I pompieri di Viggiù

Se la conosco? Tutta no, ma quasi. Se non c'era quel pesce vi avrei conosciuta tutta...

Totò

Inizio riprese: 1948-1949 - Autorizzazione censura e distribuzione: 6 aprile 1949 - Incasso Lire 397.000.000 - Spettatori 3.817.308


Titolo originale I pompieri di Viggiù
Paese Italia - Anno 1949 - Durata 90 min - B/N - Sonoro - Genere Comico - Regia Mario Mattoli - Soggetto Marcello Marchesi, Steno - Sceneggiatura Marcello Marchesi, Steno - Produttore Dino De Laurentiis - Fotografia Aldo Tonti - Montaggio Giuliana Attenni - Musiche Armando Fragna - Scenografia Alberto Boccianti


Carlo Campanini: comandate dei vigili del fuoco - Silvana Pampanini: Fiamma, la figlia - Ave Ninchi: Gaetana, la moglie - Dante Maggio: il vigile del fuoco napoletano - Aldo Tonti: il vigile del fuoco genovese - Ughetto Bertucci: il vigile del fuoco genovese - Alfredo Rizzo: il vigile del fuoco milanese - Leopoldo Valentini: il vigile del fuoco pugliese - Augusto Caverzasio: il vigile del fuoco siciliano - Ernesto Almirante: uno spettatore a teatro - Dolores Palumbo: una spettatrice a teatro - Mirella Gailardi: una soubrette - Ricky Denver: il fantasista francese - Totò Mignone: il direttore del palcoscenico - Totò: sketch del manichino - Isa Barzizza: sketch del manichino - Mario Castellani: sketch del manichino - Wanda Osiris: se stessa - Carlo Dapporto: se stesso - Laura Gore: Pomponia - Guido Morisi: cittadino di Pompei - Leho: ballerino - Manet: ballerino - Nino Taranto: sketch topo d'albergo - Carlo Taranto: sketch topo d'albergo - Enzo Turco: sketch topo d'albergo - Elena Giusti: soubrette - Adriana Serra: soubrette - Franchina Cerchiai - Stella Nicholich - Magda Gonnella - Harry Fiest: ballerino di "Bahia" - Ariodante Dalla: il Cantante - Ricky Denver: fantasista Francese - Rosetta Pedrani: bagnante - Geo Dorlis: Carlino La Barbera - Miriam Gori: bagnante


I_pompieri_di_viggiuSoggetto

In un allegro paese (Viggiù è una cittadina del varesotto) esiste un gruppo privato di vigili del fuoco. Questi ritengono la canzonetta "I pompieri di Viggiù", di gran successo all'epoca, offensiva per il loro glorioso corpo, e decidono di recarsi a Milano per interrompere d'autorità la rivista omonima; inoltre il comandante intende convincere sua figlia Fiamma, che recita nella stessa rivista, ad abbandonare il mondo del teatro e a tornare in famiglia a Viggiù. I vigili del fuoco si spostano ben volentieri, col motivo non dichiarato di poter assistere alla rivista e soprattutto di poter ammirare le belle donne, occasione generalmente negata ai residenti di piccole località di provincia. Il film è il pretesto per una lunga sequenza di numero di teatro di rivista; comunque l'esile intreccio si scioglie nel migliore dei modi: i vigili del fuoco, entusiasmati dal magico mondo del teatro, rinunciano ai loro propositi e Fiamma continua la sua brillante carriera con il consenso del padre.

Lo sketch di Totò

Totò interpreta nel film un dongiovanni che s'innamora della moglie (Barzizza) di un venditore di stoffe (Castellani). La donna sta telefonando alla sua amica, parlandole del suo ammiratore segreto definendolo "non proprio un Adone" ma provando qualche sentimento d'ammirazione per lui. Totò entra nel negozio sfacciatamente e comincia a corteggiare la moglie, ma ben presto sopraggiunge il marito, disperato perché sta per andare in bancarotta. A Totò non resta che fingersi manichino, mentre l'uomo manda via la moglie. Successivamente il marito si siede ad invocare l'anima del padre, sperando che questi possa dargli un consiglio; ma all'improvviso perde i nervi e comincia ad infierire contro i manichini, fermandosi sempre col manichino prima di Totò. Ad un certo punto Totò batte un colpo inavvertitamente e l'uomo lo prende come un segno del padre e comincia a parlare al manichino. Totò allora si finge l'anima del padre e gli richiede stoffe, giacche ed infine un bacio a sua moglie. Dopo lo sketch Totò riappare verso la fine del film dove dirige la banda e poi conclude il numero con la "fanfara dei Bersaglieri".

Critica e curiosità

Piu' che un film lo si può considerare un documento d'epoca sull'avanspettacolo, è infatti un collage di riviste e quadri musicali tenuti insieme da una trama piuttosto insignificante. E' l'occasione per Mattoli l'occasione di unire due mondi (la rivista e il cinema), quasi sovrapporli. Indimenticabile è lo sketch del manichino. L'idea del film è di Dino De Laurentiis uno dei produttori della Lux Film, che però non trova d'accordo i responsabili della casa di produzione decide quindi di indebitarsi personalmente per portare avanti i progetto. Il regista Mattoli gira l'Italia intera per riprendere gli spettacoli di maggior successo, montando il tutto in modo da farlo sembrare un unico grande spettacolo. C'è Dapporto nelle parodie di Petronio, Maurice Chevalier e monsieur Verdoux; riprendono Nino Taranto che nel suo spettacolo Nuvole fa il vigile moralista; a Roma c'è Wanda Osiris che canta Sentimental dalla rivista Al grand Hotel; a Torino registrano Totò nello sketch del manichino di C'era una volta il mondo. Mattioli non perde l'occasione di pubblicizzare un suo film (Fifa e arena) includendo una battuta ad hoc nello sketch del manichino. Il direttore della fotografia, Aldo Tonti, è uno dei pompieri del film e riesce ad illuminare a sufficienza la scena della passarella finale nonostante un grave problema tecnico del set, relativo all'illuminazione. Terminato il film però De Laurentiis ha difficoltà nel farlo distribuire ottenendo la proiezione solo in due sale romane di seconda visione, però l'immediato successo costringe la Lux alla distribuzione su tutto il territorio nazionale.


Così la stampa dell'epoca


«Non è un film, non è una rivista ma una serie di sketches pallidamente fotografati da Mario Mattoli che dimostra, ancora una volta, di non saper adoperare la macchina da presa. Attori: Totò, Taranto, Campanini, Dapporto e altri classici. Censurate abbondantemente le ballerine. Abbiamo un governo che pensa a tutto».

e.b. [Enzo Biagi], «Giornale dell'Emilia», Bologna, 24 aprile 1949


«Dal titolo di una canzone di pessimo gusto che i microfoni della radio hanno trasmessa con una insistenza esasperante, il cinema italiano ha voluto trarre motivo per uno spettacolo in pellicola, che non ha precedenti nella storta del nostri schermi. Mobilitate le « forze » del teatro di rivista italiano, con i suoi copioni e con i suoi complessi, si è voluto tentare il genere della rivista musicale, con un risultato completamente negativo. Certo genere di umorismo, tollerato per i palcoscenici di rivista (che raccolgono soltanto un determinato pubblico) è qui Invece offerto a tutti, grandi e piccini, con quale gusto ed opportunità è facile intendere. Ma alle riserve di carattere morale vanno aggiunte quelle prettamente cinematografiche che non consentono allo spettatore, attento e sereno, di sopportare una simile penosa deformazione del cinema.»

«Il Popolo», 17 aprile 1949


«Quale fu il primo film prodotto in Italia ci dispiace di non ricordarlo. Ma siamo certi che, da allora ad oggi, non ostante tutte le nequizie perpetrate a danno del nostro cinema, non si arrivò mai al punto di presentare sullo schermo una pellicola più sciagurata di questo l pompieri di Viggiù. Onestà vuole che se ne informi il pubblico, anche se ciò è doloroso per tutti coloro che oggi difendono con unghie e denti l’esistenza del cinema italiano. Ma il cinema va difeso con il decoro dello spettacolo (anche quando lo spettacolo mira soltanto a fare quattrini), con il senso di responsabilità di chi lo finanzia e vi lavora, e, in primo luogo, con un minimo di rispetto umano: rispetto per coloro che magari vanno al cinema solo a Pasqua e nelle altre feste comandate dell'anno, per poi trovarsi offesi nell’intelligenza e nella pazienza. Perchè questo film non fa neppure ridere una sola volta. Non è nulla. E' peggio di nulla: è soltanto uno gesto screanzato.»

«Il Messaggero», 18 aprile 1949


«Bisognerebbe coniare una nuova parola per definire adeguatamente questo ignobile susseguirsi di quadri di rivista mal fotografati, cuciti insieme dalla trama più stupida che si possa immaginare. Ma non ne vale certo la pena. C'è solo da deplorare che nomi illustri, o quasi, del nostro cinema e del nostro varietà abbiano apposto la loro firma a questa roba. Pare che la pellicola abbia fatto parecchi soldi; ne farà ancora, ma ciò non significa che il pubblico, che ha poi tanto cattivo gusto, ne sia rimasto edificato».

a.a (Alberto Albertazzi), «Intermezzo», n. 8-9, Roma, 15 maggio 1949


«Il titolo della nota canzone in voga fa da etichetta al film I pompieri di Viggiù, che è un altro della serie Mattoli e ha il senso e il gusto delle riviste musicali. Come tale va preso e tutto quello che si può dire di queste avventure di palcoscenico di un gruppo di pompieri volontari, pronti ad accendersi fra tante beltà, è citare i nomi dei principali interpreti che sfilano sulla passarella: Wanda Osiris, Totò, Nino Taranto, Dapporto, Campanini, Laura Gore, Harry Feist, Ave Ninchi, ai quali fa da contorno tutto l'elemento scenico e tersteoreo di questo genere di spettacoli.»

Arturo Lanocita, «Corriere della Sera», 29 aprile 1949


1949 04 30 Il Mondo I pompieri di Viggiu intro

Dei molti film che questa settimana hanno ottenuto successo, le nostre preferenze vanno al peggiore. E’ inteso che non vogliamo meravigliare nessuno, nè metterci a difendere per gusto di polemica un’ opera che sembra sciagurata, ma soltanto capire le ragioni che hanno consigliato al produttore di farla. Lo stesso titolo del film (I pompieri di Viggiù) fa storcere il naso ad ogni onesto recensore. Ma se certi fenomeni si verificano è inutile ignorarli, e può anche essere dannoso ritenere che non siano fenomeni cinematografici. Intanto, hanno un loro numeroso e affezionato pubblico. Un pubblico che rifiuterebbe ogni considerazione moralistica e si sorprenderebbe se qualcuno tirasse fuori «l’arte» per dimostrargli che quei pompieri la lasciano bruciare senza muovere un dito. Mai come oggi sono valse le parole di Molière : «Rien ne réussit mieux que le succès» e valgono soprattutto per gli artisti; figuriamoci come valgono per chi vuole solo far quattrini.

Questo film è dunque «un successo». Non si può parlare di trama, di racconto: è solo un pretesto per mettere insieme molte ballerine, due cantanti, quattro o cinque comici di fama nei quadri di una rivista già nota: e così far conoscere anche al pubblico della provincia il fasto, la spregiudicatezza, la sana allegria che regna nel nostro teatro di varietà. L'errore dei critici è di voler considerare I pompieri di Viggiù un film, mentre si tratta di un documentario che anticipa in Italia le gioie della televisione. Del documentario questa pellicola ha infatti tutti i pregi, che non sono mai quelli previsti dal produttore. Ad occhi sinceri e scientifici appaiono come i pregi di una brutale sincerità, gli stessi pregi della Natura. Del resto il direttore lascia girare la macchina senza curarsi di intervenire, di truccare la realtà, facendola migliore o peggiore. Gli ' basta che la pellicola non prenda luce, che la gente si muova e faccia chiasso: si comporta cioè con la stessa discrezione di un esploratore che fotografa un branco di leoni nella foresta e per prima cosa ha cura di non rilevare la sua presenza.

Cosi inteso, i pompieri di Viggiù sono un capolavoro involontario di ‘"reportage" e di osservazione. Si pensa alla «Vita degli insetti», del Fabre o ai «Ricordi di viaggio» del Darwin, alla sincera ingenuità che spesso queste opere denunciano e che non sono il loro pregio minore. I comici, le ballerine, i cantanti sono ripresi allo stato naturale e mostrano un volto familiare, affettuoso, senza inganni. Ciò che il palcoscenico non rivela, lo schermo mette in evidenza, e cioè l’età degli attori, lei loro lunghe lotte contro le rughe'e i denti ribelli, la tenacia di certe comparse, le proporzioni dei costumi, insomma lo sforzo che costa a tutti l'onesto divertimento che procurano o^ni sera al pubblico. Il film, diciamolo pure, na qualche cosa di Umano.

E proprio in questo sta la sua forza. Lo spettacolo che offre non è mai corruttore, ossia non spinge al sogno, non esprime quella pornografia sentimentale, rosea dei film americani dello stesso genere. Nelle riviste filmate americane tutto è preordinato, esaltato, assume forme disumane e perfette: le stesse ballerine hanno la grazia e lo splendore di enormi vegetali, ma si direbbero senza anima, escluse dalle sofferenze di questo mondo, creature oniriche. Qui le ballerine sono vive, bene in carne, si presentano con nome e cognome e hanno la tessera del sindacato: alcune tendono all'«embonpoint», altre alla magrezza. Conoscono i viaggi disastrosi, gli alberghi di provincia, i bauli da ritirare, le buone e le cattive serate: non si può pretendere che ci dicano altro.

I comici vanno avanti nei loro "sketchs" senza curarsi se sono troppo lunghi, sapendo che il pubblico riderà a ogni battuta, che i doppisensi non saranno mai abbastanza audaci, nè le battute abbastanza vecchie. Fanno ridere al solo apparire, specie Totò che è legato al suo pubblico da un'intesa ormai ventennale, e che fa ridere anche se dice: «Buona sera». E’ in film simili che si apprezza il senso della storiella riportata da Bergson, di quel fedele che in chiesa non rideva alle battute del parroco perchè «lui non era della parrocchia». Questi film esigono infatti l’appartenenza ad un «pubblico», la conoscenza di un gergo: che è poi il gergo dei giornali umoristici arrivato ai bar sportivi attraverso i comici della radio. Un filologo vi dirà che la lingua si rinnova e si arricchisce dal basso. Anche per il cinema vale la stessa legge, il neorealismo ne è una prova e I pompieri di Viggiù, per qual tanto che riflettono della vita e del costume dei nostri tempi» sono un esempio non disprezzabile e persino divertente, nel genere

Ennio Flaiano, «Il Mondo», 30 aprile 1949


«Un filmetto leggero che dà l'occasione per presentare al pubblico alcuni dei più riusciti quadri delle ultime riviste di Totò, di Nino Taranto e di Wanda Osiris. Mattoli ha diretto consueto garbo e l'interpretazione si mantiene su un livello discreto.»

G.S., «Il Paese», 17 aprile 1949


«Prima che il cinema (e l'ormai prossima televisione) facciano scolorire il ricordo e i riferimenti alla rivista, il connubio di Totò con Mattoli trova un ulteriore sbocco cinematografico in I pompieri di Viggiù. Il film è per Mattoli l'occasione ideale per accorciare al massimo le distanze tra fonte d'ispirazione (rivista) e prodotto (cinema), per sovrapporre definitivamente, facendoli coincidere, i due universi; e per giocare un'ultima volta con l'interpolazione di sequenze documentarie dentro un progetto di finzione. [...]»

Alberto Anile


La censura

Pompieri di viggiu censura

Verbale datato 9 aprile 1949 della Commissione Revisione Cinematografica
(Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema)


I documenti


Natalino Otto interpreta il brano "I Pompieri Di Viggiù"



La vera storia dei pompieri di Viggiù

Si deve risalire al 1881, perché si prospetti l'idea di formare un gruppo volontario per un corpo di pompieri Croce Verde ed assistenza a Viggiù. Sino ad allora, per dare l'allarme allorché una canna fumaria, una cascina o un bosco si fossero incendiati si usavano le campane a martello, e coloro che volevano intervenivano in aiuto. Non appena fu possibile, con la sovvenzione dei privati e degli stessi volontari, si acquistò una pompa manuale. Gli idranti, però, erano in numero esiguo e si doveva utilizzare l'acqua dei pozzi, di cui Viggiù era molto ben fornita.

Il 15 dicembre 1910, l'assemblea del Corpo Volontario deliberò di darsi un regolamento, che fu poi approvato dal consiglio comunale il 2 marzo 1912 e dalla giunta Provinciale Amministrativa di Como il 10 aprile 1912. Nel Corpo dei Pompieri si verificarono molte controversie dovute al cambio dei presidenti o dei reggenti ma, non si giunse mai al suo scioglimento, anzi, negli anni dal 1928 al 1932 i volontari stessi pagavano una quota per far parte del Corpo Pompieristico e partecipare all'istruzione. Il Corpo Pompieri e Croce Verde di Viggiù partecipava, tra l'altro, a concorsi, raduni e competizioni con altri corpi pompieristici, medaglie, premi e diplomi restano a testimonianza di queste manifestazioni.

Le prime divise furono acquistate dai pompieri del gruppo di Milano, gli attrezzi furono forniti dall'Amministrazione Comunale di Viggiù; le esercitazioni si svolgevano nel cortile delle scuole di via Roma, dove si trovava l'autorimessa dei pompieri e della Croce Verde. I volontari erano reperibili al 90% in quanto, la maggior parte di essi, era dedita alla lavorazione di pietre e marmi pressi laboratori del paese. Per avvertirli, in caso d'incendio, oltre ad usare le campane a martello, nel 1928 un uomo venne incaricato di girare il paese in bicicletta suonando una tromba di richiamo.

Nel 1935 si installò un allarme a sirena sul tetto delle scuole comunali. Nel 1939, secondo una disposizione governativa, i pompieri di Viggiù furono incorporati all'Ottantottesimo Corpo dei Vigili del Fuoco di Varese e si lasciò a Viggiù un distaccamento che non era più di tipo volontario.

Il distaccamento di Viggiù fu sciolto nel 1962 e l'Ottantottesimo Vigili del Fuoco di Varese ne incamerò tutto il materiale e le attrezzature.

Durante la seconda guerra mondiale, si trovava sfollato a Viggiù il maestro Armando Fragna che, avendo sentito parlare dei Pompieri di Viggiù, compose e musicò la famosa canzone divenuta poi il leitmotiv del film I pompieri di Viggiù. Per i viggiutesi, che amavano tanto i volontari, e per i volontari stessi fu un grosso dispiacere sentirsi messi alla berlina, tuttavia fu giocoforza arrendersi all'evidenza ed al successo che ottenne la canzone. E, dopo tanti anni, si può affermare che anche questo gioioso motivetto ha contribuito alla divulgazione del nome di Viggiù in tutta Europa.

Il 31 maggio 2003, per dar lustro alla memoria degli amati Pompieri, si è svolto a Viggiù un grande raduno pompieristico nazionale che ha visto la partecipazione di numerosi corpi dei Vigili del Fuoco.



Pagina dedicata alla canzone "I pompieri di Viggiù", interpretata da Claudio Villa e Nuccia Bongiovanni

Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Contenitore per numeri di rivista da destinare a chi viveva in provincia, è divenuto una testimonianza di quel tipo di spettacolo. Ovviamente film datatissimo (che ebbe straordinario successo di pubblico), ma non si può non sottolinearne la cornice pretestuosa e mediocre (nonostante la consueta simpatia di Campanini), nella quale si gioca (come negli estratti dagli spettacoli) sui doppi sensi, a partire dalla maialotta, chiamata Messalina... 
  • Aveva ragione Flaiano: impossibile giudicare come film un'accozzaglia di numeri presi di peso dal grande teatro di rivista e appiccicati insieme col collante insulso dei pompieri del titolo. A parte alcuni numeri piacevoli (Taranto topo d'albergo, Totò manichino e direttore del coro, Osiris "Sentimental") e il valore di documentazione di un genere, questo lavoro è semplicemente mal pensato e mal realizzato, senza il coraggio di andare fino in fondo nel piegare il varietà alla trama o nell'eliminare la trama per far emergere il varietà.
  • Insieme di sketch tenuti insieme da una storia di raccordo con un pompiere (Campanini), la cui figlia scappa per fare la ballerina. Il film nell'insieme è carino ma è davvero da ricordare per il magnifico sketch in cui Totò si finge un manichino, che da solo potrebbe valere la visione. Comunque ci sono anche Nino Taranto topo d'albergo e Carlo Dapporto in un paio di scenette. Forse senza i balletti sarebbe stato migliore.
  • Un modo simpatico di portare sullo schermo la rivista (e l'avanspettacolo) del primo dopoguerra. I pompieri (anzi i vigili) di Viggiù non hanno molto lavoro e perciò vanno in città a teatro (ma il vero motivo è un altro). Ci sono quasi tutti i migliori nomi degli artisti del varietà, Totò in testa, contornati da ballerine le cui forme prosperose ricalcano i gusti in materia di quegli anni. Scenografie e balletti datati, ma proprio per questo documenti importanti di una forma di spettacolo che avrà una grande evoluzione in televisione.
  • Quando ero piccolo mettevo sempre il muso al nonno se lo trasmettevano, perché lui rideva e io mi chiedevo dove fosse Totò. Rivedendolo oggi mi rendo conto trattarsi (Flaiano docet) di un non-film, una serie di sketch fortissimamente voluti da De Laurentiis e filmati da Mattoli con ancor meno pretese cinematografiche del solito. Repertorio si può definirlo, teatro di Rivista lo chiamavano. È uno spettacolo rutilante, sempre in movimento, ma di una vitalità un po' inerme come capita ai documenti d'epoca. Eppure nel varesotto pare ci sia ancor Viggiù!
    MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Croccolo pompiere piemontese; La Osiris che si esibisce in "Sentimental"; Carletto Dapporto versione Verdoux; La bellezza di Barzizza e Pampanini.
  • Una storia vera e propria non esiste; c’è solo un canovaccio che funge da raccordo tra differenti sketch teatrali di cui sono protagonisti Dapporto e Taranto (tra i tanti). Idea nobile che però confina la pellicola solo agli appassionati o ai curiosi perché un’opera teatrale o di rivista, trasposta su pellicola, perde di efficacia e spesso finisce per annoiare, soprattutto se non esiste alcun legame tra le scene.
  • Non va considerato un film vero e proprio ma una sorprendente antologia di numeri comici e musicali (non solo con Totò, ma anche con Carlo Dapporto, Wanda Osiris, Nino Taranto e altri) "rubati" da spettacoli in giro per i teatri della penisola nel 1948 (già per questo motivo la pellicola sarebbe da conservare quale testimonianza di un genere di spettacolo che ormai non c'è più: il teatro di rivista). Simpatica anche la "cornice" con i pompieri capitanati da Carlo Campanini, papà apprensivo di Silvana Pampanini.
  • Per lo storico della storia dell’avanspettacolo italiano questo “non–film” di Mattoli è un’autentica miniera di documentazione. Lo sketch del “manichino” interpretato da Totò è di una travolgente quanto astratta forza comica. Ma Taranto, Dapporto, Campanini, Castellani, Ave Ninchi, Wanda Osiris, Silvana Pampanini, Isa Barsizza e compagna recitando tengono degna corte intorno al Principe della risata. Mattoli, con questo film (!) rivela la sua estetica del cinema come puro teatro filmato. Ma avendo a disposizione attori come Totò chi mai può dargli torto?

Foto di scena, video e immagini dal set


Le incongruenze

  1. Nella rivista di Petronio, l'uomo vestito di bianco con i baffi nella prima inquadratura è a una certa distanza dalla donna alla sua sinistra, mentre nella successiva sono a contatto di braccia.
  2. Fiamma tenta di passare per andare sul palcoscenico, ma i vigili (di schiena) non la fanno passare. Nello stacco delle due inquadrature prima la donna è dietro i vigili, poi il suo braccio destro è tra due di questi, infatti un vigile si è addirittura spostato e la guarda in faccia.

www.bloopers.it


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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • Documenti censura Ministero dei Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo - Direzione Generale per il cinema