Rita Pavone racconta la sua vita

1964 07 11 Tempo Evi Marandi f0

1965 02 17 Tempo Rita Pavone intro

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“Ebbi l’onore della cronaca appena nata. Un quotidiano di Torino scrisse: Una mamma minuscola mette al mondo una bimba gigante del peso di sei chili”. Avesse ascoltato il consiglio della madre, Rita sarebbe diventata una camiciaia come tante altre; assecondando l’istinto del padre finì invece con l’intraprendere, a soli tredici anni, quella strepitosa carriera che l’ha portata in brevissimo tempo alla ribalta della fama mondiale e alla ricchezza

Se penso al giorno della mia nascita come l’ho sentito raccontare da mia madre e mi guardo nello specchio mi viene voglia di ridere. Rido perchè nonostante la storia sia vera, è così strana che sembra inventata. Sono alta che se fossi un maschio non farei il soldato; sono magra che in certi punti mi escono le ossa, ho la faccia che pare imbellettata di crusca e gli occhi color caffè. Eppure tre giorni dopo che ero nata un giornale della sera di Torino pubblicò una mia fotografia con un titolo che diceva: “Una mamma minuscola mette al mondo una bimba gigante”.

La bimba gigante ero io, pesavo sei chili, avevo la pelle liscia come seta e bianca come latte, gli occhi celesti e a detta del professor Mussa che assistette mia madre ero la bambina più bella di tutta la Maternità. Mi sono guastata nel crescere, anzi nel “diminuire” perchè io — a differenza delle altre bambine — invece di allungarmi direi che mi sono accorciata e dei sei chili della nascita non mi è rimasta addosso neppure un’oncina di carne.

Ho aperto gli occhi al mondo il 23 agosto 1945 in una camera della Maternità di Torino. Mia madre era impiegata presso il Municipio mentre mio padre. ex-sommergibilista, tornato malconcio dalla guerra, dato che era disoccupato, aveva tutto il tempo di curarsi in pace le ferite. La cura durò oltre un anno, al termine del quale, vantando il fatto che era reduce, la mamma tentò di farlo assumere dal Comune. Lei desiderava un posto tranquillo e dignitoso, ma contro i desideri della mamma gli fu offerto di fare lo spazzino. Non è che il signor Giovanni Pavone aspirasse a diventare sindaco o segretario comunale, ma fra le sue aspirazioni — che erano alquanto più modeste — e il mestiere di netturbino ne passava parecchio e fu così che con molta dignità rifiutò di raccogliere calcinacci e spazzatura per le strade ed entrò alla Fiat come fresatore dove rimase fino a qualche tempo fa.

1965 02 17 Tempo Rita Pavone f1Rita Pavone (al centro, con una cuffletta bianca in testa) all’età di circa due anni fotografata sulla spiaggia di Chiavari. Ai suoi lati sono i due fratelli, Pier Filippo e Carlo; con loro è un cugino. Figlia di un’impiegata comunale e di un ex-sommergibilista. Rita è nata a Torino il 23 agosto 1945. Sentì il fascino del palcoscenico sin dagli anni in cui frequentava l’asilo, quando le suore la facevano recitare nel teatrino della scuola vestita da angelo oppure da fata.

Credo che bastino questi pochi accenni per capire che in casa Pavone dove c’erano altri due maschi nati prima di me, Pier Filippo e Carlo che oggi hanno rispettivamente ven-totto e ventisei anni, le lire erano scarse e quelle poche che arrivavano alla fine di ogni mese erano lire guadagnate con sudore. Sia io che i miei fratelli fino all'età di cinque anni abbiamo avuto una pelle che sembrava velluto; dopo i cinque anni, come un'epidemia, ci siamo coperti di lentiggini e adesso le nostre facce sembrano una via lattea di efelidi.

La mamma dice che fin da bambina ero furba e vivace e che già a ventidue mesi quando mi portava a Chiavari dagli zii, durante il viaggio in treno anziché piagnucolare canticchiavo una canzoncina in voga che si chiamava "Ci o Ci". Mio padre sostiene che era un segno del destino, qualcosa come la storia di Giotto che dimostrava la sua vocazione per il disegno scarabocchiando cerchi sopra un sasso mentre in realtà avrebbe dovuto sorvegliare il gregge. Il fascino del palcoscenico, per la verità, l’ho sentito fin dall’epoca dell'asilo quando le suore mi facevano recitare nel teatrino della scuola, vestita da angelo oppure da fata. L’idea di indossare grembiulini rosa o celesti e di portare le ali o il cappello a cono tempestato di stelline dorate non mi è mai andata a genio, ma era tanto l’orgoglio che pur di presentarmi in pubblico accettavo di indossare qualsiasi costume.

Avevo un carattere dispettoso e pungente, ero piccola, ma non sopportavo soprusi da nessuno. Quando dall'asilo andai alle elementari, dato che mio padre e mia madre lavoravano fino a sera, venni affidata alla nonna Filomena che abitava in via Po, in un vecchio fabbricato un po’ ammuffito che un tempo era stato caserma di pompieri. Ricordo la casa della nonna in ogni particolare e ogni volta che il pensiero torna a quegli anni mi sento prendere dalla tristezza. Nonna Filomena. infatti, che era tanto orgogliosa di me e mi mostrava alle sue amiche come un fenomeno di vivacità, di furberìa e di voce non ha potuto assistere ai miei successi; è morta la prima volta che ho cantato in pubblico e rammento che l’hanno pomata via alla chetichella con un carro che pareva fatto di liquerizia.

1965 02 17 Tempo Rita Pavone f2A Torino, all’età di quattro anni: Rita è assieme alla madre. Fin dai primi anni la bambina dimostrò una vivacità fuori del comune; aveva un carattere dispettoso e pungente e benché fosse ancora piccola non sopportava soprusi da nessuno. Era minuta e grassoccia e dimostrava la sua irrequietezza correndo continuamente per la casa. Alle scuole elementari, dopo solo pochi giorni di frequenza, venne considerata una vera ribelle per le sue instancabili zuffe con le compagne di classe.

La sua abitazione consisteva in una camera con una grande finestra dalla quale si vedeva la guglia della Mole Antonelliana, nera e sottile come un ricamo di capelli. A protezione della porta c’era una tenda di velluto; in un angolo, di faccia alla porta, c’era la stufa col tubo arricciato che finiva sui tetti. Dall’altra parte c'era il fornello e dappertutto fiori. Secondo un'abitudine torinese, parlando della nonna dicevamo che aveva il "dito verde" e significava che sapeva coltivare bene i fiorì. I mobili erano scarsi anche perchè una camera sola ne poteva contenere pochi; un tavolo, un arcolaio e un gran letto con le spalliere ad arzigogoli di ferro battuto e sull’alzata un piatto con pitture di scene campestri. Sul comodino c'erano fotografie di tutti noi. Siccome nella camera non c'era posto per un armadio, nonna Filomena teneva la dispensa sotto il letto, dentro una cassa.

Come nonna, era all’antica, un personaggio alla De Amicis nel vestire e nel parlare, spesso fuori tempo allorché discorreva dei ragazzi del dopoguerra che secondo lei erano discoli e svergognati. Come Agura. era piccola, grassoccia e camminava a passi corti e frettolosi. Aveva i capelli candidi, annodati a crocchia in cima alla testa. Gli abiti erano lunghi e neri, ornati da collettini bianchi; le scarpe erano a punta col tacco grosso. Nativa di Ferrara, nonna Filomena aveva conservato la sua parlata franca, intramezzata da voci dialettali alle quali faceva ricorso quando voleva dar forza a una frase. Rammento che di tanto in tanto mi prometteva di condurmi al "Faro" che era un bel cinema del centro, ma ogni volta o perchè pioveva o perchè doveva vedere un’amica andavamo nel solito vecchio teatrino del quartiere, sordido, pieno di mille odori, con le panche al posto delle sedie.

Quando nonna Filomena si ammalò non volle più vedermi; si congedò da me con un sorriso e disse di ricordarla così, ancora bella, con i suoi occhi celesti pieni di luce e il suo viso bianco e trasparente. Alle elementari mi guadagnai presto la fama di "ribelle”. A causa della mia condotta passavo gran parte delle mattinate fuori della porta. Le lezioni cominciavano alla otto, mezz'ora dopo venivo regolarmente allontanata dall’aula e tenuta in castigo fino all’ora di colazione. Avevo una predilezione speciale per le bugie. Ero bugiarda come un negro; a raccontare storie mi sembrava di diventare importante. Spesso però mi andava male e una volta che tornata a casa con un pessimo voto inventai che era stata una vendetta della maestra la quale mi aveva anche picchiato, mio padre, venuto a sapere la verità, mi diede tante cinghiate che mi riempi di lividi. Dopo le botte di papà, di solito c’erano quelle della mamma e da ultimo quelle di mio fratello Piero in qualità di primogenito. Cosicché quando si trattava di darmele ci si metteva tutta la famiglia e al termine dell’operazione ero tatuata di viola come un vecchio marinaio.

Avevo una sola gioia, mangiare. Mangiavo tutto ciò che mi capitava sotto mano, a differenza di adesso che non vorrei mai che venisse l’ora di tavola. Amici ne avevo pochi; per Berto, figlio del calciatore Parola, che era un ragazzino timido e silenzioso sentivo simpatia mentre odiavo una certa Anna, alla quale fra l'altro invidiavo le mani belle e bianchissime, che mi prendeva in giro e diceva che non crescevo mai.

Una volta, durante la ricreazione, Anna mi vide con una banana in mano e mi disse: «Pavone, è inutile che mangi banane, tanto non cresci...». Diventai furiosa, le saltai addosso e le diedi un ceffone che le fece cadere gli occhiali. Accecata gridava come un’aquila e si calmò soltanto quando arrivò la maestra. Come conclusione ebbi zero in condotta e la minaccia di essere retrocessa nella classe inferiore.

Forse qualcuno si sarà accorto che, di tanto in tanto, mentre parlo balbetto. Non è un difetto di natura. Balbetto perchè balbettava la mia insegnante, la signora Pozzi, la quale discorreva a strappi. Finite le elementari andai alle commerciali, ma siccome a tredici anni cominciai a lavorare come camiciaia in un ne-gozietto in piazza Madama Cristina mi iscrissi ai corsi festivi. Il lavoro non lo scelsi io ma mia madre, la quale non voleva saperne che cantassi. Fu contraria fino all'ultimo e se avessi dato retta a lei adesso sarei ancora ad attaccare bottoni o a stirare colletti. Lavoravo nove ore al giorno e guadagnavo 1500 lire alla settimana. La cosa che mi piaceva non era stirare o cucire bottoni che del resto facevo bene, ma andare in tram da casa alla bottega e dalla bottega al domicilio dei clienti. Spesso la mattina ero avvelenata di sonno e m’addormentavo in tram e allora dormendo facevo la intera corsa fino al capolinea. Quando mi svegliavo mi sembrava di aver fatto un viaggio in vagone letto.

Fra le compagne di lavoro correva voce che cantassi bene e che avessi talento ad imitare i cantanti in voga, in maniera particolare Claudio Villa. Mia madre, al contrario, appena aprivo la bocca, inorridiva.

«Rita — diceva — metti da parte le stupidaggini e lavora. Lascia le canzoni agli sfaccendati. Per far camminare la famiglia c’è bisogno di tutti. Fra l’altro, quando ti so al lavoro mi sento tranquilla». Papà, intanto, che sognava per me un avvenire di successi e che a sentire lui avevo la stoffa di cantante, lavorava sott’acqua (era stato sommergibilista) alla ricerca della maniera per lanciarmi. La trovò leggendo un giornale. Un giorno d’estate apparve sulla Stampa una inserzione che faceva al caso suo e mio.

1965 02 17 Tempo Rita Pavone f3La famiglia Pavone, oggi. Con Rita sono i genitori i fratelli Cesare (a sinistra) e Pierfi-iippo. Sono ritratti nella nuova casa di Ariccia, a pochi chilometri da Roma, la cittadina che ha portato fortuna a Rita lanciandola nel mondo della canzone. Cominciò a lavorare giovanissima a Torino come camiciaia in un negozio di piazza Madama Cristina: guadagnava 150 lire alla settimana. Ora i tempi sono cambiati: le sue canzoni, esportate in tutto il mondo, hanno fatto di lei una ragazza ricca e felice, anche se non può spendere liberamente i suoi soldi perchè non ancora maggiorenne. Un giudice tutelare, infatti, controlla i suoi incassi e sovrintende alle spese. Debuttò a 13 anni all’Alfieri di Torino in una favola musicale dal titolo "Buongiorno marziani".

Diceva: «Si cercano piccoli cantanti o piccoli attori per uno spettacolo di bambini». Telefonò. «Ho una bimba — disse — che fa al caso vostro. Canta benissimo. Volete ascoltarla?». «Portatela — risposero. — L’ascolteremo». Andammo insieme. L’audizione ebbe luogo in una palestra che serviva da scuola di danza classica. Dirigeva la scuola un tedesco di nome Gustav Gherard; un tipo che somigliava a una botte, più largo che lungo, sempre rosso e imbronciato. Quando arrivammo ci trovammo in mezzo a una folla di bimbi; alcuni piangevano. altri facevano le smorfie perchè non volevano cantare e le madri allora gli scucivano la bocca a suon di ceffoni.

Venne il mio turno. Il signor Gherard. gocciolante di sudore, senza neppure’ guardarmi, domandò: «Cosa canta?». «Rififi, la canzone del film». rispose mio padre. «Vada al pianoforte e canti», ribattè il signor Gherard mentre con un vistoso fazzoletto s’asciugava la fronte.

Il "provino canoro" andò bene e sui due piedi mi venne offerto un contratto che doveva legarmi alla compagnia dei "ragazzi” fino a 21 anni compiuti. A sentir parlare di contratti a lunga scadenza mio padre drizzò gli orecchi e si mise in guardia. Ci vedeva sotto l’inganno. Disse: «Se le fanno offerte del genere è segno che Rita merita, ma loro intendono sfruttarla mentre io sogno che faccia carriera e guadagni secondo il suo talento».

Per lo spettacolo, insieme con me furono scelti una settantina di bambini e le prove che si facevano una volta alla settimana andarono avanti per un paio d’anni. Il debutto, annunciato da manifesti e da articoli di giornale, ebbe luogo all’ "Alfieri". Il lavoro si chiamava "Buon giorno Marziani!" ed era per l’appunto una specie di favola musicale di marziani che scendevano sulla Terra fra canti e danze. Il successo fu enorme.

A quell’epoca io avevo tredici anni, ma ne dimostravo a malapena dieci ed ero una via di mezzo fra una femminuccia e un maschietto; forse più maschietto che femminuccia a causa del carattere irrequieto, della testa color nocciola e di certi atteggiamenti che facevano a pugni con le gonnelle. Era il tempo in cui nel Armamento della canzone brillava la stella di Paul Anka e io, per l'appunto, avevo preso Paul Anka ad esempio e ne cantavo le canzoni imitandolo nelle mosse e nei "singhiozzi”. Per me era un grande cantante, lo sognavo perfino di notte. Il signor Gherard era entusiasta delle mie interpretazioni e diceva con l'aria di chi la sa lunga che oltre alla voce disponevo di un considerevole talento drammatico. Nello spettacolo mi adoperava come il prezzemolo. In una scena tutta buia, con la faccia tinta di nero, con indosso un frac blu scuro, la camicia bianca, i guanti pure bianchi e il cilindro fosforescente. cantando canzoni dei Platters, facevo la parte di Al Johnson; cambiato costume interpretavo un altro personaggio, un’americana innamorata di Napoli, e cantavo due pezzi di Paul Anka. "Pity Pity” e "I love you Baby".

Dopo sei giorni di recite all' "Alberi" andammo, con un chiassoso trasferimento in pullman, al teatro "Margherita" di Genova. Mio padre m’accompagnava come un angelo custode e s'incaricava lui di riscuotere i miei guadagni che erano di 5000 lire per spettacolo. La mamma era a casa e continuava a brontolare. Compiute le tre recite al "Margherita". la compagnia si sciolse, ma rinacque ancora poco dopo, in proporzioni più ridotte per "tournèes” domenicali che facevamo qua e là richiamati da sfilate di moda oppure da Aere di paese, in occasione di feste di Santi Patroni o di manifestazioni turistiche regionali.

Più che mai. nonostante le lamentele della mamma, il papà credeva nel mio destino di cantante. Per la verità ci credevano anche altri perchè il lavoro non mancava e le mie quote d’ingaggio erano salite da cinquemila a quindicimila lire per sera. Una volta ebbi una telefonata dall'impresario dei Brutos. «Ho sentito parlare di lei — disse — So che canta bene, vorrebbe cantare nel mio cinema teatro?».

Il suo cinema teatro era un vasto locale in una zona popolare dove gli spettacoli comprendevano un breve varietà e un film. Più che la pellicola, il pubblico dimostrava di gradire l'avanspettacolo che consisteva in un balletto, in un rapido spogliarello fatto da una francesina tutto pepe e in alcune canzoni, naturalmente di Paul Anka, interpretate da me con tanto scrupolo e tanta "devozione" che riuscivo a imitare il cantante americano sia nei singhiozzi, la grande novità del momento, che nei sospiri. Oltre ai consensi della platea, durante la prima recita, ebbi anche un lancio di fiori sul palcoscenico. Non ero tanto Rita Pavone quanto "Paul Anka in gonnella” e il successo della mia voce indusse Analmente il pubblico e gli impresari a mettere da parte la diffidenza che suscitavo per via della mia corta statura e del mio aspetto infantile. Più di una volta, infatti, quando mi presentai per i provini, gli impresari si guardarono increduli e domandarono a mio padre: «E' questa la cantante?».

Mio padre annuiva con la testa e si limitava a rispondere: «Ascoltatela, dopo giudicherete». D'aspetto, a essere sinceri, ero tutt’altro che rassicurante. Perchè sembrassi più vecchia mi costringevano a portare i capelli lunghi e a indossare abiti di velluto pieni di lustrini che mi davano l’aria di una diciassettenne cresciuta a fatica oppure di un cagnolino sapiente. «E' brava — dicevano. — Bambina com'è ha una bella voce».

Per la seconda volta mi fu offerto un contratto con la promessa naturalmente ridicola, di un giro artistico a Hollywood e a Las Vegas. Come al solito, mio padre rifiutò e mia madre alla quale non faceva alcun effetto che mi avessero battezzata "Paul Anka in gonnella", stanca di fantasie disse che piuttosto che avere in casa un "Paul Anka in gonnella" preferiva tenersi una Rita Pavone magari in pantaloni.

Rita Pavone, «Tempo», anno XXVII, n.7, 17 febbraio 1965


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Così dichiarò la giovane Rita quando le dissero che avrebbe dovuto provare una delle sue canzoni davanti al cantante. E aggiunse: “Non canterei per lui neppure se mi ammazzassero”. La sua fortuna, invece, ebbe inizio proprio da quel giorno, nello studio di una casa discografica romana

Nel teatro dell'impresario dei Brutos lavorai una decina di giorni: dopo di che venni interpellata da un tizio che aveva messo insieme una compagnia hawaiana con la quale aveva in programma di dare spettacoli di folclore in diverse città d’Italia. La compagnia era numerosa e genuina; le ragazze erano davvero hawaiane, scelte con fiuto e di bellezza esplosiva. Avevano i capelli neri con riflessi viola come le ali dei corvi, gli occhi un po' obliqui, furbi ed esperti, la bocca succosa e la pelle color melanzana. Donne del genere bastava che guardassero un uomo perchè il poveretto si sentisse cenere.

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L’impresario cercava un ragazzo oppure una ragazza che cantasse in inglese dato che tutta la compagnia aveva l’etichetta americana. Era il 1959, avevo 14 anni. Mi presentai, fui ascoltata e subito accettata; i capelli rossi e le lentiggini erano quello che ci voleva per mettermi in cartellone come cantante "made in USA”. Debuttammo ad Alessandria davanti a un pubblico rumoroso ed esuberante, formato in gran parte di militari. Il mio repertorio era il solito: Paul Anka e le sue magiche canzoni. Il balletto hawaiano fu un trionfo; i soldati si disputavano le ragazze a occhiate e accompagnavano ogni alzata di gambe con urli che facevano tremare il teatro.

Dopo Alessandria, andammo a Genova, a Bologna, a Modena e ci spingemmo Ano a Firenze. In quella tournée invece di mio padre m’accompagnava mio fratello Pino. Viaggiavamo con una valigia di cartone per ciascuno. Il mio corredo consisteva in quattro abitini, uno blu da bambolina, un altro verdino con pieghe e paillettes, un terzo di velluto rosso e un quarto celestino. Avevo due paia di scarpe dorate coi i mezzi tacchi. Fin da allora ero superstiziosa ma non portavo amuleti di sorta. Soltanto, e lo faccio tuttora, prima di entrare in scena recitavo in fretta un'Ave Maria dopo di che mi presentavo al pubblico facendo le corna, con le mani contorte una dentro l’altra.

Di città in città viaggiavamo in corriera e durante le tappe scendevo in piccoli alberghi di periferia, con stanzette nude e certi lettini striminziti che somigliavano a brande da campo. Nonostante cambiassero le città, dalle finestre delle nostre camere si vedevano sempre le stesse cose e questo dimostra che i quartieri della povera gente sono uguali dappertutto. Si vedeva asfalto di strade vecchie, tetti marciti dalla pioggia e bidoni per le immondizie.

Per mangiare s’andava in pizzeria; si spendeva poco e ci si cavava la fame. Durante il "giro", una delle ragazze s’innamorò di mio fratello che aveva 18 anni ed era davvero un bel ragazzo. L’ha-waiana era sposata ma aveva perduto la testa per Pino il quale, pieno di rossore e d’imbarazzo. quando la vedeva diventava balbuziente. Lei non gli dava pace; appena cominciavo a cantare gli scivolava accanto e gli sospirava negli orecchi le poche parole d'italiano che conosceva.

1965 03 03 Tempo Rita Pavone f2La cantante torinese e Teddy Reno fotografati in una via di Parigi. I due si incontrarono a Roma, per la prima volta, il giorno in cui Rita si sottopose a quello che in famiglia veniva ormai considerato l’ultimo provino. Ogni tentativo effettuato in precedenza si era infatti concluso con un fallimento: case discografiche, radio e persino la TV avevano bocciato la ragazza. La madre, che era sempre dell’idea che la figlia rinunciasse al canto per continuare il lavoro della camiciaia, aveva lasciato a Rita quell'ultima speranza: se anche il provino con la casa discografica romana si fosse concluso con un fallimento, Rita avrebbe dovuto tornare definitivamente a Torino. Fu proprio da quel momento, invece, che la Pavone cominciò ad assaporare le gioie del successo!

«Oh Pino! Oh Pino, io morire per te...», diceva con un filo di voce e se lo divorava con quegli avidi occhi orientali che foravano come chiodi. Direi che la ragazza hawaiana, non potendolo tenere per mano come avrebbe voluto, si contentava di tenere Pino per gli occhi, il quale, invece, non riusciva a sopportare il suo sguardo e chiedeva aiuto a me. Lui faceva di tutto per sfuggirla ma lei non gli dava tregua. Lo rincorreva sul palcoscenico, gli sedeva vicino in pizzeria, l'aspettava nel corridoio dell'albergo e fra occhiate e sospiri gli chiedeva l’elemosina di una parola. Si arrese quando s’accorse che Pino in fatto d’amore era timido e digiuno come uno scolaro.

Dopo molto girare arrivammo a La Spezia. La sera dello spettacolo, in sala non si vedevano che marinai. Si capiva che c’era elettricità nell’aria; il pubblico era impaziente e pestava i piedi. Quando s’alzò il sipario successe il finimondo. I marinai puntavano le ballerine con occhi da falchi. All’improvviso, non so se per un guasto fortuito o per un incidente provocato a bella posta, si spensero le luci e il teatro rimase al buio. Si sentì un rumore di terremoto; sedie che cadevano, rimbombo di scarpe, fischi e gridi. Un’ondata di marinai venne alla carica e conquistò il palcoscenico mentre le ragazze terrorizzate cercavano rifugio nei camerini. Soltanto il ritorno della luce e l’intervento dei carabinieri riuscì a rimettere ordine nella sala che aveva l’aspetto di un campo dopo la battaglia. Mancavano solo i morti, per il resto c’era tutto, berretti, giacche, carta straccia, seggiole sgangherate e gonnelline hawaiane strappate come trofei.

La tournée durò sei mesi e si concluse all’ "Olimpia” di Milano. La mia paga era di 15 mila lire al giorno con cui dovevo provvedere alla stanza e al mangiare anche per mio fratello. La piazza di Milano era molto importante; io, anzi, la consideravo decisiva per la mia carriera. Ai centro dello spettacolo, come vedette, c’era Sherley Bassey, una negra che al posto del sangue aveva il fuoco. A fianco di Sherley Bassey c’era Colin Hiks, noto per aver fatto un film con Elvis Presley. Sia la negra sia Hiks erano motivo di grande attrazione ma un gran peso lo aveva il corpo di ballo che era un’Arca di Noè di belle ragazze. Le mie canzoni ebbero grande successo. Quella sera purtroppo il diavolo ci mise la coda e successe un fatto che nel giro di pochi minuti mandò in fumo i miei sogni. Durante il ballo, una ragazza perdette il reggiseno e rimase quasi nuda in palcoscenico. Intervenne la polizia, chiuse temporaneamente il locale e cominciò l’inchiesta per appurare le responsabilità dell’accaduto. Vennero interrogati alcuni spettatori.

Uno disse: «E’ successo dopo che ha cantato la ragazzina con le efelidi...». E il maresciallo: «Quale ragazzina?». Lo spettatore: «Una ragazzetta di 15 anni, con i capelli rossi e la faccia da sbarazzina...».

Alla storia del reggiseno caduto, considerato un grave attentato alla morale, si univa il "reato” di aver fatto cantare una ragazzina che non ave-| va ancora compiuto sedici anni. Ce n’era abbastanza per mettere in quarantena la compagnia e per applicare i sigilli alle porte del teatro. Non valsero a nulla le suppliche dell’impresario e i suoi giuramenti che io avevo cantato per prova.

Il maresciallo fu irremovibile. «Se la ragazzina torna sul palcoscenico — disse — non reciterete più. Vi darò una multa e chiuderò l’Olimpia». Venni licenziata e insieme con mio fratello tornai a casa con la coda fra le gambe. Addio speranze!

In un certo senso mia madre fu contenta. Soltanto mio padre smaniava e si lambiccava il cervello per trovare il sistema di farmi cantare ancora. Non so a quali porte abbia bussato, sta difatto che un giorno m’annunciò, trionfante, che era riuscito a persuadere quelli della radio di farmi un provino.

«Questa volta riesce — mi disse strizzando l’occhio. — Non dir niente a tua madre. Glielo diremo quando sarai lanciata».

Alla chetichella andammo alla prova. L’incontro fu tutt’altro che incoraggiante. Mi guardarono dall’alto in basso, forse mi misurarono a pollici dopo di che mi domandarono: «Cosa sei capace di cantare?».
«Canzoni italiane e americane», risposi.

Mi fecero cantare. Alla fine dissero: «E' troppo bambina. Non ha apparenza. Ha una bella voce ma ci vuole altro. In ogni modo esamineremo la cosa e se sarà il caso le scriveremo». La lettera arrivò dopo un mese. Era la solita condanna a morte col veleno zuccherato. «Per il momento non fa per noi. Se ne avremo bisogno ne terremo conto».

1965 03 03 Tempo Rita Pavone f3La Prima Comunione di Rita. Sono con lei il padre, la madre e il cuginetto Franco. E’ il 1953, la bambina ha otto anni. Rita Pavone, in quello che può essere considerato il "provino del successo”, dovette fronteggiare cinquemila concorrenti che, dopo una prima selezione, si ridussero a ottocento e infine a trenta. La cantante, tuttavia, si presentò alla prova romana non del tutto sconosciuta a Teddy Reno al quale in precedenza il padre aveva provveduto ad inviare, senza che la figlia e la moglie ne fossero al corrente, due canzoni dei repertorio che Rita aveva inciso su un nastro magnetico.

Io ormai ero sfiduciata. Papà, invece, testardo come un mulo, insisteva. Si mise in contatto con la ”RCA" e mi portò a Milano per un ennesimo tentativo. Partimmo in treno. Lui era sempre pieno di speranze, io ero mogia come una ragazza che torna in collegio. Alla ”RCA” successe come alla Radio. Cantai una canzone di Paul Anka, mi dissero che ero brava, che al momento non avevano bisogno ma che alla prima occasione si sarebbero fatti vivi. Mantennero la promessa. Alla solita scadenza dei trenta giorni, arrivò una lettera con molti elogi e nulla di concreto.

L’ultima porta era quella della TV. Bussai ma col medesimo risultato. Intanto avevo compiuto 17 anni ed era necessario che smettessi di rincorrere farfalle. Affrontai mio padre e gli dissi: «Papà è ora di finirla. Fino adesso ti ho dato retta. Ora sappi che non farò più provini. La mamma aveva ragione. Tornerò a fare la camiciaia; farò la casalinga. ma con le canzoni basta! Basta!...».

Il discorso mi sembrò chiaro e definitivo però da quell’orecchio mio padre era sordo. Era la personificazione del proverbio «la speranza è l’ultima a morire».

Oggi che le cose sono cambiate devo ammettere che papà aveva ragione: ma a quell’epoca credere alle sue utopie e seguirlo sulla strada dei suoi progetti pieni di fantasia significava voltare le spalle alla realtà e rincorrere fantasmi. In ogni modo mia madre si era messa finalmente tranquilla e in casa non c’erano più discussioni anche perchè se tramava qualcosa, il papà lo faceva di nascosto e non metteva al corrente nessuno delle
sue manovre. Divorava i giornali ma anziché leggere le notizie di cronaca, spulciava gli avvisi economici e i comunicati degli impresari i quali di tanto in tanto pubblicavano richieste d’attrici o di cantanti.

Un giorno, infatti, lesse che Teddy Reno, il quale era una celebrità nel campo della musica leggera, si era fatto promotore del lancio di voci sconosciute. La notizia diceva inoltre che il vincitore del singolare concorso come premio avrebbe inciso un disco presso la casa ”RCA”.

«Ecco quello che cercavo — disse mio padre trionfante. — Anche se Rita non vuol saperne la metterò di fronte al fatto compiuto». Nella testa di papà. Teddy Reno doveva essere il mio Pigmalione. Si procurò un modulo, lo compilò con tutti i dati richiesti e lo spedì. Lo spettacolo doveva aver luogo ad Ariccia, un paesino dei Castelli Romani di cui io a quei tempi ignoravo l’esistenza.

In risposta al modulo, arrivò un telegramma. Teddy Reno m’invitava a Roma. Papà non stava più nella pelle. Gli si erano riaccesi gli entusiasmi; vedeva il domani tinto di rosa e di colpo s’era dimenticato di tutte le amarezze passate. La decisione della partenza per Roma venne presa a tavola con la famiglia riunita. Mio padre lesse il telegramma e si limitò a dire con tono che non ammetteva repliche: «Domani si parte».

Io scoppiai a piangere, «Non voglio fare più niente — gridai. — Non te ne sei accorto che tutti mi prendono in giro? Io a Roma non vengo!». E la mamma: «Rita fa bene. Finalmente ha messo giudizio. Sei tu che ti comporti come un ragazzo e credi ancora alle favole».

«Fra l’altro — dissi io — Teddy Reno mi è antipatico e davanti a lui non canterei neanche se mi ammazzassero». «Cosa conta che sia simpatico o antipatico? — ribattè mio padre. — Tu devi cantare e basta». La mamma che era più realista intervenne secca: «Hai pensato che per andare a Roma ci vogliono dei soldi?». «Tu sta’ zitta — rispose papà; — a quelli penso io». Si rivolse poi a me e disse: «In quanto a te, ti prometto che se va male anche stavolta, metto il cuore in pace e non ne parlo più». Di fronte a questa promessa anche la mamma cedette e partimmo tutti e tre.

A Roma fu un problema trovare gli studi della ”RCA”. Ogni volta che domandavamo la strada ci davano un’indicazione sbagliata. Finalmente arrivammo a destinazione. Il salone d’ingresso e il bar erano pieni di gente; c’erano molte mamme con le figlie e ogni mamma naturalmente faceva il panegirico delle qualità canore della figlia. «Avete sentito la tale? E la tale, e la tal altra? — diceva una. — Bene, mia figlia le vale tutte messe insieme».

«Quella è una sbruffona — ribatteva un’altra. — Io la sua bambina, come dice lei, l’ho sentita cantare, sembra una cornacchia. E poi guardate che faccia. Farebbe meglio a mandarla in convento, sembra che abbia fatto il bagno nell’acqua santa! Guardate invece Mariuccia, non faccio per dire, è un tipo Miss Italia, ha due gambe che sembrano pitturate; è meglio di Marilina!».

Discorsi del genere rimbalzavano da una bocca all’altra, da un angolo all’altro della sala. Mia madre era la sola che non s’agitava e non diceva nulla della mia voce. Non vedeva l’ora che la prova fosse finita per riprendere il treno, rinfacciare a mio padre il fiasco e tornare a Torino.

1965 03 03 Tempo Rita Pavone f4Spiaggia di Marina di Massa: Rita a nove anni alla colonia della Fiat. A Roma, la canzone che convinse Teddy Reno delle qualità canore dell’allora diciassettenne ragazza aveva per titolo "Moliendo cafè”. Immediatamente dopo l’audizione, alla giovane venne sottoposto un contratto della durata di tre mesi, contratto che ovviamente fu avallato dal padre essendo la ragazza ancora minorenne. Da quel giorno Rita ha fatta molta strada.

Comparve Teddy Reno. Nessuno fiatò più. «Adesso — disse Teddy Reno — vi daranno dei biglietti numerati e i cantanti saranno ascoltati uno alla volta secondo il numero».

A me toccò il quindici. Mentre scendeva la quattordicesima aspirante sentii gridare il mio nome: «Rita Pavone, al primo piano!».

Salii col cuore in gola; mi tremavano le gambe. Due volte, Teddy Reno che aveva ascoltato la mia voce su un nastro inviatogli di nascosto da mio padre, s’avvicinò alla mamma e le disse: «Tranquil-
la signora, vedrà che tutto andrà bene».

«Io sono tranquilla — ribattè la mamma — soltanto vorrei che finisse presto per dimostrare a mio marito che è un perditempo». Teddy Reno scoppiò a ridere e disse: «Penso che si sbagli, Rita ha dei numeri, la canzone "Ogni giorno’’ di Paul Anka mandatami da suo marito in nastro la canta bene davvero. Glielo dico io, mi creda».

Devo dire per inciso che la mamma fu una delle poche, in quella circostanza, che non promise a Teddy Reno olio, vino, salami o prosciutti nel caso che fossi stata scelta. Mi trovai in cima alla scala; entrai nella stanza del provino. Era una camera piuttosto piccola con un pianoforte e un tavolo per la giuria. I giudici erano otto, avevano facce di pietra. Uno si limava le unghie, un altro si grattava la testa, un terzo leggeva, altri due chiacchieravano fra loro.

Per la circostanza mi ero vestita ”da donna". Avevo messo scarpe con tacchi alti, un vestitino a gonna larga, bianco a pallini blu, e portavo i capelli lunghi. Oggi, Teddy Reno dice che avevo l’aria smarrita e che gli occhi un po’ accigliati m’invadevano la faccia.

Attaccai una canzone inglese. Il pianista che pareva un po’ addormentato mi domandò: «Che canzone è questa?». «La legga — risposi — è scritta davanti a lei».

Tirai fuori tutto il fiato che avevo; feci colpo sui giudici e difatti smisero subito di chiacchierare e di pulirsi le unghie. Forse si meravigliavano che dai pochi palmi della mia figura venisse fuori tanta voce! Cantai una seconda canzone sudamericana dal titolo ”Moliendo cafè” nella quale mi ero specializzata durante i giri con le compagnie di avanspettacolo.

Di cinquemila * concorrenti che eravamo, dopo la prima selezione restammo in ottocento; gli ottocento, poi, in seguito a una seconda prova si ridussero a trenta e io fui fra i trenta fortunati. Venni riconvocata per il pomeriggio. Eseguii tre canzoni, ma stavolta non davanti ai giudici bensì in sala d’incisione.

Rita Pavone nacque in quella circostanza con le note di "Moliendo cafè". All’ uscita c’ era già pronta un’opzione valida per tre mesi. Bastava soltanto che mettessi la firma con l'avallo di mio padre.

Prima di firmare, con la penna già intinta mi rivolsi al rappresentante della RCA e gli dissi: «Tutto questo mi sembra molto strano. Tempo fa feci un provino e mi rispondeste che come cantante non v'interessavo. Cos’è cambiato da allora?...». Si tirò nelle spalle e rispose: «Tutti possiamo sbagliare». E io: «Vero. Però sbagliano tutti con me».

Rita Pavone, «Tempo», anno XXVII, n.8-9, 3 marzo 1965


1965 03 10 Tempo Rita Pavone intro

Questa frase, che mi disse Paul Anka, mi incoraggiò a superare il panico della folla: erano i tempi in cui stavo per esplodere. Non è che mi mancasse il coraggio, avevo soltanto bisogno che qualcuno non direttamente legato alle mie sorti mi esprimesse un giudizio sincero

Per la gara canora di Ariccia, battezzata "Festa degli sconosciuti”, fummo scelti in sedici. Si "combatteva” a coppie. Il palcoscenico era stato allestito sulla piazza accanto al ponte; gli faceva da sfondo un bel palazzo principesco le cui mura sotto l’effetto dei riflettori parevano di crosta di pane. Gli spettatori erano all'incirca 25.000; per la circostanza era arrivato ad Ariccia anche il ministro del Turismo e dello Spettacolo.

1965 03 10 Tempo Rita Pavone f1

Teddy Reno aveva organizzato la serata con un’abilità da grande show man americano. Non aveva trascurato nulla, s’era occupato perfino delle luci che erano state disposte sulla piazza in maniera da creare effetti pieni di suggestione. Con noi sconosciuti si esibirono artisti di grido in qualità di ospiti d’onore. C'erano Modugno, Riccardo Billi, Rossella Como, Tina Pica, Walter Chiari, Aldo Fabrizi, Memmo Carotenuto, Rascel, Vianello, Fidenco, Gassman, Albertazzi, la Proclemer, Ornella Vanoni. C’era tutto il firmamento del teatro e della musica leggera.

Noi debuttanti avevamo preso posto in un recinto particolare e a mano a mano che si svolgeva il rodeo venivamo chiamati sul palcoscenico a due a due. Alla prima tornata ebbi come rivali due sorelle che allora, parlo del 1° settembre 1962, si esibivano insieme e che adesso invece cantano separate, una con il nome di Ionica e l’altra col nome di Elena Rossi. Cantai una canzone di Paul Anka, Ogni giorno, ed eliminai le rivali. In finale arrivai con Bovenzi, un ragazzo di Caserta che tuttora compone canzoni, con Mario Zelinotti e una ragazza bionda del Nord-Italia di cui non rammento il nome. In finalissima mi scontrai con Bovenzi e vinsi. Me ne accorsi subito perchè con la coda dell’occhio contai le palette con le quali la giuria esprimeva il proprio verdetto. Le palette erano bianche o rosse.

Alla fine della gara, Teddy Reno sali sul palco e, come si fa con i pugnatori (io, un po' per l’emozione e un po’ per la mia statura che s’era abbassata di qualche centimetro dato che le gambe non mi reggevano, ero un peso zanzara), mi alzò il braccio e disse: «Vince Rita Pavone!». Ritrovai il fiato e lanciai un urlo che venne sopraffatto dagli applausi.

Il regolamento della serata prevedeva che tutti i cantanti, gli ospiti d'onore e i giornalisti, dopo lo spettacolo andassero a casa di Teddy Reno per la rituale spaghettata. Io invece sparii. Era l’una e mezzo di notte. Per raggiungere Roma proposi a mia madre di fare l’ "autostop". Ci mettemmo sul ponte e cominciammo a fare segnali agli automobilisti di passaggio. Io con una mano indicavo la direzione di Roma e con l’altra sorreggevo le due coppe vinte nella competizione. Si fermò un’auto e il guidatore si sporse dal finestrino. Aveva una faccia gioviale. Guardò le coppe e mi domandò: «Cosa sono quei barattoli?».

«Lo domandi a mia madre — ribattei. — Ci faccia salire e glielo dirà». «Montate» disse.

1965 03 10 Tempo Rita Pavone f2Paul Anka e Rita Pavone, a Roma. I due si conobbero nel 1963 nella sede di una casa discografica. Questo incontro fa molto importante ai fini della carriera della Pavone la quale aveva debuttato nel mondo delle note cantando i più grandi successi di Paul nei teatri di Torino, Genova e altre località. Ad Ariccia, la cittadina che segnò il suo primo passo verso la notorietà, Rita presentò proprio una cansone di Anka, "Ogni giorno". E’ noto come il cantante americano non gradisce la presenta dei colleghi durante l’operazione delle incisioni, ma la sua stima e la sua simpatia per Rita erano tali per cui volle fare un’eccezione.

Era un negoziante di scarpe che, proprio in quel giorno, aveva aperto un nuovo negozio. Appena in macchina mi addormentai. Ero piena di sonno. A Roma, per non pagare la notte in pensione, prendemmo le valigie e ci mettemmo in treno dirette a casa. Fu un viaggio pieno di sogni. L'indomani mattina alla stazione c’era il papà.

«Com’è andata?» domandò subito.

Con la mamma m’ero messa d’accordo di fargli uno scherzo. Mi tirai nelle spalle e, con aria disgustata, dissi: «Terza!». Mio padre scrollò la testa.

«Eppure — disse — Teddy Reno è uno che capisce... A conti fatti va bene anche il terzo posto. La prossima volta vincerai..». Fece una pausa. Domandò: «Chi erano i tuoi rivali?».

Glielo dissi. Si convinse che non avevo vinto perchè eravamo tornate subito. Aprii allora la viligia e ne tolsi le coppe. Con aria trionfante gliele diedi. «Tieni questi barattoli» dissi e gli strizzai l’occhio. Non stette più nella pelle. Si mise a ballare.

«Lo sapevo che avresti vinto — disse. — L’ho sempre detto che Teddy Reno è uno che sa il fatto suo. Non è uno stupido».

In serata ricevetti un telegramma da Roma. Mi chiamavano per incidere un disco. Partii con la mamma l’indomani; il papà non potè seguirci perchè lavorava alla Fiat.

A Roma prendemmo alloggio in una pensioncina che mi era stata raccomandata da una ragazza che aveva partecipato con me al festival di Ariccia. Alla RCA mi fecero sentire le canzoni che avrei dovuto cantare in una trasmissione televisiva dal titolo ”Alta pressione”. Tutto filava col vento in poppa; avevo paura che all’improvviso l’incantesimo si rompesse. Fra le canzoni ce n’era una che poi diventò famosa e contribuì ai miei primi successi, ”La partita di pallone". L’incisi e fu sfruttata per il mio lancio.

Entrai alla TV dalla porta principale, non da quella di servizio dalla quale ero solita passare all’epoca dei provini che si concludevano sempre con una lode e l’invito ad aspettare un turno che però non arrivava mai. In ”Alta pressione” mi presentò Renata Mauro; il biglietto da visita che allungai ai telespettatori fu una culla e difatti comparvi sul video come una neonata con indosso, per scaramanzia, lo stesso abito che portavo durante la "festa degli sconosciuti”.

«E' nata una stella» disse la Mauro e aggiunse qualcosa d'altro sul mio conto che però non è il caso di riportare. Non voglio che dicano che sono superba perchè non è vero e ignoro la superbia. L’emozione mi dava la febbre; ero pallida, mi si erano sbiadite perfino le lentiggini. Il pubblico che assisteva alla trasmissione era formato di ragazzi che, come succede in America, partecipavano allo spettacolo. Fu un grande successo.

1965 03 10 Tempo Rita Pavone f3Uno dei primi successi di Rita Pavone fu la canzone ”La partita di pallone”. Soprattutto i giovani mostrarono di gradire quell’allegro motivo e. con loro, anche i calciatori. La ”Juventus”, la squadra della città natale di Rita, invitò un giorno la cantante nella sede della società eleggendola a propria "mascotte". Ecco la Pavone fotografata assieme a due calciatori di grido con una grande coppa di ceramica che la società bianconera le consegnò come dono. A sinistra è Flavio Emoli, a destra l’argentino Omar Sivori allora uno dei personaggi più popolari del campionato italiano.

Il maestro Bruno Canfora che insieme con Falqui e Sacerdote preparava la seconda tornata di "Studio 1” mi tenne d’occhio per tutta la trasmissione e decise di ingaggiarmi per i prossimi spettacoli. L'anno prima al centro di "Studio 1" c’era stata Mina; ora il posto di "vedettes” era toccato a Walter Chiari e a Zizi Jeanmaire. quella francese tutta pepe che i telespettatori conoscono come la "donna dalle gambe nere". Canfora disse a Falqui che aveva visto alla TV una "ragazzina” che faceva al caso loro. Si riunirono, "ripassarono" il nastro della trasmissione e Sacerdote mi telefonò alla pensione. Quando mi dissero che al telefono c'era lui per poco non mi venne male.

«Voglio conoscerla — disse. — Può darsi che abbia bisogno di lei...».

«Va bene — balbettai. — Sono a sua disposizione».

«Domani al Caffè Greco alle 4... Intesi?...».

Riattaccò. Io tenni in mano il ricevitore ancora per qualche minuto perchè avrei voluto sentirmi ripetere l’appuntamento che del resto avevo capito benissimo. Avvertii Teddy Reno e, con la mamma, andai in via Condotti. Al Caffè Greco non c’ero mai stata; era un locale elegante frequentato da gente che nu metteva soggezione. Entrammo a testa bassa come peccatori in chiesa. Sacerdote arrivò qualche minuto dopo insieme con Falqui. Sedemmo a un tavolo appartato. Sacerdote che mi aveva vista spaurita attaccò a parlare in torinese.

«Bella tota — disse — come va?...».

« Bene» risposi e guardai la mamma. Il rossore mi era salito fino alla fronte.

«Conosci "Studio 1’’?» domandò ancora.

« Sì — dissi — quello dove canta Mina!».

«Quest’anno abbiamo bisogno di una ragazza o di un ragazzo che faccia la parte che l’anno scorso faceva Marcel Amon. Avremmo pensato a te. Ti piacerebbe?».

Avrei voluto gridare che mi piaceva ma riuscii soltanto a dire: «Non si capisce dalla faccia?».

Sacerdote scoppiò a ridere. «Vieni domani per le prove — disse. — Ci metteremo d’accordo...».

L’indomani ero alla TV. Furono scelte le canzoni; la prima fu ”Che fifa!” del maestro Canfora; poi "Le lentiggini”, ”La partita di pallone” eccetera.

In quella circostanza conobbi i grandi personaggi dell’Olimpo televisivo. Le sorelle Kessler che allora facevano salire la pressione a giovani e vecchi, Umberto Orsini, Walter Chiari, Don Lurio e altri. Le Kessler mi fecero impressione
per la loro magrezza, erano lunghe come sigari, un po’ ossute, avevano il collo sottile e in cima al collo una testina bionda, piccola come un'arancia. Con Walter Chiari diventammo subito amici. E’ un attore che ha una carica di simpatia inesauribile. Fu in quell’epoca che conobbi anche il mio idolo, Paul Anka. Ci incontrammo alla RCA. Avevo appena finito di incidere un disco che uno mi disse: «Rita, sai chi c’è al primo piano?». «Chi?» domandai.

Non sapevo cosa fare, se andarmene o affrontarlo. Andai al bar e me lo trovai di faccia. Era elegante, ben pettinato, con un faccia da bambino-prodigio. Aveva i piedi minuscoli dentro scarpini neri lustri come specchio, le mani che sporgevano dai polsini di una camicia candida, le gambe un po’ corte, il viso tondo e la bocca a cuore. Soltanto gli occhi erano enormi. Chiacchierava con un signore.

Un amico disse: «Paul ti presento Rita Pavone, una ragazza molto promettente. Aveva vergogna di incontrarti». Paul rise e mi diede una manata sulla spalla. Lui parlava soltanto inglese, io soltanto italiano per di più con accento piemontese. Non fiatavo. Ingoiavo saliva e basta. Uno ci fece da interprete. Lui disse: «Ho visto che i giornali parlano molto di te. Sei piccola, ricorda che i piccoli fanno strada!». Mi mise un braccio intorno alla spalla e aggiunse: «Vado a incidere. Vieni a sentire il mio disco».

Non stavo più nella pelle perchè sapevo che Paul Anka durante le incisioni non voleva nessuno. La TV puntò sull’incontro per un duetto di sicuro successo ma purtroppo non fu possibile realizzarlo perchè la tonalità di Paul non andava d’accordo con la mia.

Durante le registrazioni di "Studio 1" feci una puntata a Parigi per accordi con la casa discografica Barklay e per cantare una canzone nel film ”Clémentine Chérie". Mi accompagnarono la mamma e Teddy Reno. Parigi era la mia prima grande avventura all'estero. Era anzi l’estero con la E maiuscola. Se Parigi non mi fece troppa impressione è perchè l’avevo immaginata come una città di sogno, con i contorni dei miraggi, i colori delle favole, il cielo dei miracoli. La trovai invischiata nella nebbia. Una sera fui invitata per una festa in casa dei signori Barklay. Andai con Teddy. Indossavo l’uniforme diciamo così artistica, pantaloni, stivaletti neri e maglioncino. I signori Barklay avevano una casa hollywoodiana, con porte a vetri che davano su grandi sale, mobili preziosi, ninnoli rari e musica che pioveva dai soffitti e avvolgeva gli ospiti in un abbraccio melodioso. Fra gli invitati c’erano Roger Vadim, Annette Stroyberg, Lucien Morisse e il cantante Jacques Brel, Vadim, il Pigmalione di ”BB”, era al centro dell’attenzione. Quando arrivai io, gli occhi di tutti caddero sui miei pantaloni che facevano contrasto con le sfolgoranti toilettes delle signore.

Teddy mi disse sottovoce: «Quello è Vadim». Lo guardai. Mi fecero impressione la sua magrezza e la sua aria da intellettuale stanco. Volle sentirmi. Cantai. Ma. mentre cantavo, pensavo alla tavola perchè la fame mi divorava lo stomaco. Finalmente prendemmo posto per la cena. Rimasi di stucco. Non sapevo dove mettere le mani. Non ero abituata a tavole apparecchiate in quella maniera. C’erano infatti davanti a ogni commensale per lo meno cinque piatti, nove bicchieri, tre cucchiai, quattro forchette. Teddy aveva capito e storcendo la bocca diceva: «Quel bicchiere è per l'acqua... Quello per il vino... No quella forchetta, è per il pesce... l'altra è per la carne».

1965 03 10 Tempo Rita Pavone f4Ad Ariccia Rita Pavone fotografata la perfetta tenuta invernale nel giardino della sua villa. La popolarità della giovane cantante crebbe in maniera imprevedibile nel giro di poco tempo. Durante le sue trasmissioni a "Studio uno” Rita riceveva in media una cinquantina di lettere al giorno. Al termine della rubrica televisiva erano ben quattromila le lettere che le pervenivano da ogni parte d’Italia, recapitate addirittura con sacchi. Rita Pavone ha sempre avuto l’hobby degli animali di stoffa: durante le continue "tournée” effettuate in tutto il mondo, ne ha raccolti circa duecento.

La telefonata di Valletta

La signora Barklay, che sedeva a capotavola, mi guardava e le sue occhiate mi mettevano soggezione. Portarono il salmone. L’avrei mangiato tutto. Ma siccome non ero abituata a servirmi da sola e non sapevo maneggiare il grande cucchiaio e la grande forchetta finii per prenderne un pezzetto minuscolo. Il cameriere cercò di aiutarmi ma Teddy intervenne e disse: «Grazie, non ha bisogno di aiuto...».

Facendo da sola misi la frutta nel piatto dell’insalata e rimasi quasi digiuna. In tassì durante il ritorno mi sentivo morire di fame; davanti agli occhi, come un’allucinazione, vedevo ballare piatti, bicchieri, pesate, bottiglie. Mi rifeci in albergo con un panino zeppo di salame e una mela.

Partii dalla Francia senza aver visto nulla di Parigi, neppure la torre Eiffel perchè se l’era inghiottita la nebbia.

Ormai ero sulla cresta del successo. Come vendite i miei dischi erano in testa alla graduatoria. Occupavo i primi tre posti con "La partita di pallone”, "Come te non c’è nessuno’’ e poi "Alla mia età”. Per strada avevo i miei ”fans” che mi chiedevano autografi, i "juke-box” strillavano con la mia voce; ammiratori e ammiratrici mi telefonavano e in segno di simpatia mi facevano sentire le mie canzoni attraverso la cornetta.

Un giorno mi telefonò il professor Valletta. Anche lui, sebbene fosse un personaggio di quelli che è più facile immaginare che vedere. Disse: «Siccome sei figlia di un nostro dipendente, ti invito a vedere la Fiat. Sono un tuo ammiratore. Vieni con la mamma e con Teddy Reno». Andammo. Era uh giovedì mattina. Con alcune giardinette cominciammo a girare per gli stabilimenti e passammo attraverso tutti i reparti. compreso quello di papà. Gli operai mi indicavano a dito e dicevano: «Quella della "Partito di pallone”! Salve. Rita!...».

A un certo punto circondarono la macchina e cominciarono a gridare: «Canto! Canto!...». Per sottrarmi alla ressa mi misero-sul tetto di una vettura. Papà in basso mi guardava. aveva gli occhi lucidi e gli tremava la bocca. Alla fine della visito misi la firma sul registro degli ospiti illustri ed ebbi in regalo un portachiavi d’oro con incisa sopra una vecchia auto, una delle prime Fiat

Il Festival non mi piace

Il successo mi piaceva, ma non mi eccitava. Dirò che in parte condividevo l’idea di mio padre e che credevo con tenacia che mi sarei affermato. Fino a quel momento non avevo avuto contatto diretto con il pubblico; mi conoscevano soltanto attraverso la voce. Teddy Reno organizzò una piccola tournée che doveva servire a misurare la "febbre" degli spettatori. Per la prova scelse Bari, Taranto e Lecce. Fu un trionfo; dappertutto, per disciplinare l’afflusso della gente, dovettero mobilitare la polizia. Dato l’esito del "piccolo giro". Teddy decise di allestire uno spettacolo in diverse città d’Italia.

Arrivai a Livorno il 22 maggio 1963, nella ricorrenza del mio onomastico. Teddy l’annunciò dal palcoscenico e ricevetti una pioggia di regali. La RCA mi consegnò un lupo cucciolo al quale misi il nome di Whisky, ma che anche oggi chiamo Muchacho, mentre i ”fans" mi mandarono animali di stoffa perchè sapevano che avevo la manìa di fame collezione. Ne ho circa 180, uno più bello dell'altro, raccolti in giro per il mondo.

Papà, fra la primavera e lo estate del 1963 diede le dimissioni dalla Fiat per seguirmi più da vicino nei continui spostamenti. Ai tonti successi si unì quello del disco "Cuore” di cui furono venduti un milione di esemplari. Cominciò ad arrivare anche la posta degli ammiratori; dalle cinquanta lettere dell’epoca di "Studio Uno”, passai alle quattromila al giorno, recapitate con cesti e con sacchi.

Fui invitato a San Remo per il Festival ma non andai per due ragioni; primo perchè ero impegnata a fare Caroselli alla televisione, secondo perchè non amo un tal genere di competizioni. Il 23 agosto per il mio diciottesimo compleanno mi trovavo a Montecatini dove dovevo cantore al Kursaal. Per noi torinesi ci sono due feste importanti nella vita, le scadenze del diciottesimo e del ventunesimo anno. Sono due traguardi, due tappe che si possono paragonare una alla prima sigaretta per l'uomo e l’altra al visone per la donna. Io non avevo chiesto il visone ma l’auto, tonto più che il visone faceva a pugni con i calzoni e gli stivaletti che ormai erano la mia divisa per il palcoscenico e per tutti i giorni.

Rita Pavone, «Tempo», anno XXVII, n.10, 10 marzo 1965


1965 03 17 Tempo Rita Pavone intro

Non ho ancora perso la speranza che il futuro compagno della mia vita sia colui che nel prossimo aprile andrò a riabbracciare in Brasile: il batterista Netinho per il quale ho subito provato un profondo affetto al primo incontro

Arrivò il giorno del mio diciottesimo compleanno. Alla richiesta dell’auto, papà aveva scrollato la testa e, per indorare la pillola del rifiuto, aveva detto che magari se ne sarebbe parlato in ottobre. La sera del 22 agosto 1963, finito lo spettacolo al Kursaal di Montecatini ci mettemmo in auto per raggiungere l’albergo. Era tardi, io morivo di sonno. Teddy Reno che stava al volante era allegro e invitava tutti a far festa. Io sedetti dietro e m’addormentai. All'improvviso Teddy bloccò la macchina e annunciò ad alta voce che c’era un guasto. «E’ meglio scendere e andare a piedi — disse. — Tanto l’albergo è a due passi». La testa mi ciondolava dalla stanchezza. Infilai la porta e quando fui nell’atrio mi sentii chiamare. Era Teddy che quella sera aveva in corpo i folletti e non voleva saperne di andare a dormire.

1965 03 17 Tempo Rita Pavone f1

Uscii. Teddy disse: «Guarda, Rita, cosa c’è. Una macchina come piace a te; bianca, scoperta e foderata di rosso».

La guardai appena, bruciavo di rabbia. Teddy si rivolse a un fattorino e domandò di chi fosse. «Di un ragazzo che sta in albergo» rispose il fattorino. E Teddy: «Si potrebbe provare?». «Se torna subito le do le chiavi». «Rita, salta su — disse Teddy — facciamo un giro. Meglio di niente, non ti pare?».

Mi misi una coperta sulle spalle e presi posto nella vettura. Mentre andavamo Teddy continuava a dire: «E’ proprio una bella macchina, proprio bella. In ottobre la devi prendere così». Io ripetevo: «E’ bella davvero, ma tanto non è mia e di qui a ottobre mio padre può cambiare idea un’altra volta». «Guarda — disse Teddy — c’è anche la radio e anche un giradischi. Proviamolo». Fece scattare la leva e il disco attaccò a suonare. «Tanti auguri per te!». Era la voce di Teddy. Mi passarono il sonno e la stanchezza. Dissi: «Ma per caso...». «Sì che è tua — ribattè Teddy. — Non l’hai ancora capito?».

Scoppiai a piangere. Toccavo il volante, i sedili, carezzavo gli sportelli, mi guardavo attorno e anche se era buio fitto mi sembrava che ci fosse un sole sfolgorante. Il giorno dopo ci fu gran festa; nel salone dell’ "Excelsior” a Firenze fui presa d’assalto dai giornalisti, dagli operatori cinematografici e dalla televisione. Di quella giornata ricordo soltanto le torte e i regali; braccialetti, cuori, martelletti d’oro, medaglie, pupazzi di stoffa e, in mezzo a tutto, la mia automobile che sembrava un cocchio di fate. Lettere ne arrivarono a migliaia, pareva che dappertutto si fossero dati appuntamento per festeggiare i diciotto anni di Rita Pavone. Diciotto anni che sembravano una scommessa perchè io ero cresciuta poco, avevo sempre l’aria di un maschietto scavezzacollo e continuavo a portare pantaloni, stivaletti e bretelle, ignorando, come le ragazze della mia età, la cipria e il rossetto. Fra i regali rammento che c’era una gondola di velluto confezionata dai carcerati di Gaeta, con un biglietto che diceva: «Ti ricordiamo. Tu ci porti un po’ di vita e un po' di gioia!».

Faccio una parentesi e annuncio fin da adesso che per i 21 anni farò una gran festa nella mia nuova casa di Ariccia. Inviterò un putiferio di gente, ci sarà una bella orchestra, vorrò come regalo una "Jaguar” celeste e mi mostrerò agli ospiti come non mi hanno mai veduta, con indosso un bellissimo abito nero di chiffon confezionato secondo un modello studiato apposta per me. Sarò un’altra Rita, tutta donna, vedrete.

La tournée estiva si concluse a Taormina dove c’erano Caterina Valente. Chubi Cha-ker, Carmen Sevilla, Aznavour e altri cantanti di grido. Io, in rappresentanza dell'Italia, dato che si trattava di una gara canora internazionale, cantai l’ultima sera. I commenti del pubblico erano poco favorevoli. Alcuni dicevano: «Come si fa, contro quei cannoni, a usare una simile ragazzina? Loro sparano bombe, noi tiriamo col fucile». Il più accanito sostenitore di questa teoria diciamo così balistica era un colonnello in pensione il quale aveva adottato per ogni cantante un epiteto che si riferiva a un’arma particolare. Caterina Valente era una bomba da 250 chili; Aznavour un obice, Carmen Sevilla una bombarda, eccetera. Il giorno del mio intervento i giornali se ne uscirono con un titolo che diceva: «Stasera spara il pezzo da novanta!».

Mi presentai con la solita uniforme; camicetta rosa e pantaloni pure rosa. Attaccai a cantare. Alla seconda canzone il cielo s’aprì e lasciò cadere una pioggia torrenziale. Non si mosse nessuno; le signore si coprirono la testa con i visoni e gli uomini con le giacche dello smoking. Il vecchio colonnello cambiò opinione. Mi battezzò "pezzo da marina da 405".

In autunno partii per la Germania per registrare il mio primo disco in tedesco e per partecipare, ad Amburgo, a uno show musicale dal titolo Wagner Mailer Show. Durante una giornata libera andai a Berlino e mi spinsi fin sotto il "muro”. Era già una giornata grigia, cominciavano le prime nebbie. Il muro pareva una barricata.

Le tournées si susseguivano una all’altra. Cantai a Milano, al Puccini, poi me ne andai a Parigi dove avevo diversi contratti per dischi, per la televisione e per un’esibizione all’Olympia. Per ogni cantantante l’Olympia rappresenta un traguardo pieno di fascino; più che bello, infatti, il teatro è importante. Passare all’Olympia, per noi della musica leggera, è come per un cantante lirico passare alla Scala oppure al Regio di Parma. C’era pieno di italiani. Arrivai sul palcoscenico di corsa. Afferrai il microfono ma non c’era corrente. «Canta lo stesso! — gridavano dalla platea. — Canta, pel di carota!». Tirai fuori tutta la voce che avevo e me ne uscì una cascata tanto che non m’accorsi quando il microfono riprese a funzionare normalmente. Il pubblico dell’Olympia diventò presto "mio”; la critica dei giornali fu ottima; Parigi non fu avara di elogi.

A Roma, di ritorno dalla Francia, trovai un’offerta per l’America. Fino a quel momento avevo venduto tre milioni di dischi soltanto in Italia e mi era stato consegnato il terzo "Disco d’Oro”. Negli Stati Uniti mi volevano per incidere canzoni americane; l’intenzione degli organizzatori era di lanciarmi sul grande mercato statunitense non come cantante italo-americana, destinata cioè a un determinato pubblico, ma come interprete di canzoni di casa loro. La prova era severa, io la consideravo addirittura decisiva. L’idea di andare a Nuova York mi faceva dormire. Nuova York era la città magica, il sogno che tutte le ragazze come me facevano a occhi aperti ogni volta che si presentavano su un palcoscenico. Io dicevo dentro di me: «Riuscirò mai ad andare a Broadway?». Il sogno era diventato realtà. Arrivai a Nuova York con la mamma, il papà e Teddy Reno in una freddissima giornata di gennaio. A mano a mano che dall’aeroporto mi avvicinavo a Manhattan mi sembrava di non avere occhi abbastanza per guardare il miracolo dei grattacieli che erano come pedine illuminate di un domino.

Papà ogni tanto mi diceva: «Guarda Rita com’è alto quel palazzo! Guarda quante macchine! E quante luci!». C’erano infatti più luci che stelle. Scendemmo all’"Hilton” dove ci diedero le camere al trentaquattresimo piano. Abitavamo nelle nuvole. Dalle finestre si vedeva la gran macchia nera del Central Park e fra gli alberi si snodava un lungo serpente rosso. Erano i fanalini delle automobili, che camminavano in lunga processione. La prima cosa che facemmo, appena in stanza, accendemmo tutti i televisori e siccome c’erano tanti programmi correvamo da una stanza all’altra per vedere qualcosa di tutto; un film, uno show musicale, uno spettacolo di circo, un balletto. In America il mio lavoro fu duro. Dovevo incidere 12 canzoni. Entravo negli studi della "RCA" alle nove del mattino e ne uscivo verso le dieci di sera. In quella circostanza conobbi Little Peggy March che chiamavano ”la Rita Pavone d’America”.

Tomai dagli Stati Uniti dopo aver visto ben poco dell’America, con una gran voglia perciò di ritornarci e di conoscere il Paese che a mio giudizio è quanto di meglio si possa desiderare. Durante la sosta in Italia feci il Giornalino di Giamburrasca che mi tenne occupata fino alla fine di marzo dell'anno scorso. Il 1° maggio ripartii per gli Stati Uniti con una prospettiva davvero eccezionale: partecipare al famoso spettacolo televisivo di Ed Sullivan. Il mio nome spiccava a caratteri luminosi in Broadway che è la strada più pubblicitaria del mondo. Alle prove fui presentata a Mister Eddie Sullivan. Sullivan era un tipo alto, magro, scarso di parole e di complimenti. Quando mi vide disse: «Tu sei Rita Pavone? Strano, sembri un ragazzo!». Poi: «Parli inglese?». Risposi di no. «Non importa. L’essenziale è che ti capiscano in platea».

Venni ingaggiata per un secondo show che registrai dal momento che avevo in programma un viaggio in Brasile. Prima di lasciare l’America feci un lungo giro nei vari Stati allo scopo di lanciare i miei dischi. Andai a Detroit, a Boston, a Pittsburg, a Chicago, a Filadelfia, a Los Angeles e a San Francisco. A Los Angeles toccai il cielo con un dito; presi alloggio nel celebre albergo "Beverly Hills” e mi venne assegnata la camera che di solito occupava Liz Taylor.

Prima di andare in Brasile feci tappa in Argentina dove dovevo cantare al teatro L’Opera, in televisione e nei "Clubs” delle grandi squadre di calcio. Buenos Aires era tappezzata di manifesti che dicevano Manana llega Rita Pavone. La prima sera mi esibii nel salone dell’Indipendiente zeppo come una scatola di fiammiferi. Appena entrai fui accolta dal grido "Rita! Rita!”. Nel salone il caldo era soffocante. Il pubblico pareva in preda a una crisi isterica. Molta gente svenne e Teddy aveva il suo daffare a raccogliere gli svenuti e a caricarli sulle barelle che gli infermieri portavano fuori come sacelli di patate. In albergo ero assediata. Trovavo i fans fin sotto il letto. Un giorno Teddy mi annunciò che saremmo stati ricevuti dal Presidente Ilia. «E' per domattina alle 10» disse.

Feci di tutto per essere puntuale, andai anzi in anticipo perchè, dato che in quel Paese c’erano rivoluzioni ogni momento, non volevo correre il rischio, andando in ritardo, di perdere rincontro. La Casa Rosada mi fece l’effetto di un dolce alla pesca. Aveva i muri di stucco che parevano di pasta di mandorle e dentro si respirava aria che sapeva di vecchio. Quando entrai nello studio del Presidente, il signor Ilia, un uomo alto, alla buona, con la testa bianca e l’espressione paterna un po’ simile a quella di Papa Giovanni, mi venne incontro stendendo le braccia. Sedemmo, lui normalmente, io sul bordo della sedia; date le dimensioni della poltrona mi puntellavo in terra con la punta dei piedi.

«Come vanno le cose in Italia?» mi domandò. Mi tirai nelle spalle e risposi che di politica non me ne intendevo affatto. «Non dico per la politica — ribattè lui — dico per il tempo. Da voi è caldo, qui si gela!». Parlammo dei miei spettacoli; mi domandò se l’accoglienza del pubblico mi aveva soddisfatto e dopo aver aggiunto che avrebbe desiderato anche lui sentirmi cantare, disse che in Argentina dovevo considerarmi a casa mia, perchè in Argentina c’è un po’ d’Italia.

Lasciai Buenos Aires e andai a San Paulo, in Brasile; dall’aeroporto alla città viaggiai scortata dalla polizia in motocicletta che si faceva largo a raffiche di sirena. Poco prima dello spettacolo mi venne presentata l’orchestra, formata di un sassofono, di una batteria e di tre chitarre. Suonava la batteria un ragazzo di nome Netinho. Ed eccoci alla svolta sentimentale della mia storia. Netinho era piuttosto bello; alto 1,80, sottile, con due occhi che gocciolavano tenerezza e un viso un po’ lungo, color dell'avorio antico. Mi piacque subito e rimasi a guardarlo di sotto in su come si guarda una colonna. Notai subito che era un po’ timido e difatti non disse nulla. Si limitò a sorridermi. Ci rivedemmo l'indomani ma non successe nulla, come il giorno prima. Mi strinse forte la mano e se ne andò. Come tutti i timidi, Netinho iniziò il suo assedio in silenzio. Una sera bussò al mio camerino e mise la testa attraverso la fessura della porta. Era rosso come un papavero. Stese un braccio e m’allungò una lettera. Disse: «Rita è per te». Lessi subito la lettera. Diceva: «Quando tu partiresti io sarò triste. I love you. Netinho, batterista». Il biglietto era scritto in stampatello. Siccome era rimasto fuori della porta, lo raggiunsi e, rossa anch’io fino ai capelli, gli dissi soltanto grazie. Attaccò lo spettacolo. Mentre Teddy cantava "Una lacrima sul viso”, Netinho dall’altra parte del palcoscenico mi faceva segno di raggiungerlo. Rimasi indecisa, poi andai. Eravamo soli. Mi abbracciò in fretta e mi diede un bacio sulla guancia. Rimasi di stucco. Disse: «Muy linda!». Scappai e mi rifugiai dalla mamma. «Mi ha baciato» dissi balbettando.

E la mamma: «Un giorno o l’altro doveva succedere». «Mah!», ribattei e istintivamente mi carezzai la guancia sulla quale Netinho mi aveva baciata. Purtroppo, per via delle parlate differenti, ci spiegavamo a segni. Mentre lui cercava tutti i pretesti per starmi vicino, io lo sfuggivo per paura dei giornalisti che non mi davano tregua. Fra l’altro Netinho era sempre seguito da un fotografo, come un’ombra. La notizia esplose. I primi a darla furono i giornali di Rio e la spararono quando arrivai per uno spettacolo che riuscì grandioso. Al ritorno a San Paulo tutti parlavano ormai del mio "grande amore”. Venne purtroppo il giorno della partenza. La mattina prima dell'imbarco, il ragazzo aveva una faccia da funerale. Gli dissi: «Ciao Netinho, ci rivedremo quest'altro anno, per la mia prossima tournée». Lui mi fissò con gli occhi lucidi e ribattè: «Troppo tardi!». A giudicarlo dall’aspetto pareva molto innamorato. Teddy Reno per aiutarmi parlò col suo manager e combinò di portare tutto il complessò in Italia. Netinho era pazzo di gioia.

La mattina della partenza non lo vidi. Un suo amico s’avvicinò e mi disse che era disperato e aveva pianto tutta la notte. Anch’io avevo un gran magone e facevo fatica a non piangere. Mi mordevo le labbra e tenevo la testa bassa. Il problema era dirlo a mio padre.

1965 03 17 Tempo Rita Pavone f2Questa foto ha la data dell'agosto 1964: a passeggio per un campo alla periferia di Viareggio ecco Rita Pavone e il batterista brasiliano Luis Thomaz, detto Netinho. I due si erano incontrati qualche mese prima a San Paolo nel corso di uno spettacolo musicale. Il giovane piacque subito alla nostra cantante, ma fu Netinho - nonostante la sua timidezza - a dichiarare il suo affetto a Rita: Luis Thomaz le espresse i suoi sentimenti non a voce, ma con una breve lettera scritta in stampatello. Dopo poche settimane, Netinho raggiunse Rita in Italia e pur di non lasciarla le disse che avrebbe fatto anche il giardiniere di casa sua.

All’aeroporto, a Roma, i giornalisti mi vennero incontro e mi domandarono com’era Netinho e quando mi sarei sposata. Papà che mi era accanto, arricciò il naso e mi chiese: «'Sto Netinho chi è?». «Ne parliamo a casa» dissi e lo tirai per un braccio. A casa ci fu l’interroga torio di terzo grado. Spiegai tutto e confessai che ero innamorata. «Mi piace molto — dissi — ma non penso di sposarmi. Forse verrà presto in Italia». Papà aveva la faccia di giudice di Corte d’Assise. Si lisciava i baffi e scrollava la testa. Diceva: «Ti rendi conto? Sei sicura? Tu adesso stai bene e hai successo... Non sarà forse innamorato del tuo denaro?». «Me lo domando anch’io — risposi — ma non mi sembra il tipo. Se è soltanto un filarino passerà, altrimenti... Quello che voglio è che venga in Italia e presto». «Cosa? — ribattè papà. — In Italia?». «Non solo; col suo complesso, che è buono, credimi». «Se è così ne parleremo con Teddy».

Arrivò la prima lettera. Papà me la diede con aria distaccata. «Questo Netinho — disse — comincia a diventare appiccicoso. Voglio sapere cosa scrive». Lesse la lettera e riprese a interrogarmi. Per sottrarmi a questa atmosfera di inquisizione, partii per il ”Cantagiro". A metà luglio arrivò Netinho con il resto dell’orchestra. Siccome i giornalisti mi pedinavano non andai all’aeroporto. Netinho appena sceso dall’aereo domandò dove ero. «Non c’è» gli risposero. Lui battè i piedi e disse: «Allora tomo a casa. Ma si può sapere dove è andata?». «E' alla RCA» gli dissero. «Oggi, almeno, la vedrò?».

Si sistemò in un albergo ad Ariccia per essermi vicino. Ci incontrammo con Teddy Reno e con papà. Lui mi corse incontro e mi baciò sulla guancia. Io dissi: «Papà, questo è Netinho». E Netinho: i You, Giovanni?» e gli strinse calorosamente la mano. Papà lo squadrava da capo a piedi. «Però — disse borbottando — è piuttosto bellino». Feci salti di gioia. Mio padre annunciò con solennità che per la prossima tournée sarebbe venuto con noi. S’era messo in testa di fare il gendarme.

Netinho venne presentato anche a mio fratello il quale lo trovò simpatico, ma mi domandò se per me non fosse un po’ troppo lungo. Netinho sorrideva a tutti e faceva del suo meglio per entrare nelle grazie della mia famiglia. Parlava, parlava, ma purtroppo non lo capiva nessuno. Era contrariato perchè non poteva stare solo con me neppure un minuto. Teddy come al solito cercò di darmi una mano. A Riccione, dopo aver cantato al "Savioli", con la scusa di portarmi a ballare Teddy combinò un incontro mezzo clandestino. C’era solo la mamma, che come tutte le mamme era disposta a chiudere un occhio. Sedemmo vicini. Netinho mi domandò: «Ti sono mancato?». «Molto — risposi. Poi gli chiesi: ;— Cosa ti ha detto tuo padre quando sei partito per l'Italia?». Lui: «Successo pasticcio. Detto mio padre che ero innamorato Rita Pavone e tornare a casa con Rita mia moglie». Mi invitò a ballare. Mi prese una mano e disse: «I love». In quel momento scattò il flash di un fotografo. Ci separammo. Disse: «Rita, spero meglio altra volta!».

Non potevamo stare in pace neppure un secondo. A Montecatini successe una mezza tragedia. Netinho era a letto per indigestione di gelati. Il suo manager affrontò mio padre e gli disse che il ragazzo era disperato, che piangeva sempre e a tutti i costi voleva sposarmi». «Dice che vuole restare in Italia e che non gli importa niente anche della sua famiglia. Bisogna trovare un rimedio». Papà era irremovibile. «Deve aspettare — ripeteva — Rita é giovane e lui è un bambino».

Rividi Netinho l’indomani, per la festa del mio onomastico. Mi domandò se avevo parlato con mio padre, ma io purtroppo gli risposi che papà con me non aveva fiatato. La sera eravamo a cena tutti insieme. Netinho mi sedeva di fronte e io lo divoravo con gli occhi. A un certo punto si alzò, attaccò a cantare "Tanti auguri per te!" e mi allungò una scatoletta con dentro un martellino d’oro. Mio padre allarmato disse: «Non sarà l’anello di fidanzamento, spero! Bisogna tenerlo guardato perchè mi sembra un po’ matto!». Partimmo per Venezia. Il diavolo ci mise la coda anche questa volta e mandò all’aria un piano per fare una nuotata insieme. Si ruppe il motoscafo e restammo a bocca asciutta. In aggiunta mi buscai un febbrone da cavallo che mi tenne a letto per una giornata. C’incontrammo la sera prima della sua partenza. Avevamo tutti e due il muso lungo per la tristezza e per la stizza. In un mese, infatti, eravamo riusciti a stare insieme si e no un paio d’ore, a bocconi di qualche minuto per volta. Per l’ultima serata decidemmo di sfidare la sorte. Netinho cominciò col mettermi un braccio intorno alla spalla. Mi fissò e arricciando la fronte disse: «Rita, io non parto!».

«Cosa?». «Resto qui!». «E cosa farai?». «Non ti occorre un giardiniere? La tua mamma non mi fa restare con voi?». Era romantico come un cavaliere antico, «Ma io riparto» dissi per dissuaderlo dal suo proposito. «Parti? — disse. — Chissà quanti ragazzi vedrai!». «Macché ragazzi. Poi anche se volessi tenerti, dove ti metto?». «Allora non mi vuoi bene. Se mi vuoi bene ci sposiamo e andiamo insieme in Brasile». La mamma capì che eravamo in imbarazzo e s’allontanò. Netinho mi abbracciò e si mise a piangere. Sentivo i suoi occhi umidi sulla spalla. «Ci vedremo presto» dissi, «Fino ad aprile — ribattè — non resisto. Io muoio tutti i giorni un po’». Ci alzammo. Mi abbracciò di nuovo. Mi teneva le mani sulla testa che gli arrivava si e no alla cintola. Trascorsi la notte a occhi aperti, sentii tutte le voci e i gridi dei gondolieri e vidi spuntare il giorno. La mia strada e quella di Netinho si biforcavano. Lui tornava in Brasile, io partivo per Roma.

Una dietro l’altra ricevetti tre lettere. I giornali intanto avevano cominciato a versare veleno sul mio piccolo, doloroso romanzo d’amore. Parlavano di Netinho come di un furbo che sulla mia scia cercava denaro e notorietà. Per metterlo alla prova non scrissi più. L’ultima sua lettera era avvilita. Diceva che aveva litigato con il suo manager che cercava di metterlo in lite con me. Non risposi. Poco dopo mi capitò fra le mani un giornale con una fotografia di Netinho fra le braccia di una ragazza brasiliana. Il titolo diceva: "Il fedifrago con la nuova fidanzata!”.

Mi sentii toccata e reagii Scrissi e domandai spiegazioni. A tutt’oggi non sono arrivate. E il silenzio continua.

Il lavoro mi ha ripresa. Televisione, in America per il terzo show di Sullivan, una tournée in Spagna, un viaggio in Canadà, un altro in Germania; successi, ancora successi, gente che mi applaude e che grida... ma Netinho tace... e a me, per essere felice del tutto, manca il matrimonio... Ho deciso che mi sposerò e annuncio fin da adesso che lo farò a 24 anni. Ma per carità non prendete questo mio proposito come la decisione di sposare Netinho... Prima voglio vedere come stanno le cose e in aprile, difatti, andrò in Brasile!

Rita Pavone, «Tempo», anno XXVII, n.11, 17 marzo 1965


Tempo
Rita Pavone, «Tempo», anno XXVII, n.7, 17 febbraio 1965, n.8-9, 3 marzo 1965, n.10, 10 marzo 1965, n.11, 17 marzo 1965
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