Walter Chiari: «lavorando con Rascel ho perduto il sorriso ma ho ritrovato il successo»

Il volto drammatico del grande attore italiano

Lavorando con Rascel ho perduto il sorriso


Walter Chiari, nel servizio pubblicato da «Oggi» nel 1986, racconta la svolta drammatica con Finale di partita di Samuel Beckett, il ritorno accanto a Renato Rascel, il successo di Romance, il ricordo di Ava Gardner, il rapporto con il figlio Simone Annichiarico e la malinconia di un artista che, dopo una vita di risate, riscopre il peso del teatro e della solitudine.


A sessant’anni, Walter Chiari affronta sul palcoscenico il primo ruolo drammatico. «Per la prima volta, Renato e io siamo tutt’altro che comici, ma ogni sera gli applausi del pubblico ci dimostrano che la gente ci apprezza anche se non facciamo ridere» - «Per mezzo secolo sono stato un eterno ragazzino: ora mi sento invecchiato, anche se ho ancora tanta voglia di dare» - «Tra tutte le donne che ho amato nella mia vita ne rimpiango una sola: Ava Gardner»

Milano, novembre

Nella prima scena di Finale di partita, dramma terribile e crudele di Samuel Beckett, Walter Chiari appare immobile, seduto su una carrozzella, con le ginocchia coperte, le labbra piegate in una curva amara e gli occhi nascosti da piccole lenti nere. L’effetto è sconvolgente, soprattutto perché richiama l’immagine di Luchino Visconti negli ultimi anni della sua vita: malato, umiliato, distante e solo.

Fuori scena, in un residence lontano dal centro di Milano, Walter Chiari sembra un altro uomo: tuta blu polverosa, capelli grigi, passo quieto e voce bassa. Difficile ritrovare in lui il mattatore brillante, il “ciuffo intelligente”, l’attore capace di dominare la scena con parole, invenzioni e improvvisazioni senza fine.

Parlando del personaggio di Beckett, Chiari confessa: «Quel vecchio immondo mi sconvolge. Ogni sera vorrei buttarmi giù dal palcoscenico con la carrozzella e farlo finalmente morire». Il ruolo lo consuma, lo lascia senza forze e sembra coincidere con una fase di profondo ripensamento personale.

Walter Chiari e Renato Rascel in Finale di partita di Samuel Beckett pubblicato su «Oggi» nel 1986Amici sulla scena e nella vita: Walter Chiari e Renato Rascel in Finale di partita di Samuel Beckett.

IMMENSA FORTUNA

Chiari riconosce di essere cambiato, ma non soltanto per il personaggio. «Io non sono come lui», dice, «ma sono cambiato perché non ho più vent’anni». Per oltre mezzo secolo si era sentito un eterno ragazzo, pieno di vitalità, fantasia, generosità e voglia di dare. Aveva fatto ridere milioni di persone, forse un miliardo, senza mai aspettarsi nulla in cambio.

Il colpo più duro, racconta, è stato la morte della madre. Walter Chiari si definisce un uomo “da branco”, bisognoso di affetti, presenze e legami. La madre era il capobranco; morta lei, il branco si è sciolto e l’attore ha avvertito improvvisamente il vuoto attorno a sé.

IL CAPOBRANCO

Rivendica però la propria libertà: non è mai stato uomo da clan, né a Roma né a Milano. Non ama salotti, terrazze mondane, feste o ristoranti dove farsi vedere. Preferisce un piatto di minestra, un amico vero, una conversazione sincera. Per lui vivere significa scegliere ciò che conta davvero, non ciò che conviene.

Walter Chiari e Renato Rascel nel camerino del teatro durante Finale di partita pubblicato su «Oggi» nel 1986Walter Chiari e Renato Rascel posano nel camerino durante il ritorno teatrale con Finale di partita.

«AVA ERA UNICA»

Parlando del film Romance, Chiari ammette con amarezza che il successo non basterà forse a restituirgli davvero il posto che merita nel cinema italiano. Si sente scomodo, ingombrante, troppo libero per un ambiente che preferisce chi obbedisce e dice sempre sì.

Nel lungo bilancio sentimentale, una donna emerge sopra tutte: Ava Gardner. Walter Chiari la ricorda come unica, irripetibile, capace di seguirlo per un anno nelle piazze italiane, rinunciando a contratti e film. L’anno seguente fu lui a restituire quella dedizione, attraversando l’oceano anche solo per vederla due giorni.

Il discorso si sposta poi sul figlio Simone Annichiarico, nato dal matrimonio con Alida Chelli. Chiari ammette un rapporto difficile, segnato anche dalla dolorosa vicenda giudiziaria legata alla droga, che lo colpì proprio negli anni della nascita del figlio. Con Simone vorrebbe recuperare tempo, fiducia e confidenza.

Walter Chiari con Patrizia Caselli in una fotografia pubblicata su «Oggi» nel 1986Walter Chiari brinda con Patrizia Caselli, sua compagna dal 1979.

SOCIETÀ SPIETATA

Walter Chiari vede nel figlio molti tratti di sé: la fantasia, il bisogno di stare solo, l’amore per il disegno, lo sport, la socialità e certi vuoti interiori in cui rifugiarsi. Ma teme per lui una società più dura, piena di “managerini” e di persone misurate soltanto dal denaro e dalla produttività.

Guardando alla propria vita, dice di avere prodotto “vento”: ventate di gioia, risate, buonumore e spensieratezza. Qualcosa di effimero, certo, ma capace forse di arrivare nel momento giusto e lasciare un segno nel pubblico.

L’OMBRA E LA LUCE

Nel finale dell’intervista, Walter Chiari appare come un uomo sorpreso dalla propria malinconia ma non sconfitto. Dice di avere ancora molto da vivere, da fare e da dare. Il ragazzo che è stato per decenni non se n’è andato del tutto: resterà nella capacità di guardare una foglia, distinguere la parte in luce e quella in ombra, e amarle entrambe.

Edgarda Ferri, «Oggi», anno XXX, n.48, 28 novembre 1986


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Edgarda Ferri, «Oggi», anno XXX, n.48, 28 novembre 1986

Autore delle fotografie: Italpix
Fonte originale: Edgarda Ferri, «Oggi», anno XXX, n.48, 28 novembre 1986
Riproduzione digitale: tototruffa2002.it
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🎭 Conclusioni

Questo articolo pubblicato da «Oggi» nel 1986 restituisce un ritratto intenso e sorprendentemente fragile di Walter Chiari, lontano dall’immagine consueta del mattatore comico e immerso nella prova drammatica di Finale di partita accanto a Renato Rascel. Tra il teatro di Samuel Beckett, il successo cinematografico di Romance, il ricordo di Ava Gardner, il rapporto complesso con Simone Annichiarico e la presenza affettuosa di Patrizia Caselli, emerge il profilo di un artista libero, generoso e inquieto, capace di trasformare una vita di risate in una meditazione amara ma lucidissima sull’età, sulla solitudine, sull’amore e sulla dignità del mestiere teatrale.