TOTÒ, UNE ANTHOLOGIE

(1978)

Toto_une_anthologie


Titolo originale Totò, une antologie - Anthologie de Totò

Lingua originale Italiano - Paese di produzione Italia, Francia - Anno 1978 - Durata 112' - B/N, colore - Audio sonoro - Genere commedia, documentario, film di montaggio - Regia Jean-Louis Comolli - soggettisti vari - Sceneggiatura vari - Produttore José Guinot per il Centre International de Dramaturgie


Interpreti e personaggi
Dario Fo: narratore e presentatore - Totò - Peppino De Filippo - Anna Magnani - Titina De Filippo - Mario Castellani - Isa Barzizza - Franca Faldini - Aroldo Tieri - Carlo Campanini - Enzo Turco


Antologia di Totò (titolo originale Totò, une anthologie oppure Anthologie de Totò) è un film di montaggio documentaristico del 1978 diretto da Jean-Louis Comolli con Dario Fo come protagonista, presentatore e narratore.

Il film è composto da spezzoni dei migliori film di Totò: da Totò le Mokò a Totò, Peppino e... la malafemmina, da I pompieri di Viggiù a Un turco napoletano. Tra questi vi è la famosa scenetta in cui De Curtis, con Anna Magnani canta al cabaret, tratta da Risate di gioia; ma anche un famoso reperto: una ripresa effettuata a Studio 1 nel 1966 in cui Totò è ospitato dalla presentatrice Mina e improvvisa una gag con il compagno Mario Castellani. Tutti gli spezzoni sono presentati dal grande Dario Fo che oltre a parlare del grande comico napoletano, ci fa conoscere i suoi segreti e le sue tecniche da attore teatrale attraverso le sale di tanti teatri famosi d'Italia come il Teatro Jovinelli a Roma o il Varietà. In questo documentario appaiono le sequenze del film Un turco napoletano sono in bianco e nero.

Il film di Jean-Louis Comolli è stato presentato nell'ottobre del 1978 all'Empire, in chiusura del IV Festival Cinematographique de Paris e comprende scene tratte da una quindicina di film di Totò dal 1937 al 1962 e lo "sketch" con Mina a Sudio Uno del 1966.

I film inclusi in Antologia di Totò:

Fermo con le mani!
San Giovanni decollato
I pompieri di Viggiù
Totò cerca casa
Totò le Mokò
L'imperatore di Capri
Totò cerca moglie
Tototarzan
Totò sceicco
Totò a colori
Un turco napoletano
La banda degli onesti
Totò, Peppino e... la malafemmina
Risate di gioia
Totòtruffa '62
I due marescialli
Totò diabolicus


A prescindere... Totò è il più grande

Il saggio di Dario Fo dedicato a Totò trascende la semplice biografia artistica, configurandosi come un'analisi tecnica e antropologica del genio comico del "Principe della risata". L'autore smonta i meccanismi che rendono Totò un fenomeno unico, evidenziando come la sua abilità non fosse frutto di mera improvvisazione, ma di una padronanza tecnica straordinaria, radicata nelle tradizioni secolari della commedia popolare. Fo riesce a restituire al lettore la profondità di un attore spesso sottovalutato dalla critica colta dell'epoca, celebrandolo come un vero e proprio "attore-autore" capace di scardinare le convenzioni sceniche e sociali.

  • La tecnica della marionetta è il cuore dell'analisi di Fo, che sottolinea come Totò sapesse dominare il proprio corpo come un burattino articolato, capace di snodarsi e assumere posizioni paradossali che diventano esse stesse battute visive, una competenza mutuata direttamente dalla grande tradizione della clownerie.
  • La sovversione linguistica operata dal comico napoletano viene letta come un atto di resistenza contro il linguaggio ufficiale e ingessato della borghesia, dove Totò utilizza il non-sense, i calembour e la deformazione dialettale per denunciare, attraverso la risata, l'assurdità del potere e dell'autorità.
  • La maschera dell'umile che Totò indossa costantemente, quella del guitto squattrinato ma nobile d'animo, serve come lente d'ingrandimento per esplorare le miserie e le aspirazioni del popolo italiano nel dopoguerra, creando un legame empatico inscindibile tra l'artista e il suo pubblico.
  • Il recupero della tradizione di strada è un altro cardine fondamentale, poiché Fo identifica in Totò l'ultimo grande erede della commedia dell'arte, capace di attualizzare gli archetipi della maschera – dal servo astuto al povero diavolo – in un contesto moderno, mantenendo intatta la carica anarchica del teatro popolare.

In definitiva, questo scritto di Fo si propone come un atto di giustizia storica verso Totò, riscattandolo dal giudizio affrettato di chi lo considerava un comico di serie B. L'opera si inserisce nel panorama critico del Novecento come un ponte necessario tra la cultura accademica e l'arte popolare, dimostrando che dietro le smorfie e le battute surreali del grande attore si celava una lucidissima coscienza politica e una disciplina ferrea. L'eredità che emerge è quella di un artista totale, il cui contributo alla storia dello spettacolo italiano va ben oltre il cinema, radicandosi profondamente nella cultura identitaria del Paese. - Leggi l'articolo...


Totò, i volti della maschera

Dario Fo, nella sua analisi dedicata al "manuale dell'attor comico" di Totò, eleva il grande comico napoletano da semplice interprete a vero e proprio teorico del gesto e della parola. Il saggio decostruisce la performance totòsca non come frutto di estro istintivo, bensì come una rigorosa architettura scenica, dove ogni smorfia, ogni inciampo e ogni calembour linguistico rispondono a una precisa grammatica teatrale. Fo riconosce nel "Principe della risata" un moderno maestro della commedia dell'arte, capace di sistematizzare la comicità in un metodo scientifico che attinge a piene mani dalla tradizione popolare, trasformando l'attore in un ingranaggio perfetto di una macchina teatrale capace di smascherare le ipocrisie del potere borghese e istituzionale.

  • La grammatica del corpo è trattata da Fo come una forma di scultura in movimento, dove Totò utilizza la propria anatomia come uno strumento a percussione, capace di modulare tensioni e rilasci improvvisi che diventano la base per la comicità fisica, rendendo ogni movimento una citazione colta della grande clownerie europea e delle maschere antiche.
  • La sintassi dell'assurdo viene analizzata come una sovversione del linguaggio ufficiale, in cui l'uso del napoletano, delle storpiature colte e dei nonsense non serve solo a far ridere, ma agisce come una forma di resistenza culturale, capace di svuotare di significato il lessico autoritario e altisonante della classe dominante del tempo.
  • La disciplina dell'attore rappresenta il cuore del manuale descritto da Fo: l'improvvisazione, lungi dall'essere disordinata, emerge come una pratica costruita su anni di palcoscenico e su una profonda comprensione dei tempi comici, dove il controllo del ritmo è l'elemento essenziale che garantisce la tenuta dell'intera performance.
  • La maschera dell'emarginato si conferma, nella prospettiva di Fo, come lo strumento politico più potente di Totò, poiché il suo personaggio – perennemente affamato, perseguitato dall'autorità ma irrimediabilmente dignitoso – incarna le contraddizioni dell'Italia del dopoguerra, creando un legame di immedesimazione catartica con il pubblico delle classi meno abbienti.

In conclusione, il contributo di Fo sancisce definitivamente la natura intellettuale del lavoro di Totò, sottraendolo al giudizio semplicistico di "comico di natura" per restituircelo come un artigiano consapevole della risata. Attraverso questa lente, emerge il ritratto di un artista totale, la cui eredità risiede nella capacità di aver trasformato la sofferenza sociale in una forma d'arte democratica e universale. L'analisi non è soltanto un tributo alla memoria di un interprete straordinario, ma un vero e proprio trattato pedagogico che insegna a guardare oltre la maschera, scoprendo una lucidissima coscienza civile capace di dialogare con le tensioni politiche e sociali del suo tempo e di consegnare alle generazioni future un metodo di recitazione che è, a tutti gli effetti, un pilastro della cultura teatrale del Novecento. - Leggi l'articolo...

Totò, mio padre

Dario Fo ricorda il grande comico, morto 25 anni fa

Il saggio di Dario Fo dedicato a Totò rappresenta una pietra miliare nella critica cinematografica e teatrale italiana, ridefinendo la figura del "Principe della risata" non solo come attore, ma come un autentico intellettuale del corpo e del linguaggio. L'autore supera la narrazione biografica tradizionale per immergersi nelle dinamiche tecniche e antropologiche che hanno reso Totò un'icona immortale, evidenziando come la sua arte non fosse casuale, bensì il risultato di una disciplina ferrea e di una padronanza scenica ereditata dalle forme più pure del teatro popolare. Fo restituisce così dignità a un interprete troppo a lungo incompreso dalla critica ufficiale, celebrandolo come un genio capace di decodificare e sbeffeggiare le storture della società contemporanea attraverso la maschera.

  • La tecnica della marionetta rappresenta il fulcro dell'analisi: Fo osserva come Totò sapesse trasformare il proprio corpo in uno strumento articolato e paradossale, un "burattino" in carne ed ossa capace di esasperare la gestualità fino a renderla una battuta visiva, mutuando l'efficacia immediata della clownerie classica.
  • La sovversione linguistica viene interpretata come un atto politico e sociale di rottura: attraverso l'uso magistrale del non-sense, dei calembour e di una sintassi dialettale deformata, Totò scardina il linguaggio rigido della borghesia, denudando l'ipocrisia del potere e restituendo la parola alle classi subalterne.
  • La maschera dell'umile funge da lente d'ingrandimento sulle miserie del dopoguerra: Totò, vestendo i panni del guitto squattrinato ma dignitoso, riesce a creare un ponte empatico unico con il pubblico, trasformando la propria marginalità in un'arma di riscatto collettivo e in una critica feroce alle disuguaglianze.
  • Il recupero della tradizione di strada è la chiave per comprendere la modernità di Totò: Fo identifica nell'attore l'erede ultimo della commedia dell'arte, capace di attualizzare archetipi antichi – dal servo astuto al povero diavolo – mantenendo viva l'energia anarchica e liberatoria del teatro che nasce nelle piazze.

In definitiva, questo contributo di Fo si configura come un atto di doverosa riparazione storica verso un artista che, per decenni, è stato confinato in una dimensione di intrattenimento leggero, sottovalutandone lo spessore intellettuale. L'analisi dimostra come, dietro le smorfie e l'apparente improvvisazione, si celasse una coscienza politica lucidissima e una comprensione profonda della natura umana. Totò emerge dunque non soltanto come un comico ineguagliabile, ma come un artista totale, il cui lascito culturale va ben oltre la semplice filmografia, radicandosi profondamente nella nostra identità nazionale. - Leggi l'articolo


Vi racconto Totò e l'arte della risata

L’intervista di Gianluca Citterio a Dario Fo offre una prospettiva illuminante sul saggio "Totò. Manuale dell'attor comico", testo fondamentale con cui il Premio Nobel intende riscattare la figura di Antonio De Curtis dall'immagine limitativa di semplice "comico di natura". Fo, attraverso una lente critica rigorosa, smonta il mito dell'improvvisazione pura per rivelare una tecnica recitativa meticolosa, paragonabile a una scienza esatta. L'intervista delinea il ritratto di un artista che, lungi dall'essere solo un intrattenitore, si configura come un vero e proprio "attore-autore" consapevole, capace di padroneggiare i meccanismi della scena con la precisione di un orologiaio e la profondità di un antropologo sociale.

  • La tecnica del corpo è il fulcro dell'analisi di Fo, che descrive come Totò gestisse la propria anatomia come uno strumento articolato, capace di trasformazioni fisiche sorprendenti che non sono mai frutto del caso, ma il risultato di un controllo muscolare e ritmico degno dei più grandi clown della storia europea.
  • La sovversione del linguaggio viene letta come uno strumento politico di rottura; Fo evidenzia come il napoletano di Totò, unito a neologismi, calembour e storpiature colte, serva a scardinare la rigidità della lingua ufficiale della borghesia, svuotando di autorità il potere rappresentato dagli interlocutori in scena.
  • La continuità con la Commedia dell'Arte è il legame che Fo ripristina tra Totò e la tradizione popolare; il comico viene elevato a erede legittimo dei grandi guitti di un tempo, capace di incarnare maschere archetipiche e di attualizzarle in un contesto moderno senza perdere l'energia anarchica e liberatoria tipica del teatro di strada.
  • La consapevolezza dell'artigiano smentisce l'idea del comico che "va a braccio"; Fo chiarisce che ogni gesto, ogni smorfia e ogni battuta sono il prodotto di una lunga gavetta e di un'intelligenza scenica cristallina, che permetteva a Totò di dominare il palco e di stabilire un legame empatico quasi ipnotico con il suo pubblico.

In conclusione, questo confronto giornalistico restituisce al lettore l'essenza di un'operazione critica necessaria: il recupero di Totò come intellettuale della risata. Fo non si limita a celebrare il mito, ma ne analizza i meccanismi pedagogici, proponendo il "Manuale" come un testo di studio per le generazioni future. L'evidenza che emerge è quella di un artista che ha saputo tradurre la miseria e le contraddizioni dell'Italia del dopoguerra in una forma d'arte universale, lasciando in eredità un metodo recitativo che è, a tutti gli effetti, un pilastro imprescindibile della cultura teatrale e identitaria italiana del Novecento. - Leggi l'articolo...


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