Arrangiatevi!

E lo volete un consiglio, militari e civili, piantatela con questa nostalgia! Oltre che incivili, è inutile! Ormai li hanno chiusi! A voi italiani è rimasto questo chiodo, fisso qui. Toglietevelo! Ormai li hanno chiusi! Arrangiatevi!

Nonno Illuminato

Inizio riprese: aprile 1959 - Autorizzazione censura e distribuzione: 3 settembre 1959 - Incasso: 425.390.000 - Spettatori: 2.615.210


Titolo originale Arrangiatevi!
Paese Italia - Anno 1959 - Durata 105’ - B/N - Audio sonoro - Genere commedia - Regia Mauro Bolognini - Soggetto Matteo De Majo, Vinicio Gioli dalla commedia "CASA NOVA... VITA NOVA" - Sceneggiatura Leo Benvenuti, Piero De Bernardi - Produttore Cineriz - Fotografia Carlo Carlini - Montaggio Roberto Cinquini - Musiche Carlo Rustichelli - Scenografia Mario Garbuglia - Costumi Orietta Nasalli Rocca 


Peppino De Filippo: Peppino Armentano - Laura Adani: Maria Armentano - Cristina Gajoni: Maria Berta Armentano - Cathia Caro: Bianca Armentano - Marcello Paolini: Nicola Armentano - Totò: nonno Illuminato - Mario Valdemarin: Luciano - Achille Majeroni: nonno istriano - Giorgio Ardisson: Romano - Luigi De Filippo: Neri - Franco Balducci: scommettitore - Antoine Nicos: padre rettore - Lola Braccini: sora Gina - Enrico Olivieri: Salvatore Armentano - Federico Collino: monsignore - Arrigo Peri: Santini - Giusi Raspani Dandolo: madre istriana - Leopoldo Valentini: Bossi - Angelo Zanolli: Felice - Franca Valeri: Marisa - Vittorio Caprioli: Pino Calamai - Vera Drudi : abitante ex casa chiusa


Arrangiatevi

Soggetto

Roma, secondo dopoguerra. Dopo l'omicidio di una giovane pittrice si libera un appartamento che sarà dato, in coabitazione, a due famiglie.
La prima è la famiglia di Peppino Armentano, di professione callista, composta da lui, la moglie, due figlie, due figli e il nonno. La seconda è una famiglia di due esuli istriani composta anche da nonno e un solo figlio.
Passano gli anni, siamo ormai nel 1958, e la convivenza nello stesso alloggio ha i suoi piccoli problemi quotidiani che esplodono il giorno della notizia della nascita del nono figlio degli istriani. Peppino viene messo dalla moglie di fronte alla propria incapacità di dare una dimora dove poter vivere in santa pace.

Un giorno Peppino conosce il trafficone Pino Calamai, che gli offre per diecimila lire al mese l'affitto di un alloggio di due piani, dieci camere, tre bagni, telefono, posto nel cuore della vecchia Roma. Prende così appuntamento per vederlo, ma quando viene a sapere che si tratta dell'ex casa di tolleranza della sora Gina in via della Fontanella, rimane scandalizzato e lascia cadere l'offerta.

Passano i giorni e ci pensa la moglie a trovare un piccolo appartamento in costruzione, mentre per i soldi della caparra si procura l'aiuto del futuro genero, pugile fidanzato di Maria Berta. L'incarico di versare i soldi della caparra viene dato al marito. Peppino ha la cattiva idea di “affidare” al truffatore Calamai la somma per raddoppiarla scommettendo sull'esito della fumata bianca nel conclave per l'elezione del nuovo pontefice.
Perde la scommessa e, non avendo il coraggio di riferire l'accaduto alla moglie, decide di affittare l'ex casa chiusa. Comincia così il trasloco della famiglia che nulla sa del passato della casa.

Il segreto comincia a vacillare nonostante gli sforzi di Peppino. Prima uno dei figli e poi il nonno intuiscono la verità; infine anche la moglie scopre tutto, e la sua reazione è furiosa: chiude le finestre dalla vergogna e impone alle figlie di non uscire. Intima quindi al marito di trovare entro due giorni una casa rispettabile, minacciando altrimenti di lasciarlo.

Peppino va in totale crisi, sentendosi un buono a nulla, fino a pronunciare tra le lacrime la frase: "Mi dimetto dal ruolo di padre e di marito".
La moglie è irremovibile, mentre le figlie passano dalla parte del padre. Scaduto l'ultimatum la moglie sta per andarsene a lavorare come serva in una "casa perbene". Sull'uscio di casa gli eventi si ribaltano. Il suo istinto materno esplode dinanzi a un gruppo di militari che hanno scambiato le sue figlie per lavoratrici della casa chiusa.

Critica e curiosità

Il film è ispirato alla commedia Casa nova... vita nova di Mario De Majo e Vinicio Gioii, riscritta da Benvenuti e De Bernardi e ispirata dall’abolizione delle case chiuse decretata dalla senatrice Angelina Merlin.

La lavorazione inizia nella primavera del ’59, anno successivo alla chiusura delle case di tolleranza, assume toni grotteschi in linea col soggetto del film. Bolognini ha deciso di girare in una vera ex casa chiusa, in via della Fontanella Borghese 15, e sul set accade esattamente ciò che avviene in finzione: la riapertura scatena la curiosità di amici e di passanti, e qualche ex cliente s’infila sperando in un ripensamento della Merlin. Il ruolo di Totò è secondario ma formidabili sono i duetti con Peppino, l'amico e collega ritrovato. Al film partecipa anche Luigi De Filippo nel ruolo di un soldato doppiato con accento ligure.

Fanno da sfondo l'Italia post bellica, ancora piena di macerie, sinistrati e sfollati, l'eterno problema della casa, l'esodo istriano e la Legge Merlin.
Tutti i temi vengono affrontati con magistrale ironia e sorriso. Spicca la bravura di Peppino e di Totò, che qui impersona la figura di un anziano nonno.
Memorabile, proprio per l'ironia delle parole, è la scena finale del film con il discorso dal balcone del nonno: “E lo volete un consiglio, militari e civili, piantiamola con queste nostalgie! Oltre che incivile, è inutile! Oramai li hanno chiusi! A voi italiani è rimasto questo chiodo fisso, qui. Toglietevelo! Oramai li hanno chiusi! Arrangiatevi!”

Antonio de Curtis porta in dote la solita mole di suggerimenti; il giovane Bolognini, disorientato di fronte a tanta vitalità, lo prega di limitarsi e gli sfuma parecchie gag. Per quanto addomesticate, sono ancora una volta le sue apparizioni sapide e un po’ maligne ad accendere di brio il film, riconciliandolo con il buon cinema e facendogli ritrovare in alcune scene l’amico Peppino, il suo miglior compagno di lavoro.

Giuliano Gemma

Nel cast anche Giuliano Gemma (non accreditato), come frequentatore della palestra di pugilato.


Oltre a essere un comico, Totò era e si sentiva un principe per cui non sopportava la volgarità e impose il suo stile anche durante la sua lunga attività cinematografica, a costo di mostrarsi burbero. Per esempio litigò con una raffinata attrice, Laura Adani, moglie del duca Visconti di Modrone perché durante le riprese di Arrangiatevi, girato in una ex casa chiusa, invitava gli amici aristocratici in cerca di sensazioni forti a visitare le varie stanze affrescate con immagini osé, mentre Peppino De Filippo si abbandonava a sberleffi e doppi sensi. Ebbene, Totò che non era mai sgarbato con una signora, quella volta perse le staffe e intimò all’attrice: “Laura, ricordati che sei una duchessa e comportati come tale, altrimenti sarò costretto a lasciare il set”. Immediatamente fu accontentato, ma il comportamento dell’Adani lo irritò, tanto da confidare al regista Mauro Bolognini: “Se una donna manca di riserbo e di delicatezza, per me, anche se è bellissima perde ogni fascino, in pratica la vedo come un camionista e sono portato a trattarla come tale”.

Liliana de Curtis


Così la stampa dell'epoca

1959 05 27 Corriere d Informazione Arrangiatevi intro

Non era mai successo che le riprese di un film suscitassero tanti incidenti - Totò, Peppino De Filippo e Laura Aduni in una ex-casa chiusa

Roma. 27 maggio.

Nel guidare, vigorosa e tenace condottiera, fino alla vittoria parlamentare la sua battaglia contro le case chiuse, l’on. Angelina Merlin si preoccupò di disporre, nel progetto di legge che prende il suo nome la rieducazione delle abitatrici di quelle case. Una opera sociale per la quale occorre tempo, molto tempo, naturalmente. Per ora. purtroppo, l’unica forma di rieducazione che quelle donnine si sono autoconcesse — come si può facilmente constatare in ogni città — sembra essere quella di camminare L’evasione dalle case si è tradotta in un gran passeggio serale e notturno, per zone alberate e schiarite da poca luce, di numerose «Cabirie».

Comunque, la prospettiva della rieducazione è prevista e sancita nella legge, per le ex-inquiline delle case dalle persiane serrate. Ma qual è la sorte delle case stesse che le accoglievano? Che cosa avviene di quei locali? Esiste, anche per quelle mura un destino di «riabilitazione»? Come vengono trasformate e chi mal andrà ad abitarvi?

L'equivoco

Ecco un problema curioso, perchè appare naturale che la gente sia prevenuta ed arricci il naso, nell'occupare simili stabili di fama che fu per tanto tempo equivoca, e che occorre far dimenticare prima che, trasformati, essi divengano case come tutte le altre. Il cinema ha affrontato questo argomento, con uno spunto divertente. Un poveruomo che, con la sua famiglia era stato costretto per lunghi anni ad un soffocante e ossessionante regime di coabitazione con altra gente, che non trova una casa accessibile come affitto alle sue modeste possibilità, e che tuttavia vuole una casa «sua», ci pensa e ci ripensa su, poi prende la grande decisione. Andrà ad occupare una ex-casa chiusa. Non lo dirà alla moglie, non farà sapere nulla al figli; vi trasloca con il vecchio padre, la con-
sorte, due figlie giovani e carine; vi accoglie durante le loro visite, un figlio alle armi e l’altro sacerdote.

Questo il motivo conduttore. E’ facile immaginare quali saranno gli sviluppi della vicenda e gl’imbarazzi del pover’uomo sullo schermo. Ma quel che c'interessa registrare, è invece quanto è accaduto nella realtà. Apprendere cioè dal regista Bolognini che cosa è capitato allorché, riaperto per la prima volta quel portoricano malfamato in una stradetta nei pressi di Piazza del Popolo, è toccato proprio a lui di aprire per la prima volta le persiane rimaste per tanti anni serrate.

L'impressione è stata curiosa. Perchè quella «casa» conservava immutato il carattere di orrendo scenario liberty che probabilmente costituì il «dernier cri» della moda e del fascino ambientale quando venne creata. E statue di marmoree fanciulle drappeggiate di veli erano ancora lì ad accogliere i visitatori nell’atrio.

Quando egli riuscì nella strada, vide occhieggiare famiglie sdegnate dalle finestre delle case vicine. Forse esse pensavano che tornasse, per misteriose ragioni, a prender vita l’equivoco nido che per tanto tempo aveva formato l’angustia della loro esistenza, in quella strada. Come è accaduto che. vedendo, pochi giorni più tardi, il portoncino riaperto, qualche passante tratto in errore, vi sia scivolato dentro, accorgendosi dell'errore appena il personale tecnico della «troupe» cinematografica gli sbarrava la strada. Inutile dire le acrobazie che han dovuto compiere i tecnici per manovrare la macchina da presa e il suo carrello in quegli angusti ambienti e per la scaletta strettissima, come è superfluo accennare ai ghignetti divertiti degli elettricisti e degli operai, nel vedere, durante le pause della lavorazione quotidiana, attrici ed attori andare a riposarsi su una poltrona in quelle stanzette, ognuna delle quali era stata trasformata in camerino di un artista, ma taluna delle quali recava ancora la indicazione di un capriccioso nome di mondana. sulla porta.

Comunque, quella casa ha oggi abitatori illustri. Quando siamo entrati nella sala da pranzo, infatti, dove si «girava», sedevano a tavola — per una scena del film — un principe, e cioè Antonio De Curtis, ossia Totò, in parrucca grigia ed abito dimesso (è il nonno); una duchessa, e cioè Laura Adani, un commendatore, vale a dire Peppino De Filippo, un giovane sacerdote, l’attore Olivieri, la bionda Cristina Gaioni e la brunissima attrice francese Katia Caro. Totò teneva di buon umore, con il suo spirito arguto, tutta la troupe, negli intervalli tra una ripresa e l’altra, mentre si attendevano gli altri attori del film e cioè Luigi De Filippo, figlio di Peppino, Vittorio Caprioli e Franca Valeri.

Delusione

Bolognini ci racconta, in una pausa, a nostra richiesta, l’episodio più curioso di questa sua regia. «Da quando abbiamo cominciato a girare qui dentro — dice — ho avuto innumerevoli richieste di signore che desideravano assistere ad una ripresa. Non mi era mal capitato che un film fosse oggetto di tanta curiosità femminile. Vengono qui varcano la soglia con molta esitazione e con una certa palpitazione, poi non riescono a nascondere la loro delusione. Immaginavano chissà che cosa, sentendo parlare di queste misteriose «case», e di fronte a questo squallore, sono seccatissime per la curiosità che le ha spinte a vedere».

L’on. Angelina Merlin, alla quale abbiamo narrato la storia di questa cinematografica «riabilitazione» di una «casa chiusa» è felicissima. «Ma è naturale — dice — tutte le ex - case chiuse diventeranno case normali. Già molte di esse si sono trasformate in studi di professionisti, ed il loro passato, la loro fama sono già stati dimenticati. Io lo so, attraverso la montagna di lettere che la ' legge Merlin ' ancora mi procura».

Alberto Ceretto, «Corriere d'Informazione», 27 maggio 1959


1959 10 20 Tempo Arrangiatevi intro

La conclusione potrebbe essere questa: "Arrangiatevi!’’ è un mediocre film che tuttavia valeva la pena di essere fatto per i suoi cinque minuti finali. L’orazione di Totò, il quale dalla finestra dell’ex-casa chiusa invita gli italiani a liberarsi dal "complesso del bordello”, è la prima parola esplicita e popolarescamente comprensibile sull’argomento. Dicendo infatti "arrangiatevi”, egli tocca il fondo del problema: là dove esistono, certo, verminosi interessi collettivi (come dolorosamente scoprì persino un grande Santo, Luigi IX di Francia, il quale soppresse i bordelli di Parigi e poi, bollato di sia pur angelica ingenuità dai suoi consiglieri, dovette consentirli di nuovo); ma dove esiste soprattutto la pigrizia morale e sentimentale di un popolo che si proclama sempre straordinario seduttore e adesso muore di nostalgia di quelli che erano i luoghi di decenza dell’arte amatoria. Quei cinque minuti finali dunque sono apprezzabili, se non altro dal punto di vista tecnico, dal momento che una tale chiarezza, una tale facoltà di sintesi richiedono una certa dose di genialità. Disgraziatamente non possiamo farci alcuna illusione sul loro valore, diciamo, di igiene sociale. Prima di tutto perchè la faccenda è buttata in scherzo; secondo perchè le altre due ore di proiezione dicono il contrario, essendo evidente che la fortuna del film è interamente affidata proprio alla nostalgia che dicevamo, al mito delle ”sòre Gine”, alle lubriche memorie suscitate.

So benissimo che gli autori del film hanno buoni argomenti per sostenere il contrario. Non so però se accetterei quello dell’anticonformismo. appoggiato sulla vena satirica che serpeggia nel sottosuolo del film, sui personaggi e le situazioni che alludono a complicità segrete (i preti), a vizi manifesti (Vittorio Caprioli e Franca Valeri), a infantilismi tradizionali (i soldati). La realtà del film è un’altra: è per esempio nelle voluttuose reminiscenze di Totò, molto più persuasivo quando scopre le pitture oscene della sua stanza che quando, ammiccando, pronuncia la sua finale apostrofe. In queste circostanze mi viene spesso a mente quel che ha scritto, su diversa materia, Enzo Forcella: «C’è quasi sempre un angolo dal quale si può fare un po’ di anticonformismo riscuotendo l’approvazione degli altri conformisti ». Comunque è difficile nascondersi che non è precisamente anticonformistico affidare la difesa della liberalità, della ragionevolezza e della virtù a un personaggio (Peppino De Filippo) tanto povero di spirito da riuscire del tutto inverosimile, perciò disarmato.

L’argomento fondamentale è un altro: è che in Italia, nel momento presente, è molto difficile fare di più. A questa obiezione non ho risposta. L’unico film europeo dei nostri anni che si sia avvicinato alla sgradevole verità della prostituzione è "Rosemarie". Suppongo che sia nato per distrazione e che non sia ripetibile. Non lo è certamente in Italia, dove si possono leggere amenità come quelle che ha stampato un periodico politico, "Solidarismo”, che suppongo vicino a un certo pensiero ufficiale. Sotto il titolo "Proposte per il cinema - Verità ignorate nella lettera di Rossellini” si legge: « ...In particolar modo mi sembra che la lettera, dopo aver trattato delle colpe vere o presunte dei burocrati, degli industriali e dei politici, non tratti delle colpe degli uomini del cinema i quali in questi ultimi tempi hanno dimostrato di ritenere che per soddisfare la loro vocazione artistica e per interpretare le esigenze più vive del nostro pubblico debbano per forza realizzare soggetti che riguardino le case chiuse, le ragazze squillo e la gioventù bruciata... ». Credo che l'autore dell’articolo non si sia nemmeno accorto di aver fornito a Rossellini la prova determinante della fondatezza delle sue accuse: proprio l’abbondanza di film sulle case chiuse dimostra il malgoverno cinematografico, o politico o commerciale, essendo risaputo che i cattivi censori hanno sempre giudicato il libertinaggio il minore dei mali. E difatti, nei momenti di crisi, è dentro le pieghe del libertinaggio che va a rifugiarsi la satira sociale. Come dimostra appunto "Arrangiatevi!”.

Ma ora siamo andati molto oltre gli angusti limiti del film "Arrangiatevi!”. Tutto il meglio del film è nella sua superficiale lepidezza. Anzi, per stringere ancora di più, il meglio del film è Totò. Che fa ridere, ridere davvero, e non si sa esattamente come, essendo la sua vis comica, via via che invecchia, sempre più misteriosa, sempre più rarefatta. Ma gli è toccato anche l’unico personaggio plausibile, e perciò umano. Quello di Peppino De Filippo, s’è già detto, è una semplice convenzione (la bontà disarmata, motrice di un intreccio artificioso e farsesco); quello di Laura Adani, la moglie, si disperde in una concitazione verbosa e in una meccanicità di reazioni che ci privano di qualsiasi sorpresa. I ragazzi son bravi, ma sfocati dentro personaggi di desolante banalità. Ha diretto il film Mauro Bolognini, che ci aveva piacevolmente sorpresi con "Gli innamorati”, quando per primo esplorò con tenerezza e ironia l’anima giovanile popolare: e che diede poi un'alta prova di sensibilità e di perspicacia in quel paesaggio di provincia che fu "Giovani mariti”. Stavolta si è limitato a manipolare con abilità, sovente con intelligenza, le facezie di un copione di origine teatrale e tutto costruito su un succedersi di artifici (s’è dovuto, per esempio, inventare un antefatto per giustificare l’incredibile coabitazione, la quale a sua volta deve giustificare l’entrata in scena dell’ex-casa chiusa). Bolognini ha perciò dovuto fidarsi delle facoltà personali degli attori: di Totò si è detto, vanno aggiunti Caprioli e la Valeri, il cui gioco teatrale è così scoperto che la scena iniziale col monsignore è tanto più bella quanto più palesemente falsa.

Vittorio Bonicelli, Tempo, 20 ottobre 1959


«Il problema dell'alloggio rappresenta per molti una questione spesso insuperabile a causa della impossibilità di appagare l'esigenza di un appartamento decoroso ed accogliente con il modesto introito mensile. E' di fronte a tale problema che si trova il protagonista di questo film di Mauro Bolognini tratto dalla commedia di De Majo e Cioli «Casa nuova, vita nuova»; [...] Mauro Bolognini ha diretto con brio la scabrosa vicenda, anche se non sempre è riuscito a mitigare gli squilibri della sceneggiatura oscillante tra il comico e il patetico. Bravi tutti gli interpreti del lungo cast; da Peppino De Filippo a Laura Adani, da Totò ad Achille Maieroni, da Giusi Dandolo a Lola Braccini, da Cristina Gajoni a Catia Caro, a Marcello Paolini, a Mario Valdemarin, a Franca Valeri a Vittorio Caprioli.»

«Il Messaggero», 19 settembre 1959


«E' un film d'argomento grasso che soltanto l'abile regia dell'intelligente Bolognini riesce a non far scivolare quasi mai nel cattivo gusto.[..] Gli attori sono bravissimi. [..] Totò un nonno da Oscar [...]».

Pietro Bianchi, 1959


«Amici che ancora sperate di cancellare la perniciosa legge Merlin, questo divertente e sapido film non mancherà di esercitare su di voi l'effetto opposto e di rattristarvi profondamchte! Infatti, nulla di peggio per una « causa » che quando al comincia a ridere au di essa! Pensate che Totò, sul finale, dalla finestra di una ex casa « chiusa » nella quale si e installata un'onesta famiglia, esclama. «Ve lo volete mettere in testa, ormai, che li hanno chiusi e che non li riapriranno più? Arrangiatevi!».
Ecco la ragione del titolo del film ed ecco, tra parentesi, il grido che popola le nostre strade di peripatetiche, di protettori e di aggressori giovani e vecchi: ma questo rischia di diventare un discorso serio, e la sede non è quella adatta. Mauro Bolognini, sul tema che si è detto, ha composto un film vivace, piacevole e gustoso, anche se il gusto non è sempre leggero: ma l'argomento giustifica (direi che richiede) certe sottolineature. [...]
Di Totò e di Peppino non v'é da fare gli elogi, troppe volte li abbiamo già fatti. Vi è da farli, invece, per Laura Adani, che si cimenta in una impegnativa parte cinematografica con tutta la sua valentia di attrice di prosa. [...]»

Vinicio Marinucci, «Momento Sera», 20 settembre 1959


«[...] Arrangiatevi! rischia di diventare la più divertente e importante commedia che il cinema italiano ci abbia dato negli ultimi anni. [...] C'è un Totò in gran forma, all'altezza dei suoi giorni migliori [...]».

Morando Morandini


«Le risorse degli italiani sono infinite, si sa. A questo carattere nazionale si adegua il film in modo specifico con l'imperativo del titolo e per l'argomento trattato, ma c'è dell'altro. Ogni popolo ha il suo genere d'umorismo ben distinto dagli altri, e l'umorismo del cinema italiano punta unicamente sulle figure e le situazioni della miseria. Si direbbe che da noi la miseria è una condizione che solletica le trovate allegre e fantasiose, quelle che si prestano, appunto, all'interpretazione comica fatta dal cinema. In realtà alla pittoresca rappresentazione si presta solo qualche zona tipica d'Italia dove tutto fa folklore. Nel film d'oggi ritroviamo le solite tribolazioni di un pover'uomo [...] Di dubbio gusto l'argomento sfruttato con una certa lepidezza non solo di linguaggio. Tenuta sul filo ambiguo dell'equivoco la recitazione di Peppino De Filippo e Totò [...] Ha diretto Mauro Bolognini.»

«Il Tempo», 19 settembre 1959


«Il regista Bolognini, sulle cui possibilità si è esagerato molto, parve dotato di certo garbo e di certa finezza, sempre nei limiti del film dialettale, quando si presentò con «Gli innamorati» e «Giovani mariti». Ma avendo già tutto speso quel poco che aveva, eccolo, con «Arrangiatevi» al film per caserme. [...] Nel volgare e grossolano impegno Totò, Peppino De Filippo e anche Laura Adani si prodigano con entusiasmo degno di miglior causa»

Mosca, «Corriere dell'Informazione», 4 ottobre 1959


«[...] E' una pellicola a doppia faccia: ben recitata dagli attori menzionati, circondati da Cristina Gaioni, Catia Caro, Mario Valdemarln, Marcello Paollni e Achille Maleroni, si accontenta d'uno spirito che non è sempre di prima scelta e che denuncia talvolta la mano pesante (le scene, ad esemplo, in cui intervengono Franca Valeri e Vittorio Caprioli), mentre riesce più equilibrata e convincente nei brani che si riferiscono al lato penoso della scabrosa situazione.»

«Corriere della Sera», 3 ottobre 1959


«Si deve convenire che questo film di Bolognini, pur non discostandosi fondamentalmente dal filone della commedia cinematografica dialettale, compiacentemente illustrativa di un'Italia volgare e qualunquistica, oziosa e cinica, che trova la sua emblematica raffigurazione nell'attore-personaggio Alberto Sordi, si fa notare poi per una più decorosa e misurata esecuzione e per un cauto tentativo di sostituire alla consueta e compiaciuta indolenza morale un atteggiamento di distacco e di giudizio attraverso il ricorso alla notazione satirica e all'ironico contrappunto. [...]»

Adelio Ferrero, 1959


La censura

La costruzione di un orinatoio, antico segnale di un vicino postribolo, scatena le ire di un onorevole missino che abita nelle vicinanze e viene a litigare col regista e col cast. Di lì a poco due ex gerarchi denunciano la cosa alla questura di Roma che chiede a sua volta conto alla Cineriz. Il regista Bolognini, che fino a quel momento si era rifiutato di anticipare alla censura la sceneggiatura, consegna un ingombrante copione di 646 pagine. Filippo Anfuso, ex ambasciatore di Salò, cerca intanto di mettere i bastoni fra le ruote al film; è forse anche a causa sua che la commissione di censura, vista la pellicola finita, decreta un insindacabile “vietato ai minori di 16 anni”.

A film distribuito i guai continuano. Il figlio del martire giuliano Nazario Sauro, e con lui diecimila esuli dell’Istria e della Dalmazia, si dicono offesi e indignati perché nella prima parte del film c’è una famiglia giuliana che parla in croato, e per una battuta paradossale di Totò su Nazario Sauro nella scena in cui litiga con Achille Majeroni:

Totò: “Cosicché, secondo la sua mentalità tardiva e bacata, Nazario Sauro l’ho impiccato io”.
Majeroni: “Mica lo avemo impiccato noialtri, ciò. Xè stati gli austriaci ad impiccarlo, ignorante di un ignorante che non xè altro".
Totò: “Non offenda sa... Non offenda sa! Io so soltanto una cosa. Che Nazario Sauro quando stava qui da noi stava bene. Mangiava, beveva, si divertiva, andava al cinematografo, eccetera, eccetera. Appena ha messo il piede un momentino dalle parti vostre, gli avete fatto la festa”.


Al ministero fanno quel che possono: ridoppiare il croato non è più tecnicamente possibile, tagliare le tre battute sì. Ma il tempo, e la provvidenziale mancanza di solerzia di qualche funzionario, salveranno il dialoghetto che riapparirà integro nelle copie trasmesse in tv e commercializzate in homevideo.

Alberto Anile


Documenti a cura del Ministero dello Spettacolo e dei Beni Culturali

Arrangiatevi 1a ed mini

Arrangiatevi 2a ed mini

Arrangiatevi Presentazione della 1 Edizione mini

Arrangiatevi Ieri oggi domani 13 Cinegiornale mini


Foto di scena, video e immagini dal set


I documenti


Arrangiatevi! fu girato in gran parte nella casa di tolleranza d'alto bordo di via Fontanella Borghese, a Roma. Dopo l’avvento della legge Merlin, le case erano state chiuse da una decina di giorni: quando vi entrammo per cominciare le riprese c’erano ancora le persiane fermate con il lucchetto, tutto l’arredamento intatto, e seduta in un angolo trovai la tenutaria, vestita di nero come se fosse a lutto. In piedi alle sue spalle, il genero le ripeteva in tono consolatorio: “Vedrete mammà che le riapriranno, si tratta di un periodo transitorio, forza, non prendetevela così!”. Quando, per girare, togliemmo i lucchetti alle persiane accadde il finimondo, perché i vicini non avevano ma visto quelle finestre spalancate. Ci fu persino un violento litigio tra Totò, Peppino De Filippo e l'onorevole Michelini del Msi che abitava nei pressi e sosteneva che era uno sconcio, un vero scandalo, che non si doveva mettere in mostra un ambientaccio simile, e di quel passo dove diamine sarebbe finita la moralità?
La gente, invece, e soprattutto quella bene, appariva intrigatissima dal casino. Difatti, siccome nel film c’era Laura Adani allora duchessa Visconti di Grazzano, avemmo svariate invasioni di blasonati che, con la scusa di farle un saluto, curiosavano in giro tra i lazzi di Peppino De Filippo che, dato il luogo, non aveva difficoltà a fare dell’umorismo un po’ pesante, pungolato dalle risate di Laura Adani. Fino al giorno in cui Totò, il quale nel privato viveva con dignità la sua discendenza principesca e non ammetteva di scherzarci sopra, la chiamò da parte per dirle che, quale appartenente a una grande famiglia, non doveva assolutamente stare a quegli scherzi, non era corretto che lo facesse.

Mauro Bolognini


La Legge Merlin, l'abolizione delle "case chiuse"

Lina Merlin

La legge 20 febbraio 1958, n. 75 è una legge della Repubblica Italiana, nota come legge Merlin, dal nome della promotrice nonché prima firmataria della norma, la senatrice Lina Merlin. Essa abolì la regolamentazione della prostituzione, chiudendo le case di tolleranza e introducendo i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. La prostituzione in sé, volontaria e compiuta da donne e uomini maggiorenni e non sfruttati, restò però legale, in quanto considerata parte delle scelte individuali garantite dalla Costituzione, come parte della libertà personale inviolabile (articolo 2 e articolo 13). La legge Merlin regola tuttora il fenomeno in Italia.


Il testo della legge "Merlin" del 20 febbraio 1958, n. 75

Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui.

Capo I - Chiusura delle case di prostituzione

Art.1

E' vietato l'esercizio di case di prostituzione nel territorio dello Stato e nei territori sottoposti all'amministrazione di autorità italiane.

Art.2

Le case, i quartieri e qualsiasi altro luogo chiuso, dove si esercita la prostituzione, dichiarati locali di meretricio ai sensi dell'art. 190 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, numero 773, e delle successive modificazioni, dovranno essere chiusi entro sei mesi dall'entrata in vigore della presente legge.

Art.3

Le disposizioni contenute negli artt. 531 a 536 del Codice Penale sono sostituite dalle seguenti: "E' punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da Euro 260,00 a Euro 10.400,00, salvo in ogni caso l'applicazione dell'art. 240 del Codice penale:
1) chiunque, trascorso il termine indicato nell'art. 2, abbia la proprietà o l'esercizio, sotto qualsiasi denominazione, di una casa di prostituzione, o comunque la controlli, o diriga, o amministri, ovvero partecipi alla proprietà, esercizio, direzione o amministrazione di essa;
2) chiunque avendo la proprietà o l'amministrazione di una casa od altro locale, li conceda in locazione a scopo di esercizio di una casa di prostituzione;
3) chiunque, essendo proprietario, gerente o preposto a un albergo, casa mobiliata, pensione, spaccio di bevande, circolo, locale da ballo, o luogo di spettacolo, o loro annessi e dipendenze o qualunque locale aperto al pubblico od utilizzato dal pubblico, vi tollera abitualmente la presenza di una o più persone che, all'interno del locale stesso, si danno alla prostituzione;
4) chiunque recluti una persona al fine di farle esercitare la prostituzione, o ne agevoli a tal fine la prostituzione;
5) chiunque induca alla prostituzione una donna di età maggiore, o compia atti di lenocinio, sia personalmente in luoghi pubblici o aperti al pubblico, sia a mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità;
6) chiunque induca una persona a recarsi nel territorio di un altro Stato o comunque luogo diverso da quello della sua abituale residenza, la fine di esercitarvi la prostituzione ovvero si intrometta per agevolarne la partenza;
7) chiunque esplichi un'attività in associazioni ed organizzazioni nazionali ed estere dedite al reclutamento di persone da destinare alla prostituzione od allo sfruttamento della prostituzione, ovvero in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo agevoli o favorisca l'azione o gli scopi delle predette associazioni od organizzazioni;
8) chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui.
In tutti i casi previsti nel n. 3) del presente articolo alle pene in essi comminate, sarà aggiunta la perdita della licenza d'esercizio e potrà anche essere ordinata la chiusura definitiva dell'esercizio.
I delitti previsti dai numeri 4) e 5), se commessi da un cittadino in territorio estero, sono punibili in quanto le convenzioni internazionali lo prevedano.

Art.4

La pena è raddoppiata:
1) se il fatto è commesso con violenza minaccia, inganno;
2) se il fatto è commesso ai danni [di persona minore degli anni 21 o]* di persona in stato di infermità o minoranza psichica, naturale o provocata;
3) se il colpevole è un ascendente, un affine in linea retta ascendente, il marito, il fratello, o la sorella, il padre o la madre adottivi, il tutore;
4) se al colpevole la persona è stata affidata per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza, di custodia;
5) se il fatto è commesso ai danni di persone aventi rapporti di servizio domestico o d'impiego;
6) se il fatto è commesso da pubblici ufficiali nell'esercizio delle loro funzioni;
7) se il fatto è commesso ai danni di più persone;
7 bis) se il fatto è commesso ai danni di una persona tossicodipendente.
(* Parole soppresse dall’articolo 18 della legge 3 agosto 1998, n. 269).

Art.5

Sono punite con la sanzione amministrativa pecuniaria da Euro 16,00 a 93,00 le persone dell'uno e dell'altro sesso:
1) che in luogo pubblico od aperto al pubblico, invitano al libertinaggio in modo scandaloso o molesto;
2) che seguono per via le persone, invitandole con atti e parole al libertinaggio.
Le persone colte in contravvenzione alle disposizioni di cui ai nn. 1) e 2), qualora siano in possesso di regolari documenti di identificazione, non possono essere accompagnate all'Ufficio di pubblica sicurezza.
Le persone accompagnate all'Ufficio di pubblica sicurezza per infrazioni alle disposizioni della presente legge non possono essere sottoposte a visita sanitaria.
(Modificato dall’articolo 82 Decreto Legislativo 30 dicembre 1999, n. 205).

Art.6

I colpevoli di uno dei delitti previsti dagli articoli precedenti, siano essi consumati o soltanto tentati, per un periodo variante da un minimo di due anni ad un massimo di venti, a partire dal giorno in cui avranno espiato la pena, subiranno altresì l'interdizione dai pubblici uffici, prevista dall'art. 28 del Codice penale e dall'esercizio della tutela e della curatela.

Art.7

Le autorità di pubblica sicurezza, le autorità sanitarie e qualsiasi altra autorità amministrativa non possono procedere ad alcuna forma diretta od indiretta di registrazione, neanche mediante rilascio di tessere sanitarie, di donne che esercitano o siano sospettate di esercitare la prostituzione, né obbligarle a presentarsi periodicamente ai loro uffici.
E' del pari vietato di munire dette donne di documenti speciali.

Capo II - Dei patronati ed istituti di rieducazione

Art.8

Il Ministro per l'interno provvederà, promuovendo la fondazione di speciali istituti di patronato, nonché assistendo e sussidiando quelli esistenti, che efficacemente corrispondano ai fini della presente legge, alla tutela, all'assistenza ed alla rieducazione delle donne uscenti, per effetto della presente legge, dalle case di prostituzione.
Negli istituti di patronato, come sopra previsti, potranno trovare ricovero ed assistenza, oltre alle donne uscite dalle case di prostituzione abolite nella presente legge, anche quelle altre che, pure avviate già alla prostituzione, intendano di ritornare ad onestà di vita.

Art.9

Con determinazione del Ministro per l'interno sarà provveduto all'assegnazione dei mezzi necessari per l'esercizio dell'attività degli istituti di cui nell'articolo precedente, da prelevarsi dal fondo stanziato nel bilancio dello Stato a norma della presente legge.
Alla fine di ogni anno e non oltre il 15 gennaio successivo gli istituti di patronato fondati a norma della presente legge, come gli altri istituti previsti dal precedente articolo e che godano della sovvenzione dello Stato, dovranno trasmettere un rendiconto esatto della loro attività omettendo il nome delle persone da essi accolte.
Tali istituti sono sottoposti a vigilanza e a controllo dello Stato.

Art.10

Le persone minori di anni 18 che abitualmente o totalmente traggono i loro mezzi di sussistenza dalla prostituzione saranno rimpatriate e riconsegnate alle loro famiglie, previo accertamento che queste siano disposte ad accoglierle.
Se però esse non hanno congiunti disposti ad accoglierle e che offrano sicura garanzia di moralità saranno per ordine del presidente del tribunale affidate agli istituti di patronato di cui nel precedente articolo.
A questo potrà addivenirsi anche per loro libera elezione.

Art.11

All'onere derivante al bilancio dello Stato verrà fatto fronte, per un importo di 52.000,00 Euro, con le maggiori entrate previste dalla legge 9 aprile 1953, n. 248.

Capo III - Disposizioni finali e transitorie

Art.12

E' costituito un Corpo speciale femminile che gradualmente ed entro i limiti consentiti sostituirà la polizia nelle funzioni inerenti ai servizi del buon costume e della prevenzione della delinquenza minorile e della prostituzione.
Con decreto Presidenziale, su proposta del Ministro per l'interno, ne saranno determinati l'organizzazione ed il funzionamento.

Art.13

Per effetto della chiusura delle case di prostituzione presentemente autorizzata entro il termine previsto dall'art. 2, si intendono risolti di pieno diritto, senza indennità e con decorrenza immediata, i contratti di locazione relativi alle case medesime.
E' vietato ai proprietari di immobili di concludere un nuovo contratto di locazione colle persone sopra indicate.

Art.14

Tutte le obbligazioni pecuniarie contratte verso i tenutari dalle donne delle case di prostituzione si presumono determinate da causa illecita.
E' ammessa la prova contraria.

Art.15

Tutte le disposizioni contrarie alla presente legge, o comunque con essa incompatibili, sono abrogate.


1958 09 21 Noi Donne Legge Merlin intro


A pochi giorni dall'entrata in vigore della legge, le donne delle “case chiuse” hanno scritto alla on. Merlin centinaia di lettere. Ne pubblichiamo alcune tra le più drammatiche e significative, capaci di smentire gli ipocriti argomenti che per tanti anni hanno giustificato resistenza di leggi e costumi incivili.


1958 09 21 Noi Donne Legge Merlin f1La chiusura delle «case» è l’argomento del giorno, ha raggiunto le prime pagine dei giornali, fa lanciare appelli ai tutori della salute pubblica, provoca l’insonnia a molti padri di famiglia. Ascoltando tutto questo clamore si direbbe che un esercito di lebbrose stia per invadere l’Italia con il preciso intento di rovinare la famiglia alle sue sacrosante radici. I più moderati e realisti fra certi giornali, tranquillizzano l’opinione pubblica trascurando il problema di principio e sostenendo che in fondo si tratta solo di quattromila donne, troppo poche per gettare lo scompiglio in una nazione. Ci sembra a questo punto che un curioso aiuto alla comprensione di quanto sta avvenendo, a ciò che sta provocando la legge Merlin possa venirci dal ricordo di una commedia: «L’ispettore in casa Birling» di J.B. Priestly. La famiglia Birling è assolutamente per bene, ha raggiunto un assetto decoroso, è circondata dal rispetto dei vicini, saldata dall’affetto e dalla stima reciproca dei suoi membri. Un giorno in questo tiepido e ben protetto nido capita un ispettore di polizia che sta conducendo indagini per il suicidio di una ragazza. Alla fine nessuno risulterà direttamente colpevole; ma nel corso delle indagini la rispettabilità, la compostezza, la serenità, sono andati a pezzi perchè ognuno è stato messo davanti ai propri atti e alle proprie responsabilità e per la prima volta ha conosciuto se stesso e gli altri. E’ bastata una circostanza imprevedibile perchè la crosta di rispettabilità e di ipocrisia di cui si rivestiva questo piccolo nucleo sociale saltasse.

Che in Italia esistessero dei luoghi ove la prostituzione era legalizzata, organizzata, e rendeva fior di quattrini a un gruppo di sfruttatori, tutti lo sapevano fino a ieri e fino a ieri l’altro. Che la maggior parte delle donne che vi giungevano erano delle infelici, più che delle colpevoli, ingannate, abbandonate alla miseria, incapaci di riformarsi una vita, era altrettanto noto. Eppure la morale corrente aveva ricoperto questa vergogna come se si trattasse dell’unico rimedio a vergogne ancora più gravi. Ed ecco arrivare questa legge a muovere le acque, a sollevare interrogativi di ogni genere — morali, sociali, giuridici, sanitari, di costume. Ecco ognuno di fronte a se stesso, ecco tutta la società della seconda metà del ventesimo secolo che vede ripresentarsi, in questa occasione, mali che non è riuscita ad eliminare. Così la legge Merlin diventa un atto di accusa e insieme un banco di prova offerto alla buona volontà di chi ci governa. Perchè si tratta sì di una vittoria e guai a noi se lo dimenticassimo, ma tale vittoria non potrà dirsi definitiva se non si appoggerà su un terreno fertile, dove la prostituzione — intèsa come degradazione della personalità umana — possa scomparire. Così come è avvenuto in Cina (e non in Francia che pure ha visto chiudersi le sue «case») dove, come racconta Piero Calamandrei, negli istituti di rieducazione non esistono donne che si sentono «ex-prostitute, ma sono operaie intente al lavoro», tanto sono state introdotte in un mondo e in una morale sociale nuova. Oggi noi viviamo in un periodo in cui vivissime sono le contraddizioni, in cui il Parlamento, sotto la spinta delle richieste più avanzate dei cittadini, è costretto ad approvare leggi progressive. Tuttavia queste leggi non rappresentano molte volte una tappa raggiunta, perchè la loro applicazione è ancora tutta da conquistarsi.
Tocca allora di nuovo ai cittadini, intervenire, non lasciar cadere quanto hanno ottenuto.

Ma l’immaginario ispettore della commedia di Priestley non è arrivato, sotto forma della legge Merlin, soltanto per la società in generale. E’ arrivato anche per ogni uomo italiano individualmente, dato che i difensori delle case chiuse si preoccupano più della sorte degli uomini che delle donne che riotterranno la libertà. Questi uomini italiani che tutta una letteratura ci ha esaltato come campioni della seduzione, amatori nati per motivi territoriali, e che oggi appaiono come dei neonati indifesi. Tale deprimente ritratto sembrerebbe quasi dar ragione all’autore di un libro che ha fatto scandalo — il francese Revel — che ha scritto che il famoso «gallismo italiano non è che un complesso di frustrazione e che i grandi amatori italiani non sono in realtà che dei pigri che non sanno sedurre con successo che le ospiti delle case». Oggi la chiusura di questi centri organizzati della prostituzione vale a metterli di fronte al problema della loro dignità e della dignità della donna, nell’amore, un problema che la maggior parte di essi ha sempre evitato di porsi e non è male infine affrontare per salvarsi dalla retorica e dalla calunnia.

L’ispettore è arrivato infine per ogni famiglia. Si è scoperto così che esistono lacune, debolezze di cui ci si è preoccupati troppo poco, esigenze che sono state sottovalutate. Prima di tutto l’educazione dei figli. Troppo spesso padre e madre hanno lasciato che essi facessero le loro esperienze in un campo delicato come quello dei rapporti sessuali, completamente ignoranti e soli, operando solo una feroce azione di controllo perchè la figlia femmina non mettesse in pericolo quelle doti che potevano garantirle un buon matrimonio. Del maschio sempre poco ci si è preoccupati da questo punto di vista. «E’ un maschio» hanno sempre sostenuto i genitori e spesso hanno pensato che fosse addirittura bene che egli frequentasse le «case» dove le regole igieniche erano rispettate, senza pensare che anche un ragazzo ha dei problemi profondi, può essere vittima di un trauma, rischia di portare nella vita matrimoniale la delusione e il disgusto dell’esperienza fisica acquisita in una casa organizzata per il vizio. Capire i propri figli, seguirli, considerarli esseri umani con una i personalità da plasmare giorno per giorno, delicata e sensibile come quella di tutte le creature in sviluppo, maschi e femmine che siano, ecco una responsabilità urgente e che ci sembra chiara oggi per ogni famiglia; : accanto alla convinzione sempre più precisa che i problemi sessuali si legano strettamente ai problemi dell’amore, e che non esistono settori separati in cui un giovane ama con il cuore o con i sensi. Queste le vere preoccupazioni che la legge Merlin suscita. Non si tratta di preoccupa- . zioni allarmistiche, bensì di impegni da prendere verso noi stessi e verso le giovani generazioni che nella società, nella famiglia e nella scuola debbono trovare meno ipocrisia e più aiuto. No, non hanno ragione quelli che oggi dicono che era meglio non sollevare un tale vespaio: la famiglia Birling ha la speranza di vivere meglio se non dimenticherà la visita dell’ispettore e non continuerà a vivere come se niente fosse accaduto: noi abbiamo la speranza di migliorare la nostra vita se oltre alle case chiuse riusciremo a far sì che scompaia la «civiltà» che le ha prodotte.

Giuliana Dal Pozzo


Sarà la nostra salvezza

Egregia Senatrice Onorevole Merlin,

lei mi conosce, signora, perchè sono una di quelle «signorine» che le ha già scritto una volta denunciando tutte le angherie che siamo soggette da parte delle tenutarie, che dicono che a noi non si deve credere perchè siamo prostitute. Come osano chiamarci dopo che se hanno soldi e beni li hanno proprio per le prostitute. Dicono che abbiamo un buon letto e una buona tavola, sono tutte fandonie, perchè in certe case dove si mangia un po’ discreto, oltre alla metà dell’incasso si tengono quattromila lire sulla nostra quota, più le spese giornaliere; poi nelle case dove la pensione è minore sono più le volte che le pietanze tornano in cucina che quando si mangiano. Mai che arrivi un controllo dell’assistenza sanitaria nelle ore dei pasti. Dicono le tenutarie che noi «signorine» siamo delle ingrate e che se non fosse per loro i nostri figli morirebbero di fame; ma il motivo delle nostre proteste è questo che ora le spiego: la tenutaria avendo ragazze che fanno sessanta mila lire d’incasso al giorno butta fuori chi ne fa molte di meno senza preoccuparsi se queste hanno figli ed anche debiti da pagare. Quando siamo giovani e piacenti ci prendono con le buone e ci sopportano anche se si fa qualche scatto, viceversa se una disgraziata che rende poco dopo anni di sfruttamento fa lo stesso scatto, allora non viene più tenuta.

Egregia signora Merlin io con le mie amiche e colleghe la ringraziamo tanto perchè fa un’opera buona a chiudere queste case perchè sarà la nostra salvezza. Anche dopo tanti anni si usciva da queste case come quando siamo entrate. La ringraziamo tutte insieme, siamo

Ragazze di una casa chiusa


L’illusione del controllo

Cara Senatrice Merlin,

io che le scrivo ho avuto la sventura di conoscere tutti gli orrori delle «case» legalizzate. Vorrei essere accanto a lei quando dovrà affrontare tutti gli insulti che le verranno per la sua legge anche da parte di dottori: questi inqualificabili laureati dovrebbero essere processati nelle piazze davanti al popolo; se si facessero inchieste in proposito risulterebbero cose da far inorridire le pietre! I dottori — che io conosco — quando visitano si limitano ad una frettolosissima visita esterna (nel giro di pochi minuti visitano dieci donne, anche più). Son ben rare le località dove ogni tanto fanno un vetrino per l’accertamento della «malattia»: per esempio, in certe località il giorno stabilito dal controllo vengono a firmare il «prospetto» e in certe località gli portano addirittura il registro a casa da firmare. Della peggiore «malattia» se ne occupano soltanto nel caso che le donne vadano privatamente da loro spendendo migliaia e migliaia di lire per una puntura endovenosa e qualcosa meno per una puntura semplice. Se dovessero proibire la «prestazione» a quelle con la «malattia» positiva ne risulterebbe uno svantaggio per le tenutarie che dovrebbero darsi da fare per procurarsi «altra merce».

Nelle città dove vi sono tanti soldati per non farli ammalare tutti anziché visitarci e curarci, li obbligano a usare sistemi di «protezione». I civili invece possono vivere nella beata illusione «del controllo sanitario». Ecco signora in mano di chi è affidata la salute di un popolo. Signora, gli uomini debbono smetterla di farsi una gloria del fatto che in una sudicia società sia loro così facile trovar tante sventurate chiuse in una casa. Magari ci fosse stata una legge come la sua quando fui indotta a buttarmi nel baratro della prostituzione! Dio la protegga signora! Questo è il mio augurio. .Dio la protegga e le dia bene e felicità. Mi perdoni se non oso firmare la presente: io so che i mercanti di schiave non mi perdonerebbero di averle scritto quanto sopra.

Le bacio le mani.

Una donna


Chi mi darà lavoro?

Signora, mancano pochi giorni alla chiusura. Sono una di quelle «signorine» con due figli a carico. Ho trent’anni e da dieci sono nelle case per mantenere i figli e non far mancare loro nulla. Signora, solo oggi ho capito che cosa c’è di bello nella sua legge, solo oggi perchè la mia bambina cresce e vuole sapere perchè la sua mamma non va a trovarla tutte le domeniche, come le altre mamme.

Anch’io potrei essere come tutte le altre mamme con la sua legge, ma che ne sarà di me? Signora, la mia vita non è stata che una tragedia, sono caduta così in basso che temo di non rialzarmi mai più ma almeno con il denaro mantenevo bene i miei figli e loro non avrebbero mai conosciuto quello che ho passato io. Ero una ragazza che aveva finito le medie, sono rimasta orfana a 17 anni con una tragedia familiare che non posso raccontarle perchè mi riconoscerebbero. Un uomo mi disse che mi voleva bene e che mi avrebbe sposata, i due figli sono suoi, ma non li volle riconoscere. Poi la casa, e giù in basso anche se guadagnavo bene e mettevo tutto sui miei figli. Ma adesso signora, chi mi darà lavoro, chi provvederà ai miei figli?

Signora Merlin, piuttosto che i miei figli vadano a finire nell’orfanotrofio dei poveri, piuttosto è meglio che ci leghino a noi «disgraziate» una pietra al collo insieme ai nostri figli. Lei ha fatto una legge santa, santa perchè mia figlia non correrà il pericolo di conoscere questi orrori, ma lei pensa che la questura non ci terrà legate ugualmente? Segnate a dito in qualche ospizio, chi ci darà il lavoro, signora? Mi metto in ginocchio dinanzi a lei e chiedo che prosegua la sua battaglia e la controlli, ci segua signora perchè noi sappiamo che lei è una donna di cuore ma non ho nessuna fiducia nella questura e nei governanti. Ci perseguiteranno e ci butteranno nella strada? Signora siamo nelle sue mani, io e i miei figli. Scusi onorevole Signora Merlin il mio ardire, e se anche sono una prostituta accetti il mio ossequio rispettoso.

Una donna che da dieci anni non vede il sole.


Così la legge: abolisce una vergogna, affronta i problemi del futuro.

La legge Merlin non è diretta ad abolire la prostituzione (terribile piaga sociale che non sarebbe certo possibile pretendere di cancellare con una semplice legge), ma a sopprimere la regolamentazione della prostituzione. Essa cioè tende ad impedire che nell’ambito dello Stato possa esistere una prostituzione organizzata e che ci siano individui che dallo sfruttamento del vizio e della miseria traggano profitto. Naturalmente, però, la legge vuole essere anche un primo passo verso la elevazione della pubblica morale e vuol porre le basi di una più vasta battaglia contro le condizioni sociali e di costume che sono alla origine della prostituzione.

Sono divenuti reati

Il capitolo primo della legge si occupa della chiusura delle case di tolleranza in tutto il territorio dello Stato. Le case sono in Italia attualmente 750 e le donne che vi sono rinchiuse ammontano a circa 4.000. Accanto a questa disposizione, naturalmente, la legge prevede pene severe per chiunque gestisca una casa di prostituzione, chiunque tolleri nei locali di sua proprietà la presenza abituale di persone dedite alla prostituzione, chiunque recluti una persona al fine di farle esercitare la prostituzione, chiunque partecipi alla tratta delle bianche o comunque sfrutti o favorisca la prostituzione altrui. La legge prevede anche numerose aggravanti per determinati casi: se, ad esempio, il reato è commesso con violenza o inganno; se il reato è commesso ai danni di minore o di persona della propria famiglia o di persona alle proprie dipendenze, e così via.

Infine, la legge prevede pene anche per coloro che Invitano al libertinaggio. Nello stesso tempo, la legge proibisce che le autorità di Pubblica sicurezza registrino in alcun modo o sottopongano a visita sanitaria le prostitute o rilascino loro un qualsiasi documento speciale. Questa ultima misura tende ad impedire che, come purtroppo avviene oggi, donne arrestate per tutt’altri motivi possano essere sottoposte a umilianti visite sanitarie e, d’alta parte, tende a far sì che siano rispettati i diritti della persona umana in ogni circostanza e non si possa, quindi, bollare con un marchio incancellabile chi, pur portato da cause diverse sulla terribile via della prostituzione, può sempre un giorno riabilitarsi e riparare al passato. D’altra parte, esiste un’altra legge diretta a favorire la lotta contro le malattie veneree e a diffondere la salute pubblica.

Le vie della rieducazione

Il secondo capitolo della legge tratta dei patronati e degli istituti di rieducazione per le donne che escono dalle case chiuse e per tutte coloro che vogliano mutare vita. E’ questa la parte che il governo dovrà applicare con più puntualità: la legge stabilisce che lo Stato faccia fronte agli oneri derivanti da questi istituti con un primo stanziamento di 100 milioni e con altre somme stanziate nei futuri bilanci. Proprio in queste settimane, discutendo dei vari bilanci, il Parlamento dovrà affrontare questo importante problema.

Nelle disposizioni transitorie, infine, la legge prevede fra l'altro l’istituzione di un corpo speciale femminile di polizia che si occupi dei servizi del buon costume, della prevenzione della delinquenza minorile e della prostituzione. Tali corpi esistono già in molti altri Paesi e si sono dimostrati particolarmente adatti ai loro scopi delicati.

«Noi donne», anno XIII, n.37, 21 settembre 1958



Cosa ne pensa il pubblico...


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I commenti degli utenti, dal sito www.davinotti.com

  • Decisamente uno dei film migliori interpretati dalla coppia Toto` - De Filippo, diretti da un signor regista come Bolognini (e si vede). Benche` Toto` abbia solo una parte minore rispetto a De Filippo, la sua presenza e` incisiva in un film in cui la sceneggiatura e` molto piu` curata che in altre occasioni cosi` come la caratterizzazione dei personaggi. Buona nel complesso la prova del cast, anche per i ruoli minori.

  • Ottima variatio sulla questione abitativa (già affrontata da Totò in chiave più surreale) in un lavoro corale, con qualche flessione qua e là ma complessivamente buono. Gran parte del merito come al solito va agli interpreti di classe, con menzione speciale (non sorprendente) per Caprioli e la Valeri ("Siberia"... ). Trapelano temi evidentemente sempiterni.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La pedicure del prelato con incursione di Caprioli. La Valeri "C'ho 'r tacco dodici".

  • Alla fine, ti lascia in bocca un gusto dolce-amaro, come il cioccolato fondente e quindi decisamente buono. Bravo Peppino, che fa i salti mortali per trovare una casa e poi... Mentre Totò (qui suocero di De Filippo) è più una spalla. Gli dà manforte, ha dei momenti gustosi (i suoi commenti, lo scervellarsi per capire perchè quella casa non gli era nuova), ma lascia il campo a Peppino che, una volta di più, si dimostra abile attore, senza strafare. Un po' forzata l'interpretazione della moglie (Laura adani) e eccessivamente scemo il figlio militare. Riempipellicola gli scambi giornalista-figlia.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il truffatore, che dice alla donna; "Stai silenzio!". Totò, che scollando la carta da parati, vede il dipinto di una donna nuda e ha l'illuminazione.

  • Storia condotta con maestria su un binario agrodolce che non ricorre a sketch troppo teatrali né intende calcare la mano sul sociale. Ecco allora che quasi tutti i personaggi funzionano alla grande, a cominciare da un Totò che lascia condurre la danza a De Filippo ma ritaglia per sé alcune mosse/uscite esilaranti. Gli equivoci paralleli (l'acquisto, la casa chiusa, i soldati..) scorrono senza intoppi e si ride con piacere. Morale di fondo: le case chiuse erano assai affollate.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Il moltiplicarsi della famiglia slava. Totò che scopre il dipinto.

  • Commedia drammatica di apprezzabile sobrietà ben diretta da Bolognini e interpretata da un cast affiatato. Al contrario di altre occasioni De Filippo e Totò, anche se in certe occasioni sono molto divertenti, si contengono entrambi, risultando misurati. Ma non è un difetto, anzi. Ottimo anche il resto del cast, dove primeggiano Franca Valeri e Vittorio Caprioli. Da riscoprire.

  • La legge Merlin è appena entrata in vigore e Mauro Bolognini ne approfitta per girare questo film tratto da una commedia (Casa nova vita nova), del 1956, antecedente quindi alla legge in questione. È un'Italia che si arrangia in tutti i modi e non solo per trovare casa. Un'Italia dimenticata ma che, per certi aspetti, assomiglia a quella di ora; o meglio, quella di ora assomiglia a quella degli anni 50. La parte drammatica del film è speciale e si affianca ad una parte (quella dei giovani), di livello inferiore. Resta comunque un buon lavoro.

  • Funziona a dovere la commistione tra la commedia impegnata e la comicità di cui sono autori Totò e Peppino, coinvolti in un tema socialmente delicato come quello della prostituzione e delle case chiuse. È una valida testimonianza di un modo di pensare e di vivere un cambiamento in un preciso periodo storico del nostro Paese che Bolognini ha saputo riproporre in tutta la sua essenza, al punto di avvicinarsi quasi al drammatico.

  • Uno dei film con Totò più complessi e stratificati, nel quale peraltro viene trattato un teme scottante e tabù per l'epoca come quello della "chiusa delle case chiuse" (il titolo è null'altro che l'ipotetica esclamazione di sbeffeggio della senatrice Merlin). La mano autoriale di Bolognini si fa sentire ed il Principe si ritaglia una parte comprimaria ricca di sfumature, ora riflessiva ora comica e divertente, come nelle commedie di Mastrocinque e Mattoli. Caprioli intrallazzatore meschino è strepitoso, come anche la Valeri, svampita ed ambigua.

  • Gradevole commedia ben diretta da Mauro Bolognini in cui si miscelano sorrisi e alcune lacrimucce con un bel cast dove primeggiano in bravura Peppino De Filippo, Laura Adami, Franca Valeri e un Totò che stavolta fa da spalla di lusso a Peppino. Si parla di case chiuse con garbo ed eleganza senza mai finire nel becero e è questo il pregio di questo film.

  • Anche in questo caso una trama robusta e originale, sceneggiata in punta di penna da Benvenuti e De Bernardi, giova a Peppino e Totò e gli permette di tirare fuori le loro grandi capacità attoriali. Molto bravi anche Caprioli, incontenibile, la solita Valeri e la grande Raspani Dandolo. Si ride spesso, quasi sempre amaro, come nella tradizione del miglior Pirandello. Il film si ispira alla realtà contemporanea, quando la legge Merlin aveva cambiato le abitudini di buona parte dei maschi italici, ma la tematica universale lo rende ancora godibile.
    • MOMENTO O FRASE MEMORABILI: I battibecchi fra Totò e Majeroni; L'Associazione inquilini ex case chiuse.

  • Una delle poche commedie sociali interpretate da Totò. Qui il Principe della risata ha un ruolo defilato, fa il padre del protagonista De Filippo, ma la sua innata maschera triste, malinconica e, addirittura, desolata esprime tutta al sua forza iconica primordiale, confermandosi un luminoso scampolo di neorealismo ancora vivente. Bolognini riesce ancora a divertire gli spettatori (in seguito non ci riuscirà più) ma pure a far loro riflettere su uno dei problemi più urgenti del dopoguerra: la carenza di case, soprattutto in città. Buon film di mestiere.

  • Grande commedia grottesca, ma con sfondo drammatico sul dopoguerra italiano e sull'evoluzione dei costumi. A parte gli attori di contorno (e le loro storielle) che sono poca cosa, il "top" di questo film è raggiunto da Peppino e Totò (questa volta di spalla). Il film, ben rappresenta il classico modo di vivere al quale è costretto l'italiano medio. Ossia, in ogni situazione... arrangiarsi!

  • Il valore di un regista come Bolognini, per un film esilarante, con una leggera vena di malinconia. Per me "Totologo "convinto non è facile dover ammettere l'immensa bravura di Vittorio Caprioli che in questo film arriva a livellli di recitazione altissimi. La storia è malinconica e quell'arrangiatevi! farà la fortuna di una intera categoria professionale: gli oculisti!• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Totò che si ricorda della sora Gina, mitico!

  • Spassosa commedia degli equivoci che oltre a divertire racconta il cambiamento dell'Italia di allora, citando persino l'esodo istriano. Stavolta Totò è poco più di una spalla, ma la storia funziona grazie a una sceneggiatura leggera e lineare e alla buona prova di tutti gli attori. Buono.

  • La più classica commedia degli equivoci, incentrata su un evento allora di immediata attualità, alquanto briosa seppur con un Totò messo un po' in disparte ed una parte femminile del cast sottotono. Nella prima parte funziona bene lo scontro fra le due famiglie in forzata convivenza, mentre dopo il trasloco si perde un po' di ritmo ed il personaggio della moglie acquista troppo peso. Ad un De Filippo in buona forma tocca il ruolo di mattatore, ma si sente la mancanza di una spalla più presente. Particina gradevole per la Valeri. Gradevole.• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: "Endruga sina"; il trasloco; la scoperta dell'affresco.

  • La legge Merlin ha chiuso le case chiuse, ma non le ha cancellate facilmente dalla mentalità ipocrita e bigotta: come tante altre cose, tutti lo fanno, tutti ci sono passati (anche nonno Totò!), tutti magari lo rimpiangono come rito virile ma non possono ammetterlo. Il film, divertente e con protagonisti in stato di grazia, dice tutto ciò, prima di un happy end talmente frettoloso e insulso da risultare volutamente provocatorio: la figlia di buona famiglia va in sposa ad un militare che sarà perito industriale. Auguri...• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Scena illuminante: madre e figlia piangono. L'una perché il marito nel casino c'è stato, l'altra perché il noioso fidanzato sportivo non c'è mai stato...

  • Grandissimo film sul reale clima del dopoguerra italiano. Bolognini dirige uno straordinario Peppino De Filippo e un Totò qui ai suoi massimi livelli! Monumentale capolavoro da vedere e conservare, da riproporre alle nuove generazioni. Segnalo anche un bravissimo Vittorio Caprioli, sempre azzeccato!• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: La tenacia e il coraggio di Peppino De Filippo; La frase finale di Totò!

Le incongruenze

  1. Il film inizia nel 1945 appena finita la guerra mondiale, Peppino De Filippo per raggiungere l'ufficio alloggi si serve di una camionetta, mezzo che in quell'epoca sostituiva in molti casi l'autobus per carenza di mezzi, senonchè tale camionetta è un camion leggero FIAT 615N che verrà prodotto solamente a partire dal 1956, ben undici anni dopo.
  2. Quando arrivani i seminaristi per la benedizione della casa, c'è una inquadratura da lontano dove Peppino De Filippo appare abbastanza distante dall'attrice che interpreta la moglie, quando lei dice la battuta rivola a De Filippo appaiono vicinissima, alla ripresa dell'inquadratura larga sono di nuovo lontanissimi.

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1959-Arrangiatevi 01
L'edicola dove Peppino va a fare il pedicure all'edicolante (mentre lavora!) era posta poco distante dai palazzoni del tiro alla fune e più precisamente in Viale Nobiliore a Roma (traversa di via Stilicone).
Il palazzo grande che si vede alla destra dell'edicola è lo stesso (ma qui è la facciata laterale) di uno di quelli visibili nel tiro alla fune. Ma quelli visibili anche in streetview sono altri palazzi sempre in via Stilicone e cioè quelli segnati con A e B.
1959-Arrangiatevi 04mini
Per correttezza riportiamo anche qui la stessa tavola che comprende sia il tiro alla fune che l'edicola
Il luogo dove Peppino Armentano (Peppino De Filippo) incontrerà Pino Calamai (Vittorio Caprioli) per affidargli i soldi della caparra dati dalla moglie (cercherà di raddoppiarla scommettendo sull'esito della fumata bianca nel conclave per l'elezione del nuovo pontefice) è l'Ex cinodromo di Ponte Marconi in Via della Vasca Navale a Roma. Qui l'edificio A
In basso, a destra, l'edificio B, che conferma la location
 
Sopra, a sinistra, un'immagine totale che mostra il luogo con i due riferimenti
  

L'incrocio presso il quale i commilitoni di Nicola (Paolini) gli chiedono di poter andare a casa sua per cambiarsi per la libera uscita è quello tra Via Carlo Alberto Dalla Chiesa e Viale Giulio Cesare a Roma. Notare la serie di finestre lungo Via Carlo Alberto Dalla Chiesa

  
Un palazzo lungo viale Giulio Cesare
  
Il mercato dove Peppino Armentano (De Filippo) vende il proprio cappotto a un ambulante per rimediare il denaro per un taxi è quello di Porta Portese in Via Portuense a Roma.
  
  Il punto dove il profugo istriano, che cerca di accaparrarsi lo stesso appartamento visto da Peppino Armentano (De Filippo), si attacca al camion/bus su cui quest'ultimo è salito è in Lungotevere Aventino a Roma.

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Riferimenti e bibliografie:

  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "L'avventurosa storia del cinema italiano", Franca Faldini e Goffredo Fofi, Cineteca di Bologna, 2011
  • "Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • Documenti censura sul sito cinecensura.com
  • Vittorio Bonicelli, "Arrangiatevi", Tempo, 20 ottobre 1959
  • «Noi donne», anno XIII, n.37, 21 settembre 1958
  • Alberto Ceretto, «Corriere d'Informazione», 27 maggio 1959
  • "Totò, femmene e malafemmene", Liliana de Curtis e Matilde Amorosi, RCS Libri, Milano, 2003