Campanini Carlo

Carlo_Campanini

(Torino, 5 ottobre 1906 – Roma, 20 novembre 1984) è stato un attore italiano.

Biografia 

La sua carriera artistica ha inizio in teatro, in cui si esibisce come attore brillante ma anche come tenore.
Dopo un lungo tirocinio in compagnie regionali e dopo un'esperienza in Argentina al seguito di una di queste compagnie, passa all'operetta e alla rivista e nel 1939 esordisce nel cinema con il divertente ruolo di un portalettere nel film Lo vedi come sei... lo vedi come sei? di Mario Mattòli, con Erminio Macario nel ruolo del protagonista. Nello stesso anno lavora con Assia Noris in Dora Nelson, una commedia del genere "telefoni bianchi". 

Il cinema 

Per tutti gli anni quaranta Campanini interpreta una lunga serie di pellicole, fino a dieci in un anno, caratterizzando talvolta con esuberanza caricaturale, talvolta con misura, personaggi di secondo piano ma sempre ben riconoscibili: di solito è il comprimario ingenuo, di buon cuore, un po' imbranato e stravagante.
Di questo periodo è da ricordare la sua interpretazione dello studente fuori corso in Addio giovinezza!, quella del bidello pasticcione, vittima degli scherzi delle studentesse in Ore 9: lezione di chimica, e i ruoli di "spalla" di Totò ne Il ratto delle Sabine e ne I due orfanelli, parodia del romanzo di D'Ennery e Cormon.
Esibisce la sua voce tenorile in La vita è bella, film di Carlo Ludovico Bragaglia in cui recita (e canta) al fianco di Alberto Rabagliati e Anna Magnani, e in teatro imita Oliver Hardy in coppia con Carlo Dapporto, che imita invece Stan Laurel.
Oltre che in commedie brillanti, Campanini recita anche in film drammatici: Le miserie del signor Travet (1945), il suo primo film da protagonista, e Il bandito (1946) in cui interpreta il ruolo del reduce amico di Amedeo Nazzari.

Con Walter Chiari 

Sul set de I cadetti di Guascogna (1950, regia di Mario Mattòli) lavora per la prima volta con Walter Chiari. Tra i due si sviluppa un felice sodalizio, che proseguirà anche in teatro e in televisione, in cui Campanini diviene la spalla di Chiari: l'imitazione dei fratelli De Rege (il cui famoso "Vieni avanti, cretino!" è rimasto ancor oggi nella memoria collettiva), poi lo sketch del "Sarchiapone", nato come breve intermezzo tra i numeri di avanspettacolo e dilatatosi successivamente fino a diventare un tormentone della durata di più di un'ora, riproposto in versioni sempre diverse e presentato più volte anche in televisione.
Negli anni cinquanta, Carlo Campanini continua a mietere consensi sia di pubblico che di critica, ma l'industria del cinema comincia a relegarlo sempre più in ruoli macchiettistici e in pellicole di genere, tra cui diversi musicarelli.


Sono stato uno dei primi che ha avuto le confidenze di Totò a proposito delle sue ricerche araldiche. È stato durante la lavorazione del Ratto delle Sabine in cui faceva il guitto che moriva di fame e faceva andare per le lunghe le prove perché nel frattempo era mantenuto con tutta la compagnia. Nella recita Totò fa il re e mi ricordo che finché eravamo lì che provavamo m'ha detto: "Ah Carle', io qui faccio per scherzo ma lo sono veramente!". lo che non ero al corrente di nullla sono rimasto un po', lo guardavo e pensavo: , "Sta raccontando una barzelletta". Dico: "Non ci credo". "Ma io sono veramente re", e il giorno dopo m'ha portato un malloppo di carte dell'ufficio della consulta araldica fiorentina e m'ha fatto vedere il papier secondo il quale era già barone. Non ho mai avuto il coraggio di chiamarlo principe, perché mi sembrava di pigliarlo in giro, capisco domani in società ci terrai, ma qui stiamo facendo i buffoni ... A questo proposito m'ha racccontato un bell'aneddoto. Dapporto va a trovarlo al Quattro Fontane, entra in camerino durante l'intervallo e gli fa: "Buongiorno, principe". "Ah, ma lo sai pure tu". "Sì - dice - guardi che lo sanno tutti". "Meno male che sono solo principe. Pensa, se ero re che sentivo un fetente che veniva a bussare: "S'accomodi, tocca a lei Altezza", sai sarebbe stata una cosa un po' troppo mortificante". Poi a poco a poco è entrato in possesso dei suoi titoli, era molto soddisfatto, era la sua vita, tanto è vero che io un giorno per scherzo ho detto: "Mi sembra che Totò viva in un giardino pieno di alberi genealogici", perché non parlava d'altro.

Carlo Campanini


Il recente ritorno di Totò in televisione con le trasmissioni di una serie dei suoi film « prima maniera », è stata senz’altro un’iniziativa positiva: è piaciuta alle persone, diciamo così, di mezza età, che hanno ricordato con quei film un periodo della loro vita, ma è stato gradito anche ai giovani che, nella comicità di Totò hanno trovato qualcosa di vivo e di reale.

Il primo film del ciclo è stato proprio « I due orfanelli », che ebbi il piacere di girare con Totò: i due orfanelli eravamo appunto lui ed io. Era un cosiddetto « film di recupero », in quanto erano in corso riprese di una pellicola in costume e, allo scopo di dimezzarne le spese, appena c’era un intervallo nella lavorazione, entravamo in scena noi due.

Io credo che il grande comico napoletano non sia mai stato sfruttato per il suo vero, grande valore. A volte, nella cinematografia di trent’anni orsono, si doveva fare tutto in fretta. Così Totò non sfuggiva alla regola. Soltanto la sua grande abilità consentiva un certo risultato perché chiaramente non era sorretto da soggetti adatti e tagliati a sua misura. Da ciò derivava il fatto che si ripetesse un po’ perché i copioni erano veramente banali.

Carlo Campanini, «A Totò», opuscolo "Premio De Curtis", Napoli, 1973


Un balbuziente fortunato

Ben Turpin, uno dei più noti comici delle vecchie farse cinematografiche di Mac Sennett, dovette il suo successo allo strabismo. Carlo Campanini, ottimo comico della nostra Rivista, lo deve alla balbuzie. Senonchè l’occhio storto di Ben è autentico e le impuntature verbarli di Carletto sono « fasulle». Sapete com’è: uno si fa crescere i baffi «tanto pe’ ffa’ ’na cosa» e poi la fidanzata o la moglie o l’amante gli dice che così sta meglio, che non c’è paragone, che sembra più maschio e i baffi rimangono anche quando cominciano a brizzolarsi (sono i primi a incanutire, accidenti e non si ha più il coraggio di raderseli e magari si tingono, ma non si tagliano). Altrettanto è successo per la balbuzie di Campanini; la ideò una sera, per combinazione, forse allo scopo di dar maggior risalto a battute che, altrimenti, sarebbero parse scialbe; ma piacque talmente che ormai, parafrasando la buon’anima di Giuseppe Giusti, si può dire che « Campanini sta su per la balbuzie e la balbuzie sta su per Campanini ». Col suo viso di pacioccone e il suo vocione da tenore mancato, Carletto ha la buffoneria facile e familiare, col sapore della marmellata fatta in casa, tutta frutta e zucchero. Ma un tale genere di confettura, se il bicarbonato non è in giuste dosi e la chiusura non è ermetica, corre il rischio di ammuffire, proprio per la sua schietta semplicità. Allora Carletto tira fuori la sua famosa ba-ba-balbuzie, si batte un paio di esasperate manate sulle cosce paffute e il pubblico va in visibilio. Ma anche lui è uno di quelli che la Decima Musa ha traviato. Troppi denari e troppo comodi sono quelli che offre il Cinema. Eppure, in un orecchio, Carletto, credici: meglio un Chi vuol esser lieto sia che non dieci Cadetti di Guascogna. Per noi e per te.

Dino Falconi e Angelo Frattini


La televisione 

Trova così maggiore spazio nel nascente mezzo televisivo, sia come attore di commedie, sia come interprete di sketch in coppia con Walter Chiari, nella riproposta di situazioni e personaggi già felicemente sperimentati in teatro. Non mancano le partecipazioni agli spot di Carosello, in cui Campanini interpreta con Pina Renzi la coppia "Adalgisa e Gustavino" nella pubblicità di un'azienda vinicola, e il ruolo di primo testimonial di un celebre amaro "contro il logorio della vita moderna", ruolo che in seguito sarà affidato a Ferruccio De Ceresa e infine a Ernesto Calindri.
Come interprete di sceneggiati televisivi è apparso nel 1959 ne Il romanzo di un maestro, diretto da Mario Landi.
Negli anni sessanta gli impegni cinematografici si fanno più rari e Campanini si dedica alla gestione di una compagnia teatrale piemontese, fino al definitivo ritiro nel 1981.

Padre Pio 

Cruciale, nella vita privata di Carlo Campanini, fu il percorso di fede compiuto con Padre Pio da Pietrelcina, che divenne per lui un riferimento morale e spirituale. 

Chi non ricorda il sarchiapone?

Era il misterioso animale immaginario protagonista dello sketch di Walter Chiari e Carlo Campanini, divenuti famosi come coppia comica dopo aver riproposto la scenetta dei fratelli Guido e Ciccio De Rege Vieni avanti, cretino! E invece poco risaputo che Sarchiapone era il nome di un personaggio comico dell’opera sacra del 1698 Cantata dei pastori, per la precisione un barbiere costretto alla fuga per aver commesso due omicidi. Ma nello stesso modo si chiama anche un cavallo cui Totò dedicò la poesia Sarchiapone e Ludovico, contenuta nella raccolta ’A livella («Teneva diciott’anne Sarchiapone, era stato cavallo ammartenato, ma... ogne bella scarpa nu scarpone addeventa c’ ’o tiempo e cu l'età [...]»).
Anche lo sketch del sarchiapone, cosi come quello del wagon-lit di Totò, era in origine un semplice canovaccio della durata di pochi minuti poi dilatatosi a un’ora abbondante. Si svolgeva in uno scompartimento ferroviario piuttosto affollato dove il passeggero/Campanini entrava reggendo una gabbietta coperta da un telo, nella quale, diceva, c’era un sarchiapone americano da cui millantava di essere stato morsicato.

Il passeggero/Chiari fingeva a sua volta di sapere benissimo cosa fosse un sarchiapone americano, e imbastiva con Campanini un’assurda conversazione sull’animale sparandone a casaccio un particolare o un’abitudine, nel tentativo di capire di cosa diavolo si trattasse. E poiché il sarchiapone veniva descritto con caratteristiche via via più orrende e spaventose, i passeggeri piano piano abbandonavano lo scompartimento. Alla fine Walter Chiari chiedeva nervoso di vedere quella strana bestia, e l’altro gli rivelava che era un animale inventato, da lui usato come spauracchio per spaventare la gente e poter quindi viaggiare da solo.

Campanini, che aveva esordito in teatro come attore brillante, oltre a I due orfanelli girò con Totò II ratto delle Sabine, I pompieri di Viggiù, Totò terzo uomo, Sette ore di guai, Un turco napoletano e II piti comico spettacolo del mondo. Più volte prese parte alle registrazioni di commedie per la televisione, oltre che di sketch con Walter Chiari. Partecipò anche a delle pubblicità per Carosello: in coppia con Pina Renzi, Adalgisa e Gustavino per una casa vinicola; da solo, quella del Cynar, più tardi affidata a Ferruccio De Ceresa ed Ernesto Calindri.

Fondò una compagnia teatrale in Piemonte negli anni Sessanta, per poi ritirarsi definitivamente dalle scene nel 1981, tre anni prima della morte.

Valentina Pattavina


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

Carlo Campanini, un comico di prim’ordine e supererà la fama di... Ha fatto il nome di due o tre grossi attori di cinema e cosi gli abbiamo creduto volentieri. Quando poi abbiamo visto Carlo Campanini lo abbiamo pregato di raccontarci brevemente e senza balbettare, la storia della sua vita. Di buon grado e con dizione perfetta, Campanini ha cominciato a raccontare. E' un giovanotto di trentatrè anni, di temperamento giocondo, non molto alto, cordiale e semplice. In «Dora Nelson» per essere più nel personaggio dell'ottico balbuziente, ha inforcato un paio occhiali da otto diottrie.

— Un tormento, portare occhiali che mi accecavano per tutto il giorno. Ma credo che solo così sono stato sinceramente miope. Come ho cominciato a fare l'attore? Studiavo per mio conto da baritono a Torino, mia città natale. Mi dissero che Casaleggio stava formando una compagnia per andare in America e mi presentai per essere «sentito». — Mi dispiace — disse Casaleggio, dopo avermi benevolmente ascoltato. Avete una bella voce, ma a noi occorre un tenore! — Pensate un po’. Oggi, a distanza di sette anni da quella prova memorabile, studio regolarmente canto, con la famosa Maestra Starna, ma non più da baritono. Sono diventato tenore e, per di più, lirico! Chissà che non mi ascolterete presto, a meno che il cinema non mi conquisti definitivamente.

— E Casaleggio?

— Subito dopo il giudizio sfavorevole del grande comico piemontese, gli chiesi di poter dire un mio monologo. Il successo fu talmente pieno che Casaleggio mi portò con la compagnia. Sette mesi di trionfi in America.

— Che monologo?

— Un balbuziente, ma non di quelli che balbettano ripetendo due o tre volte l'inizio di una parola. Insomma non un balbuziente labiale, ma tracheale, una vera terribile balbuzie, che viene dallo stomaco, una balbuzie integrale per la quale non esistono rimedi.

— Ma da chi vi siete ispirato?

— Da un ragazzo che m'aiutava nel periodo in cui facevo l'aggiustatore meccanico alla Fiat. Dicevo al ragazzo : «Portami un calibro 28». Il ragazzo stralunava gli occhi, inghiottiva saliva e dopo un indi, cibile sforzo riusciva ad articolare: «Quale calibro, Mauser?». Mi faceva dapprincipio una grande pena, mentre vedevo che tutti i miei compagni si smascellavano dalle risa. Poi cominciai a studiarlo e mi sorprendevo dopo qualche ora di lavoro, a fare la sua imitazione. E' un sentimento irresistibile. Col passare degli anni ho conosciuto ormai alla perfezione il difetto del ragazzo e, visto il successo che suscitava la sua infelice imperfezione, mi sono deciso a creare un breve monologo che recitavo agli amici, la domenica. Quel monologo che mi fruttò la scrittura per l'America. Poi, venne un lungo periodo di varietà. Fondai una compagnia. Il tipo del balbuziente aveva fatto la mia fortuna e in fondo gli ero affezionato, soprattutto perchè si staccava da ogni altro tipo del genere. Le vecchie farse col tipo di balbuziente che deve cantare per comunicare all'amico che la sua casa è bruciata e che sua figlia è andata sotto il tram, erano superate. In Francia, durante un lungo periodo, oltre alle mie macchiette, feci un'imitazione di Stan Laurei. Inoltre, volli cantare. Ma mi accorsi che la voce non era più quella di una volta e la mia sorpresa fu immensa quando, la stessa prima sera, venne nel mio camerino un signore a offrirmi una borsa di studio per perfezionarmi nel canto. Ecco perchè, come ho detto, oggi studio da tenore.

— Ma continuerete il vostro « tipo » ?

— Certamente. Nel cinema, anzi, voglio svilupparlo.

— In confidenza, ditemi come fate e in che consiste questa vostra balbuzie integrale.

— E' semplicissimo. La mia canna dell'esofago, invece di essere diritta e cilindriforme come la vostra, è fatta a serpentina. La parola deve fare tanti giri e, arrivata all'ultima curva, si ferma. E deve aspettare la spinta di un’altra parola per poter uscire.

Infatti è semplicissimo. Provate un po'.

B. L. R., «Film», 25 novembre 1939


«Film», 31 maggio 1941 - Tre in uno: Carlo Campanini


1942 12 10 Tempo Carlo Campanini f2

1942 12 10 Tempo Carlo Campanini f3

«Tempo», 10 dicembre 1942


E' sullo schermo il rappresentante della bonomìa, ma guai se diventa tre volte buono ! Piglia dirizzoni, puerilizza, lezioseggia, sino alla nausea. Pochi giorni or sono, lo sentivo campanineggiare alla radio, innanzi ad un pubblico immediato di soldati. Squisito come il più squisito uomo di palcoscenico, per misura, brio, varietà, dolcezza ! « E' questo — mi chiedevo — lo stesso Campanini che ho più volte sentito fare il tonto con le eccessività e i mezzucci d'un guitto? E' questo lo stesso uomo che sullo schermo ho sentito in due o tre film farseggiare grossolanamente attraverso un monotono balbettìo? ».

Il balbettìo uniforme, cui ricorreva, o l'avevan fatto ricorrere, come ad un presunto irresistibile solletico del pubblico filmistico, era quello assai comune che intoppa sui » che », e i toscani chiamano « scheccherare ». Immaginatevi che allegria un melenso scheccherante, che. per un ora e mezza, continui a ciancicare a quel modo le parole della sua sentimentale melensaggine !

Questo vi dica quanto, alle volte, il mondo del cinema sia a corto di fantasia. Anche in quel balbettamento, in quel mezzuccio da farsa e da guitto, ci sarebbe stato il modo d essere vario ed irresistibile, per una comicità vera. Ci sono balbettìi complicati da qualche piccolo e insidioso e tremendo tic, che parrebbero tragedie, massime nel magnificato realismo del cinema.

Il difetto era proprio nel manico: nella grossolanità di chi dirige accontentandosi di tutto e sostituendo troppo volentieri al comico il farsistico ed al farsistico pepato il puerile e l'approssimativo. Se alla bonomìa sfiaccolata e sentimentale d un attore come il Campanini serbate un tantino di misura e di tono, ne potete far sempre qualcosa di squisito. Quel che la caratterizza di parte in parte è una sfumatura che bisogna darsi la pena di trovare e di fissare: ma se non volete o non sapete fare questa fatica, l'attore è troppo pigro per farla lui e darà facilmente nello sguaiato.

Ho l'impressione che. a differenza dei molti attori filmistici cui il teatro non affiderebbe neanche l'infima tra le sue porticine, il Campanini sia un attore squisitamente teatrale nel senso e nelle esigenze di quelle corresponsabilità delicate, di quelle proporzionali sfumature. di quel caratteristico che la scena teatrale impone di volta in volta, e la filmistica ignora del tutto, quando le manchi ogni artistica sensibilità.

Il tipo del ragazzone dolce-pigro, patetico, ciondolone. che il Campanini rappresenta, si presta, evidentemente, a tenui sfaccettature, a contingenti caratterizzazioni. a mille spiritose individualizzazioni Trovato per lo schermo un tipo, una maschera universale, il problema è precisamente quello delle caratterizzazioni del tipo, certo meno impegnative e più superficiali che al teatro, ma, appunto per questo, varie, dilettose, inventive. inesauribili. Si tratta di sfaccettare il tipo Campanini con brillante leggerezza : non. al contrario, di grossolanizzarlo sempre più, fino a farne un ciocco di grasso, sbadigliante e balbettante.

Che. nel cinema, il Campanini ormai debba campanineggiare, si capisce: ma campanineggi almeno con finezza e con un sempre vigile senso d'artistica responsabilità.

Eugenio Giovannetti, «Si gira!», aprile 1943


«Epoca», 1953 - Walter Chiari e Carlo Campanini


La nuova compagnia progettata da Walter, per la quale stenderà egli stesso il copione

Se nella rivista, in campo femminile, esiste ancora una Wanda Osiris che tutti ormai conoscono come la Wandissima, il teatro può oggi annoverare tra le sue file anche un Walter Chiari che ben a ragione i più incominciano già a chiamarlo il Walterissimo. Questo fanciullo prodigio cui tutto è consentito, gode di una popolarità alla quale pochi dei comici italiani sono finora arrivati ed il segreto di tanto successo sta nella semplicità dei suoi modi ed a volte anche del suo parlare in ogni momento della vita. A vederlo mentre lavora sulla scena potrebbe anche sembrare che il Chiari usi atteggiamenti e toni di voce solo ed in rapporto con il copione che deve recitare. Invece... Sì, proprio così. Fuori del teatro egli cambia poco se non addirittura niente. E' fatto così in quanto sente l’influenza degli astri ed ha bisogno di averne sempre vicino qualcuno che lo tenga a bada, sennò straripa.

Walter è un caro ragazzone al quale si possono anche perdonare certe stranezze e come attore, a mano a mano che il tempo passa, diventa sempre più completo. Di lui, recentemente, Orio Vergani ebbe a scrivere che potrebbe anche essere un nuovo «Cimara in montgomery» e la definizione è azzeccata in pieno. Forse come ingegnere, perchè tale lo volevano i suoi genitori, non avrebbe avuto successo e forse come atleta, perchè una promessa egli si considerava da ragazzo, avrebbe fatto fiasco. Nella sua vita vi è stata, ad un certo punto, la svolta decisiva. Accadde una sera, a Milano, durante una rivista alla quale egli intervenne fra i tanti ed anonimi spettatori.

Il presentatore, quel giorno, ebbe bisogno di qualche persona presente in sala per dei giochetti oggi tanto in voga sui palcoscenici e negli spettacoli della radio. Un amico del Chiari, incoraggiandolo, lo spinse avanti ed egli, per la prima volta, presentandosi al pubblico, ottenne l’inaspettato successo.

Son passati degli anni ed in questo tempo molti sono stati anche i film interpretati, primo fra i quali «Vanità», poi «Totò al Giro d’Italia», «Quel fantasma di mio marito» e tanti altri ancora. Se avesse continuato a sostenere ruoli come quello di «Vanità» oggi avremmo un attore drammatico sul tipo di Daniel Gelin ma il pubblico pretende che al cinema Chiari continui a fare le smorfie della rivista. La rivi-
sta. Ecco questa è la grande sposa alla quale egli dedica con passione tutte le sue risorse. Ma della rivista Walter Chiari non vuol essere ora soltanto il comico ma anche l’autore e dato il fatto che un tempo buttava giù racconti e poesiole ha ripreso in mano la penna mettendosi a stendere i copioni che scrive su misura, cioè secondo quelle che sono le sue più spiccate attitudini. Ed in quei copioni sa rispettare il dialogo, le buone battute, le scenette paradossali.

Ieri sera, nel suo camerino, al Politeama Rossetti, gli abbiamo chiesto i suoi progetti. Ed ecco la risposta: il prossimo anno ritornerà a Trieste presentando, scritta naturalmente da lui, una rivista nella quale conta di poter aver ri-confermata la prestazione del Tieri con in più, nuovamente al suo fianco, Carlo Campanini e l'attrice francese Colette Marchand che ammirammo nel film «Moulin Rouge». Inoltre, risposando la vecchia formula, s’attornierà di un grande balletto di belle ragazze ch'egli stesso sceglierà andandosele a scritturare a Londra. Per quanto concerne invece il cinema, la radio e la televisione, Walter Chiari deciderà non appena rientrato a Roma.

SIM, «Il Piccolo di Trieste», 17 maggio 1955


«L'Unità», 19 settembre 1981


Così si era definito egli stesso, con la sua proverbiale modestia - Dall'esordio con Monssù Travet ai film e alle gag con Walter Chiari

Con Carlo Campanini, morto l'altro giorno a Roma all' età di 78 anni (era nato a Torino il 5 ottobre 1906), scompare un pezzo di teatro all' antica italiana. Comico minuzioso, metodico, poco incline all'improvvisazione, aveva incarnato nella sua lunga carriera un personaggio candido, impacciato, spesso balbuziente. Nella sua maschera di tenero stupido, portava sulla scena o al cinema, con garbata intelligenza, una bonarietà allo stato puro che non trasaliva neppure alle terribili offese esistenziali (vedi il suo Travet) o agli inganni dei sentimenti (per esempio il Leone di Addio giovinezza). Campanini avverti prestissimo il fascino delle scene. A sette anni vendeva gazzose in un teatro di Torino.

Era grassoccio, simpatico, molto attivo. Quando si spegnevano le luci, il ragazzino, invece di uscire dalla sala, si rincantucciava in un angolo, su uno sgabello, e dalla sua nicchia d'ombra seguiva una vicenda che conosceva a memoria: ripeteva le battute, sapeva le entrate e le uscite, il momento in cui la primattrice si sarebbe messa a piangere. Eppure restava 11, incantato, a studiare voci e movimenti, a cercare di penetrare i segreti della recitazione. Entrò in una compagnia a vent'anni, quando fu scritturato da Casaleggio per rappresentare in Sudamerica il Monssù Travet di Bersezio. Aveva una particina, ma l'esordio fu significativo poiché gli valse la qualifica teatrale di marno, cioè di scemo, e per giunta di scemo balbuziente, che sarebbe stata, per anni, la sua cifra comica. Per il suo temperamento, per la discreta voce tenorile che duetterà con Beniamino Gigli.

1984 11 22 La Stampa Carlo Campanini morte f1

Ferruccio Tagliavini e Tito Gobbi, era inevitabile il passaggio di Campanini dalla prosa alla rivista. Fu con Navarrini, con Maresca, con Dapporto, con Testa, con D'Arys, mentre il cinema cominciava ad accorgersi di lui. Campanini resistette al primo richiamo di Mattoli, che gli offriva una particina in Imputato alatevi. Ma Mattoli insistette e lo volle nel secondo film di Macario. Lo vedi come sei? Era il 1939 ed era l'inizio di un'attività cinematografica molto intensa al fianco del grandi comici italiani, soprattutto di Macario, di Totò e di Walter Chiari. Non sempre le sue interpretazioni cinematografiche uscivano dalla routine di un solido mestiere, ma Campanini seppe trovare accenti di profonda umanità nelle opere cui resterà legato per tutta la vita, ad Addio giovinezza di Poggioli e al Travet di Soldati.

Altrove, in film d'impianto farsesco, o costruiti sulla guittata d'avanspettacolo o sul quadro d'ambiente tardo verista, era soprattutto una preziosa spalla, disciplinata, pronta, sempre sulla battuta. La funzione di attore di supporto lo imprigionò per quasi tutta la carriera. Il grande pubblico lo ricorderà soprattutto al fianco di Walter Chiari in quelle memorabili e funamboliche scenette dei fratelli De Rege, o nello sketch paradossale e beffardo del Sarchiapone. Campanini strepitava, sbuffava, s' accalorava con un robusto repertorio di gags che sembravano fatte apposta per preparare il terreno al protagonista e, soprattutto, sembravano «naturali». Ma anche quella naturalezza nasceva dal metodo. Il metodo era la forza di Campanini e l'attore ne era consapevole, tanto che si definiva, con la sua proverbiale modestia, il ragioniere della risata e un artigiano del teatro.

Diceva: «Non so improvvisare, mi piace lavorare con gente che abbia lè mie stesse abitudini-. Nel teatro italiano degli ultimi Anni Cinquanta c'era soprattutto una persona che aveva le sue stesse abitudini: era Macario, col quale Campanini presentò Finestre sul Po, derivata dai Balconi del Canal Grande di Testoni. Fu forse quella la sua ultima, grande uscita. Oli Anni Sessanta portavano un nuovo tipo di comicità, disavventure familiari avevano distratto l'attore. Tornò a recitare nella seconda metà degli Anni Settanta, chiamato da Franco Barbero. Fu una specie di rinascita. Per alcune stagioni, al Carignano, Campanini si reimmerse in atmosfere da boulevard subalpino, riportava alla ribalta la dolce maschera del marno, del soave pasticcione e i ferrei strumenti del suo mestiere. Nell'80 recitò ne I tre felici di Mario Castelverde: era una bonaria storia di corna, nella quale Campanini portò fanciullaggini e soprassalti antichi. Fu la sua ultima interpretazione. Qualcuno vide nel suo personaggio una citazione, o una lontana replica di Leone. Sappiamo che a Campanini l'accostamento fece molto piacere. Abbandonò il teatro perché si sentiva stanco, un po' usurato. Voleva leggere e scrivere. Lascia un vuoto che pochi attori, oggi, possono colmare.

o. g., «La Stampa», 22 novembre 1984


Muore Carlo Campanini e porta via con sé un'idea di attore che non esiste più. Senza cadere nella nostalgia fine a sé stessa, impersonò per anni le figure tipiche del vecchio avanspettacolo, del simpatico varietà, del cinema più garbato. Preferivano che andasse sul sicuro con la macchietta del balbuziente (la quale sotto diverse latitudini rimase appiccicata a un altro simpaticone, Pietro de Vico): ebbene Campanini ne faceva un prototipo per centinaia di imitatori con un'applicazione costante e metodica. Pretendevano che rifacesse a quarant'annl il personaggio dell'ingenuo e Campanini rispondeva con /Iddio giovinezza, cioè con il più delicato Leone eterno studente che si sia mal visto.

Per anni non gli concessero che parti di spalla a fianco di Totò, Macario, Chiari. Fu impareggiabile nel lavoro, gentile nella vita. Persino di fronte alla volgarità del cinema dagli Anni Sessanta, preferì non alzare la voce. Si mise in disparte coltivando la bella voce che gli permise di esibirsi nell' operetta al Regio oppure perfezionando il suo Uso quadernetto ricco di effetti infallibili nel divertire il pubblico. Il destino lo premiò con il consueto ritardo. A Campanini che aveva esordito ventenne nella celebre tournée sudamericana di Mario Casaleggio, nuovamente il teatro piemontese offerse l'occasione di primeggiare con i bonari personaggi del tipo 'L cura 'd Roca Drusa o I tre felici.

Riassaporato l'entusiasmo della platea, non gli rimaneva che un ritiro in punta di piedi. Molto torinese e molto gentiluomo anche in questo, Carlo Campanini non ha ricercato la fatuità delle serate d'addio ed è morto l'altro giorno a Roma settantottenne.

Chissà se la sua città gli dedicherà un qualchecosa: per esemplo una scuola, popolata di quei bambini che Campanini non offese mai nella sua buffa e tenera carriera.

p. per., «Stampa Sera», 22 novembre 1984


ROMA — (ANSA) L’attore Carlo Campanini si è spento l'altra notte nella sua casa di Roma, stroncato da un infarto, all'età di 78 anni. Era nato a Torino nel 1908, e si era dedicato al teatro, ul cinema e alla televisione per cinquantusei anni. Lascia quattro figli, Maria Pio, Grazia. Nuto e Claudio. I funerali si sono svolti ieri mattina.

Da tre anni, da quando cioè si era ritirato definitivamente dalla scena, non si era più sentito parlare di lui: perchè Carlo Campanini non era un «personaggio», non era una di quelle presenze destinate a lasciare una traccia indelebile: la sua vita era tutta in palcoscenico, la sua personalità si esprimeva compiutamente in quell'artigianato comico umile e puntuale, sommesso e precisissimo che è il tratto più prezioso del caratterista, della buona «spalla».

1984 11 22 Corriere della Sera Carlo Campanini morte f1Per l'aspetto fisico, per la parlata paciosa e ricca di inflessioni regionali, per una certa istintiva tendenza a quello che gli inglesi chiamano understatement. Campanini aveva avuto fin dall'inizio una sorta di vocazione naturale al ruolo di «spalla»: che non è. come lui stesso aveva cercato di spiegare, una figura subalterna rispetto a quella del -comico-, ma è il riflesso di un diverso modo di recitare, di un altro circuito mentale, quello dell'Augusto rispetto al clown bianco nel circo, quello della maschera, dello Zanni rispetto all’amoroso nella commedia dell'arte.

Da giovane pare avesse una qualche propensione per il bel canto, ma non se l’era sentita di studiarlo seriamente. Cosi, dopo un paio d anni di teatro dialettale a Torino con Casa-leggio, nel '28 aveva esordito in qualità di «tenore comico» nella compagnia di rivista di Achille Maresca, il padre di Marisa. Dal '31 era passato all’operetta con Isa Bluette, fino al '36. quando, all’età di trent'anni. aveva avuto per la prima volta il nome in -ditta-con la soubrette bolognese Vivienne d'Arys.

Proprio nella compagnia della d'Arys Campanini affermava il suo talento di «spalla»: un paio d’anni dopo, infatti, vi entrava un giovane comico sanremese che aveva il vezzo snobistico di parlare con accento francese. Carlo D'Apporto (che solo più tardi avrebbe tolto l’apostrofo al suo cognome), che immediatamente faceva coppia con Campanini. I due furoreggiarono imitando Stan Laurei c Oliver Hardy, con Dapporto che faceva Stalio e Campanini che ovviamente si riservava la parte di Ollio.

Era questa la prima di una lunga serie di «accoppiate» che avrebbe visto Campanini lavorare via via al fianco di Totò, di Macario, di Nuto Navarrini e soprattutto di Walter Chiari: proprio con Chiari il comico piemontese aveva raggiunto il massimo della popolarità teatrale e televisiva, tenendogli mano ìlei suoi celebri sketch come quello del Sarchiapone. assecondandolo nelle sue vertiginose improvvisazioni che facevano perdere il filo a qualunque altro attore, e soprattutto dando vita con lui a quelle memorabili imitazioni dei De Rege che rilanciarono il famoso «Vieni avanti, cretino!».

Oltre a circa duecento spettacoli teatrali e a innumerevoli trasmissioni televisive, Campanini era apparso in centosei film, in genere di serie minore: il primo, nel 39. era stato Lo vedi come sei? con Macario, ma il suo vero successo personale era stato, cinque anni dopo, Addio giovinezza di Poggioli, in cui aveva prestato la sua maschera di goffaggine, di balbuzie, di insicurezza al personaggio di Leone, con esito notevole. Un altro film di rilievo da lui interpretato era stato Le miserie di monssù Travet, una pellicola minore di Mario Soldati.

Poi, tre anni fa, il ritiro dalle scene, dovuto a stanchezza, problemi di memoria e al desiderio, come aveva dichiarato, di dedicarsi alla preghiera: Campanini era infatti molto religioso, al punto che negli anni della rivista «scandalizzava» i compagni di scena tenendosi un crocefisso in camerino. Un’uscita in silenzio, coerente col carattere bonario e casalingo dell’uomo e dell’attore.

R.P., «Corriere della Sera», 22 novembre 1984


«Il Piccolo», 22 novembre 1984


Filmografia

Lo vedi come sei?, regia di Mario Mattoli (1939)
Addio giovinezza!, regia di Ferdinando Maria Poggioli (1940)
La danza dei milioni, regia di Camillo Mastrocinque (1940)
La granduchessa si diverte, regia di Giacomo Gentilomo (1940)
La zia smemorata, regia di Ladislao Vajda (1940)
Violette nei capelli, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1941)
Con le donne non si scherza, regia di Giorgio Simonelli (1941)
Voglio vivere così, regia di Mario Mattoli (1942)
Margherita fra i tre, regia di Ivo Perilli (1942)
Soltanto un bacio, regia di Giorgio Simonelli (1942)
Catene invisibili, regia di Mario Mattoli (1942)
Labbra serrate, regia di Mario Mattoli (1942)
La vita è bella, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1943)
Buongiorno, Madrid! , regia di Gian Maria Cominetti (1943)
Ho tanta voglia di cantare, regia di Mario Mattoli (1943)
Il ratto delle Sabine, regia di Mario Bonnard (1945)
Circo equestre Za-bum, regia di Mario Mattoli (1945)
Pronto, chi parla?, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1945)
Chi l'ha visto?, regia di Goffredo Alessandrini (1945)
Le modelle di via Margutta, regia di Giuseppe Maria Scotese (1946)
La primula bianca, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1946)
Partenza ore 7, regia di Mario Mattoli (1946)
Il bandito, regia di Alberto Lattuada (1946)
Albergo Luna, camera 34, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1946)
I due orfanelli, regia di Mario Mattoli (1947)
Come persi la guerra, regia di Carlo Borghesio (1947)
L'isola del sogno, regia di Ernesto Remani (1947)
Undici uomini e un pallone, regia di Giorgio Simonelli (1948)
I peggiori anni della nostra vita, regia di Mario Amendola (1949)
Al diavolo la celebrità, regia di Mario Monicelli e Steno (1949)
La fiamma che non si spegne, regia di Vittorio Cottafavi (1949)
Follie per l'opera, regia di Mario Costa (1949)
I pompieri di Viggiù, regia Mario Mattoli (1949)
La bisarca, regia di Giorgio Simonelli (1950)
Miss Italia, regia di Duilio Coletti (1950)
Vendetta... sarda, regia di Mario Mattoli (1951)
Totò terzo uomo, regia Mario Mattoli (1951)
O.K. Nerone, regia di Mario Mattoli (1951)
Sette ore di guai, regia Vittorio Metz, Marcello Marchesi (1951)
Il padrone del vapore, regia di Mario Mattoli (1951)
Anema e core, regia di Mario Mattoli (1951)
Noi due soli, regia di Marcello Marchesi, Vittorio Metz e Marino Girolami (1952)
Era lei che lo voleva, regia di Marino Girolami e Giorgio Simonelli (1952)
Un turco napoletano, regia di Mario Mattoli (1953)
Se vincessi cento milioni, regia di Carlo Campogalliani e Carlo Moscovini - episodio "Il pensionato" (1953)
Il più comico spettacolo del mondo, regia Mario Mattoli (1953)
Le avventure di Giacomo Casanova, regia di Steno (1954)
Siamo tutti milanesi, regia di Mario Landi (1954)
Milanesi a Napoli, regia di Enzo Di Gianni (1955)
I giorni più belli, regia di Mario Mattoli (1956)
L'amore nasce a Roma, regia di Mario Amendola (1958)
Simpatico mascalzone, regia di Mario Amendola (1959)
Psicanalista per signora (Le confident de ces dames), regia di Jean Boyer (1959)
Agosto, donne mie non vi conosco, regia di Guido Malatesta (1959)
Obiettivo ragazze , regia di Mario Mattoli (1961)
Uno strano tipo, regia di Lucio Fulci (1963)
Il terribile ispettore, regia di Mario Amendola (1969)


Riferimenti e bibliografie:

  • (EN) Carlo Campanini, su Internet Movie Database, IMDb.com
  • (EN) Carlo Campanini, su AllMovie, All Media Network
  • (DE, EN) Carlo Campanini, su filmportal.de
  • Dino Falconi - Angelo Frattini in "Guida alla rivista e all'operetta", Casa Editrice Accademia, 1953
  • Valentina Pattavina in "Non principe ma imperatore", Einaudi, 2008