Franca Faldini: «Totò? Meglio di Gary Cooper»

Antonio Franca


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È un libro zeppo di fatti, di nomi, di dettagli anche piccanti, ma non è un libro pettegolo. Lo ha scritto una donna che è stata per quindici anni con Totò, ma non è un libro su Totò. E’ la storia di una italiana della buona borghesia che nel 1950, appena 19enne, prese un volo per Hollywood, ma non è un libro sulla Hollywood di quegli anni. O meglio è tutte queste cose insieme, con l’aggiunta di un’inezia che cambia tutto: un punto di vista. Il punto di vista discreto, elegante, ma ribadito in ogni pagina, della sua autrice. E cioè Franca Faldini, personaggio anomalo e prezioso, attrice per caso e per divertimento, compagna del principe Antonio de Curtis, in arte Totò, dai primi anni 50 alla fine. Ma anche giornalista, memorialista, autrice con Goffredo Fofi di libri-chiave come Totò: l'uomo e la maschera e quel fondamentale regesto in tre volumi intitolato L'avventurosa storia del cinema italiano.

Non capita spesso che di cinema scriva chi nel cinema è vissuto. Quando succede si tratta di biografie redatte da qualche "negro”, di libri-scandalo concepiti a tavolino per spremere la star di turno. Ma la Faldini non è mai stata - non ha mai voluto essere - una star: e proprio questo rende così eccentrico e sfizioso Totò, ma non soltanto (Baldini & Castoldi, 182 pagine, 26.000 lire), del quale anticipiamo alcuni passaggi.

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Catapultata quasi per capriccio a Hollywood, la giovanissima Faldini si muove come una sorta di Candido, ma un Candido donna, e di grande avvenenza, in un mondo in piena decadenza. E’ la Hollywood che sta uscendo dallo studio system ma ancora non lo sa. La Hollywood che non si è ancora ripresa dall’avvento della Tv, e che comincia appena ad affilare le armi. Una Hollywood ormai prigioniera del proprio mito, che ne rallenta i riflessi. Partita per dimenticare la guerra e le miserie cui, per metà ebrea, le è toccato assistere in Italia, la Faldini naturalmente tutto questo non può saperlo. Ma vede tutto, ricorda tutto, con la nettezza e talvolta la testardaggine che può opporre un’italiana emancipata alle follie di un mondo votato all’artificio.

Ci sono pagine molto belle, perché raccontate ”dall’intemo” ma senza compiacersi né compatirsi, sull’arte delle costumiste, sulla dittatura dei press agent, sulle bassezze del codice di autocensura, sul celebre truccatore della Paramount che la rifà come nuova. E c’è naturalmente una gran galleria di personaggi, fra Italia e Usa. Errol Flynn, sedotto da una sua gaffe, la ammette nel suo clan. Orson Welles la corteggia. De Sica la strapazza. Bob Hope la delizia (e la impressiona con il suo patriottismo impensabile per un’italiana uscita dal fascismo).

Dean Martin la fa litigare con Jerry Lewis, arrogante e pieno di sé. Intanto la Faldini diventa una starlet, conquista il titolo di "miss cheesecake”, trampolino di ben altre carriere. Ma molla tutto, ancora una volta quasi per caso, e toma in Italia in tempo per diventare la compagna - mai la moglie, malgrado la leggenda - di Totò. Che giganteggia nella seconda parte del libro. Dal primo incontro alla morte, vissuta con un supplemento d'angoscia per la loro condizione di irregolari (il parroco la fa addirittura uscire sul pianerottolo mentre dà al comico l’ultima benedizione).

Dallo stupore per quel suo fisico da mosaico bizantino” alla tenerezza con cui annota tutte le sue particolarità: l’amore per i cani e i bambini, l’odio per i filmastri e l’ammirazione per i suoi pochi veri registi, e poi le amicizie (la Magnani), le leggende (la sua fede monarchica), l’ipocondria (Totò che mette la maschera antigas quando il treno entra in galleria sembra uscito da un suo film), la vita coniugale. Ma sempre con una semplicità e un’ironia che conquista. Non ne avesse già uno, al libro della Faldini si potrebbe suggerire un sottotitolo: come andare a Hollywood e restare la stessa.

Fabio Ferzetti «Il Messaggero», 19 marzo 1997


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Di Gary Cooper a Hollywood restava proverbiale la rozzezza al tempo degli esordi. Fra le tante attrici che invaghitesi di lui lo avevano accettato ”a scatola chiusa”, Tallulah Bankhead, famosa primadonna il cui sarcasmo era feroce e paventato. Cooper, a un tratto, le aveva preferito l’erediteria Dorothy Taylor, divenuta per matrimonio contessa Dentice di Frasso la quale, sfilandoglielo letteralmente sotto il naso, se lo era portato appresso a Villa Madama, la splendida dimora romana del marito oggi sede del ministero degli Esteri. Ad anni e anni di distanza la Bankhead lo bersagliava ancora di frecciate per il fatto che da Dorothy si era lasciato docilmente riplasmare a immagine e somiglianza dei gentiluomini europei [...].

E dunque, via a un corso accelerato di eleganza e savoir-faire, via al mitico sarto Caraceni e al maestro della calzatura cucita a mano Gatto che lo avrebbero sbarazzato per il resto dei suoi giorni delle orride giacche informi, dei pantaloni e delle camicie dozzinali, degli stivali da cowboy, delle fibbie argentate che tanto gli piacevano... Di quella lontana metamorfosi avevo avuto una diretta testimonianza dal conte Paolo Gaetani [...].

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Intimo dei Dentice e loro ospite anche lui nel così detto periodo blasonato dell'attore, Paolo aveva assistito alla telefonata con cui la Bankhead nel dire addio per sempre al perduto amore gli aveva preannunciato l’invio di un dono di commiato in cui avrebbe potuto rispecchiarsi chi tanto ci teneva a imitare il dandismo coronato. Di lì a non molto, dalla solida cassa in legno di uno spedizioniere recapitata per Cooper a Villa Madama era emerso un grosso scimpanzé inebetito dai sonniferi che, tra un coro di «Ma è divino! Quanto è simpatico!», era stato posto in libertà nel parco affinché ne smaltisse l’effetto. Entro un paio d’ore l’animale, tornato arzillo e vigile, aveva creato il fuggi fuggi prendendo a sassi, sputi e sconcezze d’altro genere chiunque gli comparisse davanti.

Benché lo osservassi con mirata attenzione, mi fu impossibile intravedere il Gary Cooper degli inizi nell’uomo che mi accolse a un party a casa sua. In lui e in tutto ciò che lo attorniava, dalla moglie agli arredi di pregio, non vi era traccia di quel certo non so cosa che smaschera il burino verniciato da signore. L’affabilità, il garbato umorismo, la galanteria discreta, la gestualità pacata mi parvero innati quanto la trasparenza azzurra del suo sguardo e il sorriso disarmante. [...]

* * *

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«Signora Faldini? Lei è la signora Franca Faldini, la moglie di Totò, vero?»

«Si, no, voglio dire, sono stata la sua compagna. Io, semmai, da tanto sono la moglie di un uomo che non ha nulla a che vedere con lo spettacolo...»

Non è raro che qualche acuto fisionomista, riconoscendomi per strada benché gli anni decorsi da quel tempo non mi siano certi scivolati sopra, provi l’impulso di bloccarmi per parlare dell’artista col quale ho diviso la vitai dal febbraio 1952 al 15 aprile 1967, data in cui egli lasciò per sempre questo mondo corredato di un certificato dove era scritto: celibe.

«E’ grande, è una forza!» dicono invariabilmente questi estimatori con voci in cui non si riscontra il tomo mesto e nostalgico tipico di chi rievoca qualcuno che non c’è più. Piuttosto, vi si ritrova invece un entusiasmo tutto al presente; come se Totò, per loro, non fosse affatto solo il ricordo di un grande comico.[...]

Il viso asimmetrico richiamava alla mente quello di certi mosaici bizantini che avevo visto a Ravenna nella basilica di Sant’Apollinare in Classe. Della figura asciutta ma affatto mingherlina, la sproporzione fra torace e gambe avrebbe potuto armonizzarsi con un paio di tacchi da ballerino di flamenco. Che ricordava nella scattosità delle movenze e nello scuro sguardo translucido, a tratti ombroso benché dolcissimo di fondo, quasi che dentro vi navigasse una lacrima. Unica concessione alla stravaganza in una eleganza fin troppo classica e discreta era la predilezione per "Tabac Blonde”, il persistente profumo di Caron di cui si inondava spandendone una scia attorno e su tutto quanto veniva in suo contatto, come un animale che delimita il proprio territorio. [...]

Per gli "sfizi dolci” aveva avuto un debole, lo sapevano tutti nell’ambiente del teatro e del cinema benché non fosse affatto uno di quegli uomini che si gloriano delle conquiste femminili. Insomma, Un turco napoletano non è soltanto il titolo di uno dei suoi film; le donne gli piacevano, e lui a loro, appena venivano spiazzate da un fascino inatteso in chi le aveva attratte soprattutto per via della comicità.

Come egli stesso ammise negli anni Cinquanta in una intervista rilasciata a Oriana Fallaci: «[...] Io le amo tanto, le donne, che riesco persino a non esserne geloso. Tanto, a che serve esserlo? Se una donna ti vuole bene è fedele, se non ti vuole bene ne prendi un’altra... Adesso riesco a essere fedele. Prima no. Ma per l’uomo è diverso, l'uomo è poligamo; scusi, lei ha mai visto dieci galli con dieci galline? Io no. Io ho sempre visto dieci galline e un gallo solo. Però, se fossi musulmano...»

Per quanto torna a a me, la sua dichiarazione sulla fedeltà era da prendersi col beneficio dell’inventario quanto quella sulla gelosia. Se le mie intuizioni non furono errate qualche "sfizio dolce” lui se lo tolse anche durante la nostra convivenza, benché epidermico e fugace, un "frizzo”, tanto per usare il suo linguaggio.[...]

St. Tropez, invece, era riservata alle parentesi mondane. [...] Una mattina, tornando dall’acquisto di un paio di baguette per la giornata in mare, scorgemmo un assembramento sul porto proprio davanti all’emporio Vachon. Intrufolandoci, arrivammo sotto un grosso yacht dove, seduto in coperta, un uomo bianco di capelli si faceva radere dal barbiere locale. La gente attorno mormorava: «Mais oui, c’est lui», con lo stesso tono estatico di chi guarda un acrobata sul filo. L’uomo levò il volto mezzo ricoperto dalla schiuma e, per lo spazio di un attimo, regalò ai presenti l’accenno di quello che poteva essere un sorriso ma anche un ghigno. Era Charlie Chaplin.

Fu come se davanti agli occhi di un Antonio bambino si fosse materializzato Mandrake. E infatti continuò a fissarlo, rapito quanto gli altri. «Be’, sì» mormorò un paio di volte, quasi parlasse con se stesso. «Però...»

«Be’, sì... però... cosa?» chiesi.

«Be’, si, che artista immenso! Però, è anche vero che lui evidentemente ha bisogno di truccarsi coi baffi e il cappelluccio per rendere comici i suoi tratti mentre io no, mi basta muoverli».

«Perché non andiamo a salutarlo?» proposi.

«Ma che ti sei ammattita? Vedrai che adesso vado lì e dico: "Signor Charlot, permette? Sono un collega, abbiamo in comune il nome d’arte con l’accento sulla o!”. E sai a lui quanto gliene fotte, quello non sa neppure che esisto!». E mi trascinò via. 

Franca Faldini, «Il Messaggero», 19 marzo 1997


Il Messaggero
Franca Faldini, Fabio Ferzetti «Il Messaggero», 19 marzo 1997