UCCELLACCI E UCCELLINI

Per un ricco morì è come pagà il conto alla vita: paga sì, ma la vita gli ha dato qualche cosa. Invece il poveraccio paga e dalla vita non ha avuto niente. Che fa il poveraccio? Passa dalla morte a un'altra morte.

Innocenti Totò/Frate Ciccillo

Inizio riprese: ottobre 1965 - Autorizzazione censura e distribuzione: 16 marzo 1966 - Incasso lire 173.036.000 - Spettatori 606.442


L'assurdo Totò, l'umano Totò, il matto Totò, il dolce Totò...


Titolo originale Uccellacci e uccellini
Paese Italia - Anno 1966 - Durata 85 min - B/N - Audio sonoro - Genere commedia, grottesco - Regia Pier Paolo Pasolini - Soggetto Pier Paolo Pasolini - Sceneggiatura Pier Paolo Pasolini - Produttore Alfredo Bini - Fotografia Tonino Delli Colli, Mario Bernardo - Montaggio Nino Baragli - Musiche Ennio Morricone - Scenografia Luigi Scaccianoce, Dante Ferretti


Totò: Innocenti Totò/Frate Ciccillo - Ninetto Davoli: Innocenti Ninetto/Frate Ninetto - Femi Benussi: Luna, la prostituta - Francesco Leonetti: la voce del corvo - Gabriele Baldini: il dentista dantista - Riccardo Redi: l'ingegnere - Lena Lin Solaro: Urganda la sconosciuta - Rossana di Rocco: amica di Ninetto - Vittorio Vittori: Guitto - Fides Stagni


Uccellacci_uccelliniSoggetto 

Totò e suo figlio Ninetto vagano per le periferie e le campagne circostanti la città di Roma. Durante il loro cammino incontrano un corvo. Come viene precisato durante il film da una didascalia: «Per chi avesse dei dubbi o si fosse distratto, ricordiamo che il corvo è un intellettuale di sinistra - diciamo così - di prima della morte di Palmiro Togliatti.»
Il corvo narra loro il racconto di Ciccillo e Ninetto (anch'essi interpretati da Totò e Ninetto), due monaci francescani a cui San Francesco ordina di evangelizzare i falchi ed i passeri. I due frati non riusciranno a raggiungere il loro obiettivo, perché, pur essendo riusciti ad evangelizzare le due "classi" di uccelli, non avranno posto fine alla loro feroce rivalità: per questa mancanza verranno rimproverati da San Francesco ed invitati ad intraprendere nuovamente il cammino di evangelizzazione.
Chiusa la parentesi del racconto, il viaggio di Totò e Ninetto prosegue; il corvo li segue e continua a parlare in tono intellettualistico e altisonante. I protagonisti, in un contesto fortemente visionario, incontrano altre persone, tra le quali: alcuni proprietari terrieri che ordinano a Totò e Ninetto di allontanarsi dalle loro proprietà e finiscono per sparare contro i due, che non vogliono obbedire; una famiglia, che vive in condizioni assai degradate, a cui Totò intima di abbandonare la propria casa; un gruppo di attori itineranti a bordo di una Cadillac; i partecipanti al "1º convegno dei dentisti dantisti"; un uomo d'affari di cui Totò è debitore. In seguito, prima i due si ritrovano ai funerali di Togliatti e poi incontrano una prostituta.
Alla fine del film i due, stanchi delle chiacchiere del corvo, lo uccidono e se lo mangiano.

Critica e curiosità 

Uccellacci e uccellini è l’ultimo lungometraggio interpretato da Totò in veste di protagonista. Pier Paolo Pasolini era già da un anno interessato a Totò. Il 6 dicembre 1964 “L’Unità” ha pubblicato un soggettino cinematografico intitolato La (Ri)cotta, primo imbarazzato approccio di un coraggioso intellettuale a una maschera sublime, nonché seguito del famigerato episodio del film Ro.Go.Pa.G. che ha fruttato al regista un processo per vilipendio alla religione. La protagonista è la figlioletta di Stracci, il barbone morto d’indigestione sulla croce durante le riprese di un film sul Vangelo; la bambina, che chiede l’elemosina suonando il violino, incontra il principe de Curtis, un potente capitalista milanese che finisce interdetto dai parenti e moribondo tra i rifiuti della borgata, mentre la piccola diventa una stella del cinema. Il soggettino non si trasformerà mai in film ma Pasolini ha già in mente almeno altri tre spunti, e va a sondare la disponibilità del principe recandosi a trovarlo ai Parioli con Ninetto Davoli. Le tre storie che costituiscono l’ossatura del film raccontano di un domatore francese che tenta di ammaestrare un’aquila che simboleggia il Terzo Mondo, di due fraticelli che ricevono da S. Francesco l’ordine di convertire i falchi e i passerotti, e di un padre e di un figlio che camminano accompagnati da un corvo che straparla come un intellettuale marxista. Totò sarà il domatore, il frate anziano e il viandante-padre; Ninetto Davoli interpreterà l’assistente del domatore, il frate giovane e il viandante figlio.
L’incontro va maluccio. Antonio de Curtis non apre quasi bocca, imbarazzato dall’aura di grande scrittore e di orgoglioso omosessuale che circonda il suo interlocutore. L’attore comunque accetta, lusingato dal fatto di essere richiesto da un intellettuale illustre, e le riprese cominciano tra diffidenza e perplessità. Il regista vuol depurare l’interprete da vizi e vezzi ormai risaputi, gli toglie più che aggiungere, cercando una purezza primordiale. Il principe, che non ha ben capito di che parli davvero quel film, si limita a farsi spiegare scena per scena cosa deve fare, cosa deve dire, come deve reagire a una battuta o a una situazione. 

Dal punto di vista formale Pasolini adotta un linguaggio più cinematografico che in passato, cercando una tensione estetica tra scabri paesaggi autostradali e inquadrature ricercate, tra contesti (neo)realistici memori di Rossellini, parabola religiosa, bozzetto felliniano e citazione da Chaplin. Contrasti e dualismi sono ricercati, con effetti superficialmente umoristici, in nome di un superamento, o della speranza di un’armonizzazione. Lo stesso Totò è stato scelto “per la sua natura doppia: da una parte il sottoproletario napoletano e dall’altra il puro e semplice clown, cioè un burattino snodato, l’uomo dei lazzi, degli sberleffi”. L’attore lo ha capito bene: “I miei sono personaggi astratti e concreti, che hanno dell’umanità ma certe volte non ne hanno”.

Nell’ultimo episodio, L’aigle, Totò rifà per l’ultima volta l’imitazione di un volatile, l’occhio incantato da nuove visioni interiori, le giunture ancora mobilissime a sessantasette anni suonati (ma è la porzione più ideologica e autobiografìstica del film, e Pasolini, incalzato dal produttore Bini, la eliminerà).

Il film parte da presupposti ideologici, e non lo nasconde; le metafore, i riferimenti sociali, i sottintesi politici raffreddano la comicità di Antonio de Curtis, la velano, la trasformano. Totò è Totò e non lo è più, e il pubblico se ne accorge: dei suoi cento film, è quello che in sala incasserà meno. Ancora una volta controcorrente, spiazzante, ‘scandaloso’, Pasolini scardina consuetudini e aspettative, mettendo un comico considerato ormai bollito e un esordiente senza esperienza come protagonisti assoluti di un film che si vorrebbe comico ma è di arduo e arcano significato.

Torna di moda l'accostamento di Totò a grandi registi: se Pasolini, se De Sica, se Rossellini... Soprattutto: se Fellini. Il regista di 8 e 1/2 è quello che per temperamento fantastico e affinità sentimentale nei confronti del varietà pareva il più indicato per dirigere Totò, ma difficilmente il suo ego glielo avrebbe permesso. Totò ha la capacità di inglobare tutto, di far proprio il film, di sottomettere a sé trama e stile; con Pasolini il connubio — almeno a tratti — riesce, quando il regista fa un passo indietro, quando scruta il suo interprete con umiltà, quando accetta di seguirlo nel suo mondo fatato: Fellini sarebbe stato altrettanto generoso?

La lavorazione ha momenti fisicamente impegnativi: si gira quasi tutto in esterni tra Assisi, Tuscania, Roma e l'aeroporto di Roma-Fiumicino. La produzione fu costetta a cambiare più volte il corvo; ogni volta l'animale tentava di cavare gli occhi di Totò, alla fine si decise di usare un corvo cresciuto in cattività e le scene riprese con la gabbia nascosta dietro la macchina da presa cosi che l'animale una volta appoggiato a terra cominciava a camminare per raggiungere la gabbia.

Nonostante tutto, per l'interpretazione di Uccellacci e uccellini Totò ricevette la menzione speciale al Festival di Cannes del 1966. 

Alcuni mesi dopo il sindacato dei giornalisti cinematografici gli assegna il nastro d'argento come migliore attore protagonista; inutile dire che al successo di critica non ebbe corrispondenza il successo commerciale.

Nell’incontro con gli stranieri, se, come generalmente avviene, ignora la lingua dell’interlocutore, Totò ne usa un’altra qualsiasi, o ne mescola molte. A soccorrerlo in queste situazioni c’è naturalmente la sua grande abilità nella comunicazione non verbale, a cui ha reso omaggio Pasolini facendogli interpretare in Uccellacci e uccellini la parte di un uomo che riesce a farsi capire persino da falchi e passeri. L’efficienza della comunicazione propriamente linguistica, invece, è per lo più soltanto immaginaria: i destinatari diretti capiscono di solito assai meno dello spettatore. Spesso l’assenza di significato è del tutto programmatica e scoperta. In questi casi Totò si limita a pronunciare parole, nomi propri o semplici sequenze di sillabe che evochino in maniera approssimativa la lingua del suo interlocutore.


Così la stampa dell'epoca


1966 05 04 Tempo Le Streghe intro

Con i nostri film "L’armata Brancaleone” - "Signore e signori” - “Uccellacci e uccellini” al Festival di Cannes.

Il nostro cinema è rappresentato al Festival di Cannes, che si sta svolgendo in questi giorni, da tre film: «L’armata Brancaleone » di Mario Monicelli, «Signore e signori » di Pietro Germi e «Uccellacci e uccellini » di Pier Paolo Pasolini. Tre pellicole molto diverse fra loro, ma che, tutte e tre, portano sullo schermo del festival francese un po’ d’Italia che ride (anzi, sorride) amaro, un’Italia con il suo dritto e rovescio, con le sue luci e le sue ombre. Osserviamoli un poco da vicino questi film.

Cominciamo da «L’armata Brancaleone » che è stato scelto dalla commissione selezionatrice italiana (gli altri due sono stati invitati dagli organizzatori del Festival), e che dovrebbe quindi rappresentare il meglio della nostra produzione degli ultimi mesi. Si svolge nel Medio Evo e racconta la storia di un gruppetto di straccioni che, al comando di un cavaliere (Brancaleone da Norcia, straccione egli pure), parte alla conquista di castelli, terreni ed onori, ma che, strada facendo, trova non pochi ostacoli ai suoi arditi sogni di gloria. I nostri eroi si trovano a patire molte pene e a subire molte sconfitte: la peste, i tornei, gli scontri con pirati saraceni e guerrieri bizantini, e riescono alla fine a sottrarsi a mala pena all'impiccagione, arruolandosi — modesti crociati — nella brigata di un allucinato monaco che li trascina in Terra Santa. Candidi e affamati, leali e un poco matti, truculenti e paurosi, gli eroi della spavalda armata Brancaleone, con le loro spassose avventure, ci suggeriscono un'amara conclusione: che in ogni epoca i poveracci patiscono le ingiustizie e gli insulti dei potenti e che è sempre pericoloso per chi è nullatenente aspirare a cospicue conquiste.

Il film di Pietro Germi «Signore e signori » è una storia all’italiana, ambientata in una città del Veneto, bigotta, ipocrita e maldicente. Si articola in tre episodi. Nel primo conosciamo i personaggi di tutte le vicende: professionisti con l'idea fissa del sesso, seduttori da strapazzo, arrampicatori, donne dedite ad un'unica occupazione, quella di piacere ad un uomo che non sia il proprio marito, e preoccupate solo di ciò che dirà la gente. In questo clima è possibile che un uomo si finga impotente per avere carta bianca nei corteggiamenti della moglie del proprio medico e amico. Quando il medico si accorge della tresca si preoccupa soprattutto di una cosa: che la gente non sappia nulla.

Nel secondo un povero diavolo, impiegato di banca, beone e sognatore, si innamora, ricambiato, di una patetica cassiera, imbevuta di fumetti. I due sono decisi 3 vivere insieme e far trionfare il loro amore pulito, ma l'uomo è sposato ed ha subito contro l'intera città; dal parroco al commissario di PS al direttore di banca, che lo riconducono, suo malgrado, in famiglia. Nel terzo episodio sono coinvolti sei personaggi molto in vista: il medico, il farmacista, un avvocato, un architetto, un commerciante, un industriale, i quali, in un solo pomeriggio, hanno un'avventura con la stessa ragazza, che si «passano » l’un l'altro come fosse un oggetto. La ragazza ha sedici anni. Il padre, un contadino ignorante, ma sensibile al fascino dei soldi, cerca di trarre vantaggio dall'«incidente» e denuncia i sei uomini. Le cose sembrano mettersi male per i sei seduttori quando la moglie di uno di questi, con una cospicua somma, convince il contadino a ritirare la querela e sobbarcarsi un processo per calunnia. E non importa se la donna nell'impresa ci "rimette le penne", su un giaciglio di paglia e fieno: la giustizia è gabbata, la reputazione è salva.

Il terzo film, quello di Pier Paolo Pasolini, «Uccellacci e uccellini », è una favola, come l'ha definita il suo autore, una favola senza una vera storia e con tre singolari personaggi: due vagabondi e un corvo parlante.

1966 05 14 Noi Donne Uccellacci e uccellini 01

Le immagini poetiche di Pasolini

Ci sembra giusto soffermarci su questo film — il più interessante dei tre — poiché non è ancora apparso sui nostri schermi. La sua trama? Difficile da raccontare: un uomo (Totò) e il figlio (Ninetto) compiono un viaggio di cui non si conosce nè l’inizio nè la fine, ai margini di una periferia sconfinata, popolata da strani personaggi. Lungo il cammino, nel groviglio di piccole avventure, bizzarre, assurde, comiche. i due incontrano anche un corvo parlante che si unisce a loro per fare un tratto di strada insieme. L'insolito trio cammina sotto il sole ed il corvo cerca di far dire al padre e al figlio dove sono diretti, cosa fanno, come vivono e cosa pensano della vita: ma loro proprio non lo sanno! Il corvo cerca allora di illuminarli, spiegando la natura dei fatti nei quali si trovano implicati. E’ una fatica vana. Il corvo persiste: egli è un conversatore tenace e cerca di coinvolgere i due ignari individui nelle argomentazioni della sua stringente dialettica.

Ad un certo punto, per dare maggiore efficacia alle sue parole, racconta un'autentica storia che tratta di «Uccellacci e uccellini ». Ed allora Totò, nei panni di un vecchio frate, e Ninetto in quelli di un fraticello sfaticato, si trovano a vivere una avventura nell’anno 1200. San Francesco chiede loro di decifrare il linguaggio degli uccelli per poter predicare anche ad essi l’amore. Il compito è arduo ma il vecchio frate Totò lo svolge con ardore: incurante del passare delle stagioni, trascorre lungo tempo in ginocchio nella fiducia di riuscire ad intendere un giorno il linguaggio' dei falchi e dei passeri. Finalmente ci riesce. E quando possiede il segreto dei due linguaggi egli può finalmente parlare nelle rispettive lingue agli uccellacci e agli uccellini per convertirli all'amore. Ma i falchi, pur conquistati nell’amore, si precipitano sui piccoli passeri e li divorano. Come accade purtroppo nella vita di ogni giorno.

Terminata la rievocazione dell’anno 1200, i tre amici: corvo, Totò e Ninetto, proseguono nel loro cammino, assistono a piccoli fatti, vivono avventure comiche e tragiche che danno al corvo altri spunti per seguire la sua predicazione ideologica. Ma Totò e Ninetto ormai a malapena nascondono la noia, vogliono liberarsi dello scocciatore e d'un tratto lo afferrano, gli tirano il collo, lo arrostiscono e se lo mangiano. il corvo, ha spiegato l'autore, «è il razionalismo ideologico ormai superato dal messaggio di Giovanni XXIII; la fine del corvo — sempre secondo l'autore — rappresenta l'assimilazione crudele di alcune idee: l'umanità ingurgita quello che deve divorare e procede avanti verso altri traguardi ».

Il film, nel suo arduo linguaggio carico di simbolismi, sarà difficilmente capito dal vasto pubblico. Pasolini ne spiega cosi i significati in una lettera agli amici e ai critici: «Mai ho assunto a tema di un film un tema esplicitamente così difficile. La crisi del marxismo, della Resistenza e degli anni Cinquanta — poeticamente quello anteriore alla morte di Togliatti — patita e vista da un marxista, dall’interno: niente affatto però disposto a credere che il marxismo sia finito (dice il corvo: "Non piango sulla fine delle mie idee, che certamente verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera e portarla avanti! Piango su di me...”) ».

Crisi ideologica di un intellettuale, quindi, chè sarebbe forse arbitrario parlare di crisi di una società. E comunque si tratta di un tema complesso, difficile da tradurre in immagine e fare spettacolo. Pier Paolo Pasolini, infatti, non vi è sempre riuscito. Egli tuttavia ha realizzato un'opera coraggiosa, con accenti poetici e immagini suggestive. Poiché Pasolini è un poeta della macchina da presa. Pochi hanno saputo, come lui, accostarsi con tanto candore ai personaggi più umili (rappresentanti di un sottoproletariato istintivo, senza una vera coscienza) e raccontare con tanta umana partecipazione le loro vicende. Pasolini ama i suoi personaggi: ragazzi di vita, uomini e donne senza lavoro e senza fissa dimora, gente che agisce sotto la spinta di elementari necessità: vivere, mangiare, amarsi. Esseri infelici, diseredati ma inconsci della loro infelicità.

Un cinema in crisi

Come accoglierà questi personaggi il pubblico di Cannes, un pubblico mondano, misto, fatto di intellettuali e di commercianti, di avanguardisti e di snob? Come accoglierà i film italiani amari e ridanciani, comici e patetici?

Ma indipendentemente dall'accoglienza che riceveranno, questi film si prestano ad alcune considerazioni: essi sono il sintomo di una crisi che travaglia il nostro cinema, una crisi di idee, soprattutto. Gli eroi del film di Monicelli — simpatici, spassosi, ironici, ammonitori — sono troppo lontani da noi. dalla nostra vita di oggi perchè possiamo partecipare veramente alle loro avventure.

Nè ci convince fino in fondo il film di Germi che non ha la polemica drammaticità di «Sedotta e abbandonata», nè la forza ironica di «Divorzio all'italiana». Nato dalla intenzione di denunciare con forza la ipocrisia, la bigotteria, l'immoralità della borghesia veneta, ha finito per trasformarsi in racconto di avventure boccaccesche, viste con troppa complicità per suscita indignazione nel pubblico più sprovveduto.

E il film di Pasolini, il più nuovo dei tre, ci si presenta come un'opera non risolta in uno squilibrio tra ambizioni e risultati sul piano spettacolare e. probabilmente, destinata a restare oggetto di interesse e dibattito tra ristretti gruppi di amatori. Incapace cioè di raggiungere con la sua tematica — pure interessante— un pubblico molto vasto.

Del resto la produzione italiana di questa stagione, nel suo complesso. ha segnato una battuta di arresto. Lo stesso film di Bellocchio «I pugni in tasca », che ha fatto tanto scalpore e che ci ha rivelato un autentico ingegno della regia, va a scavare in un mondo che ha già avuto altri dissacratori, anche se non altrettanto impulsivi e veementi. I giovani di oggi hanno altri miti da demolire — oltre la famiglia o la madre.

Si ha l'impressione cioè che anche nei suoi risultati più felici il nostro cinema continui a ripetere temi e polemiche superati, in un momento in cui il cinema europeo — quello francese, inglese, cecoslovacco — va alla scoperta dei germogli di una realtà nuova, una realtà che, guarda caso, pare abbia come principali protagonisti le donne e i giovani, una schiera di individui in fermento, alla ricerca di modi nuovi di vivere, di una propria dimensione, di un proprio equilibrio, di una propria completezza, anche contro le convenzioni, le regole codificate.

Cinque anni fa proprio a Cannes, fu presentato il film di Antonioni «L'avventura»: fu un insuccesso clamoroso. Il regista e l’interprete, Monica Vitti, uscirono sconfitti e sconsolati dal palazzo del cinema, ma un mese dopo a Parigi la gente faceva la fila per andare a vedere quel film, che parlava di incomunicabilità, di alienazione dei sentimenti, che costringeva lo spettatore a prendere coscienza di una realtà non ancora confessata. Perchè, indipendentemente dalla sua fattura, un film oggi vale per ciò che di nuovo riesce a dire, per il suo apporto alla presa di coscienza dei problemi che si agitano in noi e intorno a noi, assolvendo così un'autentica funzione culturale. I tre film che presentiamo a Cannes, dolce-amarognoli, hanno qualcosa di nuovo da dire?

Maria Maffei, «Noi donne», anno XXI, n.20, 14 maggio 1966


1966 06 01 Tempo Cannes intro

Mentre ben poco di nuovo ha offerto la rassegna di film, il Festival è stato animato dai problemi sollevati dalle attrici vecchie, giovani e in erba.

Cannes, maggio

Cannes 1966 può essere ricordata come una grande battaglia fra donne. Nel salone dominato dai grandi occhi di Sofia Loren, non c’erano, infatti, quest’anno che regine dello schermo. C’erano le grandi francesi, Jeanne Moreau, Michèle Morgan, Anna Karina, Catherine Deneuve; non è mancata Monica Vitti, nè Rosanna Schiaffino. Non c’erano invece le stelle che cercano la consacrazione o quelle che tentano un debutto. Cannes 1966 ha segnato la fine della starlet.

1966 06 01 Tempo Cannes f1

Per la prima volta queste ragazze che si lasciavano docilmente scaraventare vestite in acqua o, seminude, in sala di proiezione, hanno disertato il loro festival prediletto. Siccome le attrici lavorano e le starlettes no, erano sempre le starlettes che animavano il Festival della Costa Azzurra : la Croisette, durante il festival, diventava solitamente una sorta di "borsa del sex-appeal”.

Nel 1951 diventò famosa, grazie a un bikini microscopico, Myriam Bruce che oggi, grazie a quel bikini, possiede uno yacht ancorato sul luogo del trionfo, cioè nella rada di Cannes. Nel 1954 Bella Darvhi guadagnò notorietà grazie a una spallina che si spezzò in un luogo deserto, ma accuratamente affollato di fotografi; successivamente fece qualche sforzo artistico nel cinema. Ora possiede un attico sulla Costa Azzurra e giuoca alla roulette. Tutta la spiaggia nel periodo del festival era una folla di piccole Ève, disperatamente discinte, disperatamente sorridenti, disperatamente mansuete davanti agli obbiettivi e alla luce del sole mediterraneo. Perfino i russi avevano i loro specialisti in tipi di bellezze da lanciare.

Non più impegnata alla trattazione dei piccoli valori, Cannes si è rivolta, quest’anno, alle grandi donne; cioè alle vere abitatrici del grande olimpo cinematografico.

A celebrare il ventesimo compleanno, il festival ha voluto infatti i grandi nomi per rendere omaggio, non foss’altro, ai numerosi "immortali” che sedevano nella giuria. Quest’anno le attrici agli albori sono sbocciate quiete, filosofeggianti ed erudite. Le debuttanti si sono dimostrate, in senso rigoroso, delle "brave ragazze”, docili, graziose, corrette e versatili. La categoria include, per esempio, Patrizia Valturri. Ligia al suo ruolo di ingenua, la soda "pollastra” del film di Germi, Signore e signori, rievocava con disappunto di aver perso ventimila lire alla roulette. Patrizia come nessuna delle debuttanti vuol essere paragonata a una "maggiorata fisica”. Una star in corso di fabbricazione vuole il più possibile discostarsi dall’esempio, del resto fortunatissimo, delle "grandi” del nostro cinema, che si sono fatte strada grazie al concorso di eloquentissime anatomie. I loro archetipi sono le Hepburn, non le Loren.

«La più sbagliata idea per una debuttante è quella che racchiude tutte le sue risorse nei limiti delle esibizioni fisiche », mi spiegava il manager della Minazzoli, una giovane che sembra non sia sprovvista di arte drammatica. Anche Patrizia Valturri non è priva di attitudini alla recitazione. A Cannes non la si è mai vista in costume da bagno. Disdegna le brigate. Improvvisamente bamboleggia, il che contrasta con i suoi grandi e seri occhi. Andrà lontano, immagino, proprio perchè è risentita, caparbia, chiusa, decisa a fare tutto da sè, a cominciare dalle sue pose di ragazza ipersensibile.

Il declino della stellina sprovveduta con la sua tenacia spesso senza speranza, appare moralisticamente confortante. Il cinema chiedeva loro molto più di quanto non desse. Insorge ora la domanda: come nasce oggi una stella? Niente di più facile che rispondere a questa domanda dal momento che lo star-system non ha più segreti e compie le sue operazioni sotto gli occhi di tutti. Dove una volta la genesi di una diva era per lo più ricostruita ”a posteriori” (dalla gallina all’uovo), per via di congetture più o meno fantastiche; oggi la si coglie sull’atto. come nella cruda luce di un laboratorio scientifico. Si veda il caso — in Francia — di Mireille Dare, della quale non sappiamo ancora se sarà una grande stella; ma sappiamo bene che nasce, sotto la spinta di una volontà collettiva che vuole che essa nasca.

Il cinema si è perfettamente uniformato al secolo della scienza e della tecnica. I divi oggi sono prefabbricati; il cinema tratta freddamente o respinge quello che sente non appartenergli o che appartiene. in senso troppo generale, al cinema della vita. Ora il modello è Julie Christie che nel volgere di due anni è arrivata ad occupare le prime posizioni nella graduatoria delle attrici più j popolari e che si è permessa di fare quello che neppure a Jeanne Moreau è ì concesso: disertare la serata, quella del Dottor Zivago, film del quale è la principale protagonista. Ha respinto tutti gli appelli non desiderando interrompere la sua vacanza ?in Grecia

Per non essere oscurate dal suo fulgore, molte attrici di recente fama hanno disdetto il viaggio a Cannes. Così Catherine Spaak e così Mireille Dare, la quale si è messa sulla scia di Brigitte Bardot di cui è pronta a prendere l’eredità. Mireille è apparsa ad Antibes, all’Eden Roc ma non ha toccato la Croisette. Molte attricette hanno invece ricevuto l’ordine di essere molto alla mano, prive dell’alone mitico che circonda con patente artificio, le grandi "veneri” della celluloide, e di fare sfoggio di cultura. Così Monique de Longeville dice di essere una lettrice di Ovidio e di trascorrere pomeriggi estatici ascoltando Mozart.

Evidentemente la creazione di una diva richiede, ora, la cultura; l’aspetto saliente della "maggiorata” è stato sempre l’ignoranza. Edgar Morin, il sociologo francese specializzato nello studio delia psicologia cinematografica, ha sostenuto a Cannes che l’inaccessibilità mitologica di alcune dive contemporanee è motivata dall’incoltura. Le stars, come Sofia Loren, Audrey Hepburn, si renderebbero inaccessibili e sublimi per nascondere la loro patente ignoranza. E’ un’ipotesi un po’ azzardata e paradossale, che non ci trova dei tutto d'accordo; ma è un fatto che le nuove leve del cinema, per tenere un comportamento esattamente contrario a quello delle grandi stars, si sforzano di apparire intelligenti e colte. Non aspirano a un prestigio immortale e si circondano di tutte le caratteristiche della donna moderna.

La star-pilota è Julie Christie che ha recitato Shakespeare, che cita Dylan Thomas, legge Salinger e disprezza la Sagan. Per diventare dive è dunque oggi più diffìcile; bisogna saper parlare di Bela Bartok («E’ pieno di un rigore che mi completa », ha detto Christiane Carrère) e avere un volto interessante. «Meglio un viso che sia un nido di rughe, — osservava a Cannes Catherine Deneuve, — che una faccia liscia come una palla di biliardo ». Mentre le i grandi dive in carica si preoccupano delle rughe e, all’occorrenza, si fanno tirare la pelle, le nuove qua-i si le invocano.

Maurizio Liverani, «Tempo», anno XXVIII, n.22, 1 giugno 1966


Uccellacci e uccellini, Totò secondo Pierpaolo Pasolini

Totò e la censura

Andrea Sanseverino, quadernidaltritempi.eu, quicampania.it, Paolo Mereghetti, Piero Calderoni, lazionauta.it, cinecensura.com, Angelo Olivieri
Totò e la censura


Les film de Pierpaolo Pasolini mini
2002 - Les film de Pierpaolo Pasolini - Des oiseaux petit et grands

1976 08 03 La Repubblica Toto Film con Pasolini intro

 “Uccellacci e uccellini” lo scrittore gli aveva affidato il ruolo di un personaggio innocente fuori dalla storia e dalla politica, strappandolo all'immagine di aggressiva volgarità alla quale l’aveva consegnato il cinema italiano degli anni cinquata senza capirne la bontà, l'estrema saggezza, il distacco dalle cose.

Pasolini, in molte sale cinematografiche si proiettano i vecchi film di Totò. Siamo di fronte a un recupero? Possiamo tentare una analisi di questo fenomeno?

« Il recupero dei film di Totò mi sembra puramente casuale, non ha altro senso se non quello di riproporre alla volgarità degli anni settanta la volgarità degli anni cinquanta. Sono sicuro che i film che ha fatto Totò durante gli anni cinquanta sono tutti orribili, squallidi e volgari. Non per colpa sua, perché in questo caso bisogna ipotizzare una distinzione assolutamente netta, precisa, tra autore del film ed attore. In quanto attore Totò si è autocreato ed è vissuto autonomamente ma i film che ha fatto sono oggettivamente brutti.

E allora che senso ha riproporli?

« Infatti: questo dimostra che sostanzialmente nulla è cambiato, ed anzi probabilmente quanto a volgarità e sotto-cultura gli anni settanta non hanno da invidiare agli anni cinquanta. Voglio dire, in realtà non c’è stato un caso Totò negli anni cinquanta. Negli anni cinquanta Totò è stato uno dei tanti prodotti, delle tante merci che si sono consumate quasi senza accorgersene. Non è stato un caso di cultura, perché negli anni cinquanta c’erano altri problemi, altri casi, molto più interessanti, più vivi, più reali, anche se, come tutte le cose umane, superati. Invece oggi, negli anni settanta Totò è una scoperta, una scoperta che ha carattere di una scoperta cosiddetta culturale. Per me non lo è, significa che negli anni settanta si sono scatenate delle forze, degli interessi che erano rimasti sopiti allora e che esplodono adesso ».

Nel suo film, « Uccellacci e uccellini », lei ha usato questo personaggio per quello che era, un piccolo borghese che non vede la storia che gli passa vicino...

« No, nel mio film ho scelto Totò per la sua natura doppia: da una parte c’è il sottoproletario napoletano e dall’altra c’è il puro e semplice clown, cioè un burattino snodato, l'uomo dei lazzi, degli sberleffi. Queste due caratteristiche insieme mi servivano a formare il mio personaggio ed è per questo che lo ho usato. Nel film non si presenta come piccolo borghese, ma si presenta come proletario, sottoproletario, lavoratore. E il suo non accorgersi della storia è il non accorgersi della storia dell’uomo innocente, non del piccolo borghese che non vuole accorgersene per i suoi miseri interessi personali e sociali ».

C’è stato un particolare apporto di Totò, oppure l'attore «è piegato a una sceneggiatura di ferro?

«E* difficile fare questa distinzione perché io uso attori e non attori ma, praticamente mi comporto con loro allo stesso modo. Cioè li prendo per quello che sono, non mi interessa loro abilità, se prendo un attore lo prendo per quello che è. Mettiamo Ninetto Davoli: non era attore quando ha cominciato a recitare con Totò, e l'ho preso per quello che lui era, non ne ho fatto un altro personaggio. La stessa cosa ho fatto per Totò. Naturalmente un attore porta in questa operazione la sua coscienza e quindi può essere usato proprio per la realtà che lui è. Molte volte non accetta, resiste, ma sostanzialmente il risultato finale espressivo non tiene conto degli apporti professionali dell'attore, ma di quello che lui è "anche" in quanto attore ».

Ma Totò uomo era forse un personaggio completamele diverso, prendiamo per esempio quella suo goffa ansia di nobiltà...

Ma no, quella sua ansia di nobiltà è molto ingenua! Quando io dico prendo una persona per quella che è, intendo soprattutto come uomo. Nel fondo di Totò c’era una dolcezza, un atteggiamento buono, e al limite qualuinquistico, ma di quel qualunquismo napoletano che non è qualunqulismo, bensì innocenza, distacco dalle cose, estrema saggezza, decrepita saggezza. Quindi, quando dico Totò nella sua realtà intendo dire nella sua realtà di uomo, ed aggiungo "anche” di attore».

Come mai, in « Uccellacci e uccellini », per trovare un antagonista ad un intellettuale di sinistra in crisi lei ha scelto proprio questo tipo di personaggio già codificato nel qualunquismo?

« La mia ambizione era proprio quella di strappare Totò dal codice, cioè di decodificarlo. Come era il codice attraverso cui uno poteva interpretare Totò allora? Era il codice del comportamento dell’infimo borghese italiano, dell'infima borghesìa portata alle sue estreme espressioni di volgarità e di aggressività. di inerzia, di disinteresse culturale. Totò. innocentemente, faceva tutto questo, vivendo parallelamente (attraverso quella dissociazione di cui parlavo prima) un altro personaggio che era al di fuori di tutto questo. Però il pubblico lo interpretava attraverso questo codice. Ed allora io per prima cosa ho cercato di passare un colpo di spugna su questo modo di interpretare Totò ed ho tolto tutta la sua cattiveria, tutta la sua aggressività, tutto il suo teppismo, tutto il suo fare sberleffi alle spalle degli altri. Questo è scomparso completamente dal mio Totò. Il mio Totò è quasi tenero, e indifeso come un implume, è sempre pieno di dolcezza, di povertà fisica, direi, non fa le boccacce dietro a nessuno. Sfotte leggermente qualcuno ma come qualche altro potrebbe sfottere lui. perché è nel modo di comportarsi popolare il desiderio di sfottere qualcuno... ma è una sfottitura leggera e mai volgare. Quindi come prima cosa ho cercato di decodificare Totò, avvicinandomi il più possibilmente alla sua vera natura che veniva fuori in quel modo strano che dicevo. Una volta fatto questo, l’ho opposto in quanto antagonista all’intellettuale marxista ma borghese. Ma è un antagonismo che non sta in Totò o nel corvo che fa l’intellettuale, sta nelle cose. Insomma ho opposto un personaggio innocente, fuori dall'interesse politico immediato, cioè fuori dalla storia, a chi invece fa della politica il suo vero e profondo interesse e vive in quella che lui crede essere la storia. Cioè ho opposto esistenza a cultura, innocenza a storia ».

Nelle prime cose di Totò qualcuno ha visto un certo legame con l’avanguardia, per esempio con il futurismo.

« L'avanguardia nasce sempre come un'élite battagliera, paradossale e scandalosa, ma poi la sua prima preoccupazione è quella di annettersi il più possibile epigoni e fonti. Il caso Totò mi sembra una di queste operazioni tipiche dell'avanguardia per allargare il proprio dominio territoriale. Si, si può dire che Totò, il sue modo di essere, di presentarsi, di esprimersi fisicamente, ha qualcosa di avanguardistico in senso lato e cioè ha se non altro l'estraniamento: si stacca dalle cose, dal mondo degli altri e costruisce questa specie di marionetta che nor ha quell’interezza umana tipici dell'arte classica, semmai è tipici dell’avanguardia ».

E l’uso del dialetto?

Il rapporto di Totò con il dia letto è molto realistico. Probabilmente decise fin dalle origini di non essere un attore dialettale napoletano. come per esempio Eduardo De Filippo, e i tipici attori dialettali. Ha voluto essere un attor dialettale di origine napoletano ma non strettamente napoletano.

E cioè la sua lingua è stata un specie di mimesi del dialetto del modo di parlare del meridionale emigrato in una città burocratica come Roma. E allora ecco gli inserti di lingua burocratica di lingua militaresca, dei vari gerghi del parlare comune, quello sportivo per esempio. Ma nell’uso che io ho fatto di Totò ho eliminato tutto questo. Ho eliminato parole dette tra virgolette, le citazioni burocratiche, militaresche e sportive, e gli ho dato un linguaggio che se non è il linguaggio corrente dialettale napoletano o romano è un misto dei due. E' una lingua che può parlare un emigrato meridionale che non vive più al sud da venti o trenta anni quindi ha perso le sue caratteristiche linguistiche mescolando con le nuove ».

«La Repubblica», 3 agosto 1976


«Nella periferia industrializzata di Roma, Pier Paolo Pasolini comincerà il 27 settembre le riprese del nuovo film da lui ideato, sceneggiato e diretto. Il suo curioso titolo, Uccellacci ed uccellini, rispecchia lo spirito della pellicola, che in tre episodi comici tratterà dei rapporti fra uomini e pennuti in forma fantastica ma in stile realistico. Naturalmente, gli episodi avranno un significato e sottofondo simbolico, ma narrativamente e figurativamente essi saranno realizzati al modo di gaffs, che vanno da Charlot a Jacques Tati.

Protagonista unico, Totò, In personaggi diversi per ogni storia, e la scelta stessa del protagonista dice quale carattere si vuol dare al film sullo schermo. Nella prima storia, Totò sarà u domatore di un grande circo, impegnato a comprendere il linguaggio degli animali e ad intrecciare con essi, nei limiti del possibile, un dialogo. Dopo i successi ottenuti con alcune bestie, dal cammello alla tigre, egli vuole insegnare a parlare e farsi rispondere dal più difficile interlocutore, la maestosa aquila. Clamorosamente, convocando i giornalisti, annuncia questo suo proposito, dicendosi certo del risultato. Ma, con la regina dei pennuti, i suoi sforzi si rivelano vani. Ossessionato e disperato, moltiplica I tentativi e, non riuscendo nel lo scopo, alla fine esplode gridando, fuori del gangheri all’animale: «Ma insomma, tu che fai?». Ed ecco, dal becco dell’aquila, colare finalmente una risposta: ma è una risposta assurda. Dinanzi al naufragio di ogni sua speranza di razionalizzare l'aquila, il domatore finisce per assimilarsi a lei, e parte volando verso il Gran Sasso.

Nel secondo episodio un vecchio frate, assistito da un giovane fraticello, continua a parlare agli uccelli come faceva San Francesco. Il compito è difficile per lui ma fermamente lo persegue: inginocchiato, incurante della gelida neve che lo copre o del sole che lo morde, nel volgere delle stagioni, trascorre anni a cercar d'intendere il linguaggio dei falchi e finalmente riesce nel suo intento. Ripete la lunga fatica con i passeri e consegue un altro risultato positivo. Ma a questo punto vede i falchi precipitarsi sui passeri e mangiarseli. Ricomincia così la sua paziente opera tenendo conto di questo problema che, per chi voglia vederlo nel significato attribuitogli dall'autore, può essere espresso nel fatto che le classi sociali sono singolarmente evangelizzate, ma debbono ancora essere evangelizzate nei rapporti fra loro.

Protagonista del terzo episodio è un uomo che cammina insieme con il figlio in un viaggio senza confini. Lungo questo cammino, ad un certo momento, essi incontrano un corvo, che certamente non ha bisogno di ammaestramenti per parlare. E’ un discorritore tenace, anzi, e instancabilmente parla ai due uomini con ima dialettica fra marxista e anarchica. Tanto lungo e insistente è il suo discorso che il padre strizza l’occhio al figlio, indicandogli con una smorfia la soluzione. Il corvo è ucciso e mangiato. Poi 1 due viandanti riprendono 1] loro cammino verso l’orizzonte. Il corvo vuol rappresentare, per Pasolini, il razionalismo ideologico degli anni Cinquanta, superato dal messaggio giovanneo e la fine del corvo rappresenta l’assimilazione crudele di alcune sue idee. L’umanità divora quel che deve divorare e procede avanti, verso quali traguardi nessuno sa. E' il mistero dell’uomo considerato nella immensità del tempo.»

Al. Cer., «Corriere della Sera», 10 settembre 1965


I recensori accusano il colpo e si dividono: Enzo Biagi scrive che Totò “si trascina stanco e incosciente in una vicenda che non lo riguarda”; secondo Moravia, “nella parte del padre ci ha dato una delle sue migliori interpretazioni”, Grazzini dice che “riassume e affranca il film mutando un personaggio bislacco nella vivente idea dell’assurdo”, Tullio Kezich non riesce “a credere a un Totò eroe brechtiano: il suo universo sta da tutt’altra parte, il rapporto con Pasolini ci sembra deludente”


«[...] Pasolini ricorda spesso certe trovate di Chaplin (il costume di Totò, e la ragazzina vestita da angelo,che compare alle finestre della casa in costruzione, quelle danze improvvise e felici nella campagna deserta) e ha bene in mente certe immagini di Rossellini, dello sfortunato Giullare di Dio [...] Il resto è un miscuglio di elementi estranei che raramente si fondono [...] i vecchi lazzi di Totò, che non rinnova il suo repertorio, e che si trascina stanco e incosciente in una vicenda che non lo riguarda [...].»

Enzo Biagi, 1965


«[...] Uccellacci e uccellini contiene alcune tra le cose più belle di Pasolini [...]. Quello che Pasolini non era riuscito a fare con Anna Magnani in Mamma Roma, cioè inserire il mondo dell'attore in quello del regista, qui gli è riuscito perfettamente con Totò che nella parte del padre ci ha dato una delle sue migliori interpretazioni [...]

Alberto Moravia, 1965


«[...] Totò è straordinario: il film si giustificherebbe anche solo per la sua presenza, in un ruolo arduo, bilicato tra favola e realtà, e che consente al grande attore d'impegnare tutte le virtù della sua maturità [...]

Alberico Sala, 1965


«[...] Totò è unico. Non vedo nessun altro nel cinema, l'italiano e l'altro, capace di reggere a quel modo, dico con quella fusione di pietà e di ridicolo, la mistica caricatura di Frate Ciccilo [...]

Filippo Sacchi, «La Stampa», 1965


«[...] La grande trovata è di affidare a Totò il ruolo del frate Ciccillo [...]

Mario Verdone, 1965


«Pasolini continua a farci sorprese. Ora ha inventato il film « ideo-comico », che sarebbe l’umorismo applicato alla politica e alla sociologia, ovverosia l'impegno ideologico superato dalla favola; insomma, il cervello scavalcato dalla poesia. [...] Uccellacci e uccellini è appunto la confessione, sincera e confusa, di un momento di crisi successivo alla sconfitta, ma espresso in un tal cocktail di polemica culturale e di slanci lirici, e cosi vagamente risolto sul piano del racconto, che il film assume il carattere di un’agenda di fatti personali; certamente di grande interesse per l'intellighenzia che si diverte a riconoscere, fra gli interpreti, artisti e scrittori del bel mondo romano, poco più di un amabile gioco cabalistico per il grande pubblico, costretto a dibattersi in una rete di simboli e di citazioni che vanno da Lukàcs a Giorgio Pasquali. [...] Il film consiste grosso modo di due episodi, ambedue interpretati da Totò e dal giovane Ninetto Davoli, due figure picaresche assunte a simbolo dell'umanità incamminata verso l'ignoto. In un paesaggio di periferia. i due, padre e figlio, si aggirano fra le borgate; nei loro strani incontri si ricapitola l’assurdità del mondo contemporaneo, dove l’antico mistero della vita e della morte si intreccia alle sorprese dei nuovi costumi. e ne nascono interrogativi sul destino di fronte ai quali i due innocenti pellegrini rimangono muti. La realtà è cosi indecifrabile che In loro non desta alcuna sorpresa l’arrivo di un corvo parlante. L’animale dichiara di venire dal paese di Ideologia, d’esser figlio del dubbio e della coscienza. E racconta a suo modo un fatto accaduto nei Milleduecento.

Ora Totò è frate Ciccillo, che insieme al giovane frate Ninetto ha avuto da san Francesco l'ordine di predicare l'amore agli uccelli. Come dirla, bisogna intanto imparare il linguaggio dei pennuti. Dopo un anno d'immobilità e di preghiera, frate Ciccillo canta vittoria: in un colloquio fatto di stridi trasmette ai falchi il messaggio evangelico. Un altro anno di meditazione, quanto basta per capire che i passeri si esprimono saltellando, e il contatto è stabilito, con una specie di bai letto, anche con quei mansueti uccellini. Ma la predicazione non dà frutti, perchè i falchi continuano ad azzannare i passe rotti. Addolorati e delusi, i due frati si convincono che questa è la fatalità del mondo la sopraffazione del deboli. « Bisogna cambiarlo, Il mondo ». ribatte san Francesco, e li manda a ricominciare tutto da capo. Vale a dire, spiegherà Pasolini, che le singole classi sociali possono essere singolarmente evangelizzate, ma non sono ancora sufficientemente educate a rispettarsi fra loro. Con tanti saluti alla lotta di classe. [...]

Secondo episodio, sul tema dell'egoismo e del diritto di proprietà Dopo essere stato preso a fucilate perchè ha abusivamente concimato un campo, ed essersi visto ripagato con una patacca (antifecondativi fuori uso in luogo d’un callifugo) dell’aiuto prestato a una compagnia di guitti, Totò si presenta, in veste di padrone di casa, a una povera donna, e per sfrattarla assume il tono del più spietato uomo d’affari. Ma poco dopo, sempre accompagnato dai corvo chiacchierone, tocca a lui prostrarsi, in veste di debitore insolvente, a un riccone che sta offrendo un party intellettuale. Stesi a terra, lui e Ninetto, da minacciosi cani lupo, supplicano pietà. [...]

Orbene. Impenetrabile ci più nello sterpeto delle metafore, Uccellacci e uccellini • è uno scherzo surreale ( imparentato talvolta con Zavattini), un girotondo fittiziamente popolaresco, In realtà imo sfogo personale che rivela ancora una volta i guasti portati dal sovraccarico di cultura in una personalità
artistica sempre notevole sul piano dell'immediatezza espressiva. Anche chi, e saranno i più, non riuscirà ad afferrare i nessi logici e i sottintesi del film (il commento musicale alterna canti della Resistenza a brani classici), sarà infatti colpito dal buffo delle situazioni, dal controcanto ironico di Ninetto, dalla precisione con cui il paesaggio — il romanico di Tuscania soprattutto — è chiamato a evocare un’atmosfera di grottesca magia (ma il vecchio difetto, il racconto bloccato da certi estetismi, la trasandatezza della recitazione In attori usati soltanto come isole decorative, Pasolini non l’ha perso).

E il resto lo fa Totò, che col suo impagabile istinto comico, servito da ima mimica stavolta magistralmente controllata, riassume e affranca il film mutando un personaggio bislacco nella vivente idea dell’assurdo.»

Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 5 maggio 1966


«Padre e figlio camminano in una Italia immaginaria e insieme estrema mente realistica. Incontrano un Corvo parlante che cerca di spiegare loro la vita secondo filosofia e razionalismo, ma anche narrando storie esemplari (come quella dei frati del Duecento). Infine, i due capitano a Roma, mescolandosi per un tratto con la folla che partecipa ai funerali di Palmiro Togliatti. Riprendono poi la strada, fanno l’amore con una giovane e fresca prostituta, e, sentendo i morsi dell’appetito, tirano il collo al Corvo, stanchi di tante chiacchiere, e se lo mangiano

Gian Piero dell'Acqua, 1965


«La costruzione di un’opera-apologo come Uccellacci uccellini porta alle estreme conseguenze la necessità dì quella chiarezza espressiva per cui i simboli debbono raggiungere, anche nella loro ipotesi di ambiguità, una dimensione – oggettiva o soggettiva – sempre significante. La forma prescelta porta avanti il discorso della tendenziale popolarità per cui l’opera filmica deve avere suggerito riflessioni, mediazioni, contenuti intellegibili. È una estensione dell’opera-saggio, del film cioè che al di fuori dagli schermi narrativi (o prevalentemente narrativi) propone piccole o grandi moralità, definisce lo sgomento di una generazione, annota, come nelle pagine diaristiche, quanto giorno dopo giorno si addensa nella nostra esperienza di uomini vivi, impiegati a cercare una dimensione razionale (anche istintivamente razionale), nei riordinare i fatti di cui siamo, in un modo o in un altro, testimoni

Edoardo Bruno, 1965


«Padre e figlio (Totò e Ninetto Davoli.) incontrano un Corvo filosofeggiante che farà la strada con loro e che spiega la vita secondo la sua ideologia (in crisi), raccontando apologhi (uno su un francescano del duecento che predica agli uccelli e converte sia i falchi sia i passeri, ma a parte, i falchi continuano a mangiare i passeri). Finiscono ai funerali di Togliatti, fanno l'amore con una bella prostituta, vengono picchiati dai padroni e picchiano i dipendenti, e infine tirano il collo al Corvo, affamati e stufi di chiacchiere

Georges Sadoul


«Antonio de Curtis e Pier Paolo Pasolini: è possibile immaginare due cineasti tanto diversi? Il primo è un comico, scatena la sua fantasia in piena libertà; il secondo è un intellettuale, la sua vita, le sue poesie, i suoi film sono atti politici. Il principe è un conservatore di spiccate simpatie monarchiche, il regista un uomo di sinistra pronto al duello dialettico con chiunque, anche con il partito di riferimento; l'arte di Totò si muove nel solco di una tradizione culturale, quella di PPP è spesso violenta opera di sperimentazione

Alberto Anile


I documenti


Totò, una ricca statua di cera

Totò una ricca statua di cera

Così Totò fu definito da Pierpaolo Pasolini, all'inizio di una bella collaborazione artistica in occasione dell'uscita del film "Uccellacci e uccellini":

"Uccellacci e uccellini" è stato il mio film che ho amato e continuo ad amare di più, prima di tutto perché come dissi quando uscì è "il più povero e il più bello" e poi perché è l'unico mio film che non ha deluso le attese. Collaborare con Totò "reduce da quegli orribili film che oggi una stupida intelligenzia riscopre" fu molto bello: era un uomo buono e senza aggressività, di dolce cera. Voglio ricordare anche che oltre che un film con Totò, "Uccellacci e uccellini" è anche un film con Ninetto, attore per forza, che con quel film cominciava la sua allegra carriera. Ho amato moltissimo i due protagonisti, Totò, ricca statua di cera, e Ninetto. Non mancarono le difficoltà, quando giravamo. Ma in mezzo a tanta difficoltà, ebbi in compenso la gioia di dirigere Totò e Ninetto: uno stradivario e uno zuffoletto. Ma che bel concertino.

Pier Paolo Pasolini


Uccellacci e uccellini è stato il mio film che ho amato e continuo ad amare di più, prima di tutto perché come dissi quando uscì è "il più povero e il più bello" e poi perché è l'unico mio film che non ha deluso le attese. Collaborare con lui [con Totò] "reduce da quegli orribili film che oggi una stupida intellighenzia riscopre" fu molto bello: era un uomo buono e senza aggressività, di dolce cera. Voglio ricordare anche che oltre che un film con Totò, Uccellacci e uccellini è anche un film con Ninetto, attore per forza, che con quel film cominciava la sua allegra carriera. Ho amato moltissimo i due protagonisti, Totò, ricca statua di cera, e Ninetto. Non mancarono le difficoltà, quando giravamo. Ma in mezzo a tanta difficoltà, ebbi in compenso la gioia di dirigere Totò e Ninetto: uno stradivario e uno zuffoletto. Ma che bel concertino.

Pier Paolo Pasolini


Ho in mente una dozzina di episodi comici, che vorrei girare ancora con Totò e Ninetto, ma forse non potrò farlo per i troppi impegni.

Pier Paolo Pasolini a Livio Garzanti.


Sono nato a Venezia 81 anni fa. Di lavorare con Totò la mia unica occasione fu “Uccellacci e uccellini”. Ci eravamo incontrati varie volte fuori da quel set solo salutandoci, mai comunque a galà o premiazioni, che personalmente evitavo; ci davamo del “lei”. “Uccellacci e uccellini” lo feci praticamente tutto io, il film ufficiale, in quanto Tonino Delli Colli filmò le sequenze dell’episodio “Totò al circo” (quello poi tagliato al montaggio): lo volle Pasolini come portafortuna. Alfredo Bini si era convinto io fossi il migliore degli Operatori: mi aveva imposto per “Comizi d’amore”, e dopo che avevo realizzato un lavoro su Pasolini per la televisione tedesca, mi aveva voluto per “Uccellacci e uccellini”. Gli esterni che girammo furono vari: a TUSCANIA per l’episodio dei frati ed i dintorni di Roma: Settecamini, l’aereoporto di Fiumicino, alla Tiburtina, alla Magliana.

Alla Magliana girammo il pezzo con Femi Benussi, montato al finale, ma girato non per ultimo.. A Tuscania girammo davanti la chiesa, la sequenza della “cacciata dal tempio”; ricordo che scongiurai Pasolini di non girare qui certe scene, e lui, per rispetto, le sospese. A Tuscania girammo dopo che Tonino Delli Colli aveva girato “Il circo”. La lavorazione era in previsione a partire da luglio od agosto (1965), invece, per altri impegni avuti fino a fine settembre, il primo ciack fu dato a circa metà ottobre. Nel complesso la lavorazione del film durò circa 2 mesi - 2 mesi e mezzo, lo finimmo prima di Natale.

Personalmente non andavo “daccordissimo” con Pasolini. Mi incaricò di rendere fotograficamente bella la Benussi, in quanto rappresentava “l’ideologia”. L’ attrice che fa il ruolo di partoriente, brava, era la moglie del regista Solaro. Il dialogo di Totò e Ninetto sulla sopraelevata era su di un cavalcavia verso Fiumicino. La controfigura di Totò qui non ebbe molto da fare. Per far credere al pubblico che parlasse, il corvo avrebbe dovuto aprire il becco, ma non vi riuscivano: Serpe provò in ogni modo, girandogli la testolina, prendendolo a schiaffi, offrendogli cibo; stava sempre a becco chiuso. Alfredo Bini, vedute le prime proiezioni giornaliere commentò: "Non parla" Pasolini se la prese talmente che fu colpito da un violento attacco d’ulcera, addirittura vomitando sangue. Sotto contratto con Bini per un film vi era Rossellini, al quale Bini fece vedere il materiale girato fino a lì; Rossellini commentò che pareva uno dei suoi film, così Bini, per non perdere preziose giornate di lavorazione offerse a Rossellini di girare alcune sequenze, mentre io fui incaricato di informare Pasolini, il quale dissentiva, dicendomi: "tanto fra un paio di giorni starò bene". Roberto Rossellini diresse le prese per un paio di giorni, con un altro corvo (però troppo “magro”), dato che il primo corvo era morto. Le inquadrature di Rossellini erano buone, ma al suo ritorno Pasolini non le volle montare. No, non mi risulta che qualche corvo, durante la lavorazione abbia mai beccato Totò.

Anche negli esterni Totò fu diretto in campi medi o lunghi, togliendogli gli eventuali ostacoli dal percorso, perché non vedeva e vi avrebbe inciampato. Pietro Davoli, anche se imposto da Pasolini, era uno dei macchinisti bravi, ed uno dei pochi che non erano “lecchini”. Una mattina passò un gatto nero e Pasolini trovò tutte le scuse per non girare. Riccardo “Redi” (figlio del prof. di storia dell’università di Padova) è nel ruolo dell’ingegnere antipatico, poiché aveva appunto un viso da antipatico. Fu convocato e la scena con lui fu girata in una villetta sulla Magliana, scoperta da Scaccianoce (architetto di origine pugliese, vissuto anni a Venezia); in tale villetta girammo tutta la sequenza del salone con gli intellettuali e dei cani. Fra gli intellettuali ve ne erano di autentici: i Baldini, la De Giorgi, ecc. Ogni tanto qualche amico mi chiede della troupe televisiva venuta sul set per filmare uno special, e che talvolta viene riedito dalla Rai: francamente, io, sul set ero talmente concentrato sul ciack che stavamo girando, che non mi accorsi nemmeno della troupe, e tanto meno del fatto che ci stesse filmando, altrimenti, avrei rifiutato di farmi filmare! No, sul set operatori di Cinegiornali o documentari non ne ricordo, ed escludo la presenza di eventuali troupe russe: se lo hanno scritto da qualche parte è un errore.

Come intervistatori di Pasolini, sul set di “Uccellacci e uccellini” venne una piccola equipe francese, due uomini ed una donna, con una macchina fotografica. L’intervista la concesse ad una pausa. All’approssimarsi della pausa, mentre tutti gli altri si avviavano per un caffè, Pasolini, che non conosceva il francese, mi chiamò per fargli da interprete, ma rifiutai, ed andai a mangiarmi il cestino. Era una bella giornata e la troupe francese rimase per qualche ora. Totò, gran signore, aveva simpatia per me, ma era seccato di Ninetto Davoli, a causa del quale, le loro sequenze in comune, dovevano essere ripetute dai 10 ai 15 ciack, perché Davoli, o scordava la battuta o non la recitava correttamente. Il cugino di Totò sul set io non lo ho mai veduto; vi era invece Mario Castellani, anche se non ho mai capito cosa esattamente ci stesse a fare. Al montaggio furono tagliate parecchie piccole inquadrature. In origine la predica agli uccelli, per il pezzo dei frati, Pasolini la aveva scritta esageratamente prosaica, in quanto temeva che, eccessivamente poetica, non sarebbe stata comprensibile. A Pasolini riferii che io preferivo quella di San Francesco, così la riscrisse, più poetica e lirica. Nel nostro “Uccellacci E Uccellini” nel ruolo di San Francesco d’Assisi, era il medesimo attore spagnolo che interpretava Gesù nel Vangelo, ovviamente, con trucco diverso.

Mario Bernardo


Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Terribile, m'è parso terribile questo film di Pasolini realizzato due anni dopo il notevole Vangelo. Apologo? Metàfora? Ma cosa significa Totò che accanto al cartello DIVIETO DI SCARICO deve invece scaricare le interiora, per poi abbattere come marionette i contadini che lo sgridano, fuggendo poi chaplinianamente a velocità accelerata mentre la contadina spara? E i cartelli che segnalano la lontananza di Istambul e Cuba che significano? E la vecchia che va ginocchioni richiamando i cinesi? Le cose migliori sono volto e didietro della Benussi.

  • Pregevole film di Pasolini, è un insieme di favole ed apologhi morali, di chiara impronta marxista, talora pedante ma capace in alcuni momenti di gettare un acuto occhio anticipatore sui problemi della società del futuro. Il film si avvale di un cast pregevole dove spicca Totò (si tratta di una delle sue ultime apparizioni). Benchè evidentemente stanco e provato, il grande attore è ancora in grando di regalare una grande perfomance dai toni dolceamari.

  • Una delle pellicole più considerate dalla critica, alla quale Totò presta, come sempre, la sua "maschera" comico/tragica, una volta tanto in una sceneggiatura più raffinata, non a caso diretta dal grande Pasolini. Cinema alto che si mescola con quello basso (a raccordo funge una bella/brava Femi Benussi) per un risultato che sarà poco gradito al pubblico. Da vedere, per comprendere come De Curtis sia sempre -in precedenza- stato mal utilizzato per storielle divertenti, ma fini a se stesse..

  • Esemplare materializzarsi della definizione che, di Pasolini, diede Nicola Chiaromonte: "un pedagogo petulante ed equivoco, tutto bandiere rosse e rigurgiti parrocchiali". Pesantissima infilata di allegorie cattomarxiste che manda allo sbaraglio un Totò ormai cieco e stanco con il fastidioso Davoli e l'orrido corvo zdanoviano. Da tramandare solo la straordinaria idea dei titoli di testa cantati da Mimmo Modugno: "Alfredo Bini presenta l'assurdo Totò, l'umano Totò, il matto Totò, il dolce Totò nella storia: Uccellacci e uccellini... "

  • Film di suggestive parabole idelogiche per dichiarare a metà degli anni ’60 ciò di cui solo molti anni dopo ci si è resi conto: che le ideologie sono finite. Pasolini costruisce un’opera intrigante e complessa, comica e intellettuale, in due episodi incastrati, in cui Totò e Ninetto (qui al suo debutto e già “maschera” del ragazzotto ingenuo) sono rispettivamente padre e figlio in viaggio nell’Italia moderna in compagnia di un corvo (un road movie grottesco e borgataro) e due frati francescani in un medioevo ironicamente rosselliniano. Un unicum nel cinema italiano.

  • L’incontro tra Totò, Pasolini e Davoli è un apologo picaresco sulla crisi del marxismo di cui oggi si possono osservare due facce: una, incartapecorita per le sue stantie dissertazioni intellettualistiche; l’altra, ancora rosea per la scrittura cinematografica in libertà protesa alla fiaba surreale e per l’ambientazione verace nelle desolate borgate romane con i volti naif dei loro abitanti. Fortuna che, alla fine, il peso dell’Ideologia viene alleggerito dallo slancio artistico, in cui favore giocano il fascino della stranezza, le mimiche del Principe e la faccia da monello di Davoli...
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I titoli di testa malinconicamente intonati da Modugno.

  • Direi che non è il miglior film di Pasolini, ma pur sempre un'opera di un certo interesse. A tratti si ha la sensazione che la trama in sé sia secondaria, ma forse è solo una mia impressione. Molti momenti sono anche emozionanti, ed è un piacere vedere Totò un un ruolo così fuori dalle sue corde abituali, peraltro a meno di un anno dalla sua scomparsa. Forse il limite più evidente della pellicola è quello di voler essere esplicitamente politica, cosa che l'ha fatta invecchiare peggio di altri lavori del regista.

  • Film non semplicissimo ma suggestivo e originale, molto povero e con varie imperfezioni ma assolutamente interessante. Alcune scelte registiche potrebbero sembrare un po' ingenue, ma l'atmosfera creata è suggestiva e rarefatta, con ambientazioni periferiche stupendamente sfruttate ed esaltate dall'azzeccatissima fotografia in bianco e nero. Tra politica, religione, parabole, metafore varie e inserti documentaristici si rischia di perdere il filo ma il clima particolarissimo che si crea lo rende comunque imperdibile. Grandi musiche e cast.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I titoli di testa.

  • Film sovraccarico di simboli, che rimanda alle fiabe morali, al racconto sociale mascherato da teatrino delle marionette (Davoli palleggiato come un fantoccio) nella ricerca di riallacciarsi al racconto popolare virato in metafora politica. Personalmente lo considero un film compiaciuto, incapace di trasmettermi partecipazione nonostante alcune scelte visuali pregievoli, allontanandomi così dal possibile messaggio. Pasolini riconferma la sua profondità, ma non tocca i vertici del suo cinema più viscerale (Accattone).

  • Film poetico solo a tratti, che sinceramente non sono mai riuscita a capire sino in fondo. A mio modesto parere è come se Pasolini, che era ben conscio di essere un intellettuale, si ponesse sull'avviso: attenzione, noi intellettuali parliamo parliamo ma prima di tutto bisogna soddisfare gli istinti più vitali (ad esempio il cibo), poi possiamo parlare...

  • Un film di Pasolini che parla di Pasolini, delle sue idee, dei suoi ideali, ma anche della sua consapevolezza della irraggiungibilità di questi ideali, come forse dell'utopia di tutti gli ideali. La forma adottata è la migliore, spoglia ma allo stesso tempo ricca. Ricca di metafore, semplici se si vuole, ma che raggiungono subito il bersaglio, senza lasciare dubbi e ambigue interpretazioni. La scelta di Totò e di Ninetto si rivela perfetta. Totò ci lascia una sua immagine ricca di espressioni che proprio nei suoi occhi stanchi trovano l'apice.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I paesaggi; Il finale.

  • Film politicamente didascalico in cui il regista mette a confronto l'icona comica per eccellenza con un ragazzetto di borgata. Il loro vagare per strade vuote ed in costruzione rappresenta il grande lavoro di Pasolini che permette loro d'imbattersi in un popolo variegato e multiforme. Alla fine arriva il corvo comunista che cerca di costruire una morale ma sconosce gli intenti dei due vaganti. Amara analisi del fallimento culturale italiano.

  • Senza dubbi né reticenze affettive, uno dei film meno riusciti (e più invecchiati) del grande Pier Paolo. Il peccato capitale è da rintracciare nel fatto che la intima refrattarietà di Pasolini al cinema (ai suoi canoni e stilemi) viene qui "tradita", utilizzando (in ovvio senso antagonista) un'icona di celluloide tout court come Totò, per un'idea di comico alto o teorico che (dal punto di vista strettamente filmico) si dimostra un vicolo cieco. La complessità di scrittura risulta così slegata dalla misera messa in scena, anche se sprazzi di poesia abbacinano.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I titoli di testa cantati da Mimmo Modugno; La voce del Corvo (di Francesco Leonetti); Sora Gramigna, sora Micragna e sora Grifagna.

  • Padre e figlio vagano per le campagne in compagnia di un corvo comunista. Pasolini dirige una piccola summa del suo pensiero criticando il cattolicesimo che forza le conversioni, la sinistra che non convince più e la fame che regola il quotidiano. Complesso per la scarsa fluidità, anche se gli sfondi urbanizzati chiariscono più dei concetti. Totò straordinario (tenuto conto dei suoi problemi di vista) e Davoli allegro monello.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I titoli di testa cantati da Modugno; Il 1º convegno dei dentisti dantisti; Davoli che finge il mal di pancia.

  • Evangelizzare i falchi e poi i passeri; colmare un conflitto insanabile. Con gli umani (forse) ci si è già rinunciato, non v’è presa di coscienza, il futuro è lontano kilometri. Apologo picaresco con venature favolistiche e commedia colta dalle sembianze visionarie e decadenti. Appare ostico, didascalico ed ermetico allo stesso tempo, ma al di là di tutto emerge una critica lucida e spietata al comunismo non più forte delle sue ideologie Togliattiane, forse indebolito da intellettuali ciarlatani e una società moralmente e materialmente povera.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Gli stupefacenti titoli di testa.

  • Un’opera profonda, ricca di significati e in grado di lasciare qualcosa anche a chi la guarda per la prima volta. Uccellacci e uccellini, cioè la borghesia e il proletariato, ma anche il monito all'umanità, l'omologazione di massa, la crisi del marxismo e la fine delle ideologie politiche, qui rappresentate simbolicamente dal funerale di Togliatti. È bello da vedere già dagli originali titoli di testa, ma anche per il realismo dei volti e delle ambientazioni. Da approfondire.

  • Appartengo alla categoria di persone che non hanno capito il film. Perché o è un capolavoro che appartiene a un genere a me geneticamente estraneo oppure, per dirla con il rag. Ugo, "è una cagata pazzesca". Sconclusionato ovunque, in primis nelle inquadrature per poi scendere su un Davoli allergenico e un Totò che, fuori ruolo, ce la mette tutta per interpretare il suo personaggio, ma con evidente imbarazzo. Morricone scrive una partitura di mero intrattenimento, senza sprecarsi troppo, con Modugno a cantare i titoli di testa e coda. Terribile.

  • Pasolini in stato di grazia. Poesia lirica e tragica "scritta" in un lingua libera e metaforica. Siamo dentro un intreccio di immagini senza punteggiatura, senza sequenze, senza concatenazioni razionali, dentro una meditazione autobiografica piena di appunti, di folgorazioni, di intuizioni, di ripensamenti. Questo è un viaggio di due "Totò" astorici ed eterni dentro fatti e luoghi storici dell’Italia lontana e vicina, di due realtà concrete in conflitto perenne contro il simbololo gnostico della ragione. Canto appassionato della "follia" esistenziale.

  • Film complesso e ricco di simbolismi, è il Pasolini che preferisco (anche se alcune situazioni sono in effetti un po' troppo figlie di certo intellettualismo politicizzato degli anni 60). Resta comunque il fascino tipico dei film "poveri" di Pasolini, con un bianco e nero tagliente che aumenta la desolazione. Totò dimostra la sua duttilità interpretando un ruolo amaramente comico. Davoli gli fa da buona spalla con quell'aria sempre spaesata e circospetta. Molto bravo anche il corvo.

  • Un esperimento, in fin dei conti, come nella migliore tradizione neorealista Pasolini ci ha abituati interpretato da sconosciuti presi dalla strada. Provocazione, ma non credo che Totò abbia partecipato alla pellicola come avrebbe voluto; il suo apporto, seppure notevole, non è supportato da un adeguato risultato finale. Lo spettatore rimarrà spiazzato, la critica ci darà dentro, anche a distanza di anni. Davoli e Totò inoltre non sono nemmeno una bella coppia.

  • Difficile giudicare questa pellicola. Da un lato c'è grande poesia, anche grazie alle musiche perfette del maestro Morricone. C'è un Totò strepitoso nelle vesti di frate francescano. Questi aspetti meriterebbero 5 pallini, ma purtroppo ci sono molte cose che lasciano perplessi. A partire da una trama nel complesso indigesta e irrisolta, passando per l'eccessiva pesantezza delle continue metafore e per la petulanza del corvo marxista. E anche l'abuso di espressioni romanesche stanca perché superflue. Altalenante.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: L'episodio di frate Ciccillo; I titoli di testa e di coda cantati dal grande Modugno; Le musiche di Morricone.

  • Il film si può dividere in due parti: la prima è dominata dall'allegorico racconto dei due fraticelli, la seconda è un atipico road movie con accenti visionari. Ma è proprio nella prima parte (forse stilisticamente migliore) che si notano tutte le lacune del Pasolini più politicamente impegnato. Come non riscontrare infatti nella metafora della necessità di pace tra la classe di falchi e passeri (da interpretare con l'antinomia borghesia/proletariato) un cattocomunismo piuttosto fastidioso (tanto più se il mezzo che dovrebbe unirle è "l'amore di Dio").

  • Favola ideologica, pedante in certe parti e nell'insieme scombinata, sgangherata. Non esiste una vera e propria trama, solo uno scorrere, un viaggio a piedi apparentemente senza una meta. Grande Totò nella sua nuova dimensione. A volte si ha l'impressione come di dilettantismo, con cambi d'inquadratura che non corrispondono alle posizioni precedenti ma che alla lunga si arriva a supporre siano voluti. Noioso ma col passare degli anni terribilmente affascinante. Giudizio mediato allora: tre pallini.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I titoli iniziali cantati da Modugno; La lezione di danza al bar.

  • Padre e figlio proletari, che vanno in giro per l'Italia a riscuotere debiti, vengono affiancati da un corvo parlante che gli fa una morale etico-marxista. Quando si stancano delle sue chiacchiere, lo mangiano. Collage intellettuale scombiccherato e poco interessante. Pasolini vuol parlare di tutto (crisi del marxismo, destino del proletariato, ruolo dell'intellettuale, approssimarsi del Terzo Mondo) e finisce col non dire nulla. Accanto ad un insopportabile Ninetto Davoli, Totò dà un'interpretazione scolorita.

  • L'intenzione di Pasolini era quella di trasporre in pellicola il suo pensiero e le sue riflessioni sull'Italia che stava cambiando, servendosi di Totò (la vecchia generazione), Ninetto Davoli (la nuova generazione) e di un corvo (voce della coscienza e portavoce di Pasolini stesso). Ricco di metafore, allusioni e riferimenti religiosi, putroppo il film finisce per risultare non proprio semplice (troppo di cui parlare in poco tempo). Bella la fotografia che ci presenta un paesaggio quasi lunare, di una periferia di Roma ancora in costruzione.
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Titoli di testa cantati da Modugno; Ingresso del corvo.

  • Tragedia, commedia, tragico-comico-storico-pastorale, "conte philosophique" bello e pazzesco, sotto il segno della luna fin dagli indimenticabili titoli di testa. Pasolini trascina Totò e Ninetto Davoli in un viaggio senza fine su una stradina periferica, viandanti un po' troppo spensierati accompagnati da un uccello molto troppo serio. Sotto le sue apparenze buffe c'è una grande poesia assurda che fa pensare a Beckett. Imperfetto, per forza, ma è il film che sceglierei per rappresentarmi.


Possiede una grande poesia tutta da riscoprire e la capacità di suggerire cose mai banali senza mai dirle veramente.

Libero De Rienzo


Dopo aver visto Uccellacci e uccellini (l’ho fatto e poi l’ho visto, come sempre succede) ho avuto una specie di rimpianto e mi sono chiesto perché mai non avevo usato questa coppia così poetica, questi due attori — Totò e Ninetto — così complementari, per fare un film più puro, più aggraziato, più semplice: una favola, un racconto veramente picaresco.

Pier Paolo Pasolini -  Paolo Castaldini, Razionalità e metafora in P P Pasolini, “Filmcritica”, n. 174, gennaio-febbraio 1967


Pier Paolo ripeteva molti ciak nella speranza di riuscire a cogliere quello che più gli serviva dentro tutta la gamma di gestualità propria di Totò. Tutto sommato cercava un po’ di spiazzarla, di non utilizzare quello che era il tesoro del repertorio di Totò. Questo ha fatto sì che il personaggio risultasse tale da meritare il premio a Cannes, però anche a non essere il Totò che ormai tutti conoscevamo benissimo. E forse forse Pasolini aveva anche ragione, perché quel Totò lì aveva un po’ stancato, era invecchiato, non aveva più inventato e quindi non faceva che ripetere stancamente una gestualità che ormai non parlava più. Certo, nel rivederlo oggi non abbiamo più il sentimento che si aveva quand’era ancora vivo, ma alla fine Totò era diventato un po’ una caricatura di se stesso e Pasolini cercò proprio di togliergli questa caricatura, di cogliere una verità comica diversa, più umana.


Passavo molto tempo con lui nella roulotte - racconta Cerami in "Consigli a un giovane scrittore" - a suggerirgli i dialoghi. [...] Leggevo dal copione scandendo forte e bene le parole e lui le ripeteva tra sé una per una. Poi però, quando recitava la battuta intera, a voce alta, pronunciava una frase tutta diversa. All’inizio lo correggevo e lui mi faceva si con la testa. Poi, nel riprovare, ne dava un’altra versione ancora. Ne parlai con il regista e si decise di lasciarlo libero di inventare nelle prove di memoria. Ci avrebbe pensato Pasolini durante le riprese a ristabilire il testo originale. Ma non fu cosi. Totò a ogni ciak cambiava sempre qualcosa. Vedevo che il regista spesso non interveniva. In verità Totò non faceva che girare intorno alle frasi per cercare di mettere in bocca al proprio personaggio la battuta più vicina alla sua maschera. Pasolini lo interrompeva poco perché l’attore, pur rigirando la frase, spesso modificandola nei toni, salvava puntualmente tutti i contenuti «informativi» e le metonimie. Ciò significa che nel momento di lasciarsi andare all’improvvisazione non dimenticava neanche per un istante il filo del racconto. Sapeva perfettamente tutto ciò che era successo fino a quel punto e che cosa sarebbe successo nel seguito. I suoi interventi creativi erano diretti alla forma verbale e lasciavano intatta la sostanza narrativa.

Vincenzo Cerami  (Assistente alla regia nel film "Uccellacci e Uccellini")


Il cammino incomincia e il viaggio è già finito (il corvo)

Ciccillo: Altissimo, onnipotente, bon Signore, | quanto sò contento che c'è il sole | e quanto sò contento pure che c'è l'acqua | così chi è zozzo ce se lava la faccia.
Ninetto: Sede contento, eh, frate Cicillo, eh, eh?
Ciccillo: Laudato sii, o mio Signore, pe' sto somaro, per tutte queste pecore, e pe' sto pecoraro, vah!
Ninetto: Amen!
Ciccillo: Laudato sii, o mio Signore, pe' sto santo mondo | che ce vonno campà tutti, pure quelli che non ponno.
Ninetto: Amen!
Ciccillo: Beata l'erba fresca, l'ortica, la cicoria, | e chi se la magna, che Dio l'abbia in gloria! | E guai a quelli che morranno ne li peccati mortali | che me dispiace tanto vedé sti bbrutti funerali!
Ninetto: Amen!
Ciccillo: Laudato sii, o mio Signore, per la contentezza che stà nei cuori | e perché tutto quello che ci dai son rose e fiori.
Ciccillo: Ecco, frate Francesco, noi i falchi li abbiamo convertiti; e i falchi, come falchi, l'adorano il Signore. E poi, frate Francesco, pure i passeretti li abbiamo convertiti; e pure i passeretti, come passeretti, per conto loro, je stà bbene, l'adorano il Signore.
Ma il fatto è che fra di loro si sgrugnano, s'ammazzano... e... e... e che ci posso fà io se... se... se ci stà la classe dei falchi e la classe dei passeretti, che non possono andà d'accordo fra di loro.
Francesco: Che ce poi fà?! Ma tutto ce poi fà! Con l'aiuto del Signore!
Ciccillo: Come sarebbe a dì?
Ninetto: Come sarebbe a dì?
Francesco: Sarebbe a dì che dovete andare ad insegnare ai falchi e ai passeretti tutto quello che non hanno capito e che voi dovevate faje capì!
Ciccillo: Come?
Ninetto: Come?
Francesco: Bisogna cambiallo questo mondo, fra Ciccillo! È questo che non avete capito! Un giorno verrà un uomo dagli occhi azzurri e dirà: «Sappiamo che la giustizia è progressiva, e sappiamo che man mano che progredisce la società si sveglia la coscienza della sua imperfetta composizione e vengono alla luce le disuguaglianze stridenti e imploranti che affliggono l'umanità». Non è forse questa avvertenza della disuguaglianza tra classe e classe, tra nazione e nazione, la più grave minaccia della pace! Andate e ricominciate tutto daccapo, in lode del Signore.
Ciccillo: Andiamo, Niné! Ricominciamo, sù! Andiamo, sù, figlio mio, non t'avvilì! Non t'avvilì! Coraggio, coraggio, sù, allegri!


la nau valencia1

Homenaje a Pier Paolo Pasolini. Conferència colloqui. Projecció de ‘Uccellacci e uccellini’. - 4 noviembre, 2015 - La Nau Valencia Carrer de la Universitat 2, 46003 València, Valencia España


Approfondimenti


Ho letto delle sue opere, ma di persona l'ho conosciuto soltanto in occasione di questo film. So che è bravissimo e un intellettuale vero e profondo, non superficiale come molti altri. Non ho visto però gli altri suoi film, anche perché io vado poco al cinema... penso che sia meglio, perché non sapendo niente posso essere più fresco, più sensibile.


Sicuramente è un genio, io non so bene quello che vuole, però lo faccio perché sento che va bene.


Mi ha spiegato poco, mi ha spiegato volta per volta, cioè: «Io preferirei che tu facessi così, così e così». Ma non so che cosa ci sia prima e dopo non so cosa viene. (...) Se io debbo raccontare il film in ordine, da cima a fondo, non lo posso dire. Inoltre, quello che lui mi dice io faccio. Ho una gran fiducia nella sua cultura, nella sua preparazione.


Questo Pasolini, pasolineggia un po' troppo. Stiamo a metà del film e non ho ancora capito che razza, che schifezza di film, stiamo facendo. Certe volte io gli prendo la mano, faccio a modo mio. Insomma, capisci, cerco di forzare la situazione. Ma lui urla, mi sgrida, mi strapazza, come se fossi un ragazzino. No, questo non lo devi fare, mi dice, ma io lo faccio lo stesso.


La regia di Pasolini è differente da tutte le altre. Pasolini, innanzi tutto, è un uomo intelligente, ma è anche un uomo pieno di fantasia, ha un metodo tutto suo per lavorare.


No, non mi lascia libero di recitare... Io ho sempre recitato per conto mio, improvvisando, dicendo cose che non erano scritte nel copione... alle volte sono state le migliori quelle battute così... Pasolini vuole che si faccia quello che dice lui.


Sono state scene faticose, molto faticose, camminare nel fango, nella melma, nelle sabbie mobili. Pasolini cerca a volte i posti più impensati, e del resto ha ragione lui perché poi i risultati son molto belli, non sono comuni. (...) Pensi che in una scena avevo soltanto un paio di zoccoli, un saio di sacco che lasciava passare vento e freddo con la tessitura così rada. Gli zoccoli sono duri e pesanti, e poi l'altro giorno, con la melma, ogni zoccolo pesava venti chili, impregnato di fango, di creta...

... e la trama non me la domanda?


Per la mia interpretazione ho ottenuto a Cannes la menzione d'onore al Festival, dovrei essere ampiamente soddisfatto; invece non lo sono. L'impegno guasta la comicità, la battuta non è più spontanea, nasconde sempre un secondo o un terzo o addirittura un quarto scopo e allora lo spettatore è costretto a pensare, a individuare il messaggio, a intendere il secondo o il terzo scopo... e non si diverte più. I moli drammatici sono piaciuti molto di più alla critica che al pubblico. Il pubblico ama Totò perché Totò fa ridere, perché lo aiuta a dimenticare i guai, le amarezze di tutti i giorni. Non vuole vedere Totò serio, impegnato in vicende drammatiche.


[Dopo il «Nastro d'argento» per Uccellacci e uccellini]
Ora sono attore sul serio, ma non abbandono la comicità.


Io sono un po' riluttante ai premi. A questo qui, questo del «Nastro d'argento», ci sono venuto volentieri, perché è un premio serio. È il secondo che prendo. L'altro l'ho vinto per Guardie e ladri, un film che oggi classificano un classico.


Toto 02

«Uccellacci e uccellini», Pasolini rispunta accompagnato da un residente della Sanità illustre, Totò, davanti all’ingresso del Nuovo Teatro Sanità, e qui, come a Scampia, nessuno tocca il murales


Io mi trovo benissimo. Infatti lui è contento di me. È la terza volta che lavoro con lui [Che cosa sono le nuvole, 1967]. (...) È un regista impegnato... è il suo genere, il suo stile. Io lo capisco, mi piace. Con gli altri registi è tutto più calmo, si corre meno, è più ordinaria amministrazione. Con lui no, con lui è un po' differente, perché lui è dinamico, pieno di vitalità, pieno di improvvisazione. È un uomo molto intelligente, un intellettuale, un poeta. Non credo di aver modificato il mio personaggio con lui. Io interpreto. Siccome credo di essere un attore quasi completo, quel che mi fa fare, faccio. La parte bisogna sentirla dentro, neH'animo, nello spirito, secondo quello che hai da fare. Un attore deve essere completo. Non deve saper fare solo una cosa. Non crede che sia così?


Pasolini intende fare un film comico con un personaggio a sfondo comico, pur impegnato e significativo, per far capire qualche cosa. E ha creduto di scegliere me. Mi ha spiegato poco, mi ha spiegato volta per volta, cioè: «Io preferirei che tu facessi cosi, cosi, cosi». Ma non so che cosa ci sia prima, e dopo non so cosa viene. Cerco di seguirlo, e in un’intervista mi ha chiamato... ha detto che sono come uno stradivario... Se io debbo raccontare il film in ordine, da cima a fondo, non lo posso dire. Inoltre, quello che lui mi dice io faccio. Ho una gran fiducia nella sua cultura, nella sua preparazione.


Certo, alla massa non può piacere, la massa va per divertirsi, va per ridere, quindi non vuol pensare, non vuole approfondire.


II 1966 è un anno storico, una pietra «emiliana» della mia carriera. Il Sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici, molti dei quali probabilmente sono gli stessi che mi hanno denigrato per anni, mi assegna il «Nastro d'argento» per la mia interpretazione di "Uccellaci e uccellini". Qualcuno arriva a definirmi un grande attore e io quasi non ci credo. Forse in un caso così clamoroso di pentimento tardivo, bisognerebbe dire «meglio tardi che mai», ma lasciamo correre. Per l'occasione, ho composto una breve dichiarazione in cui esprimo la mia soddisfazione, ma anche altri sentimenti che ognuno potrà intendere a modo suo. Si tratta di quisquilie, pinzellacchere, buone per un epitaffio che in fondo è soltanto uno sberleffo finale: «Sono veramente lusingato e, perché no, un po' commosso, per questo ambito premio che mi arriva così, come si usa dire a Napoli, fra la capa e il cuollo, cioè tra testa e collo. Ringrazio sentitamente la giuria dei critici cinematografici che hanno avuto la bontà di assegnarmelo, ringrazio le autorità intervenute, ringrazio ancora S.E. l'onorevole Andreotti e, a prescindere da tutto quello che ho detto io, mi auguro che questo argenteo nastro mi sia di sprone a far meglio, se mi riesce. Ringrazio ancora una volta, faccio a tutti tanti auguri per il prossimo Natale e il Capodanno, auguri estensibili anche a tutto il Ferragosto.

Antonio de Curtis


Accanto a "Uccellacci e uccellini" Pasolini gira anche l'episodio Totò al circo (o anche L'Aquila) poi non utilizzato nel montaggio definitivo e quindi destinato a restare inedito. Si tratta di un breve film che, preso da solo, per la sua schematicità ed anche per alcuni eccessivi compiacimenti nella recitazione di di Davoli, può risultare "minore", mentre è invece fondamentale per comprendere meglio, l'apologo di Frate Ciccillo, di cui costituisce l'evidente compendio. Protagonista dell'episodio (anch'esso un aneddoto che avrebbe dovuto essere raccontato dal corvo) è un domatore francese, interpretato da Totò chiamato Monsieur Cournot (in onore del critico de Le Nouvel Observateur, che aveva stroncato il Vangelo secondo Matteo). Razionalista e manicheo, il domatore è convinto che sia possibile ammaestrare qualsiasi animale, dunque anche una bellissima aquila reale a cui cerca di imporre, inizialmente con pazienza e garbo raffinato, il modello del pensiero razionalista francese. L'aquila naturalmente, è refrattaria ad ogni insegnamento e questa indisponibilità fa perdere la testa a Cournot: tigri, leoni, serpenti e anche uno spaurito assistente umano, interpretato da Davoli. Tutti parlano perfettamente la lingua del domatore e si comportano secondo le buone regole della borghesia parigina. L'aquila però non recede dal suo comportamento e, per la rabbia, Cournot rischia l'infarto. Il paziente Ninetto scongiura allora l'animale di accontentare il suo padrone, e a quella preghiera l'aquila si intenerisce, confessando di non poter rispondere alle richieste di Cournot perché deve pregare. Alla inattesa rivelazione, il domatore cambia metodo e comincia a leggere all'aquila, mellifluamente, lunghi testi di Pascal, ma ancora senza risultato. E' la sconfitta totale. Demoralizzato, Cournot si appollaia su un trespolo posto di fronte all'aquila e inizia lui a imitarne i gesti. Infine, si reca su una montagna e spicca il volo verso il cielo.

Piero Spila


Monsieur Corneau, domatore del Grand Cirque de France
campione dello spirito volterriano, nel prologo di "Uccellacci e uccellini",
eliminato da Pasolini nel montaggio definitivo del film.

IL FOTOFILM


La censura

Censura

Il film ottiene il nulla osta senza limiti di età.


Uccellacci e uccellini Censura 1
Documenti censura del film Uccellacci e uccellini, 1966 - Presentazione 1a edizione - Direzione Generale Cinema
Uccellacci e uccellini Censura 2
Documenti censura del film Uccellacci e uccellini, 1966 - 2a edizione - Direzione Generale Cinema
Uccellacci e uccellini Censura 3
Documenti censura del film Uccellacci e uccellini, 1966 - 1a edizione - Direzione Generale Cinema

logodavi

Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo.

Maggiori dettagli sul blog aprescindere.com

1966 Uccellacci 01 1966 Uccellacci 01 

La scena dei frati francescani Ciccillo e Ninetto raccontata dal corvo a Totò e Ninetto mentre camminano nella periferia romana (zona Magliana-Trullo) è girata a San Pietro in Tuscania (Tuscania - VT)

1966 Uccellacci 01 1966 Uccellacci 01 
Tra l'altro segnalo altri film girati in questo luogo suggestivo come scritto in Wikipedia: L'armata Brancaleone (Monicelli 1966), in particolare la scena in cui l'armata si reca alla reggia della famiglia di Teofilatto dei Leonzi (Gian Maria Volontè)(...) Tra gli altri si possono ricordare i film: Otello di e con Orson Welles(...), Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli (1968), Francesco di Liliana Cavani (1989) come anche la scena finale del film Lady Hawke di Richard Donner (1985)  
1966 Uccellacci 01 1966 Uccellacci 01 
La scena finale, quando Totò e Ninetto incontrano, su una strada sterrata, la prostituta.
La strada è ancora oggi sterrata e costeggia l'aeroporto di Fiumicino (RM). Il campo dove si appartano con la ragazza fa parte integrante ormai del perimetro aeroportuale, ma è ancora all'esterno, perfettamente visibile, la stazione metereologica da cui, nel film, viene lanciato un pallone sonda. Ho fatto alcune altre foto che potete trovare sul mio blog
1966 Uccellacci 01 1966 Uccellacci 01 
  I protagonisti camminano su un viadotto in costruzione, conversando sulla morte. Siamo allo svincolo tra l'autostrada Roma-Fiumicino e la Roma-Civitavecchia.
Il casale di poveri contadini a cui Totò e Ninetto (Davoli) si recano per riscuotere l'affitto che questi non possono pagare è, come noto e scritto anche qui Villa Koch, su una collina in via del Fosso di Papa Leone a Roma. Oggi è in rovina
  
  Nel controcampo, quando Totò, giunto al casale, chiama i contadini, si vedono dietro di loro un piccolo edificio diroccato e una Torre Righetti. Qui Pasolini ha barato un po' in quanto il casale, che si presume di fronte ai due attori, in realtà è più distante e girato in senso contrario
  
  
  
  La casa dei contadini che sparano a Totò e Ninetto (Davoli), rei di aver sconfinato nella loro proprietà per "impellenti necessità corporee", è oggi il Ristorante Nuovo Gusto in via delle Idrovore della Magliana 93 a Roma. La casa, all'epoca piuttosto fatiscente, si presentava isolata nella campagna e vi passava a fianco l'appena costruita autostrada Roma - Fiumicino
  
  Il bar Las Vegas dove Totò e Ninetto (Davoli) trovano alcuni ragazzi che ballano di fronte all'ingresso è in Via Torremaggiore a Pomezia (RM).
  
  
  
L'insieme degli edifici per capirne meglio la posizione.
  
  La Torre Maggiore di Santa Palomba e il profilo della montagna
  
  I ruderi di un acquedotto romano sui quali Ninetto (Davoli) corre dopo essere andato a trovare una ragazza sono lungo la Circonvallazione Orientale a Roma. Il profilo montuoso è una specie di impronta digitale, quello che si intravede nel fotogramma orienta chiaramente lo sguardo verso nord est rispetto a Roma.
  
  
  Considerando le zone di poco a nord rispetto all'acquedotto alessandrino si individuano alcuni palazzi dello sfondo molto scorciato a Torre Angela (RM). I palazzi in questione si trovano oggi nel bel mezzo del quartiere di periferia romana, e non più ai margini dei campi come allora. La cosa può essere compatibile con la forte espansione e speculazione edilizia documentata in zona. Precisamente sono questi sopra.
Allineando dunque i palazzi in questione con il profilo montuoso di sfondo a nord e scendendo con l'immagine si trova questo unico altro tratto di acquedotto scoperto che ha la stessa leggera curvatura di quello del fotogramma e anche il tipo di diroccamento degli archi quasi identico ad allora. Eccone una immagine, a destra, dal versante opposto a quello del fotogramma, dal vicino svincolo autostradale. 
  
  La casa dove è avvenuta la morte di una coppia, fatto del quale la folla vorrebbe saperne di più, si trova in Via Giuseppe Toraldo a Roma, nel quartiere di Torre Angela e non alla borgata Petrelli come finora qualcuno ipotizzava su internet. Sotto, le immagini in controcampo.
  
  
Lo sfasciacarrozze dove Ninetto (Davoli) va a trovare una ragazza che è vestita da angelo per una recita è di fronte a via Monopoli nella zona di Torre Angela a Roma, come si può riscontrare dalle due caratteristiche palazzine.
  
  Ecco sullo sfondo anche l'edificio C
  
  La baracca di lamiere dello sfasciacarrozze (D) era nei pressi del palazzo (E)
Mentre il palazzo in costruzione dove appare la ragazza vestita da angelo è di fronte al palazzo E
  
  La mappa che mostra dove sono tutti i punti individuati

Foto di scena e immagini dal set


Servizio fotografico sul set del film (Foto Archivio Allori)


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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "Pier Paolo Pasolini" di Piero Spila, Gremese Editore
  • Nestor Covachev in http://nestorkovachev.net/uccellacci-e-uccellini/
  • www.cinecensura.com
  • Pier Paolo Pasolini a Livio Garzanti, gennaio 1967, in P.P. Pasolini, Lettere 1955-1975, a cura di Nico Naldini, Einaudi, Torino 1986
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • Intervista esclusiva di Simone Riberto, alias Tenente Colombo a Mario Bernardo del 5 ottobre 1999
  • "Totò, un napoletano europeo" (Valentina Ruffin), Ed. Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1996
  • "Pierpaolo Pasolini: ecco il mio Totò" - Intervista con Pier Paolo Pasolini risalente al 1974 ed è in gran parte inedita. Solo qualche piccolo brano è stato inserito nel programma televisivo «Perché Totò», realizzato da Tommaso Chiaretti e Mario Morini. («La Repubblica», 3 agosto 1976)