Mastroianni Marcello (Vincenzo Domenico)

All'anagrafe Marcello Vincenzo Domenico Mastroianni (Fontana Liri, 28 settembre 1924 – Parigi, 19 dicembre 1996), è stato un attore cinematografico italiano.

È stato tra gli interpreti italiani più conosciuti e apprezzati all'estero negli anni sessanta e settanta, soprattutto per i ruoli da protagonista nei film di Federico Fellini e per le pellicole recitate in coppia con Sophia Loren.

Capace di destreggiarsi perfettamente sia nei ruoli drammatici che in quelli comici, è generalmente affiancato[1] ai "mostri" della commedia all'italiana Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Nino Manfredi[2][3].

È stato per tre volte candidato all'Oscar al miglior attore: per Divorzio all'italiana (1963), per Una giornata particolare (1978) e per Oci ciornie (1988). Ha vinto 2 Golden Globe, 2 Premi BAFTA, 8 David di Donatello, 8 Nastri d'argento, 5 Globi d'oro e un Ciak d'oro. È inoltre l'unico attore, insieme a Jack Lemmon e Dean Stockwell, ad aver ottenuto in due diverse occasioni il Prix d'interprétation masculine al Festival di Cannes, nel 1970 per Dramma della gelosia e nel 1987 per Oci ciornie. Ha vinto per ben due volte la Coppa Volpi alla Mostra internazionale d'arte cinematografica per Che ora è? e Uno, due, tre, stella!. Nel 1990 gli è stato conferito il Leone d'oro alla carriera.

Biografia

Marcello Mastroianni nacque a Fontana Liri, in provincia di Terra di Lavoro (oggi provincia di Frosinone), il 26 settembre 1924, registrato all'anagrafe il 28, figlio di Ottone Mastroianni e di Ida Irolle, originari entrambi del vicino paese di Arpino[4]. Il padre era il fratello dello scultore Umberto Mastroianni.

Poco tempo dopo si trasferisce con i genitori dapprima a Torino, dove, nel 1929, nasce il fratello Ruggero, e successivamente, nel 1933, definitivamente a Roma, nel quartiere San Giovanni, dove frequenta le scuole in via Taranto.

Da giovanissimo riesce a lavorare come comparsa in Marionette di Carmine Gallone, ne La corona di ferro di Alessandro Blasetti, in Una storia d'amore di Mario Camerini, e ne I bambini ci guardano di Vittorio De Sica. Nel 1943 consegue il Diploma di Perito Edile presso l'Istituto Tecnico Industriale Statale Galileo Galilei Roma[5] lavorando per qualche tempo come collaborazionista all'Organizzazione Todt.

Dopo un breve impiego nel comune di Roma viene inviato dall’esercito, in pieno periodo bellico, all’Istituto Geografico Militare di Firenze quale disegnatore.

Nel 1945, terminata la guerra, comincia a prendere le prime lezioni di recitazione e a bussare nuovamente alle porte del cinema. È in questo periodo che condivide le sue aspirazioni di attore con una giovane sconosciuta, Silvana Mangano, e i due vivono una breve storia d'amore.

Il debutto

Il vero e proprio debutto nel cinema avviene nel 1948 con I miserabili, film di Riccardo Freda tratto dall'omonimo romanzo di Victor Hugo. Nello stesso periodo comincia ad ottenere piccole parti in teatro, dapprima in compagnie di dilettanti. Viene notato da Luchino Visconti, che gli offre il suo primo ruolo da professionista, in Rosalinda o Come vi piace da Shakespeare (1948, Teatro Eliseo - Roma) e poi in Un tram che si chiama Desiderio di Tennessee Williams (1949, Teatro Eliseo - Roma), in cui interpreta Mitch (Kowalsky è invece interpretato da Vittorio Gassman).

Dopo aver interpretato sotto la regia di Luciano Emmer diversi ruoli da attor giovane in commedie neorealistiche (Domenica d'agosto, Parigi è sempre Parigi, Le ragazze di piazza di Spagna), arrivano anche al cinema i primi ruoli drammatici in Febbre di vivere di Claudio Gora, Cronache di poveri amanti di Carlo Lizzani e Le notti bianche di Luchino Visconti, mentre sul set di Peccato che sia una canaglia di Alessandro Blasetti incontra per la prima volta Sophia Loren.

L'affermazione ed il successo internazionale

L'affermazione definitiva arriva nel 1958 con I soliti ignoti, cui segue Adua e le compagne (1960).

I due capolavori di Federico Fellini: La dolce vita (1960) e il successivo 8½ (1963) gli conferiranno il successo internazionale e la fama di «latin lover», dalla quale cercherà, più o meno inutilmente, di difendersi fino all'età più matura. Questa è la ragione per cui, subito dopo il successo de La dolce vita, cerca di sfatare il proprio mito di sex symbol accettando di interpretare il ruolo di un impotente nel film Il bell'Antonio (1961), tratto dall'omonimo romanzo di Vitaliano Brancati.

Nel 1961 esce Divorzio all'italiana commedia nera basata sull'omicidio d'onore. Il film presentato al 15º Festival di Cannes ottiene il premio per la migliore commedia e risulta essere un successo internazionale, consolidando la fama di Mastroianni che ottiene per la sua interpretazione del barone Cefalù il Nastro d'argento al migliore attore protagonista, il premio BAFTA al migliore attore straniero, il Golden Globe per il miglior attore in un film commedia o musicale e infine la nomination all'Oscar al miglior attore.

Nel 1962 il settimanale americano Time gli dedica un servizio, come divo straniero più ammirato negli USA.

Il suo fascino di attore gli derivava, oltre che dalla sua bellezza e da interpretazioni sempre di altissimo livello, anche da un tratto distaccato, a tratti sornione, dal quale sembrava trasparire talvolta una velata malinconia e persino una certa timidezza.

Ne I compagni (1963), di Mario Monicelli, interpreta il ruolo di un intellettuale socialista che fomenta le rivolte di fabbrica, mentre, sotto la direzione di Vittorio De Sica, ritrova Sophia Loren come partner femminile in Ieri, oggi, domani (1963), Matrimonio all'italiana (1964) e I girasoli (1970): la coppia che ha formato con lei è stato un sodalizio artistico tra i più riusciti del cinema italiano, che si è snodato con episodi memorabili lungo l'intera carriera di entrambi.

Gli anni della commedia musicale

Nel 1966 debutta anche nella commedia musicale, interpretando per circa tre mesi il ruolo di Rodolfo Valentino in Ciao Rudy di Garinei e Giovannini, cantando e ballando tutte le sere e cercando di sfatare un'altra fama che si era creato, quella di eterno pigro. La critica non sarà tenera con lui, e anche se le repliche sono costantemente gremite fino al "tutto esaurito", Mastroianni abbandona le scene pagando una penale di 100 milioni di lire per girare Il viaggio di G. Mastorna di Federico Fellini, progetto che però il maestro riminese non riuscirà mai a realizzare, così interpreta per racimolare i soldi Il papavero è anche un fiore di Terence Young.

Nel 1968 gira Amanti sotto la regia di Vittorio De Sica. Protagonista femminile è Faye Dunaway, con la quale avrà una breve ma chiacchieratissima storia sentimentale. Nello stesso periodo gira alcuni film in lingua inglese, manifestando una notevole capacità di dizione anche in questa lingua, a differenza di Sophia Loren, che pur parlando un buon inglese non riuscirà mai a liberarsi del suo accento dialettale.

Nel 1971 lavora con Marco Ferreri in La cagna e sul set conosce Catherine Deneuve, con la quale intreccerà una lunghissima relazione, da cui nascerà Chiara. L'anno successivo si trasferisce a Parigi e avrà l'opportunità, tra il 1972 e il 1974, di lavorare in numerose pellicole francesi.

Tornato in Italia, riprende a interpretare ruoli in commedie leggere (Culastrisce nobile veneziano, La pupa del gangster), film d'autore (Todo modo, Una giornata particolare), drammi a tinte forti (Mogliamante, Per le antiche scale), film grotteschi (Ciao maschio, Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici).

Nel 1978 debutta in uno sceneggiato televisivo: Le mani sporche, che Elio Petri trae da Sartre. Prima d'allora Mastroianni non ha mai lavorato in TV, eccezion fatta per alcune celebri apparizioni come ospite in Studio Uno (accanto a Mina e a Sandra Milo).

Nel 1980 viene richiamato da Federico Fellini, che a diciotto anni da 8 ½ lo rivuole protagonista ne La città delle donne. Lavorerà con lui ancora nel 1985 in Ginger e Fred, al fianco di Giulietta Masina, e nel 1987 in Intervista.

Nel giugno del 1984 prende parte al picchetto d'onore ai funerali del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, insieme ad altri esponenti del cinema italiano come Federico Fellini e Monica Vitti.[6]

Nel 1988 è protagonista insieme a Massimo Troisi di Splendor e Che ora è?, entrambi diretti da Ettore Scola. Per quest'ultimo film i due protagonisti riceveranno ex aequo la coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia.

Negli anni novanta, Marcello Mastroianni gira soprattutto all'estero, con grandi autori del cinema internazionale.

La malattia e la morte

Colpito da un tumore del pancreas, poco prima della sua scomparsa realizza durante la lavorazione del suo ultimo film (Viaggio all'inizio del mondo di Manoel de Oliveira) una lunga auto-confessione (Marcello Mastroianni - Mi ricordo, sì, io mi ricordo, curata da Anna Maria Tatò, la sua ultima compagna) che è considerata da molti il suo testamento spirituale.

L'ultimo impegno fu la commedia (Le ultime lune) nei teatri italiani. A causa delle tre fleboclisi al giorno recitava quasi sempre seduto e molte date previste non furono realizzate a causa dell'aggravarsi dello stato di salute. Dopo un malore, fu l'attore stesso a chiedere di non andare avanti con la tournée e l'ultima data fu a Napoli, poi tornò a Parigi.

Si spense pochi mesi dopo nel suo appartamento di Parigi il 19 dicembre 1996, stroncato dalla malattia ed assistito dalla figlia minore, Chiara. Le sue spoglie riposano nel cimitero del Verano, a Roma.

Vita privata

In gioventù come detto ebbe una breve relazione con Silvana Mangano.

Sul set teatrale de Un tram che si chiama Desiderio al Teatro Eliseo di Roma conobbe l'attrice Flora Carabella che sposò nel 1950 e da cui ebbe una figlia, Barbara (1951). I due si separarono nel 1970 a causa delle numerose relazioni di lui, ma non divorziarono mai.

Mentre ancora viveva con la moglie, iniziò una relazione con l'attrice Faye Dunaway, conosciuta sul set di Amanti; la loro fu una relazione intensa, tanto che Faye avrebbe voluto sposarlo e avere da lui dei figli, ma lui, cattolico, si rifiutò di chiedere il divorzio e per questo, dopo tre anni, la relazione ebbe termine.

Nel 1971, sul set de La cagna conobbe l'attrice Catherine Deneuve, con cui ebbe una relazione dal 1971 al 1975 da cui nacque la figlia Chiara.

Nel 1976 si legò alla regista Anna Maria Tatò, con la quale convisse fino alla morte.


Galleria fotografica e stampa dell'epoca

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Marcello Mastroianni è nato in provincia di Frosinone il 28 settembre 1924. E’ attore cinematografico e teatrale. Ha esordito in teatro con la compagnia romana dell’Ateneo. Ha fatto parte a lungo della compagnia diretta da Luchino Visconti, recitando in ”Un tram che si chiama desiderio” e in "Morte di un commesso viaggiatore” oltre che in lavori di Cecov, di Goldoni e di Molière. In cinematografo le sue interpretazioni più recenti e più note sono "Peccato che sia una canaglia" di Blasetti e ”Le notti bianche” di Luchino Visconti.

1958 Tempo Marcello Mastroianni f1Domanda. - Da che cosa nasce, secondo lei, il bisogno nell’uomo di recitare? In altre parole quale è la forma più elementare di teatro?

R. - Dall'incapacità di accettare se stessi nella realtà, al bisogno quindi di sfuggirla con un fantastico e infantile gioco a rimpiattino.

D. - Ritiene che l’egoismo sia una delle condizioni necessarie ad un artista?

R. - Sì.

D. - Esiste una parte da lei interpretata che, in seguito a circostanze particolari abbia dovuto recitare nella vita?

R. - Quasi tutte.

D. - In genere quali parti preferisce?

R. - Quelle che più soddisfano la risposta n. 1.

D. - I personaggi che l’hanno reso popolare le suscitano oggi simpatia, antipatia o indifferenza?

R. - Simpatia.

D. - Quale è il minimo necessario ad una donna qualsiasi perchè si possa fare di lei una attrice?

R. - La fantasia.

D. - Mi dica l’equivalente storico nei secoli decimottavo e decimonono dei fenomeni (di costume) Lollobrigida e Loren.

R. - Perchè non parliamo una volta tanto di madame Curie?

D. - Quale è professionalmente la cosa che la spaventa di più?

R. - Il domani.

D. - E nella vita privata?

R. - Me stesso (cosi almeno dicono gli altri).

D. - Vi è nella sua personalità qualcosa di cui, potendolo, si libererebbe volentieri?

R. - Tutto e niente.

D. - Marilyn Monroe ha detto: «Ho imparato quanto basta oggi ad un’attrice: la firma in fondo ad un contratto». Quale è la sua opinione a proposito di questa boutade?

R. - E’ vero.

D. - Quale è il giudizio critico che l’ha maggiormente infastidito?

R. - Simpaticamente disinvolto.

D. - Il giorno in cui si accorgesse che la sua popolarità sta scemando come tenterebbe di correre ai ripari?

R. - Certamente aggravando le cose.

D. - Che cosa si intende con l’espressione "formare il gusto del pubblico”?

R. - Vorrà dire il cattivo gusto.

D. - Le ispira maggior confidenza il singolo o la folla?

R. - Il singolo.

D. - La nostra cinematografia è inferiore o no a quella straniera? Per qual motivo?

R. - Oggi è inferiore, per mancanza di coraggio.

D. - Per quale ragione manca oggi in Italia un cinema cosiddetto ”di idee”?

R. - Per la precedente ragione.

D. - Che differenza passa fra gli attori di oggi e quelli di ieri?

R. - L’automobile.

D. - Esiste uno spettacolo per cui sarebbe disposto a mettere in repentaglio la posizione da lei raggiunta?

R. - Lo spettacolo dell’al di là.

D. - Costretto per ragioni di sopravvivenza a truffare un suo contemporaneo, su chi cadrebbe la sua scelta?

R. - Non lo so.

D. - Quale è la condizione necessaria per cui un uomo, morendo, possa dire di aver vinto la propria battaglia?

R. - Essere generali.

D. - Esiste un "cast” ideale per un film? E saprebbe indicarmelo?

R. - La storia d’Italia fatta dagli italiani.

D. - Che cosa le dà più di ogni altra la sensazione di "volare nel tempo”?

R. - La notte di Capodanno. D. - Vi è un rapporto fra la fisionomia fìsica e quella psicologica di un individuo?,

R. - Sì.

D. - Quale domanda si sente più sovente rivolgere quando è intervistato?

R. - Mi racconti un fatto sensazionale della sua vita.

D. - Ritiene di essere ambizioso? Se sì dove si arresta a questo punto la sua ambizione?

R. - Sì. Davanti alla cartella dei redditi.

D. - Trovandosi per la prima volta di fronte ad un suo simile, sente il bisogno di formulare immediatamente un giudizio su di lui? Se sì in base a quale particolare si forma una sua impressione?

R. - Sì. Da ciò che racconta.

D. - Se Umberto di Savoia le chiedesse di dargli un consiglio in tutta sincerità, che cosa gli direbbe?

R. - Tiri a campare.

D. - Ospite di un suo amico è oggetto di una profferta amorosa dalla di lui moglie bella e trascurata. Accetterebbe? Se no in qual modo si schermirebbe per non urtare la suscettibilità?

R. - No, sarebbe troppo facile.

D. - Alcune nostre "vedettes” sono state definite "ambasciatrici” e in effetti la stampa è sembrata aver loro attribuito la funzione di rappresentare il nostro Paese. Vuol suggerirmi una definizione più acconcia?

R. - Gliela dirò all’orecchio.

D. - Una gioia le sembra più grande quando è pubblicata o nascosta?

R. - Nascosta.

D. - Quale è l’avvenimento che incide in maggior misura sulla personalità di un individuo?

R. - La morte.

D. - Ritiene che gli italiani abbiano nei confronti degli stranieri un "complesso" di superiorità o inferiorità?

R. - Di inferiore superiorità..

D. - La eliminazione di un eventuale suo nemico le provoca piacere, la lascia indifferente o determina addirittura un rovesciamento dei suoi sentimenti?

R. - Indifferente.

D. - Lei è dichiarato fra le persone più schive di pubblicità. A che cosa si deve questa sua ritrosia?

R. - Al timore di annoiarmi.

D. - La prospettiva di dover abbandonare "illico et immediate” tutto quanto ha costruito fin qui (affetti, successo) la spaventa, la seduce o la lascia indifferente?

R. - Dipende dalla posta.

D. - Ha mai provato desiderio di lanciare una moda?

R. - Sì, quella di farsi gli affari propri.

D. - Esiste, secondo lei, una opinione pubblica?

R. - Mica tanto.

D. - Quale è, secondo lei, il segreto del successo?

R. - Tante chiacchiere.

D. - Quale è l’istituzione meno rispettata in Italia?

R. - Il riposo altrui.

D. - Quale colpa, errore, debolezza umana, suscitano in lei maggiore indulgenza?

R. - Dipende dal mio stato d’animo, dipende se sono o meno in pace con me stesso.

D. - Esiste un’opera letteraria che lei ha sempre desiderato e mai potuto interpretare?

R. - ”Metello" di Pratolini.

D. - Qual è secondo lei il primo attore della storia?

R. - Adamo, costretto a recitare le parti di fidanzato, marito, padre, ecc.

D. - Qual è il primo deus ex ma china?

R. - Il serpente del Paradiso terrestre.

D. - Ritiene che lo spirito sia una condizione necessaria al conseguimento del successo?

R. - Indispensabile, almeno per un successo duraturo.

D. - I vizi, le virtù sono sempre gli stessi in tutti i tempi o anche lei ritiene che essi mutino? Se sì, quali vizi o virtù possono essere indicativi alla nostra epoca?

R. - Le cambiali.

D. - Che cosa manca secondo lei agli italiani per essere felici?

R. - Uno che paghi le loro cambiali.

D.- - Qual è secondo lei la differenza fra Roma e Milano?

R. - I termosifoni.

D. - Qual è la situazione che in società la imbarazza maggiormente?

R. - Che ci si aspetti qualcosa da me.

D. - Per quale motivo le sue risposte sono tutte così brevi, immediate?

R. - Per avere meno tempo di pentirmi.

Sovente mi è capitato di rilevare come quello della "battuta” sia uno dei tanti modi per evadere alle mie risposte. Mastroianni risponde con delle battute, almeno così sembra, alla prima impressione, ma solo per un fatto di ordine esterno, ossia che delle battute, le sue risposte presentano il carattere più evidente: la brevità, il gusto della sintesi. Tuttavia al concetto della battuta si è sempre soliti farne seguire un altro, di leggerezza, di levità, di spirito, di scappatoia infine. Ora, le risposte di Mastroianni in questo senso non possono considerarsi tali: Mastroianni (e ne spiega anche il perchè) risponde brevemente, frettolosamente, ma senza l’intenzione di voler fare dello spirito; si direbbe che della domanda, egli desideri liberarsi il più in fretta possibile, il più sinceramente anche, ma con un fine sia pure inconscio che appare meno evidente: il fine di staccarsi, di allontanarsi da se stesso, di evadere insomma. Il che ci riconduce esattamente alla risposta datami alla prima domanda che gli ho rivolto, e spiega nello stesso tempo, da che cosa nasca in lui il bisogno di recitare.

Enrico Roda, «Tempo», 1958


«Noi donne», 21 gennaio 1969 - Marcello Mastroianni


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Marcello Mastroianni, il protagonista ammirevole de «La dolce vita» di Fellini, l'attore nostro internazionalmente più famoso, l'uomo più simpatico del mondo, se n'è andato ieri a Parigi, a settantadue anni: e se n'è andata anche la faccia esemplare dell'italiano non come è, ma come potrebbe o magari dovrebbe essere. Privo delle basse furbizie di Alberto Sordi come dell'enfasi classica di Vittorio Gassman, Mastroianni ha offerto l'immagine di un antieroe quotidiano onesto, per niente chiacchierone, seduttore riduttivo e dubbioso, buon nemico della megalomania, della vanità e della retorica, forte lavoratore, deluso senza le amarezze del rancore, disobbediente senza violenza, democratico e progressista con naturalezza: una promessa di civile razionalità. Ha rappresentato una bellezza virile italiana di semplicità popolaresca, dolce, non agghinda ta da vestiti esagerati né involgarita da lussi impagabili: con i coraggio che gli ha fatto affrontare la malattia e la morte seguitando a lavorare da vero attore, con l'ironia e il buon umore che escludono le lamentazioni perenni, con una dirittura morale non ostentata ma salda, con il piacere di vivere.

Eppure, durante quasi quarant'anni Mastroianni ha impersonato una progressiva evoluzione dell'uomo italiano a cui somigliava così poco: marito adultero, amante della bella straniera, sperimentatore infelice di coppia aperta, compagno di donna emancipata. Pochi attori italiani sono stati capaci quanto lui di scelte intelligenti, di maturazione e di cambiamento. Il buon ragazzo dei primi film, il bel giovane drammatico de «La notte» di Antonioni e di «Otto e mezzo» di Fellini, amante latino prediletto dai coproduttori americani, il quarantenne interprete del grottesco all'italiana, aveva lasciato il posto a personaggi più complessi e contemporanei diretti da registi come Marco Ferreri, Roman Polanski o i Taviani: intellettuali nevrotici, estenuati masochisti, mariti paradossalmente gravidi, erotomani mangioni, rivoluzionari traditori. Quello che Fellini aveva scelto nel 1959 per «La dolce vita» perché aveva «un viso anonimo, una faccia da passante», era diventato un bravo attore: l'ultimo film presentato al festival di Cannes 1996, interpretato pure da sua figlia Chiara, mostrava come nella vecchiaia ammalata gli fossero possibili la leggerezza, lo scherzo dell'immaginazione, il gioco surreale dell'identità. Il film era diretto da Raoul Ruiz.

Si chiamava: «Tre vite e una sola morte». Mastroianni era italiano nella vita privata: ha sempre governato le sue diverse famiglie, le figlie delle due madri Flora Carabella e Catherine Deneuve, il legame con la compagna Anna Maria Tato, le passioni repentine e precarie per altre donne, senza troppe tragedie né scenate, senza troppe lacerazioni né ipocrisie, parlando poco, soffrendo un po' ma riuscendo a non ferire troppo, a tenere tutte e tutto insieme armoniosamente come in una tribù nutrita dall'affetto. Così, la morte di Mastroianni è un dolore autentico: se ne andato l'interprete essenziale d'una stagione grande del cinema italiano, l'attore testimone di personalità e registi d'eccezione; ma anche un italiano ideale, un modello magari confuso ma positivo al quale si vorrebbe che somigliassero in molti, un uomo per bene, elegante, infinitamente simpatico.

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 20 dicembre 1996


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La morte di Mastroianni nella sua casa di Parigi, l'ultima carezza di Catherine Deneuve

E' morto in un'alba tiepida e piovosa, tra lo sferragliare dei primi metrò e la fragranza dei croissant che saliva dalla vicina boulangerie. Marcello Mastroianni, 72 anni, cosi italiano che forse poteva solo spegnersi lontano da Roma, in quella Francia che oggi lo piange - Jacques Chirac e Alain Juppé per primi - e dove ormai risiedeva sempre più a lungo, quasi fosse una seconda patria. Come Claudia Cardinale, venuta a rendergli ieri pomeriggio un ultimo saluto, e tanti altri. Tumore al pancreas. Anni di sofferenze, e qualche giorno d'agonia. Lo vegliava, al 91 della rue de Seine, Annamaria Tato. Custode gelosa e amorevole. Scrive l'agenzia «France Presse» che anche Catherine Deneuve era presente al decesso. Pare non sia così. Ma è giunta pochi attimi più tardi, per l'ultima carezza.

Uno squillo al telefono, nella non lontana Place Saint-Sulpice - dove una una Messa riunirà oggi pomeriggio amici ed estimatori - e Chaterine ha compreso. Quando arriva, Marcello è già esanime. Si precipitano gli amici di sempre. Michel Piccoli, Marco Ferreri. Che, enigmatico come d'abitudine, rilascerà una sola dichiarazione: «Non è morto». E poi le fighe. Chiara e - dall'Italia - Barbara. La segretaria di Catherine Deneuve annuncia il decesso alla Mairie del VI Arrondissement. Sono le 9. Passeranno ancora due ore e 35 minuti prima che il flash arrivi sugli schermi dei computer e la radio se ne impossessi aprendo come i tg alle tredici - i notiziari.

La rue de Seine inizia a traboccare di folla. Cameramen, curiosi, reporter. Il tam tam della Rive Gauche è più rapido che le onde hertziane. Muso all'insù, tra un rovescio e l'altro scrutiamo la finestra fatale. L'alloggio occupa due piani. Vi si era trasferito da qualche mese, abbandonando il suo in rue de Tournon (e i vecchi inquilini lo rimpiangono: «Un grand monsieur», che vuole dire «vero signore». «Caloroso e riservato» lo descrive l'avv. Paul Lomnard). Traversi il boulevard e c'è il bistrot del cuore, Le Mandarin, dove arrivava ogni giorno con quella sua andatura strascicata per giocare al pensionato charmeur e bersi la tazzina in pace.

Sulla buca delle lettere, una semplice «M». Come per il citofono. Salgono gli intimi, italiani e non. L'hanno rivestito per affrontare il cordoglio pubblico. Occhi rossi. S'interroga chi esce. Ma con un minimo di pudore. E poi i rari loquaci ti raccontano ognuno una storia diversa. «Gli hanno messo un maglioncino». «Catherine e Annamaria piangono insieme nell'angolo». «Purché Chiara adesso non perda il bambino per l'emozione...».

E percorre il quartiere lo stesso fremito che l'attraversò nell'apprendere come un altro suo figlio, Yves Montand, non fosse più. La gravità del tumore era pubblica. Per almeno quattro volte negli ultimi tre mesi, una voce incontrollabile seminò il panico tra gli uffici parigini di giornali e tv italiane. «Sta malissimo. Questione di ore». Iniziavano le rituali telefonate agli ospedali. Perché si diceva Marcello fosse in clinica. Falso. E questa bugia rimane forse il suo ultimo capolavoro.

C'erano stati, i ricoveri. Ad esempio per la prima operazione, l'anno scorso. E lè sue donne accorrevano dai due lati delle Alpi. Il dribbling, l'acrobazia tra figure femminili diverse. eppur irrinunr ciabili gli diedero fama ne «La dolce vita» ma erano anche pratica quotidiana. Non dongiovanni, né «homme à femmes», come dicono i francesi. Solo stregato dalle donne. E con un'ossessione: alternarle in souplesse, con magica regia. Dico no reduce dal bisturi telefonasse al suo agente Giovanna Cau sussurrando una sola, flebile parola: «Smistale». L'altra passione, complementare, era nascondersi. E le dobbiamo la pietosa menzogna finale. Era in casa Tato, Marcello Mastroianni. E da tempo. Ma si mormora fosse riuscito a persuadere Flora Carabella, la moglie, che stava in casa di cura. Slalom delicato. E tuttavia il sapersi smascherabile ravvivava la sua vecchiaia con quei guizzi infantili che ne facevano un maestro sullo schermo. O forse era solo stanchezza, dolore, fatica, e il desiderio di risparmiarli alle persone care.

Nell'appartamento sulla Rive Gauche accorrono subito le figlie

Certo, Catherine Deneuve era a pezzi. Un foulard per nascondersi nell'andirivieni tra marciapiede ed alloggio. Entra, esce. Non ha gli occhiali scuri che esibisce la figlia Chiara, ma il viso è ancor più pallido del consueto. Maquillage leggero. E sopra, le lacrime. Catherine e Annamaria. Così diametralmente lontane. Per fisico, natura, carattere, tempi dell'amore. Pantofolava volentieri, Marcello Mastroianni. da entrambe. Una passeggiatila appena separa le due dimore, qualche centinaio di metri. Un triangolo in versione promenade, giocato su corde come l'amicizia o l'amore sentimentale. Non era torbido, l'attore, nei suoi pellegrinaggi. Né focoso. Lo commuoveva - o forse era solo l'ennesimo divertissement - passeggiare tra le sue grandi passioni.

Il paragone non suoni fuori luogo, ma nel vedere riuniti da Thanatos amori e storie eterogenei, i francesi penseranno a Francois Mitterrand. Un cadavere, e le sue vedove. Senza malizia. Ancora poche ore, e le cronache da Saint-Sulpice ci diranno se l'omaggio funebre - che precede i funerali italiani - favorirà altri accostamenti eterodossi. Nell'attesa, le televisioni officiavano ieri sera i «classici» di Mastroianni. Pianto all'unisono da politici, intellettuali, scrittori. E ministri. Lui che ricevendo la Legion d'Onore si lasciò sfuggire ad arte: «Qui il ministro premia, i nostri intascano», sorriderà dal cielo. «Una perdita immensa» dice Chirac. Per il premier Juppé «è il più francese tra gli attori italiani». «L'ami italien» lo chiamavano. Agnès Varda ebbe persino l'idea di fargli recitare, in una particina, Mastroianni Marcello. Quello che storpiava a bella posta il francese, romanizzandolo, per farsene complice. «Jardin» lo pronunciava «zardèn», glissando come per «bonzur».

Ma in Italia aveva lasciato credere fino a pochi giorni fa di essere in clinica

L'avevamo rivisto insieme a Sofia Loren sul set caotico parigmo di Altman, tra modelle e dubbi riccastri. Lussuosa comparsa. Una cicca sul labbro, e Ainouk Aimée che gli si avvicina da dietro, come se fosse ancora Fellini: «Marcello mio!». Sbarcò sulla Senna nel '51 per «Parigi è sempre Parigi», e divenne il suo novello Tevere. «Quand'ero giovane, soggiornavo al Plaza Athénée. "Datemi una suite", e quelli: "S'accomodi, mister Mastroianni". Ho anche abitato all'Hotel Crillon, per poter andare a piedi da Maxim's. Ero un parvenu. Quando si comincia a far quattrini, normale voler vivere come nei film americani d'antan. Ma poi, finisci per capirne l'imbecillità».

Al viveur subentrò il dandy sornione. Basta alberghi per sceicchi. Mastroianni bazzicava Parigi come si farebbe per Trastevere. Piccole abitudini, vita di quartiere. A Cannes, in maggio, presentò un film atipico a firma Raul Ruiz. Tre personaggi insieme. E un titolo che stasera fa riflettere. «Tre vite, e una sola morte».

Enrico Benedetto, «La Stampa», 20 dicembre 1996


Era bellissimo parlare con Marcello Mastroianni che adesso s'è sbagliato e se n'è andato. Era sicuro che gli attori fossero immortali o quasi: «Com'è che, anche girando in camicia a dieci gradi sottozero, quando sente il ciak l'attore smette di sentire freddo? Com'è che gli attori non si ammalano quasi mai durante la lavorazione d'un film? Com'è che gli attori sono tanto longevi? Non è bravura, è un dono animalesco ò una deformazione professionale: eternamente infantile, l'attore traversa la vita con un'immaturità che lo fa durare anche fisicamente...». Fellini diventava matto osservando il suo alter ego di Dolce vita e Otto e mezzo, cronometrando le sue serate consumate alternando per ore un grappino, un caffè, una sigaretta, un grappino, un caffè, una sigaretta, un grappino, un caffè, una sigaretta, ma Mastroianni non stava a sentirlo: ha sempre vissuto esattamente come voleva, schivando con abili sgambetti gli amici premurosi e le donne protettive, riuscendo con la sua gentilezza dolce per nulla cerimoniosa a non ferire nessuno, a non litigare mai.

Voleva vivere libero, lavorare senza angoscia, possibilmente divertirsi: «Il mestiere va fatto così, da saltimbanco, coi piedi per terra. L'attore è uno che recita "Essere o non essere" pensando all'avvocato o facendo i conti dei soldi, è uno che s'inventa il personaggio: e se mi mettessi una basetta? se facessi lo zoppo, che magari non c'entra ma sempre una cosa è?».

Pure il suo understatement leggendario così poco italiano era una forma di recitazione: «L'autoironia è un atteggiamento di comodo. Se un giornalista chiede: lei è un latin lover? dovrei rispondere: sì, effettivamente sono fatale, nessuna mi resiste? Meglio:- chi, io? per carità, sono un mezzo impotente... E se uno alla tv americana chiede qual è il segreto del latin lover, la risposta è una sola: il coso. Di fronte a simili scemenze l'unica è, come si direbbe nel calcio o nel pugilato, giocare di rimessa».

Parlare con Mastroianni era bellissimo anche all'ultimo, quando la malattia lo rendeva a volte smarrito, remoto, distratto: pochi uomini erano simpatici quanto lui, pochi attori sapevano avere sullo schermo una presenza tanto attraente. Forse agli inizi, quando alle prove in palcoscenico di Come vi piace Luchino Visconti gli gridava «Sembri un tranviere!», non era bravo. Ma in decenni di lavoro per il cinema, cominciato male nel 1948 con I Miserabili, era maturato come attore di grande. Voleva vivere e lavorare see magariIl suo undeleggendari italiano forma di re libero, za angosce divertirsi. rstatement così poco era una ecitazione versatilità, capace di scelte rischiose, senza meschinità, senza pregiudizi né paure da provinciale. Se agli inizi non era un grande interprete, Mastroianni è sempre stato un uomo molto intelligente, è diventato bravo recitando in film non banali, lavorando con i registi migliori: «Visconti era come un professore, Fellini come un compagno di banco. Antonioni è come un grande chirurgo: ti può salvare la vita, ma preferisci non doverti operare. Marco Ferreri è un fratello, come era Elio Petri». Ammetteva senza alcun rimpianto d'aver fatto anche cattivi film: «Sono sempre stato molto, troppo disponibile: ho accettato film all'estero per andar via dall'Italia e sottrarmi a pasticci privati amorosi; ho girato film per divertimento, per amicizia; ho fatto film per bisogno di soldi. Lo so che certi film miei erano brutti: ma intanto mi hanno costretto al footing, a continuare a correre, mi hanno impedito di mettermi seduto. Poi è bello aver fatto tutto, aver conosciuto tutti».

Da giovane aveva la bellezza del «galant», dell'amoroso: «Invece mi son sempre trovato meglio quando ho potuto aggrapparmi, anziché alla prestanza o alla gradevolezza, ai tratti caratteristici del personaggio: il tic di risucchiare l'aria coi denti in Divorzio all'italiana di Pietro Germi, l'ululato grottesco di fronte allo spogliarello di Sofia Loren in Ieri, oggi e domani di Vittorio De Sica, la scapigliatura del professore socialista barbuto e occhialuto ne I compagni di Mario Monicelli, i minimi gesti e le rughe sottili dell'omosessuale in Una giornata particolare di Ettore Scola...». Parlare con Mastroianni era bellissimo perché poteva essere magari reticente ma non mentiva, non era spaventato da possibili malintesi o rispetti umani, non aveva ipocrisie piccoloborghesi, non soffriva di vanità stupida. Era spiritoso e naturalmente progressista, alla retorica spettacolare preferiva una semplicità popolaresca recitata ma efficace, delle donne diceva poco e molto in generale: «L'adolescente è scipita, è narcisa, è faticosa, vuole attenzione, vuole complimento, vuole protezione, io non so mai cosa dirle». Ha vissuto come voleva, ha interpretato grandi film, ha conservato nella vecchiaia la fedeltà a se stesso, ha fatto l'emigrato a Parigi con autentico stile, ha affrontato la malattia con molto coraggio seguitando sino alla fine a lavorare, da attore e da uomo esemplare: è un gran dolore, adesso, il suo silenzio irrimediabile.

Lietta Tornabuoni, «La Stampa», 20 dicembre 1996


Dal «flirt di quartiere» con la Mangano, alla Deneuve, alla Ekberg: una vita tra le donne

«Ringrazio Dio di aver conosciuto una persona come Marcello, un compagno di lavoro e d'intesa meraviglioso. Se ne è andata una parte importante di me e della mia giovinezza». Non trova altre parole, Sofia Loren, per commentare la scomparsa di Marcello Mastroianni. «Dopo la morte di nostra madre non mi aspettavo dalla vita un'altra prova così grande», ha confidato alla sorella, da Parigi, dove ha interrotto il doppiaggio del suo ultimo lavoro appena ha saputo della scomparsa del suo amico e compagno di lavoro in tanti film. E' lei, Sofia, l'immagine femminile che subito si associa a quella di Mastroianni latin-lover fascinoso: una coppia consacrata dal grande cinema, da Matrimonio all'italiana, trentadue anni fa, fino a Prètà-porter del '94.

Le donne, suo malgrado. Per una vita intera Marcello Mastroianni ha combattuto contro quel cliché d'inguaribile seduttore che, dai tempi della Dolce vita, gli era rimasto appiccicato addosso. Non c'era intervista in cui non spiegasse paziente ai giornalisti che quell'etichetta di latin-lover non gli si addiceva proprio, che non si era mai sentito un Casanova, che insomma era tutta colpa della stampa e dei ruoli che aveva interpretato sul grande schermo. Eppure nella sua vita, le donne sono state tante e importanti, in un intreccio che spesso confondeva i confini del grande schermo con quelli della realtà.

Stefania Sandrelli: «Se mi avesse chiesto di scappare con lui, l'avrei seguito all'istante»

Storie di vita e storie di attori iniziate ai tempi dell'«amore di quartiere» con Silvana Mangano e proseguite nell'incontro cruciale con Flora Carabella, la futura moglie conosciuta quando tutti e due, ragazzi, recitavano in teatro diretti da Luchino Visconti. Celebrato nel bel mezzo dell'estate del '50, quel matrimonio è diventato un punto fisso nella vita dell'attore, un faro resistente alle lunghe lontananze, alle nuove passioni, ma soprattutto all'incredulità dei tanti che, negli anni, si sono chiesti come facesse una moglie a sopportare serena tutti quei terremoti. «Marcello ed io ci voghamo bene - ha spiegato per l'ennesima volta, qualche anno fa, Flora Carabella -, siamo fratelli, siamo amici, condividiamo un nucleo di affetto e di ricordi. Abbiamo costruito insieme qualcosa d'importante, qualcosa che è sopravvissuto al tempo e alle circostanze della vita». Parole che per qualcuno potevano suonare incomprensibili, ma oggi il significato è più chiaro che mai: ieri al capezzale del grande attore, a Parigi, c'erano la figlia Barbara, avuta da Flora, e la figlia Chiara avuta da Catherine Deneuve. Con lei, sfavillante nella bellezza dei vent'anni, Mastroianni aveva affrontato nello scorso maggio, al Festival di Cannes, la scalinata d'onore del Palais: lui in smoking, lei tutta in nero, presentavano il film di Ruiz in cui avevano recitato fianco a fianco.

Monica Vitti: «Un compagno indimenticabile un uomo buono, sensibile, intelligente»

E c'era anche Deneuve, sulla Croisette, protagonista di un altro film, affettuosamente vicina all'attore e alla figlia; in un quadretto familiare difficile da dimenticare: nella suite del grande albergo piena di giornalisti Mastroianni,. impegnato nelle interviste, la chiamava Caterina cancellando in un attimo, con una sola parola, l'immagine stereotipata della diva glaciale e inarrivabile. Nel '68, prima d'incontrarla, Mastroianni aveva amato Faye Dunaway, ma non aveva scelto di rompere per lei i suoi legami storici e l'attrice americana decise di lasciarlo. Ma al suo fianco, nella vita o sul set, ci sono state tante altre attrici entrate nella storia del cinema. «Nessuno mai potrà dimenticarlo dice Monica Vitti -. Non aveva nessuna malizia con i compagni. Faceva l'attore con semplicità con mol¬ ta ironia, leggerezza, era un compagno mdimenticabile, un uomo buono e intelligente». Il tema della semplicità ricorre nei ricordi di tutte le sue compagne di lavoro. Stefania Sandrelli, che lo aveva conosciuto quando era ancora «una teen-ager di Viareggio», parla di un attore capace di «privilegiare sempre il lato umano, anche durante gli impegni di lavoro più gravosi», e aggiunge: «Era un uomo di cui mi fidavo talmente tanto che se mi avesse chiesto di scappare con lui lo avrei seguito all'istante». Claudia Cardinale, che quaranta anni fa ha recitato con Mastroianni nei Soliti ignoti, descrive con la voce roca rotta dall'emozione, la tristezza immensa che l'ha invasa appena appresa la notizia: «A parte l'attore straordinario, era un vero, dolcissimo amico». E la protagonista dell'immortale bagno nella fontana di Trevi della Dolce vita, Anita Ekberg, ricorda l'attore spontaneo, che «recitava come parlava tutti i giorni e non aveva bisogno di vestire il ruolo assegnatogli».

Fulvia Caprara, «La Stampa», 20 dicembre 1996


LOS ANGELES

E' ancora mattino presto. Robert Altman ha appena appreso la notizia. «Sono triste, un personaggio come Marcello non l'ho mai conosciuto. Come lui non ci saranno altri». Altman ha diretto Mastroianni, due anni fa, in Prèt-à-porter, la farsa sul mondo della moda parigino in cui l'attore italiano faceva la parte di un comunista scappato a Mosca proprio la notte del matrimonio. E quando rivedeva la moglie, Sofia Loren, in un tuffo di nostalgia e in omaggio a De Sica, di fronte alla Loren che ripete lo spogliarello di Ieri, oggi e domani prima ululava per la gioia e poi si addormentava.

Che cosa ricorda di lui?

«Che Marcello è l'ultimo dei grandi clown. Era un mimo, era un grande attore. E che con lui si chiude un'epoca. Nessuno lavorava come lui, anche perché l'unica cosa che lo rendeva felice era il lavoro. Sua figlia Chiara e il lavoro».

Parlaste della malattia?

«Lo sapeva già ai tempi di Prètà-porter ed era preoccupato. Dopo il film, ci siamo sentiti spesso al telefono. E senza parlarne mai direttamente, sentivo dalla sua voce che la fine era imminente».

Ci racconti un episodio di quando avete girato assieme.

«Una sera a Mosca siamo andati a uno show che era veramente pessimo. Marcello allora è salito sul palco e tra lo stupore di attori e ballerini ha mostrato loro ciò che avrebbero dovuto fare».

E lo «strip» con la Loren?

«Sono stato io a suggerirlo. E Marcello e Sofia si sono subito rivelati felici di ripetere la scena. Abbiamo usato la stessa musica, lo stesso guardaroba, pur sapendo che il 90% degli spettatori non avrebbe colto il parallelo con il film di De Sica».

Le ha mai parlato del suo rapporto con Hollywood?

«Un rapporto che non ha veramente mai funzionato. Il vero Marcello era quello di Fellini e oggi non posso fare a meno di pensare alla sua reazione quando i giornalisti lo hanno chiamato per chiedergli un commento sulla morte del Maestro. Era un po' irritato, gli pareva che aggiungere delle parole fosse un po' come diminuirlo. Che è un po' ciò che sento io in questo momento. Marcello apparteneva a una genìa tutta sua. Lascia una grande eredità e nessuno, dico nessuno, potrà mai sostituirlo».

Lorenzo Soria, «La Stampa», 20 dicembre 1996


Il mio primo ricordo di Mastroianni è sul set di Che? di Roman Polanski in casa di Carlo Ponti ad Amalfi. Marcello era seduto a un tavolo, fumava Nazionali Super senza filtro, non parlava con nessuno, aspettava. La Deneuve, allora sua compagna, stava su uno yacht ancorato al largo. A un certo punto Polanski ha detto: «Si gira». Marcello infilò la giacca, spense la sigaretta. «Marcello ridi», disse Polanski con la sua strana voce un po' sgradevole. Marcello rideva, rideva, rideva ancora finché il regista disse: «Va bene così».

Rividi Marcello a casa mia a Parigi insieme con Enzo Siciliano. Abitava in un albergo di Saint-Germain, l'Hotel de l'Abbey, e recitava in un teatro a Montparnasse la parte di un italiano affarista e un po' cialtrone, sempre un po' ubriaco. Poi ci siamo visti di nuovo d'estate a Parigi, era vestito di lino bianco, fumava sigarette sottili, una dopo l'altra, e cercava un appartamento. Parigi era la città che preferiva. Il giorno seguente all'Istituto Italiano di Cultura a una giornalista francese che gli chiedeva «lei è un latin lover?» rispose seccato: «Macché, sono stato il protagonista della Dolce vita e Otto e mezzo. Ho sempre lavorato con Fellini».

Per Marcello era fondamentale lavorare, avere dei progetti e se possibile stare lontano da Roma, in albergo e nelle roulottes con la sarta o il truccatore ad aspettare il momento di girare. Per lui era fondamentale avere un telefono appresso; telefonava continuamente. Lo vidi varie volte a casa di un nostro amico medico dove veniva anche Alberto Moravia. Lui non era un intellettuale ma rispettava la cultura, l'intelligenza. Aveva lavorato con Visconti e ne apprezzava la signorilità. Gli piaceva l'eleganza di Paolo Stoppa. Di Vittorio Gassman, un suo grande amico che vedeva di rado, diceva: «Dovrebbe essere lui il nostro Presidente della Repubblica. Ci rappresenterebbe bene». Un pomeriggio a Roma, era da solo, io andavo a intervistarlo e mi preparò un caffè. Notai che gli tremavano le mani. Mi raccontò il primo viaggio a New York con l'amico Guidarino Guidi che gli faceva da interprete perché non sapeva l'inglese. A New York conobbe Greta Garbo che gli disse guardandolo: «Lei è veramente elegante e mi piacciono moltissimo le sue scarpe italiane». Mastroianni mi disse: «Era il primo paio di scarpe inglesi che mi ero comperato e ne andavo orgoglioso». Cenammo una sera con Chiara, sua figlia. Andavano molto d'accordo, scherzavano. A lui dispiaceva che Chiara non gli permettesse di andarla a prendere a scuola.

La donna di cui parlava forse con meno tenerezza era Faye Dunaway. Ricordava che gli faceva terribili dispetti. Lui andava a trovarla a New York per un weekend e lei si faceva trovare in camera con una maschera nera sul viso e diceva di avere l'emicrania. Stava così fino alla domenica sera quando lui doveva ripartire. L'ultima intervista l'abbiamo fatta in un caffè di Boulevard Saint-Germain a Parigi. La mattina presto, portava un trench chiaro, una camicia rosa, naturalmente fumava una sigaretta dopo l'altra. Era un uomo tenero e amico.

Alain Elkann, «La Stampa», 20 dicembre 1996


Un timido sul palcoscenico: si vergognava del proprio esibizionismo, orgoglioso del «mestiere» Teatro, il suo segreto Spettacoli leggendari, con un sorriso

Nella sua autobiografia Arthur Miller rievoca un breve incontro a New York con Marcello Mastroianni, che stava per rientrare in patria dove avrebbe iniziato a girare il giorno dopo un film con Fellini (sarebbe poi stato 8 e 1/2) del quale ignorava tutto, compresa la trama. Miller - che all'epoca combatteva con una generazione di nevrotici attori usciti dall'Actor's Studio, sua moglie Marilyn in testa, i quali si rifiutavano anche solo di pronunciare una battuta se prima non venivano ragguagliati su tutta la vita precedente del personaggio trasecolò, non senza invidia: quell'uomo non era un dilettante qualunque, ma un interprete celebrato, come celebrato era anche il suo regista; era dunque possibile esercitare il mestiere così, come timbrando un cartellino, pur mantenendosi ai massimi livelli!

L'esordio nel 1948 con una particina nella compagnia Stoppa-Morelli: «Da loro ho imparato tutto»

La leggendaria semplicità di Mastroianni; il suo orrore per ogni atteggiamento divistico, per ogni retorica nel nome dell'arte. Io l'ho sentito con le mie orecchie sul set del suo primo film impegnato, Le notti bianche, ascoltare uno sfogo della sensibilissima partner, Maria Schell, che a quel tempo andava per la maggiore, e che insisteva con lui perché convincesse il regista (Visconti!) a farle rifare una scena che costui aveva già approvato. «Posso dare di più», diceva appassionatamente la diva in francese. «Aiutami a spiegarglielo, Marcello. Tu sei un attore come me, tu mi capisci». Il francese di Marcello a quell'epoca era rudimentale, ma efficace. «Maria», le rispose quando quella si fermò per riprendere fiato, «tire a campé».

Ma non divaghiamo: il punto è che questa naturalezza, questa apparente mancanza di sacro fuoco che si sarebbe potuta scambiare persino per strafottenza, o per incoscienza, se non si fosse creduto alla tesi dell'umiltà, si basava su un perfetto dominio dei propri mezzi, che proprio le origini di attore teatrale avevano dato a Mastroianni: e in particolare l'esperienza di attor giovane nella leggendaria compagnia Stoppa-Morelli diretta da Luchino Visconti, un terzetto dal quale Mastroianni ripetè sempre di avere imparato tutto, e l'ammirazione per il quale non fu scossa da quarant'anni di lavoro a fianco dei massimi attori e registi del mondo.

1996 12 20 La Stampa Mastroianni morte f2Mastroianni in una pausa di un lavoro teatrale (foto di Tazio Secchiaroli, Porcarelli/Neri)

Con loro Mastroianni debuttò con una particina in Rosalinda alias Come vi piace (1948); l'anno dopo fu Mitch in Un tram chiamato Desiderio dove Gassman faceva Kowalski, parte che passò a lui, con capelli rasati da duro, nella ripresa del '51. A quest'epoca era apparso anche in altri due spettacoli leggendari, Oreste di Alfieri e Trotto e Cressida; seguì nel 1951 Morte di un commesso viaggiatore, dove era il fratello minore di Giorgio De Lullo (la parte passò a lui nella ripresa del 1956). Infine, separate da una partecipazione minore a Le tre sorelle, due interpretazioni sobrie e superbe, il cavaliere di Ripafratta nella Locandiera (1952) e Astrov in Zio Vania (1955).

Dopo, il cinema lo monopolizzò. Ma già in teatro Mastroianni era Mastroianni, ossia una presenza allo stesso tempo concreta e leggera, solida e non debordante: un attore modernissimo per misura e ironia, ma allo stesso tempo pieno di charme, grazie alla presenza e alla bella voce pastosa. Timido di natura, Marcello - è una mia teoria - si vergognava del proprio esibizionismo di attore (lui lo chiamava «puttaneria») - e lo mortificava imponendosi di essere sommesso; oppure rifiutandosi di rifare il verso a se stesso, e accettando volentieri i travestimenti più incongrui. Questo lo fece al cinema; ma gli capitò una volta anche a teatro, quando dopo dieci anni di assenza dalle scene accettò di imparare a cantare e ballare per la commedia musicale Ciao, Rudy, scritta per lui da Garinei e Giovannini con Luigi Magni. Niente poteva essergli meno congeniale del personaggio di Valentino, amante fatale e ballerino di tango; Marcello accettò di cimentarcisi precisamente per questo, per dimostrare che col solo mestiere poteva anche diventare per un momento quello che si era sempre rifiutato di essere, ossia un super-divo.

Per la commedia musicale dedicata a Rodolfo Valentino accettò di imparare a cantare e ballare Ma si stufò presto

Ma si stufò presto, e preferì pagare la penale piuttosto che rinnovare l'impresa la stagione successiva, come previsto dal contratto. Era il 1966; prima che tornasse a calcare le scene sarebbero passati quasi vent'anni, e non perché non gli piacesse farlo; è che aveva bisogno contemporaneamente di una sfida - un impegno diverso, che lo concentrasse in qualcosa di nuovo -; di tempo a disposizione (vari mesi senza un film da girare, il che non gli capitava praticamente mai); di possibilità di spostarsi (detestava fossilizzarsi in un luogo, soprattutto a Roma). Qualche volta la congiuntura favorevole si realizzò ancora: a Parigi, dove recitò in un francese a questo punto eccellente Tchin Tchin, epopea di un alcolista, per la regia nientemeno che di Peter Brook («grande regista», mi disse in confidenza, «ma Luchino era un'altra cosa»); a Roma e in giro, dove il suo nuovo amicone Nikita Mikhalkov gli allestì sontuosamente Partitura per pianola meccanica, adattato da Cecov (1988): e infine Le ultime lune di Furio Bordon, un quasi monologo su quella vecchiaia nella quale non sarebbe entrato mai e che nell'occasione contemplò incuriosito, regalandoci un'ultima volta un esempio della sua inimitabile grazia nella virilità.

Masolino d'Amico, «La Stampa», 20 dicembre 1996


Biografia: l'attore e l'uomo. L'incontro con Greta Garbo, la passione per le auto, il terrore della ripetitività

La vita di Mastroianni cominciò nel segno dell'emigrazione. Nato a Fontana Liri (Frosinone) il 28 settembre 1924, fino a 9 anni abitò a Torino. Il padre, Ottorino, era un artigiano; la madre, Ida frolle, una casalinga. Quando si spostò nella capitale, Ottorino aprì un laboratorio di ebanisteria. Marcello finì le elementari a Roma e frequentò un istituto di avviamento professionale. Studiava d'inverno e lavorava d'estate.

In famiglia correva una robusta vena artistica. Lo zio di Marcello, Umberto, faceva lo scultore. Scultore era il prozio Domenico. Tra nonni e cugini c'era un numero imprecisato di pittori. Il fratello Ruggero diventerà uno dei più apprezzati montatori e reciterà con lui in Scipione detto anche l'Africano. A Marcello sarebbe piaciuto diventare architetto, anche se lo spettacolo era una passione. Abitava dalle parti di Cinecittà e da ragazzo non mancava di fornire qualche comparsata. Prima di iscriversi a Economia e di lavorare come disegnatore, aveva recitato nelle filodrammatiche ed era entrato in un quartetto vocale. Ma fu fatale una recita universitaria in Angelica di Leo Ferrerò. Marcello fu • notato da Amelio Amendola (zio di Ferruccio) amministratore della compagnia di Visconti. Cercava un giovane attore e gli chiese se voleva diventare professionista. Raccontò Mastroianni: «Il giorno dopo mi portò a un appuntamento con Visconti. C'era anche Zeffirelli. Visconti mi squadrò e disse: "Il signor Amendola dice che hai delle qualità, vedremo". Dico: "Vedremo, no, signor Visconti, io lavoro, devo essere sicuro, mica posso lasciare l'impiego". "Di questo parlerai con il signor Amendola". E quello mi fece: "Tre". "Tre, che?". "Tremila lire al giorno". "Pronto a firmare". Io ne guadagnavo 31 mila lorde al mese, quello me ne dava tremila al giorno, 90 mila al mese». Visconti inserì il nuovo scritturato nella compagnia dell'Eliseo. Lo spettacolo del debutto fu Rosalinda o Come vi piace di Shakespeare. Mastroianni si trovò accanto a Ruggero Ruggeri, a Paolo Stoppa, a Rina Morelli, a Vittorio Gassman. L'ingaggio non gli impedì di cercare il cinema. In quel 1948 ottenne una piccola parte nei Miserabili di Freda.

Ma il teatro restò almeno per quattro anni la sua occupazione principale. Quando recitava nel Tram chiamato Desiderio c'era, nel ruolo dell'infermiera, Flora Carabella. Mastroianni la sposò nel 1950. Nel '51 nacque Barbara. In nove anni (fino al '56) Mastroianni fece con Visconti dieci spettacoli. «Il ragazzotto che non sapeva dire una battuta - scrisse il regista - è diventato un attore che ha cominciato a imporsi nel cinema». Molti anni dopo Mastroianni dirà: «Il cinema è la vacanza, il teatro è la scuola». La carriera cinematografica, cominciata in sordina, esplose all'inizio degli Anni 50. Le prime prove importanti arrivarono con Luciano Emmer [Una domenica d'agosto), con Carlo Lizzani [Cronache di poveri amanti), con lo stesso Visconti nelle Notti bianche, ma soprattutto con Alessandro Blasetti, con cui girò Peccato che sia una canaglia, il film che costituì la coppia Mastroianni-Loren e valse all'attore una Grolla d'oro. Fino a quel momento Mastroianni era una sorta di bravo giovane senza fortuna. Ma nel '58 arrivarono I soliti ignoti: il film di Monicelli fu un trionfo. Il gran momento di Mastroianni è legato a Fellini e alla Dolce vita. Era il 1960. Per Mastroianni fu «un'affermazione in campo internazionale. Fu un avvenimento, per usare una parolona, una sorta di consacrazione». Dopo quell'exploit le richieste aumentarono. Molte provenivano dall'America. Mastroianni le rifiutò. Primo: non sapeva l'inglese. Secondo: gli offrivano ruoli di latin lover. E lui non voleva fossilizzarsi in un cliché. Dopo La dolce vita spiazzò tutti interpretando la parte dell'impotente nel Bell'Antonio.

Cominciò nel '60 l'amicizia con Fellini, che aveva voluto proprio lui nel ruolo del seduttore, disobbedendo al produttore Dino De Laurentiis che pretendeva Paul Newman. Mentre giravano La dolce vita Fellini diceva che lui e Marcello sembravano «due naufraghi su uno zatterone che andava dove il vento li spingeva». Il sodalizio porterà a 8 e 1/2, La città delle donne, Ginger e Fred, Intervista: film che Mastroianni interpretava ignorando la sceneggiatura, abbandonandosi completamente al regista di cui era considerato l'alter ego. La loro amicizia era profonda. Avevano in comune tante cose, compresa la passione per le auto. Ci fu un periodo in cui cambiavano macchina quasi settimanalmente: Mercedes, Jaguar, Triumph, Porsche. Un rivenditore (che con loro si arricchì) portava l'automobile di turno sotto le finestre di Fellini, la lasciava con i fari accesi, dopo di che invitava il regista a guardare giù in strada. La visione era irresistibile.

Nel '62 Mastroianni andò negli Stati Uniti. Gli fecero sapere che la Garbo desiderava conoscerlo, ma l'incontro doveva sembrare casuale. Mastroianni accondiscese, finse di stupirsi, disse l'unica frase inglese che conosceva: «How do you do». La Garbo gli guardò le scarpe e disse: «Belle scarpe, italiane?». «Yes», rispose lui. E fu tutto. Tra parentesi, le scarpe erano inglesi.

Mastroianni sembrava terrorizzato dalla ripetitività. Tornava a far coppia con la Loren in Ieri, oggi e domani, Matrimonio all'italiana, I girasoli, tutti con la regia di De Sica; e tornava inaspettatamente al teatro, accettando l'invito di Garinei e Giovannini a interpretare Ciao Rudy. In quel momento Mastroianni era pagatissimo. Ogni film gli fruttava (negli Anni 60) 150 milioni (Tognazzi ne guadagnava 40). Accettò di lavorare a 100 mila lire al giorno, più il 50% degli utili. Sarebbe stato l'unico uomo in uno stuolo di donne. Affrontò l'impresa con serietà: dimagrì di dieci chili, prese lezioni di canto e ballo. La sera del debutto (6 gennaio 1966) il successo fu clamoroso.

L'ennesima svolta arrivò nel '71, quando l'attore andò a lavorare in Francia per interpretare con Catherine Deneuve Tempo d'amore. Era la prima volta che Marcello sfaceva dirigere da una donna (Nadine Trintignant) ed era la prima volta che recitava con la Deneuve. Il sodalizio fu fortunato al punto che i due interpreteranno Niente di grave suo marito è incinto e diventeranno compagni nella vita. Dall'unione nascerà nel '72 Chiara. Il bell'amoroso diventava attore grottesco, si metteva al servizio del cinema crudele di Ferreri, di Bellocchio [Enrico IV), entrava nel cinema ideologico di Scola (La terrazza) e nell'affresco antiretorico della guerra presentato dalla Cavani in La pelle, ma concedeva il massimo dell'autoderisione interpretando Mandrake in Intervista. Il vecchio Snaporaz, come lo chiamava Fellini, sembrava non cercare più prospettive. Aveva avuto tutto restando sempre fedele a se stesso. Una cosa gli mancava: il personaggio di Tarzan, ma solo perché Tarzan era un eroe acciaccato che non contava più nulla. Tarzan era l'estremo sognare e l'estremo giocare, che in tante lingue significa recitare.

Osvaldo Guerrieri, «La Stampa», 20 dicembre 1996


«Mi piacerebbe morire a Natale». E' una battuta di Le ultime lune, la commedia di Furio Bordon che Ma stroianni ha interpretato fino a pochi giorni fa, dopo due anni di trionfale tournée da una città all'altra del Paese. Esclusa Roma, curiosamente. Ma pare che a Roma non volesse più tornare. Oggi quella battuta acquista un valore profetico. Mastroianni la pronunciava con voce carezzevole, così tipica nella sua persona e nella sua recitazione. La diceva quasi con allegria. E anche l'allegria era un suo tratto tipico. «Non amava dare di sé l'immagine di un uomo che stava per morire» dice Roberto Faenza, il regista che diresse l'attore tra l'ottobre del '94 e il gennaio '95 nel film Sostiene Pereira.

Continua Faenza: «Non so se all'epoca Marcello fosse consapevole di ciò che aveva. Certo non stava bene, e si vedeva». La malattia aveva qualche conseguenza sulle riprese, soprattutto creava apprensione. L'ultima scena del film prevedeva che l'attore avanzasse nel folto della folla con un aspetto sempre più giovanile. Faenza era preoccupato. Mastroianni, che s'era accorto, gli disse semplicemente: «Non t'allarmare». Girò la scena e, mentre la girava, ringiovaniva naturalmente, stregonescamente. Ricorda Faenza: «Un attore americano sarebbe ricorso a lifting e a chissà quali altre diavolerie. Marcello riuscì a ringiovanire con la forza d'animo. Era sempre capace di dare un'immagine di sé diversa da quella reale».

La forza d'animo è la qualità di Mastroianni che più ha impressionato Faenza. Quando s'incontravano, non parlavano di malattia o di vecchiaia: parlavano di lavoro. «Avrei voluto offrirgli un ruolo in Marianna Uaia, ma lui rifiutò. Mi telefonò da Parigi e mi disse che non se la sentiva». Il lavoro aveva su di lui un potere esorcizzante. «Mentre giravamo Pereira, Marcello vedeva cose che gli erano molto vicine. Interpretava un personaggio che si trovava prossimo alla morte e parlava continuamente di morte. Anche nel suo spettacolo teatrale parlava di morte. Credo che, affrontando i due personaggi, Marcello intendesse dominare il tema terribile, anzi credo che, così, intendesse superare la morte». Pudico con Faenza, Mastroianni si è confidato invece con il vecchio amico Enzo Biagi (anche in un libro-intervista, La bella vita, pubblicato all'inizio dell'autunno dalla Nuova Eri Rizzoli). Fu proprio a Biagi che, mentre da Cesena scendevano al mare, confessò: «Ti devo dire una cosa: ho il cancro». I due amici, presentati l'uno all'altro da Federico Fellini, si vedevano quando potevano («facevamo tutti e due mestieri un po' impudichi e un po' da zingari», ricorda Biagi). Uno degli ultimi incontri fu a Bologna, nella scorsa primavera. Mastroianni accettò di sottoporsi a un'intervista televisiva, lui che dichiarava tutta la sua antipatia per la televisione. Parlò d'invecchiamento ma soprattutto del mestiere, che considerava con allegro distacco. Ricorda Biagi: «Il suo terrore era che si sapesse di questa malattia che forse gli avrebbe impedito di recitare ancora. Gli dicevo: "No, perché la parte del vecchio ti viene benissimo, la fai molto bene". Era commosso di questo e mi diceva: "Sai, per fargli capire che devono andar via, faccio il cenno di uno che dice: devo pure andare a mangiare anch'io". Poi mi ha telefonato da Parigi. Dopo, da un certo momento, non l'ho più sentito. Ho saputo che era in clinica e che poi ne era uscito. Ho pensato che eravamo al funerale».

Biagi e Mastroianni si videro per l'ultima volta due mesi e mezzo fa, a Milano, dove l'attore recitava nelle Ultime lune. «Abbiamo fatto colazione assieme. Sono venute delle giovani signore a chiedergli l'autografo e tutte gli dicevano: "E' per mia madre, sa?", cosa che mi permetteva di fare dell'ironia molto fragile con lui. Camminava già col bastone e si poneva il problema se i fortissimi applausi (duravano 10 minuti) e le ovazioni di tutta la gente in piedi, alla fine dello spettacolo, fossero un tributo all'uomo. Si chiedeva: "Sapranno che sono malato?"».

o. g., «La Stampa», 20 dicembre 1996


I politici

Il cordoglio di Prodi D'Alema e Juppé

In un telegramma alla faldiglia di Mastroianni il preI sidente del Consiglio Prodi ne sottolinea «l'impegno di I artista internazionale che ha costruito con la sua mirabile interpretazione pagine importanti di arte cinematografica». «Ho avuto modo di incontrarlo in poche occasioni - ha detto il leader del Pds Massimo D'Alema - e ne ho sempre tratto l'immagine di un uomo colto, partecipe dei problemi del suo tempo. Un uomo dalle idee aperte, dai modi discreti con il quale era piacevole parlare e che era piacevole ascoltare». Telegrammi hanno inviato anche le altre maggiori cariche istituzionali, a cominciare dai presidenti di Camera e Senato, Luciano Violante e Nicola Mancino. Da Parigi hanno unito la sua voce il primo ministro Alain Juppé: «Mastroianni era il più francese degli attori italiani».

I colleghi

Manfredi, Gassman MacLaine e Michael Douglas

Nino Manfredi ha ricordato commosso l'amico scomparso: «L'ultima volta l'ho visto a Napoli e abbiamo cenato insieme, sapevo che stava male, volevo dirgli un po' di cose ma è stato lui a fare coraggio a me». «Oltre che un grande attore era una figura di grande dolcezza e umanità - commenta Vittorio Gassman -. Non ricordo nemmeno un momento sgradevole con Marcello». Dagli Usa Shirley MacLaine (con cui l'attore aveva girato La vedova americana) ha dichiarato: «Abbiamo perso un tesoro, abbiamo la consolazione di sapere che saprà come intrattenere il Paradiso». Mentre Michael Douglas, che lo aveva conosciuto tanti anni fa a Roma, ha detto di essere affranto: «E' un uomo che ha ispirato il mio modo di recitare. Con Marcello se ne va uno dei più grandi attori di sempre».

Cinema e tv

E la Rai progetta una «giornata di ricordo»

«Era l'esatto contrario dell'attore - ha detto Dino Risi, che diresse Mastroianni in tre film -. Non aveva i vizi né la presunzione o gli atteggiamenti che hanno spesso gli attori». «Per me era qualcosa di più che un attore, era un amico», ha aggiunto Carlo Ponti, marito di Sophia Loren e produttore di molte pellicole interpretate da Mastroianni. Intanto la tv pubblica, che ieri mattina ha dato per prima la notizia, con un'edizione straordinaria del Tg1 andata in onda 8 minuti dopo la morte, si prepara a rendere onore all'attore. Il presidente della Rai, Enzo Siciliano, ha dichiarato che a Mastroianni sarà dedicata «una giornata di ricordo. Un ringraziamento minimo per tutte le vite che ci ha saputo regalare un uomo, un attore, nel corso della sua».


Il sindaco di Roma para a lutto l'intera fontana di Trevi: per una strana cerimonia

ROMA

Con la sobria regia del sindaco Rutelli e la partecipazione straordinaria del vicepremier Veltroni, il cuore romano dell'Ulivo - la commozione al potere - ha reso omaggio in piazza di Trevi alla memoria felliniana di Marcello Mastroianni, un uomo che secondo Biagi non amava più questa Roma da un pezzo. Forse si può intuirne il perché. L'idea di listare a lutto la fontana della Dolce Vita non si presta a commenti che non siano quelli coloriti con cui un massiccio dirigente del Comune ha guidato attraverso il telefonino la complessa operazione di srotolamento dei drappi neri. La trovata della fontana può irritare o far piangere, oppure entrambe le cose insieme: quest'ultima, probabilmente, sarebbe stata la reazione di una persona buona ma non buonista come Mastroianni, il cui sorriso eternamente ironico sembrava messo lì apposta per cautelarlo dai rischi del cattivo gusto e della retorica.

Sua moglie Flora, un viso luminoso anche nel dolore, ha assistito al rito ulivista con una docilità ammirevole. Le era impossibile rifiutare l'invito delle Autorità e comunque, quando si soffre davvero, subentra una specie di rassegnata mitezza e persino la spalla di un potente diventa un buon posto per lasciarsi andare. Sono state le televisioni a sporcare la cerimonia. Le televisioni e la voglia di apparirci di troppi narcisi. Chissà le risate di Fellini e Mastroianni, da lassù.

1996 12 20 La Stampa Mastroianni morte f3

I drappi neri sono scesi a singhiozzo dalla balaustra che sormonta er fontanone, mentre l'esile flauto di un ragazzo del Conservatorio suonava la musica della «Dolce Vita». Quel suono, proprio perché basso e intenso, così diverso dal frastuono vuoto delle parole, ha fatto ammutolire di colpo i turisti giapponesi, i venditori di canditi, gli scippatori, i pappagalli, i paparazzi, persino il Babbo Natale di Benetton che molesta le famigliole in transito per indurle a entrare nel tempio del buonismo mondiale che si allarga sulla piazza. Poi lo spettacolo delle tv è ricominciato, con il linguaggio un po' cinico del mestiere: «Lasciami "fare" la Vitti, tu intanto "fatti" De Crescenzo. Che ha detto Veltroni? Roba bbona o le solite fregnacce sull'uomo-simbolo che se ne va?»

In effetti Veltroni ha detto: «E' un pezzetto d'Italia che se ne va». Ma insomma, cos'altro avrebbe dovuto dire? Se ne stava lì, vicino al flauto, con la sua faccia da secchione, a snocciolare elenchi dei film di Mastroianni sotto la luce delle telecamere. Al suo fianco la signora Flora sgridava l'invadenza dei fotografi: «Abbiate un po' di rispetto per uno come Mastroianni che a voi ha dato tanto»: persino il nome, paparazzi. Francesco Rosi ricordava l'amico «più che raro, unico» e intanto l'intervistatore cambiava microfono e gli chiedeva: «Maestro, me lo ridice in francese? Sa, è per il circuito estero». «Mastroianni: plus que rare, unique», recitava Rosi e intanto Arbore - lo spirito in queste circostanze aiuta - riusciva a dire qualche frase meno ovvia e Massimo Ghini... Bè, l'attore di regime Massimo Ghini, il consigliere comunale ulivista Massimo Ghini era molto commosso. E non riusciva a smettere di commuoversi nemmeno dopo che Rutelli, Veltroni, Rosi e la penultima tv erano andati via. C'era almeno ancora un microfono a cui confessare il proprio smarrimento per una perdita così irrevocabile e sentita: «Mastroianni era Marcello, per tutti». Anche in inglese: «Mastroianni was Marcello, for all». Poi gli squillava il telefonino: «Aliò, core de mamma!» e riannodava via etere i fili di una commozione inesauribile.

Massimo Gramellini, «La Stampa», 20 dicembre 1996


 



Premi

David di Donatello

1964 - Miglior attore protagonista per Ieri, oggi e domani
1965 - Miglior attore protagonista per Matrimonio all'italiana
1983 - Nomination Miglior attore protagonista per Il mondo nuovo
1983 - Premio alla carriera
1986 - Miglior attore protagonista per Ginger e Fred
1986 - Medaglia d'oro del comune di Roma
1988 - Miglior attore protagonista per Oci ciornie
1995 - Miglior attore protagonista per Sostiene Pereira
1997 - Premio alla carriera (postumo)

Nastri d'argento

1955 - Miglior attore protagonista per Giorni d'amore
1957 - Nomination Miglior attore protagonista, per La fortuna di essere donna
1958 - Miglior attore protagonista per Le notti bianche
1959 - Nomination Miglior attore protagonista per Racconti d'estate
1961 - Miglior attore protagonista per La dolce vita
1961 - Nomination Miglior attore protagonista per Il bell'Antonio
1962 - Miglior attore protagonista per Divorzio all'italiana
1963 - Nomination Miglior attore protagonista per Cronaca familiare
1964 - Nomination Miglior attore protagonista per 8½
1965 - Nomination Miglior attore protagonista per Matrimonio all'italiana
1966 - Nomination Miglior attore protagonista per La decima vittima
1971 - Nomination Miglior attore protagonista per Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)
1983 - Nomination Miglior attore protagonista per Il mondo nuovo
1986 - Miglior attore protagonista per Ginger e Fred
1986 - Nomination Miglior attore protagonista per Maccheroni
1988 - Miglior attore protagonista per Oci ciornie
1990 - Nomination Miglior attore protagonista per Che ora è?
1991 - Miglior attore protagonista per Verso sera
1996 - Nomination Miglior attore protagonista per Sostiene Pereira
1997 - Nastro d'argento speciale (postumo)

Globi d'oro

1976 - Miglior attore per La donna della domenica, Per le antiche scale e Todo modo
1977 - Miglior attore per Una giornata particolare
1984 - Miglior attore per Enrico IV
1986 - Miglior attore per Ginger e Fred e Maccheroni
1991 - Miglior attore per Verso sera

Ciak d'oro

1988 - Miglior attore protagonista per Oci ciornie

BAFTA

1963 - Miglior attore internazionale per Divorzio all'italiana
1964 - Miglior attore internazionale per Ieri, oggi e domani.

Festival di Cannes

1970 - Prix d'interprétation masculine per Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)
1987 - Prix d'interprétation masculine per Oci ciornie

Golden Globe

1963 - Miglior attore in un film commedia o musicale per Divorzio all'italiana
1965 - Henrietta Award
1965 - Nomination Miglior attore in un film commedia o musicale per Matrimonio all'italiana
1978 - Nomination Miglior attore in un film drammatico per Una giornata particolare
1993 - Nomination Miglior attore in un film commedia o musicale per La vedova americana

Leone d'oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia del 1990

Premi Oscar

1963 - Nomination Miglior attore protagonista per Divorzio all'italiana
1978 - Nomination Miglior attore protagonista per Una giornata particolare
1988 - Nomination Miglior attore protagonista per Oci ciornie

Festival di Venezia

1989 - Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile per Che ora è?
1990 - Leone d'oro alla carriera
1993 - Coppa Volpi per il miglior attore non protagonista per Uno, due, tre, stella!

Premio Felix

1988 - Premio Felix alla carriera

Filmografia

Marionette, non accreditato, di Carmine Gallone (1939)
La corona di ferro, non accreditato, di Alessandro Blasetti (1941)
Una storia d'amore di Mario Camerini (1942)
I bambini ci guardano, non accreditato, di Vittorio De Sica (1943)
I miserabili di Riccardo Freda (1948)
Vertigine d'amore di Luigi Capuano (1948)
Contro la legge di Flavio Calzavara (1950)
Domenica d'agosto di Luciano Emmer (1950), doppiato da Alberto Sordi
Vent'anni di Giorgio Bianchi (1950)
Cuori sul mare di Giorgio Bianchi (1950)
Vita da cani di Steno e Monicelli (1950)
Atto di accusa di Giacomo Gentilomo (1950)
Parigi è sempre Parigi di Luciano Emmer (1951), doppiato da Nino Manfredi
Passaporto per l'oriente di Romolo Marcellini, Emil E. Reinert, Wolfgang Staudte, Montgomery Tully, Géza von Cziffra e, non accreditata, Irma von Cube (1951)
Le ragazze di piazza di Spagna di Luciano Emmer (1952)
Sensualità di Clemente Fracassi (1952)
L'eterna catena di Anton Giulio Majano (1952)
Tragico ritorno di Pier Luigi Faraldo (1952)
La muta di Portici, non accreditato, regia di Giorgio Ansoldi (1952)
Penne nere di Oreste Biancoli (1952)
Gli eroi della domenica di Mario Camerini (1952)
Il viale della speranza di Dino Risi (1953)
Lulù di Fernando Cerchio (1953)
Febbre di vivere di Claudio Gora (1953)
Non è mai troppo tardi di Filippo Walter Ratti (1953)
La valigia dei sogni di Luigi Comencini (1953)
Cronache di poveri amanti di Carlo Lizzani (1954)
Tempi nostri - Zibaldone n. 2 di Alessandro Blasetti (1954)
La schiava del peccato di Raffaello Matarazzo (1954)
Giorni d'amore di Giuseppe De Santis (1954)
Casa Ricordi di Carmine Gallone (1954)
Peccato che sia una canaglia di Alessandro Blasetti (1954)
La principessa delle Canarie di Paolo Moffa (1954)
Tam tam Mayumbe di Gian Gaspare Napolitano (1955)
La bella mugnaia di Mario Camerini (1955)
Il fiume dei faraoni di Ubaldo Ragona (1955)
Il bigamo di Luciano Emmer (1955)
La fortuna di essere donna di Alessandro Blasetti (1956)
Padri e figli di Mario Monicelli (1957)
Il momento più bello di Luciano Emmer (1957)
Le notti bianche di Luchino Visconti (1957)
Il medico e lo stregone di Mario Monicelli (1957)
Un ettaro di cielo di Aglauco Casadio (1958)
La ragazza della salina di František Čáp (1958)
I soliti ignoti di Mario Monicelli (1958)
Amore e guai di Angelo Dorigo (1958)
Racconti d'estate di Gianni Franciolini (1958)
La legge di Jules Dassin (1959)
Il nemico di mia moglie di Gianni Puccini (1959)
Tutti innamorati di Giuseppe Orlandini (1959)
Ferdinando I° re di Napoli di Gianni Franciolini (1959)
La dolce vita di Federico Fellini (1960)
Il bell'Antonio di Mauro Bolognini (1960)
Adua e le compagne di Antonio Pietrangeli (1960)
La notte di Michelangelo Antonioni (1961)
L'assassino di Elio Petri (1961)
Fantasmi a Roma di Antonio Pietrangeli (1961)
Divorzio all'italiana di Pietro Germi (1961)
Vita privata di Louis Malle (1962)
Cronaca familiare di Valerio Zurlini (1962)
8½ di Federico Fellini (1963)
I compagni di Mario Monicelli (1963)
Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica (1963)
Matrimonio all'italiana di Vittorio De Sica (1964)
L'uomo dei cinque palloni di Marco Ferreri (1964)
Casanova '70 di Mario Monicelli (1965)
La decima vittima di Elio Petri (1965)
Oggi, domani, dopodomani di Eduardo De Filippo, Marco Ferreri e Luciano Salce (1965)
Io, io, io... e gli altri di Alessandro Blasetti (1966)
Il papavero è anche un fiore di Terence Young (1966)
Spara forte, più forte... non capisco di Eduardo De Filippo (1966)
Lo straniero di Luchino Visconti (1967)
Questi fantasmi, non accreditato, di Renato Castellani (1967)
Amanti di Vittorio De Sica (1968)
Diamanti a colazione di Christopher Morahan (1968)
Block-notes di un regista di Federico Fellini (1969)
I girasoli di Vittorio De Sica (1970)
Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) di Ettore Scola (1970)
Giuochi particolari di Franco Indovina (1970)
Leone l'ultimo (Leo the last) di John Boorman (1970)
La moglie del prete di Dino Risi (1970)
Scipione detto anche l'Africano di Luigi Magni (1971)
Permette? Rocco Papaleo di Ettore Scola (1971)
Correva l'anno di grazia 1870 di Alfredo Giannetti (1971)
Tempo d'amore di Nadine Trintignant (1971)
Roma di Federico Fellini (1972)
La cagna di Marco Ferreri (1972)
Che? di Roman Polański (1972)
Mordi e fuggi di Dino Risi (1973)
Rappresaglia di George Pan Cosmatos (1973)
La grande abbuffata di Marco Ferreri (1973)
Niente di grave, suo marito è incinto di Jacques Demy (1973)
L'idolo della città (Salut l'artiste) di Yves Robert (1973)
Allonsanfàn di Paolo e Vittorio Taviani (1974)
Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri (1974)
C'eravamo tanto amati di Ettore Scola (1974) (cameo)
La pupa del gangster di Giorgio Capitani (1975)
Per le antiche scale, regia di Mauro Bolognini (1975)
Divina creatura di Giuseppe Patroni Griffi (1975)
La donna della domenica di Luigi Comencini (1975)
Culastrisce nobile veneziano di Flavio Mogherini (1976)
Todo modo di Elio Petri (1976)
Signore e signori, buonanotte di Luigi Comencini, Mario Monicelli, Nanni Loy, Ettore Scola, Luigi Magni (1976)
Una giornata particolare di Ettore Scola (1977)
Mogliamante di Marco Vicario (1977)
Doppio delitto di Steno (1977)
Ciao maschio di Marco Ferreri (1978)
Le mani sporche di Elio Petri (1978)
Così come sei di Alberto Lattuada (1978)
Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici di Lina Wertmüller (1978)
L'ingorgo di Luigi Comencini (1978)
Giallo napoletano di Sergio Corbucci (1979)
La terrazza di Ettore Scola (1980)
La città delle donne di Federico Fellini (1980)
Fantasma d'amore di Dino Risi (1981)
La pelle di Liliana Cavani (1981)
Il mondo nuovo di Ettore Scola (1982)
Oltre la porta di Liliana Cavani (1982)
Storia di Piera di Marco Ferreri (1983)
Gabriela di Bruno Barreto (1983)
Il generale dell'armata morta di Luciano Tovoli (1983)
Enrico IV di Marco Bellocchio (1984)
Le due vite di Mattia Pascal di Mario Monicelli (1985)
Maccheroni di Ettore Scola (1985)
I soliti ignoti vent'anni dopo di Amanzio Todini (1985)
Juke Box di Carlo Carlei, Enzo Civitareale, Sandro De Santis, Antonello Grimaldi, Valerio Jalongo, Daniele Luchetti, Michele Scura (1985)
Ginger e Fred di Federico Fellini (1985)
Il volo di Theo Angelopoulos (1986)
Oci ciornie di Nikita Sergeevič Michalkov (1987)
Intervista di Federico Fellini (1987)
Miss Arizona di Pal Sandor (1988)
Splendor di Ettore Scola (1989)
Che ora è? di Ettore Scola (1989)
Stanno tutti bene di Giuseppe Tornatore (1990)
Verso sera di Francesca Archibugi (1990)
Cin cin di Gene Saks (1991)
Il ladro di ragazzi di Christian De Chalonge (1991)
Il passo sospeso della cicogna di Theo Angelopoulos (1991)
La vedova americana di Beeban Kidron (1992)
Uno, due, tre, stella! di Bertrand Blier (1993)
Di questo non si parla di Maria Luisa Bemberg (1993)
Prêt-à-Porter di Robert Altman (1994)
A che punto è la notte di Nanni Loy (1994)
La vera vita di Antonio H., regia di Enzo Monteleone (1994)
Cento e una notte (Les cent et une nuits de Simon Cinéma) di Agnès Varda (1995)
Sostiene Pereira di Roberto Faenza (1995)
Al di là delle nuvole di Michelangelo Antonioni e Wim Wenders (1995)
Tre vite e una sola morte di Raúl Ruiz (1996)
Mi ricordo sì io mi ricordo di Anna Maria Tatò (1997)
Viaggio all'inizio del mondo di Manoel de Oliveira (1997)

Doppiatori

In qualche film all'inizio della sua carriera, l'attore è stato doppiato da:

Nino Manfredi in Le ragazze di piazza di Spagna, Parigi è sempre Parigi, Il viale della speranza
Alberto Sordi in Domenica d'agosto
Giulio Panicali in Cuori sul mare
Giuseppe Rinaldi in Penne nere
Gualtiero De Angelis in Amore e guai

Prosa radiofonica RAI

Giorni felici, tre atti di André Puget, con Marcello Mastroianni, Achille Millo, Nino Dal Fabbro, Fulvia Mammi, Rossella Falk, Flora Carabella regia di Marco Visconti, 22 marzo 1954.[7]


 

Note

  1. ^ Treccani - Enciclopedia del Cinema (2003) - Scheda di M. d'Amico - Consultato il 18 agosto 2016
  2. ^ Teche RAI Consultato il 18 agosto 2016
  3. ^ Per Gian Piero Brunetta i cinque attori sono i «[...] protagonisti assoluti e sempre più acclamati della scena [...]» e «i moschettieri, o "giganti" della commedia italiana [...]». Gian Piero Brunetta, Storia del cinema italiano, Vol. IV, Dal miracolo economico agli anni novanta, 1960-1993, Roma, Editori Riuniti, 1993, pp. 139, 141. ISBN 88-359-3788-4
  4. ^ Fondazione Umberto Mastroianni - I Mastroianni
  5. ^ Matilde Hochkofler - Marcello Mastroianni Il gioco del cinema - 2001 Gremese editore
  6. ^ Un inedito Marcello, commosso per Berlinguer
  7. ^ Il Radiocorriere nº 12/1954
  8. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  9. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Riferimenti e bibliografie:

  • Archivio Storico quotidiano «La Stampa»