccante soddisfazione il principe Antonio de Curtis mentre sulla nera e austera Cadillac passavamo davanti al famoso rudere. C’era del vero nel fatto che, fra i suoi avi, il più remoto e insigne era il figlio di Elena e di Costanzo Cloro. Ne parlava come si parla di un congiunto, di cui si è orgogliosi.

Si rammaricava di non averlo conosciuto, così come non aveva conosciuto il grande Giustiniano e la moglie Teodora che, prima di diventare basilissa, aveva venduto i propri favori nei bordelli sulle rive del Bosforo.

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Ma la sua famiglia era quella e il nome che portava garantiva l’autenticità di tanta prosapia: Griffo Focas Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio. Un nome difficile da ricordare, ma difficile anche da dimenticare. Il principe n’era fiero, più che del suo straordinario genio c della sua strepitosa popolarità. Quando, a una conferenza stampa, un cronista imbecille, che non aveva letto Procopio, né Runciman, osò interpellarlo chiamandolo «Potò», con humour risentito lo ammoni: «Abbia la bontà di chiamarmi principe, oppure, giusto per venirle incontro, altezza imperiale». E a una comparsa che a Cinecittà lo salutò «Buonasera commendatore», ribattè: «Diciamo marchese».

Il Totò attore lo conosciamo tutti. Tutti lo abbiamo visto, tutti lo rivediamo, tutti lo abbiamo amato, tutti lo amiamo. E’ stato il nostro più grande comico, irresistibile e inimitabile, l’ultima maschera del teatro dell’arte, un improvvisatore nato, un genio del palcoscenico e del set, un mimo polimorfo, patetico e salace, insinuante e disarmante. I suoi film (ne interpretò un centinaio) restano nella storia del cinema, e non solo di quello italiano, anche se di là dalle Alpi il nome di Totò dice poco a pochi. Diverso per tanti aspetti da Charlie Chaplin, ch’ebbe una ribalta ben più vasta, in virtù delle radici anglosassoni e del trampolino hollywoodiano, per altri aspetti gli somiglia. O Charlot somiglia a lui.

Due emarginati, due sciagurati, contro i quali il destino si accanisce, umiliandoli, ma non piegandoli. Li bistratta e li maltratta e loro ne sfidano la protenda, sorprendendolo con bizzarre trovate o scorbacchiandolo con sogghigni e cachinni. Alla fine se la scapolano, per poi ritrovarsi nelle peste e, con inedite, fantasiose gherminelle, rifarla franca.

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Totò amava la sua arte, ma ancor di più amava il suo blasone. C’erano in lui due anime e due volti. L'anima e il volto di chi porta sullo schermo, mirabilmente caricaturandolo, l’omino pieno di guai, di tic e di risorse, che mette in burletta chi cerca di mettere lui alla berlina, che ci fa ridere anche quando ci commuove, che non si annoia mai e mai ci annoia; il disgraziato e affamato scrivano che su ordinazione si veste da principe e da principe si pavoneggia, che indossa per caso i panni dello sceicco, dell’imperatore di Capri, del turco napoletano, del torero.

Cerano poi l’anima e il volto del discendente di Costantino e di Giustiniano, che aspirava a un trono scomparso, dal quale era ingiustamente deposto. Cera il mancato basileus che non vestiva la tunica di porpora, ma il doppiopetto di Caraceni, che non esigeva il bacio della pantofola perché i tempi sono cambiati e le genuflessioni si fanno ormai solo in chiesa. Cera il gran signore che parlava poco, non rideva mai e raramente sorrideva. Che apriva bocca solo per ricordare all’interlocutore ignaro o distratto chi aveva di fronte. Che vi mostrava la patente di una nobiltà tanto aulica e antica e teneva in mano, sfogliandolo con aristocratica nonchalance, l’Annuario di Gotha, il libro d’oro che testimoniava, se mai ce ne fosse staio bisogno, il magnanimo marchio dei suoi lombi. L’erede di una tradizione millenaria, che aveva in lui non un epigono fin de race, ma il più contegnoso dei testimoni.

Per mesi ogni domenica, Montanelli, la moglie Colette ed io fummo ospiti di Sua Altezza nella piccola reggia pariolina, dove Totò viveva con la più deliziosa e spiritosa delle compagne, Franca Faldini. Ci riceveva come Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno riceveva i propri sudditi. Non ci dava confidenza e noi non la cercavamo. Si atteggiava a sovrano, anche se in esilio, e ogni suo gesto, ogni sua battuta avevano un afflato che intimidiva. Da un momento all’altro ci aspettavamo che il maggiordomo annunciasse l’arrivo di Belisario o di Triboniano, il generale vincitore dei vandali o l’autore del Corpus iuris civilis. A tavola il cibo era sopraffino e il silenzio scandito da sommesse, accorate invocazioni: «Ah se ci fosse il mio caro zio Giustiniano! Ah, se fosse con noi l’adorata zia Teodora!». Non c’erano, ma tutti li sentivamo presenti. Presenti e vicini. Rivendicandone a giusto titolo l’ascendenza, il principe, nei rari momenti di abbandono, riconosceva di non essersi fatto, grazie a loro, «nemmeno un uovo al tegamino», mentre con Totò ci mangiava «dall’età di vent’anni». Dalla sua morte ne sono passati trenta. I suoi film non passeranno mai.

Roberto Gervaso

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A Napoli, nel suo "mausoleo". Tra foto, rose, santini, richieste di intercessione col Padreterno. E un’incredibile sorpresa

"Qui riposa Antonio De Curtis, principe di Bisanzio: in arte Totò’’. Nessuna data: né quella di nascita né tantomeno quella di morte. La piccola cappella immersa nel cimitero del Pianto, su una delle salite della Doganella a Napoli, sembra proiettata fuori dal tempo. Totò non ha voluto consegnarsi alla triste anagrafe dei sepolcri. A livella può fare a meno dei numeri. E così, nessuna data: né per lui, né per il figlio Massenzio e neanche per Liliana Castagnola, la soubrette degli anni Trenta che lo amò e che per Totò si tolse la vita. Riposano incolonnati uno sull’altro, per volere di Sua Altezza imperiale Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis che ”nell’anno 1951 edificò questa cappella gentilizia per sé e per i suoi”. «Ma doveva essere molto più bella, tutti i soldi se li è mangiati il marmista», racconta Ciro, accompagnandosi prima coi gesti, perché la voce gliel’hanno tolta vent’anni fa insieme a un cancro alla gola, e poi con una specie di microfono, appoggiato sul collo, che sembra succhiare le parole direttamente dalla trachea.

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Però Ciro, Ciro Cuccurullo, si fa capire, eccome. Ha 68 anni, neanche un dente sopravvissuto in bocca, e ha mantenuto moglie e quattro figli a forza di mance, «Apro ’e cappell’ e campo», dice. Ufficialmente custode abusivo, fa da mezzo secolo l’uomo di fiducia dei morti. Ma i clienti se li sceglie lui. E tra questi c’è soprattutto Totò.

Sì, al cimitero del Pianto, come su una ribalta della nostalgia, è ancora e sempre Totò il mattatore. Nell’ultima dimora di Eduardo Scarpetta non trovi nemmeno un fiore, sul sepolcro di Nino Taranto c’è solo un’iscrizione che strizza l’occhio al viandante: ”Pe’ tutte e vvote ca’ for’ e triate, stu nomine e visto scritto e si trasute, mo ’mmo putisse dì nu gloriapate, si t’aggiu divertito e si è rerute” (Per tutte le volte che fuori dal teatro hai visto questo nome e sei entrato, ora potresti recitarmi un gloriapadre, se ti ho divertito e se hai riso). Tutto qui. Tombe mezze abbandonate, anzi «posti senz’anima», sentenzia Ciro.

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Nel mausoleo del Principe regna invece una febbricitante atmosfera di devozione: ogni giorno sull’ara del comico si ammonticchiano margherite, rose, fotografie, santini e persino richieste di intercessione col Padreterno, tanto da far suonare meno stralunate le parole dì Fellini che voleva schierare tra i santi la "marionetta”. E’ un culto, quello dei napoletani per Antonio De Curtis, in arte Totò, che non sfigura con la tradizionale venerazione di San Gennaro. «Caro Principe -recita il messaggio di un "fedele” - prega per la tua Napoli e per quanti chiederanno la tua preghiera». «Ciao Totò, sono Maria. Aiuta e proteggi la mia famiglia». «Totò, dirti che sono felice è poco, anzi pochissimo perché: sono felice di essere felice, di vederti! Ci vediamo il 15. 04. 97. Firmato: Luigi».

E’ un pellegrinaggio a ciglio asciutto. Non c’è pianto, né rimpianto sulle facce dei visitatori che a grappoli entrano nella cappella-bazar di Sua Altezza. Basta chiedere a Ciro come si ricorda Totò: «Vivo», sibila con la sua voce metal-cyber. E per confermare che l’attore è ancora tra noi («Sono vivo, vivissimo, stravivo»), Ciro indica gli omaggi continua-mente recapitati all’ultimo indirizzo del nobile De Curtis e aggiunge: «Ch’è vvivo ’o dice ’a popolazione».

Fiori, lettere, cartoline, ex voto, ritratti di scolaresche, ma anche pacchetti di sigarette e scatole di caramelle fanno parte dello strampalato corredo funerario. Un campionario variopinto, brandelli d’affetto, spezzoni di ricordi lasciati lì da persone che Totò hanno conosciuto solo sullo schermo, ma che amavano e amano come uno di loro. «Era ’na persona per bene», assicura Ciro che il Principe l’ha conosciuto in carne e ossa e oggi ne veglia riposo e spoglie, custodendo anche un segreto. Che, se possibile, aggiunge qualcosa in più alla leggenda. «Ve lo ricordate Totò? E’ rimasto tale e quale. Anche da morto».

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Ed è veramente così. Dentro il sarcofago, che per volere della prima signora De Curtis, Diana Rogliani, non è mai stato sigillato, c’è proprio lui, il Principe, non il suo scheletro. «Tiene ancora tutto», ribadisce Ciro, come se quel misterioso e straordinario processo di mummificazione naturale, che fino ad ora ha salvato capelli, unghie e persino le fattezze del viso (lo stesso mento aguzzo, lo stesso naso "deragliato”), fosse merito suo. E forse, ih parte, lo è davvero: perché oltre a vegliare la salma, Ciro si dà da fare per tenerla in buono stato. Di soppiatto, quando può e quando nessuno gira intorno, scoperchia il sarcofago e getta sul cadavere manciate di naftalina. Una scena di macabra comicità degna di un film del grande Totò.

Anna Lisa Martella

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Marionetta dell’avanspettacolo. Irresistibile comico nel dopoguerra. Riscoperto prima da Pasolini e poi dalla critica. Ora è più popolare che mai grazie alla tv. Un folletto benefico, un "grillo del focolare" domestico che veglia sul Belpaese. Uno Charlot nazionale che ha attraversato tante stagioni. Di volta in volta genio del palcoscenico, mimo famelico, precursore dell’umorismo demenziale.

Il 15 aprile del 1967 venimmo da Piacenza in macchina Grazia Cherchi, io e Piergiorgio Bellocchio (alla guida) per partecipare nel pomeriggio a una assemblea, indetta all'università di Roma da studenti di varie organizzazioni contro la guerra americana nel Vietnam. Un po’ vilmente, l’intervento che preparammo insieme strada facendo lo facemmo leggere alla Cherchi, e siccome era molto polemico con il Pci, il buon Natoli dovette risponderci e, se ben ricordo, fu proprio nel mezzo del suo intervento che nella grande aula in cui eravamo raccolti entrò uno strillone ce n’erano ancora, e naturalmente non strillava affatto) a mostrare e vendere «Paese sera», il giornale romano del pomeriggio, che portava un immenso titolo luttuoso: «E’ morto Totò».

Uno o due o tre anni prima, avevo avuto un appuntamento con il principe per intervistarlo per una rivista francese, ma mi fermai a Firenze per un’altra riunione politica, sempre per il Vietnam, e Totò non mi aspettò, se ne andò a riposarsi a Lugano con Franca Faldini. Così non lo conobbi, anche se avevo avuto modo di ammirarlo per mezza nottata, una volta, a corso-Vittorio, mentre girava una scena di Risate di gioia con la Magnani, con Monicelli alla regia.

Strano che la morte di Totò e rincontro mancato con lui mi riportino al pre-68, alle prime risposte studentesche alla guerra del Vietnam, al maturare di una rivolta movimentista. Il mondo cambiava davvero, in quegli anni, e assestatosi il boom, esplosi in cinema la commedia di costume e il cinema di denuncia, in attesa di esplodere gli studenti e altri strati sociali, anche il pubblico di Totò era andato cambiando.

Il Totò degli anni Sessanta era un Totò ormai stanco, che aveva trovato in Pasolini il suo grande estimatore e si rinnovava con lui conquistando dimensioni attoriali inusitate. Non è che prima non avesse avuto buone e varie occasioni di maschera o di personaggio, dall’astrattezza avanguardistica della «marionetta disarticolata» mossa da tensioni quasi metafisiche alla concretezza plebea e pulcinellesca dell’affamato di cibo ma anche di sesso, di spazio, di libertà, di dignità. Dall’avanspettacolo sboccato al neorealismo (o alla sua parodia). Dal comico più spinto al grottesco e perfino a una sorta di tragico paradossale (Dov’è la libertà, il capolavoro mancato di Rossellini, il film meno buonista e cioè meno zavattiniano di tutti, come Bellissima di Visconti-Magnani... e Zavattini).

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Pasolini aggiunse alla sua storia di attore una corda nuova, di poesia estrema e dolorosa ora incantata e svagata e ora aggressiva e scatenata, un ritorno a radici popolari di un’alta poesia, piena di sgomento di fronte alla bellezza e impenetrabilità del mondo e alla durezza e cattiveria della storia, dell’economia...

Il Totò di quegli anni non era più il Totò del dopoguerra, perché l’Italia non era più quella di allora. E dopo la sua morte, era forse preventivabile che l’oblio lo circondasse prima che lo facesse suo una generazione di giovani (quelli del '77, di «una risata vi seppellirà») ricettivi e «ben disposti verso la "volgarità” che era stata dei loro padri. La riscoperta avvenne con Totò a colori, il film più "demenziale" di Totò e il più "tradizionale”, quello dove la maschera è più travolgente e meno umanizzata.

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Poi molti pubblici si sono avvicendati a godere e molti critici a narrare Totò. Grazie alla televisione egli ha raggiunto quantitativamente un pubblico enorme, quale non lo aveva mai avuto in vita. Diceva Paolo Volponi che Totò era diventato ormai una specie di folletto benefico, un «grillo del folclore», il focolare essendo stato sostituito nelle nostre case dalla televisione. Non era più la sboccata marionetta dell’avanspettacolo o la maschera famelica del dopoguerra, e neanche la silhouette poetica e plurisignificante dei film di Pasolini o quella funerea delle ultime farse. Era, è un’altra cosa: un fantasma benevolo e arguto, un tròll per nuove mitologie, un promemoria della storia di un paese che ha dimenticato troppo presto la sua fame e le sue tradizioni, e che proprio grazie alla piccola presenza quasi quotidiana televisiva di Totò ha ancora la possibilità di confrontarsi con una identità antica, con il sottofondo di una antropologia, con lo specchio ormai appannato di un’esperienza collettiva.

Goffredo Fofi

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Un comico "neorealista”, figlio della miseria e della poesia di Napoli, crede di una tradizione antichissima e popolare? Ma ci faccia il piacere. «Totò era un figlio delle avanguardie, un comico futurista, l’incarnazione più pura, anche se forse inconsapevole, di uno spirito portato a Napoli nei primi anni Dieci da Marinetti e compagni». Lo dice Furio Scarpelli, sceneggiatore con l'inseparabile Age di numerosi film del principe De Curtis. E lo ripete per duecento e passa pagine Alberto Anilc, giovane studioso catanese che al Totò degli inizi ha appena dedicato un bel libro documentato e partigiano (Il cinema di Totò 1930-1945. L'estro funambolo l'ameno spettro, Le Mani, 24.000 lire).

La coincidenza è significativa. Perché, avverte Scarpelli, «in questo Totò misterioso, che non coincide con i due Totò più noti, il guitto e il principe, c’è la chiave del suo successo che fu immenso e sorprendente. Come mai un personaggio cosi astratto, illogico, quasi metafisico, piaceva tanto, e subito, a tutti? Per capirlo ci vorrebbe il dottor Freud. Forse era il suo andare contro ogni ordine costituito, fosse pure quello grammaticale. Certo è che nell’Italia fascista il suo linguaggio bislacco c irriguardoso era diffusissimo fra i giovani. Dire "pinzillacchere”, imitare le sue cadenze, era un segnale, un codice di appartenenza. Anche per questo, in fondo, era così facile scrivere per lui. Avevamo tutti imparato a pensare come Totò. Di più: a essere Totò».

Fabio Ferzetti

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Totò extracomunitario.

Non è il titolo del film che il principe de Curtis interpreterebbe se fosse ancora fra noi. E’ l'idea che frulla in capo a Mario Monicelli: rifare Totò cerca casa, il primo dei suoi sette film con il grande comico napoletano, portandolo ai giorni nostri. «A una condizione però», avverte Monicelli. «Il nuovo Totò dev’essere nero, non bianco. Il dopoguerra è finito per noi, non per gli immigrati. Il problema è l’attore. Ci sono un paio di comici di colore popolarissimi in Francia che andrebbero bene: tipi estremi, molto ”sbragati” e di strepitosa comunicativa, come Totò. Il primo è un nero del Burkina Faso, Abdul Rasmane detto Rasò. L’altro si chiama Snaim, è un mimo algerino. Per ora è un’idea, ma chissà...».

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Monicelli minimizza ma gli brillano gli occhi per l’eccitazione. Questo «Alì cerca casa», lo chiama così, è ancora un fantasma. Ma l’idea già lo affascina, lo riporta ai suoi inizi poveri e avventurosi. E difatti per rifare quel film, diretto in coppia con Steno nel lontano 1949, l’altra condizione indispensabile è il produttore. «Lo voglio giovane, fattivo e con pochi quattrini, proprio come allora. Il tono scanzonato e irruento, l’impatto dei nostri film nasceva da lì, dall’urgenza, dalla necessità di arrangiarsi», dice Monicelli. «Quattro settimane e via, si gira come viene, ci si guadagna in immediatezza. Dagli anni 50 in poi siamo diventati tutti esigenti, troppo. Siamo diventati "autori”. Prima non lo sapevamo, e forse era meglio così. Certo, ci vuole l’attore...».

Totò cerca casa, lo ricorderete senz’altro. Nell’Italia disastrata del dopoguerra un povero sfollato, Beniamino Lomacchio, vaga con la sua famiglia di rifugio in rifugio: un’aula scolastica, lo studio di un pittore, il Colosseo. E una notte da incubo nella casetta del custode del cimitero... Quell’Italia oggi non c’è più ma allora era sotto gli occhi di tutti. Anche quella comicità schietta, farsesca, da cinema muto, è scomparsa. Ma Monicelli è pronto a resuscitarla. «Lo dice anche Fori, e ha ragione. L’idea del comico di colore è sua. Ed è lui a insistere, giustamente, sulla comicità bassa». La più universale. Quella che passa ogni frontiera. Ed ecco la morale: Totò nume tutelare degli extracomunitari. Santo patrono della ”prima volta” di un gruppo sociale sempre più numeroso ma ostinatamente ignorato dal nostro cinema.

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Anche questo piace a Monicelli: il senso di scoperta, l’inchiesta necessaria a stendere la sceneggiatura, da scrivere con Furio Scarpelli, l’eccitazione del pioniere. «Il mondo degli immigrati e tutto da scoprire», si accalora. «Dopo la guerra eravamo tutti sulla stessa barca. Facevamo parte di quel mondo, ci veniva naturale raccontarlo. Oggi invece ci viene naturale stare in disparte. Per cui si dovrebbe andare casa per casa, scoprire tutti i traffici, le condizioni di vita, le religioni degli immigrati, oggi che si avvicina il Giubileo, i rapporti che hanno fra di loro e con noi. Tendono a non mescolarsi, questo lo sappiamo, e appena possono tornano a casa. Ma qui, come vivono? Sarebbe una bella occasione per fotografare dall’interno questa comunità. E senza impegno strappacore ma restando sul registro della farsa, che proprio perché leggera, a contatto con un problema così serio impone il massimo rigore».

Giovani produttori, siete avvisati. Quanto ai vecchi Ponti e compagni, che fecero miliardi con Totò, la storia reclama giustizia. Ricorda Monicelli: «Quando girava con altri compagni del varietà, come Fabrizi o Peppino, Totò andava a soggetto. Non si fermavano più, e noi non davamo mai lo stop». Oggi quei ciak perduti varrebbero oro. Ma «nessuno si rendeva conto di che tesoro fosse Totò, la pellicola si vendeva a peso», e addio inediti. E se qualche collezionista avesse nascosto un paio di rulli in cantina?

Fabio Ferzetti


Il Messaggero
Roberto Gervaso, Anna Lisa Martella, Goffredo Fofi, Fabio Ferzetti, «Il Messaggero», 12 aprile 1997