Tutti bravi, se ci fanno ridere

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1947 03 15 Corriere della Sera Toto teatro

Totò, al Lirico, fa sbellicare il pubblico milanese dalle risa; appartiene alla triade della risata. Macario, Taranto, Totò, sono i tre buffi che entusiasmano i frequentatori della rivista. Quando parlo di entusiasmo, non affermo nè di più nè di meno di quanto succede nei teatri dov'essi recitano. Se non compaiono, subito, all’inizio dello spettacolo, il pubblico della galleria li reclama a gran voce e se essi si annunciano dalle quinte con una frase o una parola, un urlo di soddisfazione ne accoglie l’avviso, urlo che si tramuta in un uragano di applausi quand’essi entrano in scena. Il pubblico è sempre grato a chi lo fa ridere; parrebbe quasi che il riso sia l’aspirazione massima dell’uomo, a dispetto dei filosofi che lo vorrebbero sempre meditabondo e preoccupato del suo destino. Senonchè, appunto perchè preoccupato del destino, vuole, a tratti, dimenticarne le incertezze e i pericoli. I buffi hanno fortuna sulla scena perchè la vita è una cosa seria. I buffi lo sanno (spesso sono, in privato, dei malinconici) e, sapendolo, confortano il prossimo dicendogli: «Siamo d’accordo, la vita è quella che è, ma facciamoci sopra una bella risata». E siccome riescono davvero a provocarla e a scacciare le tetraggini, godono della riconoscenza degli spettatori che offrono loro, in cambio, battimani e quattrini.

Si sente spesso dire: «Non si capisce perchè tanta folla accorra agli spettacoli di Macario, di Taranto, di Totò». Accorre per questo bisogno collettivo di reagire alla gravità dell’esistenza. Se la vita fosse allegra non sarebbero sorti i buffi, e poiché la storia del teatro ci dice che l’origine dei buffi si perde nella notte dei tempi si deve ritenere che la vita non è mai stata allegra per nessuno. E’ già una bella consolazione.

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Inoltre, ognuno di quel tre è buffo a modo suo. Essi provengono, si, dalle maschere, di queste conservano le caratteristiche, ma ciascuno ha fatto di se stesso una maschera vivente. Quanto Gianduia è nel piemontese Macario e quanto Pulcinella nei napoletani Taranto e Totò! Essi di Gianduia e di Pulcinella rievocano il ricordo pur non essendo più nè l’uno nè l’altro; discendono dalla tradizione ma fanno di tutto per essere originali e magari credono di esserlo. Tutti e tre derivano la loro comicità o buffoneria (la buffoneria è una comicità con l’accento) dalla fissità e dall’automatismo, dal muovere il corpo come fosse di legno, dal trasformarsi in marionetta.
Arlecchino e Brighella non erano marionette animate? Gesti rigidi, legnosi; la faccia immobile di porcellana di Macario; la camminata di uomo meccanico di Totò; gli atteggiamenti da fantoccio di Taranto. Il più immoto è Macario. Il suo volto ha una espressione sola; l'espressione dell'incantato, del baggiano, del grullo, dell’ebete beato della propria idiozia, e di essa consapevole: ed è in ciò il segreto della sua piacevolezza. Macario è la maschera dello scemo che sa di esserlo e spesso con una risatina, appena accennata, esce dalla finzione per un attimo per far intendere che egli sa benissimo di dire sciocchezze e che le dice unicamente perchè il pubblico si diverta anche se sono contro di lui, specialmente se sono contro di lui. Petrolini deve tre quarti della sua fortuna ai suoi assalti satirici al pubblico. Totò invece non esce mai dalla finzione. La sua scemenza è volutamente senza attenuanti; egli sottolinea la battuta stordita con un gesto, meglio, con un lazzo e talvolta è così felice d’averla detta che sì scuote come avesse le penne, si acchioccia, allunga il collo già lungo, razzola e starnazza e pare sul punto di deporre l’uovo.

E’, dei tre, il più dinoccolato e disarticolato. In certi momenti innalza il capo come un pennacchio e lo fa oscillare come fosse sorretto da un tubo di gomma e poi si avvia piegando la schiena a sella, protendendo le regioni dell’osso sacro a modo di un gallinaccio che si disponga a fare la ruota. Anche gli occhi entrano nel giuoco: si dilatano smisuratamente e la pupilla vi rotea dentro staccata dal bulbo. Gli occhi di Macario si spalancano in una fissità attonita; quelli di Totò si sbarrano in una allarmata inquietudine. Taranto usa degli occhi non da maschera ma da attor comico; dei tre egli è quello che non ci stupiremmo di vedere fuori dalla rivista e in una Compagnia dialettale di prosa. Piccolo come gli altri due possiede egli pure un paio d’occhi glauchi, tondi e sgusciati che aiutano la sua comicità: ma è soprattutto dalle inflessioni di voce che egli trae le note del comico. Perciò è più attore che maschera. Essendo tre buffi differenti, ciascuno ha i suoi particolari tifosi. Chi preferisce Macario, chi Taranto, chi Totò. Il più completo è Taranto, il più tipico è Macario, il più pittoresco è Totò. Ma dinanzi all'uno, o all’altro o all’altro il pubblico non fa distinzione: non lesina a nessuno dei tre i segni del suo gradimento.

X., «Corriere della Sera», 15 marzo 1947


Il Piccolo
X., «Corriere della Sera», 15 marzo 1947