Sylva Koscina vuole essere perfetta

Dopo diversi anni di attesa, Sylva Koscina è finalmente riuscita ad afferrare la grande occasione: un film con Fellini. Ma deve dire grazie solo a se stessa, nemica come è delle protezioni
Roma, settembre
«Ti impallo?... Se ti impallo dimmelo...», dice Sylva Koscina a Fellini sul set di Giulietta degli spiriti. (Impallare, nel gergo cinematografico, vuol dire voltare le spalle alla macchina da presa). «No, non mi impalli», risponde Federico. «Temevo di impallarti...», aggiunge Sylva con un sorriso imbarazzato. «No, Sylvi tu non mi impalli mai...», risponde Fellini stropicciandosi gli occhi. «Il sospetto di impallarti mi rende nervosa», esclama la Koscina come afflitta da uno spasimo mentale. «No, non ti preoccupare... Spostati solo di un centimetro... Ecco, là...», fa Federico conciliativo. «Ti stavo impallando vedi?...», salta su nuovamente Sylva concitatissima ma nello stesso tempo sollevata. «Ma ora non mi impalli più...», le risponde Federico con intonazione pacata intrisa di leggera ironia.
Meticolosa sino all’inverosimile la Koscina aspira — come mi ha confessato — alla "perfezione”; in questa dedizione sta la sua piccola grandezza. In casa, nel suo lavoro, nei rapporti privati e in quelli sentimentali ricerca, con accanimento, l'optimum. La sua casa ai Parioli è ordinatissima e ricorda un po' lo studiolo di una brava scolaretta, dove il calamaio, la penna, il lapis, il righello, la carta assorbente, la sveglia, il calendario, la gomma, il temperino, la scatoletta dei pennini occupano sempre lo stesso posto; guai a chi osasse disturbare quella perfetta sequenza di oggetti! Sylva è precisa anche quando parla, tale è la precisione dei sostantivi, la calibratura degli aggettivi, il rispetto della sintassi. I chi, i che, i dunque, i soggiuntivi e i condizionali si allineano sulle sue labbra con la stessa simmetria con cui sono sistemati i mobili nella sua abitazione. Nelle sue risposte non si incontrano i "beh”, gli "insomma” e quelle pause imbarazzanti che mandano in brodo di giuggiole i caricaturisti dei divi. Ha sfrondato dal suo italiano ogni intercalare e svarioni non ne commette; in omaggio a questa "perfezione", che è la sua mèta, ha imparato perfettamente l'inglese e il francese e, con compiaciuto orgoglio, mi ricorda che può recitare in queste lingue con la stessa naturalezza con cui recita in italiano.
Una scena del nuovo film di Federico Fellini: da sinistra ecco Caterina Boratto, la Koscina e Giulietta Masina.
In tutto, Sylva rivela lo scrupolo della "professionista”. Ditele che è una "professionista” e vedrete stamparsi sul suo bel volto un sorriso riconoscente. Il traguardo della Koscina è questo: essere una seria, preparata, meticolosa, professionista. Una professionista, tiene a precisare, che si è fatta "da sola”. Qual è, infatti, l’attrice che non abbia dietro di sè l’ombra di un protettore? Ve ne sono alcune che hanno protettori potentissimi, non soltanto produttori o registi, ma grandi banchieri dalla ricchezza favolosa. E così dai tempi di Marion Davies che da chorus girl di seconda fila divenne, grazie a William Randolph Hearst — padrone di giornali, riviste, cavalli da corsa, yachts, miniere d’oro e immensi latifondi — una diva famosissima. Senza liaison di questo genere, senza una politica di alleanze e di matrimonio non si resta a lungo in arcione sul cavallo del successo. Non ho la pretesa beninteso, di scoprire nulla di nuovo. Sono cose risapute. Le attrici agli inizi della loro carriera si giovano dei loro frutti dolcissimi, capaci di attirare i produttori come i fiori le api. Quest’arma tanto subdola quanto micidiale, fatta di sode e tenere carni, di seni pieni e di gambe simili a colonne, è lo strumento di ogni loro conquista.
Naturalmente ci sono delle eccezioni. Con vigore e spavalderia Sylva Koscina vuole essere messa tra le eccezioni. Il successo se l’è guadagnato soldino per soldino, senza mai tentare scorciatoie. In un mondo come questo del cinema, dove il successo è spesso un terno al lotto, quello di Sylva Koscina mi sembra un esemplare avvio di carriera. La mamma come l’ammoniva di non mettersi a sedere in mezzo alle correnti d’aria così la incoraggiava a diffidare degli uomini. E Sylva è andata sempre in cerca di uno spazio "puro”. E oggi è l’attrice italiana meno bersagliata dal pettegolezzo cattivo.
La sua vera passione
«Non sono tipo da capricci — dice — sono una lavoratrice seria... Ho ricevuto una educazione molto rigida prima in casa dai miei genitori, poi a Roma da mia sorella... Sino a diciotto anni ho portato i calzettoni e tutta la mia prima giovinezza l’ho dedicata agli studi... A scuola ero bravissima... Terminati gli studi inferiori mi sono iscritta all’Università... Volevo diventare professoressa di matematica... Oh! Come mi piace la matematica... E’ stupenda, è la mia passione...». Il tono della voce di Sylva è m esultanza e invano, guardandola con un certo stupore, le cerco addosso — tanto per non perdere l’allenamento con lo scetticismo — qualche traccia di insincerità. No, Sylva è sincera: alla matematica ella si serberà fedele per tutta la vita. In questa età in cui le donne vanno in estasi per Frank Sinatra e ne decantano sino all’impudicizia i pregi, una diva che consideri suoi idoli le operazioni algebriche e i logaritmi fa meraviglia. Sylva parla con tale entusiasmo della matematica che da un momento all’altro mi aspetto di vederle tirare fuori una stilografica e mettersi a fare complicati calcoli, «E' cosi bello sapere che un calcolo ben eseguito darà un risultato preciso, quello e non un altro...», mi dice e sempre nella sua voce c’è una vaga sfumatura di orgoglio come se assaporasse una specie di vendetta contro alarne sue colleghe che non solo non sanno mettere due parole insieme, ma che stentano a fare una somma. Tra le pieghe dei suoi discorsi c’è sempre, ben dissimulata, la polemica con le sue colleghe che si son fatte il piedistallo sulle spalle dei produttori mentre lei s’è fatta "tutta da sola”.
Sylva ha il sex-appeal della donna tenace, sorretta da una volontà puntigliosa. Lo studio della matematica le ha fatto nascere la convinzione che mettendo assieme un certo numero di addendi — bellezza, volontà. applicazione — si ottiene un risultato. Il padre quando voleva strigliarla a dovere. prendendola di mira con la cinghia, le gridava: «Io lo so come finisci!... Finisci attrice del cinema, vedrai...». come a dire: «Sull’ultimo gradino della scala sociale...». E il bello è che Sylva se n'offendeva, perchè il suo (rande sogno, non era di diventare un’attrice, ma un’ottima matematica. Ma c’erano il corpo e il volto che parlavano chiaro sin da allora. Un metro e settantacinque di altezza, uno scheletro simmetrico ben rimpolpato nei punti giusti, un viso dolce, due occhi "simmetrici” dovevano fatalmente approdare al cinema. Sylva divenne nel 1956 uno degli esempi più cospicui del ”sex appeal" nostrano, pur essendo nata a Zagabria trentun anni fa. e rappresentò in un certo senso la reazione con aspetti blandamente sofisticati, alla cosiddetta "bambola neorealista" che sino al 1955 era stata la nostra specialità.
Gettando nel fuoco della sua volontà di sottrarsi alla tirannia dei genitori tutte le fascine di cui disponeva fu notata da Germi che la prese nella parte della figlia del Ferroviere; dal ferroviere Sylva veniva selvaggiamente picchiata. Così brutalmente la schiaffeggiava il ferroviere che la Koscina alla sua prima apparizione cinematografica venne definita un "corpetto che piagnucola”. Questi sganassoni cinematografici. dopo quelli paterni, l'hanno messa in guardia. Sylva sperimentò subito cosa significa restare a galla nel mondo del cinema. «I primi tempi non ho mai trovato solidarietà e amicizie... Non so, mi sentivo come spaesata... Mi sembrava che tutti ridessero di me... Molte volte m’è capitato durante le riprese di un film di essere spinta fuori quadro dalle attrici con le quali lavoravo... Non ero preparata a combattere, forse a causa dell’educazione che avevo ricevuto e che mi induceva ad essere cortese e gentile con tutti... In cambio ricevevo solo sgarbi e sgambetti... Ne soffrivo molto, forse a causa dei miei complessi che sin da bambina mi hanno perseguitata...». mi dice mentre un velo di tristezza le appanna il volto. Un volto, come mi spiega subito dopo, che non denuncia mai la stanchezza. «Ho gli zigomi slavi — afferma — e gli zigomi slavi non I consentono che la stanchezza si manifesti attraverso il volto».
I primi contatti con il cinema hanno seminato nel cervello di Sylva confusione e terrore. La crisi insorgeva proprio nel momento in cui ella credeva di essersi liberata dei complessi dell’ infanzia, «Le prime volte quando cominciavo a recitare ero improvvisamente colta da una specie di balbuzie suscitando intorno a me il ridicolo... Mi sembrava di non essere capace di fare nulla e pensai che il solo fine per me fosse quello di guadagnare il più possibile, di raggranellare più soldi possibili e mettermi al riparo dalle preoccupazioni finanziarie...».
Scontrosa, impacciata, Sylva era la meno adatta a muoversi con disinvoltura in quel mondo di "dritti", di venditori di fumo, di assegni a vuoto, di cambiali in protesto e di promesse non mantenute unito da una sola intesa: la reciproca disistima. Rivangare quel periodo è per Sylva molto angoscioso. A fare della speleologia in se stessa non scelse la psicanalisi, ma la matematica. Con la pazienza di un analizzatore scientifico rifece i calcoli della sua esistenza e comprese che bisognava rimboccare le maniche e battersi. La ribellione maturò lentamente favorita dal pubblico che ha sempre dimostrato simpatia per lei quasi fosse conscio del "male oscuro" che l’affliggeva. Ad ogni film, Sylva compilava la cartella clinica; un ruolo ben riuscito, una buona critica, un successo insomma cancellavano due, tre e persino quattro complessi. Ma bastava una critica aspra e, patapunfete!, colava a picco nelle sue angosce.
Nel film "Giulietta degli spiriti" Sylva Koscina - qui ritratta a Fregene sul "set" accanto allo scenografo Gherardi - interpreta la parte di un’attrice della televisione ammirata per la sua bellezza. La Koscina è nata trentuno anni fa a Zagabria e ha compiuto gli studi classici; avrebbe dovuto interpretare in "Otto e mezzo" il personaggio che fu poi affidato a Sandra Milo. In "Giulietta degli spiriti" la sua partecipazione non era prevista dal copione.
La sorella piacevole
Si arriva alle Quattro verità. Sylva Koscina è chiamata a interpretare uno sketch in questo film accanto a Monica Vitti. Monica che nella vita privata è cosi cordiale (!), espansiva (!), generosa (!), con le colleghe, sul set diventa un’iradiddio. Cosi asserisce Jeanne Moreau la quale racconta di essere stata sberteggiata dalla Vitti mentre stava girando La notte e così afferma Sylva Koscina. «Non sa cosa ha fatto contro di me!... Perchè ce l’avesse tanto con me non lo capirò mai... Lei è molto famosa, stimatissima, bravissima... Quale pericolo potevo rappresentare per lei?... Non so... Un giorno accortami che anche nella troupe qualcuno sorrideva ironicamente verso di me sono sbottata... "Sentite — ho detto — io sarò una mezza-calzetta, ma voi mi dovete rispettare così come io rispetto voi”... Da quel giorno l’atmosfera è cambiata».
c Nel nuovo lavoro cinematografico di Feerico Fellini dove faccio la sorella bella e desiderata di Giulietta, mi trovo bene... Mi pare che ci sia perfetta armonia... Fellini mi aveva già offerto di fare una parte in Otto e mezzo quella che poi è andata a Sandra Milo... Finalmente posso lavorare con lui... Fellini più che un regista mi sembra un favoloso romanziere cinematografico... Credevo che quel suo nascondere le trame dei suoi film fosse una civetteria, invece ora mi accorgo che egli in realtà inventa quando gira e che il copione non ha alcuna importanza... Faccio un film di cui non dovrò vergognarmi». Quanti sono i film di cui si vergogna? «Tanti». risponde con l’aria di chi un giorno dovrà renderne conto al Signore. Ma il conto lo ha perduto. E’ la sola operazione matematica che non vuol fare.
Maurizio Liverani, «Tempo», anno XXVI, n.41, 7 ottobre 1964
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| Maurizio Liverani, «Tempo», anno XXVI, n.41, 7 ottobre 1964 |
