Dapporto e la vita difficile del «rampollo»

La prima rivista della stagione conferma la decadenza di questi spettacoli troppo lunghi, macchinosi e convenzionali, nonostante il talento comico di Carlo Dapporto
Uscito per primo dal segreto delle prove del teatro di rivista, Carlo Dapporto ha debuttato al Lirico di Milano con uno spettacolo, la cui principale novità consiste nel ritorno a formule e a schemi che il teatro leggero sembrava avesse ormai abbandonato. Per chiarire meglio si può dire che ”Il rampollo”, su copione di Scarnicci e Tarabusi, i due autori di fiducia di Dapporto, è troppo frammentario, troppo prevedibile pur nella complessità del suo intreccio fatto di scambi di persone e di riconoscimenti, troppo affrettato in certi passaggi, per meritare l’etichetta di commedia musicale. Gli mancano peraltro lo sfarzo, le scalee luccicanti, le soubrettes seminude, per essere rivista.
Non è un discorso nuovo. Sono anni ormai che il "genere” palesa una decadenza inarrestabile. Gli autori sostengono che non esiste pubblico in Italia per gli spettacoli cosiddetti intelligenti o comunque fuori della tradizione; e si rifugiano in variazioni all’italiana della commedia musicale che seguita a prosperare a Broadway. Il pubblico alza le spalle e se ne va, annoiato dalla prolissità e dalla macchinosità di uno spettacolo ormai, probabilmente, "fuori misura” rispetto al ritmo della nostra vita quotidiana.
Carlo Dapporto e Marisa Del Frate soli e fra le dodici "Bluebell", tutte inglesi e tutte alte non meno di un metro e settantacinque. Oltre che ballare cantano.
E’ presumibile' che ”Il rampollo” soffrirà di questo stato di crisi generale, anche perchè gli autori hanno scelto una via troppo facile e troppo ovvia. Affascinati dall’ infaticabile e generosa comicità di Dapporto, sempre presente a se stesso nei personaggi e nelle situazioni più diverse, sempre in grado di strappare l’ilarità al suo pubblico anche con un semplice strizzare d’occhi, con un ammiccare, una smorfia, che nella loro fulminea immediatezza sono ancora la parte migliore delle sue possibilità espressive, Scarnicci e Tarabusi si sono preoccupati soprattutto di creare delle occasioni. Occasioni per schierare le "Bluebell”, per far cantare il quartetto Record’s, e via di questo passo. Ne consegue che spesso viene a mancare nello spettatore la curiosità per quello che potrà accadere dopo, salvo un momento, nel secondo tempo, quando a dipanare l’imbrogliata matassa si annuncia l’arrivo di Santuzzo Pipitone, ancora e sempre Dapporto, nei panni di un parente, panni non più piemontesi (quelli ormai un po’ frusti del popolarissimo Agostino) ma siciliani. La sala, nell’attesa, si fa attenta, percorsa da serpeggianti correnti di ilarità, compare Santuzzo, efficace, ma, ahimè, tutt’altro che nuovo. Dall’altra macchietta si discosta cosi poco da trarre in inganno lo stesso attore al quale ogni tanto sfuggono cadenze e intonazioni assai poco siciliane.
Sacrificata da un copione in fondo modesto Marisa Del Frate assolve il suo compito con anche troppa dignità. Canta con grazia, anche se una cattiva disposizione dei microfoni (ma è un inconveniente da nulla) ha dato per un istante l’impressione che la sua intonazione vacillasse; è bella, anche con i capelli tinti d’un rosso aggressivo e schiacciati sotto il chepì dell’esercito della salvezza (ma non protesteranno queste degne persone d’essere state trascinate in frangenti così licenziosi?) e recita, soprattutto. Quando la sceneggiatura lo consente trova accenti, si muove con un ritmo preciso, riesce anche a piangere, insomma è una sorpresa gradita. La si ringrazia per aver rinunciato agli orpelli, agli sbracciamene della prima donna, alle stole di visone, al corteggio dei boys. Che sono sei ma dei quali quasi non ci si accorge.
Dunque questo "rampollo” è l’erede di un ipotetico regno di Polonia che una grande potenza, l’Inghilterra nel caso specifico, ha tutto l’interesse, non espresso per vero, a mettere sul trono. Forse per accertarsi che egli abbia la possibilità di continuare la stirpe, ma non è ben chiaro, un funzionario del Foreign Office che veglia sull’importante ospite gli recluta un nutrito stuolo di ragazze squillo che gli vengono però soltanto fatte vedere, tanto da ingenerare il valido sospetto che sia stato tutto un espediente per presentare il balletto. Alla mercè delle voglie del principe, che naturalmente è Dapporto, si lascia soltanto una signora di tutta fiducia del ministero, poco casta, ma anche così poco romantica da ingenerare nel rampollo lo irrefrenabile desiderio di sottrarsi alla tutela dei suoi ospiti fuggendo, di notte, per le vie di una Londra tentatrice. Cosa che, per altro, facevano anche sovrani veri, ma in epoche remote.
Inseguendo il suo sogno di piacere arriva a Hyde Park. Il che farebbe supporre che in fondo i principi non hanno poi più fantasia dei loro sudditi, ma è una considerazione accessoria. Qui Dapporto è vittima di una coppia che, con uno strattagemma, lo droga e, a sua insaputa, lo costringe ad interpretare un film immorale. Ma questo non si vede. Abbandonato in una strada egli sarà raccolto da due girovaghi che lo porteranno in un asilo gestito dall’esercito della salvezza.
Qui rl'incontro con Marisa Del Frate, il capitano Silvia Bennet, di cui il rampollo, nelle mentite spoglie di uno stecchinaio (colui che trae guadagno dall’infilar stecchini nelle olive) si innamora a tal puntio da chiedere e ottenere seduta stante di essere arruolato.
Marisa Del Frate, che canta e recita con garbo; il Quartetto Record’s ha cavato dagli strumenti anche suoni convincenti.
Prova evidente della commovente buona fede di questi missionari. Nella stessa notte, il rampollo ora anche soldato Isaia, farà ritorno a palazzo. Qui l’amara sorpresa. Il film già circola a Londra a vantaggio di quei libertini accendendo anche di fosca e lasciva iriosità la moglie del sottosegretario la quale non fa misero di essere la prima autrice delle fortune politiche del marito. Due ruoli questi sostenuti con garbo e misura da Jole Fierro e da Mario Ferrari. soprattutto quest’ultimo vittima innocente e dimentica tanto dell’infedeltà della moglie quanto della levità e fret-tolosità del copione.
Sul filo di questa doppia personalità Carlo Dapporto sosterrà una titanica lotta, vuoi per sedurre, vuoi per non essere sedotto e lo spettacolo continuerà sul filo di questa trovata che è la giustificazione e il fine. Più che trovata, ritrovata. Lo scambio di persona un artifizio consueto del teatro popolare; nel caso di Dapporto una formula d’obbligo efficace ancora solo per raccattiate freschezza della sua pur prevedibile comicità. L’azione si complicherà quindi per l’ingresso di un terzo personaggio, Santuzzo Pipitone, di cui si è detto; e, a questo punto, come un pallone troppo gonfio, l’intreccio finirà con lo scoppiare arrivando al lieto chiarimento.
In questo gioco avranno la possibilità di inserirsi personaggi minori ulteriormente rimpiccioliti dagli abiti striminziti che sono stati fatti loro indossare, come Tonino Micheluzzi, felicemente costretto dentro un tight di uno stolido funzionario.
D.A., «Tempo», anno XXII, n.41, 8 ottobre 1960
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| D.A., «Tempo», anno XXII, n.41, 8 ottobre 1960 |
