Maria Cristina Gaioni — Somiglia a un'eroina di Cechov
Il ritratto della giovane attrice premiata con il Nastro d’Argento

Nell’aprile del 1960 il settimanale «Tempo» dedica a Maria Cristina Gaioni un ritratto intimo e insolito, lontano dalle consuete celebrazioni del divismo cinematografico. La giovane attrice milanese ha già lavorato con registi come Renato Castellani, Pietro Germi, Mario Camerini e Jean Delannoy, ha recitato accanto ad Anna Magnani e Giulietta Masina e ha conquistato un Nastro d’Argento. Eppure continua ad arrossire per una parola fuori posto, a confondersi davanti a uno sconosciuto e a vivere in un mondo fatto di sogni, animali, musica e fantasie. Più che una diva del cinema italiano, appare come una fragile eroina uscita da un racconto di Cechov.
Maria Cristina Gaioni ha fatto solo film di qualità e ha già vinto un Nastro d’Argento. Tuttavia è una fanciulla che arrossisce ancora al più piccolo sbaglio.
Roma, aprile
«Come fa a sapere che mi piace il treno?...». Maria Cristina Gaioni mi fissa con i suoi occhi tutti meraviglia; e, di colpo, la situazione è apparentemente capovolta. Infatti, se c’è qualcuno che dovrebbe essere meravigliato, quello sono io. Stavo aspettando che la porta di casa si aprisse, quando un rombo improvviso, accompagnato da un fischio lacerante, ha fatto sobbalzare la casa. Poi, come evocata da quel suono, è comparsa Maria Cristina, inquadrata in una grande specchiera, (è forse uscita da lì?), con gli occhi un po’ smarriti, agitando le mani nell'aria e mormorando: «Mi scusi, sono bagnate, mi scusi...». E non si capisce se vuol stringermi la mano oppure no, poi me la dà ed è bagnata sul serio. «Mi scusi», ripete l’attrice, al colmo della confusione, presaga e rassegnata alla sua prossima gaffe.

Ma io vi sono preparato: ormai la conosco; e ogni volta aspetto con curiosità di vedere sotto quale nuovo aspetto mi si rivelerà. Una volta rincontrai in un commissariato, dove si era rifugiata, confusa e impaurita dai complimenti dei passanti; un’altra, di sera, rasente ai muri, con una grande borsa sotto il braccio, che ne conteneva altre due. «E’ un sistema», mi confidò, «che mi ha insegnato la nonna». Questa volta, ecco: la ”casa col treno”; nel mezzo di un quartiere di piccoli impiegati, dove nessun attore si sognerebbe di abitare, e a lei piace moltissimo, con tutti quel treni che vanno e vengono e i castelli, i silos argentati, la ciminiera di una grande raffineria di petrolio che brucia tutta la notte e che l’opinione pubblica considera il "disonore di Roma". Figuratevi poi abitarci vicino. Invece Maria Cristina, quando le chiedono dove abiti: «Alla Purfina», risponde con orgoglio.

Eccola lì, seduta in bilico su un divano. Le braccia conserte, per impedirsi di mangiarsi le unghie. L’aria dolce e inquieta; le guance cosparse di lentiggini. «Eh, sì, la primavera...», sospira, abbozzando un sorriso. Spartiti sulla fronte, stretti dietro da un fiocco nero, i lunghi capelli biondi striati di bianco le incorniciano il volto; qualche ciocca ribelle le sfugge lungo il collo. E' vestita in modo dimesso, quasi trasandato. Un golfino celeste. Una sottana di vigogna. Scarpe da casa. E li, in quella stanza un po’ grigia scossa dai treni, circondata da vecchi oggetti e sopramobili di famiglia, accanto a un grande pianoforte a coda, su cui sono posati uno spartito di Chopin e un gatto grigio, («mi mangia tutti i fiori...»), mi sembra così poco reale, come potrebbe esserlo, oggi, un personaggio di Dostojevski o di Cechov.

Maria Cristina è un personaggio poco reale: vive tutta dentro di sè, e nei sogni. «La cosa che mi piace di più», mi confessa ad un certo punto, «è passeggiare nei luoghi dove cresce l’erba...». Perchè? «Perchè sull’erba è più facile fantasticare. E un’altra cosa mi piacerebbe — aggiunge. — Dipingere i miei sogni; ma non ci riesco, forse perchè sono troppo belli...». Maria Cristina è un personaggio di un altro tempo. Ciò che la lega al nostro sono due cose soltanto: la voglia e il piacere di lavorare, e uno spontaneo, istintivo senso dell’ humour. Di temperamento instabile, con tendenza alla malinconia, la giovane attrice, quando lavora è felice. Si alza di buonumore, prestissimo; arriva sul set due ore prima; è pronta, vestita e truccata, quando non c’è ancora nessun attore.


Via Margutta è il suo penultimo film (ora ne sta girando un altro, con Totò e Peppino de Filippo), del quale è molto soddisfatta. Per la parte che vi ha interpretato, «comica, differente dalle precedenti»; e perchè Camerini, il regista, è un uomo molto affabile, comunicativo. Le persone per Maria Cristina si dividono in due categorie: le comunicative e le non comunicative. Le prime sono le uniche con cui può avere a che fare: le altre la respingono, la deludono, la fanno sentire più sola. «Nel film — riprende con entusiasmo — facevo la servetta di un pittore, che s’innamora del suo padrone, e ne fa tante, tante, per farsi notare: vuole gli otto giorni quando la licenzia, e poi ne invoca quattro, tre, due...; quindi s’improvvisa pittrice, diventa celebre: macché, lui neppure uno sguardo, come se fossi un gatto; e infine mi spoglio, e beh, si, allora si accorge di me...».
«Curioso — esclama, colpita dalle sue parole — si vede che è mio destino fare l’ingenua maliziosa...». I francesi, in Guinguette, le diedero addirittura una parte di calcolatrice, di perversa, come nel Maledetto imbroglio, di Germi.
«Lì ero una specie di domestica Messalina...». Un piccolo ruolo, che pure le ha dato delle soddisfazioni. Perchè molti, quando due mesi fa le assegnarono, il "Nastro d’argento”, credevano che fosse per il film di Germi; mentre le è stato dato per il film di Castellani ”Nella città l’inferno”. Ma quello che accadde alla prima! C’era davanti a lei un signore, il quale guardava lo schermo, e guardava lei; passava con gli occhi dalle sue spalle nude e dai suoi voluttuosi abbracci nei film, a lei reale, a un metro da lui. E con un sorrisino malizioso, come per dire: ”Ah, ma tu sei proprio cosi!”.

Che vampate. Che rossore. Non si era mai sentita tanto imbarazzata, malgrado il buio; neppure quella volta che si presentò a un’altra ”prima” vestita da Giulietta, («sì, proprio quella del film Giulietta e Romeo»), con un lungo vestito di broccato azzurro, lungo fino ai piedi, i capelli biondi sciolti sulle spalle, una coroncina in testa... E tutti gli amici, vedendola così mascherata, erano esterrefatti; e chi si nascondeva dietro una colonna, chi si distraeva. Beh, anche quella fu una brutta esperienza; ma almeno le ha servito, perchè ai "Nastri d’argento” è andato tutto benissimo. «Si figuri — mi dice — che ho cominciato a lavarmi, truccarmi, pettinarmi a mezzogiorno; e mi sono data tanta colla in testa che per tre giorni non c’è stato più verso di toccare i capelli, fino a quando è intervenuto il parrucchiere, e a forza d’olio...».
Il candore è il segreto di Maria Cristina? Certamente, il candore c'è; ma anche il suo contrario, il senso del peccato, «Oh, io faccio tanti peccati», mormora addolorata. E poi una sensibilità distribuita su tutti i pori della pelle che si manifesta in timidezza e in rossori improvvisi. Infine, un vivere continuamente nella fantasia. Insomma, è una creatura singolare, imprevedibile. Hanno detto che assomiglia alle ragazze dipinte da Renoir; a me ricorda certe figure, trepide e predestinate, dei romanzi russi. «I ruoli chè preferisco? Anna Karenina di Tolstoi, Sacha in Ivanov, Irina di Cechov». Sta ancora parlando quando un rombo improvviso di treno la sopraffà: in mezzo al rumore Maria Cristina comincia a sorridere.
A. D., «Tempo», anno XXII, n.18, 30 aprile 1960
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| A. D., «Tempo», anno XXII, n.18, 30 aprile 1960 |
Fonte originale: A. D., «Tempo», anno XXII, n.18, 30 aprile 1960
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Conclusioni
In un cinema italiano che in quegli anni costruisce dive sempre più sicure, eleganti e consapevoli della propria immagine, Maria Cristina Gaioni rappresenta un’eccezione. Il suo fascino nasce dall’imperfezione, dalle lentiggini, dalla timidezza e da quella distanza quasi irriducibile fra il mondo reale e quello della fantasia. Il rombo dei convogli che interrompe l’intervista sembra infine riportarla per un istante alla realtà, ma lei sorride come se anche quel rumore appartenesse a uno dei suoi sogni. È proprio in questa combinazione di candore, malinconia e ironia che si riconosce la sua natura più autentica: non una diva costruita dal cinema, ma una moderna eroina cechoviana capitata per caso negli studi di Cinecittà.
