Domenico Modugno: l'urlo del cantastorie blu travolge sospiri e mandolini

Nel personaggio Modugno si mescolano la leggenda ch’egli stesso ha inventato e la viva realtà di un temperamento bizzarro e genuino
Adesso che è diventato una «vedette» internazionale, forse Domenico Modugno non scriverà più canzoni nel suo fantasioso dialetto siciliano e non andrà più raccontando in giro che è nato a Liveli, un piccolo paese in provincia di Messina, dove la notte si metteva a cantare a squarciagola per vincere la paura che lo attanagliava se solo era costretto ad attraversare un cortile, al buio. Nello stesso tempo, i siciliani autentici non lo accuseranno più di essere un impostore e un venditore di frottole, buone per far colpo sugli uomini del «continente».
Ormai è pacifico che Domenico Modugno, detto Mimmo dagli amici, è nato a Polignano a Mare, in provincia di Bari, e che la Sicilia delle sue canzoni era niente altro che una costruzione della fantasia. Non è da escludere, tuttavia, che al suo ritorno dall’America, dove sta mietendo successi eccezionali, tanto da essere invitato a prodursi nella famosa «Carnegie Hall», egli inventi qualche altra storia autobiografica, magari soltanto per il gusto di imbrogliare le carte fra le mani dei suoi numerosi «biografi».
Noi ricordiamo ancora mia giornata d’inverno di alcuni anni fa. Incaricati di scrivere un «pezzo» sull’allora quasi sconosciuto chitarrista siciliano, ce lo vedemmo capitare all’ appuntamento insaccato in un abituccio nero e sdrucito, la chitarra sotto il braccio, la barba lunga, i capelli lanosi arruffati in un modo incredibile.
Senza darci il tempo materiale di porgli una domanda, attaccò a parlare con enfasi della sua infanzia siciliana, di un povero asinello che vedeva tutti i giorni curvo sotto pesi sproporzionati, del lavoro massacrante e aleatorio dei pescatori di pescespada, del diavolo in corpo che hanno le donne ricce.
Fu ima specie di diluvio di parole che a stento riuscimmo infine a contenere. Mimmo ci sgranò allora in volto due occhi innocenti e stupiti e distrattamente pizzicò la chitarra, sprizzando dalle corde una cascata di note «urlanti», che rimbalzarono Imago la strada milanese, gelata e deserta. Poi riattaccò narrandoci la sua vita di allievo attore del Centro sperimentale di cinematografia, a Roma. Ma era chiaro che anche qui la fantasia gli prendeva la mano e i «fatti» gli sfuggivano. In un certo senso, apparve una delle persone più difficili da intervistare, e proprio in quanto denunziava senza mezzi termini una tendenza tutta meridionale ad accontentare l’interrogante, ad agevolargli il lavoro.
Chi ha visto Modugno sollevare le braccia nel suo gesto caratteristico e urlare, come se davvero volesse spiccare il volo verso il cielo blu, facilmente potrà cadere in inganno immaginando che si tratti di una posa. Invece Mimmo è proprio così: uno strano miscuglio di istinto e furbizia, un giovanotto che trova perfettamente naturale vivere in una casa dalle porte di vetro trasparente e comportarsi in pubblico con la stessa scatenata disinvoltura che usa tra le pareti domestiche.
Vogliamo dire che è assolutamente impossibile segnare un punto preciso che indichi dove in Modugno finisce la sincerità e comincia quindi la mistificazione. Cantastorie nato, il falso siciliano troverà sicuramente il modo di confondere le cose al punto che la verità possa sembrare bugia e viceversa. Non a caso, infatti, quando la storia di Liveli, il presunto paese natale, assunse proporzioni inaspettate, il padre di Mimmo avvertì il bisogno di inviare una lettera ai giornali per smentire il figlio e salvaguardare indirettamente la sua «onorabilità» di onesto impiegato comunale.
Dunque, fuori di ogni leggenda, Mimmo Modugno è nato a Polignano a Mare il 9 gennaio 1928. Il padre, un siciliano di stampo antico, si trasferì ben presto in un paese vicino, San Pietro Ver-notico, dove per un certo tempo fece l’istruttore automobilistico, finché non ottenne il posto di capo delle guardie comunali. Per il figlio, egli sognò una carriera modesta ma sicura nei vari rami dell’amministrazione statale. Mimmo, invece, non era di questo parere e un giorno pensò di tentare la fortuna altrove.
A Roma, dove venne a stabilirsi, indirizzò la sua attività in due campi ben distinti: quello di chitarrista compositore e quello di attore. Un certo successo gli arrise da tutte e due le parti e avrebbe potuto accontentare un qualunque giovane provinciale calato alla capitale, ma non Mimmo, che puntava più grosso. La notorietà in una piccola cerchia di iniziati e qualche particina in film di scarso rilievo non potevano soddisfare pienamente il figlio del capoguardia.
Inizi difficili
Pur impulsivo com’è, tuttavia, Modugno capì che non poteva dare di colpo la scalata alle vette della notorietà. Gli occorreva prima farsi le ossa e corazzarsi contro ogni sorta di colpi, poi partire in quarta. Questo perchè il mondo della canzone è una specie di campo minato per chi non ne conosce a sufficienza segreti e retroscena. Quanto poi all’attività cinematografica, proprio nel tempo in cui lui muoveva i primi passi come attore, la cinematografia italiana attraversava un grave periodo di crisi.
Ben deciso com’era ad aspettare il suo turno per lanciarsi nella mischia, Modugno impiegò il tempo dell’attesa perfezionando le sue qualità di cantastorie siciliano. E mentre le sue canzoni «primitive», varcata la cerchia delle Alpi, si imponevano nelle «caves» di Montmartre, a Parigi, ecco che lui affilava le armi per il cimento decisivo, che ormai non poteva più tardare molto.
Il primo colpo grosso andò a vuoto, almeno in parte, perchè Musetto, la canzone in lingua presentata al festival di Sanremo, non ottenne il successo che lui si attendeva. Comunque, da quel momento fu chiaro che nel campo della musica leggera italiana non si poteva ignorare il nome di Domenico Modugno.
Mimmo, a ogni modo, incassò bene la sconfitta e puntò decisamente sul festival della canzone napoletana. Anche qui, le diffidenze e gli ostruzionismi non mancarono. Si tentò perfino di non far programmare la sua canzone perchè giudicata — a torto — come non rispondente allo spirito di Piedi-grotta. Infine il «cantastorie rivoluzionario» la spuntò e, dopo aver superato brillantemente la prima serata di programmazione, nell’audizione conclusi la mancò per un soffio la vittoria piena.
La canzone si chiamava Lazzarella ed era destinata a non piacere troppo ai napoletani puri, che vedevano in essa una sorta di contaminazione. Qualche autorevole personaggio, infatti, si incaricò di far sapere a Modugno che la parola «lazzarella», a Napoli, non ha affatto il significato di sbarazzina che egli le attribuiva. Ma il cantastorie che si era inventato a proprio uso e consumo un dialetto siciliano poteva usare un maggiore rispetto per la lingua di Salvatore Di Giacomo e di Ferdinando Russo? Neanche per sogno, questo era evidente. E così Lazzarella arrivò ai microfoni del festival e, come abbiamo già detto, solo per un soffio non conquistò la vittoria, essendo stata battuta sul traguardo da Malinconico autunno, una modesta melodia che con Napoli per la verità aveva ben poco a che fare.
Era dunque destino che Mimmo Modugno non riuscisse a sfondare pienamente in un festival? La domanda fu girata a Sanremo, dove il chitarrista di Polignano a Mare si presentò con quella che è diventata oggi la sua canzone-sigla: Nel blu dipinto di blu. Quando cominciarono a trapelare le prime indiscrezioni sul festival, furono in parecchi a fare dell'ironia sulle «assurde» parole di quella canzonetta, che nelle previsioni della vigilia non raccolse molti voti a favore. Forse anche per questo lasciarono che a presentarla al pubblico fosse lo stesso autore, in veste esclusiva di cantante. A lui si affiancò un nome nuovo, quello cioè del giovane Johnny Dorelli, che quasi nessuno allora sapeva cosa valesse in realtà.
Cosa accadde poi a Sanremo i lettori della Domenica lo ricorderanno certamente: Modugno e Dorelli, i due «disturbatori», filarono diritti verso la vittoria, «travolgendo» addirittura ogni resistenza. Nel blu dipinto di blu divenne anzi una specie di bandiera, il simbolo della nuova canzone italiana, non più legata ai logori schemi tradizionali del «sentimento» e del «cuore» che immancabilmente fa rima con «amore».
Trionfo a Sanremo
Il trionfo di Sanremo portò alla ribalta, come mai prima era accaduto, anche la vita intima di Modugno. Furono così descritte in ogni minimo particolare le agitate vicende sentimentali che avevano caratterizzato il matrimonio del chitarrista con la «soubrette» Franca Gandolfi; matrimonio celebrato nel giugno del 1955. Per esempio, si affermò che la canzone del «blu dipinto di blu» era stata scritta da Modugno per festeggiare la riconciliazione con la moglie, dalla quale era stato lì lì per separarsi.
In effetti, una separazione legale dei coniugi Modugno aveva avuto luogo sul serio, a Roma, davanti agli occhi sbalorditi di un magistrato il quale aveva visto i due litiganti presentarsi a lui tenendosi per mano come i più teneri innamorati. Poche settimane dopo, però, ima «raccomandata» era giunta alla cancelleria del Palazzo di Giustizia: in essa Mimmo e Franca avvertivano il giudice che erano tornati a convivere sotto il medesimo tetto.
Comunque, inebriati dal successo come due ragazzini, l’autore del «blu» e la giovane moglie si diedero a scorrazzare per la Riviera, decisi a smaltire fino all’ultima goccia l’ubriacatura della vittona. Poi ebbe inizio, per Mimmo, un periodo di intensa attività, mentre Franca a poco a poco si ritirava nell’ombra perchè attendeva di diventare madre.
Manco a farlo apposta, il figlio è nato nel momento preciso in cui Modugno, invitato per una «tournée» in America, coglieva alla televisione di Nuova York un successo enorme, travolgente. Lo scatenato cantastorie portava negli Stati Uniti l’immagine di un’Italia nello stesso tempo antica e imprevedibile: l’Italia dove i fidanzati € volano» in un cielo troppo azzurro e gli inna-
morati gridano categoricamente: «Resta cu’ mme!».
Gli urli e la chitarra di Modugno, dunque, almeno a Nuova York hanno sopraffatto i sospiri e i mandolini di quella particolare Piedigrotta che all’estero, e in America specialmente, pareva destinata a non conoscere tramonti. Per la verità, bisogna anche precisare che il terreno era già stato abbondantemente dissodato in precedenza da Renato Carosone. Su di esso, comunque, è passato in trionfo il cantastorie Domenico Modugno.
Giovanni Turco, «Domenica del Corriere», anno LX, n.37, 14 settembre 1958
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| Giovanni Turco, «Domenica del Corriere», anno LX, n.37, 14 settembre 1958 |
