Totò, il governo e le forbici della censura

Tagli, divieti e politica nei film di Totò

Questo articolo fa parte del grande cluster "Totò e la censura", dedicato alla influenza che ebbe l'intervento censorio teatrale e cinematografico sull'opera di Totò, una vasta raccolta di documenti, recensioni stampa dell'epoca e testimonianze.

Totò e la censura cinematografica italiana negli anni Cinquanta, tra tagli ai film e pressioni politiche


In questo articolo su Totò a firma di Ranieri Polese del "Corriere della Sera" del 2005, si racconta come la censura cinematografica italiana abbia imposto tagli ai film di Totò, trasformando scene vietate Totò e film proibiti di Totò in un terreno di scontro tra politica e satira nel cinema, con Giulio Andreotti protagonista in quel periodo storico. Oscar Luigi Scalfaro Totò furono al centro di una storia nascosta del costume italiano corredata da rari documenti d’epoca su Totò.


Sesso e politica gli argomenti tabù. «Si tagli!»: così sparirono le gag del Principe della risata, e De Gasperi diventò Bartali

Ercole Pappalardo, impiegato statale con famiglia numerosa rischia il licenziamento: l’odioso superiore ha scoperto che non ha la licenza elementare. Se non passa l'esame perderà il posto. Così, eccolo presentarsi alla commissione. Gli domandano di nominare un pachiderma, lui resta muto. Il presidente compassionevole gli mima una proboscide. Pappalardo s'illumina e risponde: «De Gasperi!» pensando al gran naso del presidente del Consiglio. Italia 1952: la gag contenuta nella sceneggiatura del film Totò e i re di Roma, scritta da Mario Monicelli e Steno che firmano anche la regia, non arriverà mai sullo schermo. Gli spettatori udranno invece, come risposta, «Bartali!».

da «Totò, Peppino e... la dolce vita»
Totò: «Qui guardati intorno, sono tutti Proci!»
Peppino: «Eh, me ne so' accorto»
Totò: «Oggi essere Procio è un titolo d'onore. lo, per esempio, se fossi in te, dato che ci hai anche il fisico, modestamente, fatti Procio!»



Totò e Peppino De Filippo in una scena del film «Totò, Peppino e la dolce vita» (1961), colpito dai tagli della censura

Non fu quello il solo intervento riservato dalla censura al film, che a più di un anno dall’inizio delle riprese uscirà fortemente mutilato e cambiato. Il punto più scabroso per i censori era il suicidio dell'impiegato che spera, dall'Aldilà, di mandare i numeri del lotto alla moglie. Produttori e registi dovranno accettare di far passare la storia per un sogno; il Paradiso, poi, diviene l’Olimpo e il dialogo fra il defunto Pappalardo e l’Onnipotente («chi più truffa più è rispettato. chi più mena più ha ragione, e gli imbroglioni i mascalzoni i delinquenti i farabutti sono quelli che comandano») viene cassato per intervento dello stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti. Un anno dopo il già tartassato Guardie e ladri (Steno e Monicelli: l'immagine di Fabrizi, agente di Ps che fraternizza con un ladruncolo sembra inaccettabile) comincia nei confronti di Totò una campagna di sospetti e di persecuzioni. Che si appunteranno su due temi: il sesso e la politica (che comprende non solo le battute su onorevoli e ministri, ma anche la rappresentazione comica o troppo umana delle forze dell'ordine, dei magistrati ecc. ). « In realtà — dice Alberto Anile, autore di Totò proibito che esce in questi giorni da Lindau — l’offesa al comune senso del pudore serve spesso da paravento per più decisi interventi su temi propriamente politici. Un esempio: di Sua eccellenza si fermò a mangiare, un tardo film di Mattoli, 1961, che già si doveva chiamare E il ministro si fermò a mangiare, viene molto tagliata la visita che Totò, finto medico del Duce, fa alla contadinotta opulenta. Ma intanto scompaiono tutte le battute sui ministri ladri («Se è ministro, per forza!»)». Così, ne I tre ladri (1954) si taglia Simone Simon discinta sul letto, ma parte anche la scena finale di giudici e poliziotti che si tuffano a raccogliere i soldi lanciati dal ladro impunito. Di Totò all'inferno, 1955, si alleggerisce la scena della seduzione di Fulvia Franco ma cade anche la battuta del diavolo: «E' un onorevole, dallo in pasto agli elettori». E nello stesso anno Siamo uomini o caporali viene sforbiciato sia nelle immagini di «signore nude, indossatrici semisvestite» ma anche di frasi come: «questi ministri (...) sono brutti, brutte espressioni brutti visi»; o anche: «si stava meglio quando si stava peggio».

da «La legge è legge»
Totò: «Io conosco un sacco di persone, personaggi importantissimi, pezzi grossi, pezzi piccoli, pezzi medi, pezzettini così, figurati che conosco il cognato del cugino di un portiere di un cardinale, eh!»
(Il cardinale diventerà sacrestano)



Totò nel film «La legge è legge» (1958), esempio di dialoghi e gag modificati dalla censura cinematografica

Contenuta già nella legge del 1923, la censura è assunta dall'Italia repubblicana senza grosse modifiche rispetto a quel testo. Ma in più entra in uso la prassi, per i produttori, di consegnare le sceneggiature già prima dell'inizio delle riprese. Questo dovrebbe consentire ai funzionari di indicare subito eventuali cambiamenti, ed evitare la bocciatura a film ultimato. Il cinema e lo spettacolo, in assenza di un ministero, fanno capo alla presidenza del Consiglio e, per delega, al sottosegretario Giulio Andreotti riveste questo ruolo nei governi De Gasperi dal 1947 al '53. Lavora alla rinascita della cinematografia nazionale («dobbiamo incoraggiare una produzione sana, moralissima e nello stesso tempo attraente»), anche se il suo nome resterà legato ai «panni sporchi» che il neorealismo, e De Sica in particolare, avevano secondo lui il torto di esporre in pubblico. I primi guai. Totò e i suoi film li passano sotto Andreotti: di certo, per i censori il comico surreale e burattino che si cala nei problemi sociali della ricostruzione non va bene. Totò non è, non è mai stato di sinistra: però—si ragiona così nelle commissioni censura—certi registi (Monicelli) e certe tematiche populiste possono trasformarlo in una pericolosa arma di critica al governo. Così, quando dopo varie traversie i film ottengono il nulla osta, sono spesso bollati con il divieto ai minori di 16 anni (e contemporaneamente dal giudizio «Escluso» del Centro Cattolico Cinematografico).

da «Sua Eccellenza si fermò a mangiare»
Totò (mentre sta visitando una bella contadina): «Sì, io più ti guardo e più mi convinco che tu sei opulenta.
In questi casi io consiglio sempre di mettersi a letto»
(Taglio dalla sceneggiatura)



Totò in «Sua Eccellenza si fermò a mangiare» (1961), con la celebre scena tagliata della contadina opulenta

Il culmine dell'accanimento si registra nel ’54, per Totò e Carolina di Mario Monicelli. La strana coppia formata dal poliziotto buono e dalla ragazza incinta scappata di casa eccita i più efferati interventi che, dopo un anno e mezzo di battaglie, audizioni, polemiche, arriverà nelle sale con oltre venti minuti in meno e un’infinità di cambiamenti nelle parti parlate. Di questo film, il caso monstre dei nostri anni ’50, si era occupato Tatti Sanguineti che nel 1999 presentò a Venezia i risultati delle sue ricerche. «Faceva parte del progetto "Italia Taglia" nato due anni prima» spiega Sanguineti. «Una esplorazione sulla censura in Italia, una ricostruzione della storia proibita del cinema italiano. Che oggi, dopo una interruzione. può riprendere grazie a un nuovo finanziamento ministeriale».

Il ’54 però vede un cambiamento di ruoli. Quell'anno al posto di Andreotti subentra Oscar Luigi Scalfaro, certo meno addentro alle cose del cinema. E che forse, insinua Alberto Anile, aveva ancora il dente avvelenato con Totò. Tutto per via della lettera all'Avanti che il comico mandò dopo l'episodio (1950) della signora Toussan, apostrofata dall’onorevole De come "donna disonesta" perché in un locale pubblico esponeva spalle e braccia scoperte. Sfidato a duello dal padre e dal marito della donna, Scalfaro si rifiutò in nome del «sentimento cristiano». E il principe Antonio Focas Comneno De Curtis, in quella lettera, gli impartì una lezione di cavalleria.

Dal '54 al ‘62, anno della nuova legge sul cinema (che introduce due divieti ai minori di 14 e di 18 anni, e apre le commissioni di censura ai rappresentanti delle categorie dello spettacolo), i guai di Totò si moltiplicano. Si creano problemi per I soliti ignoti (titolo originario, bocciato, Le madame), per I due marescialli, per Chi si ferma è perduto. Prevedibili difficoltà incontra Arrangiatevi! girato in una ex casa chiusa. Ma l’episodio più bizzarro tocca a Totò Peppino e... la dolce vita (1961) che sconta, insieme, gli ultimi rigori della vecchia legge e le vendette dei censori che nulla avevano potuto fare contro il film di Fellini. Cadono fotogrammi di feste, si cancellano battute sui ministri che deviano l'autostrada per contentare i propri elettori, si cassano allusioni alle «polverine», i giochi di parole con i Proci. Insomma, un'ecatombe.

Totò, ormai quasi cieco del tutto, assillato dalle tasse, si appresta a girare le cose più alte della sua carriera: con Pasolini fa Uccellacci uccellini e i due episodi Il mondo visto dalla luna e Cosa sono le nuvole. Potrebbe accomiatarsi sereno, se non fosse per l’ultimo spregio che viene dalla Rai-Tv che, nel fargli confezionare gli episodi di un TuttoTotò (1967), torna a vessarlo con assurdi tagli e rigidissime censure. E pensare che lui sulla televisione aveva sempre avuto dei sospetti, almeno da quando, 1958, durante una puntata del Musichiere, gli era scappato un «Viva Lauro!» che gli costò un lungo ostracismo. Conservatore, aristocratico, monarchico e qualunquista si era trovato a far la parte del sovversivo per troppi anni. Oramai, era veramente tempo di chiudere.

Ranieri Polese, «Corriere della Sera», 28 gennaio 2005


Logo del quotidiano «Corriere della Sera», fonte dell’articolo su Totò e la censura
Ranieri Polese, «Corriere della Sera», 28 gennaio 2005

🎭 Conclusioni

Questo articolo d’epoca su Totò ricostruisce le tecniche della censura cinematografica italiana anni Cinquanta, i tagli della censura ai film di Totò, le scene vietate di Totò e Carolina nella versione censurata, le battute politiche cancellate da Totò all’inferno, le frasi scomode di Siamo uomini o caporali e i dialoghi modificati in La legge è legge, fino alle scene tagliate di Totò, Peppino e la dolce vita e alle gag proibite nei film di Totò sul potere e i ministri ladri. Attraverso il progetto "Italia Taglia" sulla censura, la lettera di Totò all’Avanti contro Oscar Luigi Scalfaro e i contrasti con Giulio Andreotti e i governi De Gasperi, emerge una storia nascosta del cinema italiano in cui il Principe della risata, quasi cieco e ancora vessato dalla Rai con TuttoTotò, diventa suo malgrado il simbolo di una lunga battaglia tra comicità popolare, morale cattolica e controllo politico sull’immaginario collettivo.

Questo articolo fa parte del dossier 📚 Totò e la censura

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