Domenico Modugno: «non sono io lo sconfitto ma la canzone italiana»
La polemica dopo il Festival di Sanremo
Domenico Modugno racconta su «Tempo» la sua amarezza dopo il Festival di Sanremo del 1960. Tra accuse di restaurazione musicale, polemiche contro “Romantica” di Renato Rascel, riflessioni sulla canzone moderna italiana e il ricordo del trionfo di “Nel blu dipinto di blu”, emerge uno dei più intensi interventi artistici e culturali del cantante pugliese.
Domenico Modugno narra, in questo articolo esclusivo, la sua esperienza al Festival di Sanremo: giudica se stesso e i suoi avversari, fa il punto sulla nostra canzone e anticipa i suoi programmi per il futuro.
Sanremo, febbraio
Se prendo la penna per narrare la mia esperienza di sconfitto al Festival di Sanremo, non è per pescare nel torbido né per tentare autodifese costruite sulle solite voci di corridoio. Così Domenico Modugno apre sulle pagine di «Tempo» il suo lungo sfogo dopo il Festival del 1960.
Intorno a lui, nella hall degli alberghi di Sanremo, si muove ancora il contrastante spettacolo del divismo: i vincitori firmano autografi, mentre gli sconfitti cercano conforto tra amici, collaboratori e familiari.
Domenico Modugno sfoga la sua amarezza dopo il secondo posto conquistato con “Libero” al Festival di Sanremo del 1960.
Modugno sa perfettamente che attorno alla sua sconfitta nasceranno polemiche, accuse di decadenza artistica, sospetti di boicottaggio e discussioni sul futuro della canzone italiana. Ma il cantante vuole affrontare il problema da artista, non da polemista.
Secondo lui, la vera sconfitta non riguarda soltanto la sua canzone Libero, ma l’intero tentativo di modernizzare la musica leggera italiana iniziato con Nel blu dipinto di blu.
Due anni prima, infatti, Modugno si era presentato a Sanremo come simbolo dell’antitradizionalismo musicale. Le sue canzoni dialettali, nate dalla fame, dai sacrifici e dalla ricerca di una strada personale, avevano rotto gli schemi del melodismo tradizionale.
Renato Rascel posa con la coppa del Festival dopo la vittoria di “Romantica”.
Con Volare, sostiene Modugno, la canzone italiana aveva finalmente iniziato ad avvicinarsi alle esperienze francesi e americane, rompendo la lunga dittatura dei motivi tradizionali e sentimentali.
Il Festival del 1960, invece, avrebbe segnato secondo lui un brusco ritorno al passato attraverso il successo di Romantica, interpretata da Tony Dallara e scritta da Renato Rascel.
Modugno giudica infatti quella canzone troppo legata a schemi decadenti e tradizionalisti, sostenendo che la sua forza dipendesse quasi esclusivamente dall’interpretazione moderna e aggressiva di Dallara.
Nel suo lungo intervento difende anche autori come Umberto Bindi, simboli di una nuova scuola musicale italiana che rischiava, secondo lui, di essere respinta dal pubblico sanremese.
Domenico Modugno insieme alla moglie Franca Gandolfi durante i giorni del Festival di Sanremo del 1960.
Il cantante pugliese racconta di avere scelto consapevolmente una canzone difficile come Libero, rinunciando a motivi più semplici e commerciali che avrebbero probabilmente garantito una vittoria più facile.
Per lui il Festival non rappresenta un’accademia artistica, ma un terreno di sperimentazione dove tentare nuove strade musicali senza tradire la propria identità creativa.
Una strada nuova
Modugno respinge anche le accuse di ripetersi sempre sugli stessi temi. Sostiene invece di procedere per tappe naturali, seguendo una continuità artistica che collega Nel blu dipinto di blu, Piove, Milioni di scintille e Libero.
Gino Latilla, tra i protagonisti della vecchia guardia musicale italiana, durante il Festival del 1960.
Il suo obiettivo, afferma, non è mai stato quello di rincorrere formule facili o temi retorici, ma quello di modernizzare la canzone italiana mantenendo autenticità e dignità artistica.
Nell’articolo compaiono anche numerosi riferimenti ai protagonisti del Festival: Johnny Dorelli, Betty Curtis, Nilla Pizzi, Arturo Testa, Miranda Martino, Mina e Umberto Bindi, descritti tra delusioni, rivalità e amarezza.
Johnny Dorelli lascia Sanremo dopo il Festival del 1960 insieme ai suoi collaboratori.
Tra i passaggi più intensi dell’articolo, Modugno afferma di non considerare definitiva quella sconfitta. È convinto infatti che il tempo avrebbe ridimensionato molti entusiasmi momentanei e riportato la canzone italiana verso un linguaggio più moderno.
Miranda Martino durante i giorni del Festival di Sanremo del 1960.
Per questo conclude il suo intervento promettendo di tornare presto a combattere la sua battaglia musicale, convinto che la vera canzone italiana avrebbe dovuto ancora lavorare molto per ritrovare la posizione conquistata negli anni precedenti.
Umberto Bindi e Mina dopo la delusione del Festival di Sanremo del 1960.
Domenico Modugno, «Tempo», anno XXII, n.7, 16 febbraio 1960
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| Domenico Modugno, «Tempo», anno XXII, n.7, 16 febbraio 1960 |
Fonte originale: Domenico Modugno, «Tempo», anno XXII, n.7, 16 febbraio 1960
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🎭 Conclusioni
Questo straordinario intervento pubblicato da «Tempo» nel febbraio 1960 mostra un Domenico Modugno diverso dal solito: polemico, amareggiato ma ancora convinto della necessità di rinnovare la canzone italiana. Attraverso il confronto con Renato Rascel, Tony Dallara, Umberto Bindi, Mina, Johnny Dorelli e gli altri protagonisti del Festival di Sanremo, emerge il grande scontro culturale tra tradizione melodica e modernità musicale che attraversava l’Italia all’inizio degli anni Sessanta. Tra Volare, Piove, Libero e il mito della nuova canzone d’autore, Modugno difende con forza la propria idea di musica popolare moderna, internazionale e libera dai vecchi schemi sentimentali.
