Leslie Caron: «mio marito vale di più dell'Oscar»

1964 07 11 Tempo Evi Marandi f0

“Prima viene la mia famiglia, poi, a distanza enorme, il cinema, i registi, Hollywood, i festival. Ho tutto quello che voglio, ma devo stare attenta.”

Londra, luglio

Leslie Caron, l’ultima «Gigi» dello schermo, mi viene incontro nel parco della vecchia casa che ha affittato per l’estate. Indossa una camicetta di cotone, stampata a pelle di leopardo, e un paio di pantaloni nocciola, attillati, alla corsara. Ha il viso fresco e ingenuo del suo primo film. Tanto che mi domando, non senza dispetto, come faccia questa diva a dimostrare diciotto anni dal 1948.

Leslie Caron e l'impresario teatrale Peter Holl sono uno coppia invidiabilmente felice. Peter Hall è un intellettuale, ed ho al suo attivo molte regie teatrali di successo, Lesile e Peter si conobbero nel 1954 e si sposarono nel 1956. Nel 1957 nacque il primo bambino, John Christopher, e nel 1958 una bambina, Jennifer.

Leslie mi offre del tè, sorride, cerca di mettermi a mio agio. Ma non ci riesce. Il fatto è che sono arrivato con un’ora e mezzo di ritardo, per via di un guasto alla macchina; e perciò mi sento imbarazzato, legato nei gesti e nella parola. La scusa del guasto alla macchina mi sembra così vecchia che non oso servirmene; e così, per qualche minuto, resto senza dir niente. Poi mi viene il sospetto che l’attrice mi scambi per un fanatico ammiratore, o un malvivente, penetrato nella sua villa con un pretesto. Allora mi affretto a dire: «Dev’essere noioso concedere interviste con questo cal do, mentre si sta così bene in riva ai fiume».

«No» dice Leslie «ai pigri non dispiace mai di chiacchierare. Vede, la sua visita mi permette di inter rompere il lavoro...»

Con la mano mi indica un copione, che sta aperto sui tavolo, sotto un vassoio colmo di biscotti.

«Lei è arrivato in ritardo, è vero» soggiunge con un'occhiata ironica «ma almeno è solo...»

«Perché?» domando «con chi dovevo venire?»

«La settimana scorsa» racconta «è venuto da mi un corrispondente austriaco. Mi aveva detto, al telefono, che era partito apposta da Vienna per intervistarmi Io ho capito che era una bugia; ne inventano tutti i giornalisti. Ma gli ho detto ugualmente di venire. Breve: compare in giardino. Io stavo qui, come adesso. Il reporter si presenta, e dopo qualche parola mi domanda arrossendo : “Le dispiace, signora, se faccio entrare anche mia moglie?”. “Ma certo” gli dico “dov'è?” “È rimasta fuori, in macchina; non vorrebbe disturbare.' Gli dico, naturalmente, di far entrare subito sua moglie E costei, infatti, arriva. Mi stringe la mano, sorride Dopo qualche parola, mi sussurra con un tono cospira -torio: “Signora, mi perdoni l’ardire. Ma ho lasciato il mio bambino in macchina. Posso farlo venire?”. Le rispondo di far venire il bambino; lasciarlo in automobile insisto, può essere pericoloso. Ma la signora aggiunge “Oh, non si preoccupi. Non corre alcun rischio. È cor la bambinaia". Io mi sforzo di rimanere seria ed estendo l'invito alla bambinaia. Ma la signora, è inutile dirlo, aveva dimenticato qualcuno. Un cane bassotto, grasse da scoppiare, è entrato in giardino in coda a tutti, e scelto un angolo in ombra s’è messo a dormire.»

Oggi Leslie può rappresentare il completo successo di una donna e di una attrice, eppure i suoi inizi, sotto entrambi questi punti di vista, furono assai poco felici. Fino dall'infanzia, Leslie aveva il complesso di essere brutta, soprattutto per la bocca troppo pronunciata. Giunta a Hollywood, fra molte incertezze, sembrava risolvere i suoi problemi sposando Geoffrey Hormel, il figlio del «re del prosciutto in scatola». Il matrimonio non riuscì e i due divorziarono dopo circa un anno.

Leslie solleva il vassoio dei biscotti, me li offre, e chiude il copione con un gesto stanco.

«È un film?» domando. «Di che si tratta?»

«È intitolato I Sotterranei. È una storia di giovani bohémiens, che ripetono le gesta degli esistenzialisti di Parigi, nelle caves, o grotte, di San Francisco. Andrò a girarlo a Hollywood, il mese di agosto. Ma ho già ottenuto, per contratto, di non starci più di nove settimane. Non voglio stare troppo tempo lontana da mio marito e dai figli.»

Peter Hall, il regista che Leslie ha sposato alcuni anni fa, è uno dei talenti più interessanti di Londra. Noli ha ancora 29 anni, e già gli è stata affidata la direzioni del teatro shakespeariano di Stratford. Peter è un giovanotto alto, dinoccolato, non bello; ha lo charme immediato, magari un po’ ambiguo, di chi parla sul serio e per ischerzo allo stesso tempo. L'ultima «fatica» di Peter, per usare il linguaggio dei critici teatrali, è stato il Coriolano nel quale ha diretto attori come sir Laurence Olivier.

«Un giorno» dico «lei potrà girare dei film diretti da suo marito.»

«Forse» risponde Leslie «ma per ora accettiamo quello che ci offrono. Non abbiamo fretta. E poi, certe volte, mi domando se è saggio mescolare il lavoro al sentimento. Guardi, ad esempio, che cosa è accaduto alla più grande attrice e al più originale regista del dopoguerra : parlo, si capisce, di Ingrid Bergman e di Rossellini. Non un solo film, di quelli che hanno fatto insieme, è stato un successo di critica e di pubblico.»

Un giornale americano, giorni or sono, ha scritto che Brigitte Bardot è «una Leslie Caron, più bionda e più viziata, che però non sa recitare». Riferisco la battuta a Leslie e lei risponde senza malizia :

«È vero, Brigitte e io ci somigliamo fin da ragazze. Me la ricordo com’era parecchi anni fa, alla scuola di danza. Alle volte, ci prendevano per sorelle. Quando cominciò a fare del cinema, dissero subito che era la mia copia. Paris Match pubblicò questa didascalia sotto la prima foto di Brigitte: Spunta un'altra Leslie Caron.» «Vi scrivete mai con Brigitte?»

«No, e perché dovremmo?»

Le chiedo se c'è qualche attrice, fra le belle che ancheggiano in technicolor, che la convinca artisticamente. Per evitare la risposta mi domanda a sua volta : «Ancora un po' di tè?»

Il discorso, piano piano, ritorna su Ingrid Bergman. Leslie esplode con un entusiasmo che avrei considerato eccessivo anche per Giovanna D’Arco.

«Oh, quella sì che è una donna: e che attrice! Io l’ho sempre considerata una creatura nobile e rara.»

«E fra gli attori?»

Con la stessa voce vibrata Leslie dice:

«Oh, Laurence... Laurence Olivier. È il più grande attore del mondo. È un dio...» (Leslie parla un po' in francese, un po’ in inglese, secondo come le viene. Ma per Olivier parla inglese e dice: «Yes, he ’s a God...».) Domando quale sia la cosa più importante della sua vita, e Leslie risponde senza esitare : «Mio marito, e i miei figli. Poi, a distanza enorme, il cinema, i registi. Hollywood, il Festival di Venezia, il Festival di Cannes, la statuetta dell’Oscar. Vede, ho in fondo tutto quello che voglio. Sono, toccando ferro, felice. Però capisco quanto sia difficile rimanerlo. La felicità, credo, è bella ma scomoda. È come guidare una macchina a centotrenta chilometri l'ora. Guai a non stare attenti: vai fuori strada».

Nantas Salvalaggio, «Epoca», anno X, 26 luglio 1959


Nantas Salvalaggio, «Epoca», anno X, 26 luglio 1959