Anche gli arabi si voltano per Sofia

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La Loren ha iniziato nel deserto di Gadames le riprese di un film insieme a Rossano Brazzi e all’attore americano John Wayne. Il suo fascino ha suscitato vivo entusiasmo anche fra la popolazione libica.

Gadames, gennaio

Sono le cinque e mezzo del mattino. Questa è l’ora che qui, a Gadames, la perla del Sahara, l’urlio degli sciacalli diventa un coro pieno, un selvaggio lamento collettivo perché finisce il loro regno notturno e l’alba vicina li ricaccia nelle loro tane. È l’ora che il «muezzin» lancia il suo primo richiamo perché gli uomini si mondino con le rituali abluzioni dei notturni peccati carnali prima d’invitarli, con un secondo richiamo, a pregare nelle moschee. Ombre silenziose avvolte nel «melf» spariscono nei cunicoli della «città coperta» e affluiscono verso le nicchie nelle quali scorrono le tiepide acque delle sorgenti di Gadames. Fa freddo. Il termometro segna un paio di gradi sotto zero. A volte, mi dicono, fa anche più freddo. E questa è anche l’ora che i cento abitanti della tendopoli sorta sotto le palme al limite occidentale dell’oasi escono rabbrividendo dai loro sacchi a pelo e si preparano al lavoro. Sono gli uomini del cinema, gli italiani, gli americani, gli inglesi e i tripolini qui confluiti perché fra qualche mese il pubblico abbia un film di più: La leggenda di Timbuctù.

1957 01 27 Epoca Sofia Loren f1Sofìa loren è la protagonista femminile del film La leggenda di Timbuctù di Hathaway.

Su camion e «land-rovers» partono le maestranze venute da Roma, per precedere il resto della troupe sul posto scelto, nei giorni precedenti, dal regista Hathaway e da John Wayne. Siamo nel deserto, ma essi sono imbacuccati come in montagna : maglioni, «montgomery», sciarpe, cappucci di lana. «A casa pensano» brontola uno «che qui faccia caldo, molto caldo...» «Quando son partito» aggiunge un altro «mia moglie m’ha detto: beato te che quest’anno non conoscerai l'inverno.»

Le macchine sono guidate da autisti italiani e libici di Tripoli esperti del deserto. Procedono sobbalzando sulla pista verso le lontane dune che s’incominciano a distinguere nel chiarore dell’alba. Poi, fuori della pista e via per le sabbie ondulate, attenti a non mettere le ruote sulle tracce delle altre macchine, dove la sabbia non offre più resistenza; e attenti a non fermarsi, quando fosse assolutamente necessario, se non dove affiorano gli spuntoni della rossa pietra dell’«Hammada» : le gomme ne soffrono, però si è sicuri di poter ripartire.

1957 01 27 Epoca Sofia Loren f2Tra John Wayne e Rossano Brazzi, Sofìa Loren si diverte a fìngere di indovinare il futuro leggendo la mano e tracciando segni cabalistici sulla sabbia. A John Wayne ha predetto molti altri film western (probabilmente egli interpreterà, subito dopo La leggendo di Timbuctù, un film in Italia diretto da John Ford). A Brazzi invece ha predetto un film con Marilyn Monroe, pure in Italia (e anche questo è forse possibile, prima che Brazzi si rechi in America).

Ora c’è da risalire un pendio d’una cinquantina di metri verso il passaggio obbligato di una selletta. Le prime macchine lo superano tranquillamente, ma quelle che seguono non trovano più sabbia vergine da addentare, in un attimo affondano fino al mozzo delle ruote. Pazienza, calma: un verricello, dall’alto del pendio, le tira su una per una.

Eccoci sul posto. (Dove siamo? Ancora in Libia, in Tunisia o in Aigeria? Qui i tre confini s’incontrano senza sbarre né cippi.) I materiali vengono scaricati, si prepara la scena. Intanto arrivano Hathaway, John Wayne, Sofia Loren, Rossano Brazzi, l’operatore Cardiff. È giorno pieno, il sole alto. E tutti continuano a indossare maglioni, «montgomery», sciarpe, cappucci di lana. Non fa caldo nemmeno di giorno sebbene i volti si abbronzino. Camicette e pantaloni tipo Capri, da molti portati dall'Italia, sono rimasti nelle valigie e ci rimarranno. Rossano Brazzi, che da Tripoli è venuto a Gadames (seicento e passa chilometri in sedici ore) su una «land-rover» e che, trovatosi a un certo momento fuori di pista, ha provato la paura della solitudine e dell’abbandono nell’immensità desertica, dice: «Il deserto è affascinante ma è duro, ragazzi!». E la Loren : «Solo quando l’ho visto mi sono resa conto dell'importanza del deserto nella vicenda del nostro film». John Wayne: «Il lavoro, qui, è più duro di quanto non mi aspettassi. Forse è il più duro della mia carriera, dopo I cavalieri del Nord-Ovest».

1957 01 27 Epoca Sofia Loren f3Appena arrivata a Gadames, Sofìa Loren ha voluto fare conoscenza con Ie oasi, le sue case, le sue terrazze e i suoi abitanti. Al suo passaggio, nonostante la nativa impassibilità, arabi, berberi si sono imparzialmente voltati, pur non avendola mai ammirata sugli schermi. In questi giorni la Loren ha firmato un contratto con una Casa americana per interpretare quattro film. Il primo, Desiderio sotto gli olmi, dall'omonimo dramma di O'Neill, avrà inizio in aprile.

Lontano l’«Hammada» rossa ha forme strane, con bastioni isolati che, lavorati dall’amico mare e dal vento, sembrano torrioni. L’attore me li indica sorridendo: «Mi ricordano la Monument Valley...». Wayne non riesce a dimenticare i film di Ford, ne vede il paesaggio anche qui: quella desolata e polverosa Monument Valley tra l’Utah e l’Arizona dove le montagne sono come colonne distanti e spezzate di un immenso tempio. «Ma da noi sono più alti» precisa.

Wayne non riesce a dimenticale i film di Ford neanche nel costume, nel deserto dell’Utah sarebbe vestito esattamente allo stesso modo. Il cappello è quello che gli vediamo regolarmente da quindici anni nei «westerns» quando non indossa la nera divisa dell’ufficiale di cavalleria, il medesimo che aveva, per esempio, nel recente Sentieri selvaggi. Unica concessione al deserto africano è lo «chech», la lunga sciarpa arrotolata e annodata intorno il collo che ho visto portare dalle truppe sahariane francesi e che serve a proteggere la gola dal freddo notturno e la bocca e le narici dalle tempeste di sabbia.

1957 01 27 Epoca Sofia Loren f4Sofia Loren, John Wayne, Rossano Brazzi e il regista americano Henry Hathaway visitano una tipica casa di Gadames mantenuta disabitata affinché sia possibile mostrarla ai turisti. Anche in questa casa-modello, come in tutte le altre comuni abitazioni, è proibito agli uomini salire fin sull’ultima terrazza. Infatti le ultime terrazze, tutte comunicanti le une con le altre, sono l’esclusivo regno delle donne arabe, le quali non vi lasciano salire neppure i rispettivi mariti

Del resto, anche nella Leggenda di Timbuctù egli è un americano, Joe January, dai predenti oscuri, ex soldato della Legione Straniera e ora, al principio del secolo, insabbiato a Timbuctù ed esperta guida del deserto. (Anche Gadames, quindi, «interpreta» una parte : quella di Timbuctù.) Lo sceneggiatore Ben Hecht ha immaginato che un giorno gli capiti tra i piedi un europeo idealista e maniaco religioso (Paul Bonnard, cioè Rossano Brazzi) che vuole raggiungere una mitica città di Ophir descrittagli in numerose lettere, con tutto l’itinerario, dal padre che lo ha preceduto molti anni prima ed è poi scomparso. Terzo elemento della storia è Dita (Sofia Loren), una ragazza di sangue misto dalla vita non intemerata che Paul, col suo slancio missionario, riesce a purificare. Questi, con le loro avventure e i loro sentimenti, sono i tre personaggi del film. Joe, Paul e Dita non troveranno Ophir, ma l’antica città romana di Timgad (le relative scene saranno girate a Leptis Magna) e Paul, che aveva sempre avuto nel padre e nella sua purezza una fede cieca, scoprirà di essere stato ingannato e impazzirà, mentre Joe, perduto il suo cinismo, si scoprirà un altro uomo e troverà con Dita la possibilità di una nuova vita.

1957 01 27 Epoca Sofia Loren f5«Dai cavalli si può ottenere tutto ciò che si vuole, ma i muli hanno le loro idee e bisogna lasciarli fare», ha detto John Wayne, espertissimo nell’equitazione, che nel film La leggenda di Timbuctù è costretto però a cavalcare muletti siciliani. Infatti sono stati fatti venire apposto da Recalbuto, piccolo centro in provincia di Enna. Si è dovuto rinunciare ai classici animali del deserto, cioè ai cammelli e ai dromedari, per ragioni pratiche di ripresa cinematografica.

Ma c’è un quarto personaggio: il deserto, con tutta la sua vastità e le sue insidie. E forse è questo il vero grande protagonista del film, così grande da sopportare persino che la fantasia cinematografica lo faccia percorrere con muli e non con cammelli o dromedari. Ecco la ragione per cui si sopportano tanti disagi e le due società coproduttrici - cioè la Batjac, che è di John Wayne, e l’italiana Dear Film - affrontano l’ingente spesa di tenere per cinque settimane cento persone a Gadames.

Si torna nell’oasi al tramonto. Quando di lontano se ne profila all'orizzonte la striscia verde delle palme si prova una sensazione di sollievo. E Brazzi commenta : «La cosa più straordinaria del deserto è il silenzio. Si sente il silenzio. E un’altra cosa ancora: il deserto fa tornare indietro nel tempo, ti fa sentire più giovane. Sembra che ringiovanisca il cervello. Ecco: mi sento un altro».

Domenico Meccoli, «Epoca», anno VIII, n.330, 27 gennaio 1957


Epoca
Domenico Meccoli, «Epoca», anno VIII, n.330, 27 gennaio 1957 (Fotografie di Pier Luigi)
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