Totò e... Nino Taranto

Toto e Nino Taranto

Siete una cosa tremenda


Io avevo fatto molti film... parecchi film. Arrivò il 1961 e mi mandò a chiamare una casa cinematografica - adesso non ricordo il nome - per fare un film con Totò. Dissi: Ah finalmente è venuto pure il momento mio. Facemmo il primo film con Totò, Tototruffa, poi è venuto Totò contro Maciste, poi II monaco di Monza, poi è venuto Totò contro i quattro, poi Lo smemorato di Collegno, poi I due colonnelli con Walter Pidgeon. È inutile dire che con questi film fatti uno appresso all’altro, uno dopo l’altro, io calai ’na cosa come 4 o 5 chili... e perché? Perché Totò era imprevedibile, lui recitava a braccio; di quello che era scritto nel copione non ci restava quasi mai niente, alle 2 lui arrivava sul set e per prima cosa ci sedevamo tutti quanti intorno... si pigliava il caffè con tranquillità...dopodiché Totò chiamava Castellano e diceva: beh che facciamo stamattina? Eh ci sta la scena, la tale scena... no no... diceva; liegge, liegge... famm’ senti’... Si... ma non... No!... Non è cosa!... Facimm’accussì... piglia o lapis e scrivi: dunque Taranto voi dite così - perché mi dava il voi come io davo il voi a lui - vuje dicete chest’, io dico chest’... voi rispondete così... io vi ribatto così; e così si andava avanti. Andavamo sotto alla macchina da presa: la prima: mah! Facciamone un’altra! La seconda: non si diceva più quello che si era detto nella prima. Beh! Facciamone un’altra che può venire meglio. La terza... nella terza non si diceva mai quello che avevamo detto nella seconda e nella prima... 


Con Totò ci siamo conosciuti in un teatro della periferia di Napoli, il teatro Orfeo. Venne una sera vestito ancora da militare, era più vecchio di me, ma io avevo già cominciato a lavorare nel varietà fin da giovanissimo. All'Orfeo mi esibivo in alcune macchiette e facevo la parodia di una canzone di E.A. Mario, Vipera, che gli piacque molto, volle che gli ricopiassi i versi. Diventammo amici così. La nostra è stata un’amicizia fraterna, anche se non ci siamo mai incontrati sul palcoscenico. Ho sempre sperato di poter fare qualcosa con lui in cinema. Capitò l’occasione di "Tototruffa ’62" e la cosa non si fermò lì, facemmo sei film in due anni. Recitavamo a braccio, inventando al momento. Provavamo la scena scritta, così come l’avevano scritta gli sceneggiatori, la provavamo due, tre volte, e quando andavamo davanti alla macchina da presa diceva delle cose tutte diverse e bisognava assecondarlo, quello che avevamo imparato non serviva più a niente.

In "Tototruffa ’62", mentre giravamo la scena della fontana di Trevi, si è fermato il traffico, la gente credeva che facessimo sul serio, non s’era accorta che stavamo girando un film. Ne "I due colonnelli" c’era l’attore americano Walter Pidgeon, bravissimo, che non capiva un accidente di italiano, né noi capivamo una parola di inglese. Per fortuna Pidgeon era molto intelligente e riusciva ad afferrare la situazione in una maniera straordinaria anche senza capire una parola di quello che dicevamo noi. Totò voleva che gli dessi del tu, io non ci sono mai riuscito: gli davo del voi, anche dopo quarant’anni di amicizia non ci riuscivo. Diceva: «Ma perché, non capisco, ti sono antipatico?», e io gli rispondevo: «No, è la stessa cosa per Eduardo, non mi siete antipatico, anzi se fossi una donna mi sarei dato a voi con tutto il cuore, senza pensarci su nemmeno una volta». Siccome glielo ripetevo sempre, ogni qualvolta mi diceva: «Ma te so antipatico, ma perché non me dai il tu?».

Quando capitò che in "Tototruffa ’62" facemmo quella scena in cui me lo vedevo sbucare vestito da donna accanto a Luigi Pavese, mentre io ero truccato da marito siciliano, finimmo la scena e disse: «Beh, adesso sono femmina, ne puoi approfittare». «No, così no», gli dissi e lui se la legò al dito. Nello stesso film in un’altra scena lui faceva Fidel Castro e io, vestito da donna, facevo l’amica di Fidel e forse perché ero più giovane, non so, facevo più colpo e questo mi inorgogliva. Gli dissi: «Co’ me lo potete fa’ o’ capriccio». «Ah, no, si io ero brutto, voi siete una cosa tremenda», mi rispose.

Negli ultimi vent'anni di vita Nino Taranto vede crearsi attorno a sé un vuoto sempre maggiore, determinato non soltanto dai repentini cambiamenti in quel dorato mondo dello spettacolo ove per tanti anni era stato uno dei protagonisti incontrastati, ma anche dalla progressiva scomparsa di amici e colleghi con i quali aveva lavorato. Il primo evento doloroso è la morte di Totò nel 1967, quando peraltro proprio a lui spetta l’amaro adempimento della commemorazione durante i funerali nella chiesa napoletana della Madonna del Carmine gremita di persone: 


...Cordoni di polizia, la folla che spingeva... Eravamo già alla Ferrovia, e la folla era incredibile. Hanno fermato di prepotenza il carro, e io, dentro la macchina, piangevo come un bambino... Poi arrivammo al Carmine, e là ci fu un applauso che durò cinque minuti buoni. Non ci hanno permesso di portarlo a spalla, come era stato deciso. Se lo sono acchiappati loro, la folla, la gente sconosciuta, e lo hanno portato in chiesa in trionfo. Il prete non riusciva a fare l’ufficio. C’era una gran confusione. Vollero che io parlassi. Ma che dovevo dire? Dissi solamente: « Totò, credo che questo sia stato il più bello spettacolo della tua vita ». E non dissi niente più...


Amico mio questo non è un monologo, ma un perché sono certo che mi senti e mi rispondi. La tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l'hai onorata. Perché non l'hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l'avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l'allegria di un'ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l'ultimo "esaurito" della sua carriera e tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò. 

Nino Taranto, l'orazione funebre al funerale di Totò


All’uscita della chiesa, davanti al feretro dell’amico, Nino Taranto scoppia in un piano dirotto commosso dalla dimostrazione di affetto che il popolo napoletano ha saputo mostrare verso il collega, e quando i presenti se ne accorgono, lo attorniano per rincuorarlo, tanto che Ini stesso scrive a proposito: «Ad un certo punto udii un insistente picchiettio sul finestrino dell’auto; sorpreso vidi una donna che, sconvolta, insisteva affinché le aprissi. Sembrava che dovesse dirmi qualcosa di assolutamente e straordinariamente importante. Aprii ed ella, con l’auto in movimento, infilò la sua testa dentro l’abitacolo e mi gridò in faccia con la voce rotta dal pianto: 'Figliu mio, nun te preoccupà, nun t’avvilì, pura tte facimmo ’e stessi onori!’ come a dire che, fin da allora avevano deciso di riservarmi lo stesso trattamento».


1961-1963: coppia fissa con Totò

All’inizio degli anni Sessanta si presenta per Nino Taranto l’occasione di lavorare al cinema con Totò e, ad eccezione della comune partecipazione al film-varietà I pompieri di Viggiù, è la prima volta che i due grandi attori si incontrano sul set, pur conoscendosi e stimandosi reciprocamente da tempo. Nell’arco di tre anni, dal 1961 al 1963, la coppia gira sei film e, considerando la trama ed i personaggi di ciascuno di essi, non è certo un caso che Taranto venga scelto da produttori e registi come partner del “principe della risata”, poiché Totò finora è stato affiancato sul grande schermo da attori che, pur avendo straordinarie capacità, non hanno mostrato particolare versatilità nell’interpretazione dei propri personaggi, restando bensì ancorati alla caratterizzazione di un tipo ben definito.

Per fare qualche esempio si può infatti citare l’impacciato, succube e a volte bisbetico Peppino De Filippo, il burbero e bonario Aldo Fabrizi o il raffinato Vittorio De Sica, e lo stesso vale anche per i comprimari e per quei caratteristi monocordi che lo hanno accompagnato in tutta la carriera, dal dispotico e autoritario Luigi Pavese all’elegante ed affettato Mario Castellani, fino ai più schivi Agostino Salvietti ed Enzo Turco, i quali recitano accanto a lui quasi con mal-celata devozione.

Rispetto a tutti i pur grandi artisti che hanno finora lavorato al fianco del “principe della risata”, nonché a quelli che vi lavoreranno in seguito (come lo stralunato e timido Macario), Nino Taranto nel recitare con Totò mostra una incredibile duttilità interpretativa e non è un caso che ne offra la prova più evidente già nel primo film della serie, Tototruffa '62 (1961) di Camillo Mastrocinque, ove i due impersonano gli ex trasformisti Antonio e Camillo che, per mantenere in collegio la figlia del primo, ignara della loro losca attività, organizzano piccole truffe.

Più che un film vero e proprio, Tototruffa ’62 è una catena di sketch ove Taranto, nel fare da spalla al suo collega, veste di volta in volta i panni di uno scrupoloso operaio comunale intento a piazzare un vespasiano proprio dinanzi a un ristorante, di Gerolamo Scamorza, fìnto manager toscano di una grossa società americana intenzionata a comprare la fontana di Trevi, del segretario di colore delfambasciatore del Catonga, del geloso marito siciliano di un esilarante Totò travestito, dello scrupoloso assistente in un’agenzia di collocamento e, in abiti femminili, finanche quelli di un’improbabile e militaresca moglie di Fidel Castro.

A proposito di questo film e delle apparizioni en travesti dei due protagonisti, è lo stesso Taranto a ricordare un simpatico aneddoto: «Totò voleva che gli dessi del tu, io non ci sono mai riuscito... Diceva: 'Ma perché, non capisco, ti sono antipatico?’ E io gli rispondevo: ’No... anzi se fossi una donna mi sarei dato a voi con tutto il cuore senza pensarci su nemmeno una volta’... Quando capitò che in Tototruffa ’62 facemmo quella scena in cui me lo vedevo sbucare vestito da donna mentre io ero truccato da marito siciliano, finimmo le riprese e lui disse: ’Beh adesso sono femmina ne puoi approfittare’. ’No, così no’gli dissi e lui se la legò al dito. Nello stesso film, in un’altra scena, lui faceva Fidel Castro e io, vestito da donna, facevo la moglie di Fìdel e, forse perché ero più giovane, non so, facevo più colpo e questo mi inorgogliva. Gli dissi: ’Con me lo potete fa’ il capriccio’. ’Ah no... se io ero brutto, voi siete una cosa tremenda!’, mi rispose».

Dopo il successo di Tototruffa il regista Fernando Cerchio ripropone la collaudata coppia nel film Totò contro Maciste (1962), una parodia del coevo e fortunatissimo genere storico-mitologico dove i due attori interpretano rispettivamente Totokamen, un truffatore che si spaccia per l’uomo più forte del mondo, e il suo manager Tarantenkamen, scritturati a Tebe dal boss di un locale notturno e coinvolti in sfide faraoniche, intrighi e battaglie contro il potente Maciste.

A questa pellicola, divertente pur nella sua modesta satira, segue nello stesso anno Lo smemorato di Collegno, ove il regista Sergio Corbucci si ispira in chiave comica ad una notissima vicenda che alla fine degli anni Venti aveva diviso l’Italia nel tentativo di identificare, in uno sconosciuto ricoverato nel manicomio di Collegno, il professor Giulio Canella, filosofo disperso in guerra, oppure l’ex tipografo torinese Mario Bruneri.

Nel riproporre sul grande schermo la versione parodistica della controversa storia, Nino Taranto interpreta il severo e rigoroso direttore del manicomio Ademaro Gioberti e mostra grandi capacità recitative in esilaranti sketch sia con Totò, nel ruolo dello smemorato, che con Erminio Macario in quello del matto Nicola Politi, suo compagno di stanza.

Nello stesso anno Totò, ambitissimo da registi e produttori, recita poi separatamente sia con Macario, nel film Totò di notte n°1, e sia con Taranto ne I due colonnelli, che, per la regia di Steno, è ambientato a Montegreco, in Grecia, durante l’ultima guerra mondiale, e narra di due militari, uno italiano e l’altro inglese (Totò e Walter Pidgeon), che si scontrano più volte nel tentativo di conquistare il paese: mentre Totò interpreta il colonnello fascista (e per l’unica volta in tutti i suoi film pronuncia la parola “culo”), a Taranto è affidato invece il ruolo del fedele sergente maggiore Quaglia che, pur mostrandosi generalmente accondiscendente nei confronti dell’irascibile superiore, dà spesso prova di essere assai più arguto di lui.

Dopo aver girato queste due pellicole, Totò torna sempre nel 1963 a lavorare sia con Macario che con Taranto in altrettanti film, ossia Totò contro i quattro di Steno e II Monaco di Monza di Sergio Corbucci, sebbene soltanto nel secondo il trio reciti assieme in parecchie scene.

In Totò contro i quattro - laddove i “quattro” sono appunto Taranto, Macario, Aldo Fabrizi e Peppino De Filippo - Totò interpreta il commissario Antonio Saracino alle prese con vari casi e personaggi che si presentano nel suo ufficio e, così come ne Lo smemorato di Collegno, anche in questa pellicola non mancano riferimenti alla cronaca del tempo quali il celebre “delitto del bitter” nell’episodio interpretato da De Filippo, nonché la truffa perpetrata ai danni dello Stato ad opera di Cesare Mastrella, soprannominato “il doganiere miliardario” e condannato a vent’anni proprio nel 1963.

Nell’interpretare questo disonesto ispettore di dogana, qui ribattezzato Giuseppe Mastrillo, Nino Taranto offre una delle sue migliori caratterizzazioni, ricorrendo a un marcato accento simile a quello pugliese e storpiando con grandi effetti comici numerose parole come cacaina per cocaina, cinquestanze per circostanze, donc per dunque, fino alla memorabile battuta «E che te credivi ca ch’era?» (E cosa credevi che fosse?).

L’esperienza cinematografica del duo Taranto-Totò si conclude con Il monaco di Monza, l’ultimo film realizzato nel 1963 anche assieme a Macario ed ambientato nel XVII secolo per raccontare le traversie di Pasquale (Totò), un povero ciabattino vedovo che per sopravvivere si traveste da monaco cercatore, assumendo il nome di Fra Pasquale da Caloria, e gira per le campagne assieme ai suoi dodici figli e ad un altro disgraziato, Mamozio (Macario), fin quando il gruppo trova ospitalità presso il castello del perfido marchese don Egidio De Lattantiis (Taranto), il quale vuole costringere il monaco a celebrare le sue nozze con la riottosa cognata Fiorenza.

In questa occasione Nino Taranto offre una caratterizzazione ancora diversa dalle precedenti e per certi versi inedita poiché, nei panni del crudele e sadico marchese, sfodera nel contempo tutte le sue migliori virtù comiche in memorabili sketch con Fra Pasquale e Mamozio, ma ciononostante l’accanimento della critica di quegli anni nei confronti del “principe della risata” colpisce di riflesso anche lui.

È forse proprio per questo che, mancandogli l’appoggio di grandi registi, egli, terminato il ciclo di film con Totò, limiterà la sua attività cinematografica solo a commedie musicali di scarso livello per altri otto anni e abbandonerà definitivamente il cinema nel 1971.

"Nino Taranto. Vita straordinaria di un grande protagonista dello spettacolo italiano del Novecento", Andrea Jelardi, Kairòs Edizioni, Napoli, 2017


Galleria fotografica e stampa dell'epoca


Nei primi giorni del mese di giugno del 1942, il regime fascista, con la collaborazione del quotidiano "La Stampa" di Torino, organizzò uno spettacolo di beneficienza a favore dei feriti e mutilati di guerra. La rivista, con la regia di Michele Galdieri, ebbe luogo a Torino presso il Teatro Alfieri e fu presentata da Fausto Tommei. Vide la partecipazione dei più famosi attori teatrali comici dell'epoca: Macario, Totò, Nino Taranto, Navarrini, Tito Schipa, Carlo Rizzo, Paoli, Cobelli, Nives Poli... (click per leggere l'articolo completo) Lo spettacolo per i feriti di guerra


La prima e unica volta che ci incontrammo con Totò in teatro fu per uno spettacolo delle forze armate all'Alfieri di Torino, nel giugno del 1942. C'eravamo tutti e facemmo assieme "La scampagnata dei tre disperati", un famoso canovaccio della commedia dell'arte napoletana. I tre disperati eravamo lui, io e Macario. Siccome c'era anche Navarrini che aveva smesso la compagnia di riviste, Galdieri che organizzò questa mattinata a favore delle forze armate, volle che partecipasse anche lui e così i tre disperati diventarono quattro. Nella commedia non c'era, aggiungemmo anche un posteggiatore che veniva alla trattoria e cantava con la chitarra, era Tito Schipa. Fu un grande successo.


Mi resi subito conto, io che avevo imparato scrupolosamente il copione, di aver fatto una fatica inutile. «Nino», mi disse, «ma ti pare che possiamo star dietro a quello che sta scritto su questi fogli?»

Nino Taranto (1961, durante le riprese del film Tototruffa '62)


Nino Taranto ricorda Totò

Ripercorrendo la vita di Nino Taranto, si è più volte detto del suo saldo rapporto con Totò, di cui egli stesso aveva spesso testimoniato in varie circostanze ma merita di essere menzionata anche la dettagliata testimonianza rilasciata nel mese di giugno 1978 al “Radiocorriere TV” ove ricorda:

Con Totò ci siamo conosciuti in un teatro della periferia di Napoli, il teatro Orfeo (1). Venne una sera vestito ancora da militare, era più vecchio di me, ma io avevo già cominciato a lavorare nel varietà fin da giovanissimo.

All’Orfeo mi esibivo in alcune macchiette e facevo la parodia di una canzone di E.A. Mario, Vipera, che gli piacque molto, volle che gli ricopiassi i versi. Una sera andai a sentirlo in questa canzone, diventammo amici così. La nostra è stata un’amicizia fraterna, anche se non ci siamo mai incontrati sul palcoscenico. La prima e unica volta che ci incontrammo in teatro fu per uno spettacolo delle forze armate all’Alfieri di Torino. Ceravamo tutti e facemmo assieme La scampagnata dei tre disperati, un famoso canovaccio della commedia dell’arte napoletana. I tre disperati eravamo lui, io e Macario. Siccome c’era anche Nuto Navarrini che aveva smesso la compagnia di riviste, Michele Galdieri che organizzò questa mattinata a favore delle forze armate, volle che partecipasse anche lui e così i tre disperati diventarono quattro.

Nella commedia non c’era, aggiungemmo anche un posteggiatore che veniva alla trattoria e cantava con la chitarra, era Tito Schipa. Fu un grande successo. Totò era un grossissimo attore, e lo ha dimostrato in teatro più che in cinema, negli spettacoli, nelle riviste. Specialmente le ultime, con Anna Magnani, sono rimaste memorabili. Era un uomo splendido, collega adorabile, buono, caritatevole. Attore di razza, senza invidie, amava circondarsi di attori. È stato sfortunato con gli sceneggiatori, con gli autori. Se anche nel cinema avesse avuto la fortuna di trovare degli sceneggiatori, dei registi, come era successo in teatro con Galdieri che gli ha cucito i panni addosso avrebbe fatto molto di più di quello che ha fatto.

Se fosse nato in America, o in qualunque altra nazione del mondo, avrebbe fatto grandi cose, sarebbe stato un secondo Chaplin. Stavamo molto assieme, quando venivo a Roma con la compagnia, passavamo delle notti intere a chiacchierare. Una volta aveva una certa simpatia per una soubrette della mia compagnia e ogni sera me lo vedevo piombare in camerino: la scusa che veniva a trovarmi gli serviva per incontrarsi con questa ragazza. Mi ricordo che per parecchie sere abbiamo fatto Via Nazionale, su e giù, fino alle quattro, quattro e mezzo, parlando sempre. Ho sempre sperato di poter fare qualcosa con lui in cinema.

Capitò l’occasione di Tototruffa ’62 e la cosa non si fermò lì, facemmo sei film in due anni. Recitavamo a braccio, inventando al momento. Provavamo la scena scritta, così come l’avevano scritta gli sceneggiatori, la provavamo due, tre volte, e quando andavamo davanti alla macchina da presa diceva delle cose tutte diverse e bisognava assecondarlo, quello che avevamo imparato non serviva più a niente.

In Tototruffa ’62 mentre giravamo la scena della fontana di Trevi si è fermato il traffico, la gente credeva che facessimo sul serio, non s’era accorta che stavamo girando un film. Ne I due colonnelli c’era l’attore americano Walter Pidgeon, bravissimo, che non capiva un accidente di italiano, né noi capivamo una parola di inglese. Per fortuna Pidgeon era molto intelligente e riusciva ad afferrare la situazione in una maniera straordinaria anche senza capire una parola di quello che dicevamo noi.

Totò voleva che gli dessi del tu, io non ci sono mai riuscito: gli davo del voi, anche dopo quarant’anni di amicizia non ci riuscivo. Diceva: «Ma perché, non capisco, ti sono antipatico?», e io gli rispondevo: «No, è la stessa cosa per Eduardo, non mi siete antipatico, anzi se fossi una donna mi sarei dato a voi con tutto il cuore, senza pensarci su nemmeno una volta».

Siccome gliela ripetevo sempre, ogniqualvolta mi diceva: «Ma te so’ antipatico, ma pecchè non me dai il tu?», quando capitò che in Tototruffa ’62 facemmo quella scena in cui me lo vedevo sbucare vestito da donna accanto a Luigi Pavese, mentre io ero truccato da marito siciliano, finimmo la scena e disse: «Bè, adesso sono femmina, ne puoi approfittare». «No, così no», gli dissi e lui se la legò al dito. Nello stesso film, in un’altra scena lui faceva Fidel Castro e io, vestito da donna, facevo l’amica di Fidel e forse perché ero più giovane, non so, facevo più colpo, e questo mi inorgogliva. Gli dissi: «Co’ me lo potete fa”o capriccio». «Ah, no, se io ero brutto, voi siete una cosa tremenda», mi rispose.

Ancora un aneddoto relativo al rapporto saldissimo con Totò è riportato da Maria Letizia Loffreda Mancinelli la quale, nel suo saggio dedicato a Nino Taranto e pubblicato nel 2016, ricorda che il popolare attore, dopo il già citato fallimento del Politeama, cadde in una comprensibile depressione e stentava a riprendersi, suscitando pertanto la viva preoccupazione della moglie; fu proprio lei - ipotizza verosimilmente l’autrice - a rivolgersi allora a Totò che, con un gesto di grande amicizia e con la ben nota signorilità, non gli offrì denaro, bensì lo convocò per proporgli di girare un film assieme, appunto Tototruffa, e poi le cinque pellicole consecutive, inducendolo così a riprendere il lavoro a pieno ritmo e nel contempo a risollevarsi economicamente senza dover dire grazie a nessuno, bensì facendo quello che sapeva fare meglio: recitare.

(1) II Teatro Orfeo era ubicato in Via Camera Grande pressi della stazione ferroviaria. Tuttavia, secondo altre testimonianze, il primo incontro tra Taranto e Totò avvenne, sempre a Napoli, ma al Teatro La Fenice, sorto intorno al 1806 nel palazzo del duca di Grottolella ad angolo tra Via Santa Brigida e via Verdi, già sede delle Poste del Regno di Napoli. Questo teatro ospitò prevalentemente l’opera buffa e restò attivo, a fasi alterne, fin quando nella seconda metà del Novecento l’immobile passò in proprietà al Credito Italiano.

"Nino Taranto. Vita straordinaria di un grande protagonista dello spettacolo italiano del Novecento", Andrea Jelardi, Kairòs Edizioni, Napoli, 2017


Totò e... Nino Taranto - Le opere

13 Gen 2014

I pompieri di Viggiù (1949)

I pompieri di Viggiù Se la conosco? Tutta no, ma quasi. Se non c'era quel pesce vi avrei conosciuta tutta...Totò Inizio riprese: 1948-1949, Teatri della FarnesinaAutorizzazione censura e distribuzione: 6 aprile 1949 - Incasso Lire 397.000.000 -…
Daniele Palmesi
10865
28 Mar 2014

Tototruffa '62 (1961)

Tototruffa '62 Ma che fa? Non mi guardi cosi, lei mi fa un senso con quegli occhioni mi fa un senso. Lei con quegli occhi mi spoglia... spogliatoio!Antonio Peluffo Inizio riprese: aprile 1961, Stabilimenti INCIR - De Paolis, RomaAutorizzazione…
Daniele Palmesi
13913
31 Mar 2014

I due colonnelli (1962)

I due colonnelli I mortai vostri? Avete capito Quaglia? I mortai vostri e della vostra famiglia! Sì, dico, della famiglia tedesca...Colonnello Antonio Di Maggio Inizio riprese: ottobre 1962, Stabilimenti Titanus Farnesina, RomaAutorizzazione censura…
Daniele Palmesi
14777
31 Mar 2014

Il giorno più corto (1963)

Il giorno più corto Abbiamo conquistato Fiume e conquisteremo gli affluenti, abbiamo conquistato Pola e conquisteremo anche Amapola, Trento l'abbiamo fatta nostra e dopo Trento faremo anche trentuno! Pace e bene fratelli, pace e bene...Il frate…
Daniele Palmesi
8348
31 Mar 2014

Lo smemorato di Collegno (1962)

Lo smemorato di Collegno Zanini, mi tolga le mani di dosso. Lei mi è stato antipatico dal primo momento in cui l'ho vista: è stato un colpo di fulmine!Lo smemorato Inizio riprese: aprile 1962 Stabilimenti Titanus Farnesina, RomaAutorizzazione…
Daniele Palmesi
11669
31 Mar 2014

Totò contro Maciste (1962)

Totò contro Maciste Egizi, abbiamo lance, spade, mortaretti, tricche tracchi e castagnole. Con queste armi spezzeremo le reni a Maciste e ai suoi compagni, a Rocco e i suoi fratelli! Popolo di Tebe, armiamoci, e partite!Totokamen Inizio riprese:…
Simone Riberto, Daniele Palmesi, Federico Clemente
7463
31 Mar 2014

Il monaco di Monza (1963)

Il monaco di Monza Lei discende dai Borboni? Allora siamo parenti: da piccolo in casa tenevo un barboncino.Fra' Pasquale da Casoria Inizio riprese: gennaio 1963, Teatri di posa INCIR - De Paolis, RomaAutorizzazione censura e distribuzione: 16 marzo…
Daniele Palmesi
11357
31 Mar 2014

Totò contro i quattro (1963)

Totò contro i quattro Di Sabato, con un piccione abbiamo preso due fave.Commissario Antonio Saracino Inizio riprese: novembre 1963, Stabilimenti Titanus Farnesina, RomaAutorizzazione censura e distribuzione: 5 marzo 1963 - Incasso lire 319.020.000 -…
Daniele Palmesi, quotidianodellumbria.it, Archivio Storico La Stampa
12560


Riferimenti e bibliografie:

  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • Testo e immagini proprietà di Domenico Livigni
  • "Nino Taranto. Vita straordinaria di un grande protagonista dello spettacolo italiano del Novecento", Andrea Jelardi, Kairòs Edizioni, Napoli, 2017
  • L'articolo di Domenico Livigni è stato pubblicato sul sito Napoli Art Magazine
  • Foto © Archivio Famiglia Clemente
  • "Guida alla rivista e all'operetta" (Dino Falconi - Angelo Frattini), Casa Editrice Accademia, 1953
  • "Tempo di Maggio: Teatro popolare del '900 a Napoli" (Nino Masiello), Tullio Pironti Editore, Napoli, 1994
📸 Crediti immagini e copyright: le immagini presenti in questo articolo (ritagli di quotidiani e periodici d’epoca, trafiletti e materiali archivistici) sono riprodotte a fini storici, documentari e di ricerca, senza finalità commerciali né ricavi pubblicitari. Quando l’autore dello scatto non è indicato in modo esplicito nella fonte, viene considerato e riportato come non identificato. La digitalizzazione e l’eventuale elaborazione grafica (restauro leggero, impaginazione, ridimensionamento e watermark) sono a cura di tototruffa2002.it.
© rispettivi aventi diritto. Per richieste di attribuzione, integrazione crediti o rimozione (take-down) fai riferimento alla pagina ⚖️ Disclaimer & Note legali. In caso di segnalazione motivata, il materiale potrà essere rimosso temporaneamente durante le verifiche.