Totò e Carolina - Rassegna Stampa

1952 Toto e Carolna Stampa

1954 Toto e Carolina Zurlo

Totò, Carolina e la censura. La cronaca dell'assurdo

17 Gen 2014

Totò e la censura

TOTO' E LA CENSURA Indice La censura ed il suo sistema: dalle origini ad oggi Incontri ravvicinati con Totò e la censura degli anni '50 Intervista a Luigi Zampa a proposito della censura nel cinema Totò, il governo e le forbici della censura Totò,…
Andrea Sanseverino, quadernidaltritempi.eu, quicampania.it, Paolo Mereghetti, Piero Calderoni, lazionauta.it, cinecensura.com, Angelo Olivieri
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04 Ott 2016

Piero Agnolozzi, lo stuntman di Totò raccontato dalla figlia

Piero Agnolozzi, lo stuntman di Totò raccontato dalla figlia Mio padre Piero Agnolozzi è morto nel 1978 a 62 anni. Non è mai stato intervistato; non gli spiaceva lavorare "nell'ombra". Non so esattamente quando iniziò a lavorare con Totò, ma so che…
Federico Clemente, Nadia Agnolozzi, Simone Riberto, Daniele Palmesi
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Totò poliziotto non piace a poliziotti

Totò poliziotto non piace a poliziotti La storia del poliziotto Totò e della “sbandata” Carolina, benché risolta in tono bonario e distensivo, ha determinato un inconcepibile irrigidimento da parte degli organi di censura. Niente visto: neanche con…
Stelio Martini, "Cinema Nuovo", anno III, 15 aprile 1954
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Con Macario e Totò i fascisti ridevano verde

Con Macario e Totò i fascisti ridevano verde Prima della guerra non fu il cinema dei telefoni bianchi ma quello di comici vecchi e nuovi che prendevano per i fondelli il Duce e i gerarchi a fare la parte del leone. Lo si scopre alla retrospettiva di…
Claudio Carabba, «L'Europeo», 21 giugno 1991
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Monicelli: la sera cantavamo con Totò

Monicelli: la sera cantavamo con Totò Steno ed io diventammo registi per caso quando inventammo «Totò cerca casa». Per «Risate di gioia» la Magnani non lo voleva: «Abbassa il tono del film» «O«k, parliamo dell'estate 1949. Allora girai il mio primo…
Liliana Madeo, «La Stampa», 15 luglio 1992
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28 Apr 2021

Totò e le Totoate: la critica «negativa» e «distruttiva»

Totò e le Totoate: la critica «negativa» e «distruttiva» Negli ambienti del cinema le chiamavano le «totoate». Occorre spiegare il termine? Erano i film che Totò, incapace di rifiutare un invito, interpretava senza sosta, teso soltanto a dare un…
Daniele Palmesi, Federico Clemente
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Totò trenta anni dopo: la rassegna stampa

Totò trenta anni dopo: la rassegna stampa Il settimanale specializzato «Film TV» nel numero 17 pubblicato nell'aprile 1997, in occasione del 30° anniversario della morte di Totò ripercorre la vita personale e artistica del grande attore napoletano,…
«Film TV», anno V, n.17, 20-26 aprile 1997-Giuseppina Manin, Pasquale Elia, «Corriere della Sera», aprile 1997-R. Ch., Giancarlo Governi, Gabriella Gallozzi, «L'Unità», aprile 1997
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18 Dic 2021

Totò contro Scalfaro - Il caso del prendisole

Totò contro Scalfaro - Il caso del prendisole I fatti. Roma, mezzogiorno e mezzo del 21 luglio 1950, che afa fa! Un certo appetito l'on. Oscar Luigi Scalfaro ce l’avrebbe pure. Prima il digiuno per la comunione all’alba, poi tutti quegli appunti…
Daniele Palmesi, Federico Clemente
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Toto e Carolina 1953 04 10 Cinema logo
«Cinema», 10 aprile 1953
1955 01 30 Vie Nuove Censura L
«Vie Nuove», 30 gennaio 1955

«Se vi capitasse in questi giorni di percorrere la via Appia Nuova, potreste imbattervi in un gippone, guidato da un brigadiere e con a bordo una bella e giovane ragazza. Guardando bene, vi accorgereste che l'arcigno brigadiere non è altri che il popolare attore Totò, il quale per l’occasione porta un paio di fieri baffetti, e che la ragazza dall’aria dimessa e un po’ triste è Anna Maria Ferrero. Dietro qualche curva, infine, scoprireste il regista Mario Monicelli, in agguato dietro la macchina da presa per ‘girare’ i vari passaggi dello strano gippone.

Il film che Mario Monicelli, questa volta da solo e non più in coppia con Steno, sta realizzando, si intitola Totò e Carolina, e si ricollega, per lo spirito, il soggetto e l'interpretazione principale, a Guardie e ladri e a Totò e i re di Roma di Steno e Monicelli. Queste opere cinematografiche, come si sa, hanno detto qualcosa nel campo del film comico popolare; risultati assai felici sono stati raggiunti in Guardie e ladri, mentre su Totò e i re di Roma il giudizio è reso difficile dai feroci tagli che la censura ha imposto. In questi film, comunque, la comicità nasceva quasi sempre da una osservazione realistica, a volte anzi amara, della realtà quotidiana.[...] Durante una sosta, ci avviciniamo a Totò, ovvero al principe Antonio de Curtis, per scambiare con lui quattro chiacchiere. Totò, che si mostra interlocutore cordiale e premuroso, ci spiega come egli divide i suoi film in due categorie: quelli fatti di un umorismo meccanico e gratuito, che si basa su situazioni assurde o piccanti e su battute particolarmente efficaci, e quelli in cui invece l’umorismo scaturisce da situazioni tristi, o drammatiche, o addirittura tragiche; e fa i nomi di Napoli milionaria, di Yvonne La Nuit, di Guardie e ladri. [...] Prima di allontanarci, chiediamo a Monicelli un suo parere sul problema della censura e della libertà del cinema, che tanto appassiona l’opinione pubblica in questi giorni. ‘Non posso fare altro - risponde Monicelli - che rilevare l’assurdità della censura, soprattutto della censura preventiva; questa finisce col determinare nei registi una sorta di complesso che li costringe a vedere le cose in modo diverso da quello che essi vorrebbero.Tutto ciò appare ancora più assurdo quando si pensa che i film meno bersagliati dalla censura sono quelli che contengono vere e proprie offese al buoncostume. Se na censura dev’esserci, essa, tutt’al più, deve limitarsi alle offese al buoncostume, ma per il resto lasciare ai cineasti la più ampia libertà creativa.”»

Franco Giraldi, «L'Unità», 29 settembre 1953


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Totò farà un bagno nel Tevere, completamente vestito, perchè lo richiede il copione del film da Ini interpretato «Totò e Carolina». Totò poteva essere sostituito da una controfigura, ma ha rifiutato. Intanto, la pioggia dei giorni scorsi ha impedito alla troupe della Rosa Film di continuare a girare gli esterni nei dintorni di Roma, e la lavorazione si svolge ora in interni negli stabilimenti Ponti De Laurentiis. Il film è alla quarta settimana di lavorazione. «Totò e Carolina», che è diretto da Mario Monicelli, racconta le disavventure di un burbero brigadiere di pubblica sicurezza (Totò) che, durante una retata a Villa Borghese, arresta una giovane, Carolina (Anna Maria Ferrero). Egli la crede una prostituta, invece la ragazza stava cercando di suicidarsi perchè abbandonata dal seduttore. Alla fine il brigadiere, vedovo con quattro figli, sposerà Carolina che i parenti non vogliono accogliere in casa quando essa torna al suo paese. Altri interpreti sono Arnoldo Foà, Gianni Cavalieri, Bruno Lanzarini, Tina Pica. Operatore Domenico Scala, direttore di produzione Alfredo De Laurentiis.

«Il Piccolo di Trieste», 20 ottobre 1953


1953 11 14 Le ore Toto e Carolina intro

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1953 11 14 Le ore Toto e Carolina f2

In questi giorni Totò sta lavorando a un nuovo film girato a Roma e a Viterbo con la regìa di Ennio Flaiano. Il film si chiamerà «Totò e Carolina» e la parte di Carolina è stata affidata alla giovanissima Anna Maria Ferrero. Nel film Totò sarà un brigadiere della Celere, in attesa di andare in pensione per raggiunti limiti d’età e si chiamerà Caccavallo. Carolina, una sera, viene arrestata in una retata compiuta dalla polizia al Pincio e condotta in questura. Ma Carolina non è «una di quelle». Non era andata a Villa Borghese in cerca di compagnia, ma in preda alla disperazione, aveva vagato per la città cercando di suicidarsi. Un tale l'aveva sedotta, e poi l'aveva abbandonata. Carolina piangendo rivela che aspetta un figlio al commissario e questi, che è un buon uomo, tenta di calmarla e l'affida al brigadiere Caccavallo perchè l'accompagni al paese. Durante il viaggio compiuto con una vecchia jeep, Carolina tenta ancora di togliersi la vita e Totò deve faticare per impedirle di commettere sciocchezze. Al paese nessuno è disposto a prendere in casa Carolina. Totò tenta con tutti, ma non c'è niente da fare: intanto la ragazza comincia ad affezionarsi al brigadiere che è vedovo e solo e non ha avuto figli. La conclusione è facilmente immaginabile: Totò sarà nonno.

1953 11 14 Le ore Toto e Carolina f3Anna Maria Ferrero è una delle più giovani attrici del cinema italiano ed è già una delle maggiormente affermate. Fu scoperta da Claudio Gora che cercava una ragazza giovane per «Il cielo è rosso». In seguito Curzio Malaparte, che era rimasto favorevolmente impressionato dalle sue qualità, la chiamo per il suo «Cristo Proibito». Da allora ha interpretato una diecina di film con ruoli diversi, dando sempre prova di essere un’attrice sensibile.

1953 11 14 Le ore Toto e Carolina f4Una smorfia inedita di Totò. Il popolarissimo comico napoletano ha voluto negli ultimi film approfondire maggiormente il carattere dei personaggi e sta abbandonando la sua tradizionale comicità da mimo per dedicarsi a interpretazioni più umane e complete.

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1953 11 14 Le ore Toto e Carolina f12Per chi non lo sapesse ancora riferiamo quanto segue: Sua Altezza Imperiale il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Conte Palatino e Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Costantiniano, in arte Totò, ha recentemente vinto un’altra causa al tribunale Napoli che sancisce inoppugnabilmente la sua discendenza diretta, legittima e mascolina dalle famiglie di origine imperiale dei Griffo Focas. E’ stata ordinata l'aggiunta nei registri di stato civile di questi nuovi cognomi; gli è stato riconosciuto il titolo di Conte Palatino, di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Costantiniano e, primo fra tutti il titolo di Principe e la qualifica di Altezza Imperiale.

1953 11 14 Le ore Toto e Carolina f11

Carlo Cisventi, «Le Ore», anno I, n.27, 14 novembre 1953

1953 11 18 La Stampa intro

Totò, il popolare comico della rivista e del cinema, non potrà essere a Torino sabato sera per presentare al teatro Alfieri la « vetrina » delle sue canzoni. L'attore ha infatti corso il rischio di annegare nel Tevere e ora si trova a letto con una forte bronco polmonite. Come è noto, Totò girava In questi giorni il film «Totò e Carolina» a Roma. Una scena del film richiedeva un suo tuffo nel Tevere, ma, naturalmente, sarebbe toccato alla controfigura il piacere di un bagno fuori stagione. Invece, l'altro ieri, mentre girava la scena Bulle sponde del fiume, Totò è caduto in acqua. E' stato subito ripescato, ma l'acqua fredda gli ha procurato un malanno col fiocchi e Totò non potrà intervenire allo spettacolo di sabato e domenica con l'orchestra Angelini e attrazioni internazionali che comunque avrà luogo secondo il programma già fissato.

«La Stampa», 18 novembre 1953


1953 12 15 La Stampa intro

Totò è arrivato ieri mattina a Torino. Con una piccola troupe, il segretario e Franca Faldini. «La città delle tote» ha esclamato subito, allungando il mento. Si è sistemato in un albergo cittadino, ieri sera è andato come uno spettatore qualunque all'Alfieri a vedere le Tre Nava che erano da alcuni giorni nella nostra città. Ma non è riuscito a mantenere l'incognito, anche se aveva l'aria seria e il cappello nero sugli occhi. Lo hanno ripreso alla televisione, le Nava sono scese a festeggiarlo, il pubblico ha applaudito rumorosamente. Totò pareva divertito, ha ringraziato, il mento gli- scendeva sempre più giù, mentre stava per commuoversi.

Poi ha dovuto affrontare i fotografi, gli sono volati addosso, ha fatto per loro una smorfia d'occasione; «Sono un po' sciupatino» si schermiva ogni tanto. E' appena uscito, infatti, da una grossa polmonite. L'ha presa un mese fa durante la lavorazione del suo ultimo film «Addio Carolina». «Sono caduto nell'acqua — dice sconsolato — magari fosse stato il Tevere. Era un fiumiciattolo, un affluente di terzo ordine. Non ne valeva la pena». Adesso «Addio Carolina» viene a finirlo a Torino. Al Palazzo del Ghiaccio ci sono già le macchine da presa a posto, si aspetta soltanto Anna Maria Ferrerò, che fa la parte della protagonista. «. Anna Maria arriva martedì da Sanremo con Gassman. So che ha fatto bene Ofelia, nell'Amleto.

1953 12 15 La Stampa f1

E' una parte cosi difficile per i suoi diciotto anni!». Ci sarà anche lui, all'Alfieri, la sera della prima. Starà qualche giorno a Torino, si propone di visitarla bene. Dice che abbiamo delle bellezze nazionali: la collina, le ragazze e... i tartufi. «Poi tornerò a Roma. Altro lavoro, altri films. Il prossimo si intitolerà i «Tre ladri» tratto da un soggetto di Notari. Naturalmente uno dei ladri sarò io, per gli altri non so ancora. Devo trovare le facce adatte». «E la rivista ?» gli chiede qualcuno. «Per ora non se ne parla: mi piace fare lo spettatore, come stasera». E sprofonda in poltrona vicino alla Faldini. Ma non è seduto da un secondo, che già si agita, si guarda intorno preoccupato «C'è uno spiffero, la mia polmonite!».

Corrono a chiudere porte e finestre. Pare più calmo «Sono ancora convalescente — spiega —. Non sarei qui se non fosse per quel veleno che mi hanno fatto ingoiare...». La Faldini dalle lunghe chiome precisa: «Cristicillin, è un antibiotico». Totò la guarda, storce gli occhi, è il suo modo di essere affettuoso.

Mirella Appiotti , «Stampa Sera», 15 dicembre 1953


1953 12 20 L Unita Toto e Carolina Anna Maria Ferrero intro

Più raffreddato che mai, ancor con i brividi addosso per il bagno involontario nell'Aniene, Totò, vestito da agente della «Celere» circola per i viali del Valentino. «Sa che, l’altro giorno, una coppietta m'ha preso per un agente ” vero ”? ci dice stringendosi in un ampio cappotto di pelo che Franca Faldini gli ha gettato sulle spalle. — Cose da pazzi: tutte a me capitano! Sta' a vedere che qualcuno mi farà fare un bagno nel Po!...» Il principe è arrivato a Torino qualche giorno fa ed ha subito cominciato a lavorare nel teatro di posa allestito a «Torino Esposizioni», sul palcoscenico del Nuovo.

«Ci siamo spostati per "forza maggiore", da Cinecittà a Torino: qui c'è Anna Maria Ferrero, torinese per qualche giorno, sino a quando, cioè, l' Amleto di Gassmann resterà al Teatro Alfieri. Che diavolo è saltato in testa ad Anna Maria di mettersi a far 'Ofelia...!»

La frase è una battuta, poiché Totò, da buon compagno di lavoro, specifica subito che la "piccirilla" è un'Ofelia magnifica, una vera rivelazione, una «cannonata». «Però, aggiunge a mo' di commento, ciò non toglie che io debba sopportare per causa sua il freddo del nord, dopo una bronco-polmonite buscata nel centro-sud...»

Bagno imprevisto

Totò e la Ferrero saranno gli interpreti d'un nuovo film di Monicelli. un film la cui lavorazione si era iniziata parecchi mesi fa, e che poi, per motivi di salute, venne interrotto: fu proprio durante la lavorazione di Totò e Carolina che il "principe" cadde nelle acque dell'Aniene.

E' lo stesso Monicelli che, in quattro parole, ci racconta la trama del suo nuovo film.

«E' una storia patetica, una di quelle vicende che commuovono il pubblico, che provocano lacrime dalla platea alla galleria "maschere" comprese. Dunque: Totò è un brigadiere di P. S., della squadra del buon costume uno di quei tipi terribili, sempre pronti a "schiaffar dentro" le coppie più o meno regolari. Una sera, passeggiando per Villa Borghese, Totò scorge Carolina, ovvero Anna Maria Ferrero, che passeggia con aria sospetta per i viali del parco.

Il solerte brigadiere, manco a dirlo, la scambia per "una di quelle", l’afferra per un braccio e la trascina al commissariato. Carolina, poveretta, è invece una brava ragazza, una servetta d’un paesino del Lazio, che, a Roma, s'è innamorata di un fiero mascalzone. A Villa Borghese, Carolina era andata per cercar la morte: nella sua borsa, infatti, vengono trovati due o tre tubetti dei classici barbiturici. Il cuore del brigadiere di P. S., sotto la scorza professionale, è tenero come quello d’un agnellino. Totò si interessa di Carolina, spiana tutte le difficoltà, regola la partita con l'amante cattivo e, infine. accoglie nella casa la ragazza. sposandola».

Anna Maria Ferrerò è piuttosto taciturna: si dice che la prosa l'abbia affascinata ed abbia portato via buona parte della spensieratezza dei suoi diciott'anni. «Ogni volta che salgo sul palcoscenico per lavorare a fianco di Gassmann, sono preoccupata — ci dice con grande modestia —. Il ruolo di Ofelia mi sembra superiore alle mie forze. Soltanto quando si apre il sipario, mi sento più tranquilla, e i versi di Shakespeare mi tornano alla niente: ho sempre l'impressione di aver dimenticato d'improvviso la parte».

Tre autori - attori

Un altro avvenimento teatrale degno di rilievo a Torino è stato il debutto dei Dito nell’occhio, la rivista di tipo nuovo che Franco Parenti, Dario Fo (due attori già simpaticamente noti agli ascoltatori delle radiotrasmissioni) e Giustino Durano hanno presentato con vivissimo successo in alcuni dei maggiori palcoscenici italiani, e che prossimamente sarà a Roma.

I tre giovanissimi autori-attori hanno parlato del loro "genere" di teatro durante una conferenza all'Unione culturale:

«Vogliamo demolire, con le nostre scenette polemiche, tutto ciò che c’è d'oleografico nella vita del nostro tempo: lo sciovinismo stupido, l'eroismo tipo "faccetta nera", la burocrazia, le nostalgie insensate del passato regime. Insomma, la nostra conclusione è un invito agli spettatori: cerchiamo d'essere più intelligenti e di comprendere dove sta la verità e dove stanno invece i sentimenti fasulli. creati apposta per mascherare ben alile cose...»

Ed il loro spettacolo si conclude con una garbata quanto acuta satira contro la guerra, che nasce dal volere dei capitalisti, dei mercanti di cannoni. Con Fo, Durano e Parenti, v'è un gruppo di ottime attrici, tra cui Franca Rame, una nota "pin-up" della rivista.

Abbiamo chiesto alla graziosissima Franca perchè avesse divorziato dalla rivista classica per passare allo spettacolo dei giovani attori milanesi: «Ecco... Ero stufa di percorrere passerelle senza mai aprire bocca... Quest'ingenua frase costituisce, in fondo, una precisa critica al teatro di rivista, chiuso da trentanni nei suoi logori schemi. legato più alle "gambe" che al cervello».

Un critico teatrale torinese ha riferito la frase della Rame a Totò ed il principe De Curtis ha commentato: «Ha ragione la ragazza. Forse è per questo che io ho smesso la mia attività rivistaiola ed è anche per questo che l'anno prossimo tornerò in teatro con uno spettacolo di Paone... Ma sarà una cosa intelligente: il cervello batterà le gambe... Lo prometto»!

Piero Novelli, «L'Unità», 20 dicembre 1953


«Se nel film non esistono, bisognerà allora cercare i motivi della negata approvazione al di fuori di esso. Il fatto che nei giorni in cui veniva notificato a Monicelli il giudizio definitivo, il suo nome comparisse in certe ‘liste di proscrizione’ tra quelli dei registi ‘appartenenti al Pei’ e le ripercussioni che ciò ha immediatamente provocato nel campo cinematografico - leggi produttori - rendono plausibile l’ipotesi che proibendo Totò e Carolina si sia voluto dare un avvertimento; come un far seguire i fatti alle vere intenzioni. ‘Ma in tal caso è chiaro’ dice Monicelli, il quale tra l’altro non è neppure iscritto al PCI ‘che basta pochissimo oggi per essere giudicato comunista. Basterebbe, oggi, rifare Ladri di biciclette per vedersi negare il visto censura’.»

Stelio Martini, «Cinema Nuovo», 1954


«Non sempre il Censore commisura prudentemente le cause agli effetti, le azioni alle conseguenze loro; fatto sta che il suo ultimo corruccio culturale l'ha indotto a cancellare Totò dalla faccia degli schermi nazionali. Il popolare comico napoletano, infatti, s’è permesso d’interpretare un film, Totò e Carolina, nel quale impersona nientemeno che un ‘celerino’, la qual cosa, da sé sola, sembra passibile di severa reprimenda. Lo svolgimento spregiudicato e sincero della vicenda è apparso inoltre di tale gravità, da indurre il censore dapprima a proporre al direttore del film trentadue tagli, non uno di più né uno di meno, e poi a vietargli definitivamente la proiezione. Questo tra i tanti atti di ostilità compiuti dal 1947 in poi verso il cinema italiano, è indubbiamente il più grave”. Puccini racconta fra l’altro che nella sequenza di villa Borghese c’è un celerino che apre e chiude la portiera di un’auto mormorando “Scusi, eccellenza”, battuta che qualcuno ha proposto di modificare in un più neutro “Scusi, commendatore”. E conclude offrendo un giudizio critico assai equilibrato su Totò e Carolina, che “ è un piacevole film umano e distensivo, raccontato in forme e modi satirici. Qui sta il centro della questione. Questa è l’imperdonabile ‘colpa’. Anzi è una colpa in due. Una volta si voleva che la gente ‘dimenticasse’, attraverso le commediole rosa ambientate in Ungheria. Oggi si può tollerare che rida, a patto che lo stimolo al riso sia fornito da capataz e da bandoleri sudamericani. Totò e Carolina invece castiga ridendo costumi e fatti e persone a noi vicini, ma tutto sommato con l’intento, pienamente riuscito, di dare dimensione “normale”, bonaria e appunto distensiva a un’Italia dove non è vero, come non è vero, che un celerino debba essere sempre e per forza un manganellatore.»

Gianni Puccini, «Il Contemporaneo», 3 aprile 1954


1957-05-06-Gazzettino-Sera-Malattia


Quando un incarico così delicato come quello di giudicare se un film possiede i requisiti morali necessari per essere messo in circolazione viene affidato all’arbitrio di alcuni funzionari, è naturale che questi corrano ai ripari ogni volta che credono di vedere insidiate in un film le istituzioni dello Stato. La mano della censura è sempre stata una mano pesante. Infatti, siccome nessuno può stabilire fino a che punto una scena di un film offenda la morale, la religione o le istituzioni dello Stato, c’è un solo mezzo per non sbagliare: tagliarla in blocco. Entrati in questo ordine d'idee il compito dei membri della commissione di censura diventa estremamente facile.

1954 04 11 L Europeo Toto e Carolina f1

Perché stare a perdere tempo con inutili riflessioni quando si ha a disposizione un mezzo così sicuro per mettere le cose a posto? Una volta fatta la mano a questa abitudine, che nessuno si può permettere di contestare, era naturale che i membri della censura non si contentassero più dei tagli per dimostrare il loro zelo. Incoraggiati, forse, dalla mancanza di qualsiasi reazione da parte dei produttori, i quali si guardavano bene dal protestare per non pregiudicare ancora di più i loro interessi, i membri della commissione di censura sono arrivati a quello a cui non erano mai arrivati finora. Hanno negato il visto al film Totò e Carolina, il che significa, dato che il loro giudizio è inappellabile, che forse questo film non lo vedremo. A parte il danno materiale che ne deriverebbe al produttore (Totò e Carolina è costato duecentotrenta milioni), la soppressione di Totò e Carolina avrebbe un significato grave. Vorrebbe dire che da qui in avanti in Italia non si potranno più girare film le cui vicende si svolgano nel nostro paese, e che, come al tempo del fascismo, si dovrà ricorrere alla finzione di ambientarli in uno Stato straniero.

In ogni paese democratico sono stati girati e si continuano a girare film in cui attori comici interpretano la parte del poliziotto come Totò in questo che è stato soppresso, e nessuno ci ha mai trovato niente da ridire. Basta ricordare i film di Ridolini e di Charlot dove i poliziotti appaiono addirittura in mutande. In Totò e Carolina invece non si arriva mai a questi estremi. Il film è soltanto una garbata satira di un poliziotto che prende troppo sul serio la sua professione. Essere un poliziotto non significa che un uomo debba essere perfetto, quasi che il fatto di indossare una divisa lo preservi dalle debolezze degli altri uomini. Del resto l’agente Totò di questo racconto cinematografico di Ennio Flaiano, il quale oltre a scrivere il soggetto ne ha anche curata la sceneggiatura insieme al regista Monicelli, non è neppure un cattivo poliziotto, anzi la sua colpa è quella di eccedere troppo nel fare il proprio dovere.

Il suo attaccamento al Corpo e le sue convinzioni sullo spirito della legge che deve far rispettare, sono così radicate che si è formata, quasi senza accorgersene, una mentalità particolare. L’agente Totò infatti è arrivato a dividere gli uomini in due categorie: i delinquenti e i futuri delinquenti, un concetto in cui a parte l’ironia sottintesa (non bisogna dimenticare che si tratta di una satira) vi è anche un fondo di verità. Un buon poliziotto infatti non dovrebbe mai fidarsi di nessuno e aspettarsi dagli uomini le cose peggiori. Un uomo dunque portato a vedere le cose dal lato peggiore e di conseguenza a esagerare nelle decisioni. Così un giorno durante una delle solite retate della polizia a Villa Borghese, quest’agente implacabile arresta, insieme ad altre prostitute, anche Carolina (Anna Maria Ferrero), ragazza che sebbene con quelle prostitute non abbia niente a che fare, Totò si ostina a considerare tale. Carolina del resto non cerca nemmeno di giustificare la sua presenza in quel luogo a quell’ora dì notte La ragazza infatti in quel momento ha tutt’altro per la testa. Sedotta e abbandonata dal fidanzato, ella si era recata a Villa Borghese coll’intenzione di suicidarsi.

1954 04 11 L Europeo Toto e Carolina f2

trasportata in questura insieme alle sue casuali compagne di sventura, i poliziotti non tarderanno ad accorgersi che non si tratta di una di quelle. Carolina non ne ha né l’aspetto né la sfrontatezza. E quando, durante l'interrogatorio, la ragazza che ha subito ormai troppe emozioni sviene, i poliziotti, ma soprattutto Totò che è responsabile del suo arresto, vengono presi dal panico. Intendiamoci, non che si sgomentino al pensiero di aver offeso un’innocente e ne siano sinceramente pentiti. Sarebbe pretendere troppo da parte di poliziotti abituati a far tacere la coscienza davanti a problemi ben più gravi. Ciò che li preoccupa sono le conseguenze che possono derivare da quell’arresto. La ragazza si è sentita male, e siccome il suo arresto è stato del tutto ingiustificato, essa potrebbe anche accusarli di averla maltrattata e magari anche seviziata. Per scongiurare questo pericolo i poliziotti decidono perciò di consegnare al più presto Carolina ai propri parenti, e affidano questo incarico a Totò, al quale tocca così di riparare ai guai che ha combinato arrestandola. Ed ecco Totò partire insieme a Carolina alla ricerca di questi parenti. I due visitano a bordo di una jeep diversi paesi, ma quando finalmente riescono a trovare i parenti, questi si rifiutano di prendere in consegna la ragazza. Totò si trova così davanti alla grave responsabilità di abbandonare Carolina al suo destino o di ricondurla a Roma. Scartato subito quest’ultimo partito, che gli attirerebbe addosso le ire dei superiori e dei colleghi, e convinto d’altra parte che una volta abbandonata a se stessa Carolina tenterebbe di nuovo di suicidarsi, a Totò non resta che cercare una terza soluzione.

E qual è il modo migliore per sistemare una ragazza? Il matrimonio. È questa la conclusione a cui arriva Totò, il quale si mette a cercarle un marito. Ma anche il matrimonio non è una cosa facile; tutte le volte che egli crede di averle trovato un partito sorgono sempre delle difficoltà che mandano tutto a monte. Totò ricorre anche all’aiuto di un prete (Gianni Cavalieri). Ma anche l’aiuto di questo sacerdote accomodante si rivelerà inutile. Carolina, un po’ per colpa sua un po’ per colpa degli altri, non riesce a trovare un marito. In ultimo Totò arriverà persino a promettere a un ladro (Maurizio Arena) la libertà purché sposi la ragazza, senza tuttavia riuscirvi. Intanto, quasi senza che essi se ne rendano conto, si è stabilita fra i due una specie di solidarietà, dovuta, oltre che ad un'istintiva simpatia, al fatto di dover lottare contro le stesse difficoltà. E Carolina, che non ha ancora rinunziato all’idea del suicidio, non si ucciderà per non dare al suo compagno di viaggio altri dispiaceri. E una volta che le cose sono arrivate a questo punto è naturale che i due per risolvere i loro problemi decidano di sposarsi.

Mario Agatoni, «L'Europeo», anno X, n.15, 11 aprile 1954


1954 04 11 La Stampa Toto e Carolina intro

Roma, 10 aprile.

Il ministro Ponti, responsabile del nuovo dicastero per il Turismo, lo Sport e lo Spettacolo, riferendosi alla censura cinematografica, ha dichiarato ieri sera alla Camera che, in questo primo scorcio del '54, è stato respinto un solo film italiano. Si tratta del film « Totò e Carolina », diretto da Mario Monicelli e di recente ultimato negli stabilimenti Ponti e De Laurentiis (costo 230 milioni), escluso da qualsiasi programmazione nel giudizio di primo e secondo grado.

Di che cosa vi si tratta? La trama è lineare. Totò, nella parte di un agente della Celere, arresta in una retata di donnine allegre anche una ragazza (Anna Maria Ferrerò), la quale non appartiene affatto alla categoria. E' andata, invece, a Villa Borghese per suicidarsi a motivo di una delusione amorosa. Impressionati da uno svenimento della fanciulla e temendo gravi conseguenze, i superiori incaricano Totò di riportare Carolina ai genitori. Lunga peregrinazione e reciso diniego dei parenti di accoglierla. L'agente architetta allora una soluzione: trovare un marito alla ragazza. Invano la propone a questo ed a quello (perfino ad un ladro, al quale promette l'impunità), invano chiede l'aiuto di un sacerdote. Alla fine, poiché nel frattempo è sbocciata tra i due la simpatia, Totò si risolve a sposarla egli stesso.

La trama, come abbiamo detto, non è piaciuta ed il film è stato bocciato. Ma per Ponti e De Laurentiis questo non è che il primo dei guai. Anche il film « La Romana », tratto dal romanzo di Moravia, che Zampa sta girando per loro, protagonista Gina Lollobrigida, pare non riscuota l'approvazione. Sebbene la sceneggiatura sia stata letta ed approvata preventivamente, il film — ben avanti come lavorazione — forma da qualche tempo oggetto dì uno scambio di lettere fra il sottosegretario on. Ermini ed i produttori.

Gli organi di censura farebbero delle riserve, dicendo che l'argomento è immorale, vorrebbero rivedere ancora la sceneggiatura e visionare il materiale fin qui girato. Intanto il finanziamento governativo del film è sospeso. E' molto poco probabile che si giunga ad un punto d'accordo anche per « La Romana ». Questo danno, assommato al precedente, fa salire la cifra ad oltre 500 milioni. Anche per «Mambo» di Rossen, che ha per protagonisti Silvana Mangano, Shelley Winters, Katherine Dunham e Vittorio Gassmann, le cui riprese sono state effettuate a Venezia in esterni ed a Roma per gli interni e che è quasi ultimato, pare che la censura non sia d'accordo. Una lettera, sempre del sottosegretario Ermini, avrebbe avvertito Ponti e De Laurentiis che al Ministero «hanno saputo» di certe scene improiettabili. Anche questo film sarebbe dunque in pericolo?

a. n., «La Nuova Stampa», 11 aprile 1954


1954 04 15 La Stampa Toto e Carolina intro

Roma, 14 aprile.

I provvedimenti di censura adottati o minacciati contro film prodotti o in corso di lavorazione stanno provocando una certa agitazione nell'ambiente cinematografico, specie fra gli elementi di sinistra abbastanza numerosi in questo settore. Al Circolo romano del cinema è indetto per il 24 aprile un convegno di protesta nel quale l'argomento della censura posticipata e preventiva formerà oggetto di vivaci interventi polemici. Al lavori preparatori del convegno partecipano in questi giorni numerosi cineasti, fra i quali Zampa, Germi, Zavattini, Suso Cecchi D'Amico, Emmer, De Santis, Chiarini, Forges e altri. All'agitazione hanno aderito Blasetti, De Sica, l'on Melloni e Fellini, ai quali si sono associati anche alcuni produttori.

Il punto sul quale si basa la polemica è la proibizione della proiezione di «Totò e Carolina» di Monicelli nonché la minaccia di analoghe difficoltà per «La romana» di Zampa e «Mambo» di Rossen, fatti dei quali abbiamo dato notizia. Ponti e De Laurentiis, produttori dei tre film, hanno minacciato la sospensione delle riprese degli ultimi due, che si trovano in corso di lavorazione. Il personale tecnico e le maestranze relative — circa 120 elementi — si troverebbero così senza lavoro a meno che i produttori non raggiungano un «modus vivendi» con il sottosegretariato di Stato competente, adattandosi a qualche emendamento delle sceneggiature ed a qualche taglio nel materiale già girato.

In realtà, nel campo cinematografico, si manifesta proprio in questi giorni un tempo d'arresto nella produzione. Il bollettino dell'A.N.I.C.A. (Associazione produttori film), che riferisce circa le disponibilità degli attori, registi e tecnici, ha annunciato che per la fine di maggio tutti gli attori ed i registi di un certo nome sono liberi da impegni, e quindi praticamente senza lavoro, salvo la Pampanini, che ha un contratto che sta per scadere, e la Lollobrigida, alla quale sarebbe stata fatta un'offerta per un filmetto da girarsi in poco più di trenta giorni. Vi sono, è vero, dei progetti di lavoro, ma siamo ben lontani dall'attività produttiva degli anni scorsi, particolarmente fervida di iniziative proprio all'avvicinarsi dell'estate.

Questa «crisi» non è, però, imputabile all'irrigidimento degli organi di censura. E' piuttosto da ricercarsi nell'imminenza dello scadere della legge sul cinema, che avverrà col 31 dicembre. Per beneficiare delle attuali provvidenze a favore della produzione è necessario che i film — da prodursi attualmente — siano programmati nelle sale entro il 1954. Ora, molti film già finiti aspettano fin d'ora di essere programmati e vi è da tener calcolo della normale stasi estiva delle prime visioni: non rimangono che due periodi utili: il prossimo maggio e giugno e il quadrimestre da settembre a dicembre.

E' questo il motivo vero dell'assenza quasi totale di iniziati ve nell'attività cinematografica. Per sanare la situazione e rimettere in moto la macchina della produzione è sufficiente una decisione governativa al riguardo. Essa può consistere, come i produttori sperano, in una tempestiva proroga di un anno allo scadere della legge, poiché non si vede come, nel, periodo valido che ci separa dall'estate, il nuovo provvedimento legislativo allo studio i possa essere varato.

a. n., «La Nuova Stampa», 15 aprile 1954


1954 04 16 L Unita Censura Toto e Carolina intro

L’ex direttore della Mostra d'arte cinematografica di Venezia, Antonio Petrucci, che da un po’ di tempo a questa parte si dedica alla regia, ha scritto ieri sul quotidiano democristiano «Il Popolo» il primo di una serie di articoli dedicati all'attuale situazione del cinema italiano. «Il cinema italiano — riconosce subito Petrucci — sta attraversando un momento di crisi ». Però, egli prosegue, prima di spiegare il perché della crisi, occorre sgombrare il terreno da alcune cortine fumogene; e, con una punta di sadismo nei riguardi dei lettori, ansiosi di sapere la verità su questa dibattuta questione del cinema italiano, alla fine risponde solo a metà, dicendo che «non è la censura la causa della crisi ». Speriamo tutti che nei prossimi giorni Petrucci ci dica quale sia veramente la causa.

In questo suo primo articolo, comunque, l'ex direttore della Mostra veneziana si adopera per dimostrare quanto paterna e generosa sia la censura in Italia o quanto ingrato le sia il nostro cinema.

Prendiamo il caso di Totò e Carolina. Dice Petrucci che la casa di produzione la quale intendeva realizzare il film di Monicelli «si avvalse della facoltà concessa dalla legge sul cinema, e presentò per un parere alla direzione generale dello Spettacolo la sceneggiatura». Il parere fu negativo, ma «per un eccesso di prudenza» — come dice Petrucci «la direzione generale dello Spettacolo inviò alla casa di produzione una seconda lettera, i cui sconsigliava la realizzazione del film. La casa di produzione invece intestardì a volerlo fare. Per questo il film è stato bocciato in prima e in seconda istanza. «C'è da gridare allo scandalo?» si chiede enfaticamente Petrucci.

Prima dì gridare, parliamo con calma. E consigliamo il ministro Ponti di mettersi un po' d'accordo con Petrucci. Il ministro, se ben ricordiamo, ha detto alla Camera che i film proibiti dalla censura sono pochissimi, si contano quasi sulla punta delle dita: dunque la nostra censura è liberale. Petrucci, invece, rivela apertamente, nel suoi minuti aspetti, l'infamia della censura preventiva, notando in modo particolare come essa sia sollecita nello spedire lettere su lettere di «disapprovazione» per questo e quel film. Ciò vuol dire che in Italia (del resto lo sappiamo tutti, ma è importante che ce lo dicano i clericali) in Italia, dunque, i film non soltanto vengono proibiti (come ci spiega Ponti), ma possono anche non nascere affatto (come ci spiega Petrucci): sommando le dichiarazioni dei due, abbiamo ragione noi a dire che il cinema, specie dopo l'isediemento del torvo sanfedista Ermini, vive sotto un regime di censura zarista o salazariano, come preferite.

Totò sul burrone

«Un sacerdote è presentato in modo insospettabilmente offensivo» dice Petrucci a proposito di Totò e Carolina fingendo di ignorare che le scene del sacerdote erano quelle che meno davano fastidio alla censura; i tagli riguardavano invece le scene in cui un’allegra brigata di giovani comunisti in gita dava una mano al povero Totò che col suo «gippone» sta per cadete in un precipizio; e le scene, umanissime, in cui veniva alla luce la dolorosa condizione umana del povero agente che deve sbarcare il lunario con quarantamila lire al mese; in genere, tutti i momenti in cui la vita italiana d'oggi veniva tratteggiata con vivezza e sincerità.

Come per differenziarsi (adesso che Petrucci, essendo ormai regista, si sente anche lui «del cinema») da questo tipo di film, l'articolista si chiede: «hanno ragione certi politici di ritenere che tutto il cinema italiano sia cosi?». Dice bene Petrucci; non tutto il cinema italiano è fatto da registi, i cui film hanno un enorme successo di pubblico, vengono premiati nel Festival internazionali e incassano centinaia di milioni; il cinema è fatto anche dai Petrucci, che con film come II matrimonio hanno il merito di dare il colpo di grazia a case quali la «Filmcostellazione», le cui finanze erano già dissestate, tra l’altro, dall'insuccesso clamoroso del film anticomunista «Ho scelto l'amore».

In attesa di altre rivelazioni di Petrucci, andiamo avanti. [...]

Franco Giraldi, «L'Unità», 16 aprile 1964


1954 04 16 L Unita Toto e Carolina Censura intro

Roma, aprile

Il Festival internazionale di Cannes, che si è concluso pochi giorni fa, rappresenta per il cinema italiano un'altra vittoria. I due allori internazionali ottenuti da Cronache di poveri amanti e da Carosello napoletano, soprattutto il primo, premiano la lotta della parte migliore del nostro cinema per mantenere il suo carattere di arte nazionalpopolare, legata alle migliori tradizioni storiche e culturali del nostro Paese e alla vita del nostro popolo. [...]

Del resto, i furori sanfedisti del nuovo sottosegretario Ermini (soprannominato negli stessi ambienti governativi Stermini) avevano già avuto modo di abbattersi su Totò e Carolina, la semplice, divertente e commovente storia di un agente burbero in apparenza, ma dal cuor d’oro, che finisce con lo sposare una povera ragazza. Per dimostrare a qual punto di grossolana faziosità siano arrivati i burocrati di via Veneto, basterà dire che, oltre ai trentacinque tagli che si chiedevano venissero fatti al film perchè passasse sotto le forche caudine della censura, occorreva operare questa modifica, là dove un agente di pubblica sicurezza, durante una retata di mondane a Villa Borghese punta la sua lampadina nientemeno di una lussuosa macchina e subito si ritrae confuso dicendo: «Scusi, eccellenza», bisognava che l'agente dicesse «Scusi compagno!»

Va rilevato che non solo i comunisti hanno protestato contro il «verboten» a Totò e Carolina. L'Europeo, giornale che, come è noto aveva iniziato un'offensiva di tipo macarthista contro il cinema italiano e che aveva allegramente tagliato — falsificandone quindi il senso — le lettere inviate da vari cineasti in risposta a quell'articolo, lo stesso Europeo, dicevamo, era costretto a prendere posizione contro il divieto di uscita del film di Monicelli « La soppressione di Totò e Carolina — ha scritto testualmente Mario Agatoni — avrebbe un significato grave. Vorrebbe dire che di qui in avanti in Italia non si potranno più girare film le cui vicende si svolgano nel nostro Paese, e che come al tempo del fascismo si dovrà ricorrere alla scelta di ambientarli in uno stato estero»

Impopolare provvedimento

Perfino il giornale monarchico napoletano Roma, tutt’altro che benevolo nei riguardi del cinema «neorealista», pubblicava l'altro giorno in prima pagina, un articolo piuttosto energico, in cut si rilevava l'inopportunità e l'impopolarità del provvedimento contro Totò e Carolina. [...]

Franco Giraldi, «L'Unità», 16 aprile 1964


1954 07 20 La Stampa Censura intro

Parigi, 19 luglio.

La crisi che minaccia la cinematografia italiana a causa di un moralismo, che i critici francesi giudicano eccessivo, da parte della censura, non ha mancato di avere ripercussioni a Parigi, dove i nostri film avevano avuto grande successo in questi ultimi tempi.

«Il rigore della censura clericale in Italia — scrive stasera Le Monde. — Dopo Poveri amanti di Carlo Lizzani, che ottenne un premio internazionale all' ultimo Festival di Cannes, ecco che i tagli colpiscono Totò e Carolina, che è un film dello stesso autore e della stessa vena dell'incantevole Guardie e ladri; colpiscono Amori in città di Zavattini, La romana di Moravia e Zampa, con Gina Lollobrigida. Altre produzioni hanno pure delle noie: La pensionante di Lattuada, Terza Liceo di Luciano Emmer, Mambo di Rossen e lo stesso Ulisse di Camerini, «A Roma — prosegue il giornale — gli animi si riscaldano. Si parla di "vendetta", di storie relative a documentari premiati in famiglia, di fondi segreti ecc. Non dobbiamo immischiarci nelle faccende interne del cinema italiano, ma noi amiamo troppo quel cinema e coloro hanno fatto il successo, per non deplorare uno stato di cose che rischia in definitiva di nuocere alla sua qualità».

s.v., «La Nuova Stampa», 20 luglio 1954


«Totò e Carolina» deve alla solita censura la maggior parte della sua notorietà. Quella allegra censura che si accorge magari dopo due mesi dall’autorizzazione che c’è qualcosa che non va, o dopo due mesi dal veto che non c’è niente che non vada. Insomma, è una faccenda di cui è meglio non parlare. Nel film, di Monicelli, si narrano molto batamente e con spasso spettatori le allegre vicende dell’agente di P. S. Totò (il principe Antonio de Curtis Grillo Focas) e della ingenua Carolina (semplicemente Anna Maria Ferrero). Il primo deve riaccompagnare a casa la seconda, sedotta e munita di foglio di via, ma finirà per aggiustare le cose in modo che il pubblico si commuova.

«Eco di Biella», 3 marzo 1955


1955 03 04 Corriere della Sera Toto e Carolina intro

Un'allegria non esplosiva, ma garbata, nell’arguto e bonario film "Totó e Carolina", di Mario Monicelli. La sua derivazione da "Guardie e ladri", che lo stesso Monicelli diresse insieme con Steno, è implicita nel tema e nel suo svolgimento. Un agente di polizia custodisce senza severità qualcuno che gli é stato affidato: di questo qualcuno divide gli affanni e, alla fine lo toglie dagli impicci. In "Guardie e ladri", Fabrizi era l'agente e Totò era l'uomo da custodire; nel nuovo film l'agente è Totò e Anna Maria Ferrerò è la ragazza ch’egli deve ricondurre al suo paese evitando che ella ripeta i tentativi di suicidio più volte compiuti, del resto senza convinzione, a causa di una maternità di cui non potrebbe andar fiera. Il buon umore del film nasce dal contrasto fra questa drammatica determinazione e la maldestra opera di persuasione che l'agente compie: non tanto per umanità (in definitiva Totò, cioè Caccavallo Antonio, si preoccupa di non avere fastidi) quanto perchè iI suicidio non è approvato dalla legge.

Pare che su "Totò e Carolina" si siano esercitati i rigori della censura. L’edizione proiettata, espurgata o no, non rivela nulla che offenda o turbi le istituzioni e la quiete e la moralità. Suppongo che esistano davvero agenti come Caccavallo Antonio e ragazze come Carolina. Svaporato lui e assillato solo dall’attesa d’una promozione; svaporata lei e piuttosto proclive a recitare che a consumare il suicidio. Ciascuno dei due ha pietà di se stesso: Totò il rifiuta di dividere un panino con la disgraziata compagna, che ha lo stomaco vuoto: e l’altra è pronta a piantarlo in asso per seguire il primo ladruncolo incontrato.

Non si tratta, stavolta, di filantropia o di comprensione, bensì di due egoismi associati. E quando, alla fine, l’agente si tira in casa la ragazza, bella forza: incinta o no, è sempre un fior di ragazza, ci starebbero, tutti. Ma se i caratteri sono nella stereotipia delle commediole dialettali, è il caso di sottolineare che "Totò e Carolina", benché ricalcato sul precedente film, ha andamento vivace, sveltezza di sceneggiatura, qualche trovatina nei dialoghi. E' un lavoro di ricalco, ma festoso: di maniera, senza ardimenti, senza novità, ma non privo di malizia. Totò conferma la sua attitudine a trasformarsi da marionetta in essere umano: e la Ferrerò si adatta facilmente alla parte di graziosa scervellata.

lan. (Arturo Lanocita), «Corriere della Sera», 4 marzo 1955


1955 03 04 Corriere d Informazione Toto e carolina R

L'agente scelto Antonio Cacavallo arresta una ragazza durante una retata eseguita dalla squadra del buon costume. Carolina però non è «una di quelle», ma una servetta che sta per avere un bimbo. E' stata ingannata da un poco di buono, sposato e padre di tre figli. Per questo Carolina cerca la morte con i barbiturici. La salvano, e l’agente Cacavallo ha l’Incarico dai superiori di condurla su una jeep al paese d’origine. Lungo la strada Carolina tenta ancora di uccidersi, per fortuna senza riuscirci. Cacavallo, vedovo con un bambinetto, sarebbe felice di liberarsi finalmente di Carolina; ma al paese nessuno la vuole, neppure certi lontani parenti. Così il buon agente è costretto a riportarla in città; commosso dalle tribolazioni della poveretta e intenerito dal suo grazioso aspetto la ospiterà in casa sua.

Totò e Carolina, che è firmato da Mario Monicelli, è una pellicola che ha avuto molto da fare con la censura. Cosi com’è, appare del tutto innocente; sembra perciò piuttosto goffa la didascalia messa dopo i titoli di testa che spiega che si tratta di opera di immaginazione, ecc. ecc. Certi tabù paiono, in una democrazia, perfettamente inutili e fuor di proposito. Peccato che Totò e Carolina sia alquanto scadente sul piano dell’arte. E’ grazioso ma gracile; ha alcuni buoni frizzi e trovate, ma vi abbondano pure i punti morti. Per dare un giudizio equo occorrerebbe tuttavia conoscere il contenuto del tagli operati dalle forbici di Anastasia. Gli interpreti sono efficienti, e Totò in ottima forma.

P. B., «Corriere d'Informazione», 4 marzo 1955


1955 03 04 L Avanti Toto e Carolina intro

E' un fatto storicamente verificato che quando una classe dirigente — o che pretende di esser tale — non è capace di sopportare la critica e la satira dei suoi difetti, tale classe è in fase di assoluta decadenza e sfacelo. L’attuale classe dirigente — la nostra ricca borghesia industriale e agraria, le alte sfere del clero italiano e, più genericamente, tutta la cattolicità ufficiale — non solo non sopporta la critica e la satira, ma non sa nemmeno apprezzare lo scherzo. Nell’antica Grecia, tra la fine del quarto e l’inizio del terzo secalo avanti

Cristo, si rappresentavano ad Atene, in pubblici ed affollatissimi spettacoli, le commedie di Aristofane, la cui sostanza comica era fatta di una violentissima satira apertamente rivolta contro gli uomini politici di Atene. Nel sedicesimo secolo, Nicolò Machiavelli poteva scrivere e veder messa in scena col patrocinio della stessa signoria dei Medici, la sua caustica Mandragola, satira violenta contro la corruzione della società del suo tempo e del clero. Oggi le commedie di Aristofane e La Mandragola produrrebbero, alla compagnia che le volesse rappresentare, il taglio delle sovvenzioni governative e l’accusa di fare «il giuoco di Mosca»; eppure si tratta di testi che non riguardano i nostri «potenti » e il nostro clero. La verità è che la democrazia ateniese e il governo del Medici costituivano, ciascuno nel suo tempo, una fase di progresso per la classe dirigente dei rispettivi paesi. Quelle classi dirigenti erano illuminate e avevano la capacità di ammettere e di apprezzare la funzione stimolante defila satira espressa attraverso lo spettacolo.

E' un fatto storicamente verificato che quando una classe dirigente — o che pretende di esser tale — non è capace di sopportare la critica e la satira dei suoi difetti, tale classe è in fase di assoluta decadenza e sfacelo. L’attuale classe dirigente — la nostra ricca borghesia industriale e agraria, le alte sfere del clero italiano e, più genericamente, tutta la cattolicità ufficiale — non solo non sopporta la critica e la satira, ma non sa nemmeno apprezzare lo scherzo. Nell’antica Grecia, tra la fine del quarto e l’inizio del terzo secalo avanti

Cristo, si rappresentavano ad Atene, in pubblici ed affollatissimi spettacoli, le commedie di Aristofane, la cui sostanza comica era fatta di una violentissima satira apertamente rivolta contro gli uomini politici di Atene. Nel sedicesimo secolo, Nicolò Machiavelli poteva scrivere e veder messa in scena col patrocinio della stessa signoria dei Medici, la sua caustica Mandragola, satira violenta contro la corruzione della società del suo tempo e del clero. Oggi le commedie di Aristofane e La Mandragola produrrebbero, alla compagnia che le volesse rappresentare, il taglio delle sovvenzioni governative e l’accusa di fare «il giuoco di Mosca»; eppure si tratta di testi che non riguardano i nostri «potenti » e il nostro clero. La verità è che la democrazia ateniese e il governo del Medici costituivano, ciascuno nel suo tempo, una fase di progresso per la classe dirigente dei rispettivi paesi. Quelle classi dirigenti erano illuminate e avevano la capacità di ammettere e di apprezzare la funzione stimolante defila satira espressa attraverso lo spettacolo.

Questa introduzione potrà sembrare eccessiva per il film di Totò, ma si è resa necessaria dopo quanto la censura clericale ha fatto per impedire che il pubblico italiano vedesse Totò e CaroIina nella versione realizzata da Mario Monicelli. La pubblicità sui giornali quotidiani, sottolineando il fatto ohe il film era stato censurato, ha pensato di attirare il pubblico facendogli credere che i tagli siano stati chiesti per eliminare scene di muliebri nudità o altre cose del genere. La verità è diversa : se Totò e Carolina fosse un film con le solite donnine nude o seminude, avrebbe avuto molte speranze di passare senza danno alcuno. Ciò che ha scandalizzato la censura (ma sarebbe più esatto dire che l'ha spaventata, i nostri governanti non essendo abituati a vedersi messi in burletta nelle loro più « sacre» istituzioni, e non avendo essi il minimo sentore dell’esistenza, in tempi remoti, di civiltà, illuminate come Atene e Firenze) è il fatto che Mario Monicelli racconta una storia nella quale si possono riconoscere fatti, persone, divise, situazioni, vizi e peccati della nostra società.

Per esempio: nella primitiva versione si vedevano un gruppo di giovani su un autocarro con delle bandiere come la falce e martello, che cantavano «Bandiera rossa». Nossignori, non è vero che in Italia si canta «Bandiera rossa». E nella versione epurata i giovani dell’autocarro cantano «Di qua di là del Piave»! C'era una battuta detta da Carolina, la servetta interpretata da Anna Maria Ferrero, all’indirizzo del suo padrone, che essa accusava di esser entrato nella sua camera nottetempo, in mutande. E’ stata tolta questa battuta. In Italia non ci sono padroni che insidiano le cameriere!

S’intende che Totò e Carolina, dopo la forzata purga subita, non è più il film che Monicelli aveva ideato e realizzato. Tuttavia è ancora un’opera godibile: la satira si è smorzata. Il film tende a confondersi, in alcune parti, con tanti altri film interpretati da Totò, ma è ancora un film, vivacissimo nel colpire i molti bersagli allineati nel divertente soggetto di Ennio Flaiano; e anche Totò, finalmente alle prese con un personaggio (il «celerino») reale e umano, recita meglio del solito (meglio, comunque, che in Il medico dei pazzi) ed è all'altezza del Totò di Guardie e ladri.

«L'Avanti», 4 marzo 1955


1955 03 04 La Stampa Toto e Carolina intro

"Impallidito" dalla quarantena impostagli dalia censura, Totò e Carolina è un divertente filmetto che narra in tono ora burlesco ora sentimentale (quest'alternanza è un po' il suo difetto) le peripezie di una guardia scelta (un Totò consuetudinario, ma spassoso), che, dopo aver tirato su per sbaglio, in una retata di «peripatetiche» a Villa Borghese, una povera ragazza-madre (una deliziosa Anna Maria Ferrerò), fresca di tentato avvelenamento,è costretto per dovere di ufficio a occuparsi di lei, vigilando che non ritenti di togliersi la vita, e non lasciandola prima d'averle trovato una onorevole sistemazione.

La guardia Totò è naturalmente un buon diavolo, un ottimo cuore; e nonostante la buffa ruvidezza del suo tratto e certe impennature egoistiche, la ragazza sente in lui, più che il custode, il protettore e l'amico. Ciò non toglie che non volendo tornare al paesello dove egli d'autorità la riconduce a bordo d'una «campagnola», ella non tenti più e più volte di fargliela, cagionandogli un'infinità di guai e grattacapi che tradotti in episodi danno sostanza comica al racconto ideato da Ennio Fiaiano.

1955 03 04 La Stampa Toto e Carolina f1

Al paese dove finalmente il finto cerbero ha ricondotto la recalcitrante monella, non è aria per lei; i vecchi padroni non ne vogliono più sapere e un quasi parente che le è rimasto, si rivela un energumeno che la tratterebbe peggio di un cane. Pertanto la guardia non ce la lascia, e pur sbuffando e imprecando contro la tegola che gli è piombata in testa, se la riporta, attraverso altre avventure di viaggio, a Roma, dove non trovando altra soluzione, finisce con l'aprirle la propria casa di vedovo e tenervela paternamente, accanto al vecchio genitore e al figlioletto.Il commissario aveva detto: Un fesso si finisce col trovarlo sempre! Ma ormai lo spettatore sa come tradurre quel brutto epiteto, e vorrebbe che di siffatti «fessi» crescesse il numero nel mondo.

p. (Leo Pestelli), «Stampa Sera», 5 marzo 1955


1955 03 07 L Unita Toto e Carolina intro

MILANO, marzo

Sulla strada che attraversa la campagna romana corre una jeep. Sulla jeep l'agente di polizia Caccavallo Antonio ha una missione speciale da compiere; egli deve condurre ai paesello una sventurata ragazza. Carolina, che aveva tentato di uccidersi nel parco di Villa Borghese. C'era stata una retata di prostitute di sicura anzianità e l'agente Caccavallo, essendo interpretalo da Totò, si era distinto per aver ghermito, col suo fiuto questa povera minorenne che, per suoi privati dispiaceri, stava tranquillamente morendo sola su una panchina, dopo aver ingerito un tubetto di barbiturici. Ora tocca a lui piantonarla perché non ripeta il suo gesto, e affidarla a qualcuno (a qualche fesso, ha detto il commissario) che se ne prenda cura.

Vita del celerino

Lo zelante poliziotto è tutto preso dai doveri della sua uniforme. In ospedale, mentre facevano la lavanda gastrica alla sua « protetta », egli biascicava gli articoli del manuale del perfetto celerino come se fossero il rosario. E’ vero che da parecchi anni sta aspettando di acchiappare un ladro per ottenere la promozione di novemila lire mensili che il commissario gli ha promesso. Per il suo commissario, sia detto di passaggio, egli nutre una vera ammirazione: a casa gli sta preparando una sorpresa artistica, (ha imparato l'arte quando era guardia carceraria da un maestro scultore di squisita sensibilità, che aveva ucciso la madre con ventun pugnalate «tutte mortali»). Sta dunque modellando al superiore un busto in mollica di pane di cui nessuno, purtroppo, sente la rassomiglianza. Carolina, interrogata, l'aveva trovato somigliante a Mussolini. Il vecchio padre sdentato ogni tanto gli dà un morso, così come ha già mangiato il cavallo del generale Diaz e si rifiutò di annaffiarlo ad ore regolari, anche perchè deve badare (dal momento che Totò è vedovo, e non c'é una donna in casa) allo spesa, alla cucina, al bucato e al nipotino degenere che ruba le calze dei vicini anche se il padre, due anni prima, gliene aveva comprate due paia.

La vita di Totò non è facile, le preoccupazioni sono molte. Per esempio, ecco ora sullo stradale un camion tutto pieno di lavoratori che vanno cantando a una festa con le loro bandiere, e che non gli cedono il passo. Che fa Totò? Tenta di passarlo in curva, a rischio che la sua jeep venga frantumata da un altro autotreno che arriva in direzione contraria. Totò tira un sospirone di sollievo, si ferma a un paesaggio a livello chiuso, sta per addentare lo sfilatino che costituisce il suo pranzo domenicale quando riceve di dietro un urtone che glielo fa cader di bocca. Ah, maledetti rossi! Totò balza dalla vetturetta come una furia, ma la sua risposta è soltanto un fievole: «Bacio le mani, reverendo», perchè si trova di fronte a un camion di boy-scouts...

Poco dopo, su una straducola in salila che la sua ostinazione gli ha fatto imboccare, Totò avverte la necessità di far marcia indietro. Si dimentica che Carolina è la candidata al suicidio che lui deve proteggere perché il corpo di poliria non abbia grane, e dice proprio a lei di guardare che la jeep non cada nel burrone. La ragazza coglie la bellissima occasione, e insieme precipitano. Per fortuna un alberello smilzo arresta la caduta. Ma per quanto tempo? Totò sta immobile come una statua, ma Carolina continua a dare scossoni per favorire la discesa. A Totò non rimane che pregare la Vergine e i santi... quand’ecco là in alto, al canto di «Bandiera rossa », i comunisti sul loro camion frenano. scendono, e molto premurosamente procedono in salvataggio dello spaurito celerino.

Si, ma nell'edizione del film Totò e Carolina che dopo lunga e penosa quarantena finalmente esce qui a Milano, i salvatori non cantano più « Bandiera rossa ». La censura ha voluto che cantassero un'altra canzone, una canzone più patriottica, una canzone del Piave... Ed ecco che voi sentiamo «Di qua e di là del Piave» pure vedendo bene le bandiere con la falce e martello e pur assistendo allo scontro col camion dell'Azione cattolica, sul quale, d'altronde, i gitanti si sono ammutoliti e nessuno più intona «Vogliam Dio»... Con queste soppressioni sonore i censori hanno dato la misura fino ad oggi più completa della loro intelligenza. Per aver sfiorato fino a questo punto il ridicolo, devono essere in cuor loro perfettamente convinti di aver scongiurato, con la loro abilità, almeno una rivoluzione.

I padroni e l'amore

L’ambizione dei censori è stata quella di trasformare un grazioso film satirico in una qualunque pellicola comica con Totò. Ma non sono riusciti, nonostante una trentina di mutilazioni, a cambiarne la fisionomia realistica. E' bene comunque che il lettore conosca qualche altro dei tagli attuati.

Per aver libere le mani durante il salvataggio della jeep, Totò affidava Carolina a un vecchio socialista. che la lasciava scappare. Nell'edizione originale la lasciava scappare con la frase «abbasso i padroni!», nella copia riveduta e corretta con la frase «viva l'amore!» che è altrettanto bella, ma un po’ diversa come significalo.

Totò e Carolina, dopo varie e comiche avventure in campagna, giungono infine al paesello dove incontrano il parroco. La scena in sacrestia appare molto sforbiciata. Il pubblico se ne accorge benissimo da parecchi fatti: c'è, ad esempio, l’allampanato avvocato di quella famiglia di bigotti, il distinto individuo che Carolina accusa di aver attentato al suo onore, che per dire una battuta meno ipocrita quelle che il testo originale gli aveva assegnato, si cambia perfino di vestito! Da nero che era al principio della scena, diventa bianco di colpo, evidentemente per intonarsi alle anime candide dei censori.

Ma non possiamo fare l'elenco completo delle mutilazioni. E' un elenco che sarà fatto certamente sulle riviste cinematografiche specializzate. Qui ne aggiungeremo ancora due. A proposito dei tentati suicidi di Carolina, è stata tolta la frase del poliziotto: «Il suicidio è un lusso, i poveri non hanno neanche la libertà di uccidersi». E dalla retata iniziale delle prostitute è stato soppresso il particolare del celerino che si ritraeva confuso dalla lussuosa macchina in cui aveva puntato la propria lampadina, mormorando: «Scusi, Eccellenza!».

Ma non sono soltanto le parole o le canzoni tagliate a dare un'idra della consistenza realistica e satirica di questo divertente filmetto che diventerà molto popolare. Per fortuna. Totò e Carolina sta in piedi ancora benissimo, e il massacro subìto non si può paragonare a quello che aveva indegnamente rovinato Totò e i re di Roma, dello stesso bravo regista Monicelli. Si vede che lo scrittore Ennio Flajano, l’autore del soggetto che abbiamo raccontato lasciando il finale alla vostra curiosità, non è ancora cosi pericoloso come il russo Cecov, al quale il precedente film si era ispirato.

Ugo Casiraghi, «L'Unità», 7 marzo 1955


«[...] Ancora una volta Totò ha dimostrato di non sapere uscire dallo stato di macchietta al quale troppi mediocri registi lo hanno condannato: la sua vena comica, aiutata da un fisico straordinariamente adatto, è innegabile, ma il tentativo di crearsi una "maschera" come quella di Charlot è miseramente fallito. Totò non manca di spontaneità e neppure di umanità, ma le sue trovate sono troppo spesso in funzione di una scadente sceneggiatura e di una regia disinvolta e affrettata [...]»

Angelo Solmi, «Oggi», Milano, 11 marzo 1955


1955 03 13 Il Popolo Toto e Carolina intro

Le cronache ignare dell'effettivo valore di questa povera e modesta storia, avevano dedicato, per certe decisioni della censura, eccessivo spazio questo film. La censura, dal canto suo aveva riscontrato nel personaggio della guardia di pubblica sicurezza impersonato da Totò troppe licenze ed un atteggiamento che dà bonario diventava irriverente nei confronti dell'autorità costituita.

Anche con provvidenzialità gli, però, se si è potuta dare al film la possibilità di liberamente circolare per gli schermi, è scaturita chiaramente la povertà sostanziale della vicenda, il suo carattere stupidamente polemico, la sua satira epidermica, il marionettare dell'attore che da mimo si è trasformato in un personaggio da avanspettacolo.

La storia è quella di una ragazza che, avvelenatasi per delusioni sentimentali, viene trovata a Villa Borghese ed aiutata da una Guardia di Pubblica Sicurezza a cui è dato l'incarico di accompagnare la giovane al paese d'origine. Ma nessuno tra i parenti e gli amici, vorrà accogliere l'infelice; sarà infine - dopo molti tentennamenti - la guardia ad accettare nella propria casa la sventurata.

A parte le deficienze narrative e la carenza di un articolazione di situazioni e personaggi, il film è tecnicamente assai mal realizzato, e neppure le smorfie di Totò o il viso tormentato di Anna Maria Ferrero riescono a concedere dignità a questo pessimo prodotto dovuto a Mario Monicelli.

«Il Popolo», 13 marzo 1955


1955 03 14 Il Messaggero Toto e Carolina intro

Anche questo film è un esempio patente dell'eccessivo zelo che induce talvolta la censura a dar corpo alle ombre, a mal applicare una legge superata, a scambiare per illecito quanto é soltanto malizioso o, quel che forse è peggio, a non saper stare allo scherzo. E’ il caso, appunto, di «Totò e Carolina» che fu proibito perchè il protagonista, un agente della Celere, era stato supposto di compromettere il decoro della polizia per il solo fatto di essere Interpretato da Totò e coinvolto in burlesca serie di comiche avventure. (Altri inconvenienti, per la verità molto plausibili, dovuti ad alcune scene che si svolgevano in una parrocchia e che avevano un tono troppo evidentemente tendenzioso. erano state sollecitamente eliminate dai produttori con opportuni tagli).

In realtà la vicenda era non soltanto innocua (la personalità di Totò toglie qualsiasi realistica concretezza ai personaggi e alle vicende che muove), ma finiva per mettere In buona luce il cuore e l'umanità dell’agente destinato, per la sua bonaria storditaggine, per la sua paziente e goffa sollecitudine, per la sua ingenua buona fede, a guadagnarci tutte le simpatie del pubblico e a rifletterle sul corpo al quale appartiene. Ma per far capire cose tanto evidenti c‘è voluto un anno intero.

Speriamo che per «Le avventure di Giacomo Casanova» ci voglia meno. Il film è agile e divertente, ricco di gustose trovatine, alacre di gustosa inventiva, sostenuto da uno spirito né volgare né sconcio, anzi arguto e saporito, mosso, incalzante farsescamente ingegnoso e allegro. E proprio per queste qualità, insolite ai nostri film comici, era stato scelto dall’apposita commissione per essere inviato l'anno scorso al Festival di Cannes.

Vi si racconta di un agente zelantemente ligio e confusionario il quale avendo «rastrellato» per errore una ragazza che in seguito ad un fallo d'amore si era avvelenata di notte a Villa Borghese, viene incaricato di riportarla al paese per scongiurare l'eventualità di un secondo tentativo di suicidio. La ragazza è ribelle, aggressiva e indomabile e i parenti (non ha famiglia propria) non intendono di accollarsela; cosicchè il povero agente, dopo aver passato tutte sorta di guai e disavventure si adatta a prendersela in casa e ad assicurarle paternamente un avvenire.

Tutto questo è narrato dalla sceneggiatura di Flaiano e dalla regia di Monicelli con amabile e mordente brio, non privo di tocchi indulgenti e patetici, in un articolato seguito di scene di felice impianto farsesco e di umoristica vivacità, le quali danno modo a Totò di fornirci una delle sue più spassose e riuscite esibizioni comiche e ad Anna Maria Ferrero una fresca e viva interpretazione. I tagli della censura non incidono troppo, per fortuna, sulla concatenazione dei fatti e degli effetti.»

«Il Messaggero», 14 marzo 1955


1955 03 15 Momento Sera Toto e Carolina intro

Mentre i fulmini della censura si sono abbattuti su "Le avventure di Casanova" è giunta al pubblico la precedente vittima dei visti e delle cesoie, che non chiamerei illustre ma soltanto ben nota: "Totò e Carolina". Un agente-autista, per mettersi in luce ed ottenere un avanzamento, arresta a Villa Borghese, durante una retata di peripatetiche, una servetta incinta e abbandonata, che aveva ingerito la solita dose di barbiturici. La ragazza, salvata dalla morte, gli viene affidata per essere ricondotta al paese natio, dove però non ha genitori e nessuno che voglia tenerla.

Le peripezie dell'agente durante il viaggio, con la ragazza che tenta (o egli crede che tenti) il suicidio formano la materia del racconto, il quale si conclude con l'accogliemento della ragazza in casa dell'agente stesso, vedovo alle prese con un figlio, un vecchio padre e con le ristrettezze della vita, oltre che con l'attesa promozione.

I tagli operati dalla censura non si vedono (anche la durata è quella di un'ora e mezza) e non possiamo dire fino a che punto il film ne abbia sofferto. Dobbiamo giudicare quello che abbiamo visto, e quello che abbiamo visto è un tentativo non riuscito di ritrovare la vena ed i significati di "Guardie e ladri". Le intenzioni sociali, nell'avvicinamento di due personaggi miseri e "vittime", sono evidenti. Ma qui danno prevalentemente fastidio, come danno fastidio certe battute che sembrano scusare ed ora condannare il suicidio.

Dal punto di vista comico, poi, si ride ben poco, anzi il film è prevalentemente serio, nonostante la presenza di Totò. E questo può giustificare le ire della censura, dato che il personaggio dell'agente è quello di un perfetto idiota, e un idiota non da farsa ma realistico. Probabilmente, "Totò e Carolina" era un film nato male che la censura, invece di agire da provvida levatrice, ha fatto venire alla luce quasi un morto.

Vinicio Marinucci , «Momento Sera», 15 marzo 1955


1955 03 17 Corriere Biellese Toto e Carolina intro

La programmazione di questo film è stata notevolmente ritardata per le remore opposte dalla censura. Nel corso una retata di «quelle» operata dalla polizia a Villa Borghese l’agente Totò arresta una servetta, sedotta, che si trova per caso sul posto licenziata dalla famiglia presso la quale prestava servizio. Proprio allora essa ha ingerito un tubetto di barbiturici, per avvelenarsi, e deve essere disavvelenata all'ospedale. Della notizia si impadronì sce la stampa, che attacca la polizia per lo sbaglio, commesso.

Per evitare che possa attentare nuovamente alla sua vita, Totò viene incaricato di scortarla al suo paese. La ragazza fa di tutto per sfuggire al suo zelante custode, che la riacciuffa sempre. Giunti al paese, Totò comprende anche lui che la poveretta non ci potrebbe stare, e la riporta indietro, sperando di trovarle una sistemazione. Ma nessuna soluzione si presenta, e alla fine il buon agente si decide a prendersela .nella sua casa di vedovo, col vecchio padre e il figlioletto a carico, dove c'è tanto bisogno di una massaia.

«Corriere Biellese», 17 marzo 1955


«Dal comico al patetico, o quasi, stavolta troviamo Totò nei panni di un agente di polizia dall'ingrato nome, che credendo di aver pescato nel corso di una retata, «una di quelle » è perciò solo convinto di poter far carriera. Ma trattandosi di un equivoco, l'inflessibile tutore della legge comincerà poco a poco ad innamorarsi della sua... vittima e come andrà a finire la vicenda non vi diciamo, per ragioni che ben comprendete. Osteggiato e maltratto dalla censura, il film ha più di un episodio felice e ben azzeccato, ed accanto all'inesauribile Totò annovera una dolcemente sensibile Anna Maria Ferrero»

.«Il Monferrato», 22 marzo 1955


1955 04 17 La Gazzetta di Mantova Toto e Carolina intro

La censura si è particolarmente accanila contro Totò e Carolina; si parla di 32 tagli e di una serie di modifiche ai dialoghi ed alla sceneggiatura, resisi in dispensabili per ottenere l'imprimatur superiore. Sulla portata effettiva e sostanziale di queste mutilazioni nell'economia generale dell'opera non abbiamo ragguagli precisi; comunque le forbici qua e là si sentono ed una vicenda « leggera » nel tono e tenuta insieme da un filo sottilissimo (come appare quella di Totò e Carolina) ne deve avere indubbiamente sofferto. Non è certo questa la sede adatta per un discorso, sia pure sommario, sulla censura, Dio ce ne scampi: una didascalia, iniziale avverte che il film è una specie di favola, concepita su un piano, del tutto particolare, senza riferimenti alla realtà tali da infirmare il rispetto che ogni dabben cittadino deve alle forze dell'ordine. La ragione dette ire censorie è probabilmente tutta lì, nel fatto cioè che il protagonista sia la guardia di P.S. Caccavallo Antonio. Non è una spiegazione esauriente, certo ed anzi vacilla ancora di più alla fine del film comunque cosi è, anche se non vi pare. Vacilla, dicevamo perchè si tratta di una storiella buona con una guardia zelantissima che si porta in caserma una ragazzetta ritenendola una passeggiatrice mentre non lo è e poi deve riaccompagnarla al paese di origine.

La giovane ha tentato il suicidio perchè sedotta ed abbandonata da un uomo sposato: al paese non ha nessuno che la voglia nè vuole tornarvi. Combina cosi una tal serie di peripezie e di grattacapi al povero Caccivallo da compromettergli seriamente la promozione. Poi tutto finisce bene, con la morale benedetta della buona gente. Non c’è altro e il motivo conduttore, la cadenza del linguaggio autorizzano a supporre che proprio le 32 scene tagliate non fossero proprio tanto insidiose e proibite.

Anche così com'è, ad ogni modo, il film scorre piacevole, sul piano della commedia cinematografica con alcune notazioni patetiche efficaci nella loro semplicità. In alcuni momenti il comico cade nel farsesco e questa è indubbiamente una lacuna dovuta ad alcune impennate di Totò che — perfettamente a suo agio - in certi momenti si abbandona ai lazzi peggiori del suo repertorio. A fianco del comico napoletano, Anna Maria Ferrero che è carina e fa bene. Indovinati anche i comprimari come Arnoldo Foà, Gianni Cavalieri, Tina Pica nelle loro fugacissime apparizioni. Un onesto film, per concludere, ed un ottimo investimenento commerciale per il produttore: l'intervento della censura infatti costituisce il miglior sussidio pubblicitario che si possa immaginare.

red, «La Gazzetta di Mantova», 17 aprile1955


Cine censura

Il cinema italiano ha vissuto una settimana di panico, ma ora l’orizzonte va schiarendosi. L’unica Casa veramente comunista è la Cooperativa Spettatori Produttori. Cinematografici, che ha prodotto “Achtung, banditi!” “Ai margini della metropoli” e “Cronache di poveri amanti”.

Norme generiche

L’onorevole Ermìnì è un uomo di 54 anni, abile parlatore, professore di Storia del Diritto Italiano e Rettore dell’Università di Perugia. Moralista rigido e zelante, egli era già noto, sotto questo aspetto, per l’opera svolta contro gli eccessi della letteratura fumettistica destinata ai ragazzi. Per attuare la sua azione (anticomunismo e moralizzazione) egli agì subito con le Commissioni per la Revisione cinematografica, cioè con la censura.

Totò e Carolina


In Italia la censura è ancora regolata dalla legge del 1923, le cui norme, piuttosto generiche, sono in pratica a discrezione di chi le applica, possono essere cioè estremamente severe o estremarnente blande, causando spesso contraddizioni. Nel lungo periodo in cui fu sottosegretario, l'onorevole Andreotti guidò la censura con un criterio abbastanza duttile. Al contrario, l’onorevole Ermini ha subito dimostrato di voler seguire una linea di condotta severa e intransigente contro i baci troppo lunghi o troppo audaci, contro le gambe nude o le scollature, contro tutto ciò, in generale, che egli ritiene offendere il senso morale e il pudore. Indicativa è questa frase che gli viene attribuita: «Abbiamo tante belle cose, oltre le donne!...». Così pure per quanto riguarda le offese alle istituzioni dello Stato e alla dignità nazionale. Prima vittima: «Totò e Carolina» di Mario Monicelli. Una commedia satirica che vuol far ridere il pubblico con le vicende di un agente di polizia (Totò) che, prendendo troppo sul serio la professione, eccede nel compimento del proprio dovere. La censura ha bocciato definitivamente il film (di cui non conosciamo la consistenza artistica) e i suoi produttori Ponti e De Laurentiis lamentano una perdita di 230 milioni.

Non è la prima volta che questi due produttori vengono alle prese con la censura. Essi hanno mostrato sempre di non accettare i «consigli» preventivi della Direzione dello Spettacolo. Il loro film «Anni facili», diretto da Luigi Zampa, ne fu, l’anno scotio, l’esempio più clamoroso.

Lettere di licenziamento

Ma allora, la satireggiata burocrazia non trasse vendetta né della sfida né della satira e la censura passò il film con qualche lieve taglio. La sfida continuò con La Romana, tratto da un romanzo che è all’Indice. Per quanto i personaggi e la vicenda di Moravia siano già stati nella sceneggiatura attenuati e modificati, non è azzardato dire che, a meno dì ulteriori concessioni, anche questo film rischia la sorte di «Totò e Carolina». Così «Mambo», con Silvana Mangano, che gli stessi produttori hanno attualmente in lavorazione nonostante le riserve della Direzione dello Spettacolo sull'audacia di alcune scene.

Il divieto alla programmazione di «Totò e Carolina», le voci su un possibile intervento della censura per «La Romana» e «Mambo», misero Ponti e De Laurentiis in difficoltà. Si fermò il credito bancario e i due produttori mandarono lettere di licenziamento al personale dei loro stabilimenti.

Il fatto non aveva alcun rapporto con l'agitazione per la legge sul cinema ma, poiché con essa coincise, si fece di ogni erba un fascio e si disse che l'insipienza del Governo provocava il fermo dell'attività cinematografica e che a breve scadenza anche la Titunus, la Lux e tutte le altre Case produttrici avrebbero seguito l’esempio di Ponti e De Laurentiis. Più tardi, la stessa Direzione dello Spettacolo contribuì a chiarire la situazione di Ponti e De Laurentiis, i quali continuarono la produzione: le lettere di licenziamento furono smentite e gli altri produttori smentirono a loro volta di aver avuto l’intenzione, per forzare la mano del Governo, di sospendere l'attività prodìuttiva in corso. In realtà, qualcuno aveva prospettato l'idea della serrata, ma era stata scartata. I produttori dichiararono di aver piena fiducia in una rapida e favorevole decisione parlamentare. [...]

Domenico Meccoli, «Epoca», anno V, n. 186, 25 aprile 1954


06 03 1955 Epoca Toto e Carolina intro

II film «Totò e Carolina» ha un'aureola di martirio che si si addice poco; nel senso che un anno e più di battaglie con la censura e i trenta tagli subiti costituiscono un fardello troppo pesante per il suo scheletro gracile. Non è sempre vero che la persecuzione dia grandezza a chi la soffre; talvolta semplicemente fa piccolo e ridicolo chi la esercita. Nel caso di «Totò e Carolina» nasce addirittura questo sospetto: le ragioni che hanno mosso l'ira della censura forse sono le stesse che "prima" avevano impedito al regista Mario Monicelli di realizzare compiutamente il film (la metà che resta è buona, gradevole, diverte e talvolta anche intenerisce; ma la metà non fatta lascia un vuoto, più grande del divertimento).

Vediamo infatti come potrebbe essere ricostruita la storia di «Totò e Carolina» (mi rendo perfettamente conto dell'arbitrarietà del procedimento, da Corte d’Assise, ma non trovo mezzo migliore per spiegarmi). L'idea prima dei film è molto bella. A un agente di polizia viene affidata una ragazza che vuol morire; l’agente ha il dovere di impedirle di morire, non ha il diritto di imporle di vivere. Tutto qui: un nodo drammatico di grande vastità, perchè propone l'antico conflitto fra società e individuo in termini così elementari che la soluzione diventa impossibile. Entrambi i protagonisti infatti sono, hanno da essere creature semplici, lì mio suicidio, dice lei, è motivo di scandalo e lo credo; ma allora tu metti fine all'altro scandalo, cioè toglimi dalla condizione di dovermi uccidere. Il che non è possibile, perchè la società nè te lo chiede nè te lo consente. E allora? Allora non c’è via d'uscita. E' la logica irresistibile dei semplici, quella che chiede i conti finali a tutto, eserciti imperi monopoli codici tavole. La società viene messa in crisi dalla caparbia infelicità di una servetta e dalla fedeltà apparentemente idiota, sostanzialmente eroica di un agente di polizia alla legge. Il fatto poi che un dramma di questo genere abbia uno svolgimento comico, anche questo è naturale, perchè c’è una straziante assurdità nei problema stesso.

Il soggetto, anche dal punto di vista narrativo, era eccezionalmente limpido e felice. La ragazza viene presa in una retata di prostitute a Villa Borghese, dallo stesso agente che la dovrà riportare a casa, al paese donde è venuta. e dove il ritornare è peggio della morte. E appunto arrivati al paese, dopo un viaggio accidentato, anche sentimentalmente. il poliziotto comprende che davvero non c’è via d'uscita. Dunque una azione fluida, continua, verso una conclusione assolutamente necessaria, l'unica possibile: la legge non può soffocare lo scandalo dell'infelicità?, ebbene la legge divorerà lo scandalo facendo propria quella infelicità, caricandosela addosso, portandosela a casa: il poliziotto difatti si porta a casa la ragazza. E' una conclusione irrazionale, lo so; ma la logica dei poveri ha sempre una conclusione irrazionale.

A un certo momento della realizzazione, regista e sceneggiatori si sono preoccupati di motivare, con ragione, l’infelicità della ragazza. Disgraziatamente non si sono fermati alla spiegazione di uno Stato psicologico. Hanno chiamato in causa la società, il che significava farlo per la seconda volta, giacché una ragazza che tenta il suicidio i suoi conti con la società li ha già fatti. In verità, mi sembra, essi non si sono accorti che stavano motivando "la loro propria infelicità”; ed è accaduto che mentre Totò e Carolina se ne andavano sulla jeep a risolvere il loro problema nel modo che s’è detto, gli autori del film li seguivano gettando intorno occhiate irritate, offese, accusataci, come a dire continuamente «vedete di chi è la colpa, di chi è la colpa, di chi è la colpa...». A quel punto, viceversa, che la società fosse in colpa lo avevamo già stabilito e ci interessava sapere come se la sarebbero sbrigata fra loro, l'agente e la ragazza, con quale gioco di invenzioni sentimentali, con quali rischi, cadute, scontri, repulsioni, attrazioni. U caso appunto ha avuto (ma è stato soltanto un caso?) che proprio quelle occhiate accusatrici, dispersive agli effetti della vera azione del film, abbiano irritato i censori e procurato tanti guai.

A meno che la censura non abbia trovato intollerabile Totò nella uniforme di agente di polizia. Se cosi fosse, sarebbe davvero estremamente buffo, perchè la censura anche in questa ipotesi, commettendo un errore, avrebbe inconsapevolmente messo il dito su una critica di tutt’altro genere, ma probabilmente esatta. Totò ancora una volta ricade nella eterna caricatura di un personaggio immaginario, che non è il personaggio di questo film nè di qualsiasi altro film. Il divertimento che ci procura — un divertimento a tratti intenso e prolungato — ci costa tutta l’umanità che quell’agente di polizia avrebbe dovuto avere. Ma nemmeno Anna Maria Ferrerò è del tutto adatta alla parte. I tempi degli attori presi dalla vita per un personaggio che non può avere una faccia diversa, sono ormai lontani.

Vittorio Bonicelli, «Tempo», anno XVII, n.11, 17 marzo 1955


06 03 1955 Epoca Toto e Carolina intro

Felicitiamoci con la Celere per aver superato il suo complesso di inferiorità. A questo e non altro si poteva ascrivere la proibizione di Totò e Carolina, proibizione che sollevò un anno fa tante proteste e tanti commenti. Naturalmente, quando si seppe che era proibito tutti a Roma cercarono privatamente di vederlo, e così lo vidi anch’io. Ci trovai una svelta e divertente commedia, è vero con qualche saporito granello qua e là di politica e malizia, però nulla che uscisse dai limiti di un costituzionale sfottò. Ma ammesso pure che i censori lo avessero giudicato eccessivo, mi parve strano che per poche battute facilmente rettificabili si fosse impegnata addirittura l’autorità dello Stato con una condanna cosi recisa e solenne, creando al film un esagerato piedestallo di scandalo, quasi un’aureola di conculcata libertà.

Carolina 00001

Pensai dunque che, dovendo a ogni costo trovare un motivo, l’unico forse era quello, pregiudiziale, di aver messo indosso l’uniforme della Celere a Totò, e di avere cosi compromesso in un personaggio farsesco il decoro di un Corpo armato dello Stato. Questo incubo del vilipendio, prodotto di una mentalità arretrata e meschina, è tanto diffuso che mi raccontarono che a suo tempo i produttori di Pane, amore e fantasia passarono i loro patemi nel dubbio che l’amabile macchietta del Maresciallo potesse essere stupidamente interpretata come un oltraggio alla nobile Arma dei Carabinieri.

È un errore credere che il presentare in luce familiare e spassosa certe istituzioni le indebolisca. Non ci fu mai un esercito preso in giro come lo fu il francese, nella letteratura e nel teatro del primo Novecento, quando Courteline satireggiava la vita di caserma, e non c’era si può dire pochade in cui non comparisse un generale in mutande. Eppure proprio l’esercito francese doveva vincere, pochi anni dopo, una delle più titaniche battaglie della storia, Verdun; una delle ultime del tipo classico, perché poi già nella guerra seguente era tutto cambiato, e non parliamo poi delle future, in cui le battaglie si decideranno quando a distanza di cinquemila chilometri, l’ultimo soldato sarà atomicamente arrostito come un pollo.

Un po’ sulla linea curtelinesca è anche questo agente scelto Caccavallo Antonio il quale, avendo una sera durante una retata a Villa Borghese «rastrellato» abusivamente una ragazza che per un fallo e un disinganno d’amore aveva ingerito proprio in quel momento dei barbiturici, e che i sanitari che la salvano giudicano psichicamente scossa e capace di ripetere il gesto, è comandalo dal suo Commissario di riportarla. al paese e consegnar , la alla famiglia. Ma la ragazza non ha famiglia, e nessuno la vuole, per cui alla fine il disgraziato agente scelto che in quella avventurosa giornata passa a causa della scia, guratella ogni sorta di guai, compreso il rischio di rimetterci l’osso del collo, decido di prendersi a carico lui quelle due bocche in famiglia, la ragazza subito e il pupo quando verrà. Ebbene si può prevedere sin d’ora che questo diventerà un personaggio popolarissimo. Non solo perché ha una grande carica comica, ed è uno dei migliori Totò mai visti (anche Anna Maria Ferrero esce molto bene), ma perché nella sua ingenua burbanza, e travettistica umiltà, e confusionario zelo, è puro un personaggio simpatico e umano. Sicché alla fine la Polizia ci farà un buonissima affare, e anche senza il predicozzo iniziale che non serve a niente, questo film gioverà probabilmente alla sua popolarità presso il pubblico italiano, molto più dei marziali vocalizzi della Attualità Incom.

Ma Totò e Carolina vale soprattutto perché rappresenta un tentativo purtroppo rarissimo tra noi, di farsi intelligente. Infatti pur avendo radice in un dramma, so stanzialmente l’andamento è di farsa, anzi in più di un punto ne prende addirittura il ritmo precipitosamente motorio. Farsa, e tuttavia intelligente perché, salvo qualche accidentale caduta, come nel. l’episodio dell’osteria e del bidone di latte, Flajano soggettista e Monicelli regista sono riusciti a tenerla su un costante livello di ingegnosa invenzione e di comica classe, mai vista nel nostro cinema dove il comico è sempre o stupido o scurrile; e da questo punto di vista interesserà seguire il responso degli incassi. Quanto alle battute rimaneggiate o soppresse, si potranno deplorare queste amputazioni per ragioni di principio, ma anche se gli hanno tolto talora senso e mordente non si può dire che abbiano pregiudicato il film. Ringraziamo a ogni modo che sia stato conservato uno dei passaggi più scabrosi: quello in cui il celerino in camionetta, che era balzato furioso a terra per fare una scenata credendosi tamponato da un autocarro di «rossi», si mette immediatamente sull’attenti e chiede scusa, appena si accorge che si tratta invece di boy scouts guidati da un reverendo. È una cosa da nulla, solo una piccola, innocua boutade laica. Ma il fatto che, a questi chiari di luna, si sia osato tanto è confortante. Forse una nuova era si apre per la Patria.

Filippo Sacchi, «Epoca», anno VI, n.231, 6 marzo 1955


1970 07 15 Il Messaggero Toto e Carolina R intro

E’ uno dei film più interessanti, per ciò che riguarda sceneggiatura e regia — è firmata da Mario Monicelli, nel 1954 — anche se, a suo tempo, vi si videro spunti e riferimenti satirici collegati al clima politico italiano del tempo, e fu tenuto dalla censura in bilico per qualche anno. La trama desunta a un racconto di Flaiano, è imperniata sullo zelantissimo personaggio di Caccavallo: un agente-autista della squadra del buon costume. Durante una retata a Villa Borghese, capita insieme con le prostitute una giovane paesana, venuta di recente dalla campagna: Carolina. Costei, appena in guardina, tenta di uccidersi: ricoverata in ospedale, si rimette presto e, poiché il commissario ha riconosciuto l'errore commesso dagli agenti di confonderla con le donnacce, ordina che sia rinviata al paese, in compagnia di Caccavallo.

Dopo una sosta in casa di costui, ch’è da poco vedovo, col padre e un figlioletto, i due partono per Montefiascone. Dopo varie peripezie, Caccavallo, il quale vive sempre nel timore che (a giovane tomi ad avvelenarsi, riesce 8 condurla dal parroco, al quale Carolina confessa di essere incinta, per colpa di uno sconosciuto e sposato per giunta. Poiché tutti i tentativi per sistemare la ragazza in qualche famiglia non hanno risultato. Caccavallo è costretto a riprendere con lei la via del ritorno. La conclusione è ovvia: se nessuno la vuole, se la terrà in casa sua, dove c’è proprio bisogno di una mano femminile.

G. T., «Il Messaggero», 15 luglio 1970


1970 07 18 Tempo Toto e Carolina Censura intro

1970 07 18 Tempo Toto e Carolina Censura f1Non c’è nulla di immutabile, a questo mondo. Nel 1953-54, quando cercò di ottenere il visto di censura per poter essere immesso nei normali circuiti cinematografici, un film come ”Totò e Carolina” andò incontro alle grane sue. La vicenda non può essere definita molto rivoluzionaria, nè la trama eccessivamente scabrosa. Si tratta della storia di una ragazza — vent'anni e meno — appena giunta dalla campagna e spinta dalla disperazione a intrupparsi tra le derelitte di Villa Borghese, a Roma: naturalmente, alla prima "retata" della polizia si fa "beccare”. Già in questura, sopraffatta dalla vergogna. Carolina (Anna Maria Ferrero) incomincia a mettere nei guai il commissario con un tentativo di suicidio.

Dopo la regolamentare lavanda gastrica all'ospedale, il commissario pensa di liberarsi del grattacapo rifilando la ragazza allo zelante agente scelto, Antonio (Totò), perchè la riaccompagni al paesello con il rituale foglio di via. Dopo una breve sosta a casa dell’agente, vedovo con padre e figlioletto a carico, i due partono in jeep per Montefiascone. Ma neppure al paese — dove giungono dopo un’infinità di peripezie, da un tentativo di fuga a quello di un altro suicidio — qualcuno, parenti, parroco, autorità, vuole assumersi il compito di "prendere in carico” una ragazza già schedata dalla polizia e che, per di più, confessa di essere in attesa di un figlio. Al povero agente non resta che far marcia indietro con la ragazza, di cui ormai si sente responsabile, nella speranza di trovare una soluzione. Ma non c’è niente da fare: neppure un ladruncolo (Maurizio Arena), sorpreso a rubare in un camion e che potrebbe farla franca se solo volesse andarsene con Carolina, accetta il baratto. E alla fine l'agente si rassegna a portarsi a casa la ragazza: potrà dargli una mano nel mandare avanti una famiglia dove sono solo uomini.

Una storia esile esile, ravvivata da un’eccellente recitazione, da una sciolta regia di Mario Monicelli, e da alcune efficaci notazioni di costume introdotte in fase di sceneggiatura (curata, assieme allo stesso Monicelli, da Ennio Flaiano e Rodolfo Sonego), che non si vede proprio in che cosa possa costituire scandalo. Ma nel 1954 le ragioni di scandalo apparvero molte. Prima di tutto quello spirito di "volemose bene" che sotto sotto pervade tutto il film, comprende anche i comunisti, visti come più propensi alle bicchierate in osteria che alla preparazione della rivoluzione. E poi, come si poteva concepire un agente di polizia tanto poco marziale, tanto pover'uomo, persino disposto a lasciar scappare un ladruncolo purché lo togliesse dalle grane come si dimostra il buon Totò? C’era da risvegliare l’inorridita indignazione dei difensori della morale e dell’onore patrio. E il film, mentre le polemiche sui giornali infuriavano, dovette attendere per mesi il suo visto, poi rassegnarsi a tagli. Oggi, su queste cose, si può sorridere.

«Epoca», 18 luglio 1970


1972 01 17 L Unita Toto e Carolina Retrospettiva TV intro

Questa sera in TV il film «Totò e Carolina». Un attore sul cui conto si sprecano i luoghi comuni - Ha lavorato con diversi registi - Una maschera che urtò i potenti - La grande nostalgia per il teatro - Proporlo in televisione è un limite - Non servono più i fantasmi - Il principe e il comico

Il principe De Curtis, in arte Totò, è un uomo sul cui conto i luoghi comuni si sprecano. Per esempio: snobbato dalla critica, è stato rivalutato dopo la morte; il che non è completamente vero, ed è comunque un errore da superare, non un tormentone da ripetere. Oppure: un grande attore che ha fatto solo brutti film; fandonia delle più clamorose, basta rifarsi ai dati per rendersene conto.

Dati che parlano chiaro: la filmografia che Goffredo Fofi aggiunge in calce al volume Totò: l'uomo e la maschera, da lui curato insieme a Franca Faldini, comprende 97 titoli. In questo cospicuo elenco, riscontriamo sette regie di Monicelli, tre di Pasolini, una ciascuno di De Sica, Bolognini, Comencini, Rossellini, Blasetti, Gregoretti, Lattuada, Eduardo De Filippo; due sceneggiature di Vitaliano Brancati, due di Ennio Flaiano; due adattamenti da Pirandello e uno (Totò e i Re di Roma, 1951) da testi di Cechov. Bellissimi nomi, tutti quanti. Certo sono una minoranza, la massa è rappresentata ai film di Camillo Mastrocinque, di Mario Mattioli, di Sergio Corbucci, questi si autentici «mercenari» della sotto-commedia italiana. Ciò non toglie che sarà bene cominciare a distinguere, in questo come in altri campi.

Un'altra cosa da non dimenticare è come Totò, nell’immediato dopoguerra e fino agli inizi degli anni Cinquanta, fu impiegato in film di carattere quasi neo-realista. Merito di Rossellini che lo usò in un film purtroppo poco riuscite, Dov'è la libertà del 1952; merito soprattutto di Mario Monicelli che lo diresse (prima in coppia con Steno, poi da solo) in Totò cerca casa (1949), paradossale film-inchiesta sulla crisi degli alloggi; in un memorabile Guardie e ladri (1951), dove il duetto con Aldo Fabrizi raggiunge vertici sublimi; e, ultimo ma non ultimo, nel film di questa sera, Totò e Carolina (1953), da un soggetto di Ennio Flaiano.

Proprio Totò e Carolina è importante per capire come la maschera di Totò potesse urtare i potenti. Finito nel 1953, il film fu bloccato dalla censura e poti uscire solo nel '55, impietosamente tagliato. Totò vi interpreta il ruolo di un poliziotto che deve ricondurre al suo paese, con foglio di via, una ragazza che ha tentato il suicidio. Un soggetto difficile, e poi, ma scherziamo, un poliziotto con la faccia di Totò? Monicelli e Flaiano dovettero operare trentacinque tagli.

E’ giusto, quindi, che Totò e Carolina vada in TV, anche venticinque anni dopo. E' anche un atto di riparazione, perchè la TV, pubblica e privata, ha sfruttato e massacrato Totò come nessun altro: presentando copie macilente, piene di salti, inguardabili, e organizzando centoni che non rendono minimamente giustizia all'attore. Vorremmo finalmente vedere film integri, e soprattutto vogliamo vedere film interi, non raccolte di spezzoni. Per capire come, a volte, Totò fosse veramente costretto a salvare copioni allucinanti con la sola forza della propria mimica e del proprio nonsense; e anche per capire come, talvolta, questo stralunato Pulcinella si limitasse a scatenarsi in due o tre scene, disinteressandosi del film nel suo complesso. Monicelli stesso ce lo dice: «Totò si compiaceva se chi gli scriveva le sceneggiature erano autori di nome, però credo cho sul fondo non gli interessasse molto. La grande passione, la grande nostalgia di Totò era il teatro, il cinema lo ha fatto per ragioni economiche...».

D’altronde, Totò in TV lo amiamo, ma ci fa tristezza; già il cinema è un'arte tecnica, di riproduzione della realtà; il cinema in TV i riproduzione di una riproduzione. La cosa funziona per grandi registi nelle cui mani l'attore è solo materiale narrativo, non può andare bene per Totò. Facciamo allora una proposta: trasmettiamo tutti i film di Totò, uno al giorno, per omaggiarlo; poi chiudiamoli in una stanza, e facciamoli vedere solo a bambini di tre o quattro anni che dimostrino un precoce talento per la mimica e per l'assurdo: impareranno parecchio, e forse, finalmente avremo un nuovo Totò. Perchè non ci servono più fantasmi, ci serve un uomo di carne, che sappia fare a pezzi il buon senso e le convenzioni usando esclusivamente la lingua e le mani.

Ci serve un altro uomo che, come Totò, sappia superare le classi, nutrendo la propria maschera degli spiriti vitali e anarcoidi del sotto proletariato, senza perdere la propria nobiltà, la propria signorilità. Totò era cosi: era un principe, ed è l'unico luogo comune che ancora gli si attagli bene. Racconta Vittorio De Sica che lo diresse in L'oro di Napoli: «Il primo giorno che lavorai con lui gli domandai: “Devo chiamarla principe o Totò?”. Ci pensò un attimo, poi mi rispose: “Mi chiami Totò". Ma tutti gli altri dovevano chiamarlo principe...».

al.c., «L'Unità», 17 gennaio 1972


1973 05 05 La Stampa Ciclo film Toto TV intro

Caro Totò, dai e dai, anche per lui la tv è riuscita ad azzeccare il film giusto. Sino ad ora non erano sfilati che cascami. «I due orfanelli», «Totò le Mokò», «Totò sceicco»... sbrindelli di rivista, e non proprio della migliore, trasferiti sullo schermo e ricuciti alla meglio, frettolosamente... gualche risatina... il più delle volte si stava li, in paziente attesa di un'occasione di ilarità che tardava a venire... Oppure abbiamo visto «Yvonne la nuit», fumettone lacrimoso dove Totò c'entrava come i cavoli a merenda... Ma questa settimana, finalmente, è stata riesumata una pellicola che, senz'essere un capolavoro, è garbata e intelligente, persino con una punta di satira: Totò e Carolina di Mario Monicelli.

Andiamo a guardare chi è il soggettista: Ennio Flajano. In un'epoca (1955) in cui il poliziotto, ancora più di adesso, diremmo, si ergeva a grande distanza dal cittadino, autoritario simbolo del potere statale, provvisto di casco e di sfollagente, solo ad un tipo ironico e amaro come Flajano poteva venire in mente di offrire un'immagine di agente di P. S. bonario e pasticcione, strampalato e sgangherato, alle prese, tra le quattro pareti domestiche, con un figlioletto dalle calze a pezzi e con un vecchio padre rimbambito, una volta accuditi dalla moglie ora defunta... E' poco più di un morto di fame che sogna un piccolo aumento di stipendio e che sente un'immediata solidarietà per una ragazza che appartiene alla sua stessa categoria, la categoria dei poveri e dei diseredati che tirano la carretta faticosamente... Quando si trova in difficoltà grida «Compagni!» invocando il soccorso di alcuni socialisti (allora il socialista era l'unico rappresentante delle sinistre che poteva essere nominato: i comunisti noti dovevano esistere); e quando la jeep che pilota viene tamponata da un camion scende imbestialito, ma trovandosi al cospetto di un reverendo s'inchina sino a terra...

1973 05 05 La Stampa Ciclo film Toto TV f1

Anche se poi, a conti fatti, «Totò e Carolina» è una casetta, si capisce come vent'anni fa la censura si sia inquietata e abbia messo i suoi bravi bastoni tra le ruote del film, probabilmente tagliato, certo ostacolato e osteggiato. Perché abbiamo detto, all'inizio, «caro Totò»? Ma perché abbiamo di Totò, collocato in quel periodo (grosso modo tra il '50 e il '60), un ricordo particolarmente affettuoso. Il periodo era — come dire? — tutto severo, tutto serioso, tutto conformista, tutto teso all'edificazione morale. Rammentiamo (ed è bene rammentarlo perché troppa gente se l'è dimenticato) che venivano tolti dalle vetrine di una galleria d'arte i nudi di Modigliani; che sui giornali era proibita la parola amante: che non si poteva rappresentare «La Mandragola» di Machiavelli; che si coprivano con striscioline di carta le gambe della ballerina in tutù effigiata sul manifesto di «Scarpette rosse»; che la televisione nasceva in un clima di limitazioni, di imposizioni, di riguardi e di paure (dove l'innocente espressione «scherzo da prete» scappata al concorrente di un quiz suscitava orrore e scandalo).., ma dovremmo continuare per un pezzo, occupare parecchie Una statua e una "via Totò" colonne, forse un intero volume...

Bene, in quel periodo Totò era, sia pure modestamente e negli angusti confini tollerati dalla censura e comunque scrupolosamente rispettati dai produttori, un emblema di apertura burlesca, di verve sornionamente ammiccante, di sghignazzata (o pernacchia, se del caso) lietamente irriverente, come sana e spontanea e popolaresca reazione a troppa austerità. In «Totò e Carolina» abbiamo ritrovato, a tratti, questo spirito e l'abbiamo apprezzato. E per continuare il discorso della comicità cinematografica in tv, annotiamo che al sabato c'è un'antologia di vecchie farse (l'altra settimana Cretinetti, stasera Robinet): tutte cose girate negli stabilimenti di Torino (e per le vie di una mitica, incredibile Torino deamicisiana e gozzaniana). La rassegna ci sembra molto interessante e gradevole. Ma di regola incontri quelli che ti dicono in tono risentito: «Io non sono riuscito a ridere veramente...». Bella scoperta: è come se uno pretendesse di singhiozzare a «Cenere» conia Duse o a «La falena» con Lyda Borelli. Sono documenti preziosi di un gusto o di un'epoca in cui si colgono senza difficoltà le matrici dell'arte comica che verrà dopo: e da cui non è raro tirare fuori momenti di autentico divertimento. E poi. perché protestare? Chi non è soddisfatto dell'umorismo del cinema muto non ha che da toccare un pulsante e passare sul «nazionale»: qui cadrà fra le braccia di Bramieri e sarà avvolto dall'umorismo che cercava, fragoroso e ben imbottito di parole.

Ugo Buzzolan, «La Stampa», 5 maggio 1973


1980 11 17 L Unita Toto e Carolina Retrospettiva TV intro

Il principe De Curtis, in arte Totò, è un uomo sul cui conto i luoghi comuni si sprecano. Per esempio: snobbato dalla critica, è stato rivalutato dopo la morte; il che non è completamente vero, ed è comunque un errore da superare, non un tormentone da ripetere. Oppure: un grande attore che ha fatto solo brutti film; fandonia delle più clamorose, basta rifarsi ai dati per rendersene conto. Dati che parlano chiaro: la filmografia che Goffredo Fofi aggiunge in calce al volume Totò: l'uomo e la maschera, da lui curato insieme a Franca Faldini, comprende 97 titoli. In questo cospicuo elenco, riscontriamo sette regie di Monicelli, tre di Pasolini, una ciascuno di De Sica, Bolognini, Comencini, Rossellini, Blasetti, Greporetti, Lattuada, Eduardo De Filippo; due sceneggiature di Vitaliano Brancati, due di Ennio Flaiano; due adattamenti da Pirandello e uno (Totò e i Re di Roma, 1951) da testi di Cechov. Bellissimi nomi, tutti quanti. Certo sono una minoranza, la massa è rappresentata ai film di Camillo Mastrocinque, di Mario Mattioli, di Sergio Corbuccì, questi sì autentici «mercenari» della sotto-commedia italiana. Ciò non toglie che sarà bene cominciare a distinguere, in questo come in altri campi.

Un’altra cosa da non dimenticare è come Totò, nell’immediato dopoguerra e fino agli inizi degli anni Cinquanta, fu impiegato in film di carattere quasi neo-realista. Merito di Rossellini che lo usò in un film purtroppo poco riuscito, Dov'è la libertà del 1952; merito soprattutto di Mario Monicelli che lo diresse (prima in coppia con Steno, poi da solo) in Totò cerca casa (1949), paradossale film-inchiesta sulla crisi degli alloggi; in un memorabile Guardie e ladri (1951), dove il duetto con Aldo Fabrizi raggiunge vertici sublimi; e, ultimo ma non ultimo, nel film di questa sera, Totò e Carolina (1953), da un soggetto di Ennio Flaiano.

Proprio Totò e Carolina è importante per capire come la maschera di Totò potesse urtare i potenti. Finito nel 1953, il film fu bloccato dalla censura e potè uscire solo nel ’55, impietosamente tagliato. Totò vi interpreta il ruolo di un poliziotto che deve ricondurre al suo paese, con foglio di via, una ragazza che ha tentato il suicidio. Un soggetto difficile, e poi, ma scherziamo, un poliziotto con la faccia di Totò? Monicelli e Flaiano dovettero operare trentacinque tagli.

E’ giusto, quindi, che Totò e Carolina vada in TV, anche venticinque anni dopo. E’ anche un atto di riparazione, perchè la TV, pubblica e privata, ha sfruttato e massacrato Totò come nessun altro: presentando copie macilente, piene di salti, inguardabili, e organizzando centoni che non rendono minimamente giustizia all’attore. Vorremmo finalmente vedere film integri, e soprattutto vogliamo vedere film interi, non raccolto di spezzoni. Per capire come, a volte, Totò fosse veramente costretto a salvare copioni allucinanti con la sola forza della propria mimica e dei proprio nonsense; e anche per capire come, talvolta, questo stralunato Pulcinella si limitasse a scatenarsi in due o tre scene, disinteressandosi del film nel suo complesso. Monicelli stesso ce lo dice: «Totò si compiaceva se chi gli scriveva le sceneggiature erano autori di nome, però credo che sul fondo non gli interessasse molto. La grande passione, la grande nostalgia di Totò era il teatro, il cinema lo ha fatto per ragioni economiche...».

D’altronde, Totò in TV lo amiamo, ma ci fa tristezza; già il cinema è un’arte tecnica, di riproduzione della realtà; il cinema in TV è riproduzione di una riproduzione. La cosa funziona per grandi registi nelle cui mani l’attore è solo materiale narrativo, non può andare bene per Totò. Facciamo allora una proposta: trasmettiamo tutti i film di Totò, uno al giorno, per omaggiarlo; poi chiudiamoli in una stanza, e facciamoli vedere solo a bambini di tre o quattro anni che dimostrino un precoce talento per la mimica e per l’assurdo: impareranno parecchio, e forse, finalmente avremo un nuovo Totò. Perchè non ci servono più fantasmi, ci serve un uomo di carne, che sappia fare a pezzi il buon senso e le convenzioni usando esclusivamente la lingua e le mani.

Ci serve un altro uomo che, come Totò, sappia superare le classi, nutrendo la propria maschera degli spiriti vitali e anarcoidi del sotto proletariato, senza perdere la propria nobiltà, la propria signorilità. Totò era così: era un principe, ed è l’unico luogo comune che ancora gli si attagli bene. Racconta Vittorio De Sica che lo diresse in l'Oro di Napoli: «Il primo giorno che lavorai con lui gli domandai: "Devo chiamarla principe o Totò?”. Ci pensò un attimo, poi mi rispose: “Mi chiami Totò”. Ma tutti gli altri dovevano chiamarlo principe...».

al.c., «L'Unità», 17 novembre 1980


1992 07 15 La Stampa Toto Monicelli intro

Steno ed io diventammo registi per caso quando inventammo «Totò cerca casa». Per «Risate di gioia» la Magnani non lo voleva: «Abbassa il tono del film»

«Ok, parliamo dell'estate 1949. Allora girai il mio primo film, in collaborazione con Steno: Totò cerca casa». Mario Monicelli, con quel suo modo un po' brusco un po' sincopato di parlare, accetta finalmente di ripercorrere un pezzetto della sua lunga carriera. Non voleva farlo. «Non mi piace guardarmi indietro - aveva detto -. Il passato è passato. E, poi, non ho il gusto dell'aneddoto. Figuriamoci del pettegolezzo retrospettivo. Posso parlare solo del mio lavoro, del cinema. E' l'unica cosa che ho fatto nella vita».

Di cose, nella sua vita, veramente ne ha fatte moltissime. Ha 77 anni e fa cinema da quando era diciottenne. Ha girato una settantina di film e nella storia del cinema è entrato come uno dei maestri della commedia all'italiana. Ha lavorato con grandi attori e suoi sono alcuni capolavori come La grande guerra, I compagni, L'armata Brancalcone. Ma nel mondo dei ricordi s'inoltra malvolentieri. Mentre si muove con serena sicurezza fra gli interessi e gli affetti del presente. Eccolo sorridere - neanche tanto spesso - nella piccola casa dove è andato ad abitare con la sua nuova famiglia. Mostrare i quadri dipinti dalla giovane moglie. Raccogliere il pupazzo di peluche che la sua ultima figlia - Rosa, di 4 anni - ha piazzato sul più bel divano della stanza. E soffermarsi sul film cui sta lavorando, insieme con Suso Cecchi D'Amico e due esordienti.

«Vorrei fame - dice - una sorta di continuazione e controcanto di Speriamo che sia femmina. Lì raccontavo il rapporto fallimentare fra uomo e donna, la speranza per il mondo nelle relazioni nuove che le donne sanno instaurare fra loro. Adesso vorrei raccontare quanto le donne - passate attraverso l'esperienza del femminismo - hanno spaventato gli uomini, li hanno intimiditi, messi in fuga. lnsomma vorrei che le donne si prendessero un po' la responsabilità del fatto che i sessi non riescono più a trovare un'intesa fra di loro».

E Totò? Il regista fruga fra buste ingiallite mescolate a libri e dischi. Fatica a mettere ordine fra le foto di film disparati. Si diverte, qualche volta, nel rivedere una faccia. S'imbroncia, più spesso, davanti a visi di gente scomparsa, ragazze sparito dopo la breve parentesi in celluloide. Finalmente ecco una piccola antologica di Totò. Totò che ammicca, strabuzza gli occhi, avanza sghembo come solo lui sapeva fare. Monicelli riflette e dice: «Lui era speciale».

Racconta: «L'ho conosciuto nel '49, anche se - prima - l'avevo spesso incontrato. Insieme con Steno avevo scritto le sceneggiature di tanti suoi film di successo. Io e Steno eravamo una coppia molto richiesta quando noi dopoguerra ci fu quell'imprevedibile boom del cinema italiano. Tutti credevamo che - aperte le porte alle pellicole americane, finita la protezione che il regime aveva assicurato al nostro cinema - non ci sarebbe stato un futuro per noi. Molti si erano dirottati verso attività alternative: giornalismo, fumetti. Invece scoppiò il neorealismo. Nacquero - nonostante i pochi soldi, i mezzi tecnici scadenti - quei capolavori e tante pellicole di cassetta. I film costavano poco e rendevano. La gente faceva la coda davanti ai cinema. I produttori investivano e ci guadagnavano. Stimolavano anzi gli autori a sperimentare nuovo strade Insomma, fu un boom.

«Steno ed io diventammo registi per caso. Carlo Ponti aveva sotto contratto Totò per due mesi. Doveva fare un film per la Lux di Alfredo Guarini. Pensò di fame due di film, invece di uno. Allora si girava alla buona, senza la prosopopea di oggi. Ponti ci disse: inventatevi un soggetto, presto! E ci venne l'idea di Totò cerca casa. Il problema degli alloggi era drammatico. Le città erano semidistrutte. Quella storia teneva d'occhio l'attualità e - come si faceva alloro saccheggiava anche le idee di altri, gli spunti che venivano da una conversazione, il teatro napoletano tradizionale. L'episodio dell'alloggio nel cimitero, ad esempio, è preso di sana pianta da un alto unico - anonimo - del repertorio napoletano. Il clima era quello del tempo dell'opera buffa, di Cimarosa e Paisiello, quando un'aria si trasferiva da un'opera all'altra, e cosi una situazione, un personaggio. Le cose nascevano cosi, con grande felicità, in una maniera che poi si è perduta e che rimpiango molto. Si stava insieme, allora, registi, scrittori e attori. A Roma ogni sera sul palcoscenico di un piccolo teatro, l'Arlecchino, saliva a cantare o recitare chi voleva: Aldo Fabrizi come Ennio Flaiano, Ciarletta. Brancati, Mazzarella, la Valeri.

«Ponti interpellò un paio di registi, poi ci disse: Ma, scusute, porché il film non lo dirigete voi? E cosi finimmo dietro la macchina da presa. Era estate, naturalmente, perché allora si girava solo nei mesi estivi quando il bel tempo era sicuro. Non come oggii che, con le pellicole e i mezzi tecnici a disposizione, si può lavorare sempre e, anzi, la luce invernale, di taglio, è preferita. Le ragioni artistiche allora non potevamo neppure permettercele. Mentre oggi - ironia della storia! - film non se fanno quasi più. Arrivammo sul set col copione completo. Non si usava cambiare, avere ripensamenti. Non c'era il tempo per rifare una scena. Totò aveva approvato la sceneggiatura. Lui veramente non discuteva mai. Gli andava sempre bene tutto. Non contestava mai una situazione, una psicologia. All’inìzio aveva tentato di dare qualche suggerimento, per portare avanti una comicità più surreale, più lieve. Ma non fu capito. E la smise di insistere.

«Anch'io l'avevo contrastato. Avevo voluto, semmai, umanizzare il personaggio, portarlo fuori dal cliché della macchietta. Ho fatto un errore. E me ne dispiaccio, tanto più che, poi, mi ha sempre divertito molto rovesciare i ruoli, inventare attori. Sono stato io - in La ragazza con la pistola - a fare di Monica Vitti, l'interprete dell'incomunicabilità e dell'alienazione, un'attrice comica. E nei Soliti ignoti ho avuto l'idea di trasformare in attore comico Gassman, che fino ad allora il cinema aveva voluto nei ruoli del latin lover o del cattivo o dell'antipatico. Sempre in quel film feci saltare fuori Marcello Mastroianni comico, la Cardinale che era una ragazzetta appena venuta da Tunisi e che non sapeva neppure parlare l'Italiano. Tiberio Murgia che faceva Io sguattero in un ristorante... Stessa operazione, ma in senso inverso, nella Grande guerra, dove affidai a Sordi un ruolo drammatico...

«Già allora, nel '49, Totò era fragile, di salute delicata. Era un vero uomo di teatro, abituato a orari diversi, spazi ristretti. Si sentiva a disagio all'aperto dove si girava. Si stancava e infastidiva per le lunghe pause, sotto il sole o la pioggia, nelle attese che il cinema comporta. In realtà amava il teatro e riteneva che quello fosse il luogo in cui valeva la pena esprimersi. Del cinema non gliene importava molto. Era gentile, un signore. Lui era il cast, per questo gli si mettevano accanto anche attori non professionisti che facevano ripetere una scena magari tante volte: Totò non si spazientiva. Con le sue partner, le bellone del tempo, aveva un modo distaccato di comportarsi: era come su un palcoscenico d'avanspettacolo, quando le luci si spegnevano tutto finiva lì. Certo, era un divo. Ma, insieme con Aldo Fabrizi mi diede la prima grande lezione di uomo di spettacolo. Li volli per Guardie e ladri, nel '51. Erano due mostri sacri. Fabrizi aveva fatto il regista, aveva lavorato con la Magnani, era un uomo scontroso e irritabile. Sembrava un'impresa impossibile farli lavorare insieme. Tutti erano preoccupati. Invece mi rivelarono che - quando più divi lavorano insieme - ciascuno vuole mostrare quanto è disponibile: arriva in orario, non pretende il camerino migliore, non si presenta al trucco per ultimo per guadagnare mezzora di sonno. Andò tutto benissimo.

«In quell'estate del '49 due cose mi colpirono di Totò. Una sorta di sdoppiamento fra l'attore e il principe. Sul set recitava, era scurrile, farsesco, comico. Poi diventava il principe De Curtis e la sua fedeltà alla figura del blasonato era totale. Amava stare a casa. Aveva una saletta di proiezione dove si vedeva - anche do solo - i film. Ascoltava musica e ne componeva. Quando riceveva, la sera, ci faceva sentire le sue canzoni, raccontava aneddoti. Era un uomo molto simpatico, ma non faceva il comico, non si esibiva. Sapeva ascoltare. Si facevano le due, le tre...

«Le volte che andava a vedersi - e non lo faceva neanche sempre - assisteva al film come se quello sullo schermo fosse un altro: rideva di gusto oppure non si divertiva per niente, ma non entrava mai nel merito dicendo questo si poteva fare così questo è andato male perché... Era come se la cosa non lo riguardasse: un atteggiamento che non ho mai trovato in nessun altro attore. Era davvero così diviso? Era una corazza che si era costruito? Non l'ho mai capito. Ho capito poi, invece, quanto grande fosse il mito - mania, debolezza, fissazione? - per quel suo titolo nobiliare. Una volta, nel '51, mentre giravamo Guardie e ladri al Palatino, lui puntò il dito verso l'Arco di Costantino. ‘ Sai che quello è mio?", disse. Io non capii. “Certo, certo”, risposi con ironia. Lui, serissimo, insistè: "E' mio perché Costantino era un imperatore romano. Mentre io discendo direttamente da antenati greco-bizantini”.

«La sua notorietà era senza confronti. Con lui girai il primo film che firmavo da solo, nel '55, Totò e Carolina (film che mi diede un sacco di guai con la censura, perché Totò era un poliziotto diciamo umano, vessato dai suoi superiori, sostenuto da un groppo di persone che cantavano L'Internazionale e sventolavano la bandiera rossa: dovetti fare un sacco di tagli, l’identità di quelle persone fu cancellata e il film uscì con mesi di ritardo!).

«Le nostre strade si separarono per anni. L'ultima volta che lavorai con lui fu nel '60. in Risate di gioia, con Anna Magnani. La Magnani la conoscevo bene. Andavo spesso alle serate in casa sua, serate molto divertenti: lei recitava sketches, cantava, faceva terribili scherzi col telefono svegliando la gente, spacciandosi per altri... Per quel film ci scontrammo: lei non voleva Totò. Tira giù il tono del film! diceva. Io però mi impuntai o Totò fu nel cast. La macchina da presa - vidi - gli era diventata più familiare. Il pubblico cinematografico, per lui abituato al rapporto platea-palcoscenico, non era più qualcosa di astratto. Alla fine di ogni scena la troupe - 20-30 persone - si raccoglieva insieme e lo applaudiva. Questo lo riscaldava, gli piaceva. Un'idea geniale. Che però non avevo avuto io...»

Liliana Madeo, «La Stampa», 15 luglio 1992


1999 01 03 L Unita Censura intro

Dunque, la vittoria della DC e dei suoi alleati, nelle elezioni del 18 aprile 1948, avrebbe garantito la libertà di tutti, frenando i cavalli cosacchi ansiosi di abbeverarsi alle fontane di Piazza San Pietro (non stiamo inventando nulla, anche di questa pasta, appigliandosi magari alla maldestra profezia di un Venerabile Uomo, fu la propaganda anticomunista e antisocialista di quel periodo). Ma, certo, per le nostre arti dello spettacolo, cinema e teatro, si trattò di lottare fino allo stremo contro l'ondata di oscurantismo e di cieca repressione scatenatasi con particolare virulenza nei primissimi Anni Cinquanta.

Dei casi, a volte grotteschi e risibili, comunque drammatici, che si verificarono allora, sono stati riempiti interi libri (citiamo, almeno, «La censura nel cinema italiano» di Mino Argentieri, Editori Riuniti, e «La censura teatrale in Italia» di Carlo Di Stefano, Cappelli editore). Qualche esempio appena vorremmo citare, perché specialmente clamoroso ed emblematico. Abbiamo sott'occhio la riproduzione della copertina del capolavoro teatrale di Niccolò Machiavelli, «La Mandragola», e di traverso, stampigliata in lettere maiuscole (due volte, a scanso di equivoci), la scritta «Non approvato». La data, come da timbro, è quella del 21 aprile 1951. Responsabile del nefando divieto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dell'epoca, e competente per la materia, Giulio Andreotti. Identico «no» riceverà, il 18 gennaio 1952, «La Governante», creazione, stavolta, di un apprezzato autore contemporaneo, Vitaliano Brancati.

C'è bisogno di sottolineare l'importanza di Machiavelli, e della «Mandragola», nella storia della cultura, e della politica, del nostro Paese, ma non soltanto di esso? Si deve ricordare che fu la lettura di tale gran commedia uno dei motivi determinanti della vocazione teatrale del giovane Carlo Goldoni? Piuttosto, rammentiamo che, finalmente autorizzata dopo la sconfitta della legge-truffa (giugno 1953), e rappresentata nella stagione successiva dalla Cooperativa Spettatori Italiani (registi Marcello Pagliero e Luciano Lucignani), l'opera machiavelliana costò alla Compagnia il taglio della sovvenzione ministeriale, e il conseguente scioglimento.

Quanto alla «Governante», dovettero passare diversi lustri prima che essa potesse affacciarsi alla ribalta (la censura sul teatro sarebbe stata abolita solo nel 1962). Brancati, morto immaturamente nel 1954, non l'avrebbe mai vista. Al tempo del divieto, pubblicò il testo e vi premise un appassionato «pamphlet». Ma Bompiani, il suo editore, si defilò (lo sostituì, degnamente, Laterza), e Alberto Moravia, avanzando imbarazzate scuse, rifiutò d'introdurre il volume. Questa la libertà di cui godevano intellettuali e artisti italiani, anche i migliori, sotto il regime democristiano.

E il cinema? Nemmeno Totò sfuggì alle forbici di Andreotti (ma altri sottosegretari, e poi ministri, si avvicendarono al suo posto, con non dissimile zelo, e tra di essi, guarda guarda, l'attuale Capo dello Stato). «Totò e Carolina» di Mario Monicelli, ultimato nel 1953, apparve sugli schermi solo nel 1955, tagliato per centinaia di metri di pellicola, e con la colonna sonora manipolata. Intonavano «Di qua di là dal Piave» in luogo di un inno proletario, i lavoratori in gita su camion sovrastati da bandiere rosse (ma, essendo il film in bianco e nero, il colore non si vedeva). E la servetta (una deliziosa Anna Maria Ferrero), scortata dal buon poliziotto Totò, apostrofava un anziano compagno, riluttante a darle un sospetto aiuto, con l'espressione «Bel socialista sei!», anziché «Bel comunista». Questione di sfumature?

Aggeo Savioli, «L'Unità», 3 gennaio 1999


1999 09 04 Corriere della Sera Toto e Carolina intro

Uno dei film protomartiri di un certo oscurantismo vigente mezzo secolo fa resta l’innocente «Totò e Carolina» (1953-55) di Mario Monicelli, il cui purgatorio in censura si protrasse a lungo. L'ha restaurato la Cineteca di Bologna per le cure dell’infaticabile Tatti Sanguineti, animatore del progetto «Italia taglia».

Ora, nell'imminenza della presentazione del film domenica alla Mostra di Venezia, lo stesso Sanguineti firma un libro («Totò e Carolina», Transeuropa-Film, pagg. 207) dove il lettore curioso di retroscena troverà di che divertirsi: documenti, sceneggiature e testimonianze d'epoca che permettono di ricostruire l’intero fattaccio. E c’è anche il soggetto inedito di Ennio Flaiano, dove per la prima volta compare Totò in divisa da poliziotto. A proposito di Totò raccomando di non perdevi, nel ricordo di Franca Faldini, i soprannomi che applicava ai politici vedendoli in tv.

Tullio Kezich, «Corriere della Sera», 4 settembre 1999


1999 09 06 La Stampa Toto e Carolina intro

La prima mutilazione per la «prostituta» Anna Maria Ferrerò offerta ad un cliente. Tatti Sanguineti: «Dobbiamo ancora recuperare 15 minuti di immagini originali»

VENEZIA

Nella Sala Volpi del Palazzo del Cinema ieri è stato presentato il film di Mario Monicelli, «Totò e Carolina», reintegrato di un quarto d'ora di immagini che 45 anni fa erano state tagliate dalla censura del governo Scelba. E' il primo lavoro organico, ma non ancora ultimato, su un film, nell'ambito del progetto triennale «Italia Taglia», promosso dalla Cineteca di Bologna e dall'Anica, con l'appoggio del Dipartimento dello Spettacolo che ha messo a disposizione i verbali e i tagli della censura del dopoguerra. Il film è stato uno dei più bersagliati dalla censura che l'aveva «sequestrato» per 15 mesi e poi mutilato con 38 tagli, 83 battute modificate e gli aveva vietato qualsiasi proiezione all'estero. «La copia di "Totò e Carolina" proposta a Venezia - precisa Tatti Sanguineti, uno dei curatori dell'operazione non si può considerare reintegrata del tutto perché dobbiamo recuperare un altro quarto d'ora di tagli e modificare una settantina di battuta. In alcuni casi si tratta di modifiche ridicole: la parola "prostituzione" era stata sostituita con "sregolatezza", "peripatetica" con "svitata", "donnaccia" con "disgraziata", "vigliacca" con incosciente". Nella nostra ricerca abbiamo scoperto che per Totò il film di Monicelli è stato l'ultimo capitolo di una sua "fase" cronachistica, sociale, neorealistica, impegnata e di denuncia. E in questa fase (che comprendeva "Totò cerca casa", "Totò e le donne" e "Guardie e ladri" che ha avuto 40 tagli) è sempre stato censurato».

«In quegli anni - sottolinea Giuseppe Bertolucci, presidente della Cineteca di Bologna - la censura si imponeva di tutelare la religione, il prestigio della polizia e una certa ideologia politica. Il primo taglio di "Totò e Carolina" riguarda una scena in cui l'agente Caccavallo (Totò) e un prete cercano di affibbiare una giovane prostituta, Carolina (Anna Maria Ferrerò non ancora ventenne), ad un produttore di vini, non confessandogli che è incinta. Il secondo intervento era concentrato sulla tutela dei "celerini", in quegli anni attivi; il terzo è politico. Nella prima versione Monicelli aveva previsto un camion con operai comunisti che cantavano "Bandiera rossa", nell'edizione del '55 cantavano la canzone del Piave».

Ieri i tagli ripristinati sono stati doppiati (dal vivo) nella sala Volpi, da Carlo Croccolo, dal 1957 voce cinematografica di Totò. Oggi Carlo Lizzani presenta un «evento speciale» realizzato per la televisione. Si tratta di un omaggio a Luchino Visconti che domani sera verrà trasmesso da Rai Uno in seconda serata. «Questo programma di un'ora spiega Carlo Lizzani - nasce dall'idea di fare un grande omaggio a Luchino Visconti attraverso una ricostruzione fiction della sua vita, ma purtroppo fatti i preventivi l'opera sarebbe comunque risultata troppo costosa. Ed allora ho ripiegato su un ritratto di Visconti raccontato attraverso le dimore e i luoghi della sua infanzia, adolescenza e giovinezza».

Dopo la ressa di pubblico di giovedì scorso per assistere alla proiezione de «I vitelloni», restaurato da Mediaset, il film di Federico Fellini ieri è stato riproposto al Lido. Un'opera del '53 che fa parte del programma «Cinema forever» di Mediaset che ha già riportato alla perfezione originale 16 capolavori italiani.

Retequattro a fine settimana trasmetterà le copie restaurate di «Francesco giullare di Dio» di Roberto Rossellini, «Deserto rosso» di Michelangelo Antonioni, «La comare secca» di Bernardo Bertolucci e «Umberto D.» di Vittorio De Sica.

Ernesto Baldo, «La Stampa», 6 settembre 1999


1999 08 22 Corriere della Sera Toto e Carolina intro

Un poliziotto senza autorità, una ragazza sedotta e abbandonata, un parroco menefreghista, un manipolo di comunisti con tanto di bandiere rosse e pugni chiusi. Troppo per l'Italia democristiana dei primi Anni '50, epoca governo Sceiba. E così «Totò e Carolina», diretto nel '53 da Mario Monicelli, divenne uno dei bersagli preferiti della censura. Bocciato a ripetizione dalle varie Commissioni di revisione cinematografica, unanimi nel ritenerlo «offensivo del decoro e del prestigio dei funzionari e degli agenti di forza pubblica». Agenti che, per tener alto l’orgoglio nazionale, mai avrebbero potuto indossare la faccia impunita di Totò, per di più ribattezzato nel film Antonio Caccavallo.

Alla fine, per farla uscire nelle sale, la pellicola fu mutilata con 38 tagli e 23 battute furono modificate. E così i comunisti divennero socialisti, «Bandiera rossa» fu sostituita da un coro di montagna («Di qua, di là del Piave»), il grido «abbasso i padroni» con «viva l’amore». Cancellata pure la frase di Totò: «Il suicidio è un lusso, i poveri non hanno neanche la libertà di uccidersi». Insomma, dell’originale restò ben poco. «E’ stato il mio film più massacrato», ricorda Monicelli subito conquistato da quel soggetto di Flaiano.

Adesso però, 46 anni dopo, una versione inedita di «Totò e Carolina» sarà presentata il 5 settembre alla Mostra del Cinema di Venezia, presenti il regista, gli sceneggiatori Age, Scarpelli, Sonego, Anna Maria Ferrero (la Carolina del film). Merito di «Italia taglia», il progetto curato dall’Anica, dal Dipartimento dello Spettacolo, dalla Cineteca di Bologna e dal critico Tatti Sanguineti, che ha trovato in Svizzera una versione quasi integrale. Che riporterà al suo posto i militanti comunisti, «Bandiera rossa», e tutto il resto.

«Nessuno di noi che realizzò "Totò e Carolina” era comunista — rivela lo sceneggiatore Furio Scarpelli —. Se fossimo stati comunisti non avremmo rappresentato i compagni che, su un camion, la domenica vanno a farsi un’allegra scampagnata, bensì le lotte nelle officine e nei campi. Il fatto che la scena sia stata tagliata mi fa pensare che fosse ritenuta un’insidia mostrare i comunisti come della gente quasi normale, che se ne va in giro a mangiare il cocomero anziché i bambini».

Giuseppina Manin, «Corriere dell'Informazione», 6 settembre 1999


1999 09 06 Corriere della Sera Toto e Carolina intro

L'attore recita dal vivo le battute tagliate Assente la Ferrero: offesa dal festival

VENEZIA

Il film è appena cominciato, la retata delle passeggiatrici di Villa Borghese è in pieno svolgimento, quando appare Totò che trascina Anna Maria Ferrero: è l’agente Cacca-vallo che ha scoperto la timida Carolina. A lei è rivolta la prima battuta:

«Su, delinquente, su su, avanti!». La voce, con il timbro inconfondibile del principe de Curtis, proviene dalla platea, dove l’attore Carlo Croccolo legge le frasi di Totò, che i censori soppressero dal film «Totò e Carolina». «Sono emozionatissimo — confessa Croccolo che recitò con Totò in "Miseria e nobiltà"—. Anche perché torno a dare la voce al mio
grande maestro: fu lui a chiedermi di doppiarlo dopo che aveva perso la vista. Nei "Due marescialli" doppiai anche De Sica».

Ieri, nell’angusta Sala Volpi, si presentava la copia «integrata» di «Totò e Carolina», il film di Mario Monicelli che, pronto nel 1953, uscì solo nel marzo 1955, massacrato da crudelissimi interventi. Copia lavoro, spiegava Giuseppe Bertolucci direttore della Cineteca di Bologna, perché la ricerca dei materiali espunti dai censori non è ancora terminata: la pellicola subì tagli per ventitré minuti e in molti altri punti il sonoro venne alterato. Tra i casi clamorosi, uno oltrepassa le soglie del ridicolo: sul camion con le bandiere rosse i comunisti cantavano «Bandiera rossa», nella copia che uscì in sala si ascoltava «Di qua, di là dal Piave».

Tatti Sanguineti, curatore del volume «Totò e Carolina», appena pubblicato da Transeuropa, e animatore del progetto «Italia taglia», racconta le peripezie di questa riscoperta: «Dalla Cinématheque di Losanna avevamo recuperato una copia sonora con meno tagli di quella abitualmente vista, poi, pochi giorni fa, alla Cineteca di Roma, è saltato fuori il negativo di un’altra copia, ancora più vicina a quella originale, però muta. Quella proiettata a Venezia nasce dall’assemblaggio fra le due, e Croccolo ha integrato con la sua voce il Totò perduto».

Lo sceneggiatore Rodolfo Sonego ricorda: «Con Monicelli eravamo giovani, forse incoscienti, credevamo di poter parlare liberamente di polizia, istituzioni, religione. Preoccupato, il produttore Carlo Ponti fece un’anteprima per soli preti: che risero tanto, ma questo non bastò ai censori democristiani del governo Sceiba». Ma quello non fu il solo film di Totò a essere scempiato: tutte le commedie di cronaca (da «l sette re di Roma» ad «Arrangiatevi!» fino al «TuttoTotò» Rai, rimasto incompiuto per la morte del comico) furono duramente ritoccate. Per il timore dei politici di essere sbeffeggiati. Del resto, come ricorda la vedova Franca Faldini nel libro curato da Sanguineti, Totò in casa se la rideva di presidenti ministri e capi-partito. da Gronchi ribattezzato «Piede 'e papera», ad Andreotti «l’Aspirante sagrestano» fino a Berlinguer, «Stanlio».

Protagonista femminile, Anna Maria Ferrero. Non invitata, è rimasta a Parigi dove vive da anni. «Andrò a Roma, alla proiezione con Monicelli. A Venezia si sono comportati da maleducati con me».

Ranieri Polese, «Corriere della Sera», 6 settembre 1999


2007 07 15 L Unita Toto e Carolina intro

Il festival «Le parole dello schermo» rende omaggio al grande Totò. A ricordare il principe Antonio De Curtis, a quarant'anni dalla sua scomparsa, attori, critici, registi che hanno avuto la fortuna di lavorare con lui. Momento clou della giornata, la proiezione di «Totò e Carolina», alle 22 in Piazza Maggiore, presentata da Mario Monicelli. Il film, stravolto dai tagli della censura, sarà proposto nella sua interezza, grazie al recupero compiuto dalla Cineteca, mentre l'attore Carlo Croccolo - sul set con Totò in alcune memorabili interpretazioni - "doppierà" dal vivo le scene ritrovate prive del sonoro. Prima della proiezione, alle 21.45, Franca Faldini - compagna di De Curtis dal 1954 fino alla morte, ora sua biografa - leggerà un testo dello stesso Totò.

E sempre Faldini e Croccolo incontreranno il pubblico nel pomeriggio, alle 17.30 al Cinema Lumière in via Azzo Gardino 65. Insieme a loro, i critici Goffredo Fofi, Tatti Sanguineti, Giuseppe Montesano e Isa Barzizza, entrata nella memoria per il ruolo dell'affascinante ladra di «Totò a colori». In serata, le proiezioni dei film di Monicelli interpretati da Totò: «Totò e i re di Roma» (ore 20, Sala Mastroianni), «I soliti ignoti» (ore 20.30, Sala Scorsese), «Totò e le donne» (ore 22.15, Sala Mastroianni) e «Guardie e ladri» (ore 22.30, Sala Scorsese). L'ingresso è gratuito.

f.c., «L'Unità», 15 luglio 2007


2008 03 17 Corriere della Sera Toto e Carolina Censura intro

Perché tanto accanimento contro il film che Mario Monicelli cominciò a dirigere nel settembre del 1953, ma che riuscì ad arrivare sugli schermi solo nel marzo 1955, continua a restare un mistero. È vero che la Rosa Film, la società produttrice di proprietà di Carlo Ponti, ma gestita dal marchese Altoviti, non aveva voluto chiedere il «giudizio preventivo» sulla sceneggiatura (pratica andreottiana che di fatto equivaleva a un vaglio censorio sul film prima ancora che si iniziasse). È vero che il celerino interpretato da Totò non aveva certo la statura dell' eroe, ma piuttosto quella del «povero fesso» (come ribadisce anche l' ultima battuta del film) che finisce dentro a un ingranaggio più grande di lui e che cerca di cavarsela alla meno peggio, chiedendo ora una mano ai manifestanti comunisti (per trascinare la sua camionetta fuori da una scarpata), ora a un ladro (Maurizio Arena, non ancora povero ma bello).

Ma la storia dell' agente «dell' Urbe» Caccavallo Antonio che deve ricondurre a Poggio Falcone l' infelice Carolina, arrestata a Villa Borghese e decisa a togliersi la vita perché incinta di un mascalzone che l' ha piantata, non sembra certo uno di quei soggetti così anticonformisti da scatenare le ire della censura. Eppure il film fu davvero massacrato, togliendo battute e allusioni (come quella sui poveri che non hanno nemmeno la libertà di suicidarsi «perché è roba da ricchi»), «obbligando» un gruppo di manifestanti a non cantare «Bandiera rossa» ma «Di qua, di là del Piave» e sostituendo il troppo nostalgico «dell' Urbe» con «di Roma». L' edizione in dvd della FilMauro rende finalmente disponibile il lavoro filologico fatto da Tatti Sanguinetti e dalla Cineteca di Bologna che hanno ricostruito la versione originale prima degli interventi censori, praticamente battuta per battuta e scena per scena. Manca solo, rispetto al testo pubblicato da Sanguinetti all' interno della ricerca Italia Taglia, la lunga scena con il parroco e il sor Torquato, che però Monicelli sostiene di aver tagliato per ragioni di ritmo. Peccato che l' assoluta mancanza di extra o di testi di spiegazione renda d' impossibile comprensione per il pubblico normale un lavoro di ricostruzione filologica davvero straordinario.

Paolo Mereghetti, «Corriere della Sera», 17 marzo 2008


2008 10 18 Corriere della Sera Toto intro1

Ottantadue tagli per ventitré minuti in meno di pellicola, un anno e mezzo privo di visto censorio, nessuna distribuzione nelle sale, e cinque anni di veto all’estero in quanto il film avrebbe potuto ingenerare «errati dannosi apprezzamenti sul nostro paese». È la sorte toccata a «Totò e Carolina», girato da Mario Monicelli nel '53 — soggetto di Ennio Flaiano — e che racconta le peripezie dell’agente di Pubblica sicurezza, Antonio Caccavallo (Totò) incaricato di riaccompagnare al proprio paese Carolina (una giovanissima Anna Maria Ferrerò), incinta e con alle spalle un tentato suicidio al commissariato. Il film è per la prima volta in edicola nella versione senza tagli. Merito del restauro effettuato su una copia del film, vicina a quella originale, trovata, una decina d’anni fa, alla Cineteca di Roma.

Ma perché censurare Totò? «È il destino di tutti i grandi comici dell’epoca, da Aldo Fabrizi a Macario a Nino Taranto, che non risparmiò neppure Totò, il quale, con la censura, aveva già avuto a che fare ai tempi della rivista, in pieno regime fascista», risponde il critico cinematografico Goffredo Fofi, autore, con Paolo Mereghetti, della parte scritta della collana del Corriere dedicata al principe della risata. «Bisogna risalire a Leopoldo Zurlo, tra i più grandi censori teatrali, il quale racconta come Totò arrivasse nel corso dei suoi monologhi a ironizzare perfino sul severo divieto fascista del Lei al posto del Voi — osserva Fofi — a tal punto da costruire una gag su Galileo Galilei trasformato in Galileo Galivoi». In platea non poteva mancare il solito gerarca, serio, pignolo e in orbace: per Totò scattò subito la denuncia.

2008 10 18 Corriere della Sera Toto f1

Lo stesso Fofi ricorda di avere trovato, scartabellando fra storici e polverosi faldoni censori, il fascicolo di quel procedimento, per fortuna «graziato» addirittura da Benito Mussolini, estimatore di Totò, con il commento lapidario: «Fesserie». Se capitava di saltare il fossato — Totò e Carolina sarà considerato «offensivo del decoro e del prestigio dei funzionari e degli agenti della forza pubblica» — si rischiava di restare comunque al palo: un progetto non realizzato e con tanto di processo alle intenzioni. «Nei primi anni '50, guai a toccare, anche solo a parole, il perbenismo nazionalista — aggiunge Fofi —. Renzo Renzi, per esempio, tra i più grandi critici cinematografici, quando scrive L'Armata s’agapò", storia dell’invasione italiana in Grecia («s’agapò», «ti amo» in greco, era il modo con cui gli abitanti della Grecia chiamavano gli italiani occupatoti, n.d.r.), pubblicandola sulla rivista Cinema nuovo di Guido Aristarco, è accusato di vilipendio alle forze armate e condotto, insieme allo stesso Aristarco, nel carcere di Peschiera».

Rischi e imbarazzanti punizioni sfiorate da Totò in tutta la sua carriera. «Un attore coraggioso, Totò, basta andare a leggersi i suoi copioni teatrali finiti sotto l’occhio della censura», dice il critico: «Un episodio su tutti: gli americani sono sbarcati ad Anzio, ma Roma è ancora occupata dai nazisti, quando Totò, alla fine di un suo spettacolo, si presenta con una sedia sul palco e inventa la scenetta di un uomo ansioso che guarda sempre l’orologio come se stesse aspettando qualcuno, facile il rimando agli americani». Il coraggio della battuta ritorna in Totò a colori, — conclude Fofi — «facile intravedere nell’onorevole Trombetta il tipico poli -fico democristiano», in Totò cerca casa l’eterno problema dell’alloggio nell’Italia del Dopoguerra, o «negli appetiti sessuali simboleggiati nella battuta "Pesce democristiano", perché l’animale che nuota nell’acquario ostacola la visione della donna nuda nel film Fifa e arena».

Peppe Aquaro, «Corriere della Sera», 18 ottobre 2008

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