Le canzoni di Totò. Notizie, curiosità e rassegna stampa

«Malafemmena» e le altre...



Io scrivo canzoni per hobby e sostengo a spada tratta che le canzoni bisognerebbe scriverle soltanto per hobby cioè seguendo una passione ed un’ispirazione che non siano minimamente legate a fattori commerciali


Non c’è nessuna discrepanza tra la mia professione che adoro e il fatto che io componga canzoni e butti giù qualche verso pieno di malinconia. Sono napoletano e i napoletani sono bravissimi nel passare dal riso al pianto.


Totò compositore

Federico Fellini: «il mio Totò»

Federico Fellini: «il mio Totò» Per Dario Fo è l’Arlecchino del ’900, per Fellini è Pulcinella, anzi, l’Italia. In questa intervista esclusiva il regista ci offre un ritratto per parole e immagini del suo comico preferito. L' essenza di Totò? Forse…
Leonetta Bentivoglio, «Il Venerdi di Repubblica», n.198, 29 novembre 1991
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La canzone di Totò che doveva andare a Napoli

La canzone di Totò che doveva andare a Napoli Il popolare principe-attore aveva presentato al Festival “Piccerella napulitana”, ma la commissione di lettura non l'ha inclusa nel programma della manifestazione. Insieme a quella di Totò, è stata…
Lyno Giusti, «Sorrisi e Canzoni TV», n.25, 21 giugno 1959
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Per una canzone Napoli contro Totò

Per una canzone Napoli contro Totò La sua partecipazione come autore al festival di San Remo ha scatenato le più accanite polemiche sui giornali napoletani Totò è triste. Nel grande appartamento pieno di sole e di mobili antichi, nei saloni con il…
Emilia Granzotto, «La Settimana Incom Illustrata», Anno VII, n.5, 30 gennaio 1954
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Totò andrà a Sanremo per merito di "'na malafemmena"

Totò andrà a Sanremo per merito di "'na malafemmena" Napoli, dicembre Da qualche giorno il popolare comico napoletano Totò si è creato nella sua città un sacco di nemici; e questo non perché abbia fatto del male a qualcuno, ma semplicemente perché…
Vittorio Paliotti, «Candido», anno X, n.2, 2 gennaio 1954
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Totò, «mòseca e quisquiglie»

Totò, «mòseca e quisquiglie» «Nun sì ’na femmina», «Core analfabeta», «Nemica», «Miss, mia cara miss», «Luntano ’a te», «Casa mia»: a parte «Malafemmina» ecco il Totò in sette note. «Non c’è nessuna discrepanza tra la mia professione (che adoro) e…
Gianni Cesarini, «Il Mattino», 11 aprile 1987
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Un film con Fellini nelle speranze di Totò

Un film con Fellini nelle speranze di Totò Dopo ventisei anni di attività cinematografica. Un'intervista con il celebre attore, al suo centunesimo film. Ennesimo rifiuto di apparire in televisione. Siamo andati a trovare Totò che recentemente ha…
Ettore Zocaro, «Il Tempo», 30 dicembre 1963
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Il marchese Antonio de Curtis, ultimo rampollo di una antichissima famiglia, è assai diverso da quel grande comico che sulla scena il pubblico conosce ed ama come Totò. Rigido, misurato, gentilissimo, estremamente serio, parla a voce bassissima. Ci troviamo nel salotto della sua magnifica casa ai Parioli ed io gli ho già fatto qualche domanda.

- Le canzoni, già, le canzoni… mi piacciono, non c'è che dire. Sono, diciamo, una musica di secondo ordine. Una musica utilitaria, ecco, ma accessibile a tutti: e sotto quest'ultimo aspetto le canzoni sono senz'altro in testa a tutti gli altri generi di musica.

Comprendo benissimo ciò che Totò vuol dire, ma l'argomento merita di essere sviscerato:

- Come ha detto, Marchese?

- Ecco, il mio parere è che in tutte le forme di spettacolo in qualsiasi modo il pubblico sia chiamato ad ascoltare, vedere, giudicare, far… da pubblico Insomma, c'è il genere cosiddetto plateale che piace alla massa ma non ai palati delicati; c'è il genere cosiddetto fine che piace ad una esigua minoranza di critici, esteti, ecc. Ma lascia completamente indifferenti tutti gli altri. L'ideale è il genere che soddisfi incondizionatamente tutti.

Mi piace sentirlo parlare, con quel suo tono basso e cortese e quello spiccato accento napoletano, per questo chiedo:

- Non potrebbe spiegarsi con qualche esempio?

- Ma certo… la musica classica, da camera, sinfonica piace a pochi intenditori e buongustai. Il teatro di Ibsen, lo stesso, la comicità cinematografica di Stan Laurel e Oliver Hardy manda in visibilio la massa ma fa storcere il naso agli esigenti, e così via. Di contro, per rimanere nei generi presi ad esempio, ecco qua: il teatro di Shakespeare piace a tutti, la comicità di Charlie Chaplin piace a tutti, la musica di Verdi piace a tutti.

1949 Toto parla di canzonette Antonio Toto f1

Magistrale, che vede pare? Ma insisto:

- Verdi, d'accordo… ma noi parlavamo di canzoni…

- Non sembri irriverente ciò che dico, ma Verdi è il più grande compositore di canzoni, oltre al resto, si capisce. La Messa di Requiem e l'Otello sono capolavori, d'accordo, ma sempre per quella minoranza. Ma tutti, assolutamente tutti, almeno una volta al giorno, fischietteranno o canteranno: La donna è mobile… oppure: Alfredo, Alfredo di questo cuore… oppure: Va’ pensiero sull'ali dorate…

Non vi pare che Totò abbia ragione? A me sembra di sì. Giungere al cuore di tutti, popolino e persone fini dall'istruzione completa, ecco il segreto.

Shakespeare, Verdi, Chaplin e Totò ci sono riusciti. Beati loro.

Antonio de Curtis, 1949


La musica, più che un hobby un bisogno


Sono parole del principe Antonio de Curtis in arte Totò che spiegano molto bene il valore che questo grandissimo artista attribuiva alle canzoni e alle poesie che componeva. Canzoni e poesie, infatti, si possono considerare l’altra faccia della medaglia Totò, quella più malinconica, quella in cui dava sfogo alla sua parte sentimentale. Di Antonio de Curtis tutti conoscono Malafemmena, ma pochi sanno o ricordano che Totò ha scritto oltre cinquanta canzoni alle quali teneva moltissimo. Delle sue canzoni il grande attore napoletano scriveva parole e musica. Non sapeva suonare nessuno strumento, ma in compenso era dotato di uno straordinario senso musicale.

Sono sempre stato incuriosito dall'altra faccia del pianeta Totò e man mano che ritrovavo le canzoni di questo artista scoprivo che era un autore dotato di grande talento. Prima di Malafemmena, Totò scrisse sicuramente altre canzoni, soprattutto per il teatro di rivista. Elio Gigante, che fu suo impresario, ne ricorda in particolare una, intitolata Le donne in generale (belle o brutte son buone tutte uguali). Ma, probabilmente, fu con Malafemmena che l’arte della canzone si fece più presente in Totò.

A proposito di Malafemmena bisogna sfatare subito una leggenda. Per molti anni nel mondo dello spettacolo si associava questa canzone al nome di Silvana Pampanini, di cui Antonio de Curtis si era invaghito sul set di 47 morto che parla. Correva l’anno 1950. Quando Totò manifestò il suo amore alla maggiorata Silvana sembra abbia avuto come risposta la seguente frase: «Anch’io ti voglio bene come se fossi mio padre».

Il commento di Totò fu: «Grazie, mi hai fatto proprio un bel complimento». Dal rifiuto alla leggenda il passo è breve soprattutto se è alimentato dai rotocalchi rosa. A onore del vero e della Pampanini va riportata la seguente dichiarazione: «Totò scrisse questa splendida canzone dopo il rifiuto, ma non me la dedicò esplicitamente». In realtà la canzone era dedicata a Diana Rogliani, moglie di Antonio de Curtis che visse con lui dal 1931 al 1951, e l’equivoco con la Pampanini nasce solo da una coincidenza di date. Totò conobbe Diana Rogliani quando lei aveva sedici anni. «Era accaduto che ci eravamo divisi - ricorda Diana Rogliani - penso di avergli provocato un enorme dolore che Totò espresse nella canzone Malafemmena. Ho vissuto con lui per venti anni. L’ho conosciuto alle Folies Bergères di Firenze nell’agosto del 1931, ci siamo messi insieme dopo un mese e ci siamo sposati nel 1934. Nel 1939 volle che annullassimo il nostro matrimonio, quello che mi chiedeva era una prova d’amore che era importante - diceva - per la sua tranquillità. L’annullamento però non cambiò nulla della nostra vita di coppia fino al 1951, data della nostra separazione. Inutile dire che gli anni che ho vissuto con Totò sono stati i più belli della mia vita».

In quel fatidico 1951 Totò aveva un altro motivo per essere addolorato. «Mio padre scrisse Malafemmena e altre quattro canzoni - ricorda la figlia di Totò Liliana de Curtis - sicuramente spinto dalla separazione di mia madre. Purtroppo anche io in quel periodo gli diedi un grosso dispiacere sposandomi con un avvocato romano e lasciandolo solo in casa. Proprio alla solitudine e alla casa vuota Totò dedicò due canzoni: Sulo e Casa mia».

Tanto per continuare nell’equivoco da rotocalco, c’è un’altra storiella divertente da raccontare. Nel giugno del 1951 la rivista «Settimo Giorno» pubblicò un articolo intitolato Totò poeta, con il seguente sottotitolo. «Ha messo in versi la sua storia infelice con Silvana Pampanini». A riprova dell’amore di Totò per la Pampanini l’articolista Dino Aprile riportava i seguenti versi del principe: Il tuo fascino incatena creatura sovrumana... più che donna sei sirena, o magnifica Silvana.

In questo caso lo scambio di persona era facilitato dalla rima: Silvana-Diana. La quartina suddetta infatti era stata dedicata alla moglie Diana ed era stata estrapolata dalla poesia intitolata Vita mia, che venne pubblicata nel 1952 nel volume Siamo uomini o caporali?

A tagliare la testa al toro, comunque, è una testimonianza di Franca Faldini, che è stata compagna di Totò per quindici anni. «Ho conosciuto Antonio de Curtis nel 1952. Tutte le volte che entravamo in un locale l’orchestra suonava, come se fosse un inno, Malafemmena. Un giorno chiesi ad Antonio se fosse vero che questa canzone l’avesse scritta per la Pampanini, la sua risposta fu: Silvana è una ragazza tanto perbene, figurati se potevo darle della Malafemmena».

Malafemmena, a quanto ci risulta, è stata la prima canzone di Totò incisa su disco a 78 giri, dalla Fonit nel giugno 1951; l’interprete di questa storica incisione fu Giacomo Rondinella accompagnato dall’orchestra diretta dal maestro Sciorilli. Questi sono i suoi ricordi:
«Conobbi Totò nel 1946 e lavorai con lui, in compagnia di rivista, fino al 1949. Interpretavamo riviste scritte da Michele Galdieri in cui io facevo l’attor giovane. Totò aveva una grande passione per le canzoni e per la poesia. Io fui testimone, anche perché le interpretai per primo, della nascita di alcune delle sue canzoni più importanti: Malafemmena, Sulo, Nemica, Ischia, Non voglio amare più e altre ancora. Per quanto riguarda Malafemmena le cose andarono così. La signora Diana, moglie di Totò, si era stancata dei continui tradimenti del marito e ricordo che la crisi coniugale cominciò a Milano quando recitavamo al Teatro Nuovo.

1955 Antonio De Curtis Giacomo Rondinella 000 L

La signora Diana in quel periodo era molto triste: io e altri attori cercavamo di tenerla su di morale, di confortarla nei momenti di abbattimento. Tornati a Roma Totò, a cui ero uno dei pochi a poter dare del tu, mi fece andare a casa sua per farmi sentire una canzone che aveva appena composto.

La canzone era Nemica e mentre me la faceva sentire scoppiò in lacrime sulla mia spalla: Diana lo aveva lasciato. Qualche tempo dopo, sempre a casa sua, mi disse: «Giacumì, ho scritto una canzone drammatica napoletana, che però si può ballare»: era Malafemmena. Me la canticchiò, come faceva per le altre, senza nessun accompagnamento. Alla prima versione io suggerii una piccola variante, per adattarla meglio ai miei toni interpretativi; del resto tra autore e interprete s’instaura sempre una collaborazione che serve a cucire meglio la canzone addosso al cantante. La piccola frase che aggiunsi riguardava il finale del ritornello e cioè l’impennata di voce: «Femmena, tu si ’na malafemmena», che Totò completò con «Te voglio bene e t’odio / nun te pozzo scurdà». Ci tengo a sottolineare che la canzone, al contrario di quanto affermano certe malelingue, è tutta di Totò. Malafemmena venne cantata per la prima volta dal sottoscritto al teatro Quirino di Roma nel 1951 accompagnato dall’orchestra di Gorni Kramer, che aveva scritto una bellissima orchestrazione. Quella sera in teatro c’era un pubblico scelto che Totò aveva invitato personalmente. Ricordo che nel palco a destra c’erano In-grid Bergman e Roberto Rossellini. Senza che io ne sapessi nulla, Antonio aveva invitato anche la moglie Diana. Sul finale dello spettacolo Totò entrò in scena e disse : «Questa sera, tramite Giacomino, vi farò sentire la mia ultima canzone, una canzone a cui tengo molto». Così mi trovai a fare da ambasciatore inconsapevole delle emozioni e dei sentimenti che in quel periodo Totò provava per la signora Diana. Il successo fu straordinario, al punto che Mario Trevisan, proprietario della Fonit, volle che l’indomani andassi a Milano per incidere subito questa canzone. Se io fui il primo a cantare e a ottenere un grande successo popolare di Malafemmena in Italia, bisogna ricordare che il cantante che fece diventare questo brano un successo internazionale soprattutto in America fu Jimmy Roselli, un cantante italoamericano. La collaborazione con Totò continuò ancora per molte canzoni e sempre con lo stesso rituale. Non è un caso, infatti, che io sia l’interprete che ha cantato il maggior numero di suoi successi.

Poi, come accade nelle cose della vita, purtroppo ricevetti un’azione poco simpatica e irriconoscente da parte di Antonio: a quel punto ritenni giusto allontanarmi. Da quel momento le sue canzoni non ebbero più successo: di interpreti se ne alternarono molti al suo fianco, ma con nessuno di questi riuscì a ricercare la collaborazione che aveva instaurato con me anche perché le sue canzoni avevano bisogno di grandi interpretazioni passionali. Quando seppi della sua morte mi trovavo negli Stati Uniti; la notizia mi addolorò molto tant’è vero che annullai un concerto che dovevo tenere la sera in un famoso night club di New York. Alcuni anni dopo volli rendere omaggio ad Antonio incidendo un disco per la RCA che realizzai grazie all’entusiasmo del dottor Melis. Si trattava di un disco che comprendeva dodici poesie di Totò che avevo musicato (la stessa operazione che feci in seguito con Eduardo De Filippo e Salvatore Di Giacomo).

Ancora oggi nei miei spettacoli le canzoni e le poesie di Totò sono presenti: inutile dire che sono sempre accolte da un grandissimo applauso, un applauso che mi commuove perché mi ricorda dei momenti bellissimi della mia carriera artistica a fianco di Antonio, a cui ancora oggi ripenso con orgoglio.»

Sempre a proposito di Malafemmena un curioso aneddoto lo racconta Franca Faldini, che ha scritto insieme a Goffredo Foli un libro sincero e sicuramente fondamentale per la comprensione del comico napoletano intitolato Totò, l’uomo e la maschera. «Dei nights Totò preferiva gli angoli meno illuminati e contro la parete. Si acquattava nella penombra, osservava le coppie sulla pedana, scambiava due parole con i conoscenti che venivano a salutarlo, poi l’orchestra attaccava la sua Malafemmena e chi cantava gli dedicava le parole che aveva scritto a Formia, sul retro di un pacchetto di Turmac bianche, in una pausa della lavorazione di Totò terzo uomo. Al termine, la gente applaudiva e, per ringraziare, lui allungava un attimo il collo in luce e ripiombava nella semioscurità».


A Franca Faldini Totò dedicò quattro bellissime canzoni d’amore: Con te, Core analfabeta, Tu si tutto pe’ me, Uocchie ca me parlate.

Da Malafemmena, oltre alcune sceneggiate, sono stati tratti due film: Totò, Peppino e la malafemmena (1956) con Peppino De Filippo, Teddy Reno e Dorian Gray per la regia di Camillo Mastrocinque; Malafemmena (1957) con Maria Fiore, Nunzio Gallo, Aldo Buffi Landi, Olga Sabelli per la regia di Armando Fizzarotti.

Nel 1954 il principe de Curtis partecipò come autore al Festival di Sanremo con la canzone Con te interpretata da Achille Togliani con l’orchestra Angelini e da Fio Sandon’s e Natalino Otto accompagnati dall’orchestra Semprini. La canzone entrò in finale e si classificò al quarto posto: fu incisa solo da Achille Togliani. Fio Sandon’s così ricorda quel Festival: «Conobbi Totò proprio in quei giorni a Sanremo. Era una persona molto compita. Fu contento di come cantammo la canzone con Natalino. Dopo l’esibizione mi mandò un grande fascio di fiori. Della sua canzone diceva che non era un gran che, ma per il Festival poteva andare bene».

Con il Festival di Sanremo Totò ebbe a che fare ancora nel 1960, come membro della commissione che doveva scegliere le canzoni da ammettere alla manifestazione. In quell’occasione la sua posizione fu molto polemica e lo portò a dimettersi dalla commissione prima della conclusione della selezione. Totò espresse i suoi motivi in un articolo scritto per la rivista «Oggi» intitolato Non faccio l’uomo di paglia per Sanremo.

Nel 1959 Totò mandò una canzone al Festival di Napoli, s’intitolava: Piccerella napolitana. La canzone venne bocciata in fase di selezione insieme a un’altra che era stata presentata da Peppino De Filippo. Il principe de Curtis fu molto amareggiato da questa esclusione e al settimanale «Sorrisi e Canzoni» del 21 giugno 1959 dichiarò: «Forse la mia canzone Piccerella napolitana meritava miglior sorte. Io scrivo canzoni da oltre trent’anni e l’ho fatto sempre per hobby, il mio unico hobby, e sostengo a spada tratta che le canzoni bisognerebbe scriverle soltanto per hobby, cioè seguendo una passione ed un’ispirazione che non siamo minimamente legate a fattori commerciali».
Un Festival, comunque, il principe de Curtis lo vinse. Il fatto avvenne nel settembre del 1962 a Zurigo nell’ambito del Festival della Canzone Italiana. Questo uno stralcio della cronaca che fece Enzo Grazzini per il Corriere della Sera: «L’ammore avess’a essere cantata da Tullio Pane ha vinto il Festival della Canzone Italiana. Ha vinto Totò, perché la canzone è sua. Ecco L’ammore avess’a essere, composta da Pino su una poesia di de Curtis, cioè Totò. Ho detto poesia, non perché la parola mi sia scappata, ma perché ho voluto dirla. C’è la poesia, c’è l’ispirazione della poesia, c’è l’estro della poesia. L’ammore avess’a essere / ’na cosa fatta ’e zucchero / ’na cosa dolce e semplice / tutta sincerità... Interprete morbido, persuasivo, con la voce di grande cantante, che aveva già vinto la sua battaglia nel mondo della lirica, è stato Tullio Pane». I temi trattati da Totò nelle sue canzoni girano tutti intorno all’amore, pochissime sono quelle comiche e per lo più rientrano nel glorioso filone della canzone melodica napoletana. Tra le curiosità da segnalare una canzone che Antonio de Curtis scrisse in francese intitolata Le Lavandou (un paesino vicino Saint-Tropez, dove Totò andava a trascorrere le vacanze con Franca Faldini) che venne cantata da Achille Togliani.

Un discorso a parte merita Totò cantante. A Mario Riva che cercava di farlo cantare nella trasmissione II Musichiere rispose: «Non ho voce, sono stonato» e aggiunse con perfetta pausa comica: «E anche vero che se ha cantato Gassman potrei cantare anch’io». In realtà Totò aveva una voce molto calda e gradevole, con cui giocava nel canto esattamente come faceva con la comicità. Come cantante il principe de Curtis incise un solo disco nel 1942, che contiene due canzoni tratte dalla rivista Volumineide: Marcello il bello e Nel paese dei balocchi, quest ultima cantata in coppia con Mario Castellani. Non essendoci registrazioni degli anni del teatro e del varietà, altre tracce di Totò cantate si possono trovare solo nei film, in cui spesso cantava proprio le canzoni che m scriveva. In particolare ci piace segnalare Totò a Parigi in cui canta Miss, mia cara miss. E ancora. Siamo uomini o caporali, in cui canta Core analfabeta e Levate ’a cammisella, Totò le Mokò, in cui canta La mazurka di Totò, l’unica canzone dedicata al suo personaggio; Totò terzo uomo, in cui canta Nun si ’na femmena. Uno dei momenti canzonettistici più belli di Totò è contenuto nel film Risate di gioia in cui l’attore napoletano canta con Anna Magnani la canzone Geppina, Gepi! in un numero indimenticabile. Uno dei momenti, invece, più eccentrici dell’arte canzonettistica di Antonio de Curtis è quando, nel film Rita la figlia americana, canta la canzone Veleno accompagnato dai Rokes.

Peccato che Totò non abbia mai inciso o interpretato in un film Malafemmena. In compenso ci hanno pensato gli altri, e così le versioni di questa canzone si sono moltiplicate negli anni. Dopo la morte dell’attore tre artisti si sono cimentati con le sue poesie trasformandole in canzoni.

Il primo, già citato, è stato Giacomo Rondinella che ha musicato le poesie di Totò con grande temperamento e nella linea classica della canzone napoletana. Poi è stata la volta di Lino di Giulio, che si è mosso nella linea altrettanto classica della canzone confidenziale. Chi ha saputo giocare con grande gusto e raffinatezza con i versi del Principe è stata Pina Cipriani, il cui nome compare anche nell’antologia discografica intitolata Totò il principe e la Malafemmena, realizzata in occasione del centenario della nascita del comico napoletano, in cui poesie e canzoni si mescolano, interpretate da artisti come Iaia Forte, Maria Nazionale, Consiglia Licciardi e l’originalissima Maria Pia De Vito. Sempre in occasione dello stesso anniversario è stato pubblicato forse il disco più interessante ed emozionante che sia mai stato dedicato da un’attrice al Principe:

Il cuore di Totò, ovvero le più belle canzoni di Totò interpretate da Mariangela D’Abbraccio, che alla parola poetica del grande artista napoletano ha dedicato anche uno spettacolo teatrale.

1955 Antonio De Curtis Giacomo Rondinella 000 L

Non è stato facile ricostruire il mosaico delle canzoni scritte e cantate da Totò, è stata una ricerca che mi è costata molti anni di lavoro, concretizzato in tre volumi discografici (che contenevano anche un libro e un picture-disc) usciti alla fine degli anni ottanta: i primi due s’intitolavano Le canzoni di Totò, il terzo Poesie, scenette e canzoni inedite. Era la prima volta che venivano documentate le canzoni di Totò e questo è stato possibile anche grazie ai collezionisti, preziosi archivisti della nostra musica leggera: Avenali, Longobardi, Geri, Ottone, Taraschi, e Antonio Bosco. Quest’ultimo è sicuramente il collezionista che custodisce più materiale di Totò canzonettista, avendo iniziato le sue ricerche a sedici anni con una dedizione e una passione degne di un certosino. Complici di questa avventurosa ricerca musicale sono stati Gastone Razzi e Mauro Paganelli. Nel terzo volume affidammo alla voce di Nunzio Gallo l’interpretazione di alcuni brani inediti o di cui non abbiamo trovato traccia discografica. La scelta cadde su di lui perché ci ricordammo di quanto aveva detto Totò una volta al Musichiere: «Siccome io non posso cantare perché io non ho voce, ho portato la controvoce, la controfigura della voce. È uno dei più bravi, dei migliori: Nunzio Gallo». Così accompagnato al pianoforte, dal maestro Mario Festa che aveva accompagnato Totò in una famosa escursione teatrale africana, Nunzio Gallo cantò sei canzoni inedite tra cui spiccava Scettico Napulitano.

Uno dei sogni di Totò era che Mina cantasse una sua canzone. Il sogno si avverò in una puntata di Studio Uno del 1965, in cui Mina cantò Baciami, sottobraccio a Totò che faceva di contrappunti musicali. Qualche tempo fa rispondendo a una lettera sulla rivista «Liberal», Mina descrisse Totò così:

«Totò è una cartina di tornasole. Se lo ami sei un essere umano di una qualche rilevanza. Se no, no. Questo è, ovviamente, quello che pensano i suoi irriducibili adoratori, di cui amerei moltissimo essere la presidentessa. Già, che stupida, non ci avevo mai pensato e mi viene in mente solo ora. Farò un «Totò fan club». Bene. E ora so che non posso sottrarmi alla tua richiesta perché sai che ho avuto la fortuna, il privilegio di conoscerlo personalmente e, come mi chiedi, vuoi sapere qualcosa di più. Ecco, quando lo vedevo mi comunicava la netta sensazione di essere di fronte a una meraviglia della natura, la più alta montagna, il brillante più puro, la lampada di Aladino, il mago Merlino. Aveva una classe personale, un tratto, una disposizione che dire principesca è dire poco. Ho visto persone delle più varie estrazioni commosse fino alle lacrime solo per il fatto di essere vicino a lui, e qui si ripeteva il miracolo. Totò ti arriva all’anima per strade sconosciute.»

Una persona che ha seguito con curiosità e partecipazione questa mia ricerca è stato Federico Fellini per questo mi piace chiudere questo scritto con un suo pensiero: «Totò materializzava con lunare esilarante eleganza l’eterna dialettica dell’abiezione e della sua negazione».

Vincenzo Mollica


Io c'ho due hobby, uno scrivere canzoni e un altro che non posso dire.


«Canzoniere della Radio», 1 maggio 1942


«Gazzetta di Parma», 15 gennaio 1943


«Il Piccolo di Trieste», 9 maggio 1952


«Il Piccolo di Trieste», 13 giugno 1952


1954 05 20 Il Messaggero Festival canzoone napoletana Esclusione Toto intro

«Il Messaggero», 20 maggio 1954


Secondo me la vera canzone napoletana è effettivamente in decadenza: la colpa però non è degli autori, bensì del pubblico, il quale oggi purtroppo non canta più ma balla, non sente più la canzone col cuore ma con i piedi. Se il motivo è a rumba o a beguine tutto va bene; e cosi la canzone invece di rimunero sul piano classico e artistico di quando era nata si va sempre più commercializzando, e, sulla falsa riga di quelle poche di successo tipo Anema 'e core, Luna rossa, ’Nu quarto 'e Luna, Munastero ’e Santa Chiara etc., si va degenerando in una vera e propria inflazione di motivi standardizzati. Credo insomma che oggi la canzone napoletana non esista più, ma che esista invece solamente il ballabile napoletano.

Antonio de Curtis (Totò) - Attore e compositore,«Epoca», 1955


Il popolare principe-attore aveva presentato al Festival «Piccerella, napulitana», ma la commistione di lettura non l'ha inclusa nel programma della manifestazione. Insieme a quella di Totò, è stata "bocciata” anche una canzone di Peppino De Filippo.

Lyno Giusti, «Sorrisi e Canzoni TV», n.25, 21 giugno 1959


«La Stampa»,16 settembre 1961 - Quattro canzoni di Antonio de Curtis vengono escluse dal «Festival di Napoli»


«Tutto - ha detto - è nelle mani delle case discografiche, anche le trasmissioni della R. A. I.»

Roma 24 novembre, notte.

L’attore Totò non comparirà sui teleschermi: lui stesso ha smentito stamane le notizie apparse su qualche giornale' a proposito di uno spettacolo televisivo che i dirigenti della R.A.I. avrebbero ideato apposta per lui e che avrebbe dovuto essere sottoposto all’approvazione di Sergio Pugliese.

Il principe De Curtis però ha smentito queste voci: «Non farò della televisione perchè è un genere che non mi interessa. Quanto al canovacci della commedia dell’arte sarebbe interessante riproporli ad un pubblico moderno, ma nascerebbero molti problemi di censura: lasciare intatte le trame, quasi tutte a sfondo licenzioso e impostate su doppi sensi ed equivoci, sarebbe inopportuno; Rimaneggiarle e sfrondarle porterebbe a trarne cose del tutto diverse».

Totò non ha mancato di riaprire la sua polemica preferita sul mondo delle canzoni e sulle difficoltà che incontrano parolieri e musicisti per raggiungere il successo quando non siano legati a una casa editrice . musicale o discografica. «Oggi la canzone è un’industria — ha detto il principe De Curtis — e come tale deve essere sempre sottoposta ad un razionale ed accurato "piano di produzione". Chi scrive musica e versi per il piacere di farlo non può più sapere, attraverso il pubblico, se ciò che fa è bello o è brutto».

«Nessun musicista dilettante — ha aggiunto l’attore-compositore — può sperare di raggiungere la radio o i dischi: ogni cantante è legato da contratti che gli impediscono di mettere in repertorio brani che non siano quelli fomiti dalle case da cui dipende. E la R.A.I. mette in onda solo canzoni che le giungono attraverso case editrici musloali o industrie discografiche. Io perciò scrivo canzoni e me le tengo nel cassetto: le scrivo soltanto per me. L’ultima è intitolata "L’ammore avesse a essere": un motivo moderno, anche se non 'urlato', che però forse nessuno sentirà mai».

«Corriere della Sera», 25 novembre 1961


In Eurovisione è stato trasmesso ieri sera da Zurigo il Festival della canzone italiana in Svizzera. Quel che ci ha colpito di più — e che attraverso il video e l'audio ha avuto un particolare risalto — è stato l'entusiasmo del pubblico. Le telecamere hanno inquadrato ripetutamente la vasta sala della Kongresshaus, adorna di garofani di Sanremo: nella sala si stipavano quattromila persone e queste quattromila persone non hanno fatto altro che acclamare e battere fragorosamente le mani dal principio alla fine. Ci sono stati applausi per tutti: per i cantanti noti (Nilla Pizzi, Achille Togliani, Luciano Tajoli, il Quartetto Cetra, Wilma De Angelis, ecc. ecc.) e in egual misura, generosamente, per i meno noti (Cocki Mazzetti, Wanda Romanelli, Ennio Sangiusto e altri).

Applausi per i direttori d'orchestra e per gli orchestrali. Applausi all'inizio di ogni canzone, applausi a metà ritornello, applausi al cantante che se ne andava, applausi al cantante che sbucava tra le quinte. Tanto rumoroso era l'entusiasmo che ad un certo momento la presentatrice s'è vista costretta ad esortare alla calma i più agitati. E dire che i quattordici motivi in lizza ci sono sembrati piuttosto deboli e scarsamente originali.

Figuriamoci se fossero stati elettrizzanti, trascinanti, appassionanti: cosa sarebbe successo nella Kongresshaus? La vittoria è toccata ad una canzone napoletana, genere che in Svizzera continua ad avere un solido successo: «L'ammore avess'a essere» di De Curtis (cioè del comico Totò) e Fino, con Tullio Pane sospiroso dicitore; al secondo posto s'è piazzata «Scritto su un albero» di Medini e Guerra, nell'interpretazione della rotondetta Wilma De Angelis; al terzo «Zurigo twist», composizione dichiaratamente occasionale, di Filibello, Fiammenghi e Beltempo, cantata da Valeria Foroni.

u. bz., «La Stampa», 30 settembre 1962


Zurigo, 29 settembre

L'entusiasmo che abbiamo incontrato quest anno a Zurigo costituisce una nota predominante del VI Festival della canzone Italiana in Svizzera. E’ stata una grande festa Italiana, a prescindere dallo svolgimento della manifestazione e dai risultati che ne hanno coronato la conclusione. Abbiamo visto giungere gli italiani da ogni citta della Svizzera perfino dalla Germania: li abbiamo visti fare la fila per lunghe ore davanti al botteghino del Kongresshaus nella speranza di rimediare un biglietto d’ingresso. Abbiamo scorto profonda delusione nei loro sguardi sentendosi rispondere che posti non ve ne erano, che tutto era esaurito. «Siamo venuti da Basilea», dicevano gli uni: «veniamo da Stoccarda», facevano eco gli altri ed il loro sguardo era quasi una implorazione rivolta verso l'impiegato del botteghino, al quale altro non restava da fare che allargare in un significativo gesto le braccia.

Li abbiamo visti, i nostri bravi italiani, ricorrere al più strani stratagemmi pur di potersi introdurre di frodo nella grande immensa sala gremita da ben quattromila spettatori.

Spettacolo commovente offerto da questa gente, per lo più modesta che, varcati i confini della patria per guadagnarsi la vita, sente profondo, intenso il richiamo della terra natale anche se esso si presenta come un semplice Festival di canzonette.

E, se non altro, tale commovente fatto costituisce di per se uno del tanti aspetti positivi di questa rassegna canora italiana in territorio che, pure ospitale, è sempre straniero, e che è stata coronata quest’anno da un successo senza precedenti, la formula nuova adottata dagli organizzatori ha avuto un felice collaudo ed unanimi al riguardo sono i riconoscimenti di tutti, cantanti e direttori d’orchestra.

Non altrettanto unanime è invece il coro delle voci per quanto riguarda i risultati e, pur salvando le apparenze con consumata finzione, coloro al quali il successo non ha arriso, ma che come Tajoli, Testa, Mazzetti, la Pizzi sono stati oggetti di calorose manifestazioni di simpatia in sala hanno trovato modo di esprimere egualmente, sia pure in modo velato, il loro disappunto. Così, ad esempio, la sempre «giovane signora della canzone» che si appresta a ritornare ad Acapulco nel Messico, la quale, si è profusa in vivissimi elogi per gli organizzatori del Festival di Zurigo, ha affermato con convinzione che in una rassegna canora quello che conta è che si affermino le canzoni migliori, quelle cioè il cui successo non è destinato a restare circoscritto ad una sola serata. L'allusione era evidentemente chiara ed era rivolto alla canzone dedicata a Zurigo «Zurigo twist» non avrebbe dovuto essere ammessa alla finale del Festival, pensano anche altri, perchè non credono in una sua ulteriore affermazione. Forse hanno anche ragione; ma ciò torna a tutto onore della voce nuova che Zurigo ha lanciato nel mondo della canzone: l'affermazione conseguita dalla giovanissima Valerla Foroni è tanto più meritoria.

Vincitrice del concorso di Verbania, malgrado si trovi all’inizio della sua carriera ha saputo conquistare le simpatie del pubblico e lo ha fatto con arte consumata, superando il pesante «handicap» che le derivava dal dover cantare per prima, dal dover eseguire la prima canzone, dal dover accoppiare la sua bella voce ad un motivo che per il suo riferimento a Zurigo, correva il rischio di non incontrare i favori delle giurie. Così dopo Edda Montanari e soprattutto dopo Milva che il Festival di Zurigo ha avuto il privilegio di lanciare, è Valeria Foroni, una graziosa, simpatica e spigliata ragazza di Mantova, a far la sua apparizione sul firmamento della musica leggera italiana. Ed anche questa circostanza va iscritta nell'attivo del Festival, organizzato con tanta cura e soprattutto con encomiabile disinteresse dagli organizzatori del Comitato di beneficenza della colonia Italiana di Zurigo.

Positivo si è ormai rivelato il sistema delle quattro giurie e per una volta il contributo degli spettatori in sala non è stato determinante ai fini della classifica. Difatti il motivo di Pini e di Totò, il cui nome è stato scandito più volte nella immensa sala che presentava con i diecimila garofani giunti da San Remo, lo spettacolo di un giardino profumato, aveva irrimediabilmente conquistato la prima piazza con i voti delle tre giurie esterne.

E' tuttavia significativo osservare che non un solo voto ha ottenuto l'«Ammore avess’a essere», dalle giurie composte da cittadini stranieri, le cui simpatie si sono manifestate nei confronti del brillante motivo burlesco «A mezzanotte verrà», cantato con dinamismo da Gino Corcelli, accompagnato dal coro «I capitoni»

Certo è che tenendo conto delle manifestazioni di entusiasmo, che a volte hanno sfiorato il delirio e che hanno accompagnato in sala non solo l'apparire ma soprattuto l'esecuzione di alcuni motivi che non figurano invece fra i tre premiati, la classifica sarebbe stata indubbiamente diversa e vedremmo ai primi posti nomi come quelli di Tajoli, della Pizzi e il Taglioni. Comunque siano andate le cose, è innegabile che la manifestazione di Zurigo ha guadagnato una ulteriore posizione nel mercato della canzone. E ciò torna ad onore e merito degli organizzatori.

L. C., «Il Messaggero», 1 ottobre 1962


Sanremo 17 novembre» notte.

Già un centinaio di canzoni è pervenuto alla società «A.T.A.», organizzatrice del XIII Festival della canzone di Sanremo. Secondo quanto si apprende, parteciperanno quasi certamente al festival Tony Renis, autore di «Quando, quando, quando», Kramer con due canzoni con parole di Pallavicini, Bindi che avrà come paroliere Gino Paoli, Totò, Pino Donaggio, Giorgio Gaber e Gene Colonnello.

Anche Modugno dovrebbe inviare ima canzone che verrebbe cantata da Milva. Per i cantanti ancora nulla di deciso. E' confermato però che essi non saranno più di ventidue. Eugenia Foligatti (ora Eugenia Landi) e Gianni La Commare parteciperanno di diritto al festival come vincitori del concorso voci nuove.

Per il presentatore si fa insistentemente il nome di Mike Bongiorno, mentre per le orchestre la scelta pare limitata ai complessi di Gigi Cichellero, Luttazzi, Trovajoli e Semprini.

«Corriere d'Informazione», 18 novembre 1962


«La Stampa», 2 agosto 1966


«Il Popolo», 23 aprile 1967


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«Il Popolo», 23 aprile 1967


Nelle liriche affiora la vena più autentica del comico napoletano.

Questo recentissimo Totò (Cetra LPP 99), che del resto raccoglie cinque sketch di evidente origine radiofonica o televisiva, conferma, ma anche spiega, la cocente delusione che hanno subito gli ammiratori del comico napoletano rivedendolo sul piccolo schermo nell'infelice serie «Tutto Totò» (proprio ieri sera il Primo Canale ha trasmesso «Premio Nobel» che ampliava una scenetta di questo disco). Ma come, hanno detto molti, questo è il nostro Totò? E infatti non lo era. Totò, si vuol dire, era fatto per il palcoscenico e, almeno cosi come lo abbiamo conosciuto, soltanto per il palcoscenico. Portato tale e quale davanti alle telecamere o ai microfoni non era più Totò come non lo era sullo schermo, nonostante i suoi cento e più film.

Tranne quando, ma avveniva rara mente, il regista cercava di «costruire» un Totò cinematografìco, cioè un altro Totò. Forse avrebbero dovuto fare lo stesso i registi televisivi. E non si getti troppo la croce addosso agli autori di questi testi. In fondo, essi sono zeppi degli stessi doppisensi e nonsensi, battute e giochi di parole con cui per anni Totò ha fatto ridere sino alle lacrime tutte le platee. Ma, fuori del palcoscenico, il loro sapore svanisce. Per questo, ascoltando questo disco, se ne può cavare qualche divertimento soltanto immaginandosi di starsene a teatro. Altrimenti, assai meglio le poesie, dello stesso Totò, poste all'inizio. Tenui, delicate e tristi: non è un modo di dire che in ogni grande comico si nasconde una vena di profonda malinconia.

a. bl., «Stampa Sera», 7 maggio 1967


Malafemmena di Totò con la voce della Ferri GABRIELLA FERRI: - Mazzabubù • (33 giri RCA).

Da piccola, Gabriella Ferri andava col padre per il popolare quartiere del Testaccio. vendendo biscotti e lamelle da barba. Ha studiato fino alla quarta elementare. Si è impiegata come commessa e nel tempo libero cantava canzoni della vecchia Roma. Aveva talento musicale, era spontanea, impetuosa. Presto è arrivata al cabaret, poi alla radio e alla televisione. Il successo è stato continuo Dice: «So fare poche cose, cerco di farle almeno bene. E' importante che il pubblico capisca la mia sincerità, che mi rivolgo a lui senza mai ricorrere a trucchi o furbizie. Cerco sempre di essere me stessa, con tutti i miei difetti. Chi mi vuol bene, saprà perdonarli». Ogni anno, dal una» personale» Fu Mattia di Pirandello e la psicanalisi di Svevo 1970, presenta Nel '70 «Gabriella Ferri nel '71 «Lassatece passa -; nel '72 «...E se fumarono a Zazà»; nel '73 «Sempre -: nel '74 «Remedios». La serie continua con questo «Mazzabubù» con undici canzoni e parecchie sono pezzi tra i più importanti del vasto repertorio popolare. La Ferri riprende Malafemmena di Totò, Eri piccola cosi di Buscagliene, Maruzzella e Tu vuo' la' l'Americano di Carosone. Il tuo bacio è come un rock di Celentano, le «classiche» Vecchia Roma e Luna Rossa. Vecchie canzoni riproposte da una cantante che crede appassionatamente a quello che fa, e lo fa senza risparmiarsi.

i.c., «La Stampa», 30 ottobre 1975


Tira aria di Gesù Bambino, e la strenna discografica più curiosa, inaspettata, chic, sarà in distribuzione dal 10 dicembre. Totò, il grande Totò misconosciuto in vita e troppo visto da morto nei film ripetuti fino all'ossessione in ogni più sgangherata tv privata, arriva in una veste marginale e quasi sconosciuta nella sua vita d'artista, quella di cantante e autore di canzoni. «Le canzoni di Totò» è un cofanetto che costa 40 mila lire; contiene: due 33 giri con alcune delle canzoni che egli compose e cantò; un «picture disc» con la poesia «'A Livella» recitata su un lato dalla sua voce (1967) e sull'altro da Nino Taranto (1961) con la musica di Raffaele Viviani: le caricature di Totò e l'illustrazione della morte con la falce sul vinile bianco sono, destino tragico, di Andrea Pazienza, che ci lavorò poco prima di morire; infine, un libro illustrato con la copertina disegnata appositamente da Federico Fellini, con fumetti di Crepax, Pratt, Staino, Manara e altri, locandine, fotografie, testi delle canzoni e interventi scritti di Fellini, Franca Faldini, Togliani, Murolo, Pasolini; c'è, infine, un articolo scritto per un giornale da Totò stesso, a testimoniare la sua passione per la canzone: l'artista racconta le sue peripezie come presidente di una commissione che selezionava per Radaelli le canzoni di Sanremo, e spiega perché alla fine ha deciso di abbandonare i lavori d'inquietante titolo, buono ancora oggi: «Non faccio l'uomo di paglia per Sanremo».

Ideatore e curatore di questa eccezionale operazione è Vincenzo Mollica, giornalista del Tg1, serio e soave, appassionato di musica e da sempre malato di Totò, che da otto anni cerca per l'Italia questo materiale prezioso, per lo più in mano ai collezionisti di 78 giri, difficilissimo da trovare. A questo primo cofanetto ne seguiranno altri: fra un portalettere di Salerno e una signora siciliana, la catena finalmente si è messa in moto e il materiale sta affiorando. Qui ci sono 19 canzoni, ma alla fine Mollica spera di mettere le mani su buona parte degli almeno 50 brani di cui Totò è stato autore e qualche volta interprete. Mollica nella sua introduzione riporta una frase significativa dell'artista: «Non c'è nessuna discrepanza tra la mia professione che adoro e il fatto che io componga canzoni e butti giù qualche verso pieno di malinconia. Sono napoletano e i napoletani sono bravissimi a passare dal riso al pianto». Universalmente conosciuto come padre della bellissima «Malafemmena» (che era dedicata alla prima moglie Diana Rogliani e non, come si è creduto a lungo, alla Pampanini), Totò è un autore e interprete eclettico, che mescola sentimento e parodia, lingua italiana e napoletana, gag e malinconie.

E' ancora il cinema ad aiutarci nella scoperta di Totò interprete: romantico nell'intensa «Core Analfabeta» (da «Siamo uomini o caporali»), la più bella dopo «Malafemmena», con una musica appena accennata dalla chitarra: scanzonato e yé yé in «Veleno» con i Rokes (da «Rita la figlia americana»), irresistibile in «Miss» (da «Totò a Parigi»), in «Geppina Geppì» interpretata con Anna Magnani nel film «Risate di gioia», in «La Cammesella» con Fiorella Mari, da «Siamo uomini o caporali».

Purtroppo "Malafemmena" nella versione di Totò non si è trovata, c'è qui l'interpretazione magistrale di Murolo e un'altra a gola spiegata di Giacomo Rondinella, che è anche la prima incisa, nel 1951. Spiega Mollica di aver saputo da Ben Gazzara che Anna Magnani la cantava benissimo, ma probabilmente si trattava di momenti privati, e l'attrice non incise mai il brano. Un fruscio romantico e discreto del 78 giri accompagna molte incisioni. Achille Togliani, Nino Taranto, Claudio Villa, Tullio Pane, N. Maldacea ci fanno scoprire con le loro voci un Totò autore sempre molto romantico e classico, attento a seguire gli stilemi della canzone napoletana. Molte le curiosità: «Con te», che è cantata da Togliani, fu in gara al festival di Sanremo, nel '54, e fu incisa anche da Gianni Ravera non ancora patron della trasmissione tv «Studio Uno», è stata poi ricavata la registrazione di "Baciami", cantata da una grande Mina mentre Totò vicino a lei commenta comicamente le parole.

Autore di canzoni bellissime, Totò non conosceva la musica. Ricorda Achille Togliani: «Andavo in casa De Curtis insieme con i maestri Falconiate e Trovaioli, i quali avevano il compito di trascrivere i motivi che Totò fischiettava o cantava». Aggiunge Murolo: «Qualche voce cattivella sostiene che il Principe venisse aiutato nella composizione della musica, io lo escludo completamente, perché la struttura delle sue canzoni era molto personale». 

Marinella Venegoni, «La Stampa», 4 dicembre 1988


«L'Unità», 4 dicembre 1988


Il popolare giornalista musicale del Tg 1 ha dato vita, dopo anni di studi e di ricerche, a una operazione discografica di straordinario interesse tesa a mettere in luce l’attività di Totò autore di canzoni. «Totò — racconta Mollica — scriveva soprattutto di notte, dopo i suoi impegni di scena, e spesso, componendo, tirava l'alba. Nella sua vita ha scritto 36 canzoni che aveva affidato soprattutto a due cantanti: Giacomo Rondinella e Sergio Bruni. Ma in realtà le troviamo eseguite da molti altri interpreti come Achille Togliani, Nino Taranto, Roberto Murolo, Claudio Villa, Nilla Pizzi. Meno facile, invece, reperire le versioni cantate da Totò stesso. I suoi spettacoli in teatro raramente sono stati registrati, le case discografiche hanno distrutto quasi tutti gli originali. Ci sono venuti in soccorso i collezionisti. Ma anche lì c’era un problema. Per estrarre un buon suono da un 78 giri si può usare uno speciale acido che aiuta a tirar fuori un magnifico segnale. Poi però il disco diventa inservibile dopo una sorta di canto del cigno. Così ci siamo limitati a dei normali riversamenti».

Nell’album troviamo «Con te» (cantata da Achille Togliani), «L’ammore avesse a essere» (Tullio Pane), «Baciami». Quest'ultimo è uno straordinario duetto fra Mina e Totò. Il principe Antonio De Curtis adorava Mina e per lei scrisse questa canzone nella quale riservava a sé il ruolo di «spalla» con pochi contrappunti verbali, nei quali recitava la parte dell’uomo timido e innamorato, mentre la cantante sosteneva il ruolo principale. La registrazione proviene da una celebre puntata di «Studio uno».

C’è quindi «Malafemmina» cantata da Murolo. Come ispiratrice di questo classico di Totò venne per anni indicata Silvana Pampanini che avrebbe suscitato le ire del comico rintuzzando i suoi approcci sentimentali con la frase «anch’io ti voglio bene: come se fossi un padre». In realtà si è scoperto — grazie a una testimonianza di Franca Faldini, compagna di Totò per 15 anni — che «Malafemmina», era stata dedicata alla moglie di Totò, la bella Diana Rogliani, che visse con lui dal ’31 al ’51. Dopo una rottura con la stessa (e in lite pure con la figlia Liliana), Totò compose, oltre a «Malafemmina» altre canzoni di ispirazione sostanzialmente «misogina» come «Nun si na femmena», «Nemica», «Casa mia» e «Sulo»

Troviamo poi Totò cantante in «Core analfabeta» (dal film «Siamo uomini o caporali»), «Miss, mia cara miss» (dal film «Totò a Parigi»), «Geppina Gepi» (in un incredibile duetto con Anna Magnani dal film «Risate di gioia»). Poi c’è un Totò assolutamente imprevedibile, versione «ye ye», impegnato a cantare col complesso dei Rokes «Veleno» (dal film «Rita la figlia americana»). Nei due dischi ci sono, fra le altre, «Mariarosa» cantata da Claudio Villa, «Le lavandu» (Togliani), «Filome'» (Nino Taranto).

Il cofanetto contiene inoltre un «picture disc» con un disegno di Andrea Pazienza che presenta da un lato la versione classica della celebre poesia A livella recitata dallo stesso Totò e nell’altro la poesia incisa nel 1961 da Nino Taranto con l’accompagnamento musicale di Raffaele Viviani. Fondamentale coronamento dell’operazione è comunque il fascicolo a colori allegato che raccoglie testimonianze, disegni, documenti, reperti rari, fotografie e i testi delle canzoni.

C’è uno scritto di Federico Fellini e una serie di disegni realizzati dal regista stesso apposta per l’opera. Poi un’intervista con Totò dal titolo «Non faccio l’uomo di paglia per Sanremo» quando, presidente della commissione selezionatrice del Festival (1960), abbandonò sdegnosamente i lavori dopo gravi dissensi con altri membri dell’assise. Quindi altri disegni di Staino, Paziena, Guido Crepax, Milo Manara, Garretto, Hugo Pratt, Aurelio Galleppini, testimonianze di Togliani, Murolo e Vittorio Paliotti, Franca Faldini e uno scritto di Pier Paolo Pasolini su Totò comico.

E ancora locandine, etichette discografiche fra cui una, della «Voce del padrone», è particolarmente curiosa: Con te! slow (A. De Curtis), canzone presentata al IV festival di Sanremo 1954. Canta Gianni Ravera col complesso Armonia. 

Mario Luzzato Fegis, «Corriere della Sera», 11 dicembre 1988


E' stata inaugurata al Centro internazionale di Brera, nell’ex chiesa dì San Carpofaro di via Formentini 10, la mostra iconografica «Totò (l’uomo, il teatro, il cinema, la televisione, il poeta, il fotografo)». Promossa in collaborazione con il Comune, il ministero del Turismo e dello Spettacolo, la Regione Lombardia, Redi Electric, Skill Group e con il patrocinio della Provincia di Milano, questa testimonianza globale del «pianeta Totò» è stata allestita dall’architetto Giampaolo Monti e coordinata da Angelo Lanza, Luigi Giustiniano e Umberto Altomare, grazie anche al determinante aiuto di Liliana De Curtis, Giancarlo Governi, Vincenzo Mollica, della Biblioteca Siae e degli archivi Rai; il catalogo è stato pubblicato dalla casa editrice Collseum (la mostra resterà aperta sino al 1° luglio).

La maschera Totò, un originale miscuglio di Pulcinella, Pinocchio e Petrolini, viene proposta in questa rassegna nella versione pubblica, quella delle locandine accompagnate da fotogrammi dei film più noti — in totale ne girò 96 —, da «Fermo con le mani» del '37 a «I due orfanelli» del '41, da «Totò le Mokò» del ’49 a «Napoli milionaria» del '50 e poi, passando attraverso «47 morto che parla» ('50), «Guardie e ladri» ('51), «L'oro di Napoli» (’54), «I soliti ignoti» (’58), solo per citarne alcuni, per arrivare a «Uccellacci e uccellini» di Pier Paolo Pasolini (1966). E non dimentichiamo Totò attore di teatro, compagno di Isa Barzizza in «C'era una volta il mondo» del '48, di Anna Magnani in «Quando meno te l'aspetti», protagonista dello spettacolo «Bada che ti mangio» (’49) e della rivista «A prescindere» ('56) che annovera in cartellone nomi come la soubrette Yvonne Menard, il musicista Carlo Alberto Rossi, la spalla Enzo Turco.

Tuttavia, accanto a queste documentazioni dell'artista Totò, sono esposte anche foto di famiglia scattate da Antonio De Curtis alla moglie Diana e alla figlia Liliana a Viareggio nel 1937 e durante un viaggio in Africa nel '40: Totò fotografo, una passione nascosta. Altre immagini, a fianco dì lettere autentiche, documentano poi la vita privata del «principe», come il tragico amore di Liliana Castagnola, la soubrette che si suicidò nel 1930 perché abbandonata da Totò, o come il legame con Franca Faldini che diventò la sua compagna negli ultimi quindici anni di vita.

Antonio De Curtis, uomo e attore, ma anche poeta e autore di canzoni: l’altra faccia del pianeta Totò. De Curtis era molto affezionato a questi testi che probabilmente considerava lo specchio più vero della sua anima malinconica. La più famosa delle sue canzoni è senz’altro «Malafemmena», ma Totò ne scrisse altre 40.

Qualche titolo tra i testi esposti in originale al Centro internazionale dì Brera: -Nemica», cantata da Giacomo Rondinella, «Povero core», «Casa mia», «C’aggia fa’... C’aggia dì...», «Miss, mia cara miss». E se «Malafemmena» viene considerata la regina delle canzoni di Totò, «'A livella» è la più nota delle sue poesie. Mentre nelle canzoni il tema dominante è l’amore, qui Totò racconta piccole storie del nostro vivere quotidiano, segnato dal contrasto tra prepotenti e poveracci, ricordando con Antonio De Curtis che «'A morte ’o ssaje ched’è?... è una livella. ’Nu rre, ’nu maggistrato, ’nu grand'ommo trasenno stu canciello ha fatt’ ’o punto c'ha perzo tutto, ’a vita e pure 'o nomme... nuje slm-mo serie... appartenimmo ’a morte!».

Franco Manzoni, «Corriere della Sera» 8 giugno 1990


Due nuovi capitoli si vanno ad aggiungere alla collana Palcoscenico, curata dal giornalista televisivo Vincenzo Mollica: un ricco cofanetto su Alberto Sordi «cantante», da Nonnetta al duetto col baritono Bruson, passando per i brani scritti per il cinema assieme a Piero Piccioni; ed il terzo volume dedicato a Totò, con poesie, scenette e dieci sue canzoni «ritrovate» ed interpretate da Nunzio Gallo.

[...]

Il terzo (e probabilmente ultimo) cofanetto dedicato a Totò contiene invece principalmente poesie, come la celebre "A livella", dove Pino Daniele accompagna alla chitanra la voce registrata del grande attore; scenette (fra cui l’indimenticabile gag del "Vagone letto" ed una eccezionale parodia dell'Amleto offerta da Totò durante un'inlervista radiofonica che gli fece Sergio Zavoli nel '52). E una decina di canzoni inedite, di cui Mollica attraverso il consueto giro di collezionisti, è riuscito a trovare gli spartiti. C'è anche la splendida "Scettico napolitano", che Totò considerava il seguito ideale di Malafemmina «Ma poi ci siamo detti: e ora chi le canta queste canzoni? - racconta Mollica - allora mi sono ricordato che una volta Franca Faldini mi disse che il cantante preferito di Totò nei suoi ultimi anni era Nunzio Gallo.

Dopo un mese di ricerche lo abbiamo rintracciato e abbiamo scoperto che, oltre ad essere un grande interprete della tradizione napoletana, è anche un uomo simpaticissimo, che ti fa morir dal ridere. Ha accettato volentieri di cantare questi brani inediti, e ci ha rimediato lui il pianista per l'accompagnamento: Mario Festa, un signore di ben 82 anni, che lui ci ha presentato come "il maestro Festa", che accompagnò Totò nel suo tour africano all’Asmara». Anche il cofanetto di Totò ò corredato da un album di foto, disegni, e, dulcis in fundo, una gustosissima serie di fumetti con Totò alle prese con cannibali, belve e giungle. Sarà davvero l'ultimo della serie? Chissà; Mollica intanto continua a cercare materiali preziosi e dimenticati, «su tre o quattro piste» che potrebbero diventare i cofanetti del prossimo anno.

Alba Solaro, «L'Unità», 30 novembre 1991


Ho scoperto Totò al cinema. In teatro non ho mai avuto occasione di vederlo. I gran finali, le passerelle delle sue riviste compiute a tu per tu con la Magnani, con Lucy D’Albert o Wanda Osiris, gli scoppi di grancassa, i contorsionismi fisici appresso alle ragazze del balletto: so lutto da racconti altrui. Ero un ragazzino di dodici o tredici anni, andavo al cinema e vidi «Fifa e arena». Ricordavo in modo confusissimo un altro film, visto anni prima: «San Giovanni Decollato». Ne avevo riso fino alle lacrime. Diventai un fan di Totò. Per anni non persi un suo film. «I pompieri di Viggiù», «Totò a colori», «Yvonne la nuit», «Totò cerca casa», «L’imperatore di Capri», «Totò cerca moglie», «Totò Tarzan», «Totò sceicco»: tornai a vederli più volte. Anche quel magnifico «Guardie e ladri» di Monicelli, dove la fuga e la rincorsa con Fabrizi, Totò pataccaro e ladro, e Fabrizi guardia, è un vertice ineguagliato di commedia, un momento di fuggevole magia in cui i due attori riescono a esprimere, con la casualità di un'arte che è rivolta e vittoria, le astuzie, i bisogni e le possibili derive di un popolo che faticava a girare il volano della «ricostruzione».

Allora non capivo niente di tutto questo: andavo al cinema per vedere Totò e per sentirmi: investito o posseduto dalla necessità di ridere. E ridevo. Nei film che ha girato, si poteva pensare che Totò disperdesse il proprio talento. Lui stesso lamentò la routine faticosa cui la macchina del cinema lo aveva condannalo. Per lo più produzioni di nessuna qualità, spesso registi mediocri. In una recentissima intervista, Fellini ha detto: «Che assurdità. Quante volte s’è sentito dire: peccato che Totò non abbia trovato un grande regista. Un po’ come dire: peccato che la giraffa non abbia trovato qualcuno che abbia saputo farle fare la giraffa. Lui era un fenomeno naturale, da fotografare così com’era. Un gatto, un bradipo. L'albero di Natale. O Venezia».

E' così. Cosa di diverso ha compiuto Pasolini con Totò in «Uccellacci e uccellini», ne «La terra vista dalla luna» o in «Che cosa sono le nuvole»? Lo ripete spesso: ritrovare in Totò il dato naturale che certa corrività cinematografica poteva aver offuscato in lui, «opporre esistenza a cultura, innocenza a storia».

Ma chi era Totò? Rispondere è un esercizio non da poco. Dario Fo, in un libretto fresco di stampa, «Totò. Manuale dell’attor comico» (Aleph ed.), argomenta che Totò sia stato l’incarnazione di un eterno Arlecchino: «Dell’Arlecchino delle origini, egli ha saputo ripetere la versatilità, la disponibilità a far tutto». Per quanto Dario Fo cerchi di renderla screziata, e sappia sostenerla con esemplificazioni tecniche, a mio giudizio, quella definizione va stretta a Totò. Proprio nel suo libro, Fo riporta una citazione di Flaiano che schiude l’argomento verso altro: «Nella frantumazione della commedia dell’arte, mentre i "servi" Brighella, Arlecchino, Pulcinella si sono dati a rappresentare il mondo possibile nelle vesti dei loro padroni, Totò si è dedicato a illustrare, come in una striscia comica, l’assurdo della sua presenza in quel mondo».

Chi era Totò? La risposta, una risposta intrisa di veritieri umori novecenteschi, dialettica, la argomenta Ruggero Guarini nella prefazione a un «TuttoTotò» dove l’editore Gremese ha raccolto poesie, canzoni, sketch del geniale comico.

E' proprio la natura umbratile, piccolo borghese, dei versi di Totò a scatenare Guarini. Totò, dice Guarini, aveva con il proprio personaggio un rapporto di «assoluta estraneità». Nessun rapporto fra quel personaggio «sulfureo e mercuriale, plebeo e fallico, acrobatico e ingovernabile» che saliva in scena e dava la febbre al pubblico giocando con se stesso, la propria faccia, come un automa soggiogato da Dionisio, e l’elegante, silenzioso gentiluomo napoletano che scriveva «'Na vota sulamente t'aggio visto / e chella volta sola m'è bbastata, / pe nun te scurdà cchiù».

Il Totò che scrive versi ha un’imprevedibile natura crepuscolare: è il principe De Curtis che si stupisce, come ha scritto, se il portiere del palazzo romano dove abitava, dopo averlo visto in scena, invece di salutarlo con deferenza come al solito, gli ha riso in faccia: «Da allora, non fui più per lui una persona rispettabile, ma un saltimbanco». Guarini spiega molto bene la rifrazione profonda e ambigua, ispirata a sincerità e a menzogna psicologica che correva fra quella «persona rispettabile» e il «saltimbanco».

Totò diventa Totò nel momento in cui scopre, sdoppiato, di poter intraprendere un «derisorio rapporto con se stesso», con quel se stesso che è un guscio di buone abitudini e che diventa materia di una parodia à suivre, una parodia infinita di tipi esumati da quel paese d’enigmi che è «il Perturbante». Ciò che Totò portava alla luce era la festa anarchica del vivere, la festa che percuoteva l’Italia dell’immediato dopoguerra. E se si obietta che Totò, con i suoi «grandi numeri» d’avanspettacolo era un eroe del varieté fin dagli anni Trenta, Guarini risponde che «occorreva solo un grande evento — come la generale follia del dopoguerra — perche in quello spirito... ci riconoscessimo tutti».

Insomma, Guarini, ci disegna sotto gli occhi un Totò folgorato dal male del secolo, la schizofrenia. «Leggeva Totò, l’immortale, le poesie del suo doppio mortale? A questa indiscreta domanda coerenza e logica dovrebbero indurci a rispondere con un secco e deciso "no"». Immaginare Totò assorto nella lettura di se stesso sarebbe come «immaginare un geroglifico che sogna di essere un uomo, un segno araldico che desideri procurarsi un corpo, o un extraterrestre che in un momento di noia, di curiosità o di distrazione ceda ogni tanto alla tentazione di prodursi sulla scena dei sentimenti umani. Ma sognano i geroglifici? Hanno desideri gli stemmi? Sono sentimentali i marziani?».

Enzo Siciliano, «Corriere della Sera», 24 dicembre 1991


Totò attore, principe e poeta. E ora anche «musa ispiratrice» di brani musicali. Giovani artisti hanno pensato a lui e due canzoni, dedicate al grande comico napoletano, sono già diventate dischi, mentre una e ancora nel cassetto: se ne era innamorata Mia Martini e poco prima di morire aveva deciso che l’avrebbe cantata.

«Uomini o caporali / che gran genio Totò / non è vero che siam tutti uguali / c’e chi e uno str.. e chi no...»: così canta Paolo Belli, (ex componente del gruppo «Ladri di biciclette») toto-logo doc che spiega: «Impazzisco per Totò, da ragazzino sono scappato di casa per andare a vedere la sua tomba. È un genio. Vorrei essere stato suo figlio. Ho intitolato il mio brano "Uomini o caporali" (omonimo film del ’55, nonché battuta abituale di Totò, ndr) perché è grandiosa la sua teoria: non siamo affatti tutti uguali. Ma la differenza non sta tra nord e sud, tra bianchi e neri, ma tra stupidi e intelligenti. Ho voluto farne un inno: un testo serio e una musica divertente, dai ritmi cubani. Un contrasto, come amava Totò».

E se Belli è un bolognese che «adora i napoletani», i «Giallocromo» ovvero Marco Del Freo e Nicky Costanti, sono due toscani doc che adorano il grande attore. E per lui hanno scritto «Ci vorrebbe Totò». Più che per lui — come recita il testo — per «i comici fuori allenamento / per le battute fuori tempo / per i cuori chiusi nei paltò / Ci vorrebbe Totò per le lacrime telecomandate / per le risate programmate». Insomma, secondo i Giallocromo, solo lui potrebbe rialzare il livello di un certo appiattimento. Commentano: «È una frase che dicevamo fin da bambini per sdrammatizzare le situazioni. Perché se ci fosse lui, si saprebbe sorridere».

E c’è anche chi ha scelto Antonio De Curtis come confidente. È Lorenzo Zecchino (vincitore di Castrocaro nell’89) che ha scritto «Antò», ma non è mai riuscita a inciderla. È un brano triste, melanconico, uno sfogo amaro, bocciato l'anno scorso al Festival di Sanremo. «Mimì ne era rimasta incantata — racconta Zecchino — poi quel maledetto 14 maggio, quando è morta, mi è crollato il mondo addosso. Ora la canzone ce l’ha in mano Renato Zero. Speriamo». Dice: «Antò è ancora tanta l'ignoranza, la disonestà.../ Antò io qualche volta mi vergogno di essere nato qua. / Napoli sogna ancora uomini come te, principi della strada / e vuo’ sappè pecché / siamo mediterraneo miseria e nobiltà / un grido di speranza in miezz a st’infamità».

Maria Volpe, «Corriere della Sera», 22 agosto 1997


REGGIO EMILIA

«Da piccolo ho avuto la meningite e con la meningite o si muore o si diventa scemi. Io non sono morto». È il 1930 e Totò sbuca per la prima volta da uno schermo cinematografico, presentato in cinegiornale come uno dei comici italiani più promettenti. Si tratta di un vero e proprio inedito, ritrovato negli archivi dell'Istituto Luce. Lo si può vedere (insieme ai primi film degli anni Trenta, a cominciare da "Fermo con le mani" del 1937) nel padiglione della Festa nazionale de l'Unità che ospita la mostra del principe della risata, Antonio De Curtis. Sono passati trent'anni dalla sua morte e dopo un'iniziale periodo di oblio, Totò è tornato da diverso tempo al centro dell'attenzione non solo della critica: le nuove generazioni hanno riscoperto le grandi doti artistiche.

La mostra ripercorre gli anni che vanno dal varietà alle prime interpretazioni cinematografiche. Ci sono immagini e cimeli, compresa la famosa bombetta che usava in scena. C'è l'originale dattiloscritto della canzone "Malafemmena". Con la dedica autografa alla moglie Diana Bandini Rogliani. «E non come spesso si sente dire a Silvana Pampanini» precisa Giovanni Graia, uno dei coordinatori della mostra e dell'Associazione Antonio De Curtis che raccoglie i tanti e famosi (da Sordi a Monica Vitti, Da Riccardo Muti ad Enzo Biagi) «totomani» d'Italia. C'è molto anche della vita di Totò, delle sue molte donne, compresa la celebre chanteuse Liliana Castagnola che per amore del Principe si suicidò nel 1930.

E proprio in ricordo della cantante, Totò darà il nome di Liliana alla figlia che nascerà alcuni anni dopo. «Mio padre diceva che la donna non è un vizio ma una necessità» ricorda la figlia, presente alla Festa per l'inaugurazione della mostra. Conferma insomma la fama di «sciupafemmine» del grande comico napoletano. «Ne ebbe effettivamente tante, ma le trattava tutte con molto rispetto. Al punto che la Castagnola è sepolta nella tomba di famiglia» dice Liliana De Curtis. Ma certo alla figlia piace soprattutto ricordare l'artista, «il suo straordinario rapporto con il pubblico, specie a teatro». Era sul palcoscenico che egli dava il meglio di sè. «Chi non l'ha visto a teatro non può immaginare che cos'era. Un fuoco d'artifìcio con una capacità di improvvisare che preoccupava sempre chi lavorava con lui perchè quando andava in scena non sapeva mai cosa aspettarsi». Non meno caro, naturalmente, è il ricordo dell'uomo, del padre. «Totò era dolcissimo, certo non si lasciava andare a molte smancerie e coccole, ma è sempre stato molto presente». Preziosi gli insegnamenti. «Era un uomo onesto, retto, con un grande senso della giustizia. Lavorava molto. Diceva che qualsiasi lavoro è onorevole purché si faccia. Aveva grande umiltà e rispetto per gli altri. Non viveva solo per sè stesso, ma guardandosi intorno e cercando di dare una mano a chi aveva bisogno». Le generosità era del resto un altro dei tratti distintivi dell'uomo Totò.

«Si dichiarava monarchico e socialista» dice Graia. E Liliana De Curtis conferma: «Mio padre non era un uomo politico, come non può esserlo un uomo di spettacolo, ma era molto vicino alla gente». Nessun problema quindi anche per questa presenza alla Festa dell'Unità ? «Certo che no - afferma la signora De Curtis - è anzi una ulteriore occasione per fare conosce l'arte di Totò». La mostra della Festa peraltro è soltanto lo sviluppo di un lavoro di ricerca e documentazione iniziato alcuni anni fa dall'Associazione e che troverà il suo culmine l'anno prossimo, quando ricorre il centenario della nascita. Graia ricorda di avere già discusso con il ministro dei Beni culturali Walter Veltroni un programma di iniziative, tra cui una grande mostra da tenere al Palazzo delle esposizioni di Roma. Ma si sta lavorando anche alla realizzazione del museo dedicato a Totò, in allestimento al Palazzo dello Spagnolo nel rione Sanità il quartiere di Napoli dove nacque. «Sarà un museo vivo, non solo da guardare - spiega Liliana De Curtis - dotato di una sezione informatica che consentirà al pubblico di interagire con la documentazione. E avrà anche un teatro di un centinaio di posti dove potranno essere ospitate rappresentazioni e spettacoli».

Walter Dondi, «L'Unità», 29 agosto 1997


Tre canzoni inedite di Totò sono state trovate dalla figlia Liliana De Curtis fra i manoscritti del padre. «Dincello mamma mia», «Me diciste ’na sera» e «Me so’ scurdato e te» saranno pubblicati dalla Sony il prossimo dicembre.

«Corriere della Sera», 20 novembre 1997


Liliana De Curtis: «Le ha incise Mariangela D’Abbraccio, papà amava le belle donne». Il 15 febbraio galà su RaiUno

Tre canzoni inedite di Totò, «parole e mosica», assicura Liliana De Curtis, che le ha trovate mettendo ordine tra le carte del padre, catalogando autografi e fotografie destinati all’ atteso museo dedicato al principe della risata che sorgerà, chissà quando, al Palazzo dello Spagnuolo, alla Sanità. Dopo il colossale lavoro svolto da Vincenzo Mollica con i cofanetti della Fonit Cetra sulle «Canzoni di Totò», nessuno si aspettava altre novità canore del grande comico, e invece... Eccole qui, tre canzoni romantiche: la triste «Dincello mamma mia», «Me diciste ’na sera» e la più allegra «Me sò scurdato ’e te», che Liliana ha affidato alla voce di Mariangela D’Abbraccio, attrice napoletana che l’anno scorso ha portato in giro per l’Italia un recital dedicato al Totò autore e poeta.

«Mariangela è affascinante e bravissima», racconta la De Curtis, «l’ho conosciuta in occasione del suo spettacolo e sono rimasta conquistata dalla sua arte e dalla sua grazia. Quando mi sono capitate per le mani quelle canzoni, dopo aver scoperto in Siae che non erano nemmeno state depositate, ho deciso di farle uscire, al più presto possibile, su disco, come inizio delle celebrazioni per il centenario della nascita di papà, che festeggeremo alla grande l’anno prossimo. E ho pensato a lei. Con un sorriso sulle labbra: a mio padre un’operazione così sarebbe piaciuta anche perchè la D’Abbraccio è una bella donna, di quelle che lui sapeva apprezzare».

Considerata, probabilmente non a torto, una delle voci minori della produzione di Totò, la canzone era una delle passioni dell'artista: «Non c’è nessuna discrepanza tra la mia professione che adoro», dichiarò una volta, «e il fatto che ho composto canzoni e butti giù qualche verso pieno di malinconia. Sono napoletano e i napoletani sono bravissimi nel passare dal riso al pianto».

Ma torniamo al centenario di Totò, nato il 15 febbraio 1898: «Oltre al museo, che non so se sarà pronto per quella data, ci sono un sacco di iniziative che bollono in pentola», racconta la De Curtis. «Innanzitutto una serata di gala, anzi un Premio Totò, che si svolgerà il 15 febbraio a Napoli, sotto le telecamere di RaiUno, anche se non ho avuto ancora la conferma della messa in onda in diretta, bisogna controllare il palinsesto. E non abbiamo ancora deciso dove fare questo show, probabilmente in teatro, in quel periodo forse fa troppo freddo per puntare su piazza del Plebiscito, che pure sarebbe perfetta per rendere omaggio a papà: sarebbe uno spettacolo mai visto. Poi c’è il disco di canzoni e poesie interpretate dalla D’Abbraccio, che sarà pubblicato dalla Sony, e una grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma: è quella già vista a Napoli, ma ampliata. E queste sono soltanto le cose certe, sapesse quanti progetti ho...».

[f.v.], «Il Mattino», 20 novembre 1997


Chissà se fu il giudizio del fedele autista, a cui faceva ascoltare in anteprima ogni sua composizione, a convincere Totò a lasciare nel cassetto quelle tre canzoni ritrovate per caso, tempo fa, dalla figlia Liliana De Curtis. «Dincello mamma», «Me so’ scurdate ’e te», «Me diciste na sera» ora diventeranno il nucleo portante dell’album «Il cuore di Totò» interpretato dall’attrice napoletana Mariangela D’Abbraccio, in uscita il 4 dicembre.

«Tutto è nato dallo spettacolo di Mariangela — racconta la figlia Liliana —. Dopo aver portato in scena un anno fa le canzoni di mio padre, Mariangela ha deciso di incidere un disco. Siamo andati a cercare tra i tanti documenti che conservo e le abbiamo trovate: scritte su fogli di carta da musica, mai incise, né depositate alla Siae». Canzoni di cui Liliana De Curtis non aveva mai sentito parlare. «Riflettono la sua vena più seria, malinconica. Non ricordo che ce le abbia mai fatte ascoltare. In genere mio padre chiedeva il nostro giudizio, oltre a quello del suo autista. Di che anno sono? Non posso dirlo con certezza, ma direi che appartengono al periodo 1950-51, lo stesso di "Malafemmena"» «Dincello mamma mia / c’a voglio sempe bene / c'a porto dint’o core / c’a tengo dint’e vene / è tutta a vita mia / nun ma pozzo scurda ’ / sta femmena è la mia / essa'adda ritumà» recita «Dincello mamma mia». «Me so' scurdate 'e te I e vuo’ sape' pecché / mo voglio bbene a n'ata / eh 'è assale cchiù meglio ’e te» è il ritornello di «Me so’ scurdate ’e te».

«L’atmosfera — continua la De Curtis — mi ricorda molto "Malafemmena", ci ritrovo il riferimento a quella sofferenza d’amore, quando mia madre (Diana Rogliani, n.d.r.) decise di separarsi da lui».

Per amore di leggenda si narra che «Malafemmena» fu ispirata al principe De Curtis dalla passione per Silvana Pampanini, conosciuta sul set di «47 morto che parla», mentre la donna che Totò dice di non potere scordare era proprio la madre di Liliana, che, quando già il loro amore era finito, volle mettere fine al loro matrimonio.

1997 11 21 Corriere della Sera Canzoni f1

«Credo che "Me diciste 'na sera" — si sbilancia Mariangela D'Abbraccio — sia anche superiore a "Malafemmena". È la storia di un uomo abbandonato che si ritrova solo di notte per la strada e ripensa a tutte le promesse mancate della sua donna. È ancora la donna portatrice di dolore che si ritrova in tanta parte della sua produzione musicale. Questi inediti saranno una conferma della capacità di Totò di rispecchiarsi nella grande melodia napoletana». Nel disco, oltre alle tre canzoni, compariranno dei classici di Totò, da «Carme’ Carme’», a «Miss mia cara miss».

«Musicalmente è stato un grandissimo dilettante — commenta Renzo Arbore, estimatore di Totò — toccato in varie occasioni da una profonda ispirazione. E’ stato l’erede di Salvatore Gambardella, che come lui la musica non la conosceva, lasciava prevalere l’istinto sulla preparazione. Certo, "Malafemmena" resta il punto più alto della produzione di Totò, così misteriosamente affascinante, basata sulla semplicità, una canzone che non finisce mai di stupirti». Arbore si felicita della scoperta. «Sono molto curioso di ascoltare questi brani. Grazie al lavoro di Vincenzo Mollica, all’antologia uscita qualche anno fa, la sua opera era stata ricostruita quasi in toto. Alcune canzoni sono banali, altre sono ricche di magia».

Edoardo Bennato, che con la tradizione melodica napoletana ha poco a che spartire, sottolinea il valore dei testi di Totò: «Come nei suoi film, anche nelle canzoni è sempre riuscito a essere elegante, raffinato, passionale ma mai volgare. Nel suo modo di esprimere le emozioni c’è sempre un grande pudore. Anche in questo e stato un maestro. D’altronde a Napoli, quando si dice maestro, si pensa a lui».

Stefania Ulivi, «Corriere della Sera», 21 novembre 1997


“Me so'scurdato’e te e vuó sapé perché? Mo’ voglio bbene a nata ch’è assaie cchiù meglio ’e te, ’ na bella ’nnammuratache pensa solo a me. Io cchiù nun penzo a te, però quarmo chell’ata me vase, io veco a te” è una strofa degli inediti. 

Le prime strofe di “Me diciste ’na sera”, musicata daTotò. Comme sò triste ’e penziere, quanno sò mute ’e pparole! Ecomme è friddo chistu sole ’a quanno manche tu... comme sò triste ’e penziere! 

Me diciste ’na sera, Dincello mamma mia, Me sò scurdato ’e te, tre titoli «nuovissimi, anche se sono stati scritti nei primi anni Cinquanta». Sono i titoli di tre canzoni inedite firmate da Antonio de Curtis, ritrovate dalla figlia Liliana che le ha «affidate» alla voce di Mariangela D’Abbraccio.

«È un po’ come un regalo di Natale, il regalo di Natale che mi ha fatto mio padre», Liliana De Curtis ha trovato le tre nuove canzoni ed ora le rende pubbliche, le offre agli ammiratori del grande attore, scomparso da tanto tempo e mai come ora presente nella sua città. Cento anni, «il prossimo anno si festeggiano i cento anni dalla sua nascita. Il 15 febbraio si farà festa, a Napoli ed in altre città italiane, con tante iniziative, anche spontanee, che vedranno impegnati personaggi dello spettacolo e della cultura e semplici ammiratori di mio padre», dice Liliana anticipando le giornate che già la vedono impegnata, con l’Associazione Antonio de Curtis, ad organizzare ed a promuovere «ma anche a difendere» il ricordo del grande Totò.

Come ha trovato queste nuove canzoni?

«Mettendo in ordine le sue carte, sono tre canzoni melodiche, una più allegra, due più malinconiche. Ho trovato questi spartiti non stampati, scritti a mano, ho capito che non dovevano essere cose note, ne ho letto le parole, la musica, non la ricordavo ed allora ho capito di trovarmi davanti una piccola dolce scoperta».

Una scoperta emozionante...

«Molto, mio padre raccoglieva tutto ciò che lo riguardava, era molto meticoloso, addirittura pignolo, e quindi credevamo davvero i avere visto già tutto, di conoscere ogni cosa. E invece ecco il suo regalo, improvviso, inatteso, è stato come se avessi sentito ancora la sua voce sussurrare, cantare come una volta la canzone appena composta».

Perché Totò era solito farle conoscere quel che scriveva?

«Sempre, ci leggeva le sue poesie, ci canticchiava i nuovi motivi. Era insicuro e voleva sempre una conferma, e poi il nostro parere era molto importante per lui».

Quando pensa che suo padre abbia composto queste canzoni?

«Credo tra il ’51 e il '52, erano quelli gli anni in cui mio padre dava libero sfogo a certi suoi pensieri, a certe malinconie, attraverso le canzoni. Le canzoni, le poesie, erano per lui come un diario neppure tanto segreto perché ce le leggeva subito. Erano il momento di riposo, l'occasione per fermare il pensiero e le ansie, il divertimento più intimo e personale».

Cosa ha fatto quando ha capito di aver trovato degli inediti di Antonio de Curtis?

«Innanzitutto ho esaminato bene gli spartiti, poi ho verificato alla Siae e non ho trovato alcuna traccia di questi componimenti. Allora sono stata certa che si trattava di canzoni mai eseguite, mai offerte all’attenzione deisuo pubblico. Così le ho depositate e poi ho incominciato a pensare a come fare per renderle pubbliche».

Ed ha incontrato la D’ Abbraccio...

«Una persona splendida, un'attrice sensibile e brava, è la protagonista di imo spettacolo costruito su mio padre, quando l'ho vista in teatro ho pensato che fosse la persona giusta per interpretare per la prima volta le tre canzoni che avevo trovato, il mio piccolo tesoro segreto. E così le ho proposto di incidere un disco, pubblicato dalla Sony, da far uscire subito, tanto per incominciare a preparare le celebrazioni che verranno il prossimo anno. Ed avevo ragione, quando ho ascoltato in sala d'incisione le tre canzoni mi sono veramente commossa».

Come celebrerà il centenario della nascita di Totò?

«Abbiamo molte idee, molte proposte, dovremo scegliere, sono tante e non ci potrà certo fare tutto. Napoli naturalmente sarà una delle città dove dovrà essere celebrato, e non soltanto con l’inaugurazione del museo a lui dedicato a cui stiamo lavorando, ma anche con uno spettacolo, un avvenimento adeguato. Poi ci sarà una grande mostra, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, e tante altre iniziative che ci vengono suggerite da ogni parte d'Italia. Mi sembra che Totò non invecchi, era amatissimo e lo è ancora di più anche dai più giovani, che l’hanno conosciuto solo attraverso il ricordo dei genitori o i tanti film di cui è stato protagonista».

Giulio Baffi, «Il Mattino», 21 novembre 1997


Fra settanta giorni, il 15 febbraio, si celebrerà il centenario della nascita di Totò, e il 1998 offrirà molte occasioni per ricordare il grande attore scomparso trent'anni fa: oltre a una miriade di rassegne e proiezioni e a una pioggia dei suoi film in tv, ci saranno la prima edizione del premio Totò (si svolgerà il 15 febbraio nella galleria di Napoli e andrà in onda su Raiuno), l'inaugurazione del museo a lui dedicato (in allestimento a due passi dalla casa dov’è nato, in un palazzo del rione Sanità, verrà aperto a pezzi, man mano che i diversi settori saranno pronti), una mostra piena di memorabilia che in marzo approderà al Palazzo delle esposizioni, e cosi via.

Nell'attesa («E come primo importante passo di queste celebrazioni», dice la figlia Liliana) c’è una bella operazione che riguarda l’Antonio De Curtis autore di grandi canzoni: è appena uscito Il cuore ai Totò, un album che raccoglie 16 delle sue composizioni corredate da alcune brevi e poco note poesie. Le interpreta (e con grande gusto, sensibilità e passione nonostante sia alla sua prima esperienza discografica) Mariangela D’Abbraccio, l’attrice che la scorsa stagione ha portato con successo in teatro uno spettacolo, appunto Il atore di Totò, nel quale il lato musicale aveva un particolare rilievo.

Accanto a Malafemmena, Aggio perduto ammore, Il paese dei balocchi, Miss mia cara miss, Il bel Ciccillo, Carme', D’Abbraccio propone, ed è questa la piacevolissima sorpresa, anche tre canzoni inedite appena ripescate negli archivi della figlia. Me diciste ‘na sera e Mammarella 'e chistu core, struggenti e dalle melodie intense e sorprendentemente moderne, hanno lo stesso tema (un uomo lasciato dall’innamorata). Me so’ scardato ‘e te è mossa e divertente e dice esattamente il contrario: lui e lei si sono lasciati, ma lui ne ha trovata un’altra e non soffre nemmeno un po’. Assai ben cantate da Mariangela D’Abbraccio con un ottimo quintetto (arrangiamenti semplici e rigorosi «che restituiscono alle canzoni la loro pulizia»), i tre brani sono l’antipasto di altri inediti di Totò.

Fra gli oggetti lasciati dall’attore, infatti. c’è un vecchio registratore Geloso dei primi anni sessanta al compoleto di un nastro che nessuno («Soprattutto per una sorta di timore reverenziale», spiega Paola Agostini dell’Associazione De Curtis) ha ancora mai ascoltato. Secondo Liliana è assai probabile che nel nastro, l’ultimo sul quale il padre ha lavorato, ci siano parecchi di quei brani che Totò scriveva durante la notte e che il giorno dopo faceva sentire in anteprima al suo autista Carlo Cafiero mentre andava sul set. Essendo suoi fedeli ammiratori ci auguriamo di saperne tutto molto presto.

Fabrizio Zampa, «Il Messaggero», 5 dicembre 1997


Ma chi l'ha detto che Totò era solo varietà, cinema e battute (geniali)? Il disco appena uscito, Mariangela D'Abbraccio canta il cuore di Totò sta a dimostrare, per chi avesse ancora qualche dubbio, che Totò era molto altro ancora. Molta musica, per esempio. «La sua vera passione, quello che amava di più era comporre canzoni», racconta la figlia Liliana De Curtis. È stato grazie al suo permesso che tra le carte del padre sono stati scovati tre brani inediti, subito inseriti nel disco.

Ma andiamo con ordine. Il cuore di Totò nasce come spettacolo teatrale che la D'Abbraccio, diretta da Marco Mattolini, ha portato in numerosi teatri italiani. «Nello spettacolo canto venti canzoni - racconta l'attrice - Più che teatro è un vero e proprio concerto. Quindi l'idea di farne un disco è stata piuttosto naturale». Un giovane produttore, Marco Patrignani, ha creduto nel progetto e con gli arrangiamenti di Francesco Tavassi e Giacomo Zumpano si è dato il via alle registrazioni. Non senza prima aver dato un'occhiata tra i manoscritti del Principe De Curtis. «A notte fonda, dopo aver passato in rassegna fogli su fogli, parti, parole, parti senza partiture e quan'altro - dice Zumpano - abbiamo capito di avere in mano tre canzoni di cui non si sapeva niente».

Me diciste 'na sera, Mammarella 'e chistu core e Me so'scurdato 'e te sono un impasto classico, emotivamente coinvolgente di temi e accordi cari a Totò. Il quartetto musicale (Giacomo Zumpano pianoforte, Illir Bakiu violoncello, Jean Marie Ferry chitarra, Vito Ercole batteria e percussioni) che accompagna l'attrice anche nella versione teatrale, avvolge in un'atmosfera di grande pathos la voce recitante: nelle canzoni, infatti, l'interpretazione entra con quella «irruenza» tipica da palco-scenico che sicuramente rappresenta la cifra stilistica della D'Abbraccio. Ma quando e come componeva Totò? «La notte - risponde la figlia - Un po' al pianoforte, che suonava male ma suonava, e un po' fischiettando. Poi le faceva ascoltare a noi della famiglia ma soprattutto a Cafiero, l'autista. Non ha mai pensato di sfruttare economicamente le sue composizioni. Le faceva prima di tutto per se stesso. Amava talmente tanto la sua parte musicale che quando poteva cercava di inserire una sua canzone nei film».

Antonio De Curtis, dunque, come artista a tutto tondo e poeta (la sua 'A livella ha venduto milioni di copie). «Eppure la televisione non sembra interessata a promuovere quest'altra anima di Totò, quella più intima, più seria. Abbiamo trovato difficoltà alla promozione del disco, per esempio da Costanzo e a Domenica In», dicono in coro i produttori e Liliana De Curtis. Interesse invece dimostrato da Rai International che per prima ha fatto ascoltare - in tutto il mondo - i brani inediti. Nel frattempo fervono i preparativi per il centenario (febbraio 1998). Tra gli eventi previsti spicca l'apertura, a Napoli, del Museo dedicato a Totò. «Abbiamo moltissimo materiale - ha detto Paola Agostini della Fondazione De Curtis - e lo stiamo catalogando. Liliana ogni tanto ci porta qualche pezzo venuto fuori inaspettatamente. Sarà un grande museo, collegato con tutti i musei di cinema del mondo anche attraverso le nuove tecnologie». Tra i pezzi rari c'è un vecchio registratore Geloso su cui Totò incideva.... Che cosa? Non si sa. Non è ancora stato ascoltato il nastro inserito, probabilmente datato 1967 o poco prima. Motivi fischiettati, idee, poesie? Chissà. Certamente altre testimonianze della fervidissima fantasia ed intelligenza del nostro Principe, non solo della risata.

Antonella Marrone, «L'Unità», 5 dicembre 1997


Tredici canzoni in un cd

Da morto, nel 1967, Totò aveva parecchi nomi (Antonio De Curtis Gagliardi Griffo Focas Comneno di Bisanzio), da neonato, cent'anni fa il 15 febbraio, ne aveva solo uno: Antonio Clemente. E come tale il futuro comico scoprì il teatro imitando Gustavo De Marco, artista famoso che faceva la marionetta. Così nacque la maschera di Totò: superando il maestro, il successo arrivò nell'avanspettacolo con Guglielmo Inglese (anni Trenta) e poi nella rivista (anni Quaranta) con Anna Magnani e Michele Galdieri. Al cinema, dopo il debutto in «Fermo con le mani» (1937), la consacrazione giunse nel 1947 con «I due orfanelli». Da qui parte una cascata di titoli celeberrimi, da solo o in coppia con altri grandi attori, da Peppino De Filippo a Aldo Fabrìzi, fino all'esperienza finale con Pier Paolo Pasolini in «Uccellacci ed uccellini». La creatività di Totò fu multiforme e fatta anche di versi, musiche e canzoni. A questa produzione è dedicato un cd edito da «l'U», intitolato «Totò, il Principe e la malafemmina» che riunisce le versioni inedite, delle canzoni di Totò interpretate da Enzo Moscato, Giacomo Rondinella, laia Forte e Maria Pia De Vito. Il cd sarà presentato da Liliana De Curtis, figlia di Totò, domani a Roma, nella sede dell’Eti in via in Arcione.

«L'Unità», 11 febbraio 1998


«Altezza, mi pare una lagna»: così il lapidario giudizio di Salvatore Cafiero, autista del principe De Curtis, dopo il primo ascolto di Malafemmena. E Totò, di rimando: «E tu sei un fesso». L'aneddoto è tornato a circolare durante la conferenza stampa di presentazione di Totò, il Principe e la Malafemmena, un cd di canzoni e poesie del grande attore, realizzato da l'U, in occasione del centenario della nascita che si celebra il 15 febbraio. Il cd viene distribuito in edicola, a 20.000 lire, assieme ad una maglietta riproducete immagini e parole di Totò. Le magliette sono realizzate dalla Rebibbia Jail Cooperative, un gruppo di ragazzi e ragazze recluse nel carcere minorile di Casal Del Marmo di Roma. «Una parte dei ricavi delle vendite - ha spiegato la figlia di Totò, Liliana De Curtis, presente alla conferenza stampa -serviranno a questi giovani per aiutarli quando usciranno dal carcere. È una bella iniziativa che speriamo di ripetere anche col carcere minorile di Nisida».

Le incisioni del cd, realizzato da Flaviano De Luca e Alessandro Spinaci, sono quasi tutte inedite e sono eseguite da un gruppo di artisti napoletani: dalle neomelodiche Ida Rendano, Maria Nazionale e Pina Cipriani a Consiglia Licciardi, Enzo Moscato, Giacomo Rondinella, Maria Pia De Vito. Alle canzoni, tra cui ovviamente c'è anche la classicissima Malafemmena, si aggiungono 3 poesie di Totò, recitate dall'attrice Iaia Forte, e la celeberrima 'A livella, declamata dallo stesso Totò. Una miscela di interpretazioni classiche e rivisitazioni con sensibilità odierne, e persino qualche sperimentazione vocale, come quella di Maria Pia Fusco che si lancia in vocalizzi jazz ne II cigno di Caianello.

Il cd realizzato dalle iniziative editoriale de l'Unità, è una delle tante iniziative per il centenario della nascita del grande attore napoletano. Un anniversario che si porta dietro anche qualche pole la Rai non si decide in tempo, rischia di saltare tutto. Comunque abbiamo fiducia». Positiva conclusione, invece, per il museo dedicato a Totò che, come ha annunciato la Agostini, finalmente si farà. Dovrebbe aprirsi entro quest'anno, in un palazzo del rione Sanità, a pochi passi da dove nacque Totò. E mentre una bella mostra sul Totò letterato sta girando l'Italia e fa tappa al Teatro dei Dioscuri a Roma, ancora nulla di fatto per un progetto di una grande mostra sull'attore che dovrebbe tenersi al palazzo delle Esposizioni di Roma. «Il progetto l'abbiamo presentato da tempo - ha spiegato Paola Agostini - all'assessore Gianni Borgna che ora lo ha girato al neopresidente del Palaexpo, Renato Nicolini. Ma fino ad oggi non abbiamo avuto risposte. Anche in questo caso abbiamo fiducia e pazienza. Ma come direbbe Totò, ogni limite ha una pazienza».

Renato Pallavicini, «L'Unità», 13 febbraio 1998


Re della farsa e del varietà, nume tutelare di tutti i comici di là da venire, Antonio De Curtis, principe di Bisanzio, in arte Totò, è stato pure un genio della canzone. Tante ne scrisse («Una settantina» assicura la figlia, Liliana De Curtis), ma solo una è passata davvero alla storia, «Malafemmena», che ha fatto il giro del mondo interpretata dagli artisti più disparati, da Giacomo Rondinella a Connie Francis, a Pavarotti. La più nota, non certo l’unica.

Molti fra i brani scritti e musicati dal grande attore napoletano hanno avuto per interpreti voci come Mina («Baciami»), Roberto Murolo («Nun si ’na femmena») Achille Togliani («La lavandou»), E ora, fra pochi giorni, la casa discografica Anubi International manderà sul mercato un cd, «Totò Lost Lyrics», con tre brani inediti più un quarto, «Picccrclla napulitana», interpretato solo una volta dal grande Nino Taranto.

«Per le altre tre invece, "T'aggia lassà", "'N ce so’ caduto" e "Dai dai bambina", è davvero la prima volta», assicura il produttore discografico Guido Marcone. E aggiunge: «Le due napoletane son davvero straordinarie, a mio parere quasi superiori a "Malafemmena”».

A riportare in vita le tre canzoni, parole e musica di Totò, vergate di suo pugno su altrettanti spartiti, è stato come sempre il caso.

«Gli spartiti — racconta Marco-ne erano di proprietà della signora Ficicchia, vedova di un editore napoletano che ti aveva comprati quando Totò era ancora vivo. Rimasti sepolti per molti anni nel magazzino, affidati a un certo punto al cantante Luciano Fineschi (che però purtroppo morì prima di utilizzarli), sono stati alla fine ceduti alla Anubi, che ha sede in Canada. Testati i brani sul mercato Usa con esito più che favorevole, è stato dato loro un nuovo adattamento musicale, più consono ai tempi, grazie all’intervento di una serie di musicisti, alcuni dei quali del gruppo di Zucchero. A quel punto si è deciso di inciderli in un disco. Li canterà una voce giovane, quella di Alessandra Valente, già cantante di gospel e jazz ma con una spiccata propensione per il repertorio napoletano». E la prima copia verrà messa all’asta, con l’impegno che metà dei proventi andranno a finanziare il Museo di Totò che sta per sorgere a Napoli.

Ma di che cosa parlano queste canzoni? D’amore, naturalmente. In «T'aggia lassà» Totò si dispera, parla di «gelosia che lo tortura», di «amore che lo fa sragionare». Una bella crudele, un'altra malafemmena da lasciare prima che sia troppo tardi. Ma dietro le parole roventi traspare una passione nient’affatto spenta. Altro capitolo del cuore in «N’ce so’ caduto», dove confessa un grande amore, lui che credeva che non l'avrebbe mai conosciuto:

So' 'nammurato ’e te e non saccio pecche so caduto, forse sta bocca toia che è profumata, forse 'sti occhi toi che so 'e velluto....

Quanto alla terza, l'unica con titolo e testo italiano, ha un tono di tutt'altro tipo. La «bambina» è la figlia di un pescivendolo del mercato che, grazie al suo bell'aspetto, ha vinto una corona di Miss e ora si dà delle arie. L'ammonisce Totò:

Ma non scordarti che tuo padre è quello che vende il baccalà.

«Che in giro ci possano essere canzoni inedite di Totò non lo escludo, ne ha scritte tante», commenta la figlia, Liliana De Curtis, riservandosi di ascoltarle prima di esprimere qualsiasi giudizio. «D'altra parte — aggiunge — dev'essere il momento delle riscoperte. Una poesia di Totò, "'A 'nnamurata mia", è stata messa in musica da Maria Quattrone e uscirà in cd interpretata da Marilena. E Fausto Cigliano ne ha appena inciso un'altra, "Angelina", inserita in un disco dove compare anche una canzone su testo di Eduardo e una terza scritta da Pupella Maggio». Una buona compagnia per Totò.

G. Ma., «Corriere della Sera», 11 maggio 2000


La figlia Liliana racconta del ritrovamento dei nuovi testi. «Non avevo mai ascoltato questi brani scoperti dai canadesi. Da noi si conosce solo “Malafemmena"»

Con l'estate, gli schermi tv tornano a farci sorridere con i film dì Totò. Ma il Totò più nascosto, un vero cantautore malinconico e introverso che trovava sfogo attraverso la musica e che regalò un gioiello come «Malafemmena», è tuttora di difficile accesso. Quattro sue canzoni inedite chiuse in un cd di proprietà canadese intitolato «Totò Lost Lyrics» e cantate da una bionda lettrice di inglese all'Università romana di padre napoletano, Alessandra Valente, aspettano con pazienza di trovare la strada dell'ascolto collettivo. Che non sarà necessariamente quella dei negozi né di Internet, ma forse una distribuzione privata, un bonus di qualche Azienda ancora illuminata in questi tempi bui. In un percorso rocambolesco che sembra preso da uno dei film d’avventura del grande Principe, le edizioni erano state acquistate in un negozio di Napoli dalla società canadese: poi i brani sono stati riarrangiati e attualizzati, senza stravolgerli, dal musicista torinese Guido Marcone nei suoi studi vicino Lucca, e la Valente scelta dopo numerose audizioni. «N' ce so' caduto» e «T' aggio lassa'» sono belle canzoni romantiche e malinconiche, che in qualche modo rimandano a «Malafemmina», «Piccerella napulitana» e «Dai dai bambina» sono invece più giocose. Ma la novità vera ora è che la figlia dell'attore, Liliana de Curtis, coinvolta da Marcone in questa operazione, è decisa e convinta a riportare a galla, a partire dall'autunno, l'intero patrimonio musicale di Totò.

Signora de Curtis, lei sapeva dell'esistenza di questi brani?

«Ho sempre detto a tutti che mio padre ha sempre depositato ciò che creava alla Siae. Il signor Marcone ha trovato il materiale in queste specie di negozi napoletani dovi vendono di tutio, spartiti compresi: ha adattato la musica, le parole sono quelle: ha fatto una cosa musicalmente splendida. Sono brani inediti perchè mai cantati, la gente non li ha mai sentiti, è bellissimo che siano finiti in un cd».

Lei aveva mai ascoltato questo materiale?

«Io mai. Papà ha scritto tantissimo, qualcosa come 45 canzoni. Continuiamo a sentire "Malafemmena" che è un inno nazionale, perchè non le altre? Questo è un primo passo, importante e bellissimo»

La ragazza che canta? «Intanto è una brava ragazza, cosa già molto difficile con i personaggi da cui siamo sovrastati; la voce poi è perfetta nella situazione attuale, moderna».

Trovare gli altri inediti sarebbe anche un grande business.

«Ma basta andare alla Siae o da me, che li ho tutti. Debbo solo riordinare un po' le mie cose, questo è un periodo difficile perché mia madre s'è rotta il femore e sono molto occupata. Bisognerà fare un controllo, soprattutto per vedere se siano mai stati incisi; ho desiderio di andare fino in fondo»

Coma ricorda suo padre musicista?

«La musica era forse la cosa che amava di più: tirava fuori la sua anima e infatti di canzoni allegre ve no sono poche. Gli venivano di getto, scriveva su qualunque cosa avesse in mano, anche sui pacchetti delle sigarette. Suonava il pianoforte con due dita, lui, incideva con il Geloso che io conservo e poi la mattina ci faceva ascoltare; il primo a sentire era Carlo Cafiero, il nostro autista di sempre. Era una cosa molto tenera: canzoni e poesia facevano parte della vita privata di papà».

Il musicista Guido Marcone sta ora lavorando a un musical del vecchio leone della discografia Ennio Melis da mettere in scena a Montreal; dal suo studio di Lucca spiega: «Alcuni brani sono la logica conseguenza di "Malafemmina". "N'ce so' caduto" è stato scritto prima, il più complicato e "T’aggia lassà"; "Piccirella napulitana" era stato cantato da Nino Taranto e gli altri provati, ma non con questi spartiti. Sappiamo anche con chi Totò aveva composto con un suo amico, Mario Gozzoli, di cui non troviamo eredi e non sappiamo nulla ma sugli spartiti ci sono le sue correzioni, era un trascrittore molto bravo, delle idee di Toto. Il giro armonico è simile a quello di "Malafemmena", perchè ogni autore è appassionato a certi "giri", da Gerry Mulligan a Totò.

Marinella Venegoni, 7 agosto 2000


Totò, si diceva e si dice ancora oggi, ha fatto troppi film, e troppo in fretta: inevitabile che molti possano presentare più falle che pregi. In verità, il “totò-filo” (nomignolo caro a Pier Giorgio Gallizio, che se l’era goduto da vicino, frequentandone i set nei primi anni Sessanta, e l’aveva usato per i “santini” di una sua campagna elettorale alle comunali) non guarda ai film in sé, ma all’attore, al fenomeno naturale: per quanto infilato a forza in una sceneggiatura labile e pretestuosa, valeva sempre, da solo, il biglietto. Certo, negli ultimissimi film comici, o nelle imbarazzanti scenette girate in extremis per la tv, traspaiono età, stanchezza, cecità (e il suo sfruttamento): però sono episodi che si cancellano in nome del talento e dell’intelligenza superiore di Antonio de Curtis, principe di Bisanzio (eccetera eccetera: una sfilza di titoli lunga qualche riga) e “del cinema italiano”, come è scritto facilmente in copertina al blocco libro + cd musicale pubblicato da Mediane libri nel 2007. Forse va detto che anche di iniziative editoriali, su Totò, se ne son fatte troppe, e quindi nel mazzo c’è il buono e il malriuscito: questa di cui vi parliamo l’abbiamo trovata nel circuito librario dei remainder’s, e va chiarito subito che a livello editoriale ha più di qualche pecca.

Il volume di 336 pagine ha una veste grafica assai trascurata, così come lascia a desiderare la qualità del testo principale: per fortuna, visto il suo stato, non sono che poche pagine, e la parte del leone la fanno le fotografie. Le immagini provengono tutte dall’archivio dei Reporter associati, e sono sempre notevoli, sia che riguardino i set, sia che mostrino il Totò più intimo e privato. Non è male il cd accluso, per quanto non ci sia neppure qui una gran messe di testi e di informazioni. Però ci si orienta, e si ha modo di apprezzare cosa si nascondesse, negli anni Cinquanta/Sessanta, tra le pieghe dei film “commerciali” di Totò: a volte ottime colonne sonore di autori come Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Lelio Luttazzi, che contrabbandavano una certa idea di jazz, “atmosferico”, liscio e orecchiabile, a un pubblico vastissimo. Si tratta spesso di brani di commento costruiti sulla struttura del blues, ma con un tempo medio, una ritmica swing che rende semplice l’ascolto e che durante la proiezione fa passare quasi inosservato il pezzo. Invece su cd tutto è più evidente. A fianco di questi, ci sono pure Malafemmina e altre canzoni scritte (parole e spesso musica) da Totò, e cantate da Murolo, Togliani, Rondinella... Insomma, se non avete le mega-raccolte della Cam o i cofanetti curati a suo tempo da Vincenzo Mollica, questo pacchetto Mediane può servire come inizio.

Edoardo Borra, «Gazzetta di Alba», 1 febbraio 2011


L’artista affidava spesso allo scritto la malinconia esistenziale

In un gioco di ruoli che riconducevano sempre a lui, ai mille aspetti della sua arte, durante l'intervista Rai concessa al giornalista Lello Bersani nel 1963, un elegante Principe Antonio de Cur-tis nella sua casa romana raccontava che Totò, con tutto l'armamentario di sberleffi, la maschera plastica, la battuta sagace che ribaltava ogni situazione, si trovava di là in cucina, insieme alla servitù.

Totò, insomma, era un altro. Quello che andava in scena, pronto quando il regista gridava ciak. Però poi c'era un ulteriore lato della sua personalità, oltre il set, lontano dal teatro.

Il Totò intimo, che affidava una malinconia esistenziale, lo sgomento d'amore per una donna, la nostalgia per la lontananza da Napoli, le riflessioni sulla morte, alla pagina, componendo poesie, versi scritti su foglietti o dietro i pacchetti di sigarette, le immancabili Turmac.

L'INTERVISTA

Nell'intervista Rai fatta da Lello Bersani nel 1963, Antonio de Curtis gioca con il giornalista, sdoppiando la figura dell'uomo da quello della maschera di Totò

'A LIVELLA

Nel 1964 l'Editore Fiorentino pubblica la raccolta di poesie in napoletano scritte da Totò: la raccolta si arricchirà di altre composizioni nel decennale della morte dell'artista

LA LINGUA

Nelle liriche e nelle canzoni Totò scelse di utilizzare il napoletano: scriveva su foglietti e dietro i pacchetti di sigarette nella lingua madre, legame continuo con Napoli

Nel 1964 fu pubblicata, dall'Editore Fiorentino di Napoli, 'A livella, raccolta che si arricchirà, in occasione del decennale della morte di Totò, di un corpus di liriche d'amore dedicate all'amata Franca Faldini.

In ognuna delle poesie la lingua è quella madre, il napoletano, che riannoda il filo mai rescisso con la città, strumento, come per Di Giacomo, che suona le corde più intime, riproducendo dell'amore un fragore inarginabile. «Schiuppanno all'intrasatta dint' ' a 'stu core / he dato vita nova a chesta vita», in All'intrasatta.

E poi la morte, tema ricorrente, spietata e nuda, che senza artifici diventa unica occasione per annullare ogni divisione sociale, come nella più celebre 'A livella, il suo manifesto poetico, quando in un cimitero battibeccano le anime del netturbino e del marchese.

«A morte 'o ssaje ched'è?... è una livella. / 'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo, / trasenno stu canciello ha fatt' 'o punto / c'ha perzo tutto, a vita e pure 'o nomme».

Pier Luigi Razzano, «Repubblica», 15 aprile 2017




Riferimenti e bibliografie:

  • Vincenzo Mollica in «Totò partenopeo e parte napoletano», (Associazione Antonio de Curtis), Marsilio Editore 1999
  • Pier Luigi Razzano, «Repubblica», 15 aprile 2017
  • «Canzoniere della Radio», 1 maggio 1942