Sono tutte figlie di mamma - Rosanna Schiaffino


Il mestiere di diva coinvolge ormai l'intera famiglia: non vi sono mai state tante stelline di buon ceppo borghese come in questo periodo. Le madri sono diventate i migliori agenti cinematografici
ROMA, ottobre
Fui travolta da un duplice abbraccio. Fui spinta quasi di peso sulla poltrona più morbida. Mi fu messo tra le mani un bicchiere di cognac Mi fu aperto il ventilatore perché soffrissi il meno possibile la calura di quel («meriggio romano. Mi fu ordinato un caffè: «Ma che sia buono, mi raccomando. Per i giornalisti ci vuole speciale». Mi fu allontanato il boxer che leccava insopportabilmente le gambe: «È il dono di un ammiratore. Tutti fanno regali a mia figlia». E mentre le due donne mi affogavano di complimenti ( «Cara, carissima, tesoro mio, che onore averla fra noi, che mestiere, che occhi, beata lei che viaggia, ho tanto sognato questa intervista» ), mi toccò la sorpresa più divertente che possa capitare a chi vuol sapere come nasce, oggi, una diva in Italia. Ero entrata in casa di Rosanna Schiaffino e di sua madre, la contessa Yasmine.
La casa era piccola, arredata con gusto borghese, e dappertutto stavano fotografie di Rosanna, cartelloni coi titoli dei film interpretati da Rosanna, copertine di riviste italiane e straniere dalle quali sorrideva il volto rotondo e malizioso di Rosanna. Superato lo slancio di entusiasmo col quale si accoglie ogni giornalista che entri in casa Schiaffino, Rosanna sedeva su uno sgabello: le gambe riunite, le mani in grembo come una educanda del Poggio Imperiale a Firenze, l’espressione ansiosa di chi recita una gran timidezza. La contessa sua madre, invece, sedeva su una seggiola comoda, accavallando le gambe, e i suoi occhi mi fissavano con agghiacciante acutezza per capire fino a che punto avessi apprezzato quelle effusioni. Lo capì benissimo. «Naturalmente», spiegò entrando subito in argomento, «avrà intuito di non aver a che fare con due dilettanti. lo e la signorina mia figlia sappiamo dove vogliamo arrivare. Rosanna è una rosa, che dico: una rara orchidea. È alta un metro e settantatré, e lei sa che certa statura è rara in Italia, pesa chilogrammi sessanta senza fare la dieta, ha un giro di vita che farebbe invidia alle più grandi dive. Alzati, Rosanna. Fai vedere alla signorina».
Rosanna si alzò: «Sì, mammina». «Non parlo degli occhi che, modestia a parte, le altre non si sognano nemmeno. In più, ha la giovinezza: compirà diciannove anni a Natale. Quanti anni compirai, Rosanna?». Rosanna chinò dolcemente la testa: «Diciannove, mammina». «Tralascio il successo che ha all’estero. Siamo appena tornate dal festival di San Sebastiano dove c’erano anche la Rory, la Miranda e la Sassard: nessuna ha avuto il successo di Rosanna. Le hanno assegnato la Coppa della Simpatia. Rosanna, fai vedere la Coppa della Simpatia». Rosanna si alzò: «Sì, mammina». Poi prese la coppa e me la porse. «Argento puro», commentò la contessa Yasmine. «Tralascio quel che accadde durante la corrida dedicata agli attori. Il torero era il migliore di Spagna. Naturalmente toreò per Rosanna. Naturalmente fu una corrida fantastica. Naturalmente, ucciso il toro, gettò l’orecchio a Rosanna. Rosanna, fai vedere l’orecchio del toro alla signorina».
Rosanna si alzò. Andò in cucina, aprì il frigorifero, tornò con una bacinella piena di spirito nel quale sguazzava l’orecchio del toro, ormai rinsecchito. «Lo faremo imbalsamare», disse la contessa Yasmine. «Rosanna è la mia consolazione. Lo sapevo prima ancora che nascesse. Rosanna, dacci questa esclusiva alla signorina. Spiega l’aneddoto». Rosanna si schermì, vergognosa: «Mammina dice che sono nata in una bottiglia di champagne». Fu subito interrotta. «Non sai raccontare. Non capisci cosa vogliono i giornalisti. Pepe, vogliono, pepe. Racconto io. Era il 25 febbraio, giorno di Carnevale. Io m’ero messa un bell’abito di velluto rosso e volevo andare al veglione. Torna a casa mio marito, mi guarda e mi dice: sei tanto bella che stasera voglio restare solo con te. Io mi arrabbio. Lui dice: berremo champagne. E così, un bicchiere a me, un bicchiere a te, il 25 novembre nasce Rosanna». «Mamminaaa!» protestò Rosanna, arrossendo. La contessa Yasmine schiacciò la sigaretta, irritata. «Che c’è di male? Non ti piace come conduco l’intervista. Allora parla tu».
Rosanna congiunse le mani, quasi pregasse. «Ecco, la prima cosa da dire è che devo tutto a mammina. Se non fosse per lei oggi non sarei la Schiaffino». Fu di nuovo interrotta: «Qui devo parlare io». Protestai debolmente: avrei preferito che parlasse Rosanna. Un’occhiata mi fulminò; «La signorina mia figlia ha piena fiducia in sua madre». Ripiegai impaurita sul mio taccuino. «Pronta? Ha la carta? Il lapis funziona? Via! Dunque dicevo che per la figlia io sono stata sempre ambiziosa e la figlia aveva quattordici anni quando io ci misi in testa questa passione per l’arte. A quattordici anni la figlia era già alta, snella, con uno sviluppo toracico che faceva voltare la folla. Risulta del resto dalle fotografie». E mi buttò in grembo le fotografie dell’epoca dove una bimba molto truccata posava in pantaloni strettissimi e camicetta scivolata sulla spalla sinistra. «Prego non le sciupi. No, posso dargliene appena una. Sono documenti. Proseguiamo. Dunque c’era l’elezione di Miss Genova. Io metto alla figlia un bell’abito bianco, ci sciolgo i capelli e la porto alla festa».
«Io non sapevo nulla», disse Rosanna. «Lo sapevo io», disse secca la contessa Yasmine. «Fu eletta Miss Genova a furor di popolo. Parlo troppo svelta? No? Scrive tutto? Sì? Ho detto furor di popolo. Poi fu eletta Miss Liguria. Poi Miss Riviera dei Fiori. Insomma, in un anno, questo fenomeno mi vince ben tre concorsi. Scrive tutto? Ho detto tre. Quando si dice fortuna. Totò villeggiava quell’anno a Rapallo. Viene a sapere di questa ragazza tanto bella e tanto importante e si presenta dalla madre per dirci che vuole offrirle una particina in un film, io dico: "Principe, no. 0 la parte di protagonista, o nulla. Ho i miei programmi”. Il principe resta male. Non ha mai visto una madre così. Ci risponde: "Signora, dato che la ragazza t me interessa, tornerò appena posso”. Così torna e ci dà il ruolo dell’amante di Bruce Cabot nel film Totò Lascia o Raddoppia. Non le dico il papà». La contessa Yasmine allargò le braccia come se parlare di suo marito la scuotesse di improvviso furore. «Lei sa come sono questi padri all’antica. Non afferrano il senso dell’arte. Mio marito voleva fare di Rosanna una brava geometra. Sicché, giù litigi. Le battaglie, carissima mia».
Roma. Rosanna Schiaffino. Ha diciannove anni. È appena tornata dal Festival cinematografico di San Sebastiano, dove ha ottenuto la Coppa della Simpatia. A una corrida, le è stato anche dedicato un toro.
Una minuscola lacrima cadde su un braccio della mite Rosanna. € Mammina, bisogna capirlo il papà. Così rigido. Quando decidemmo di emigrare a Roma per la nostra carriera, ci accompagnò al treno e disse: "Da questo momento dimenticatevi che esisto». E una lacrima un poco più grossa le ruzzolò sul vestito. Il ricordo dell’austero signore che si allontanava scuotendo la testa lungo la pensilina della stazione di Genova, la faceva ancora soffrire. Non così la contessa Yasmine. «Vede, io son fatta di acciaio. Quando ho una idea non la mollo. Lasciai il marito alle cure della governante e di Maria Pia, la figlia maggiore, e restai sola a guidare Rosanna. Sulle altre madri avevo un vantaggio: non sono una morta di fame. Ho dei poderi in Piemonte, un po’ di denaro liquido in banca. Avrei investito quel capitale per fare di Rosanna una diva. Anzitutto, niente camere di affitto. Un appartamentino nella zona elegante. Poi vestiti, vestiti, vestiti. Dieci milioni avrò speso in vestiti. Vo troppo svelta? No? Scrive tutto? Sì? Bene. Ora c’è il bello».
Inghiottì un sorso d’acqua, dette una occhiata agli appunti. Zittì la figlia che tentava di dire qualcosa, accese una sigaretta. «Il periodo era favorevole: la Loren in America, la Lollo che aspetta un bambino. Decidiamo di allenare la figlia alla pubblicità della stampa. Comprendiamo il valore della stampa. Nessun giornalista veniva respinto. Ma i fotografi! Che calvario, carissima mia! Arrivava un fotografo, riempivamo la valigia di vestiti, e via in automobile: a lavorare come negri in una miniera. Sei ore a Ostia, quattro a Fregene, tre dentro un bosco. Perché ad ogni fotografo io ci do l’esclusiva: un vestito e uno sfondo diverso. Rosanna, fai vedere alla signorina come trattiamo il fotografo». Rosanna mi prese per mano, contenta di fare finalmente qualcosa, e mi portò nella sua cameretta che ha una parete gialla, una rossa, una verde e una a strisce multicolori. «Sono le tinte che secondo mammina si addicono meglio alla mia carnagione olivastra ed ai miei capelli tiziano», disse Rosanna. «E questi sono i miei bambolotti di pezza. In certe cose sono ancora una bimba».
La contessa Yasmine la fissava, assai compiaciuta. «Suppongo che sappia come il fotografo Hasman abbia scattato in questa camera la fotografia che fu pubblicata sulla copertina di Life. Ammirava tanto Rosanna che ad ogni foto urlava di gioia. Dobbiamo a Philip il fatto che in America Rosanna sia così popolare. Non le dico le offerte da Hollywood. Eppure: tutte respinte. Prima questa orchidea si deve fare le ossa in Italia. Poi andrà ad Hollywood. Ho i miei programmi. Perfino quando Dieterle l’ha chiesta per un film da girare in Iugoslavia, ho esitato. Avrà come partner un certo John Kerr». Le spiegai che John Kerr è un celebre attore di Broadway, un autentico artista. I suoi occhi mi fissarono freddi. «Be’, e con questo? Rosanna è un’autentica artista di Genova. Non ha nulla da invidiare a questo John Kerr». Squillò il telefono. Rosanna corse a rispondere. Tornò un poco eccitata. «È per il cocktail. Dobbiamo arrivare alle nove». La contessa Yasmine scosse un dito. «Niente cocktail, stasera. Devi andare a letto e dormire: per via della pelle». Ebbe un gesto annoiato. «Tutti la vogliono. Tutti sono innamorati di lei. Ma Rosanna non si tocca, rispondo».
Disse Rosanna: «Quanto agli uomini, io non ci bado. Non rinuncerò mai alla carriera per un marito e i bambini. Sono di ghiaccio». Aggiunse la contessa Yasmine: «Ghiaccio puro, però. Una vestale dell’arte. Una mammola. dico. E guai a chi si prova. Non la perdo di vista un momento. Sono esausta, sfinita, questo lavoro mi ammazza. Tuttavia non la mollo. E quando avrà spiccato il volo e non avrà più bisogno di me, lo sa che faccio? Eh, lo sa?». Puntò l'indice contro il mio naso, strizzò l'occhio con espressione furbesca e scandì: «Mi metto al lavoro con l’altra figliola. Maria Pia diventerà una diva come Rosanna. Eh. sì. Qualche mese di riposo in montagna, poi via! Deve farne vedere di belle, mamma Schiaffino!».
Roma. La madre di Rosanna Schiaffino prepara la figlia per un servizio fotografico in campagna. Ad ogni fotografo viene concessa una serie di pose esclusive, con un abito ed uno sfondo diverso. La carriera di Rosanna è cominciata quando fu eletta Miss Genova, poi Miss Liguria, e infine Miss Riviera dei Fiori.
Annuii perfettamente convinta. Del resto, non era la sola a pensarla così. Nel corso delle incredibili settimane trascorse fra la gente di Cinecittà mi capitò spesso di incontrare madri eroiche come la contessa Yasmine che, nella giungla del cinema, è un personaggio ormai tipico: impegnato nella più tipica delle avventure che possa vivere una donna italiana. Insensibili al sacrificio, sorrette da una furiosa energia, esse sostengono il ruolo come una missione. Nessun ostacolo le scoraggia. nessuna sconfitta le turba. Non badano a spese, né a critiche, né a litigi in famiglia. Dichiara Lucia Allasio: «Credetemi. Essere mamma di una giovane attrice è il mestiere più faticoso che esista». Aggiunse Marisa. sua figlia: «Fu lei che convinse papà quando decisi di fare l’attrice. Papà era sconvolto di rabbia». Ribatte la signora Lucia: «Diecimila chilometri ho fatto l’anno scorso per starle vicino. L’ho accompagnata in America, al Rallie del cinema, al Festival di San Remo. Che delizioso tormento». Dice Carlotta De Luca: «Non so che farebbe Lorella senza di me. Mio marito voleva rinchiuderla in camera quando Fellini le offrì di fare II Bidone». Aggiunge Lorella: «È la mia amica migliore. Mi capisce come una coetanea». Dice Mary Greco, madre di Sandra Milo: «Se non ci fossimo noi, come farebbe ad imporsi il fisico di queste ragazze?». Aggiunge Sandra: «I padri, ecco il problema. In confronto alle madri sono indietro di cinquanta anni». E infine: «Guardate la Loren. Sarebbe diventata la Loren senza sua madre Romilda?». Donna Romilda, come tutti la chiamano dacché sua figlia è diventata importante, annuisce con indulgenza. Si rende conto di rappresentare per le sue emule il valore di un monito.
Ci fu un tempo in cui Cinecittà pullulava di fanciulle rinnegate dalla mamma e dal babbo, che venivano sole a tentar la fortuna. E ogni inchiesta sul cinema comprendeva un racconto patetico sull’odissea di queste umiliate. Oggi il cronista che volesse scrivere quel racconto patetico si troverebbe a corto di materiale. Qualche orfana che si illude di poter ignorare la mamma c’è ancora: ma è straniera o costituisce una eccezione senza interesse. Il mestiere di diva è ormai un mestiere nel quale viene coinvolta l’intera famiglia, e chi guardava a Cinecittà come a un pozzo di perdizione resterebbe sorpreso: non vi sono mai state tante stelline di buon ceppo borghese come in questo periodo. Gli imbroglioni che un tempo sostavano alla stazione Termini per acchiappare le aspiranti stelline fuggite di casa si ritraggono terrorizzati. Alla stazione Termini esse arrivano ancora; ma le madri le scortano come affettuosi gendarmi e sanno mordere più delle tigri. I protettori con troppi quattrini che un tempo razzolavano fra quelle ingenue, ora meditano a lungo prima di puntare la preda: c’è sempre il pericolo che la preda giunga scortata dall’affettuoso gendarme. La gran moda è quindi restare sostanzialmente illibata In casi estremi, non cedere al primo venuto. Solo ‘così la madre che accompagna la figlia dal press-agent alla moda potrà dire senza vergogna: «Mia figlia ha un talento naturale. Alza la gonna e fai vedere le gambe al signore. Signore, è la prima volta che mia figlia fa vedere le gambe. Ma è come se le facesse vedere al dottore». E al regista che con aria suasiva domanda: «Il visetto è grazioso ma il corpo com’è?», la madre disinvolta potrà sempre rispondere: «Ho per caso nella borsetta qualche foto di mia figlia al mare. In questa, per l’appunto, ha un bikini assai piccolo. Ma sia chiaro che si restrinse in seguito al bagno, e alla disgrazia io ero presente». (Resta inteso comunque che nessuna, proprio nessuna delle madri citate si trovò mai in situazioni simili a queste. Certi episodi si riferiscono a personaggi minori di cui ho perduto il nome sul mio taccuino).
Roma. Rosanna Schiaffino posa per una delle sue fotografie «esclusive». E' sul set di un film: Rosanna Schiaffino ha fatto così la sua prima comparsa sullo schermo. Fu Totò il primo ad offrirle una parte nel film «Totò Lascia o Raddoppia».
Se il primo passo per diventare una diva in Italia consiste dunque nell’avere una madre, il secondo consiste nel procurarsi un fotografo. È il momento meno diffìcile: neppure a Hollywood esistono tanti fotografi specializzati nel lancio di belle ragazze quanti ne esistono a Roma. Il loro metodo è comune: ritrarle nelle pose più sexy e stravaganti possibile. C’è chi preferisce fotografarle in camicia da notte mentre passeggiano in un bosco o chi preferisce fotografarle completamente vestite mentre si rotolano nell’acqua di un ruscello o nel mare. Nessuna si oppone al cerimoniale, sebbene tutte conoscano il caso della aspirante stellina che rischiò la morte per broncopolmonite dopo essersi gettata per dieci volte consecutive nell’acqua gelida di Ostia: era novembre. La broncopolmonite è un prezzo miserrimo per vedersi pubblicata a colori su un rotocalco diffuso. E la responsabilità di quel rischio vai bene, per il fotografo, la celebre frase: «L'ho scoperta io». Se l’ha scoperta davvero, gli toccherà l’esclusiva assoluta per gli avvenimenti più sensazionali della sua vita di attrice: il flirt clandestino, il matrimonio quasi segreto e la nascita del primo bimbo con un parto prematuro. Si stabilirà cioè, fra la diva e il fotografo, un'amicizia carica di ricordi e di inconfessati ricatti sulla quale la diva potrà sempre contare perché il fotografo non venda istantanee dove si vede una ruga o il doppio mento, e il fotografo potrà sempre contare perché la diva gli permetta di darle del tu.
Non sono numerosi i fotografi che possono vantarsi di dare alle dive del tu: e il più noto è proprio colui che spinge la sua intraprendenza a requisire le aspiranti stelline che hanno bisogno di fotografie ben fatte all’inizio della loro carriera. «O ti impegni a non posare per nessun altro o non ti piazzo nemmeno un ritratto formato francobollo», le dice. Egli è potente: i suoi teleobiettivi sono grossi come bazooka e la Lollobrigida lo riceve in casa come un fratello, la Hepburn gli butta le braccia al collo quando arriva a Ciampino, la Martinelli esibisce con orgoglio la carrozzina vittoriana che egli comprò a Londra quando le nacque la primogenita. L’aspirante stellina non osa quindi disubbidirgli. Quanto alla madre, essa lo predilige. È così brutto ed incorruttibile che in nessun caso rappresenterebbe un pericolo per la illibatezza della sua preziosa figliuola.
IL LUPO FEROCE DELLA MANGANO
IL terzo passo per attuare i progetti delle due donne è infine penetrare nell’ambiente del cinema e firmare un contratto. Alcune si affidano per questo ai press-agents che hanno soprattutto funzioni di mediatore; altre all’iniziativa privata. Via Veneto è piena di personaggi misteriosamente legati al mondo di Cinecittà e ai quali non costa nulla sussurrare con aria benevola; «C’è qui, per l’appunto, Miss Grappolo d’Oro. Guarda che occhi, che gambe. Perché non le procuri un provino?». Il personaggio più utile è in tal caso la pittrice Novella Parigini al cui studio in via Margutta affluiscono in qualsiasi ora del giorno e della notte individui preziosi per colei che vuole fare carriera: come cacciatori di talenti e divi di Hollywood. Novella è generosa e il suo hobby è collezionare amicizie importanti. Non si sa come, non si sa perché quasi tutti gli stranieri à la page che vengono a Roma hanno il suo numero di telefono e la vanno a trovare: da Marion Brando a All Khan. Spesso, si annoiano. Che ci vuole allora a procurar loro un’uscita con l’aspirante stellina? Una sera al Caprice con Errol Flynn è sufficiente a farsi notare e, se va bene, a procurarsi la fotografia su Momento Sera. «Hai visto la biondina con Flynn? Mica male. Cercala e falle fare un provino», ordinerà il produttore al suo segretario. (Chi scrive ha assistito più volte ad episodi del genere). E, se il provino riuscirà favorevole, la biondina avrà forse una parte nel nuovo film con Totò e potrà vantarsi d’essere entrata nel» giro». Dal «giro» al contratto il passo è breve.
Una volta ottenuto il contratto, la stellina (è ormai tale) avrà solo da procurare pubblicità intorno al suo nome. Ma a questo pensa l’ufficio-stampa della casa produttrice, dalla quale dipende, espertissimo nel diffondere notizie vere o false che possono interessare i giornali: come una malattia, un tentato suicido, un fidanzamento o uno scandalo più o meno innocente. La maggior parte di queste notizie sono false: l’arte consiste nel presentarle con tale abbondanza di documentazioni che sembrino vere. Ci cascano tutti: come accadde per il presunto salvataggio eseguito da Maurizio Arena quando Yvonne Monlaur rischiò di morire bruciata nel mare di Capri e perfino il Corriere della Sera pubblicò il fatto su tre colonne. In quel caso la bugia venne a galla: ma fu una disgrazia. Gli esperti in pubblicità si fanno prendere raramente in castagna. Augusto Borselli, che dirige l'ufficio-stampa della De Laurentiis, mi ha raccontato ad esempio che nessuno si accorse della bugia più brillante che abbia inventato: quella che Silvana Mangano stava per essere sbranata da un lupo durante le riprese di un film. Milioni di italiani si commossero allora per il pericolo che l’attrice aveva scansato. Si sarebbero commossi un po’ meno se avessero saputo che il lupo era addormentato da molte iniezioni, così innocuo e decrepito che avrebbe potuto portare in groppa un bambino, che l’attore Guido Celano aveva il fucile carico per ammazzarlo quando si fosse trovato a tre metri da Silvana Mangano, che il fotografo chiamato da Roma aveva messo a fuoco la scena almeno un’ora prima che tutto accadesse.
Lionello Dottarelli, che dirige l’ufficio-stampa della Titanus, ci tiene ormai a confessare che la notizia secondo la quale Renato Salvadori stava per morire annegato nel Tevere fu costruita da lui con la complicità dell’attore e di un fotoreporter piantonato sul ponte Sant’Angelo. Renato, prima di essere lanciato da Luchino Visconti, faceva il bagnino: sa benissimo, quindi, come si fa a non morire affogato. Ma, quando lo portarono all’ospedale, l’acqua che sputava era così abbondante e gli occhi così vitrei, che i bravi medici rilasciarono regolare referto. Del resto gli autori di simili balle non si vergognano a prenderci in giro. Fa parte del loro mestiere e quel diritto è loro riconosciuto per tacito accordo. Né il Codice penale vieta di dire bugie: il massimo che possa accadere con quelle è di andare all’inferno di cui non sempre ia gente di Cinecittà ha paura come dovrebbe. (E questa è la ragione per cui la biografia di una diva è spesso cosi interessante e tutte mostrano una simpatia esagerata per i giornalisti che si recano a intervistarle).
STUDIARE, QUALE STRAVAGANZA!
Talvolta queste bugie servono, talvolta no. Contrariamente a quello che accade ad Hollywood dove la star è fabbricata per decisione del produttore durante un lungo processo industriale e scientifico che si conclude senza sorprese, in Italia il successo di quella avventura familiare esplode solo per caso o miracolo: come vincere a un gioco d’azzardo. Anche per questo nessuno mi ha mai l'accontato in quale momento del suo eroico calvario la stellina che vuol diventare una diva si mette a studiare recitazione. C'è chi si ricorda dell’importante particolare all’inizio, magari iscrivendosi al Centro Sperimentale. C’è chi se ne ricorda quando il suo nome è già celebre. C’è chi non se ne ricorda affatto: «Tanto io la recitazione ce l’ho nel sangue e i maestri hanno poco da insegnarmi». In ogni caso nessuna considera lo studio come un fatto ovvio e doveroso: bensì come una stravaganza da diffondere alla maniera di una sensazionale notizia. «Rosanna, dacci questa esclusiva alla signorina: esigo che il suo articolo risulti saporito», ordinò la contessa Yasmine mentre stavo fuggendo. «Sì, mammina», rispose Rosanna, ubbidiente. E la fissò con aria interrogativa. La contessa Yasmine strinse le labbra poi lentamente scandì: «Rosanna studia. Ogni giorno, tre ore di inglese, tre ore di francese^ due ore di danza e perfino un’ora e mezzo di recitazione».
Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno XIV, n.43, 26 ottobre 1958
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| Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno XIV, n.43, 26 ottobre 1958 |
