Totò: «Torno al teatro ma non sarà un addio»

In questa intervista a Totò sulla censura televisiva e sul ritorno al teatro di prosa, tra lo show Rai «Tuttototò» e la commedia di costume degli anni Sessanta, scopriamo la carriera del principe Antonio de Curtis, la vita ai Parioli, il suo lavoro instancabile tra cinema italiano del dopoguerra, televisione Rai e progetti teatrali, una fonte preziosa per chi cerca informazioni storiche approfondite su Totò e sulla nascita dei grandi spettacoli comici in TV.
Dopo il cinema e la tv, l'attore formerà compagnia. Il principe de Curtis intende allestire una commedia di costume ambientata ai giorni nostri. Dai film «di cassetta» a quelli impegnati.
Roma, martedì sera.
«Io sono un attore educato — dice Totò. — Educato a non dire porcherie e a non giocare coi doppi sensi. Ma la televisione di ciò non tiene conto: fa lavorare con la camicia di forza, impone una censura che è davvero eccessiva. E poi ci sono troppi funzionari responsabili di una trasmissione. Ciascuno trova la mossa o la battuta che gli dà fastidio. E ciascuno richiede il suo bravo taglio, coi risultati che si possono immaginare».
Il comico napoletano ha lavorato tre mesi negli studi televisivi di Milano e Roma. Per la regìa di Daniele D'Anza ha registrato dieci puntate di uno show che andrà in onda a partire dal mese prossimo, «Tuttototò»: sei numeri che costituiscono una antologia del suo repertorio teatrale e cinematografico, dal '37 al '50 circa; ed altri quattro che, in una curiosa mescolanza di canzoni e poesia spesso inedite firmate da Curtis, sono una satira di costume del mondo moderno scritta per l'occasione da Mario Corbucci. Per l'attore quasi settantenne questo è praticamente il suo debutto televisivo, «ho rimandato l'appuntamento con il piccolo schermo per dodici anni — egli dice. — Poi ho capitolato. Era quasi doveroso per me che ho fatto di tutto: la commedia dell'arte e il varietà, la prosa e la rivista, il cinema e l'operetta».

Minuto, il viso pallido e scarno, il principe Antonio De Curtis è un signore cortese, con un fondo di malinconia che la timidezza dei gesti tradisce. Abita in una casa che nulla vieta di definire regale, ai piedi dei Parioli. Amministra le sue energie e le ore della giornata con oculata parsimonia. Dispone di uno stuolo solerte di camerieri, segretari ed autisti. E lavora. Quarantacinque anni di carriera e centocinquanta film all'attivo. Fino a poco tempo addietro ne «girava» cinque-sei all'anno. Oggi il ritmo è meno sostenuto, ma non per volontà sua. «Con l'allenamento che ho — spiega — un film non è certo una fatica». In questo periodo, ad esempio, di giorno è impegnato nelle riprese di un episodio, di sera nel doppiaggio di quello precedente e nei ritagli di tempo presiede riunioni d'affari, scrive poesie, canzoni e persino una commedia.
Ma le sue cure maggiori continuano ad andare a Totò. Questa è la sua invenzione-capolavoro. Una maschera che da quarant'anni fabbrica ilarità e milioni. Recentemente un cinema più sofisticato, meno popolare, è venuto a lui. Gli ha fatto interpretare personaggi letterari, moderni, amari e satirici, con registi come Lattuada e Pasolini. Ma il principe De Curtis non ne è colpito. «Io sono un artista — dice con meritata immodestia, — Artista al cento per cento. So fare il comico e il drammatico, il patetico e il brillante. Posso fare tutto: è il mio mestiere». Per la prossima stagione spera di presentarsi al pubblico con una sua compagnia di prosa ed un suo testo, una commedia di costume ambientata ai giorni nostri. Ma non sarà un addio. Anzi. Con un guizzo di sfida nella voce, dichiara divertito: «Mi ritirerò quando non ne potrò più. Ma ciò non succede subito. Ho ancora tanto spirito in corpo, come diciamo a Napoli».
Liliana Madeo, «Stampa Sera», 6-7 dicembre 1966
| Liliana Madeo, «Stampa Sera», 6-7 dicembre 1966 |
🎭 Conclusioni
Questa intervista a Totò sulla censura televisiva racconta il ritorno al teatro di prosa proprio mentre nasce lo show Rai «Tuttototò», mostrando come il principe Antonio de Curtis, artista al cento per cento, trasformi la fatica di tre mesi tra Milano e Roma in una commedia di costume ambientata negli anni Sessanta. Nel ritratto del Totò quasi settantenne, che abita ai Parioli e amministra con rigore tempo ed energie, emergono il legame con il cinema d’autore di Pasolini e Lattuada, il rapporto complicato con la televisione italiana, la satira di costume rivolta al mondo moderno e la decisione di formare una compagnia di prosa tutta sua. Chi cerca la storia di «Tuttototò», il contesto della Rai degli anni Sessanta, le radici teatrali della maschera comica e la vita privata di Totò trova qui una fonte preziosa per capire come il suo percorso artistico unisca palcoscenico, piccolo schermo e impegno creativo continuo.