Totò al circo – Monsieur Cournot e l’aquila (L’aigle)

Episodio escluso dal film "Uccellacci e uccellini" (1965-1966)

Approf Monsieur Corurnot


🦅 Frate Ciccillo e l’“impossibile” addomesticamento dell’aquila

Nel film "Uccellacci e uccellini" di Pier Paolo Pasolini, esiste una scena che non ce l'ha fatta al montaggio finale — una specie di bonus track pasoliniana finita nel cassetto, come certi regali di Natale riciclati. Questa scena, apparentemente "minore", in realtà aggiunge un bel tassello al mosaico simbolico del film, arricchendo la figura del surreale e tragicomico Frate Ciccillo.

Il protagonista dell'episodio è Monsieur Cournot, un domatore da circo che più che un addestratore di belve sembra un professore di filosofia francese in gita scolastica. Il personaggio è una frecciatina acuminata a un vero critico di Le Nouvel Observateur che aveva osato recensire male il Vangelo secondo Matteo di Pasolini (e sappiamo quanto Pier Paolo fosse permaloso, altro che vendetta è un piatto freddo — qui è ghiacciato e servito con contorno d’ironia).

Cournot è convinto, nella sua tipica grandeur razionalista, che ogni animale possa essere addomesticato, anche un’aquila reale, purché educato nel giusto spirito: quello del pensiero razionalista francese. Ci prova con ogni mezzo: parole dolci, buone maniere, perfino i testi di Pascal, letti ad alta voce come fossero favole della buonanotte. Insomma, un’operazione educativa che sembra progettata dal Ministero dell’Istruzione francese in versione zoologica.

Eppure, l'aquila non collabora. Non si piega, non assimila, non recita Voltaire né si appassiona alla geometria cartesiana. È un’aquila, mica un pappagallo da salotto borghese. Peggio: l’aquila vuole pregare. Non si sa bene chi o cosa, ma di certo non vuole sorbirsi le letture di un intellettuale parigino travestito da domatore.

A quel punto Cournot, frustrato, entra in crisi mistica. Dopo il fallimento pedagogico, comincia a imitare l’aquila, si appollaia come lei, ne copia i gesti, scala un monte come fosse una specie di San Francesco con la scimmia sulla spalla, e — clamoroso al Cibali — spicca il volo. Forse metaforico, forse no. Di certo più alto di quello della ragione borghese che voleva imporgli alla povera rapace.

🎭 Cosa ci voleva dire Pasolini con questa piccola perla tagliata?

Che non tutto è addomesticabile, che non tutto si spiega con la ragione, che la spiritualità e la libertà non si possono ammaestrare — neanche con Pascal sotto il braccio. E forse anche che la cultura borghese, quando diventa presuntuosa, può finire per scimmiottare ciò che non capisce. A furia di voler istruire l’aquila, Cournot finisce per diventare lui stesso l’animale selvatico, scoprendo in quel volo un'autenticità che il suo razionalismo non gli aveva mai dato.

📌 Riflessione finale (con pizzico d’ironia):

Questa scena tagliata è come un cantuccio di pane nascosto nel tovagliolo: piccola, apparentemente secondaria, ma capace di aggiungere sapore e senso a tutto il pasto filmico. Pasolini, con la sua solita sottile ferocia, ci regala un apologo sulla libertà, sull’arroganza della cultura dominante, e sulla tragicommedia umana che si consuma ogni volta che cerchiamo di piegare l'inspiegabile ai nostri schemi mentali.


Totò al circo


Su Sky documentario con sorpresa

Totò diventa un'aquila nei sette minuti inediti di "Uccellacci e uccellini"

In attesa dell'omaggio a Volontà, morto nel '94, va in onda domani alle 19.50 su Sky Classic il quinto documentario della serie Sky-Cinecittà: Lei non sa chi è Totò! regia di Katia Ippaso e Marco Ferrari. Con l'appoggio degli eredi de Curtis e del Fondo Pasolini che ha concesso i 7 minuti muti, inediti, mai montati, conservati da Laura Betti, dell'episodio del Circo di Uccellacci e uccellini, il film di Pasolini dove i titoli di testa erano cantati da Modugno. In questa parte Totò domatore si trasformerà in aquila: lo commenta con affetto il Ninetto Davoli di oggi. Non ci sono anniversari, è un ricordo variopinto e interessante del talento di un artista riscoperto in parte postumo e che anche gli americani ci invidiano.

[...] Totò parlava spesso della miseria frequentata di persona: «Un comico deve aver fatto la guerra con la vita e conoscere la fame, il freddo, il dolore e la solitudine». E poi via con il comico in Tv che bacia Mina, i duetti con Poppino («noio volevon savuar»), la scena del vagone letto con l'on. Trombetta. Un identikit di 55 minuti in cui il clown del Rione Sanità si imparenta conia commedia dell'arte, la Fame Atavica delle maschere, mentre lo paragonano a Chaplin e a Picasso nell'astrattezza deviata del suo profilo surreale. A Napoli, Totò è oggi considerato quasi un santo (fu Fellini il primo a perorare questa causa per meriti di buon umore) capace di far miracoli. E' invece inaspettata la passione di Murray Abraham, ex Salieri di Amadeus: «Per far conoscere l'umanità di Totò mi piacerebbe fare un film americano con Scorsese e Al Pacino nel ruolo di Totò: siamo tutti orgogliosamente italo americani». Tutti lo vogliono, lo cercano, lo amano, si scopre che forse è eterno. Ha ragione la figlia: «Lui è qui, è sempre con noi, con tutti».

Maurizio Porro, «Corriere della Sera», 22 novembre 2004



Totò e il volo dell’irrazionalità: una guida per domatori disperati

ATTO I – IL CIRCO DELL’ASSURDO: OVVERO, L’IMPERO COL NASO ROSSO

In un angolo surreale e probabilmente troppo illuminato del mondo – il circo – un signore inamidato, baffuto e afflitto da un bisogno maniacale di avere ragione, tale Monsieur Cournot, decide che il suo prossimo numero da palcoscenico sarà far parlare un’aquila. Non un pappagallo, non un cane ammaestrato, ma un’aquila: simbolo per eccellenza della libertà, dell’indipendenza e della totale mancanza di voglia di collaborare con nessuno.

L’aquila, ovviamente, lo ignora con una dignità che nemmeno i filosofi greci riuscivano a mantenere dopo tre bicchieri di vino. Cournot, nel tentativo disperato di superare questo momento imbarazzante della sua carriera da domatore illuminista, sfodera tutto il repertorio: la lusinga, la minaccia, la logica aristotelica, le promesse di un mondo migliore, e – dulcis in fundo – la dimostrazione sociale. Interroga infatti gli altri animali del circo, che, a differenza dell’aquila, si sono già perfettamente “integrati”, cioè hanno abbaiato, ballato, salito su biciclette e probabilmente pagano le tasse.

L’aquila resta muta. Non perché non sappia parlare, ma perché ha ancora un po’ di amor proprio.

ATTO II – "O.A.S." E LA SVOLTA DRAMMATICA: QUANDO L'OFFESA È UNA RIVELAZIONE

Il domatore, frustrato come un tecnico IT davanti a una stampante guasta, perde la pazienza e urla: “O.A.S.! O.A.S.!”, evocando una sigla carica di colonialismo, reazionarismo e cecità politica. È in quel momento, esattamente quando il razzismo striscia fuori come una serpe dal cappello a cilindro del domatore, che l’aquila finalmente parla.

È un momento magico, grottesco e profondamente simbolico. L’aquila, creatura silenziosa e regale, reagisce solo nel momento in cui viene toccato il fondo morale. Come dire: “Adesso basta. Parlo solo per dirti che hai passato il limite.”

Cournot, completamente destabilizzato dal miracolo che lui stesso ha involontariamente provocato, entra in una trance mistica. Comincia a leggere testi, encicliche, parole dense di autorità e tentativi di significato. E proprio leggendo l’Enciclica – simbolo del sapere moralizzante e paternalista – Cournot si trasforma.

ATTO III – IL PENSATORE SELVAGGIO: QUANDO L’ILLUMINISMO SBATTE CONTRO L’IRRAZIONALE

Si alza, agita le braccia come se volesse decollare, e si appollaia su una piattaforma. Come un’aquila. O come uno che ha completamente perso il senso del confine tra “domatore” e “domato”. Sopra di lui, in perfetta ironia, campeggia la scritta “Il pensatore selvaggio” – titolo rubato direttamente a Lévi-Strauss e al suo tentativo di spiegare che il pensiero mitico dei popoli non occidentali non è inferiore, ma semplicemente diverso.

In un coup de théâtre degno di un film di Pasolini (spoiler: lo è), Cournot abbandona il tendone del circo. Se ne va. E mentre si allontana, l’unico a seguirlo con lo sguardo è Ninetto, il giovane testimone semi-innocente di mille parabole pasoliniane. Perché Cournot – che voleva civilizzare l’altro – è diventato lui stesso l’altro. Il colonizzatore che si scopre colonizzato, il razionalista che crolla di fronte all’irrazionalità del mondo, il civilizzatore che si trasforma in bestia.

NOTE DI REGIA E RETROSCENA: PASOLINI, TOTO’ E LE COSE CHE NON VEDRETE

Il cortometraggio in questione doveva essere parte di un trittico all’interno di Uccellacci e uccellini (1966), film che già nel titolo conteneva una riflessione sulla convivenza impossibile tra ideologia e innocenza. Il titolo originale del corto era “L’uomo bianco” – e già qui Pasolini la diceva lunga: un saggio sulla pretesa del “bianco” di esportare civiltà, cultura, valori, e persino linguaggio… anche quando nessuno gliel’aveva chiesto.

Il personaggio di Cournot è ispirato a un critico francese realmente esistito che demolì Il Vangelo secondo Matteo accusandolo di essere “arte queer” (evidentemente aveva la vista corta e il cuore più piccolo). Pasolini prende questa figura e la eleva a simbolo del fallimento assoluto del razionalismo occidentale quando tenta di imporre la sua visione del mondo agli altri. Il risultato? Non l’integrazione, ma la regressione. Non la civiltà, ma l’animalesco.

CONCLUSIONI – CHI È IL VERO SELVAGGIO?

Questo cortometraggio, sotto la sua forma buffa, grottesca, quasi slapstick, è in realtà una critica feroce – come solo Pasolini sapeva fare – al colonialismo culturale, al paternalismo occidentale, al pensiero illuminista che, in nome della ragione, schiaccia tutto ciò che è “altro” sotto una maschera di superiorità morale.

E allora il domatore diventa l’animale, il civilizzatore si trasforma in selvaggio, l’aquila finalmente parla, ma solo per far tacere l’arroganza. Una favola crudele? Sì. Ma anche necessaria. Perché, come ci insegna l’aquila, a volte il silenzio è più eloquente di mille discorsi… e quando finalmente si parla, non è mai per caso.

Mentre è determinato a dimostrare all'aquila tutti i benefici della civiltà, il signor Cournot interroga altri animali per dimostrargli che ha ragione. (Estratti... senza commento):

Mr Cournot: signor scimpanzé di Unrunda Urundi ... (cartone): qual è il tuo desiderio?

Lo scimpanzé: andare a lavorare in una miniera a Lille, guadagnare soldi e aprire un parrucchiere.

Mr. Cournot: E lei, signor Pitone?

Il Pitone: Oh, io! Andare a Parigi, nella boutique di un grande couturier, Christian Dior, Courrèges ...

M.Cournot: E lei, signora Iena del Sahara?

La Iena: andare a Roma e fare giornalismo.

Mr. Cournot: Che ne dici di te, Cammello del Ghana?

Il Cammello: Scoprire la grande cultura europea, da Marx a Lévi-Strauss, e andare a insegnarla nella capitale del mio paese.

M.Cournot: E tu Ninetto, amico mio?

Ninetto: Dar fuoco all'Italia...


GALLERIA FOTOGRAFICA


🦅 Conclusioni: Totò, Pasolini e l'aquila

In Totò al circo – l’episodio inedito L’aigle, poi escluso in fase di montaggio dal film Uccellacci e uccellini – Pasolini affida a Monsieur Cournot un compito impossibile: domare un’aquila reale. Il fallimento educa lo spettatore più di qualunque successo: la libertà – come la fede – non si ammaestra. Qui Totò attraversa il simbolismo pasoliniano: il comico diventa apologo, il domatore diventa discepolo, l’aquila resta mistero.

Tra sequenze inedite e rimandi a Frate Ciccillo, l’episodio illumina il cuore del film: la realtà resiste alle etichette, e l’arte – quando è vera – non spiega, mostra. E questo piccolo frammento, perduto e poi ritrovato, continua a parlare il linguaggio semplice e ostinato della libertà.


Riferimenti e bibliografie:

  • «Les films de Pierpaolo Pasolini», Boyer e Tinel, Ed. Dark Star, 2002
  • Fondo Pasolini/Laura Betti e il contesto “7 minuti inediti”
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