La scomparsa di Totò: siamo uomini o caporali?

Totò

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Totò se ne è andato improvvisamente, per un infarto, la notte tra il 14 e il 15 aprile, all’età di 69 anni. Il giornale-radio — di solito così fedele e ligio a tutto ciò che è ufficiale e governativo — ha aperto il suo notiziario del 15 con la notizia della morte di Antonio de Curtis, in arte Totò, e con un’intervista a Castellani che fu per anni la fedele «spalla» del grande comico. Totò ha recitato, nel teatro, nel cinema, alla radio e alla televisione, per quasi mezzo secolo e non c’è italiano che non gli debba almeno un sorriso, un’ora di buonumore. (A Léopoldville, la piccola comunità italiana, da anni, ogni domenica sera si riunisce per rivedere uno sbiadito film di Totò: «San Giovanni Decollato».) Perché Totò è stato un grande comico, l’ultimo di una serie che, avendo le radici nelle maschere del teatro romano, comincia con la Commedia dell’Arte. Dopo Totò rimangono molti caratteristi, brillanti attori, ma più nessuna maschera, nessun artista cioè che sappia fare scoccare la scintilla del riso col suo solo apparire. Anche per questo la sua partenza ci rattrista tanto. Lo ricordiamo pubblicando alcune foto che rappresentano momenti della sua arte e riproducendo quanto egli stesso scrisse di sé nella prefazione al libro «Siamo uomini o caporali?» (di Ferraù e Passarelli, ed. Capriotti, Roma).

Le confessioni di Totò

Ho sempre diligentemente evitato di scrivere articoli, prefazioni, prolusioni, orazioni, ricordi, massime e sentenze, pensieri, meditazioni, zibaldoni, viaggi intorno alla mia camera, dialoghi, giornali intimi. La fatica teatrale — recitare cioè ogni sera per diverse ore — ha sempre costituito, per me, un equo scotto da pagare per la mia discendenza da Adamo, e cioè da un uomo condannato al lavoro. In questi ultimi tempi, però, vi confesso, dopo tanti anni di ozio letterario, ho derogato dalla regola impostami fin da ragazzo, e ho scritto qualche verso, che potrete leggere in questo libro. Nella vita, basta derogare la prima volta, per derogare anche una seconda: e così ho acconsentito, me, vivente, di scrivere, in collaborazione con due amici, una serie di quadri dove vengono tracciati alcuni episodi della mia vita.

Fasi, per lo più, tristi: in così violento contrasto con la mia vita di attore comico, di attore cioè impegnato a far divertire il pubblico. Forse, in tutto ciò, si applica la legge della compensazione che orchestra le vicende degli uomini. Un attor comico, fortunato sulle scene e sempre sorridente nella vita, costituirebbe un paradosso. A lui deve bastare la finta felicità e la falsa allegria manifestate sulle tavole dei palcoscenici.

Ma non divaghiamo.

Vi dicevo di aver deciso, dopo tante insistenze da parte di amici e di ammiratori, di erigere il mio busto nella Villa Borghese delle Lettere. A dir tutta la verità, inizialmente, avrei voluto soltanto scrivere un breve articolo per chiarire il vero significato contenuto nella frase: «Siamo uomini o caporali?», da me pronunciata, nel corso di una rappresentazione, e divenuta ormai popolare in Italia.

Questa frase, nata durante la mia prima giovinezza, mi è sempre servita come sistema metrico decimale per misurare la statura morale degli uomini, e mi è servita, nuovo entomologo, per classificare l’umanità in due grandi categorie. Non si trattava di una semplice battuta, nata, magari spontaneamente, sul palcoscenico, al di fuori del copione, come mi è qualche volta accaduto. Né, tanto meno, mi è nata annotando modi dire di uso comune che, poi, ripeto sulla scena.

A tal riguardo debbo chiarire che alcune mie frasi e caratterizzazioni, rimaste famose, traggono la loro origine dal caso. Scusatemi quindi se mi allontano per un momento dal tema, e consentitemi di raccontarvi come sono nate alcune «battute», come ho composto alcuni «tipi». Sarà un’utile introduzione alla spiegazione della frase: «Siamo uomini o caporali?».

Anni addietro, mentre recitavo nella rivista «Tarzan», in attesa del mio turno, approfittai del breve respiro concessomi per avvicinarmi lestamente alle quinte e bere un sorso di caffè. Il turno mi toccò, purtroppo, prima di quanto avessi calcolato, e, con un sorso di caffè ancora in gola, dovetti rivolgermi al mio interlocutore, pronunciando, mezzo soffocato e quindi con una accentuazione errata: «Indovina un bo’...», invece di «Indovina un po’...». La frase fece subito presa sul pubblico, e molti, per diverso tempo, ripeterono con me: «’ndòvina un bo’...».

Qui, intervenne il caso.

La maggior parte delle volte, però, seguendo la mia formula dell’umorismo teatrale, ho preferito rifare il verso a modi di dire ormai invalsi nell’uso comune e adoperati, spesso, da molte persone con un certo tal tono di saccenteria e di prosopopea: «A prescindere...», «Apoteosi», «Comunque...», «Io sono un uomo di mondo...». Altre volte, mi è accaduto di pronunciare frasi formulate d’improvviso sulla scena, in risposta ad una battuta errata del mio interlocutore.

Tra i miei modi di dire che hanno trovato la loro radice in esperienze dirette, abbiamo la frase che dà il titolo a questo volume: Siamo uomini o caporali? Da molti anni, questa interrogazione che, spesso, pronuncio sul palcoscenico, oltre a suscitare l’ilarità, ha spinto gli spettatori a chiedersi il preciso significato che do ad essa. Le varie interpretazioni, come accade spesso in simili frangenti/ sono risultate inesatte o incomplete o infondate. In verità, la storia di questa frase trova le sue origini nella mia vita militare.

Dunque...

Ero poco più che un ragazzo, quando mi decisi ad avanzare la domanda di volontario al Distretto Militare di Napoli. Mi assegnarono al 22° Reggimento di stanza a Pisa. Poiché avevo imparato che, tra gli esercizi militari, il meno penoso e il più semplice era quello di marcare visita, divenni, modestamente, uno specialista in materia.

I miei superiori non ritennero di valutare con il mio stesso metro le continue visite all'infermeria, e, appena si presentò l'occasione, mi trasferirono al 182'’ Battaglione di Fanteria destinato in Francia, presso un reparto di marocchini. Non era mia intenzione di avere a che fare con tale genìa di soldati di colore; perciò presi la determinazione di evitare con essi spiacevoli fatti personali.

Durante il viaggio di trasferimento, e precisamente alla stazione di Alessandria, accusai un tale repertorio di malesseri da dover essere ricoverato di urgenza all’ospedale militare del luogo. Il convoglio con gli altri soldati continuò il suo viaggio ed io, appena dimesso dall’ospedale, fui inviato all’87° Reggimento di Fanteria. Però le mie peregrinazioni non dovevano considerarsi ultimate. Il destino aveva deciso di farmi fare la conoscenza diretta dei più noti reggimenti italiani. Infatti, di lì a poco, si liberarono di me, lavativo per eccellenza, e fui assegnato all’88'’ Reggimento di stanza a Livorno.

Fu in questo glorioso Reggimento che ebbi come graduato il famigerato caporale, il caporale per antonomasia, il caporale a vita, uno di quelli cioè che ti fanno odiare, per un numero imprecisato di generazioni, la vita e il regolamento militari! Egli era stato promosso caporale per assoluta mancanza di graduati disponibili, pur essendo quasi analfabeta.

A quei tempi mi piaceva la vita brillante del giovane di buona famiglia senza pensieri, sospiravo il suono della tromba che dava il via alla libera uscita e — rendendomi simpatico ai superiori con le mie macchiette teatrali — tentavo di conquistarmi la esenzione dai servizi di guardia e di corvées che coincidono, puntualmente, con il permesso serale.

Ma... Cera un «ma» che sbarrava le mie intenzioni e i miei propositi; ed era incarnato da quello strano tipo di caporale ignorante e presuntuoso il quale — animato da una irragionevole idiosincrasia nei confronti dei «militar soldati» — abusando del suo grado, riusciva a privarci della sospirata breve libertà. Per quel che mi concerne, posso assicurarvi che mi riservava i servizi più umili e più bassi: la pulizia delle camerate, dei gabinetti e del cortile, la pelatura delle patate avevano in me l’abituale esecutore.

Durante le punizioni che mi toccava scontare, rimuginavo in me un rancore senza fine nei confronti dei caporali, verso coloro cioè che, muniti di un’autorità immeritata e forti di una disciplina che impone ai sottoposti l obbedienza senza discussione, esercitano tali loro meschini poteri con un atteggiamento da piccoli Ezzelinì da Romano.

***

Rientrai nella vita civile con il bagaglio della mia esperienza militare. Cominciai allora ad applicare questo sistema di catalogare le persone, in base ai miei rapporti tenuti sotto le armi con i caporali (non tutti, intendiamoci, sono così. Parlo solo di quei dati caporali odiosi anche ai loro colleghi). Abitualmente, le persone che si frequentano vengono divise in amiche o nemiche, utili o nocive, buone o cattive. Io le divido in uomini o caporali.

Per fare un esempio: la famiglia dei miei nonni paterni che si oppose, per ragioni di nobiltà, ai matrimonio di mio padre con mia madre, appartiene ai caporali. Lo scrittore Curzio Malaparte, che per vendere il suo libro La pelle ha inventato fatti di sana pianta, diffamando Napoli e i napoletani, deve considerarsi inquadrato nel plotone dei caporali. Infine, a voler ricercare l’origine prima di questa mia classificazione, dovrei richiamarmi a Dante Alighieri che un metro fondamentalmente analogo adoperò nel. gettare nell’Inferno i suoi nemici e avversari; e nell'elevare al Paradiso tutti coloro che amò o di cui vantò l’amicizia.

E' Dante che, nel canto V del Paradiso, ebbe a comporre il famoso verso:

Uomini siate e non pecore matte

che, in base alle mie considerazioni, potremmo modificare in:

Uomini siate e non dei caporali

Non è dei migliori endecasillabi. Però il suo contenuto riscatta la inevitabile deficienza poetica.

Antonio de Curtis


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IL MARCHESINO ANTONIO - Il grande comico nacque a Napoli, in via S. Maria Antesaecula, il 7 novembre 1897, da Anna Capitani (una modesta, bellissima fanciulla di 17 anni) e dal marchese Giuseppe de Curtis. In questa foto del 1905, il marchesino Antonio non ha ancora il volto asimmetrico, frequenta la terza elementare dove è stato retrocesso dalla quarta per «scarso rendimento». Ma la madre non dispera ancora di farne un ufficiale di marina. Finite a stento le elementari, il ragazzo entrerà nel collegio Cimino. Qui, un giorno, riceve dal primo «caporale» della sua vita, un prefetto dell’istituto, un pugno che gli frattura il setto nasale e gli provoca un trauma ghiandolare: il viso comincia a deformarsi. Ora, appena apre bocca, con «quella faccia» tutti si mettono a ridere. Così nasce il progetto di fare della disperazione propria e della madre il divertimento altrui.
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IL COMICO TOTO’ - Contro il volere della famiglia, dopo anni di stenti e di fame, dopo oscuri esordi in teatrini e in «café-chantants», il marchese Antonio de Curtis, divenuto ormai Totò. affronta nel 1921 il turbolento pubblico dello «Jovinelli» di Roma, un teatro di varietà dove un esordiente «o vinceva o moriva». E Totò vinse, come «comico grottesco», vinse con le sue smorfie, le sue contorsioni, la sua capacità di improvvisare. Fu chiamato al Teatro Nuovo di Napoli, dove lavorò per la prima volta in una rivista, «Messalina». Poco dopo entrò a far parte della formazione Maresca e trovò il successo a Milano e a Torino. Nel 1937 ebbe una formazione propria: vedette e impresario. Apparve per l'ultima volta in rivista al Nuovo di Milano, in uno spettacolo intitolato «A prescindere», nel 1957, interrotto poi per l’aggravamento del male agli occhi.
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UN TRAGICO AMORE - Nel 1929. Totò, già noto anche se non ancora celebre, conobbe Liliana Castagnola, una, dicono, bellissima vedette del «café chantant», di origine genovese, che nell'irrequietezza e negli amori ricalcava le orme delle «stelle» della Belle époque, Un industriale, eoi quale viveva, le sparò e poi si uccise. Ma Liliana sopravvisse sfregiata appena da una stellina rossa sulla fronte che aggiunse una nota tragica al suo fascino. Fu allora che incontrò Totò. Tra i due nacque una non facile relazione che tra alti e bassi continuò per qualche mese. La Castagnola un giorno propose a Totò di «fare compagnia insieme», ma il comico napoletano aveva già concluso con un’altra vedette, Cabiria, ed era in partenza per Padova. Disperata, la Castagnola si uccise in una «pensione per artisti» con due tubetti di «Dinal». E’ sepolta nella tomba di famiglia di Totò.IL MATRIMONIO - Nel 1932 Totò. a 36 anni, sposò con rito solo civile una ragazza di 16, Diana Rogliani Sereno di San Giorgio nata a Bengasi da famiglia napoletana e conosciuta a Firenze. Poco prima, uno zio dell'attore, il marchese Francesco Gagliardi, essendo senza eredi diretti, volle che il nipote assumesse anche i predicati della sua casa (ed è per questo che il nome dei Gagliardi entra nella storia e nel biglietto da visita di Totò), sicché, ai nomi, non pochi, di casa sua. Diana dovette aggiungere quelli, aumentati, del marito. Ma l’unione non fu felice nonostante che nel ’35 il matrimonio fosse celebrato anche religiosamente, e nel 1939 ci fu la separazione civile, ottenuta in Ungheria e registrata in Italia (allora si poteva ancora). Diana sposò poi l’avvocato Tuffaroli, legale del mondo cinematografico, e anche questo secondo suo matrimonio non fu felice.
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LA DISCENDENZA - Dal matrimonio con Diana Rogliani, Totò ha avuto una figlia (nella foto), alla quale impose il nome di Liliana, in ricordo di Liliana Castagnola uccisasi per lui. La figlia, sposatasi con il produttore cinematografico Buffardi (nonostante l'opposizione del padre), ha avuto due figli, Salvatore Antonio (che ora ha 15 anni) e Diana, di 13. Totò ha continuato anche per suo nipote la «battaglia araldica» e ottenne dal Consiglio grande di San Marino di poter aggiungere al cognome del nipote uno dei suoi predicati: conte di Ferrazzano. Successivamente, un decreto del Presidente della Repubblica italiana ha concesso al giovane Salvatore Antonio Buffardi di Ferrazzano di aggiungere al proprio cognome quello dei de Curtis che, secondo la leggenda, sarebbero i discendenti del patrizio romano Marco Curzio che si gettò col suo cavallo in una voragine.GLI ANNI D’ORO - Gli anni d’oro di Totò, come comico di rivista, vanno dal ’40 al ’50. Il suo autore preferito fu Michele Galdieri e le riviste più famose sono: «Volumineide», «Bada che ti mangio», «Che ti sei messo in testa?», «Quando meno te lo aspetti», «L’Orlando curioso», «C’era una volta il mondo». Il suo atteggiamento è quello burattinesco, che lo rese famoso. Insieme con i suoi travolgenti finali ritmati sulla marcia dei bersaglieri, il suo «viso deragliato» e la sua capacità di far roteare il cravattino, muovendo, in un modo che sapeva fare solo lui, il suo incredibile pomo d’Adamo.
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LO SKETCH PIÙ’ FAMOSO - Nella rivista «C’era una volta il mondo» (1946-1948), c’era uno sketch che la prima sera durò dieci minuti e alla fine della tournée era arrivato a quaranta. Si tratta della più famosa scenetta interpretata da Totò (nella foto è con Sandra Milo nell’edizione TV dello sketch), la scenetta del «vagone-letto». A rileggere ora il testo, tutto basato su facili giochi di parole, non si capisce che cosa ci fosse tanto da ridere. C’era appunto lui, Totò, alle prese con una bella donna e con un onorevole presuntuoso. E tanto gli bastava per suscitare boati di risate. Anche questo sketch apparirà alla TV nella serie «Tutto Totò». E forse solo ora, dopo quanto si è scritto sulla sua vita, il pubblico si accorgerà che dietro a quella maschera c’era un uomo diverso, schivo e generoso.LA GUERRA DEL BLASONE - Mentre il comico Totò galoppa di successo in successo, l’altro uomo che è in lui, ossia il marchese Antonio de Curtis, lotta con puntigliosa tenacia per aggiungere nuovi splendori al blasone di famiglia. E’ questa la rivincita contro la famiglia de Curtis che non ha mai approvato e accettato il matrimonio del padre di Totò con una donna del popolo. Con sentenze della pretura di Napoli, riesce a farsi riconoscere il titolo di «altezza imperiale», quale discendente degli imperatori di Costantinopoli. Sul suo biglietto da visita spicca uno stemma dove «l’araba fenice guarda il sole nascente», con la data 362 avanti Cristo. Sotto una lunga fila di titoli e di predicati: «Antonio Focas Flavio Griffo Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, Gagliardi, principe, conte palatino».
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IL CINEMA LO SCOPRE - Nel 1937, il cinema scopre Totò. Il comico fece la sua prima esperienza in «Fermo con le mani» e la seconda in «Animali pazzi» (1938). Ma fu solo in «San Giovanni decollato» del 1941 (nella foto) che recitò come protagonista e in cui l’Italia scoprì il formidabile comico. Colpì particolarmente la mimica della preghiera, a imitazione di una vecchina bigotta. Da allora Totò interpretò oltre cento film, quasi tutti affidati più alle sue qualità e alla sua forza che alle invenzioni della sceneggiatura. La malattia agli occhi è nata a causa dell’irritazione provocata dalle luci dei proiettori dei teatri di posa. Totò ha girato fino a 16 film in un anno. Nel 1951 ebbe il nastro d’argento per la sua interpretazione di «Guardie e ladri», un film dove finalmente la sceneggiatura era degna dell’interprete. Dopo molte perplessità, Totò aveva accettato di rievocare per la TV i suoi sketch. La serie andrà in onda tra poco.IL GRANDE AMORE - Franca Faldini (nella foto), nata a Roma nel 1931, tornata in Italia dagli Stati Uniti con una certa popolarità per essere stata eletta «Miss torta di formaggio», è stata il grande, vero amore di Totò. La sposò, solo civilmente, nel 1953 a Lugano, dato che il suo matrimonio religioso con Diana era ancora valido per la Chiesa. Dalla Faldini ebbe un bimbo, Massimiliano, che però morì subito dopo la nascita. Per lei arredò una grande bella casa al n. 4 di via Monte Parioli, per lei che avrebbe voluto viaggiare spesso acquistò un panfilo sul quale non mise quasi mai piede. Quando la signora Franca era in navigazione doveva procedere «bordeggiando bordeggiando» sicché Totò, che le si affiancava sulla strada in macchina, potesse perderla di vista il meno possibile.
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L’ULTIMO PERSONAGGIO - Poco prima di morire Totò ha terminato l’episodio «Che cosa sono le nuvole», facente parte del film «Capriccio italiano», scritto e diretto da P. P. Pasolini. La foto ce lo mostra in atteggiamento da burattino. Così, con un burattino, come era cominciata, si chiude la cinquantennale parabola di Totò, che qualcuno ha voluto avvicinare a Petrolini ma che non sopporta invece classificazioni e raffronti. I registi infatti dovevano prenderlo così com’era, persino per parti famose e già prefigurate (come quella di fra' Timoteo nella «Mandragola» del Machiavelli). Era un personaggio, una maschera metafisica e stramba e forse il solo ad averlo pienamente capito è stato appunto Pasolini che in «Uccellacci e uccellini», «Le streghe» ed ora in «Capriccio italiano» cercò di usarlo più come maschera fiabesca e irreale che come attore comico. Tra i film precedenti ricordiamo: «I due orfanelli», «Totò le Moko», «Napoli milionaria», «Totò cerca moglie», «Totò al Giro d’Italia», «Fifa e arena», «Yvonne la nuit», «L'imperatore di Capri», «Totò sceicco», «Guardie e ladri», «L’uomo, la bestia e la virtù», «Il più comico spettacolo del mondo», «Una di quelle», «Miseria e nobiltà», «Tempi nostri», «L’oro di Napoli», «Siamo uomini o caporali», «I soliti ignoti».CALA IL SIPARIO - Questa foto, insieme con quella che apre il servizio e che sembra il commiato di un uomo e di un attore, è stata scattata dal nostro fotografo nell’abitazione di Totò, pochi giorni prima che egli morisse. Il giorno 13 egli ha dovuto sospendere i suoi impegni per un lancinante dolore di stomaco. I medici lo tranquillizzarono, l’elettrocardiogramma, subito fatto, non rivelava nulla, al di fuori di un piccolo infarto che egli aveva subito qualche anno prima senza neppure accorgersene. Invece, la sera del 14, Totò si è improvvisamente aggravato e nelle prime ore del 15 è spirato dopo aver detto alla signora Franca e al cugino: «Portatemi a Napoli, sto per morire...». Qualche ora prima aveva ascoltato l'ultimo disco con una sua poesia intitolata «’A livella», cioè «La morte».

Il Piccolo
Antonio de Curtis, «Domenica del Corriere», anno LXIX, n.18, 30 aprile 1967