Antonio Cifariello
Antonio Cifariello (Napoli, 19 maggio 1930 – Lusaka, 12 dicembre 1968) è stato un attore italiano.
Biografia
Secondogenito del noto scultore Filippo Cifariello (1864-1936), dopo il diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, esordisce al cinema nel 1952 con il film Eran trecento (La spigolatrice di Sapri), per la regia di Gian Paolo Callegari. Di lì segue una rapida ascesa, grazie anche a lungometraggi come Villa Borghese di Vittorio De Sica, in cui interpreta l'episodio Serve e soldati, e L'amore in città, nell'episodio Agenzia matrimoniale, firmato da Federico Fellini.
Nella sua breve ma intensa carriera recita in numerosi film, caratterizzando il ruolo del giovane di bell'aspetto, seduttore, tipico della commedia all'italiana, e lavorando anche con registi molto famosi come, oltre a quelli già citati, Dino Risi, Luigi Comencini, Mario Camerini e Valerio Zurlini. Per quest'ultimo interpreta il suo personaggio migliore, quello del protagonista ne Le ragazze di San Frediano.
Prende parte ad alcuni sceneggiati televisivi, tra cui Il dottor Antonio (1954) dall'omonimo romanzo di Giovanni Ruffini, il primo sceneggiato della tv italiana, e Le avventure di Nicola Nickleby (1958), tratto dal romanzo di Dickens.
Sposa Patrizia Della Rovere, giovane attrice messasi in luce come valletta nella celebre trasmissione televisiva Il Musichiere. Dal matrimonio hanno avuto un figlio, Fabio Cifariello, musicista.
All'inizio degli anni sessanta interpreta alcuni film in Spagna e negli Stati Uniti. Il suo penultimo film è I figli del capitano Grant, prodotto dalla Walt Disney, per la regia di Robert Stevenson.
All'attività di attore affianca negli anni sessanta quella di documentarista per la RAI, che lo porterà a compiere numerosi viaggi in giro per il mondo. Proprio in uno di questi viaggi, perde la vita a soli 38 anni nello Zambia, a causa di un incidente aereo.
Galleria fotografica e rassegna stampa
Il periodico "Noi donne" pubblica nel marzo del 1955 un dettagliato fotoromanzo a puntate basato sul film "Le ragazze di San Frediano", diretto da Valerio Zurlini e tratto dall'omonimo celebre romanzo di Vasco Pratolini. La narrazione segue le peripezie sentimentali di Aldo Sernesi, soprannominato "Bob", un aitante, sfrontato e volubile meccanico fiorentino che corteggia contemporaneamente diverse ragazze del vivace quartiere popolare di San Frediano. Attraverso una fitta rete di inganni e promesse non mantenute, il protagonista si ritrova progressivamente stretto nella morsa delle sue stesse menzogne e dall'ira delle donne tradite, arrivando a pianificare una fuga da Firenze con una facoltosa signora milanese, prima che il decisivo intervento del fratello maggiore lo riporti alla realtà delle sue radici e della sua comunità.
- Il quartiere di San Frediano fa da sfondo popolare e dinamico alla vicenda, descritto come un rione affollato da uno stuolo di ragazze lavoratrici sane e vivaci, tra cui magliaie, pantalonaie, orlatrici e sarte, sulle quali il giovane Bob esercita il proprio fascino.
- Il fidanzamento ufficiale con Gina, una vicina di casa semplice, ingenua e sognatrice interpretata da Marcella Mariani, rappresenta il primo legame formale che Bob stringe con la benedizione della famiglia della ragazza, stancandosene tuttavia molto rapidamente per rivolgere le sue attenzioni altrove.
- La corte serrata a Silvana, una seria e studiosa impiegata e insegnante serale di dattilografia interpretata da Giulia Rubini, viene condotta da Bob iscrivendosi appositamente alle sue lezioni e inventando un cumulo di menzogne sulla sua vita, spacciandosi per un corridore motociclista.
- Il ritorno di fiamma con Mafalda, la bella ballerina interpretata da Giovanna Ralli che lo aveva precedentemente abbandonato a causa della sua volubilità, dimostra l'abilità del protagonista nel riconquistare le sue ex fidanzate sfruttando ogni momento libero.
- Il fallimentare approccio con Tosca, interpretata da Rossana Podestà e figlia di un benzinaio della zona, si conclude bruscamente su una spiaggia deserta con un sonoro schiaffo sul viso di Bob, che aveva tentato di approfittare cinicamente dell'innamoramento della ragazza.
- L'intrusione della ricca Bice, una proprietaria milanese di una casa di mode interpretata da Corinne Calvet, offre a Bob l'illusione di una vita lussuosa fatta di costosi regali, macchine e locali notturni, dopo che il giovane l'ha soccorsa in seguito a un incidente automobilistico.
- Il crollo del castello di bugie avviene quando tutte le ragazze scoprono contemporaneamente le reciproche infedeltà e Tosca scatena un piccolo scandalo nel quartiere, costringendo il giovane dongiovanni a rimanere rinchiuso in casa per timore di incontrare le sue pretendenti infuriate.
- Il ripensamento finale alla stazione vede Bob in procinto di abbandonare definitivamente Firenze insieme a Bice, ma il tempestivo arrivo del fratello maggiore Guido svela l'assurdità della scelta e la superficialità di quel mondo mondano, spingendo Bob a restare e a sposare, alla fine, una delle ragazze del suo rione.
"Le ragazze di San Frediano" costituisce un esempio emblematico della commedia cinematografica italiana della metà degli anni Cinquanta, segnando il delicato passaggio dalle atmosfere drammatiche e documentaristiche del neorealismo a una narrazione più leggera, ironica e popolaresca, legata ai canoni del neorealismo rosa. L'opera rappresenta lo storico esordio alla regia del maestro Valerio Zurlini, il quale dimostra una notevole sensibilità nel tradurre sul grande schermo l'universo letterario e la vivacità rionale della prosa di Vasco Pratolini, offrendo uno spaccato sociologico accurato dell'Italia della ricostruzione e dell'emancipazione giovanile. La trasposizione in fotoromanzo sulle pagine di una rivista di riferimento come "Noi donne" non solo attesta l'enorme popolarità commerciale del cast — che riuniva astri nascenti del cinema nazionale del calibro di Antonio Cifariello, Giovanna Ralli, Giulia Rubini e Rossana Podestà — ma riflette anche la centralità del pubblico femminile dell'epoca, a cui veniva proposta una satira del gallismo italiano in cui la solidarietà e la fiera laboriosità delle giovani donne finiscono per sanzionare e redimere l'immaturità del protagonista maschile.
«Noi donne», anno X, n.10 e 11, 6,13 marzo 1955
Il cinema è facile per Cifariello
L’attore più interessante dell'ultima generazione, Antonio Cifariello, da otto mesi marito di Patrizia della Rovere, cominciò la fortunata e rapida carriera lasciandosi pescare in una piscina da un regista in cerca di “un bel nuotatore”.
Roma, aprile
La vita di Antonio Cifariello sino a due mesi prima degli esami di licenza liceale, cioè sino al giorno in cui un regista in cerca di un bel nuotatore lo notò nei locali di un circolo canottieri e lo invitò a Roma per un provino, è stata quella, monotona e sfaccendata di molti giovani napoletani. Bisogna dire che non è stato molto difficile per questo giovane di diciannove anni allora e oggi di venticinque, cambiare vita. Non c’era in lui predisposizione, come del resto non c’è in nessuno, per diventare un fannullone. Senza faticare sui libri riusciva a mantenere il suo posto di primo della classe. Partì per Roma e firmò il suo primo contratto cinematografico: duecentomila lire.
Durante la lavorazione del film a Portovenere continuò a studiare e quando tornò a Napoli si presentò agli esami e fu ancora una volta primo. «E’ questo il più bel ricordo che porto con me», racconta Cifariello, «perchè in quel momento capii che con un po’ di buona volontà anch’io avrei potuto fare qualche cosa, evitando così di mortificarmi nella vita che altrimenti mi era riservata». Durante le vacanze montò in motorscooter e fece un giro per l’Italia e a Roma incontrò l’operatore del suo primo film. Fu costui a consigliargli di frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia. Cifariello accettò, anche perchè, tutto sommato, non gli poteva dispiacere frequentare a Roma il corso di medicina. L’esame di recitazione lo vide impegnato nella dizione di un brano del Metastasio. Fu un fiasco senza attenuanti e le ambizioni cinematografiche sarebbero state sepolte lì se Luigi Zampa, che faceva parte della commissione, non avesse chiesto che "quel giovane” venisse ugualmente ammesso.
Durante il corso partecipò per 70.000 lire (dieci subito e sessanta un anno e mezzo dopo) ai film Eran 300. Appena il clima lo permise non perse un attimo per correre al mare e ancora una volta la sua bravura di nuotatore, che un tale aveva notato nella piscina di Ostia, gli procurò un nuovo contratto. Superò alcuni esami all'Università e poi trascorse, per 80.000 lire al mese, novanta giorni in cutter per le riprese di Africa sotto i mari, il film che doveva rivelare una certa Sofìa Scicolone.
Nel maggio del ’53 venne chiamato dal regista Lizzani che intendeva affidargli una parte in Cronache di poveri amanti. L’anticamera della Casa di produzione era occupata da una ventina di giovani decisi a (arsi notare da Fellini per un ruolo in Agenzia matrimoniale. «Mi ero acceso una sigaretta e fumavo trepidante in un cantuccio», ricorda Cifariello, «quando entrò nella saletta un tale piuttosto grosso. Seppi che era Fellini perchè quei venti giovanotti si gettarono su di lui chiamandolo per nome. Il regista s’infilò in una stanza e li ricevette uno per volta gli aspiranti. Alla fine uscì fuori e mi passò davanti.
Ebbi un momento di incertezza perchè non sapevo se mi sarei dovuto levare in piedi a salutarlo. Ormai sapevo che quello era Fellini. Ma d’altro canto non lo conoscevo e non mi conosceva. Così rimasi a sedere. Il regista scomparve in una stanza, ne uscì, venne accerchiato dagli aspiranti, riuscì a liberarsi dall'assedio ed ebbi l’impressione che venisse verso di me. Pensai che forse mi sarei dovuto levare in piedi. E cosi feci. Accennai, vagamente timido, un saluto. Fellini mi mise una mano sulle spalle e disse: "Bene!”. Poi mi osservò attentamente da un orecchio all’altro, dai piedi alla cima dei capelli e, sempre tenendo la sua mano sulla mia spalla 'continuò: "Domani cominciamo a lavorare”».
Poi vennero Carosello napoletano, Donne proibite e Villa Borghese. Nel settembre parti per l’Africa con la troupe di Eva nera prodigandosi, durante cinque mesi, oltre che come attore anche come fotografo di scena, aiuto regista, giornalista. Alla fine delle riprese aveva messo da parte circa un mezzo milione e forte di questa somma decise di restarsene ancora per qualche tempo in Africa e niente avrebbe potuto piegare il suo spirito di avventura e la sua curiosità se dall’Italia non gli avessero proposto di andare a girare un film in Cile con periplo del Polo Sud. Però questo viaggio e il relativo film non si fecero e perciò abbiamo visto Antonio Cifariello in Ragazze di San Frediano e in Signorine dello 04. Fra qualche giorno Antonio Cifariello riprenderà a lavorare con La bella di Roma, un film su cui là Casa di produzione punta le sue carte migliori per il 1955.
Ormai la ruota di Cifariello ha preso a girare come accade per chi fa di tutto per dare un senso alla vita. Perchè è vero che chi ha qualcosa da dire, qualcosa di valido, con un po’ di coraggio la dirà; e Cifariello ha davvero qualcosa da dire.
P. M., «Tempo», anno XVII, n.20, 19 maggio 1955
Nel servizio pubblicato su Noi Donne, anno X, n. 40 del 9 ottobre 1955, viene presentato il film La bella di Roma, diretto da Luigi Comencini e interpretato da Silvana Pampanini, Alberto Sordi, Antonio Cifariello e Paolo Stoppa. L'articolo ripercorre la trama attraverso una sequenza di immagini accompagnate da didascalie dettagliate, illustrando le vicende sentimentali e lavorative della protagonista Nannina, una giovane romana dal carattere vivace e generoso. Il servizio mette in risalto il tono popolare e realistico della pellicola, ambientata nella Roma del dopoguerra, dove amore, gelosia, ambizioni e riscatto sociale si intrecciano in una commedia dai risvolti umani.
- La protagonista Nannina Nannina è una giovane romana bella, intraprendente e dal cuore generoso che, dopo aver lasciato il lavoro di cassiera, cerca di costruirsi un futuro migliore tra difficoltà economiche e complicazioni sentimentali.
- L'incontro con Mario La ragazza si innamora di Mario, interpretato da Antonio Cifariello, che sogna di affermarsi come pugile e di migliorare la propria condizione economica.
- Le ambizioni di Gracco Gracco, interpretato da Alberto Sordi, propone a Nannina di entrare in società per aprire una trattoria, ma i sentimenti finiscono presto per complicare i rapporti tra i protagonisti.
- Gelosie ed equivoci La storia è attraversata da incomprensioni, sospetti e rivalità amorose che mettono a dura prova le relazioni tra i personaggi principali.
- La crisi della famiglia Un bambino scomparso e una serie di eventi drammatici spingono i protagonisti a riconsiderare le proprie priorità, facendo emergere il valore degli affetti familiari.
- La riconciliazione finale Dopo numerosi ostacoli e malintesi, la vicenda si conclude con il chiarimento dei conflitti e con il ritorno dell'armonia tra i protagonisti.
- Una commedia dal sapore popolare Il film alterna momenti brillanti e situazioni drammatiche, offrendo un ritratto realistico della vita quotidiana nella Roma degli anni Cinquanta.
Il servizio di Noi Donne propone La bella di Roma come una commedia sentimentale capace di raccontare con semplicità il mondo popolare del dopoguerra. Diretto da Luigi Comencini, il film valorizza un cast di primo piano guidato da Silvana Pampanini e Alberto Sordi e affronta temi come il lavoro, la dignità, la famiglia e l'amore con uno stile che unisce leggerezza e osservazione sociale, caratteristiche che contribuirono a renderlo una delle opere rappresentative del cinema italiano di quegli anni.
«Noi Donne», anno X, n. 40, 9 ottobre 1955
L'articolo illustrato pubblicato su Noi Donne, anno X, numeri 49, 50 e 51 dell'11, 18 e 25 dicembre 1955, presenta ai lettori il film Racconti romani, diretto da Gianni Franciolini e tratto dall'omonima raccolta di Alberto Moravia. Attraverso un ampio servizio fotografico vengono raccontate, in tre puntate, le vicende dei protagonisti interpretati da Antonio Cifariello, Franco Fabrizi, Giovanna Ralli, Maurizio Arena, Maria Pia Casilio, con la partecipazione di Vittorio De Sica, Silvana Pampanini e Totò. Il racconto segue soprattutto il personaggio di Alvaro Latini, ex detenuto deciso a rifarsi una vita, e il gruppo di giovani amici che, tra ingenuità e piccoli imbrogli, cercano un riscatto in una Roma popolare descritta con ironia e realismo.
- Il ritorno di Alvaro Uscito dal carcere di Regina Coeli, Alvaro torna dalla madre e dalla moglie deciso a cambiare vita, pur ritrovandosi immerso nelle stesse difficoltà economiche e sociali di prima.
- L'amicizia del quartiere Attorno al protagonista ruota un gruppo di giovani di Trastevere, ciascuno con un carattere ben definito, uniti da sogni, ingenuità e continui tentativi di migliorare la propria condizione.
- Piccoli espedienti quotidiani Le tre puntate raccontano una serie di truffe improvvisate, idee stravaganti e iniziative destinate quasi sempre a fallire, trattate con tono leggero e umanissimo.
- Le illusioni contro la realtà Ogni progetto sembra offrire una possibilità di riscatto, ma la realtà riporta puntualmente i protagonisti con i piedi per terra, senza però spegnere del tutto il loro entusiasmo.
- L'amore come punto di equilibrio Le relazioni sentimentali, in particolare quelle tra Alvaro e Maria e tra gli altri giovani del gruppo, rappresentano il vero elemento di stabilità della vicenda.
- Una Roma autentica Mercati, trattorie, bar, spiagge di Ostia, ippodromo delle Capannelle e quartieri popolari diventano protagonisti quanto gli stessi personaggi, offrendo uno spaccato della capitale del dopoguerra.
- L'interpretazione di Antonio Cifariello Il servizio mette in risalto il suo Alvaro come figura positiva e generosa, capace di maturare attraverso errori e delusioni senza perdere la propria umanità.
- Le partecipazioni di prestigio La presenza di interpreti come Totò, Vittorio De Sica e Silvana Pampanini conferisce ulteriore richiamo al film, pur mantenendo il centro della narrazione sulle vicende corali dei giovani protagonisti.
- Le rubriche cinematografiche Accanto al fotoromanzo compaiono anche approfondimenti dedicati ad altri film dell'epoca, come Nanà, riflessioni sulla censura cinematografica e recensioni di nuove uscite, offrendo un interessante quadro del dibattito culturale del 1955.
Questa lunga presentazione fotografica testimonia il modo in cui i periodici illustrati degli anni Cinquanta promuovevano il cinema italiano, trasformando un film in un vero e proprio racconto a puntate. Racconti romani, ispirato all'opera di Alberto Moravia, conserva lo spirito della commedia neorealista, alternando leggerezza, critica sociale e umanità. Per Antonio Cifariello rappresentò uno dei ruoli più significativi della sua carriera cinematografica, affiancato da un cast di grande prestigio che contribuì a rendere il film uno degli esempi più rappresentativi della commedia italiana del dopoguerra.
«Noi Donne», anno X, n. 49, 50, 51 - 11, 18, 25 dicembre 1955
Il cineromanzo "La mina", pubblicato in due puntate su «Noi donne», anno XIII, n. 6 del 9 febbraio 1958 e n. 7 del 16 febbraio 1958, è tratto dall'omonimo film diretto da Giuseppe Bennati, interpretato da Elsa Martinelli e Antonio Cifariello e distribuito dalla Lux Film. Ambientata in un piccolo porto del Sud Italia, la vicenda intreccia una storia d'amore con il dramma della pesca di frodo e del recupero degli ordigni bellici rimasti in mare dopo la guerra. Il racconto alterna atmosfere romantiche e momenti di forte tensione, affrontando temi come il coraggio, la responsabilità e il prezzo pagato da chi vive del mare.
- La mareggiata iniziale Una violenta tempesta danneggia diverse imbarcazioni. Tra queste c'è la barca del giovane pescatore Stefano, incaricato di venderla perché ormai inutilizzabile.
- L'arrivo a San Biagio Nel piccolo porto Stefano conosce nuovi personaggi, tra cui l'Ardito, un uomo dal passato misterioso che si vanta delle proprie imprese di guerra.
- L'incontro con Lucia Stefano rimane affascinato da Lucia, una ragazza bella ma diffidente, abituata a difendersi dalle attenzioni degli uomini.
- La gelosia di Nicola Il corteggiamento di Stefano suscita l'ostilità di Nicola, innamorato di Lucia, che tenta in ogni modo di allontanare il rivale ricorrendo anche alla violenza.
- Una scoperta inquietante Stefano apprende che Lucia e il fratellino sono coinvolti nella pesca di frodo con gli esplosivi, attività tanto redditizia quanto estremamente pericolosa.
- La mina nel mare Durante un recupero rischioso Stefano riporta in superficie una mina inesplosa, comprendendo quanto grave sia il pericolo che incombe sui pescatori.
- Le bugie dell'Ardito Emergono le menzogne raccontate dall'Ardito: non è un eroe di guerra e ha perso la mano proprio durante una battuta di pesca con gli esplosivi.
- Il pericolo imminente L'Ardito insiste nel voler recuperare l'esplosivo contenuto nella mina, incurante del rischio per sé e per gli altri.
- Il gesto eroico Quando il fratellino di Lucia si avvicina all'ordigno, l'Ardito trova il coraggio di sacrificarsi, trascinando la mina lontano prima dell'esplosione e salvando il bambino.
- La riconciliazione finale Dopo la tragedia Stefano e Lucia superano incomprensioni e diffidenze, ritrovandosi finalmente uniti da un sentimento sincero.
Il cineromanzo riflette un tema molto sentito nell'Italia del dopoguerra: la presenza di ordigni bellici ancora disseminati nei fondali e il ricorso alla pesca con gli esplosivi, pratica illegale ma diffusa in alcune zone costiere per ragioni economiche. Attraverso la vicenda sentimentale dei protagonisti, il film propone una denuncia dei rischi umani e sociali legati a questa attività, contrapponendo il valore della vita e dell'onestà al facile guadagno. Antonio Cifariello ed Elsa Martinelli offrono due interpretazioni efficaci, contribuendo a rendere credibile una storia che unisce melodramma, avventura e realismo sociale.
«Noi donne», anno XIII, n. 6 e 7, 9 e 16 febbraio 1958

Agosto, cinematografo mio non ti conosco. Pigliate un cretino cinquantenne: è in tutto e per tutto simile al cinema estivo; è un cretino, cioè, che non ha più nemmeno la freschezza della gioventù, i futili ma vividi colori della sua migliore stagione; è un cretino bigio, serio, commendatore. Fuggitelo. Impiccatevi a un’insegna di gelataio, piuttosto che vedere film come E' arrivata la parigina e II robot e lo sputnik. O, meglio: pagatevi una ombra di vela o d'albero o di tufo nella quale sdraiarvi come Venere e leggetevi Al cinema col lapis di Filippo Sacchi (Mondadori) o I sette peccati di Hollywood (Longanesi) di Oriana Fallaci. Così ho fatto lo, qualche mattina, sulla dorata spiaggia di Miliscola. Dice il medico:
«Lei è un iperteso; niente mare, niente sole, per carità». Scemo, il sole è mio padre; vado con lui come Isacco andava con Abramo, e spero che un angelo gli fermi l'ascia. D'altronde, potevo morire leggendo Sacchi o la Fallaci, io che ho resistito a Carlo Emilio Gadda? Vissi felice e contento, invece, presso il mare (che mi è zio) situato fra Cuma e Precida; Filippo e Oriana mi tennero compagnia, sentite come.
Dobbiamo tutti qualcosa a Filippo Sacchi, egli fu uno del primi uomini di penna (e quale penna) ad occuparsi di cinema su un grande quotidiano. È anzitutto singolarissimo e affascinante scrittore: dica quel che dica, lo riconoscete immediatamente, in una riga, in una frase. Nulla di più dimesso (apparentemente) del suo discorso: parole di tutti, facili, consuete, eppure nulla di più scelto e prezioso. Il giuoco, no, il miracolo, di Sacchi, è appunto quello di trasformare la ghiaia in gemme. Sembra che ciarli dal balcone (pensate al De Filippo di Questi fantasmi) con l'inquilino dirimpetto: e invece ricama, cesella, minia. Gesù. Il dannato, subdolo veneto fa di ogni sostantivo o aggettivo una Cenerentola al ballo. Poi ha l'umore, la grazia: qualità goldoniane, lagunari, di un paese dove nobili e gentuccia, dogi e gondolieri, usavano, godevano, io stesso linguaggio. Perché ho detto, allora, che dobbiamo tutti qualcosa a Filippo Sacchi? Non potevamo assimilarne, ovviamente, lo stile, ma egli ci insegnò a non darci arie critiche; al cinema spendetevi come uomini, ci suggerì, perché il cinema, fuga di immagini reali, continua (lodevole o Infame che sia) la vita. Un film (tranne poche eccezioni) è moda, è costume, è un foglietto di calendario: non avvicinatevi ad esso come Benedetto Croce al Faust, ma come un passante ad una gremita e luminosa vetrina. Sacchi fu ed è ciò che Pasolini, tanto agile nel trasferirsi, come poeta, dall’urna di Gramsci alla uccelliera cattolica, definirebbe un «critico parolibero». Ma leggete questo Al cinema col lapis: i film in esso trattati sono morti e sepolti; vivono, al contrario, piene di vaghe luci e di profumi e di sussurri e di aliti come le notti di agosto, le pagine di Sacchi. Perché? Se lo domandino gli Aristarco di ogni ceto: nella risposta è il segreto della loro goffaggine e inutilità.
La grazia e l’umore, in Sacchi, non eccettuano, s’intende, l'acume. È lui che nella deliziosa nota sul film II palloncino rosso dice: «Abbiamo qui un Cifariello dei palloncini» ; ed è lui che a proposito di All'Ovest niente di nuovo, respinto dal fascismo, dice: «Non sospettano, i dittatori, che la essenziale condizione perché un popolo combatta è che senta di combattere per una causa che gli appartiene; e gli appartiene non perché lo dicano i re, o i despoti, o i generali, ma perché coincide oscuramente nel suo intimo con certe profonde linee della coscienza collettiva. Se questa coincidenza c'è i soldati si batteranno anche se hanno visto All'Ovest niente di nuovo». Sì, la trovate, negli Aristarco di ogni ceto, un'osservazione come (per il film Pranzo di nozze): «Il papà che quando è arrabbiato si isola appoggiandosi al frigorifero e voltando le spalle, con un barattolo di birra in mano, al resto della casa... ed è la sua evasione!». Lettori, a voi. Ecco, sul tema della fanciullezza, dei quindici anni: «È l’età in cui l'uomo si distacca dalla favola, ma prolungandone ancora un riverbero sul contorni del reale, come nel risveglio le forme familiari appaiono lievemente stemperate nel vapori del sonno». Ecco, sul tema della gioventù bruciata: «Fantocci i padri, fantocci i figli. Non c'è nessun interesse umano e poetico in questi ragazzacci viziati, maleducati e ignoranti, nei quali la vivacità è delinquenza e il sentimento epilessia». Ecco, su Germi: «La compiacenza con cui insiste a tenersi sotto la macchina da presa rasenta il narcisismo. Ma la sua maschera non ha l'intensità e il dinamismo fotogenico necessario. È, curiosamente, una maschera tormentata e insieme inespressiva, un po’ a causa dell'occhio che non si decifra sempre, ma soprattutto per quei tic fissi, l'eterna ruga sulla fronte e l'eterno ghigno delle labbra e del mento, che riescono alla lunga monotoni e falsi».
Non la finirei più di citare. Bevete, centellinate la squisita pagina 250, scritta per la Marilyn Monroe di Fermata d'autobus e che mi ha colmato di fraterna Invidia (la peggiore che esista, dopotutto). Sono lieto che Sacchi abbia, come io pure feci, detto no a Calle Mayor e si a Guendalina (ne demmo quasi gli stessi motivi: bene, Marotta, bravo); e pazienza se gli elogi di Sacchi al fiIm di Antonioni II grido mi hanno Sorpreso. Ognuno ha le sue crisi di benevolenza. I miei genuini applausi a I sogni nel cassetto io non riesco a farmeli perdonare da nessuno: forse neanche da Renato Castellani.
Ad Oriani Fallaci non occorrono presentazioni qui. Così giovane, tenue, graziosa, esce dal fuoco (diciamo a Napoli), ha sette spiriti come i gatti; e non fu un bel giorno, per Hollywood, quello in cci Miss Fallaci scese dall'aereo per vedere e riferire. Come li ha conciati i famosi divi e la famosa capitale del Cinema! Perché il talento di Oriana ha due facce. Da un lato l’informazione coscienziosa, minuziosa che I rotocalchi esigono; dall'altro un aguzzo, vigile, tagliente giudizio. È buffo che in Italia, paese di libri cupi e noiosi, affollato dì grandi scrittori incapaci di ridere. fatidici, sinistri (figure di teppisti, di accoltellatori poetici) la ironia, la celia, il senso del comico si rifugino in grembo alle scrittrici. Avemmo il caso Brin, il caso Cederna, il caso Antonioni (con una sottile vena di patetico); e adesso abbiamo la Fallaci. Non immaginate quanto mi piaccia sentirle dire: «Come era bella New York senza l'incubo di Marilyn Monroe! I grattacieli sembravano più alti, i negri più neri, il rombo della sotterranea aveva la dolcezza di una canzone d'amore». O: «Negli studios persino i sassi erano falsi, benché non vi sia alcun bisogno di fabbricare sassi falsi in una California piena di sassi fatti di sasso». O: «I più a Hollywood, mangiano in automobile (drive-in-restaurants), guardano il cinema in automobile (drive-in-theatres), assistono alla Messa in automobile (drive-in-churches), entrano in albergo con l'automobile (motels) e non ci sarebbe da meravigliarsi se dessero alla luce i figli in automobile, giacché in automobile accade più spesso che altrove ciò che dovrebbe accadere nei letti nuziali».
Oriana è imbattibile in certi veloci ritrattini. Ecco Arthur Miller: «Il vano della porta lo inquadrò come un francobollo inquadra la tasta di un Re: magro, abbronzato, reso più assorto dagli occhiali a stanghetta, aveva un’espressione timida e gentile». Ecco Gregory Peck: «Aveva il collo torto e ciò lo faceva sembrare un po' gobbo. Ma era una bella statua». Ecco Loretta Yong: «Va a Messa ogni mattina alle sei e porta li rosario appeso al parabrezza dell’automobile per impiegare in avemarie il tempo che le fanno perdere i semafori col rosso». Ecco Greer Garson: «Esilissima, sofisticata da un abito azzurrocielo, irriconoscibile sotto un ombrello di capelli rosa». Ecco Jayne Mansfield: «Lo so, dice, che sono volgare, sciocca, invadente. Ma una ragazza, per conquistare l’America, non deve usare il cervello».
Ha tonnellate di ragione, povera Mansfield. Vive nella Nazione guida. pullulante di «Sighing Societies of Swooning Sinatra Sclaves» (Società Sospiranti delle Schiave in Deliquio per Sinatra) e che può fare? Si adegua. Abbiamo anche noi, del resto, fior di circoli di schiave in deliquio per Villa o per Fierro. Ministri in carica vanno a premiare i cantanti nei festival, mentre nelle deserte biblioteche si dondolano i ragni. L'Italia di Garinei e Giovannini, di Seamicci e Tarabusi, è in marcia. Che spasso, quando i comunisti la vantano affezionata a Marx e i preti a Dio. L’Italia odierna è soltanto musichiera tognazziana ed enalottfstfca. Non muoverà un dito, se ci saranno guai, né per il Cielo né per l'interno. È felice come una scimmia fra le noci di cocco.
Giuseppe Marotta, «L'Europeo», anno XIV, n.32, 10 agosto 1958
La casa sul Tevere di Cifariello
La nuova casa di Antonio Cifariello è un attico d'un palazzo di nuova costruzione ai margini di Roma, all’inizio della via Cassia, presso i recentissimi impianti olimpici. Cifariello illustra lo stupendo panorama che si offre dal terrazzo del suo appartamento a Debra Paget, l'attrice americana sua partner nel film "I masnadieri" in lavorazione. Sotto, Antonio Cifariello in cucina e nella sua camera da letto. Nella nuova modernissima abitazione Cifariello vive solo, senza domestici, e spesso si prepara per proprio conto da mangiare. Antonio ha 30 anni. Con Patrizia Della Rovere è sposato dal ’55, ma la vita matrimoniale dei due attori in questi anni è sempre stata burrascosa.
Un trucco fotografico mostra Cifariello in due diversi angoli del suo soggiorno. La decisione dell’attore di organizzare la sua vita in una nuova casa, lasciando la vecchia abitazione romana, sembra confermare la sua separazione definitiva dalla moglie Patrizia Della Rovere, nonostante la nascita del figlio Mario Fabio, avvenuta il 15 agosto. Due sono gli affascinanti "hobbies" di Cifariello: la lettura e i viaggi: ha già messo piede infatti in tutti i continenti, girandovi documentari e ricavandone corrispondenze giornalistiche. Anche nella nuova casa Antonio ha trasportato e distribuito nel curioso mobile-libreria della foto a destra i suoi libri e le curiosità raccolte durante i suoi viaggi.
«Novella», anno LXI, n.42, 16 ottobre 1960
L'articolo pubblicato su Radiocorriere TV nell'agosto 1967 raccoglie una risposta di Antonio Cifariello a una lettrice che gli chiede perché abbia abbandonato la promettente carriera cinematografica per dedicarsi ai documentari televisivi e quale sia il Paese che più lo abbia affascinato durante i suoi viaggi. L'attore ripercorre con sincerità la propria esperienza, spiegando come il cinema sia stato per lui quasi un caso, mentre il reportage e il viaggio siano diventati la sua vera vocazione. Il testo restituisce il ritratto di un uomo curioso, attratto dalla scoperta del mondo più che dalla celebrità.
- Dal sogno della medicina al cinema Cifariello racconta di essere stato studente di medicina e praticante di giornalismo sportivo prima che un regista lo notasse durante una regata, aprendogli inaspettatamente le porte del cinema.
- Un successo vissuto senza entusiasmo Pur diventando rapidamente uno degli attori più richiesti, confessa di non essersi mai sentito realmente a suo agio nel mondo della celluloide, descrivendo il rapporto con il cinema come un amore destinato a esaurirsi.
- L'arrivo della televisione L'avvento della TV gli offre l'occasione di cambiare completamente attività, orientandosi verso il documentario e il reportage, un genere che sentiva molto più vicino alla propria personalità.
- La scoperta del documentario Ricorda come la proposta di realizzare una serie di servizi su Timbuctù, inizialmente accolta con scetticismo, segnò l'inizio di una lunga stagione di viaggi e produzioni televisive.
- Viaggiare per conoscere Ogni spedizione rappresenta per lui una nuova esperienza umana e professionale, utile non solo per raccontare il mondo ma anche per perfezionare il linguaggio della ripresa cinematografica.
- L'Italia resta insuperabile Dopo aver visitato numerosi Paesi, afferma senza esitazioni che il luogo più bello rimane l'Italia, grazie alla straordinaria varietà di paesaggi, tradizioni, culture e caratteri concentrati in uno spazio relativamente ristretto.
- La ricchezza della diversità italiana Sottolinea come in pochi chilometri il territorio italiano riesca a offrire cambiamenti di ambiente, usi e costumi che in altri Paesi richiederebbero migliaia di chilometri di viaggio.
- Un invito a guardare oltre La conclusione della sua riflessione suggerisce che la vera ricchezza del viaggio non consiste nell'accumulare chilometri, ma nel saper cogliere le differenze culturali e umane.
L'intervista documenta un momento significativo della carriera di Antonio Cifariello, che negli anni Sessanta lasciò progressivamente il cinema per dedicarsi all'attività di documentarista e autore televisivo. Più che una rinuncia, la sua appare come una scelta di libertà professionale, guidata dalla curiosità, dalla passione per il racconto del mondo e dalla convinzione che l'Italia, con la sua straordinaria varietà di paesaggi e tradizioni, resti il viaggio più affascinante da compiere.
«Radiocorriere TV», agosto 1967
L'articolo pubblicato su La Stampa il 14 dicembre 1968 racconta la tragica morte di Antonio Cifariello, attore e documentarista, deceduto a soli trentotto anni nello schianto di un piccolo aereo in Zambia, dove stava ultimando un reportage televisivo dedicato al lavoro degli italiani in Africa. Accanto alla cronaca dell'incidente, il quotidiano propone un ampio ritratto della sua evoluzione artistica e umana, ricordando la scelta di abbandonare una brillante carriera cinematografica per dedicarsi al documentario, considerato un mezzo più autentico per raccontare la realtà.
- La tragedia in Zambia Cifariello perde la vita il 13 dicembre 1968 durante il volo di rientro da una missione televisiva. Nell'incidente muoiono anche altri membri della spedizione, tra cui tecnici e piloti.
- L'ultimo reportage incompiuto Si trovava in Africa per documentare l'attività delle imprese italiane impegnate nella costruzione di importanti infrastrutture, un lavoro destinato alla trasmissione televisiva Cordialmente.
- L'addio della televisione L'articolo ricorda che il servizio appena concluso sarebbe dovuto andare in onda pochi giorni dopo, trasformandosi involontariamente nel suo testamento professionale.
- Dal cinema al documentario Viene ripercorsa la sua carriera di attore, iniziata con grande successo negli anni Cinquanta, e la successiva decisione di lasciare il ruolo di divo per dedicarsi ai reportage televisivi.
- La ricerca della verità Secondo il quotidiano, Cifariello aveva maturato la convinzione che il documentario permettesse di raccontare il mondo con maggiore sincerità rispetto al cinema di finzione.
- Un giornalista prima che un attore Il ritratto mette in evidenza il suo entusiasmo per il lavoro sul campo, l'interesse per i problemi sociali e la volontà di osservare direttamente la realtà attraverso i viaggi.
- Un carattere autentico Colleghi e amici lo ricordano come una persona semplice, curiosa, disponibile e profondamente impegnata, capace di affrontare con entusiasmo anche le situazioni più difficili.
- La maturazione artistica Il passaggio dal cinema commerciale al documentario viene interpretato come il frutto di una crescita personale, che lo aveva portato a privilegiare il contenuto rispetto alla notorietà.
- Una perdita prematura La sua morte interrompe un percorso professionale in piena evoluzione, proprio quando sembrava aver trovato nel reportage televisivo la propria dimensione definitiva.
L'articolo de La Stampa non si limita alla cronaca di un incidente aereo, ma ricostruisce la parabola di Antonio Cifariello come quella di un artista che aveva scelto di rinunciare ai privilegi della celebrità per inseguire una forma di racconto più libera e autentica. La sua scomparsa, avvenuta durante il lavoro che più sentiva vicino alla propria sensibilità, trasformò il documentarista in un simbolo di impegno professionale e curiosità intellettuale, lasciando l'immagine di un uomo che cercava nelle persone e nei luoghi la verità delle cose più che il successo personale.
Tragica fine del popolare attore e documentarista; aveva 38 anni. Era andato nello Zambia per girare un documentario televisivo sul lavoro degli italiani - La sciagura accaduta durante l'ultimo volo, prima del ritorno in patria - Con l'attore sono morii anche l'ingegnere romano Marcello Sogliera, un ingegnere belga, il pilota inglese e un autista indigeno
(Nostro servizio particolare) Lusaka (Zambia), 13 dic.
r. s., «La Stampa», 14 dicembre 1968
L'articolo pubblicato su Stampa Sera il 14 dicembre 1968, il giorno successivo alla morte di Antonio Cifariello, ricostruisce la sua vicenda umana e professionale mettendo in evidenza la scelta di abbandonare una brillante carriera cinematografica per affrontare il lavoro, molto più rischioso e impegnativo, del documentarista televisivo. Il servizio, firmato da Roberto Giardina, alterna ricordi biografici, testimonianze personali e riflessioni sull'evoluzione artistica dell'attore, presentandolo come un uomo che preferì la ricerca della realtà ai privilegi della celebrità.
- Dal successo cinematografico ai reportage L'articolo ricorda Cifariello come uno dei volti più popolari del cinema italiano degli anni Cinquanta, protagonista di numerosi film sentimentali e d'avventura prima della svolta professionale.
- Una vocazione nata quasi per caso Ripercorrendo gli anni della formazione, viene raccontato il suo ingresso nel Centro Sperimentale di Cinematografia dopo gli studi di medicina e l'immediato successo ottenuto sul grande schermo.
- Lontano dall'immagine del divo Nonostante la popolarità, Cifariello non si riconobbe mai pienamente nel ruolo di attore di successo, mostrando un carattere inquieto e desideroso di esperienze più autentiche.
- La scelta del documentario L'abbandono del cinema viene descritto come una decisione consapevole: preferì impugnare la macchina da presa e raccontare il mondo reale piuttosto che continuare a interpretare personaggi di fantasia.
- I viaggi come scuola di vita Le missioni televisive in Africa, Medio Oriente e in altri Paesi rappresentarono per lui un'occasione di crescita umana, permettendogli di conoscere popoli, culture e problemi sociali direttamente sul campo.
- Una vita privata complessa Il servizio ricorda anche il matrimonio con Patrizia Della Rovere, conclusosi con una separazione, e accenna ai cambiamenti che accompagnarono la sua trasformazione personale.
- Il rischio come scelta professionale Cifariello accettò consapevolmente le difficoltà e i pericoli del lavoro di documentarista, ritenendolo più coerente con il proprio modo di intendere il giornalismo e il cinema.
- La tragedia in Zambia La morte avvenuta durante un volo di lavoro viene interpretata come la conclusione drammatica di un percorso vissuto fino all'ultimo con entusiasmo e spirito di ricerca.
- Il ricordo di un uomo autentico L'autore insiste sul fatto che Cifariello non inseguiva più il successo personale, ma la possibilità di comprendere e raccontare la realtà con sincerità e partecipazione.
L'articolo offre un ritratto diverso da quello tradizionalmente riservato alle star del cinema. Antonio Cifariello emerge come un artista che scelse di rinunciare alla sicurezza della notorietà per seguire una vocazione più profonda, trasformandosi da interprete cinematografico in documentarista e testimone diretto del proprio tempo. La sua morte in Zambia assume così un significato simbolico: non quella di un divo in declino, ma di un professionista che perse la vita mentre svolgeva il lavoro nel quale aveva finalmente trovato la propria autentica dimensione.
L'ex attore perito in un incidente aereo nello Zambia. Dopo avere inseguito per anni la fortuna con film sdolcinati, scelse il difficile mestiere del documentarista tv - Il difficile matrimonio fallito con la bella Patrizia Della Rovere
Roberto Giardina, «Stampa Sera», 14 dicembre 1968
Filmografia
Eran trecento, conosciuto anche come La spigolatrice di Sapri, regia di Gian Paolo Callegari (1952)
Africa sotto i mari, regia di Giovanni Roccardi (1953)
L'amore in città, regia di Federico Fellini, Michelangelo Antonioni (1953) - episodio Agenzia matrimoniale
Villa Borghese, regia di Gianni Franciolini (1953) - episodio Serve e soldati
Eva nera, regia di Giuliano Tomei (1953)
Donne proibite, regia di Giuseppe Amato (1954)
Carosello napoletano, regia di Ettore Giannini (1954)
Le signorine dello 04, regia di Gianni Franciolini (1955)
Le ragazze di San Frediano, regia di Valerio Zurlini (1955)
La bella di Roma, regia di Luigi Comencini (1955)
Racconti romani, regia di Gianni Franciolini (1955)
Pane, amore e..., regia di Dino Risi (1955)
I quattro del getto tonante, regia di Fernando Cerchio (1955)
La donna del giorno, regia di Francesco Maselli (1956)
Suor Letizia, regia di Mario Camerini (1956)
Peccato di castità, regia di Gianni Franciolini (1956)
Noi siamo le colonne, regia di Luigi Filippo D'Amico (1956)
La donna del giorno, regia di Francesco Maselli (1956)
Operazione notte, regia di Giuseppe Bennati (1957)
Souvenir d'Italie, regia di Antonio Pietrangeli (1957)
La mina, regia di Giuseppe Bennati (1957)
Vacanze a Ischia, regia di Mario Camerini (1957)
Amanti senza peccato, regia di Mario Baffico (1957)
Giovani mariti, regia di Mauro Bolognini (1958)
Resurrezione (Auferstehung), regia di Rolf Hansen (1958)
Le bellissime gambe di Sabrina, regia di Camillo Mastrocinque (1958)
L'amore nasce a Roma, regia di Mario Amendola (1958)
Promesse di marinaio, regia di Turi Vasile (1958)
Uomini e nobiluomini, regia di Giorgio Bianchi (1959)
Ciao, ciao bambina! (Piove), regia di Sergio Grieco (1959)
Costa Azzurra, regia di Vittorio Sala (1959)
Brevi amori a Palma di Majorca, regia di Giorgio Bianchi (1959)
Roulotte e roulette, regia di Turi Vasile (1959)
Questo amore ai confini del mondo, regia di Giuseppe Maria Scotese (1960)
A qualcuna piace calvo, regia di Mario Amendola (1960)
I masnadieri, regia di Mario Bonnard (1961)
Margarita se llama mi amor, regia di Ramon Fernandez (1961)
Jessica, regia di Jean Negulesco, Oreste Palella (1962)
Quel nostro amore impossibile (La bella Lola), regia di Alfonso Balcazar (1962)
I figli del capitano Grant (In Search of the Castaways), regia di Robert Stevenson (1962)
Giuseppe a Varsavia (Giuseppe w Warszawie), regia di Stanislaw Lenartowicz (1964)
Doppiatori
Giuseppe Rinaldi in Noi siamo le colonne, Souvenir d'Italie, L'amore nasce a Roma, Le bellissime gambe di Sabrina, Uomini e nobiluomini, Brevi amori a Palma di Majorca, I masnadieri, I figli del capitano Grant
Pino Locchi in Vacanze ad Ischia, Giovani mariti
Carlo Giuffré in Pane, amore e...
Enrico Maria Salerno in L'amore in città
Luciano Melani in Le ragazze di San Frediano
Nino Manfredi in La bella di Roma
Renzo Palmer in La donna del giorno
Aldo Barberito in Racconti romani
Sintesi delle notizie estrapolate dagli archivi storici dei seguenti quotidiani e periodici:
- «Noi donne», anno X, n.10 e 11, 6,13 marzo 1955
- P. M., «Tempo», anno XVII, n.20, 19 maggio 1955
- «Noi Donne», anno X, n. 40, 9 ottobre 1955
- «Noi Donne», anno X, n. 49, 50, 51 - 11, 18, 25 dicembre 1955
- «Noi donne», anno XIII, n. 6 e 7, 9 e 16 febbraio 1958
- Giuseppe Marotta, «L'Europeo», anno XIV, n.32, 10 agosto 1958
- «Radiocorriere TV», agosto 1967
- «La Stampa», 14 dicembre 1968








